Presentato un doppio emendamento al decreto fiscale. Ma Conte precisa: «Prima la garanzia che Mittal rispetterà gli impegni». E i commissari straordinari preparano un ricorso contro il recesso del colosso indiano.
Italia viva ha presentato un doppio emendamento al decreto fiscale per ripristinare lo scudo penale per ArcelorMittal. Si tratta della norma che metteva al riparo i manager dai processi per quel che concerne l’attività di esecuzione del piano ambientale dell’ex Ilva. Con gli emendamenti di Italia viva si introdurrebbero due ‘scudi’, uno generale che vale per tutte le aziende e uno specifico per l’Ilva, che copre la società dal 3 novembre (data di decadenza del precedente scudo penale) fino alla fine del risanamento.
CONTE: «MITTAL RISPETTI GLI IMPEGNI, POI PENSIAMO ALLO SCUDO»
Sulla questione, il premier Giuseppe Conte in un’intervista dell’11 novembre al Fatto Quotidiano ha spiegato: «Soltanto se Mittal venisse a dirci che rispetterà gli impegni previsti dal contratto – cioè produzione nei termini previsti, piena occupazione e acquisto dell’ ex Ilva nel 2021 – potremmo valutare una nuova forma di scudo». Il premier, però, ha aggiunto: «Per stanare il signor Mittal sulle sue reali intenzioni, gli ho offerto subito lo scudo: mi ha risposto che se ne sarebbe andato comunque, perché il problema è industriale, non giudiziario. Quindi chi vuole reintrodurre lo scudo per levare un alibi a Mittal trascura il fatto che Mittal non lo usa, quell’alibi».
SLITTA IL DEPOSITO DELL’ATTO DI RECESSO
Nel frattempo, è slittato al 12 novembre il deposito in Tribunale a Milano dell’atto con cui ArcelorMittal chiede di recedere dal contratto di affitto dell’ex Ilva. Il procedimento, una volta presentato l’atto, dovrà essere iscritto a ruolo dalla cancelleria centrale che poi trasmetterà la causa al presidente del tribunale il quale la assegnerà alla Sezione specializzata imprese. Sempre al Tribunale di Milano sarà presentato nei prossimi giorni un ricorso dai legali dei commissari straordinari, secondo cui non ci sono le condizioni giuridiche per un recesso.
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Secondo la titolare di un'agenzia viaggi Karima El Mahrough versò la cifra in contanti chiedendo tutti i comfort. Per il suo compleanno in un locale di Milano «spesi 6 mila euro».
Vacanze extra lusso alle Maldive e spese faraoniche in ristoranti. Tutto pagato da Karima El Mahroug, detta Ruby Rubacuori, «in contanti». Denaro che, secondo i pm, sarebbe stato fornito alla donna da Silvio Berlusconi, tra gli imputati per corruzione in atti giudiziari nel processo Ruby ter. È quello che emerge dalle ultime testimonianze della titolare di un’agenzia di viaggi e di una ristoratrice.
QUEI «50 MILA EURO PAGATI IN CONTANTI»
«È stata sicuramente una situazione unica per me, ha pagato tutto in contanti, era un viaggio che costava molto, oltre 50 mila euro, mi pare», ha detto la prima testimone parlando di una vacanza fatta cinque anni fa da El Mahroug. Già a verbale nelle indagini nel 2015 la testimone aveva raccontato del viaggio organizzato per Ruby, sua figlia, la baby sitter e il compagno dell’epoca Luca Risso e pagato «tra i 55 mila e i 60 mila euro». Lunedì 11 novembre ha aggiunto: «Volevano avere tutti i comfort». «Voleva una bella struttura alle Maldive, le ho proposte soluzioni decisamente costose, lei mi ha chiesto di viaggiare in business assieme al compagno e l’economy per la tata e la bimba». Di certo, ha proseguito, rispondendo alle domande del procuratore aggiunto Tiziana Siciliano in aula col collega Luca Gaglio, non era una «modalità normale pagare in contanti, io ho portato la busta coi soldi al tour operator».
