La Turchia a un passo dal mandare l’esercito in Libia

Il parlamento di Ankara voterà una mozione a inizio gennaio per autorizzare l'invio delle truppe a sostegno di Tripoli.

Le Forze armate turche sono pronte a un possibile impegno in Libia a sostegno del governo di Tripoli contro le forze del generale Khalifa Haftar, come richiesto dal presidente Recep Tayyip Erdogan. L’esercito è «pronto a svolgere qualsiasi compito in patria e all’estero», ha dichiarato la sua portavoce Nadide Sebnem Aktop, durante la conferenza stampa di fine anno. Il parlamento di Ankara voterà una mozione che autorizza l’invio delle truppe dopo la riapertura al termine della pausa di fine anno, il prossimo 7 gennaio.

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

Una nuova ondata di mercenari invade la Libia

Almeno 3 mila miliziani sudanesi combattono nel Paese al fianco del generale Haftar. Centinaia di altri sono in arrivo.

Una nuova ondata di mercenari sudanesi è arrivata in Libia per combattere al fianco di Khalifa Haftar contro le forze governative di Tripoli. Lo riferisce il Guardian, citando i comandanti di due formazioni mercenarie sudanesi. «Molti giovani stanno arrivando e abbiamo vari problemi logistici», afferma uno dei comandanti delle milizie sudanesi, secondo il quale ci sono già «almeno 3 mila uomini» che combattono al libro paga di Haftar e centinaia di altri starebbero per arrivare.

LA FINE DELLA GUERRA SEMPRE PIÙ LONTANA

Insieme all’influenza sempre maggiore delle potenze regionali nel Paese, le nuove ondate di mercenari rischiano di prolungare ancor di più una guerra molto lontana dal concludersi.

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

Alta tensione in Libia: Erdogan pronto ad aumentare gli aiuti militari

Le truppe del generale Haftar hanno sequestrato un cargo turco e Ankara ha fatto sapere che potrebbe mandare più armi e soldati a Tripoli.

Sale alle stelle la tensione in Libia: le forze di Khalifa Haftar hanno annunciato il sequestro di un cargo con a bordo diversi marinai turchi, mentre da Ankara il presidente Recep Tayyip Erdogan afferma di essere pronto a sostenere militarmente Tripoli in ogni modo. La Turchia «può elevare il proprio sostegno militare navale, aereo e terrestre al governo legittimo libico se richiesto», ha ribadito oggi il Sultano dopo la ratifica, ad Ankara e Tripoli, dell’accordo bilaterale sulla cooperazione militare. Erdogan ha poi sottolineato che la politica turca «in Libia e Siria non cambierà», annunciando inoltre che entro il 2027 verranno schierati nel Mediterraneo sei sottomarini di nuova generazione. «Rimarremo al fianco dei nostri fratelli libici finché la pace e la sicurezza non verranno assicurate, come stiamo facendo in Siria», ha sottolineato dal canto suo il ministro della Difesa di Ankara.

SEQUESTRATO UN CARGO TURCO

Erdogan è intervenuto dopo l’incidente avvenuto davanti alle coste dell’Est libico, dove le forze navali di Haftar hanno sequestrato un cargo con equipaggio turco. «Nel corso di un pattugliamento delle acque territoriali libiche, al largo delle coste di Derna», si legge in un comunicato sulla pagina Facebook del portavoce di Haftar, al Mismari, «la Brigata navale Sussa ha sequestrato un mercantile battente bandiera di Grenada e comandato da un’equipaggio turco». La nota è a corredo di un video che mostra le fasi salienti dell’operazione. «Il cargo è stato rimorchiato al porto di Ras Lanuf per controllo e perquisizione del carico e per adottare le misure necessarie», si prosegue. A bordo, secondo quanto si è appreso, ci sarebbero almeno tre marinai turchi.

ULTIMATUM DI HAFTAR ALLE MILIZIE DI MISURATA

Le forze navali di Haftar hanno quindi annunciano lo stato di allerta massima in previsione del probabile «invio di armi e soldati dalla Turchia in forza dell’accordo con il governo» di Tripoli, bollato come l’intesa «della vergogna». «Abbiamo le forze necessarie per respingere qualsiasi violazione turca delle acque libiche», ha avvertito il generale Mahdawi. I ribelli dell’Est hanno intensificato nelle ultime 24 ore i raid aerei su Tripoli e altre città libiche, mentre giovedì scorso sono stati dieci, secondo alcune fonti, i raid contro Misurata. E alla mezzanotte scade l’ultimatum di Haftar proprio alle forze militari di Misurata, a cui è stato intimato di lasciare Tripoli e Sirte o sarà un diluvio di fuoco.

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

Il disastro di Conte e Di Maio all’ombra della crisi libica

Il premier e il suo ministro non si sono accorti che il quadro nel Paese è radicalmente cambiato. E lasciando strada a Russia e Turchia condannano l'Italia all'irrilevanza.

