Mostrarsi attivi, senza esporsi. Indicare la strada, senza legarsi alla sua effettiva percorrenza. La Cina fa pesare il suo ruolo di (parziale) mediatrice, mirando a rafforzare le credenziali di potenza responsabile, specchio riflesso dell’instabilità portata dagli Stati Uniti. Sia sul piano commerciale, coi dazi, sia su quello politico e strategico, con la cattura di Nicolás Maduro in Venezuela e l’attacco contro l’Iran in rapida successione.

Negli ultimi giorni, in molti avevano iniziato a convergere su un punto: Pechino, agendo dietro le quinte, avrebbe avuto un ruolo decisivo nel convincere Teheran ad accettare il cessate il fuoco. Una versione rafforzata anche dalle dichiarazioni dell’ex presidente americano Donald Trump, secondo cui i cinesi avrebbero contribuito a portare l’Iran al tavolo negoziale. Eppure, proprio da ambienti vicini alla comunicazione ufficiale della Repubblica popolare è arrivata una smentita che ridimensiona il ruolo giocato dalla potenza asiatica.
Pechino non vuole assumersi il peso politico della tregua
Secondo un articolo pubblicato dall’account WeChat Yuyuantantian, legato alla televisione di Stato cinese, le ricostruzioni su un ipotetico intervento decisivo della Cina sarebbero una «generalizzazione» costruita per scaricare su Pechino il peso politico della tregua. E, soprattutto, per includerla tra le parti direttamente coinvolte nel conflitto.

Il punto centrale è evitare una responsabilità formale. La Cina non vuole essere percepita come il garante della tregua, né della sicurezza regionale, né tantomeno dell’eventuale riapertura dello Stretto di Hormuz. Il motivo? Pechino vuole mantenere una “giusta distanza” dall’Iran, senza compromettere i rapporti con gli altri Paesi del Golfo e senza rischiare di legare la sua immagine a un eventuale fallimento del cessate il fuoco.
Xi Jinping preferisce restare il facilitatore, non diventare l’arbitro
In altre parole, Xi Jinping vuole restare un facilitatore, non un arbitro. Una differenza sostanziale, che gli consente di preservare tra flessibilità diplomatica e credibilità internazionale. Accettare il ruolo di garante significherebbe assumersi il rischio politico di eventuali violazioni della tregua, di nuove escalation o di un mancato ripristino della navigazione nello Stretto di Hormuz, snodo vitale per il commercio energetico globale.

Contestualmente, la Cina ha bisogno di farsi vedere coinvolta in una fase di iperattivismo diplomatico. Un modo per mostrarsi sempre disponibile a parlare con tutti, a partire dalle parti in causa coinvolte direttamente nella guerra in Medio Oriente, pur senza salire sul palcoscenico nel ruolo di protagonista. Il governo cinese ha intensificato i contatti con tutti gli attori regionali, dialogando contemporaneamente con Iran, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti e partner europei. Il ministro degli Esteri Wang Yi ha condotto una fitta rete di colloqui, mentre il presidente Xi ha ricevuto il principe ereditario di Abu Dhabi, Mohamed bin Zayed Al Nahyan, ribadendo la volontà di mantenere un equilibrio tra Teheran e i Paesi del Golfo e lanciando quattro principi per la pace in Medio Oriente.
Un’iniziativa per la pace promossa assieme al Pakistan
Parallelamente, Pechino ha promosso un’iniziativa in cinque punti per la pace assieme al Pakistan, che prevede cessate il fuoco immediato, avvio dei negoziati, protezione degli obiettivi civili, sicurezza delle rotte marittime e rispetto della Carta delle Nazioni Unite. Entrambe le iniziative contengono indicazioni piuttosto generiche, come il rispetto della sovranità e delle «legittime preoccupazioni di sicurezza di tutte le parti», peraltro già menzionate in precedenza sulla guerra in Ucraina. Insomma, si tratta più di una dichiarazione di principi che di una roadmap operativa.

Il tutto è coerente con l’obiettivo della Cina di costruire la sua immagine di “potenza responsabile” senza mai esporsi fino in fondo. Una postura che si riflette anche nella scelta di opporsi, insieme alla Russia, a una risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’Onu che avrebbe incoraggiato operazioni coordinate per riaprire lo Stretto di Hormuz. Il timore, da parte di Pechino, è che queste iniziative possano legittimare interventi militari e compromettere la narrazione basata sulla soluzione politica dei conflitti.
La Cina insiste sulla sua neutralità
A complicare ulteriormente il quadro c’è il dossier delle forniture militari. Secondo fonti dell’intelligence americana, la Cina starebbe valutando l’invio di nuovi sistemi di difesa aerea all’Iran, con possibili consegne nelle prossime settimane. Già alla vigilia del conflitto, Reuters aveva scritto che Teheran era vicina all’acquisto di sistemi missilistici di produzione cinese. Accuse che Pechino ha respinto con decisione, definendole «infondate» e frutto di «sensazionalismo». La Cina insiste sulla sua neutralità e sul rifiuto di alimentare il conflitto.

Nel frattempo, la guerra sta iniziando a produrre alcuni effetti tangibili sull’economia cinese. Pechino è senz’altro più pronta dei suoi vicini, e di tanti altri Paesi, ad assorbire l’effetto dello shock energetico causato dalla guerra. Ma il rallentamento delle esportazioni registrato a marzo, nettamente più ampio del previsto, e l’aumento dei costi delle materie prime mostrano come nemmeno l’economia cinese sia del tutto immune alle turbolenze globali e alla chiusura dello Stretto di Hormuz.
Inviare navi militari per tutelare le rotte commerciali? Proposta irricevibile
Anche per questo, la Cina potrebbe effettivamente intensificare le sue iniziative diplomatiche (più o meno ufficiali) per arrivare a una soluzione sul conflitto. In una prima fase, mostrarsi disponibile a mediare rappresentava anche una risposta agli Stati Uniti e alla richiesta di Trump di inviare navi militari per tutelare le rotte commerciali tra Hormuz e Golfo Persico. Proposta irricevibile per la Cina. Il nuovo blocco annunciato dalla Casa Bianca rischia di prendere di mira anche le navi cinesi o che comunque trasportano materie prime o merci destinate ai porti della potenza asiatica. La Cina risponde con principi o piani di pace: iniziative a “costo zero”, utili a Pechino per far pesare la differenza di postura con gli Stati Uniti.

Di riflesso, l’agenda diplomatica di Xi continua a riempirsi. Il presidente cinese ha prima ricevuto Cheng Li-wun, leader dell’opposizione di Taiwan, poi il premier spagnolo Pedro Sánchez. A seguire il leader vietnamita To Lam, mentre all’orizzonte c’è la visita dello stesso Trump e del presidente russo Vladimir Putin, e intanto si riaprono anche i canali anche con la Corea del Nord di Kim Jong-un.
Ok la stabilizzazione globale, ma senza un ruolo troppo vincolante
La Cina si propone con tutti come attore indispensabile per la stabilizzazione globale, evitando però di assumere un ruolo troppo vincolante, che potrebbe trasformarsi in un boomerang politico. Pechino non vuole sostituirsi agli Stati Uniti come garante della sicurezza globale. Preferisce invece consolidare un modello alternativo: quello di una potenza che influenza senza imporsi e che guida senza assumersi pienamente il peso della leadership. Xi guarda Trump, lo “indica” agli altri e di riflesso rafforza la sua immagine, mentre si muove tra le fratture dell’ordine internazionale senza restarne intrappolato, cercando di trasformare i problemi in opportunità.




Trump responds to “Jesus” image backlash






























