Un crowdfunding per i lavoratori di Prato puniti col decreto Sicurezza

Manifestavano contro condizioni di lavoro insostenibili e sono stati multati per "blocco stradale". La campagna di InOltre ora vuole aiutarli a fronteggiare le spese.

A 21 dipendenti di Prato che avevano protestato contro un datore di lavoro che li teneva senza stipendio da sette mesi è stata inflitta una multa di 4 mila euro a testa. In applicazione del decreto Sicurezza di Matteo Salvini. Per aiutarli ad affrontare le spese, una raccolta di fondi è stata lanciata da InOltre Alternativa Progressista: gruppo di giovani del Pd che si definiscono “oltre tutte le correnti” e che con questa iniziativa vogliono attrarre l’attenzione sulla necessità di abolire il decreto. «Prima o poi sarebbe successo, l’abbiamo sempre saputo», dice il presidente di InOltre Giordano Bozzanca. «Anche stavolta il decreto Sicurezza non ci ha stupiti e ci ha dimostrato uno dei suoi tanti e cupi volti».

LAVORO IN NERO E TURNI DA 12 ORE

La vicenda risale allo scorso 16 ottobre e si riferisce alla Tintoria Superlativa, che ha sede in via Inghirami a Prato. Ventuno lavoratori pakistani della società avevano manifestato davanti alla sede, lamentando non solo il terribile ritardo nei pagamenti ma anche altre condizioni che il sindacato SI Cobas ha così riassunto: «Lavoro nero, turni di 12 ore per sette giorni la settimana, paghe di 1.000 euro, niente ferie, malattie o permessi». «Condizioni confermate dal controllo dell’Ispettorato Territoriale del Lavoro che per la terza volta in quattro anni procedeva alla sospensione dell’attività e all’apertura di un fascicolo presso la Procura della Repubblica per sfruttamento». Nel 2016 erano stati infatti trovati 21 lavoratori in nero. Nel 2018, 15 senza contratto regolare, di cui 10 irregolari costretti a vivere in condizioni igieniche di lavoro precarie. Il 10 luglio 2019 erano stati scoperti altri 15 lavoratori in nero.

L’IDENTIFICAZIONE DI 21 MANIFESTANTI E LA MULTA

La protesta era contro il mancato rispetto di un accordo «che avrebbe dovuto aprire un percorso di regolarizzazione in un contesto di gravissima illegalità imprenditoriale e sfruttamento della manodopera». Durante la manifestazione in strada un’auto travolse però alcuni operai in sciopero, e la sindacalista Sarah Caudiero rimase lievemente ferita a un piede. Ventuno presenti furono così identificati, e adesso sono stati multati per un “blocco stradale” che secondo il sindacato non c’era assolutamente. Per SI Cobas, «l’applicazione del Decreto Salvini contro le legittime proteste dei lavoratori è un campanello di allarme sullo stato di salute delle libertà democratiche sul nostro territorio. Ancora più grave che questo accada andando a sanzionare lavoratori in sciopero che non recepiscono retribuzioni da sette mesi e sono impegnati nella denuncia di situazioni gravissime di sfruttamento ed illegalità imprenditoriale che purtroppo contraddistinguono ancora il distretto pratese».

IL REATO DI BLOCCO STRADALE REINTRODOTTO COL DECRETO

Insomma, «si tratta della prima applicazione a livello nazionale dei nuovi strumenti di limitazione delle libertà democratiche introdotti dal decreto». In effetti il testo ha reintrodotto il reato di “blocco stradale”, che era stato depenalizzato nel 1999. Sono previste pene fino a sei anni di reclusione e l’estensione delle misure previste dal cosiddetto “Daspo urbano” per chiunque «ponga in essere condotte che limitano la libera accessibilità e fruizione» non solo di infrastrutture di trasporto ma anche di «aree destinate allo svolgimento di fiere, mercati e pubblici spettacoli, di zone di interesse turistico o di presidi sanitari». La Questura di Prato ha appunto interpretato come “blocco stradale” la manifestazione davanti ai cancelli dell’azienda. Secondo SI Cobas persone «fedeli all’azienda» avrebbero aggredito per tre volte i manifestanti con cric, spranghe di ferro e da ultimo con l’investimento della sindacalista. Infine i cancelli sono stati sgomberati dalla Polizia in assetto anti sommossa.