In una guerra combattuta solo chi combatte armi alla mano può trovare una soluzione politica. Purtroppo né il dilettante Luigi di Maio, né “l’avvocato del popolo” Giuseppe Conte se ne rendono minimamente conto e continuano a cercare una “soluzione politica” per il caos libico, sostanzialmente parlando d’altro, senza neanche accorgersi che il quadro libico è radicalmente cambiato. Pure, Fayez al Serraj il 17 dicembre a Tripoli è stato molto chiaro e a un Di Maio che continuava a fantasticare di una soluzione politica ha bruscamente ricordato che il suo governo ormai è in guerra –guerra vera- che non ha nessuna intenzione di soccombere. E siccome abbisogna di armi le chiede a chi gliele vuol dare: la Turchia.

PRIMA LA BATTAGLIA DI TRIPOLI, POI LA SOLUZIONE POLITICA

La “soluzione politica” verrà solo quando e se la battaglia di Tripoli sarà vinta e Khalifa Haftar se ne tornerà sconfitto a Bengasi. Non prima. E di Maio è affogato nelle sue frasi vuote. Di Maio e Conte hanno una sola scusante: la diafana inconsistenza di un’Unione europea che continua a convocare vertici inutili lasciando tutto lo spazio reale di intervento ai due nuovi “domini” della Libia: la Russia e la Turchia. Approfittando del lassismo europeo e del disinteresse europeo e italiano (Conte si occupò direttamente di Libia nel lontano dicembre 2018, poi più nulla, Di Maio se ne occupa solo ora, con quattro mesi di ritardo), Vladimir Putin e Tayyip Erdogan hanno modificato radicalmente lo scenario libico. Hanno inviato forze militari rispettivamente a Bengasi e a Tripoli che hanno chiuso la lunga fase durata otto anni che vedeva gli avversari, le etnie e le tribù libiche schierate con Bengasi o con Tripoli, in un sostanziale equilibrio. Si è aperta una fase di guerra guerreggiata con escalation da tutte le due parti garantite dai due padrini esterni: Mosca e Ankara, i veri, nuovi, protagonisti della crisi libica.

LE MOSSE DI MOSCA E ANKARA

I finanziamenti russi ad Haftar che gli permettono di assoldare 18 mila miliziani subsahariani e le centinaia di contractor russi della agenzia Wagner dell’amico personale di Putin Evgheni Prighozin –straordinari combattenti- gli hanno finalmente consentito di penetrare dentro Tripoli, dopo che la sua offensiva iniziata ad aprile si era incagliata. Di contro, il governo di Tripoli di al Sarraj ha contrastato questa escalation militare e siglato il 27 novembre un patto sulle acque territoriali con Erdogan, a seguito del quale la Turchia ha inviato efficienti droni di combattimento e un nutrito drappello di militari, comandati dal generale turco Irfan Tur Ozsert e inviato gli efficienti droni-bombardieri Bayraktar (prodotti dal genero di Erdogan).

L’escalation russo-turca si sviluppa con forza, pur senza strappi, ma a tutto vantaggio di Haftar

L’escalation russo-turca si sviluppa con forza, pur senza strappi, ma a tutto vantaggio di Haftar, che è penetrato dentro Tripoli, a soli nove chilometri dalla piazza dei Martiri, e che avanza lentamente solo perché non ha uomini sufficienti per presidiare stabilmente i quartieri conquistati. Al Sarraj per ora non ha richiesto a Erdogan l’invio dei promessi 5 mila militari turchi, ma non è escluso affatto che non lo faccia un domani prossimo a fronte di una sconfitta oggi probabile. Con tutta evidenza è in atto una trattativa politica, che però esclude drasticamente sia l’Italia che l’Europa, ed è quella in corso esclusivamente tra Putin ed Erdogan, che si parlano quasi quotidianamente e si accingono a decidere le sorti del conflitto, forse dopo una ulteriore e definitiva escalation, quella sanguinosa “battaglia per Tripoli” che lo stesso inviato dell’Onu Ghassan Salamè ha annunciato come più che possibile e imminente.

IL DISASTRO DELL’ITALIA (E DELL’EUROPA)

Insomma, vi sono tutti i segni del fatto disastroso che ormai l’Italia non conta più nulla in Libia –per responsabilità diretta di Conte e anche di Di Maio- che sempre più i giochi verranno decisi solo ed esclusivamente tra Mosca e Ankara. Con buona pace dell’imbelle Europa. Un disastro epocale che matura peraltro nel tombale silenzio complice di un Pd che pure solo due anni fa aveva in Marco Minniti il “dominus” della crisi libica.

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

Il disastro di Conte e Di Maio all’ombra della crisi libica

Il premier e il suo ministro non si sono accorti che il quadro nel Paese è radicalmente cambiato. E lasciando strada a Russia e Turchia condannano l'Italia all'irrilevanza.

In una guerra combattuta solo chi combatte armi alla mano può trovare una soluzione politica. Purtroppo né il dilettante Luigi di Maio, né “l’avvocato del popolo” Giuseppe Conte se ne rendono minimamente conto e continuano a cercare una “soluzione politica” per il caos libico, sostanzialmente parlando d’altro, senza neanche accorgersi che il quadro libico è radicalmente cambiato. Pure, Fayez al Serraj il 17 dicembre a Tripoli è stato molto chiaro e a un Di Maio che continuava a fantasticare di una soluzione politica ha bruscamente ricordato che il suo governo ormai è in guerra –guerra vera- che non ha nessuna intenzione di soccombere. E siccome abbisogna di armi le chiede a chi gliele vuol dare: la Turchia.