LA FESTA DI COMPLEANNO DA 6 MILA EURO
Un’altra teste, titolare di un ristorante a Milano, ha raccontato che la giovane marocchina pagò «6 mila euro in contanti» per la sua festa di compleanno nel locale. Il preventivo per «75 coperti, una torta da 750 euro» era di 8.800 euro, ma poi Ruby alla fine verso in tutto «6 mila euro in contanti». La ristoratrice, poi, ha raccontato di essere diventata all’epoca «amica» di Ruby che frequentava spesso il suo locale in centro. Ai pm che le hanno chiesto se le risultasse che Karima «facesse qualche lavoro», la teste ha risposto: «No, mai saputo. Si occupava della bimba. Diceva che le sarebbe piaciuto aprire un ristorante».
SECONDO I PM RUBY AVREBBE INCASSATO DA BERLUSCONI TRA I 5 E I 7 MILIONI
Dalle indagini, sempre sul capitolo ‘spese’, erano emersi già diversi dettagli, tra cui i casi delle «banconote da 500 euro» tirate fuori in discoteca da Ruby e date a un dj «per fargli mettere una canzone a fine serata», degli «abiti su misura» per Daniele Leo, altro suo compagno, fino al «personale di servizio» per sbrigare le faccende domestiche in casa e al «noleggio auto con conducente». Ruby, secondo le indagini dei pm, avrebbe incassato tra i 5 e i 7 milioni di euro da Berlusconi, parte dei quali sarebbero serviti anche per l’acquisto di un ristorante con annesso pastificio e due edifici con mini-alloggi per operatori del settore turistico a Playa del Carmen, in Messico.
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Secondo la titolare di un'agenzia viaggi Karima El Mahrough versò la cifra in contanti chiedendo tutti i comfort. Per il suo compleanno in un locale di Milano «spesi 6 mila euro».
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QUEI «50 MILA EURO PAGATI IN CONTANTI»
«È stata sicuramente una situazione unica per me, ha pagato tutto in contanti, era un viaggio che costava molto, oltre 50 mila euro, mi pare», ha detto la prima testimone parlando di una vacanza fatta cinque anni fa da El Mahroug. Già a verbale nelle indagini nel 2015 la testimone aveva raccontato del viaggio organizzato per Ruby, sua figlia, la baby sitter e il compagno dell’epoca Luca Risso e pagato «tra i 55 mila e i 60 mila euro». Lunedì 11 novembre ha aggiunto: «Volevano avere tutti i comfort». «Voleva una bella struttura alle Maldive, le ho proposte soluzioni decisamente costose, lei mi ha chiesto di viaggiare in business assieme al compagno e l’economy per la tata e la bimba». Di certo, ha proseguito, rispondendo alle domande del procuratore aggiunto Tiziana Siciliano in aula col collega Luca Gaglio, non era una «modalità normale pagare in contanti, io ho portato la busta coi soldi al tour operator».
LA FESTA DI COMPLEANNO DA 6 MILA EURO
Un’altra teste, titolare di un ristorante a Milano, ha raccontato che la giovane marocchina pagò «6 mila euro in contanti» per la sua festa di compleanno nel locale. Il preventivo per «75 coperti, una torta da 750 euro» era di 8.800 euro, ma poi Ruby alla fine verso in tutto «6 mila euro in contanti». La ristoratrice, poi, ha raccontato di essere diventata all’epoca «amica» di Ruby che frequentava spesso il suo locale in centro. Ai pm che le hanno chiesto se le risultasse che Karima «facesse qualche lavoro», la teste ha risposto: «No, mai saputo. Si occupava della bimba. Diceva che le sarebbe piaciuto aprire un ristorante».
SECONDO I PM RUBY AVREBBE INCASSATO DA BERLUSCONI TRA I 5 E I 7 MILIONI
Dalle indagini, sempre sul capitolo ‘spese’, erano emersi già diversi dettagli, tra cui i casi delle «banconote da 500 euro» tirate fuori in discoteca da Ruby e date a un dj «per fargli mettere una canzone a fine serata», degli «abiti su misura» per Daniele Leo, altro suo compagno, fino al «personale di servizio» per sbrigare le faccende domestiche in casa e al «noleggio auto con conducente». Ruby, secondo le indagini dei pm, avrebbe incassato tra i 5 e i 7 milioni di euro da Berlusconi, parte dei quali sarebbero serviti anche per l’acquisto di un ristorante con annesso pastificio e due edifici con mini-alloggi per operatori del settore turistico a Playa del Carmen, in Messico.