Alcuni fanno i crowdfunding per autopromuoversi, noi per cause sociali coerenti con i valori

Giordano Bozzanca, presidente di InOltre

La cosa ha provocato polemiche all’interno del Pd, con Matteo Orfini che via Facebook ha chiesto di abolire i Decreti Sicurezza e la sottosegretaria allo Sviluppo economico Alessia Morani che ha parlato di «vergogna». Ricordando di non aver mai cambiato idea sulla questione i giovani di InOltre annunciano un doppio impegno: «Da un lato continuando a chiedere l’abolizione dei Ds, mettendone in luce tutti i punti deboli e le norme ingiuste, come quella che ha colpito i lavoratori; dall’altra proponendo a tutta la comunità — pratese, toscana ed italiana — un crowfunding col quale raccogliere dei fondi da far pervenire direttamente ai 21 lavoratori, manifestando loro la nostra solidarietà ed il nostro aiuto nella loro lotta». «Alcuni fanno i crowdfunding per autopromuoversi», dice Bozzanca. «Noi per cause sociali coerenti con i valori».

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Un crowdfunding per i lavoratori di Prato puniti col decreto Sicurezza

Manifestavano contro condizioni di lavoro insostenibili e sono stati multati per "blocco stradale". La campagna di InOltre ora vuole aiutarli a fronteggiare le spese.

A 21 dipendenti di Prato che avevano protestato contro un datore di lavoro che li teneva senza stipendio da sette mesi è stata inflitta una multa di 4 mila euro a testa. In applicazione del decreto Sicurezza di Matteo Salvini. Per aiutarli ad affrontare le spese, una raccolta di fondi è stata lanciata da InOltre Alternativa Progressista: gruppo di giovani del Pd che si definiscono “oltre tutte le correnti” e che con questa iniziativa vogliono attrarre l’attenzione sulla necessità di abolire il decreto. «Prima o poi sarebbe successo, l’abbiamo sempre saputo», dice il presidente di InOltre Giordano Bozzanca. «Anche stavolta il decreto Sicurezza non ci ha stupiti e ci ha dimostrato uno dei suoi tanti e cupi volti».

LAVORO IN NERO E TURNI DA 12 ORE

La vicenda risale allo scorso 16 ottobre e si riferisce alla Tintoria Superlativa, che ha sede in via Inghirami a Prato. Ventuno lavoratori pakistani della società avevano manifestato davanti alla sede, lamentando non solo il terribile ritardo nei pagamenti ma anche altre condizioni che il sindacato SI Cobas ha così riassunto: «Lavoro nero, turni di 12 ore per sette giorni la settimana, paghe di 1.000 euro, niente ferie, malattie o permessi». «Condizioni confermate dal controllo dell’Ispettorato Territoriale del Lavoro che per la terza volta in quattro anni procedeva alla sospensione dell’attività e all’apertura di un fascicolo presso la Procura della Repubblica per sfruttamento». Nel 2016 erano stati infatti trovati 21 lavoratori in nero. Nel 2018, 15 senza contratto regolare, di cui 10 irregolari costretti a vivere in condizioni igieniche di lavoro precarie. Il 10 luglio 2019 erano stati scoperti altri 15 lavoratori in nero.

L’IDENTIFICAZIONE DI 21 MANIFESTANTI E LA MULTA

La protesta era contro il mancato rispetto di un accordo «che avrebbe dovuto aprire un percorso di regolarizzazione in un contesto di gravissima illegalità imprenditoriale e sfruttamento della manodopera». Durante la manifestazione in strada un’auto travolse però alcuni operai in sciopero, e la sindacalista Sarah Caudiero rimase lievemente ferita a un piede. Ventuno presenti furono così identificati, e adesso sono stati multati per un “blocco stradale” che secondo il sindacato non c’era assolutamente. Per SI Cobas, «l’applicazione del Decreto Salvini contro le legittime proteste dei lavoratori è un campanello di allarme sullo stato di salute delle libertà democratiche sul nostro territorio. Ancora più grave che questo accada andando a sanzionare lavoratori in sciopero che non recepiscono retribuzioni da sette mesi e sono impegnati nella denuncia di situazioni gravissime di sfruttamento ed illegalità imprenditoriale che purtroppo contraddistinguono ancora il distretto pratese».