PRIMA LA BATTAGLIA DI TRIPOLI, POI LA SOLUZIONE POLITICA

La “soluzione politica” verrà solo quando e se la battaglia di Tripoli sarà vinta e Khalifa Haftar se ne tornerà sconfitto a Bengasi. Non prima. E di Maio è affogato nelle sue frasi vuote. Di Maio e Conte hanno una sola scusante: la diafana inconsistenza di un’Unione europea che continua a convocare vertici inutili lasciando tutto lo spazio reale di intervento ai due nuovi “domini” della Libia: la Russia e la Turchia. Approfittando del lassismo europeo e del disinteresse europeo e italiano (Conte si occupò direttamente di Libia nel lontano dicembre 2018, poi più nulla, Di Maio se ne occupa solo ora, con quattro mesi di ritardo), Vladimir Putin e Tayyip Erdogan hanno modificato radicalmente lo scenario libico. Hanno inviato forze militari rispettivamente a Bengasi e a Tripoli che hanno chiuso la lunga fase durata otto anni che vedeva gli avversari, le etnie e le tribù libiche schierate con Bengasi o con Tripoli, in un sostanziale equilibrio. Si è aperta una fase di guerra guerreggiata con escalation da tutte le due parti garantite dai due padrini esterni: Mosca e Ankara, i veri, nuovi, protagonisti della crisi libica.

LE MOSSE DI MOSCA E ANKARA

I finanziamenti russi ad Haftar che gli permettono di assoldare 18 mila miliziani subsahariani e le centinaia di contractor russi della agenzia Wagner dell’amico personale di Putin Evgheni Prighozin –straordinari combattenti- gli hanno finalmente consentito di penetrare dentro Tripoli, dopo che la sua offensiva iniziata ad aprile si era incagliata. Di contro, il governo di Tripoli di al Sarraj ha contrastato questa escalation militare e siglato il 27 novembre un patto sulle acque territoriali con Erdogan, a seguito del quale la Turchia ha inviato efficienti droni di combattimento e un nutrito drappello di militari, comandati dal generale turco Irfan Tur Ozsert e inviato gli efficienti droni-bombardieri Bayraktar (prodotti dal genero di Erdogan).

L’escalation russo-turca si sviluppa con forza, pur senza strappi, ma a tutto vantaggio di Haftar

L’escalation russo-turca si sviluppa con forza, pur senza strappi, ma a tutto vantaggio di Haftar, che è penetrato dentro Tripoli, a soli nove chilometri dalla piazza dei Martiri, e che avanza lentamente solo perché non ha uomini sufficienti per presidiare stabilmente i quartieri conquistati. Al Sarraj per ora non ha richiesto a Erdogan l’invio dei promessi 5 mila militari turchi, ma non è escluso affatto che non lo faccia un domani prossimo a fronte di una sconfitta oggi probabile. Con tutta evidenza è in atto una trattativa politica, che però esclude drasticamente sia l’Italia che l’Europa, ed è quella in corso esclusivamente tra Putin ed Erdogan, che si parlano quasi quotidianamente e si accingono a decidere le sorti del conflitto, forse dopo una ulteriore e definitiva escalation, quella sanguinosa “battaglia per Tripoli” che lo stesso inviato dell’Onu Ghassan Salamè ha annunciato come più che possibile e imminente.

IL DISASTRO DELL’ITALIA (E DELL’EUROPA)

Insomma, vi sono tutti i segni del fatto disastroso che ormai l’Italia non conta più nulla in Libia –per responsabilità diretta di Conte e anche di Di Maio- che sempre più i giochi verranno decisi solo ed esclusivamente tra Mosca e Ankara. Con buona pace dell’imbelle Europa. Un disastro epocale che matura peraltro nel tombale silenzio complice di un Pd che pure solo due anni fa aveva in Marco Minniti il “dominus” della crisi libica.

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

Israele, la palude fino a marzo 2020 (e oltre?)

Il primo pensiero, nella disillusione, corre al portafoglio. In Israele per le terze Legislative anticipate in un anno si bruceranno..

Il primo pensiero, nella disillusione, corre al portafoglio. In Israele per le terze Legislative anticipate in un anno si bruceranno altri milioni di dollari. Centinaia, per un campagna elettorale che il 2 marzo 2020 riprodurrà con ogni probabilità lo stallo del 9 aprile e del 17 settembre 2019. Altre settimane di caccia alle streghe da una parte, e di mobilitazione infuocata ad personam dall’altra. Di parti politiche che difficilmente si salderanno insieme. Sarà un altro referendum contro Benjamin “Bibi” Netanyahu: il primo ministro più longevo – e ostinato – di Israele che non si fa da parte a dispetto dei processi. Anzi proprio a causa di essi, e per l’incapacità degli oppositori di tradursi in alternativa politica. Per i quasi 6 milioni di elettori israeliani qualcosa di mai visto prima. Per ritmo di chiamate al voto e per prosciugamento della politica.

