Grillo torna a sfidare Conte: cosa c’è dietro la mossa del garante

Nei corridoi di Montecitorio e nelle chat riservate dei parlamentari pentastellati, l’aria è pesante. Non si tratta più dei soliti malumori fisiologici di un partito che cerca di trovare la sua identità tra le pieghe del centrosinistra. Questa volta, la sensazione diffusa tra i peones e i vertici è quella di una resa dei conti finale. Il Movimento 5 stelle, o ciò che ne resta dopo anni di mutazioni genetiche, rischia di implodere, proprio mentre il suo leader, suonando la carica delle primarie, ha lanciato l’attacco alla leadership del cosiddetto campo largo. Fronte che cerca faticosamente di compattarsi contro il governo Meloni, indebolito da vizi privati e pubbliche leggerezze (ultimo in ordine di tempo l’affaire tra il ministro Piantedosi e la giornalista Claudia Conte).

Grillo torna a sfidare Conte: cosa c’è dietro la mossa del garante
Giuseppe Conte (Imagoeconomica).

Grillo vuole riprendersi nome e simbolo

Al centro della tempesta perfetta c’è lui, il fondatore, il Garante che ha deciso di smettere i panni del padre nobile per indossare quelli dell’avvocato divorzista. Beppe Grillo ha rotto gli indugi e ha notificato un atto di citazione al tribunale di Roma contro il M5s guidato da Giuseppe Conte. L’obiettivo è chiaro e letale: riprendersi il nome e il simbolo. Secondo la tesi dei legali del comico genovese, l’associazione romana presieduta dall’ex premier avrebbe i simboli solo «in uso», mentre la titolarità esclusiva resterebbe in capo all’associazione originaria di Genova. La prima udienza è fissata per luglio 2026, ma gli effetti politici di questa mossa sono già deflagranti. Dal quartier generale contiano, l’iniziativa è stata bollata come «assurda e temeraria», ma dietro le quinte la preoccupazione è palpabile. L’ex ministro Alfonso Bonafede, da tempo nei box a scaldare i motori e tornato di recente in tv, è descritto da chi lo frequenta particolarmente inquieto. Ma non è il solo. La fronda interna dei delusi rischia di trasformarsi nell’ennesima mina sulla strada di Conte verso Palazzo Chigi.

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Beppe Grillo (Imagoeconomica).

Conte rischia di ritrovarsi alla guida di un partito sfilacciato

Il piglio padronale contestato a Grillo è, di fatto, la caratteristica principale del presidente Conte abituato da sempre a fare da solo, a non ascoltare consigli e a vivere le critiche come offese personali. Nonostante i cambi al vertice del direttivo al Senato, ad esempio, tutto è rimasto fermo, complice anche il terremoto da referendum, scatenando numerosi maldipancia. La nuova legge elettorale, se si farà, inoltre, metterebbe a rischio candidature date per scontate con rising star che scalpitano e pronte a fare carte false pur di trovare la casella giusta nelle liste per le prossime elezioni. In questo quadro, se Grillo dovesse vincere, Conte si ritroverebbe alla guida di un partito sfilacciato, scontento senza simbolo e senza storia.

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Giuseppe Conte con Beppe Grillo (Imagoeconomica).

L’attivismo sospetto dell’ortodossa Raggi

In uno scenario da “muoia Sansone con tutti i Filistei”, si inserisce poi l’insolito e rumoroso attivismo di Virginia Raggi. L’ex sindaca di Roma, da sempre considerata la “guerriera” prediletta di Grillo, è tornata sotto i riflettori. Le sue recenti apparizioni televisive e le battaglie legali annunciate contro il termovalorizzatore della Capitale non sono iniziative isolate, ma tasselli di una strategia più ampia. Raggi rema apertamente contro l’alleanza strutturale con il Partito democratico e contro l’amministrazione Gualtieri, incarnando l’anima ortodossa del Movimento che non ha mai digerito la svolta istituzionale e progressista impressa da Conte. Il suo posizionamento sembra mandare un segnale: se Grillo dovesse riprendersi il simbolo, Raggi sarebbe in pole position per guidare la “nuova-vecchia” creatura politica. Anche se lei stessa ha provato a frenare i retroscena: «Invenzioni! È il solito tentativo di fare del male a me e al M5s».

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Virginia Raggi (Imagoeconomica).

Dibba con la sua Schierarsi potrebbe tornare in gioco

L’offensiva legale di Grillo comunque ha risvegliato le aspirazioni sopite di un intero esercito di ex parlamentari, espulsi o giubilati dalla ferrea regola del doppio mandato. Per molti di loro, rimasti ai margini della politica attiva ma ancora influenti sui territori, la mossa del fondatore rappresenta l’ultima, insperata occasione per tornare in gioco. Le chat degli “ex” sono in fermento, animate dalla speranza di una restaurazione che spazzi via la classe dirigente contiana, accusata di aver trasformato il Movimento in un partito tradizionale, prono alle logiche di coalizione. A catalizzare questo malcontento c’è un altro convitato di pietra: Alessandro Di Battista.

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Alessandro Di Battista (Imagoeconomica).

L’ex “pasionario”, da anni lontano dalle istituzioni ma mai davvero uscito dai radar politici, sta pianificando il suo rientro nell’agone. Attraverso la sua associazione Schierarsi, Di Battista sta sondando il terreno con un tour nelle piazze italiane, valutando una discesa in campo ufficiale prevista per l’autunno del 2026. Il suo obiettivo è intercettare non solo i delusi della gestione Conte, ma anche quell’elettorato anti-sistema che il M5S delle origini sapeva mobilitare. Un asse Grillo-Di Battista, magari benedetto da figure simbolo come Nino Di Matteo, è l’incubo peggiore per i vertici attuali del Movimento.

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Virginia Raggi, Nino Di Matteo e di spalle Marco Travaglio (Imagoeconomica).

Le fibrillazioni interne al M5s inquietano il Pd

Le ripercussioni di questo scontro fratricida si abbattono inevitabilmente sul campo largo. L’alleanza con il Partito democratico di Elly Schlein, già messa a dura prova dalle differenze programmatiche e dalle tensioni locali, senza contare l’imbarazzo per la vicinanza tra Conte e l’emissario trumpiano in Italia Paolo Zampolli, rischia di implodere sotto il peso delle beghe interne ai cinque stelle. Sebbene le opposizioni abbiano recentemente trovato una fragile unità nel sostenere il No al referendum sulla giustizia, la prospettiva di un M5s spaccato in due, con un’ala ortodossa pronta a sabotare ogni accordo con i dem, terrorizza il Nazareno (e fa contenti i riformisti). Conte, che ha sempre rivendicato il ruolo di federatore progressista, si trova ora a dover difendere la sua leadership e la sopravvivenza stessa del suo progetto politico.

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Giuseppe Conte con Elly Schlein (Imagoeconomica).

La partita è appena iniziata, ma i pezzi sulla scacchiera si muovono velocemente. Da una parte l’Avvocato del Popolo, arroccato nella difesa di un partito che ha plasmato a sua immagine; dall’altra il Garante, pronto a distruggere la sua creatura pur di non vederla snaturata, affiancato dai reduci della prima ora. In mezzo, un elettorato disorientato e un centrosinistra che guarda con apprensione a una faida che potrebbe regalare al centrodestra un’ipoteca definitiva sulle prossime elezioni. Sempre che Grillo non miri solo ai soldi…