IL REATO DI BLOCCO STRADALE REINTRODOTTO COL DECRETO

Insomma, «si tratta della prima applicazione a livello nazionale dei nuovi strumenti di limitazione delle libertà democratiche introdotti dal decreto». In effetti il testo ha reintrodotto il reato di “blocco stradale”, che era stato depenalizzato nel 1999. Sono previste pene fino a sei anni di reclusione e l’estensione delle misure previste dal cosiddetto “Daspo urbano” per chiunque «ponga in essere condotte che limitano la libera accessibilità e fruizione» non solo di infrastrutture di trasporto ma anche di «aree destinate allo svolgimento di fiere, mercati e pubblici spettacoli, di zone di interesse turistico o di presidi sanitari». La Questura di Prato ha appunto interpretato come “blocco stradale” la manifestazione davanti ai cancelli dell’azienda. Secondo SI Cobas persone «fedeli all’azienda» avrebbero aggredito per tre volte i manifestanti con cric, spranghe di ferro e da ultimo con l’investimento della sindacalista. Infine i cancelli sono stati sgomberati dalla Polizia in assetto anti sommossa.

Alcuni fanno i crowdfunding per autopromuoversi, noi per cause sociali coerenti con i valori

Giordano Bozzanca, presidente di InOltre

La cosa ha provocato polemiche all’interno del Pd, con Matteo Orfini che via Facebook ha chiesto di abolire i Decreti Sicurezza e la sottosegretaria allo Sviluppo economico Alessia Morani che ha parlato di «vergogna». Ricordando di non aver mai cambiato idea sulla questione i giovani di InOltre annunciano un doppio impegno: «Da un lato continuando a chiedere l’abolizione dei Ds, mettendone in luce tutti i punti deboli e le norme ingiuste, come quella che ha colpito i lavoratori; dall’altra proponendo a tutta la comunità — pratese, toscana ed italiana — un crowfunding col quale raccogliere dei fondi da far pervenire direttamente ai 21 lavoratori, manifestando loro la nostra solidarietà ed il nostro aiuto nella loro lotta». «Alcuni fanno i crowdfunding per autopromuoversi», dice Bozzanca. «Noi per cause sociali coerenti con i valori».

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Salgono a sette le vittime dell’incidente in valle Aurina

Morta in ospedale una ragazza di 21 anni. Restano ancora tre persone in terapia intensiva. Una è grave.

Sale a sette il conto delle vittime del terribile incidente accaduto la notte tra il 4 e il 5 gennaio a Lutago, in valle Aurina, dove un 27enne con un tasso alcolemico circa quattro volte superiore ai limiti di legge ha travolto un gruppo di turisti. È infatti deceduta alla clinica universitaria di Innsbruck, J.S.H. ragazza di 21 anni. La giovane era stata portata ancora di notte in gravissime condizioni con l’elisoccorso Aiut Alpin in Austria, oggi è deceduta per le ferite riportate nell’incidente. Altri tre restano in terapia intensiva, uno in pericolo di vita.

LECHNER: «VORREI ESSERE AL POSTO LORO»

«Vorrei essere io al posto di quei ragazzi», ha detto Stefan Lechner, l’automobilista 27enne che ha provocato l’incidente. A riferirne le parole è l’avvocato Alessandro Tonon. Il giovane ha anche raccontato di non essersi allontanato dal luogo dell’incidente. «È sceso dalla macchina e ha tentato di rianimare uno dei ragazzi e quando sono arrivati i carabinieri e andato da loro dicendo: ‘Sono stato io’», ha affermato Tonon.

TRASFERITO IN CARCERE

Lechner si trova in carcere a Bolzano. In un primo momento il giovane era stato ricoverato nel reparto di psichiatria dell’ospedale di Brunico. Il 27enne, hanno appurato le analisi, guidava con un tasso alcolemico di 1,97 grammi per litro, mentre il limite di legge è dello 0,5, quando la sua auto ha investito 17 persone che stavano attraversando la strada per raggiungere il loro albergo. I rilievi sono stati effettuati dai carabinieri e sul luogo dell’incidente si è recato anche il pm Axel Bisignano. «Sulla base della dinamica finora accertata è da ritenere che l’autovettura procedesse in eccesso di velocità», ha confermato in serata la procura di Bolzano

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Salgono a sette le vittime dell’incidente in valle Aurina

Morta in ospedale una ragazza di 21 anni. Restano ancora tre persone in terapia intensiva. Una è grave.

Sale a sette il conto delle vittime del terribile incidente accaduto la notte tra il 4 e il 5 gennaio a Lutago, in valle Aurina, dove un 27enne con un tasso alcolemico circa quattro volte superiore ai limiti di legge ha travolto un gruppo di turisti. È infatti deceduta alla clinica universitaria di Innsbruck, J.S.H. ragazza di 21 anni. La giovane era stata portata ancora di notte in gravissime condizioni con l’elisoccorso Aiut Alpin in Austria, oggi è deceduta per le ferite riportate nell’incidente. Altri tre restano in terapia intensiva, uno in pericolo di vita.