CAMPAGNA DI PROMESSE E FANGO

Yair Lapid, della coalizione Blu e bianco, ha invitato a «tenere lontano i bambini dalla campagna dell’odio, della violenza e del disgusto in televisione». Nelle ultime settimane si sono susseguiti gli incontri tra la sua lista centrista e il Likud di Netanyahu per un’intesa di governo mancata, prima dello scioglimento del parlamento. L’unica possibilità di evitare le urne era una grande coalizione tra le due grandi forze testa a testa – ma senza maggioranza -, posto che Lapid e il coleader Benny Gantz possono unire la Lista degli arabi-israeliani e l’ultradestra sionista di Avigdor Lieberman contro Netanyahu, ma mai in un loro governo. Così falliti i tentativi del Likud, e poi di Blu e bianco, di formare un esecutivo la sera del 10 dicembre Netanyahu, Lapid e il generale Gantz ancora si scapicollavano in tivù. A giurare la loro volontà eterna di mettere in piedi un governo di unità nazionale. E di non sperperare altri soldi pubblici

Israele terze elezioni 2020 Netanyahu
Il premier israeliano Benjamin Netanyahu (Likud) in campagna per le Legislative del 2020. GETTY.

I BLUFF DI NETANYAHU E GANTZ

Il premier e leader conservatore avrebbe chiamato a raccolta i suoi legali, valutando la possibilità di non cercare l’immunità sui tre procedimenti penali (per corruzione, frode e abuso d’ufficio) che lo riguardano. Dato che il nodo per un esecutivo bipartisan con Blu e bianco era la sua testa da premier. A meno che, era filtrato negli ultimi giorni, lo stesso non rinunciasse allo scudo legale (automatico per i parlamentari, non per i primi ministri in Israele) e sottinteso a ogni legge ad personam sulla giustizia nella nuova Legislatura. Gantz e Lapid avrebbero aperto in questo senso, come tentativo estremo: il massimo che potevano concedere senza «rinunciare ai principi fondamentali» che li avevano «portati in politica». A condurre due campagne sull’impresentabilità di Netanyahu. Non se ne è fatto ben presto di nulla: quantomeno “Bibi” bluffava, e forse non soltanto lui.

Queste terze elezioni hanno tre sole ragioni: corruzione, frode e abuso d’ufficio

Biano e blu

SUBITO IN CORSA ELETTORALE

Alla mezzanotte dell’11 dicembre, termine ultimo per approvare un nome di premier condiviso, la Knesset si è sciolta, deliberando come ultimo e indispensabile atto nuove elezioni il 2 marzo prossimo. Poche ore prima dal Likud era arrivato l’annuncio di primarie il 26 dicembre, per ricompattare il partito su Netanyahu leader. E ancora premier: da “Bibi” nessuna comunicazione sull’attesa rinuncia alla sua richiesta di immunità in parlamento. In compenso, mentre i deputati erano riuniti per indire l’ennesimo voto, Netanyahu assente rilanciava sui social l’imperativo a «vincere e vincere bene» contro la «cospirazione di Ganz e dei leader arabi a forzare per il voto». È già campagna elettorale, anche a Blu e bianco sono ripartiti alla carica sulle «sole tre ragioni per queste terze elezioni, trasformate da una festa per la democrazia a un momento di vergogna: corruzione, frode e abuso d’ufficio».

Israele terze elezioni 2020 Netanyahu
Il leader israeliano della coalizione Blu e bianco Benny Gantz. GETTY.

A MONTE ANCHE I PIANI DI LIEBERMAN

Non sbaglia – per una volta – Lieberman, l’ex ministro della Difesa arcinemico di Netanyahu e causa un anno fa della caduta del governo, quando rinfaccia ai leader del Likud (32 seggi) e a Blu e Bianco (33 seggi) di «non aver mai voluto davvero un governo di unità». E di aver portato Israele a «nuove elezioni inutili» con una «battaglia dell’ego in corso da mesi». Lieberman avrebbe voluto un governo di larghe intese – senza Netanyahu premier – tra le due principali forze, appoggiato esternamente dalla sua lista laica e ultranazionalista (otto seggi). Ma a patto che fosse tenuta fuori dal nuovo esecutivo la destra ultraortodossa (Shas e Giudaismo unito nella Torah), contraria alla leva obbligatoria chiesta insistentemente da Lieberman anche per gli ultraortodossi. Causa, questa, delle sue dimissioni da ministro, insieme alle campagne mancate su Gaza e al  suo odio per Netanyahu.

“BIBI” ARRETRA ANCORA, MA NON CEDE

Lieberman pregusta da un pezzo la caduta in disgrazia del premier dal 2009. Al terzo voto in un anno non ha perso l’occasione per scagliarsi contro di lui («io ho valori, tu solo interessi») in un velenoso post su Facebook. Ma la sua architettura non poteva compiersi: il Likud fatica non poco a disfarsi di “Bibi”, e di riflesso degli ultraortodossi alleati negli ultimi governi. Al netto di contestatori in ascesa come l’ex ministro Gideon Saar, corso a sfidare Netanyahu alle primarie, il consenso per il leader appare solido tra i conservatori . E gli ultraortodossi sono utili a Netanyahu come ministri e deputati per far passare leggi ad personam. Ne ha disperatamente bisogno: l’esecutivo ad interim che si trascina da un anno non ha i deputati per ottenere l’impunità. E “Bibi” ci spera, nonostante tutto: negli ultimi sondaggi Gantz e Lapid sono avanti a 37 seggi (33 il Likud), ma la maggioranza è lontana. Come gli elettori.

