Col flight shaming se voli low cost sei il nuovo untore

Nel 2020 arriva un'ondata di puritanesimo ambientale: viaggiate meno, solo se necessario. Da Greta in giù, i Paesi scandinavi sono pronti a sensibilizzarci. E giudicarci. Così sentiremo molto parlare delle "impronte" che ognuno di noi lascia sulla Terra.

Anno nuovo, nuova vergogna. Credevate che quattro foto di modelle plus size avessero cancellato il body shaming, vergogna del 2019, e che per questo non ne sentiate più parlare? Macché, il bullismo contro l’estetica e il peso ponderale dei nostri simili è solo passato di moda; un argomento noioso, e se nella vostra taglia 50 non vi sentite a vostro agio sono affari vostri. Nel 2020 il comportamento scorrettissimo da non tenere, quello per il quale tutti verremo guardati male e compatiti, è il volo aereo. Il flight shaming.

SIETE DEGLI ORRENDI INQUINATORI

Siete fra quelli che 20 anni fa hanno benedetto l’avvento dei voli low cost e vi sottoponete al rito del solo-bagaglio-a-mano e ginocchia-in-bocca-causa-mancanza-di-spazio pur di trascorrere almeno due weekend al mese in una capitale europea a 40 euro? Siete degli orrendi inquinatori, esattamente come gli acquirenti compulsivi di moda low cost, il famoso fast fashion che non sa più come uscire dall’aura negativa che ormai lo circonda, schiacciato dallo stesso modello di business che l’ha lanciato. Comprate meno, comprate meglio; viaggiate meno, viaggiate solo se necessario.

RECUPERA CONSENSO IL TRASPORTO SU ROTAIA

Verrete giustificati, parzialmente, solo se salirete su un aereo per lavoro e sarete in grado di dimostrarlo: in caso contrario, tenetevi pronti ad acquistare ricchi carnet ferroviari e a esibirli non solo al controllore. Se muoversi e viaggiare è necessario, il trasporto su rotaia, il meno inquinante ancorché in Val di Susa la pensino diversamente, sta infatti recuperando quota e consensi ovunque. Di sicuro, le istituzioni nazionali non hanno pensato a questo specifico punto quando hanno ipotizzato l’acquisizione di Alitalia da parte di Ferrovie, ma dovrebbero farlo: il capitale di immagine delle seconde è destinato ad aumentare vertiginosamente, mentre quello delle compagnie aeree a declinare, anno dopo anno.

DISAPPROVAZIONE ANCHE DA PARTE DEGLI AMICI

«Nei prossimi 10 anni viaggeremo di meno», ha dichiarato al Guardian la più famosa delle analiste predittive, Li Edelkoort, segnalando che nei Paesi scandinavi, molti fra i ricchissimi hanno venduto le proprie case Oltreoceano, nei Caraibi e nelle Bahamas, perché non riuscivano a sostenere la disapprovazione dei propri amici. Sul New Yorker, una delle eredi dell’impero Disney ha raccontato di aver smesso di volare sul Boeing 737 Max di famiglia (sic) perché, mentre si allacciava la cintura «attorno al letto queen size» per un volo Los AngelesNew York in cui viaggiava da sola, si era resa conto del footprint che stava lasciando e non è riuscita a chiudere occhio.

E VOI CHE IMPRONTA LASCIATE SULLA TERRA?

Il tema di cui sentirete parlare ad libitum quest’anno è proprio il footprint, cioè l’impronta che lasciamo sulla Terra con le nostre attività ma, in realtà, anche con la nostra stessa esistenza: per produrre emissioni nocive al Pianeta non abbiamo nemmeno bisogno di salire sull’auto, come sanno tante aziende di moda che hanno preso l’abitudine di piantare un albero per ogni invitato a un qualsiasi evento che abbia comportato spostamenti ed emissioni di gas. In realtà, ci basta respirare. Tutti siamo emettitori costanti di emissioni nocive, produciamo il nostro personale Co2 (tante mogli direbbero che i loro mariti producono un Co2 speciale, particolarmente tossico, ogni sera sotto le coperte, ma lasciamo stare).

NUOVA TENDENZA DI ORIGINE SCANDINAVA

Dunque, in questa nuova ondata di puritanesimo ambientale che, per ragioni soprattutto storiche e filosofiche è guidato dai Paesi scandinavi e di cui Greta Thunberg è l’esponente più famoso, ma non certo l’unico, la bicicletta, il trasporto pubblico (purché funzionante, Roma al momento può dirsi ancora esentata), il car sharing e il turismo modello “mogli-e-buoi-dei-paesi-tuoi” saranno la grande tendenza degli anni a venire. Quando penso che, un paio di anni fa, dissi allo studente finlandese che si lamentava dello smog e della confusione di Roma senza riuscire ad apprezzarne la straordinaria ricchezza artistica di tornarsene pure nelle foreste di abeti di cui tanto sentiva la mancanza, non avevo capito di avere di fronte il nuovo Savonarola.

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Gli ostacoli sulla strada del disgelo tra Russia e Ucraina

I segnali positivi non mancano. E il 2020 può portare a un riavvicinamento. Ma la pacificazione resta lontana. Dalla questione del gas allo scambio di prigionieri: perché non bisogna essere (troppo) ottimisti.