LECHNER: «VORREI ESSERE AL POSTO LORO»

«Vorrei essere io al posto di quei ragazzi», ha detto Stefan Lechner, l’automobilista 27enne che ha provocato l’incidente. A riferirne le parole è l’avvocato Alessandro Tonon. Il giovane ha anche raccontato di non essersi allontanato dal luogo dell’incidente. «È sceso dalla macchina e ha tentato di rianimare uno dei ragazzi e quando sono arrivati i carabinieri e andato da loro dicendo: ‘Sono stato io’», ha affermato Tonon.

TRASFERITO IN CARCERE

Lechner si trova in carcere a Bolzano. In un primo momento il giovane era stato ricoverato nel reparto di psichiatria dell’ospedale di Brunico. Il 27enne, hanno appurato le analisi, guidava con un tasso alcolemico di 1,97 grammi per litro, mentre il limite di legge è dello 0,5, quando la sua auto ha investito 17 persone che stavano attraversando la strada per raggiungere il loro albergo. I rilievi sono stati effettuati dai carabinieri e sul luogo dell’incidente si è recato anche il pm Axel Bisignano. «Sulla base della dinamica finora accertata è da ritenere che l’autovettura procedesse in eccesso di velocità», ha confermato in serata la procura di Bolzano

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Il senso di Rula Jebreal al Festival di Sanremo

Il veto Rai alla presenza della giornalista ha scatenato le polemiche. Ma cosa ci faceva la Jebreal in una kermesse canora? Quale sarebbe stato il suo ruolo? E in quanti si sono chiesti «che ci azzecca»?

Quando ha cominciato a montare – sui giornali e sui social – la polemica sulla partecipazione di Rula Jebreal al prossimo Festival di Sanremo, in non pochi ci siamo chiesti «che ci azzecca?», Che ci azzecca la polemica (con tutto quel che sta succedendo nel mondo), ma anche che ci azzecca Rula con il Festival.

CANTANTE O VALLETTA?

Rula cantante? Rula valletta? Non sembrerebbe il ruolo adatto per questa giornalista ormai di profilo internazionale, cittadina del mondo, consulente del presidente Macron per il gender gap, stabilmente insediata nell’élite intellettuale ed ebraica newyorchese, ma spesso di ritorno in Italia per partecipare a talk show televisivi in cui non le manda certo a dire.

PERCHÉ ACCETTARE?

Cioè, ancora prima di chiedersi perché è stata invitata, ci si domanda perché lei avrebbe accettato, con quale intento e con quale scopo. Tanto più che il direttore artistico del Festival, Amadeus, ha precisato in un’intervista a Repubblica che quello di Jebreal «non sarà un intervento politico, chi viene a Sanremo non farà politica. Non mi interessa». E allora, che cosa farà? Sfilerà indossando preziose creazioni degli stilisti Made in Italy? Presenterà le canzoni? Reciterà un monologo teatrale? Danzerà? Nemmeno il tempo di approfondire la questione, che già erano partiti i razzi della polemica, dopo la decisione dei vertici Rai di sospendere la firma del contratto e non confermare i voli per la discussa ospite.

LA POLITICA CHE SI DIVIDE

Da un lato, coloro che inneggiano alla decisione della Rai, contestando la Jebreal soprattutto per la veemenza con cui esprime le sue critiche a un’Italia gretta, razzista e fascisteggiante; dall’altra i suoi difensori, che sbandierando l’hashtag #iostoconRula denunciano censura e discriminazione contro la giornalista, segno della sottomissione della Rai alle volontà sovraniste e leghiste. «La Jebreal potrebbe essere incaricata a Sanremo di spiegarci quanto le facciamo schifo» (Daniele Capezzone). «Sarebbe “discriminazione di Stato” non dare a Rula Jebreal il palco dell’Ariston con i soldi degli italiani. Gli stessi italiani accusati dalla signora di essere fascisti, razzisti, impresentabili» (Daniela Santanché). Sul fronte opposto, soprattutto esponenti di Italia Viva, come per esempio Gennaro Migliore («L’estromissione di #RulaJebreal dal festival di Sanremo puzza lontano un miglio di epurazione sovranista») e Davide Faraone («Vergognoso che la Rai, la tv pubblica si pieghi al diktat di Salvini. Porterò il caso in vigilanza Rai. Non possiamo stare zitti»).