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

Il nuovo presidente dell’Algeria Tebboune stretto tra militari e proteste

Ex primo ministro di Bouteflika e leale al capo delle Forze armate Salah, è stato eletto in una votazione boicottata dal popolo. Ora si trova tra l'incudine dell'esercito e il martello delle manifestazioni.

Dal febbraio del 2019 l’Algeria ha visto il susseguirsi settimanale di una lunga teoria di manifestazioni di protesta contro Abdelaziz Bouteflika, il suo “cerchio magico” diremmo noi, e l’intero sistema politico, militare, ed economico che è andato impossessandosi delle leve del potere del Paese dal 1962, ingabbiandolo in una camicia di forza che la crisi degli ultimi anni ha reso intollerabile. Crisi politica dunque ma anche economico-sociale, l’una e l’altra strettamente intrecciate in una soffocante corruzione e spartizione della rendita energetica.

LA PROFONDA CRISI SOCIO-ECONOMICA DELL’ALGERIA

Non si può non sottolineare come l’Algeria si collochi tra i primi 10 produttori mondiali di gas e terzo produttore africano di petrolio; che gli idrocarburi rappresentano ancora oggi il 95% delle entrate dell’export e il 65% del bilancio dello Stato e soffre chiaramente di una monocultura industriale, quasi esclusivamente votata allo sfruttamento energetico e di conseguenza dipendente dall’andamento del prezzo di quelle risorse nel mondo con ricadute di forte criticità sociali come in questi ultimi tempi. Non stupisce certo che in questa dinamica sia andato fermentando un diffuso scontento soprattutto nel segmento più giovane del Paese nel quale il 55% del totale ha meno di 30 anni.

LE DIMISSIONI DI BOUTEFLIKA

Serviva solo una scintilla perché si producesse l’incendio e l’entourage di Bouteflika lo ha offerto su un piatto d’argento con la presentazione della ri-candidatura di Bouteflika per un quinto mandato. Inesorabile l’onda delle proteste la cui parola d’ordine spiegava chiaramente quale fosse il bersaglio cui si puntava e se dunque era del tutto prevedibile che le dimissioni di Bouteflika rassegnate all’inizio di aprile non sarebbero bastate a fermare la protesta popolare, si doveva ad una robusta miopia del regime di cogliere la profondità strutturale della protesta (Hirak).

Proteste ad Algeri nel giorno delle elezioni, boicottate dalla maggior parte della popolazione (GettyImages).

Ancor meno di riuscire a “leggere” il suo carattere anomalo, mai scaduto in violenza neppure al momento in cui la data delle elezioni, rinviate ben due volte sotto la pressione del Hirak, sono state fissate al 12 dicembre. Pacifico dunque ma fortemente determinato a denunciarne l’inaccettabilità e dunque a promuoverne il boicottaggio contro una consultazione giudicata al servizio esclusivo del potere costituito.

IL POTERE NELLE MANI DEL CAPO DELL’ESERCITO

E ben poco ascolto è stato dato alle rassicurazioni del Comandante delle forze armate, il generale Ahmed Gaid Salah, considerato l’uomo forte del sistema assieme al Presidente ad interim Abdelkarem Bensalah, che poteva vantare a suo merito l’aver convinto/costretto Bouteflika alle dimissioni. Lo stesso Gaid Salah che aveva da ultimo smentito con forza la notizia che le forze armate stessero sponsorizzando uno dei candidati alla presidenza, bollandola come «propaganda» propalata per delegittimare le elezioni. Lo stesso Gaid Salah che aveva definito «giusta punizione inflitta a certi elementi della gang in sintonia con l’urgente e legittima attesa del popolo» la condanna a 15 anni di prigione inflitta a Said Bouteflika, il fratello del deposto presidente, e altri due alti ufficiali dello spionaggio algerino per complotto contro lo Stato. La ragione? Il diffuso convincimento che si trattasse di prese di posizione finalizzate a lucidare la propria immagine, renderla più accettabile e con ciò posizionarsi meglio anche all’interno del «sistema Bouteflika», e non di veri convincimenti riformistici.

I CANDIDATI TUTTI LEGATI A BOUTEFLIKA

La lista dei cinque candidati alla presidenza, del resto, ne era specchio fedele dato che ben quattro di loro (Abdelmajid Tebboune, Ali Benflis, Azzedine Mihoubi e Abdelaziz Belaïd) erano già stati parte di governi del ventennio di presidenza di Bouteflika, il quinto, Abdelkader Bengrina, essendo un outsider di stampo islamista impegnato in particolare in una personale battaglia contro il celibato femminile.

LE ELEZIONI BOICOTTATE

Con queste premesse, non ha stupito la modesta affluenza alle urne al 41%, più bassa di dieci punti di quella del 2014 e comunque la più bassa di sempre.

Non ha stupito che la giornata fosse scandita da una dimostrazione di massa che chiedeva a gran voce di non andare a votare

Ancor meno ha stupito che la giornata fosse scandita da una dimostrazione di massa da parte del movimento protestatario che chiedeva a gran voce di non andare a votare e represso spesso in modo brutale dalla polizia che, a sua giustificazione ha potuto stigmatizzare alcuni tentativi di blocco dei seggi elettorali.