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L'ex premier si è avvalso della facoltà di non rispondere. Era stato convocato dai legali del suo vecchio braccio destro, Marcello Dell'Utri.
L’ex premier Silvio Berlusconi, citato come teste assistito davanti alla Corte d’Assise d’Appello che celebra il processo di secondo grado sulla cosiddetta trattativa Stato-mafia, si è avvalso della facoltà di nonrispondere. L’ex presidente del Consiglio ha negato anche il permesso di farsi riprendere e fotografare in aula. «Su indicazione dei miei legali, mi avvalgo della facoltà di non rispondere», ha detto l’ex premier alla corte. Citato dagli avvocati dell’imputato Marcello Dell’Utri, suo storico braccio destro, doveva essere sentito come testimone assistito.
IL SILENZIO GARANTITO DAL PROCESSO PARALLELO
Appena entrato in aula i giudici gli avevano illustrato le prerogative garantitegli dallo status di teste assistito, status determinato dal fatto che a suo carico pende una inchiesta a Firenze sulle stragi del ’93, quindi su fatti «probatoriamente collegati» a quelli oggetto del processo «trattativa». La corte, dunque, ha preliminarmente avvertito l’ex premier della possibilità di non rispondere precisando, inoltre, che qualora avesse risposto avrebbe assunto «l’ufficio di testimone», quindi avrebbe dovuto dire la verità. In aula c’erano anche i legali dell’ex premier, gli avvocati Franco Coppi e Nicolò Ghedini.
DI MAIO: «SONO SENZA PAROLE»
«Questo Paese non chiuderà mai i conti con il passato, se una persona che ha fatto per tre volte il Presidente del Consiglio si avvale della facoltà di non rispondere in un processo per mafia. Sono veramente senza parole», ha scritto in un tweet il ministro degli Esteri e capo politico del M5s, Luigi Di Maio.
Questo Paese non chiuderà mai i conti con il passato, se una persona che ha fatto per tre volte il Presidente del Consiglio si avvale della facoltà di non rispondere in un processo per mafia. Sono veramente senza parole. pic.twitter.com/SPYKqt6G9F
«Non abbiamo ricevuto nel 1994, né successivamente nessuna minaccia dalla mafia o dai suoi rappresentanti. Vorrei ricordare che i miei governi hanno sempre operato nella direzione di un contrasto fortissimo nei confronti della mafia, abbiamo incrementato la pena del 41 bis rendendola più dura e l’abbiamo anche spostata sino alla fine della detenzione invece che per un certo più stretto periodo. Abbiamo individuato nuovi strumenti giuridici tra cui il codice antimafia che ha consentito da un lato la cattura di 32 dei più pericolosi latitanti capimafia, 32 su 34», era uno stralcio delle dichiarazioni rese dall’ex premier in una intervista video rilasciata il 20 aprile del 2018, dopo la sentenza di primo grado del processo sulla trattativa. I legali di Dell’Utri avevano chiesto di far vedere il video in aula, ma i giudici hanno negato la riproduzione del filmato in aula. «L’intervista è già acquisita agli atti», hanno detto i giudici, «quindi potrà essere visionata dalla corte in ogni momento e non c’è motivo di proiettarla in aula».
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L'ex premier si è avvalso della facoltà di non rispondere. Era stato convocato dai legali del suo vecchio braccio destro, Marcello Dell'Utri.
L’ex premier Silvio Berlusconi, citato come teste assistito davanti alla Corte d’Assise d’Appello che celebra il processo di secondo grado sulla cosiddetta trattativa Stato-mafia, si è avvalso della facoltà di nonrispondere. L’ex presidente del Consiglio ha negato anche il permesso di farsi riprendere e fotografare in aula. «Su indicazione dei miei legali, mi avvalgo della facoltà di non rispondere», ha detto l’ex premier alla corte. Citato dagli avvocati dell’imputato Marcello Dell’Utri, suo storico braccio destro, doveva essere sentito come testimone assistito.