Il 2019 si è concluso tra Russia e Ucraina con alcuni segnali positivi, che pur non riavvicinando i due paesi – in rotta di collisione dopo il regime change a Kiev, l’annessione della Crimea e l’avvio della guerra nel Donbass – hanno evitato di allargare il fossato in un momento in cui si poteva aprire una voragine e inghiottire ogni speranza di riposizione di un duello che caratterizzerà non solo l’anno appena iniziato, ma l’intero decennio.

IL CONTRATTO SUL GAS NON RISOLVE TUTTI I PROBLEMI

In primo luogo la questione del gas: dal primo gennaio è in vigore il nuovo contratto tra Mosca e Kiev, firmato in zona Cesarini, che evita un’ennesima guerra energetica e le prevedibili conseguenze per mezza Europa. In sostanza però è stata messa solo una pezza temporanea, valida per i prossimi cinque anni, e al di là dei dettagli (ripianamento dei debiti di Gazprom, riduzione del transito e ridefinzione delle tariffe) è evidente che si tratta solamente di una tregua che non appiana certo le contraddizioni di fondo. In attesa di vedere come andrà a finire il caso Nordstream 2, il progetto russo-tedesco per aggirare Europa centrale e Ucraina, che a causa delle sanzioni americane è bloccato. La partenza sarà ritardata, ma da quando potrà funzionare a pieno regime è ancora un’incognita.

IL DONBASS E LE RESISTENZE DEI FALCHI

In secondo luogo la questione del Donbass: a fine anno si è svolto lo scambio di prigionieri, concordato il 9 dicembre nel vertice di Parigi, in cui si sono incontrati per la prima volta faccia a faccia il presidente ucraino Volodymir Zelensky e quello russo Vladimir Putin. Non è stato semplice, viste soprattutto le resistenze dei falchi ucraini – l’ala radicale nazionalista composta in parlamento dal partito dall’ex presidente Petro Poroshenko e fuori dal variegato spettro della destra radicale e paramilitare – nel rilasciare alcuni membri delle forze speciali Berkut in carcere con l’accusa di aver partecipato al massacro di Maidan nel febbraio del 2014. Se alla fine l’ha spuntata la diplomazia e la volontà di dare uno slancio al processo di pace da troppo tempo in stallo, in realtà c’è poco da sorridere. Già negli accordi di Minsk firmati nel 2015 era in programma lo scambio totale di prigionieri: è arrivato con quasi cinque anni di ritardo e non si sa nemmeno se sia stato davvero completo. Fonti ucraine hanno parlato ancora di decine se non centinaia di persone rinchiuse nelle carceri delle repubbliche ribelli di Donetsk e Lugansk.

Il nodo principale rimane quello del voto nel Donbass, con tempistica e modalità che non solo non sono state chiarite, ma che guardando le differenti posizioni di Russia e Ucraina, rimangono un’utopia

Nel summit di Parigi è stata inoltre accennata una road map per intensificare nei prossimi mesi il processo di pacificazione, dalla demilitarizzazione della linea di contatto fino alle elezioni locali nel Donbass. Anche in questo caso non si tratta altro che di indicazioni riprese dagli accordi di Mnsk che sino ad oggi nessuno, da Mosca a Kiev passando per i leader separatisti che sottostanno in parte agli ordini di Putin e in parte giocano la loro partita, ha voluto veramente rispettare. Ad aprile è previsto un nuovo incontro in formato normanno (Putin, Zelensky e i due arbitri Angela Merkel ed Emmanuel Macron), ma le speranze che qualcosa cambi davvero sono al minimo. Il nodo principale rimane quello del voto nel Donbass, con tempistica e modalità che non solo non sono state chiarite, ma che guardando le differenti posizioni di Russia e Ucraina, rimangono un’utopia. Se a questo si aggiunge il fatto che il cessate il fuoco è tutt’altro che duraturo e il conflitto continua sottotraccia, con il numero dei morti che ha già oltrepassato le 13 mila unità, non è difficile intuire che l’ottimismo è fuori luogo.

A DETTARE LE REGOLE RIMANE IL CREMLINO

È vero comunque che qualcosa si è mosso, soprattutto sul versante ucraino, dopo l’elezione alla Bankova di Zelensky. Il nuovo presidente, sebbene continui sostanzialmente il corso del suo predecessore Poroshenko, ha aperto un minimo dialogo con Putin che si è mostrato più disposto all’ascolto. Zelensky è stato eletto a furor di popolo con la promessa di mettere la parola fine alla guerra ed è disposto a più compromessi rispetto a Poroshenko. A dettare le regole rimane comunque il Cremlino: la soluzione definitiva per il Donbass rimane lontana e i rapporti tra le due ex repubbliche sovietiche non potranno certo più tornare quelli di prima. Kiev ha scelto di stare sotto l’ombrello occidentale, con gli Stati Uniti a fare da guardaspalla, e Mosca farà sempre fatica ad accettarlo, tentando in ogni modo di condizionare il vicino, con cui i rapporti rimangono, anche solo per ragioni geografiche. L’Ucraina resta spaccata, tra il centro e le regioni dell’Ovest che tendono verso l’Europa e quelle orientali verso la Russia. Se alla guerra non verrà davvero posta la parola fine, il rischio è che il paese si possa ancora lacerare.

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