LA SOLIDARIETÀ FEMMINISTA

E naturalmente non manca la solidarietà femminile e femminista: «Si esclude un’ottima giornalista per le proteste dei sovranisti. Dimenticando che la presenza di Rula al Festival avrebbe dimostrato che le persone non si scelgono per il genere o per il colore della pelle, ma solo per competenza e professionalità», (Teresa Bellanova); «Se è vero che sulla decisione hanno pesato le polemiche scatenate sui social dai sovranisti allora non ci siamo. Il servizio pubblico deve valutare le competenze di una persona non piegarsi alla prepotenza di chi la insulta», (Laura Boldrini). Già, ma torniamo a bomba. Di quali competenze parliamo, nell’ambito del Festival di Sanremo?

UNA TOP TEN DI DONNE PER AMADEUS

Secondo le anticipazioni di Amadeus, Rula Jebreal avrebbe fatto parte di una top ten di donne che dovrebbero affiancarlo sul palco, donne speciali per meriti e talenti particolari, dunque rappresentative di un universo femminile positivo e vincente. Peccato che delle altre nove non si sia saputo nulla. Tranne di una, la co-conduttrice Diletta Leotta, indubbiamente una ragazza di successo. I cui meriti e talenti sono ben chiari nella mente e nelle fantasie di milioni di maschi italiani, che pur di accarezzarne le curve per tre o quattro serate, si beccherebbero pure le rampogne antirazziste della Jebreal, peraltro non meno bella e fascinosa della Leotta. Al limite, il sovranista toglierà l’audio, il democratico di sinistra posterà sui social #iostoconRula e qualcuno risponderà al volo «sì, ti piacerebbe».

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Il senso di Rula Jebreal al Festival di Sanremo

Il veto Rai alla presenza della giornalista ha scatenato le polemiche. Ma cosa ci faceva la Jebreal in una kermesse canora? Quale sarebbe stato il suo ruolo? E in quanti si sono chiesti «che ci azzecca»?

Quando ha cominciato a montare – sui giornali e sui social – la polemica sulla partecipazione di Rula Jebreal al prossimo Festival di Sanremo, in non pochi ci siamo chiesti «che ci azzecca?», Che ci azzecca la polemica (con tutto quel che sta succedendo nel mondo), ma anche che ci azzecca Rula con il Festival.

CANTANTE O VALLETTA?

Rula cantante? Rula valletta? Non sembrerebbe il ruolo adatto per questa giornalista ormai di profilo internazionale, cittadina del mondo, consulente del presidente Macron per il gender gap, stabilmente insediata nell’élite intellettuale ed ebraica newyorchese, ma spesso di ritorno in Italia per partecipare a talk show televisivi in cui non le manda certo a dire.

PERCHÉ ACCETTARE?

Cioè, ancora prima di chiedersi perché è stata invitata, ci si domanda perché lei avrebbe accettato, con quale intento e con quale scopo. Tanto più che il direttore artistico del Festival, Amadeus, ha precisato in un’intervista a Repubblica che quello di Jebreal «non sarà un intervento politico, chi viene a Sanremo non farà politica. Non mi interessa». E allora, che cosa farà? Sfilerà indossando preziose creazioni degli stilisti Made in Italy? Presenterà le canzoni? Reciterà un monologo teatrale? Danzerà? Nemmeno il tempo di approfondire la questione, che già erano partiti i razzi della polemica, dopo la decisione dei vertici Rai di sospendere la firma del contratto e non confermare i voli per la discussa ospite.

LA POLITICA CHE SI DIVIDE

Da un lato, coloro che inneggiano alla decisione della Rai, contestando la Jebreal soprattutto per la veemenza con cui esprime le sue critiche a un’Italia gretta, razzista e fascisteggiante; dall’altra i suoi difensori, che sbandierando l’hashtag #iostoconRula denunciano censura e discriminazione contro la giornalista, segno della sottomissione della Rai alle volontà sovraniste e leghiste. «La Jebreal potrebbe essere incaricata a Sanremo di spiegarci quanto le facciamo schifo» (Daniele Capezzone). «Sarebbe “discriminazione di Stato” non dare a Rula Jebreal il palco dell’Ariston con i soldi degli italiani. Gli stessi italiani accusati dalla signora di essere fascisti, razzisti, impresentabili» (Daniela Santanché). Sul fronte opposto, soprattutto esponenti di Italia Viva, come per esempio Gennaro Migliore («L’estromissione di #RulaJebreal dal festival di Sanremo puzza lontano un miglio di epurazione sovranista») e Davide Faraone («Vergognoso che la Rai, la tv pubblica si pieghi al diktat di Salvini. Porterò il caso in vigilanza Rai. Non possiamo stare zitti»).