IL SILENZIO GARANTITO DAL PROCESSO PARALLELO
Appena entrato in aula i giudici gli avevano illustrato le prerogative garantitegli dallo status di teste assistito, status determinato dal fatto che a suo carico pende una inchiesta a Firenze sulle stragi del ’93, quindi su fatti «probatoriamente collegati» a quelli oggetto del processo «trattativa». La corte, dunque, ha preliminarmente avvertito l’ex premier della possibilità di non rispondere precisando, inoltre, che qualora avesse risposto avrebbe assunto «l’ufficio di testimone», quindi avrebbe dovuto dire la verità. In aula c’erano anche i legali dell’ex premier, gli avvocati Franco Coppi e Nicolò Ghedini.
DI MAIO: «SONO SENZA PAROLE»
«Questo Paese non chiuderà mai i conti con il passato, se una persona che ha fatto per tre volte il Presidente del Consiglio si avvale della facoltà di non rispondere in un processo per mafia. Sono veramente senza parole», ha scritto in un tweet il ministro degli Esteri e capo politico del M5s, Luigi Di Maio.
Questo Paese non chiuderà mai i conti con il passato, se una persona che ha fatto per tre volte il Presidente del Consiglio si avvale della facoltà di non rispondere in un processo per mafia. Sono veramente senza parole. pic.twitter.com/SPYKqt6G9F
«Non abbiamo ricevuto nel 1994, né successivamente nessuna minaccia dalla mafia o dai suoi rappresentanti. Vorrei ricordare che i miei governi hanno sempre operato nella direzione di un contrasto fortissimo nei confronti della mafia, abbiamo incrementato la pena del 41 bis rendendola più dura e l’abbiamo anche spostata sino alla fine della detenzione invece che per un certo più stretto periodo. Abbiamo individuato nuovi strumenti giuridici tra cui il codice antimafia che ha consentito da un lato la cattura di 32 dei più pericolosi latitanti capimafia, 32 su 34», era uno stralcio delle dichiarazioni rese dall’ex premier in una intervista video rilasciata il 20 aprile del 2018, dopo la sentenza di primo grado del processo sulla trattativa. I legali di Dell’Utri avevano chiesto di far vedere il video in aula, ma i giudici hanno negato la riproduzione del filmato in aula. «L’intervista è già acquisita agli atti», hanno detto i giudici, «quindi potrà essere visionata dalla corte in ogni momento e non c’è motivo di proiettarla in aula».
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Dall'etichetta di uomo nuovo all'addio alla politica. Giravolte e contraddizioni del leader di Ciudadanos.
Nel 2015 era l’uomo nuovo, etichettato da più parti come il «Matteo Renzi di Spagna». Quattro anni – e quattro elezioni – più tardi, Albert Rivera è il grande sconfitto dell’agone politico a Madrid.All’indomani del voto che ne ha sancito la debacle, il presidente di Ciuadanos ha lasciato la guida del partito e, con essa, la politica. «Voglio essere felice», ha detto l’11 novembre in conferenza stampa, «lo sono stato, però adesso lo sarò fuori dalla politica».
UN’EMORRAGIA DA 2,5 MILIONI DI VOTI
Negli ultimi sette mesi, la formazione nata nel 2005 in Catalogna e poi apertasi a tutto il Paese ha perso 47 seggi: dai 57 di aprile ai 10 di novembre. Un’emorragia da circa 2,5 milioni di voti. Il partito naranja è ora sesto per consenso a livello nazionale, superato dall’ultradestra di Vox, da Unidas Podemos e dai nemici giurati di Esquerra Republicana de Catalunya (Erc); è addirittura ottavo a Barcellona, dove mosse i primi passi e raccolse i primi applausi. «Mi dimetto da presidente di Ciudadanos, affinchè un congresso nazionale elegga il futuro del progetto», ha annunciato davanti ai giornalisti Rivera. Che solo sei mesi fa si autoproclamava guida dell’opposizione al premier socialista Pedro Sanchez.