TEBBOUNE ELETTO PRESIDENTE

Da segnalare che nell’attesa dei risultati vi è stata una prima rivendicazione di vittoria da parte di Tebboune, già primo ministro di Bouteflika nel 2017, che come era facile ipotizzare ha fatto subito scattare la risposta di Hirak improntata al rifiuto dell’esito elettorale e alla promessa di un nuovo ciclo di manifestazioni di protesta settimanale. Si è trattato di una rivendicazione che aveva una solida base di riferimento visto che è proprio questo 74enne dirigente e politico algerino a risultare il nuovo presidente dell’Algeria con un consistente 58% dei voti. Nessuna necessità di ballottaggio dunque e una mera formalità l’attesa dei risultati che saranno comunicati dal Consiglio costituzionale entro una decina di giorni.

IL NUOVO CAPO DI STATO STRETTO TRA MILITARI E PROTESTE

Amicizie trasversali, nessuna tessera di partito, aveva iniziato la sua campagna affermando di essere stato un precursore del movimento Hirak in quanto convinto sostenitore della necessità di un processo di riforma del sistema e dalla lotta alla corruzione. Un figlio in carcere con l’accusa di traffico di stupefacenti. Si trova tra l’incudine del potentato militare che certo cercherà di salvaguardare il suo ruolo, sostanzialmente decisorio, e il martello di una diffusa sfiducia popolare di cui il vero Hirak è portabandiera e di cui si attendono le reazioni, ciò che lo pone in una posizione complicata e per di più appesantita dalla crisi economico-sociale che sta attraversando il Paese, nonché dall’incombente minaccia del terrorismo. I suoi primi giorni daranno il termometro della sua capacità di imprimere una rotta costruttiva al suo mandato. Intanto si è saputo che il primo personaggio che gli ha fatto visita è stato l’ambasciatore statunitense; un segnale tutt’altro che trascurabile a livello politico-economico.

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

Di Maio non vede che Tripoli sta per cadere in mano russa

La crisi libica mette in risalto tutta l'inadeguatezza del ministro degli Esteri. Troppo preso dalle grane interne al M5s per accorgersi che l'Italia si sta condannando all'ininfluenza.

L’inesperienza e l’insipienza di Luigi di Maio – e del premier Giuseppe Conte – hanno ormai espulso l’Italia da un qualsiasi ruolo nella crisi libica. Il ministro degli Esteri infatti si muove all’insegna di un dogma: «Non esiste soluzione militare: rinnoviamo l’impegno dell’Italia per una soluzione pacifica». Ma il punto è che invece proprio la soluzione militare si sta imponendo con l’imminente conquista armata di Tripoli da parte del generale Khalifa Haftar. L’allarme non è nostro, ma è stato lanciato con toni drammatici dallo stesso inviato dell’Onu Ghassam Salamé che ha dato per certa la caduta di Tripoli, non grazie alla abilità militare di Haftar (che non ha mai vinto né una guerra né una battaglia), ma come conseguenza ovvia della decisione strategica della Russia di Vladimir Putin di gettare nella battaglia attorno alla capitale libica la potente forza d’urto di 1.400-2.000 mercenari della Organizzazione Wagner –una macchina da guerra efficientissima- che stanno facendo capitolare le difese delle milizie di Misurata.

L’ANNUNCIO DI ERDOGAN E LA MINACCIA DI HAFTAR

L’imporsi imminente di una drammatica soluzione militare è tale che immediata e speculare è stata la reazione del presidente turco Tayyp Erdogan che ha annunciato che –su richiesta del governo legittimo di Fayez al Serraj– è pronto a inviare a Tripoli una forza di 5 mila militari per garantirne la difesa. Il governo di al Serraj ha immediatamente accolto con favore questa opzione. Anche Haftar ha preso sul serio questa opzione, tanto che ha minacciato «di affondare tutte le navi turche che portino soldati in Libia». Tuoni crescenti di guerra. Dunque, lo stallo della guerra civile libica che dura da anni, ha avuto una improvvisa accelerazione bellica dovuta alla decisione di Putin di applicare il “modulo ucraino”: un forte e determinante impegno militare russo affidato non già a truppe regolari (come in Siria), ma grazie agli “uomini verdi”, ex membri delle Forze speciali russe –formidabili combattenti reduci dal conflitto ceceno- inquadrati in una organizzazione privata, ma funzionale alla politica di Putin e coordinata col Cremlino.

DI MAIO SI GUARDA BENE DAL VOLARE A MOSCA E AD ANKARA

Il governo italiano non ha minimamente preso atto di questo drammatico cambiamento di scenario e ha rifiutato di compiere l’unica mossa indispensabile se vuole continuare a giocare in Libia: un intervento diplomatico diretto sulla Russia (e sulla Turchia). Ma Di Maio –preso come è dalle grane interne al M5s– si guarda bene dal volare a Mosca e ad Ankara. Pure, vi sarebbe un ampio spazio di manovre diplomatica per il nostro Paese. Putin ed Erdogan, infatti, hanno ampiamente dimostrato in Siria che –pur con interessi a volte divergenti- sono in grado di mediare le proprie strategia. Sono in contatto telefonico sulla crisi libica e si apprestano ad un vertice l’8 gennaio. L’Italia ha (avrebbe) tutti i titoli per inserirsi in questa dinamica di trattativa su Tripoli. Ma dà segno di non essersi nemmeno accorta che la propria visione del conflitto è scaduta, che i vertici non servono a nulla quando è la forza delle armi che determina i rapporti di forza. Un esempio raro e drammatico di dilettantismo.