LA SOLIDARIETÀ FEMMINISTA

E naturalmente non manca la solidarietà femminile e femminista: «Si esclude un’ottima giornalista per le proteste dei sovranisti. Dimenticando che la presenza di Rula al Festival avrebbe dimostrato che le persone non si scelgono per il genere o per il colore della pelle, ma solo per competenza e professionalità», (Teresa Bellanova); «Se è vero che sulla decisione hanno pesato le polemiche scatenate sui social dai sovranisti allora non ci siamo. Il servizio pubblico deve valutare le competenze di una persona non piegarsi alla prepotenza di chi la insulta», (Laura Boldrini). Già, ma torniamo a bomba. Di quali competenze parliamo, nell’ambito del Festival di Sanremo?

UNA TOP TEN DI DONNE PER AMADEUS

Secondo le anticipazioni di Amadeus, Rula Jebreal avrebbe fatto parte di una top ten di donne che dovrebbero affiancarlo sul palco, donne speciali per meriti e talenti particolari, dunque rappresentative di un universo femminile positivo e vincente. Peccato che delle altre nove non si sia saputo nulla. Tranne di una, la co-conduttrice Diletta Leotta, indubbiamente una ragazza di successo. I cui meriti e talenti sono ben chiari nella mente e nelle fantasie di milioni di maschi italiani, che pur di accarezzarne le curve per tre o quattro serate, si beccherebbero pure le rampogne antirazziste della Jebreal, peraltro non meno bella e fascinosa della Leotta. Al limite, il sovranista toglierà l’audio, il democratico di sinistra posterà sui social #iostoconRula e qualcuno risponderà al volo «sì, ti piacerebbe».

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Investe l’uomo che aveva rubato il cellulare al figlio

Dopo una serie di discussioni lo insegue e lo travolge con la sua Jeep. Accusato di omicidio volontario aggravato.

L’accusa è quella di omicidio volontario aggravato. Un operaio 44enne di Imola ha investito con l’auto e ucciso un marocchino 34enne, regolarmente residente in Italia, con cui aveva litigato nei primi giorni del 2020 per un cellulare rubato a suo figlio. Il fatto è successo verso le 22.30 in via Mameli e l’uomo si è costituito al commissariato di polizia poco dopo, dicendo però che non voleva investire la vittima.

FURTO E LITE

L’arresto è stato deciso in coordinamento con il pm di turno, Anna Cecilia Sessa, anche alla luce del pregresso tra i due. Tutto nasceva, appunto, da una diatriba per un cellulare rubato al figlio dell’italiano, residente a Imola. Due giorni prima c’era stata una lite finita con un’aggressione e una denuncia per lesioni.

INVESTITO IN UNA STRADA STRETTA

Il giovane è stato investito da una Jeep in una strada stretta, senza marciapiedi. Poco prima erano arrivate segnalazioni alla polizia di una macchina che girava per Imola a forte velocità. Secondo quanto raccontato dall’operaio, il 5 gennaio il giovane avrebbe di nuovo incontrato e minacciato suo figlio. Così lui avrebbe deciso di andare a cercarlo, inseguendolo in auto e colpendolo in via Mameli. Agli agenti che lo interrogavano ha detto che voleva soltanto sbarrare la strada al 34enne per affrontarlo faccia a faccia. Il 7 gennaio potrebbero essere disposte un’autopsia e una perizia cinematica sul luogo dell’incidente.

LA LINEA DELL’AVVOCATO

«Io credo che il mio assistito abbia collaborato fin da subito, ha chiamato il 118 ed è andato a costituirsi in commissariato», ha detto Luca Sebastiani, avvocato dell’accusato. «Ha avuto un comportamento corretto, è distrutto e pentito per quanto è successo, non voleva ucciderlo. La sua è stata la reazione di un padre dopo che il figlio era stato nuovamente minacciato di morte. Mi auguro che la procura valuti questi elementi. È un epilogo che non doveva accadere».

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Investe l’uomo che aveva rubato il cellulare al figlio

Dopo una serie di discussioni lo insegue e lo travolge con la sua Jeep. Accusato di omicidio volontario aggravato.