LA SPACCATURA IN SENO AL PARTITO
Avvocato di professione, 39 anni, da 13 punto di riferimento del partito liberale e anti-indipendentista, Rivera ha pagato una politica spesso ondivaga sulle alleanze, oltre a fratture insanabili in seno a Ciudadanos. Ad aprile, Rivera si presentò agli elettori dicendo un secco “no” a qualsiasi tipo di accordo con i socialisti di Sanchez, venendo premiato con 57 seggi e issando CS a terzo partito di Spagna, a sole nove lunghezze dal Partido popular. La linea dura a un’intesa che avrebbe portato Ciudadanos al governo (col Psoe sarebbe arrivato a 180 seggi, quattro sopra la maggioranza) ha spaccato i vertici del partito. Risultato: le dimissioni di quattro dei 50 membri della ejecutivae l’addio di Francesc de Carreras, co-fondatore del partito.
A destra, l’ormai ex leader di Ciudadanos, Albert Rivera.
LE GIRAVOLTE SU SANCHEZ E RAJOY
A ridosso del voto di novembre, l’apertura al premier socialista che ha riportato alla mente giravolte passate. Come quando, tre anni fa, Rivera garantì che non avrebbe appoggiato per alcuna ragione un esecutivo Rajoy, salvo cambiare idea al momento del voto. Questa spiccata e reiterata propensione al riposizionamento, unita a un’intransigenza poco moderata sul dossier catalano, ha contribuito ad alienare l’elettorato centrista di Ciudadanos, che in buona parte è tornato a votare popular. Mentre quello più a destra è migrato verso Vox. Mettendo Rivera spalle al muro.
LA ROTTAMAZIONE IN SALSA SPAGNOLA
Sono lontani i tempi in cui il fu enfant prodige irrompeva sulla scena politica invocando, nel dicembre 2015, una «rigenerazione democratica» che tanto ricordava la renziana «rottamazione». Solo uno dei punti di contatto con l’allora premier italiano, da cui Rivera mutuava anche una certa passione per la spettacolarizzazione della politica. Emblematico, in questo senso, l’evento cardine della campagna di quattro anni fa, più simile a uno show televisivo che a un appuntamento elettorale.
Blairista, lo definì l’Economist. Liberale, progressista ed europeista si definiva il diretto interessato. Che, però, col passare degli anni ha aggiunto sfumature – e contraddizioni – al proprio profilo politico
Volto pulito, modi spigliati, Rivera intrigava un elettorato fiaccato da scandali e polemiche. Blairista, lo definì l’Economist. Liberale, progressista, riformista ed europeista si definiva il diretto interessato. Che, però, col passare degli anni ha aggiunto sfumature – e contraddizioni – al proprio profilo politico. In primis, unendo le forze – seppur solo a livello regionale in Andalusia – all’ultradestra euroscettica di Vox. Era il dicembre del 2018. Cinque mesi dopo Rivera si sarebbe presentato alle elezioni europee a braccetto con l’Alde ed Emmanuel Macron.
LA VIRATA A DESTRA (CON LO SGUARDO A SINISTRA)
La virata a destra, a dire il vero, era iniziata da qualche tempo. Nel 2017, per la precisione, quando la Asamblea de Ciudadanos approvò l’eliminazione di ogni riferimento alla socialdemocrazia dall’ideologia del partito, nonostante un’agenda in tema di diritti e proposte sociali – difesa della surrogazione di maternità, diritti Lgbti, riforma del sistema educativo – più compatibile coi socialisti che col centrodestra. Ma anche questo, soprattutto questo, è stato Rivera. Trasversale, oltre i confini del contraddittorio. Troppo per un elettorato alla disperata ricerca di certezze.
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Nel 2015 era l’uomo nuovo, etichettato da più parti come il «Matteo Renzi di Spagna». Quattro anni – e quattro elezioni – più tardi, Albert Rivera è il grande sconfitto dell’agone politico a Madrid.All’indomani del voto che ne ha sancito la debacle, il presidente di Ciuadanos ha lasciato la guida del partito e, con essa, la politica. «Voglio essere felice», ha detto l’11 novembre in conferenza stampa, «lo sono stato, però adesso lo sarò fuori dalla politica».