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

Haftar risponde a Erdogan: «In Libia è l’ora delle armi»

Il generale della Cirenaica reagisce all'ipotesi di un sostegno militare turco ad al Sarraj: «Il tempo dei colloqui diplomatici è finito». La Marina libica ha l'ordine di affondare le navi di Ankara.

Alle ipotesi interventiste del presidente turco Recep Tayyip Erdogan, il generale Khalifa Haftar ha risposto affermando che per la Tripoli delle milizie che appoggiano il premier Fayez al-Sarraj non c’è soluzione politica, ma solo militare: visto che Ankara sta per inviare i suoi blindati, è l’ora delle armi e non delle conferenze diplomatiche, a Berlino o altrove. E qualsiasi nave turca dovesse passare davanti a Bengasi per portare soldati in Libia verrà affondata. Haftar ha mandato avanti per dirlo il portavoce del sedicente Esercito nazionale libico (Lna), di cui è comandante generale: «Il tempo dei colloqui diplomatici è finito, ora è il tempo dei fucili», ha scandito Ahmed al-Mismari al megafono panarabo della tv al-Arabiya.

LA CONFERENZA DI BERLINO VERSO IL NAUFRAGIO

Un nuovo siluro contro i pazienti sforzi che la cancelleria tedesca sta profondendo per mettere attorno a un tavolo la comunità internazionale e soprattutto i Paesi (l’Onu ne conta una decina) che ingeriscono nella crisi libica rendendola ormai una classica guerra per procura. Del resto, come ribadito più volte da Mismari, è dall’inizio dell’attacco a Tripoli dell’aprile scorso che il generale considera solo l’opzione militare contro le milizie filo-Sarraj, ai suoi occhi «terroriste» nonostante il premier sia riconosciuto dall’Onu.

IL PORTAVOCE DI HAFTAR: «LA TURCHIA INVIA I BLINDATI»

Il portavoce ha rivelato di avere informazioni secondo le quali la Turchia si appresta ad inviare altri blindati in Libia facendoli atterrare all’aeroporto tripolino Mitiga che riapre proprio nelle prossime ore. E alimentando il clima di tensione, il capo di stato maggiore della Marina militare libica, l’ammiraglio Farag El Mahdawi, ha reso noto di avere in tasca l’ordine di Haftar di «affondare qualsiasi nave turca si avvicini all’area». Il fuoco verbale di sbarramento è una diretta risposta a Erdogan, impegnato assieme al Qatar nell’appoggio a Tripoli estendendo così in Nord Africa la faglia che lo contrappone al fronte egitto-saudita-emiratino alleato di Haftar.

ERDOGAN PRONTO A MANDARE TRUPPE SUL TERRENO

Il presidente turco martedì aveva dichiarato che «se la Libia ce lo chiedesse, saremmo pronti a mandare» truppe, come del resto già apertamente auspicato da Sarraj. La base dell’invio sono le controverse intese di «cooperazione militare e di sicurezza» marittima firmate a fine novembre da Erdogan a Istanbul assieme a Sarraj. «Non abbiamo condiviso gli accordi con la Turchia che, a nostro parere, non sono legittimi perché hanno definito limiti marittimi senza coinvolgere la Grecia. La priorità in Libia resta quella della stabilità», ha detto il ministro degli Esteri, Luigi Di Maio. E anche i vertici Ue, secondo indiscrezioni, si preparerebbero a dichiarare l’accordo Ankara-Tripoli contrario alle leggi internazionali. Nel complesso dunque nuova instabilità in un Paese che è l’imbuto della migrazione africana e che, come ha appena segnalato un rapporto dell’Onu, l’Isis ha dichiarato «uno dei principali assi» delle proprie operazioni future.

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

Perché le Presidenziali post Bouteflika in Algeria sono inutili

Elezioni il 12 dicembre, per volere del capo dell'esercito Salah. In corsa solo ex premier, ex ministri o politici parte dell’establishment. Le piazze rifiutano tutti i candidati e boicottano le urne. Ma ai giovani manifestanti pro-cambiamento manca un nuovo leader.

Un voto rimandato e infine imposto, forse l’ultimo colpo di coda dell’ancient regime algerino, di certo un punto interrogativo per tutti, fuori e dentro l’Algeria. La piazza non vuole le Presidenziali del 12 dicembre 2019 ma il pouvoir, il «potere» da spazzare via, le ha imposte entro la fine dell’anno. Così detta la Costituzione algerina, ma soprattutto così ha voluto il nuovo uomo forte, il capo di stato maggiore Ahmed Gaïd Salah.