L’accusa è quella di omicidio volontario aggravato. Un operaio 44enne di Imola ha investito con l’auto e ucciso un marocchino 34enne, regolarmente residente in Italia, con cui aveva litigato nei primi giorni del 2020 per un cellulare rubato a suo figlio. Il fatto è successo verso le 22.30 in via Mameli e l’uomo si è costituito al commissariato di polizia poco dopo, dicendo però che non voleva investire la vittima.

FURTO E LITE

L’arresto è stato deciso in coordinamento con il pm di turno, Anna Cecilia Sessa, anche alla luce del pregresso tra i due. Tutto nasceva, appunto, da una diatriba per un cellulare rubato al figlio dell’italiano, residente a Imola. Due giorni prima c’era stata una lite finita con un’aggressione e una denuncia per lesioni.

INVESTITO IN UNA STRADA STRETTA

Il giovane è stato investito da una Jeep in una strada stretta, senza marciapiedi. Poco prima erano arrivate segnalazioni alla polizia di una macchina che girava per Imola a forte velocità. Secondo quanto raccontato dall’operaio, il 5 gennaio il giovane avrebbe di nuovo incontrato e minacciato suo figlio. Così lui avrebbe deciso di andare a cercarlo, inseguendolo in auto e colpendolo in via Mameli. Agli agenti che lo interrogavano ha detto che voleva soltanto sbarrare la strada al 34enne per affrontarlo faccia a faccia. Il 7 gennaio potrebbero essere disposte un’autopsia e una perizia cinematica sul luogo dell’incidente.

LA LINEA DELL’AVVOCATO

«Io credo che il mio assistito abbia collaborato fin da subito, ha chiamato il 118 ed è andato a costituirsi in commissariato», ha detto Luca Sebastiani, avvocato dell’accusato. «Ha avuto un comportamento corretto, è distrutto e pentito per quanto è successo, non voleva ucciderlo. La sua è stata la reazione di un padre dopo che il figlio era stato nuovamente minacciato di morte. Mi auguro che la procura valuti questi elementi. È un epilogo che non doveva accadere».

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A Napoli dei ragazzi hanno sequestrato un’ambulanza

Saliti sul mezzo, hanno costretto il personale a soccorrere un amico con una banale distorsione al ginocchio.

L’amico aveva una distorsione al ginocchio, e loro per soccorrerlo hanno deciso di sequestrare un’ambulanza e gli operatori sanitari del 118 al suo interno, ferma all’ospedale Loreto Mare di Napoli. «Oggi pomeriggio la postazione 118 della Stazione Centrale», si legge in un post dell’associazione Nessuno tocchi Ipocrate, «si trovava al Loreto mare per un intervento, improvvisamente nel pronto soccorso entra un gruppo di ragazzi che prende di forza l’equipaggio e li costringe a salire in ambulanza. Con 3 di questi individui a bordo (e sotto minaccia) l’equipaggio si dirige verso il quartiere denominato ‘case nuove’ retrostante al Loreto Mare…….il mezzo giunge sul posto e da subito viene circondato da una orda di astanti inferociti che incominciano a ricoprire d’insulti i sanitari». Nonostante lo sgomento, il gesto disperato dei ragazzi aveva fatto pensare al medico di servizio che si trattasse di un’emergenza, e invece «con sommo stupore, trova un ragazzino 16enne con distorsione al ginocchio! Con grande difficoltà il medico riesce a valutare la situazione che si presenta di lieve entità. Nonostante ciò l’equipaggio viene intimato, con minacce, a trasportare il giovane in ospedale».

«SERVONO LE TELECAMERE»

Si tratta della quinta aggressione a Napoli dall’inizio del 2020. «Quanto accaduto è un fatto di una gravità inaudita che supera ogni possibile scenario immaginabile», ha commentato Ciro Verdoliva, dg dell’ASL Napoli 1 Centro, «siamo a un punto di non ritorno, non possiamo perdere neanche un minuto, noi stessi accelereremo sulle telecamere a bordo ambulanza e anche a ‘bordo uomo’». Verdoliva ha parlato di sequestro di persona e interruzione di pubblico servizio. «Che fossimo in ‘guerra’ lo si era capito sin dal primo giorno», ha proseguito, «ma non non arretreremo di un millimetro: non possiamo cedere a comportamenti delinquenziali che non devono caratterizzare Napoli, noi siamo di più, molti di più. Aspettiamo che il governo porti a termine l’iter per la promulgazione delle proposte di legge impantanate. Prosegue a passo spedito la procedura di installazione di telecamere a bordo dei mezzi».