UN’EMORRAGIA DA 2,5 MILIONI DI VOTI
Negli ultimi sette mesi, la formazione nata nel 2005 in Catalogna e poi apertasi a tutto il Paese ha perso 47 seggi: dai 57 di aprile ai 10 di novembre. Un’emorragia da circa 2,5 milioni di voti. Il partito naranja è ora sesto per consenso a livello nazionale, superato dall’ultradestra di Vox, da Unidas Podemos e dai nemici giurati di Esquerra Republicana de Catalunya (Erc); è addirittura ottavo a Barcellona, dove mosse i primi passi e raccolse i primi applausi. «Mi dimetto da presidente di Ciudadanos, affinchè un congresso nazionale elegga il futuro del progetto», ha annunciato davanti ai giornalisti Rivera. Che solo sei mesi fa si autoproclamava guida dell’opposizione al premier socialista Pedro Sanchez.
LA SPACCATURA IN SENO AL PARTITO
Avvocato di professione, 39 anni, da 13 punto di riferimento del partito liberale e anti-indipendentista, Rivera ha pagato una politica spesso ondivaga sulle alleanze, oltre a fratture insanabili in seno a Ciudadanos. Ad aprile, Rivera si presentò agli elettori dicendo un secco “no” a qualsiasi tipo di accordo con i socialisti di Sanchez, venendo premiato con 57 seggi e issando CS a terzo partito di Spagna, a sole nove lunghezze dal Partido popular. La linea dura a un’intesa che avrebbe portato Ciudadanos al governo (col Psoe sarebbe arrivato a 180 seggi, quattro sopra la maggioranza) ha spaccato i vertici del partito. Risultato: le dimissioni di quattro dei 50 membri della ejecutivae l’addio di Francesc de Carreras, co-fondatore del partito.
A destra, l’ormai ex leader di Ciudadanos, Albert Rivera.
LE GIRAVOLTE SU SANCHEZ E RAJOY
A ridosso del voto di novembre, l’apertura al premier socialista che ha riportato alla mente giravolte passate. Come quando, tre anni fa, Rivera garantì che non avrebbe appoggiato per alcuna ragione un esecutivo Rajoy, salvo cambiare idea al momento del voto. Questa spiccata e reiterata propensione al riposizionamento, unita a un’intransigenza poco moderata sul dossier catalano, ha contribuito ad alienare l’elettorato centrista di Ciudadanos, che in buona parte è tornato a votare popular. Mentre quello più a destra è migrato verso Vox. Mettendo Rivera spalle al muro.
LA ROTTAMAZIONE IN SALSA SPAGNOLA
Sono lontani i tempi in cui il fu enfant prodige irrompeva sulla scena politica invocando, nel dicembre 2015, una «rigenerazione democratica» che tanto ricordava la renziana «rottamazione». Solo uno dei punti di contatto con l’allora premier italiano, da cui Rivera mutuava anche una certa passione per la spettacolarizzazione della politica. Emblematico, in questo senso, l’evento cardine della campagna di quattro anni fa, più simile a uno show televisivo che a un appuntamento elettorale.
Blairista, lo definì l’Economist. Liberale, progressista ed europeista si definiva il diretto interessato. Che, però, col passare degli anni ha aggiunto sfumature – e contraddizioni – al proprio profilo politico
Volto pulito, modi spigliati, Rivera intrigava un elettorato fiaccato da scandali e polemiche. Blairista, lo definì l’Economist. Liberale, progressista, riformista ed europeista si definiva il diretto interessato. Che, però, col passare degli anni ha aggiunto sfumature – e contraddizioni – al proprio profilo politico. In primis, unendo le forze – seppur solo a livello regionale in Andalusia – all’ultradestra euroscettica di Vox. Era il dicembre del 2018. Cinque mesi dopo Rivera si sarebbe presentato alle elezioni europee a braccetto con l’Alde ed Emmanuel Macron.
LA VIRATA A DESTRA (CON LO SGUARDO A SINISTRA)
La virata a destra, a dire il vero, era iniziata da qualche tempo. Nel 2017, per la precisione, quando la Asamblea de Ciudadanos approvò l’eliminazione di ogni riferimento alla socialdemocrazia dall’ideologia del partito, nonostante un’agenda in tema di diritti e proposte sociali – difesa della surrogazione di maternità, diritti Lgbti, riforma del sistema educativo – più compatibile coi socialisti che col centrodestra. Ma anche questo, soprattutto questo, è stato Rivera. Trasversale, oltre i confini del contraddittorio. Troppo per un elettorato alla disperata ricerca di certezze.