IL POPOLO RIGETTA TUTTI E CINQUE I CANDIDATI

Dalle dimissioni dell’ex presidente ottuagenario Abdelaziz Bouteflika, destituito ad aprile dal generale Salah per «manifesta incapacità», entro 90 giorni doveva essere rieletto un capo dello Stato. A luglio il voto era stato annullato, mancando i candidati. Ma oltre l’anno non si può temporeggiare, poco importa se il fiume umano che dal 22 febbraio invade le strade dell’Algeria rigetti tutti i cinque candidati «del sistema, ex premier, ex ministri o oligarchi».

Algeria presidenziali proteste Bouteflika
Il candidato di punta delle Presidenziali in Algeria del 2019, l’ex premier Alis Benflis. (Getty)

L’IMBARAZZANTE 75ENNE BENFLIS

L’accoglienza dei comizi non è stata, per usare un eufemismo, calorosa. L’ex primo ministro (dal 2000 al 2003) Alis Benflis, 75enne naturalmente del Fronte di liberazione nazionale (Fln) di Bouteflika, suo avversario fantoccio delle Presidenziali, è il candidato di punta e tra i più imbarazzanti della rosa. Un insulto per il popolo dell’hirak, il «movimento» che chiede e pretende lo «smantellamento totale» dell’apparato di potere dell’Algeria. Il capo della campagna elettorale di Benflis nella regione della Cabilia, roccaforte delle contestazioni, si è dovuto dimettere su pressione dei familiari, per il timore di tumulti.

LE PIAZZE SEMI VUOTE PER L’EX PLURI MINISTRO

Abdelmadjid Tebboune, classe 1945, ex premier ed ex ministro praticamente di tutto, in politica dal 1975 e parente di Bouteflika, è il prediletto di Salah. E non lo aiuta: Tebboune ha dovuto cancellare il primo raduno perché la piazza era semi vuota, anche il suo manager ha mollato l’incarico.

L’ISLAMISTA MODERATO PRESO A UOVA E POMODORI

Peggio ancora è andata al candidato islamista Abdelkader Bengrina, un moderato intenzionato a rappresentare l’hirak. Meno organico, ma anche lui ex ministro, sebbene più di 20 anni fa, di un governo Bouteflika. Bengrina, 57 anni, ha promesso aiuti alle donne single e si era messo ad arringare sul cambiamento dalla piazza di Algeri delle proteste. Ma è dovuto scappare in auto, preso a uova e pomodori dai dimostranti che non lo ritengono una degna opposizione.

NON CONVINCE L’EX TITOLARE DELLA CULTURA

Alla vigilia del voto anche il Movimento della società per la pace, la maggiore rappresentanza degli islamisti nell’Algeria, ha preso le distanze da «tutti i candidati», appoggiando in linea di principio le Presidenziali ma «non in queste circostanze, senza consenso». Allo stesso modo, non convince l’ex ministro della Cultura Azzedine Mihoubi, 60 anni, già sottosegretario alla comunicazione, leader del Raggruppamento democratico nazionale (Rdn) alleato del Fln.

Algeria presidenziali proteste Bouteflika
Militari in pensione governativi manifestano ad Algeri per le Presidenziali del 2019. (Getty)

CAMPAGNA CONSIDERATA UNO SPRECO DI DENARO

Né si salva Abdelaziz Belaïd, 56enne leader del Fronte del futuro, piccolo partito considerato di sponda tattica del pouvoir. E certo Belaïd, che all’hirak assicura lotta alla corruzione, lo è stato di Bouteflika, come Benflis, alle passate Presidenziali. La società civile algerina è giovane, ostinatamente pacifica e molto consapevole dello status quo: considera la campagna «uno spreco di denaro» da parte di chi «non si è fatto ancora carico delle richieste popolari», cioè di un «vero ricambio», precondizione per «elezioni trasparenti e sane».

AI MANIFESTANTI PERÒ MANCA UN LEADER

Alle masse di manifestanti mancano però dei leader politici nuovi e preparati: dall’indipendenza il partito unico del Fln ha soffocato la fondazione di altri partiti che non fossero collaterali e funzionali al sistema. Agonizzante, come il malato Bouteflika, ma pronto anche alle Presidenziali del 2019 a giocare la carta della paura.

L’ESERCITO RESTA ARBITRO: E LA DEMOCRAZIA DOV’È?

Il potere fa leva sul bisogno di stabilità degli algerini. Si pone come rimedio al caos, lascia filtrare il rischio di disordini il giorno del voto, e intanto manda in piazza i supporter governativi. Le Presidenziali decise dal generale Salah, vice ministro della Difesa, 80enne, sono un banco di prova anche per la tenuta dell’hirak, forte ad aggirare le trappole ma continuamente insidiato. Finché l’esercito resterà arbitro autoritario della “transizione” non ci sarà democrazia in Algeria: gli arresti di questi mesi sono trasversali. Colpiscono imprenditori e funzionari corrotti del pouvoir, con retate a effetto, come esponenti della sinistra all’opposizione e dimostranti berberi per «attentato alla nazione». I cortei sono tollerati, ma i giornalisti intimiditi. I magistrati protestano contro le ingerenze, ma parte di loro sono complici. E se il voto boicottato per il presidente sarà un flop, per il pouvoir c’è sempre il secondo turno.

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it