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Le minacce dell’Iran agli Usa durante i funerali di Soleimani

Milioni di persone in strada. Per dare l’ultimo saluto al generale Qassem Soleimani, per invocare giustizia e vendetta, per gridare..

Milioni di persone in strada. Per dare l’ultimo saluto al generale Qassem Soleimani, per invocare giustizia e vendetta, per gridare ancora una volta «morte all’America». Mentre il corteo funebre del comandante delle forze Quds raggiungeva Teheran, la capitale si riempiva di una folla eterogena, fatta di radicali e moderati, uniti per una volta nel dolore e nel rancore. Presenti anche esponenti di Hamas e della Jihad islamica, insieme all’ayatollah Ali Khamenei, guida Suprema dell’Iran, che in lacrime sul feretro del suo comandante ha guidato la preghiera.

La folla ha chiesto vendetta, sventolando immagini di Soleimani e del vice capo di Hash al-Shaabi, Abu Mahdi al-Muhandis, gridando slogan contro gli Stati Uniti, la Gran Bretagna e Israele. Soleimani era una figura che metteva d’accordo tutti, in Iran, e anche da morto continua a compattare il popolo, sebbene non manchino ancora le voci critiche nei suoi confronti. L’effigie del presidente Donald Trump è stata esposta in Enghelab Street con una corda al collo. Secondo Zeniab, figlia di Soleimani, le famiglie dei soldati statunitensi di stanza in Medio Oriente «dovrebbero aspettarsi la morte dei loro figli». Ali Akbar Vlayati, consigliere di Khamenei, ha promesso «un altro Vietnam» agli americani nel caso in cui non dovessero ritirare le loro forze dalla regione, confermando che «nonostante le vanterie dell’ignorante presidente degli Stati Uniti, l’Iran intraprenderà un’azione di ritorsione contro la stupida mossa degli americani che li farà pentire».

UNA LISTA COI PROSSIMI OBIETTIVI

Dopo i primi raid contro obiettivi americani in Iraq e il voto del parlamento di Baghdad a favore dell’espulsione delle truppe americane dal territorio nazionale, la preoccupazione a livello internazionale resta altissima. Il tabloid israeliano Yediot Ahronot ha pubblicato una lista delle più significative eliminazioni avvenute nella Regione negli ultimi anni, accompagnandola a un’altra coi nomi di chi potrebbe seguire il destino di Soleimani. Tra questi ultimi figurano Hassan Nasrallah (Hezbollah), Sallah al-Aruri e Mohammed Deif (Hamas), Ziad Nakhale (leader della Jihad islamica). Una lista che continua a gettare benzina sul fuoco dopo le minacce di Trump di colpire 52 siti in Iran.

ISRAELE CONVOCA IL CONSIGLIO DI SICUREZZA

Il premier israeliano Benyamin Netanyahu ha convocato il Consiglio di difesa del governo per il pomeriggio del 6 gennaio, allo scopo di esaminare le ripercussioni dell’uccisione di Soleimani, mentre dall’Iran sono giunte negli ultimi giorni alcune minacce di ritorsione nei confronti di Israele. Di fronte alla delicatezza del momento, Netanyahu ha ordinato ai ministri di non esprimersi sugli ultimi sviluppi in Iran. Ma è stato lui stesso, nella seduta settimanale di governo tenutasi il 5 gennaio, a lodare Trump «per aver agito con determinazione, potenza e velocità» in questo frangente. Intanto ai confini Nord e Sud di Israele l’esercito mantiene uno stato di vigilanza, anche se negli insediamenti civili di frontiera la vita prosegue normalmente.

CONTE: «SERVE UN’AZIONE EUROPEA»

Il presidente del Consiglio italiano Giuseppe Conte, intervistato da Repubblica, ha invocato un intervento comune europeo nella vicenda: «La nostra attenzione deve essere concentrata a evitare un’ulteriore escalation, che rischierebbe di superare un punto di non ritorno». Secondo Conte «è prioritario promuovere un’azione europea forte e coesa per richiamare tutti a moderazione e responsabilità, pur nella comprensione delle esigenze di sicurezza dei nostri alleati». E sui militari italiani nella regione, ha affermato che svolgono una funzione essenziale: «Faremo il possibile per garantirne la sicurezza». Posizione critica quella assunta dal governo tedesco nei confronti di Trump. Le sue minacce, dicono da Berlino, «non sono di grande aiuto».

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