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I lavori di efficientamento energetico hanno portato minori consumi per 4,2 miliardi in 13 anni. I risparmi in bolletta possono arrivare a 522 euro l’anno. E fa bene anche all’ambiente.
Una casa con una classe energetica alta fa bene all’ambiente e dà benefici in bolletta. La riqualificazione degli edifici gode di agevolazioni fiscali che possono rendere i lavori più a portata di mano. Lo scorso 5 novembre, a Milano, durante il convegno “Facciamo più belle le nostre città” organizzato da Intesa Sanpaolo insieme ad Anaci, l’associazione nazionale amministratori condominiali e immobiliari, si è parlato diffusamente di queste opportunità. L’evento è servito a fare informazione su tematiche non del tutto note: «I condomini nel nostro paese sono in larga misura edifici che necessitano di ristrutturazioni importanti in termini di riqualificazione», ha spiegato Cinzia Bruzzone, responsabile retail di Intesa Sanpaolo, «Basti pensare che in Italia l’80% degli stabili ad uso abitativo è stato costruito prima degli anni 80 e le emissioni di gas serra sono costituite per il 70% dalle attività di climatizzazione di questi edifici. Questo è il momento ideale per una svolta, grazie alle agevolazioni fiscali e alle condizioni di tasso particolarmente favorevoli». I cosiddetti bonus casa, ossia le detrazioni per la ristrutturazione degli edifici, valgono il 50% della spesa. Mentre per risparmio ed efficientamento energetico valgono rispettivamente il 50 e 65%.
Cinzia Bruzzone, responsabile retail di Intesa Sanpaolo
IN LOMBARDIA IL 60% DELLE CASE HA BASSA EFFICIENZA ENERGETICA
Gli incentivi sui lavori di ristrutturazione edilizia finora hanno funzionato. Eppure, c’è ancora tanto da fare, soprattutto se si pensa che in Lombardia, una delle regioni dove sono già stati più intensi i benefici fiscali, il 60% degli edifici è a tutt’oggi classificato come classe G ed F di efficienzaenergetica (di cui il 36% in classe G). «La collaborazione con Anaci», ha proseguito Bruzzone, «che conta circa 8.000 amministratori professionisti in tutta Italia, è un ulteriore elemento che ha l’obiettivo di rendere consapevoli e informati gli amministratori di tutte le possibilità che oggi Ecobonus e Sismabonus mettono a disposizione dei cittadini. L’ulteriore possibile intervento di finanziamento da parte della banca fa si che si arrivi a casi in cui i condomini possano avviare i lavori con un minimo esborso iniziale».
RISPARMI IN BOLLETTA FINO A 522 ALL’ANNO
Se da una parte gli interventi sugli immobili danno un contributo importante per la lotta al cambiamento climatico, questi vanno a incidere anche sui consumi, calati di 4,2 miliardi tra il 2005 e il 2018. Se poi si confronta un immobile di classe energetica G, la più bassa, con uno di classe A++, la più alta, il risparmio all’anno in bolletta può arrivare a 522 euro. Anche il valore degli immobili cambia: secondo i dati dell’ufficio studi di immobiliare.it, il prezzo medio degli immobili in Italia è di 1.940 euro al metro quadro. Una casa di classe A ne vale 2.618, una differenza del 34% che può toccare anche il 60% per i progetti di particolare pregio.
SERVE UNA DRASTICA DIMINUZIONE DELLE EMISSIONI
Questo deve essere da ulteriore incentivo perché, fanno notare dalla Direzione Studi e Ricerche di Intesa Sanpaolo, uno dei fattori su cui si può incidere in modo più rapido sulle emissioni di gas serra è ridurre i consumi energetici delle famiglie, che sono costituiti per il 70% dalle attività di climatizzazione. Logico quindi che questo sia uno dei fronti sui quali intervenire a livello di sistema perché per limitare l’incremento del riscaldamento in atto a 1,5 gradi centigradi – e così evitare conseguenze catastrofiche – serve una riduzione drastica nelle emissioni del 45% entro il 2030.
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La titolare del Viminale in sinagoga: «Il linguaggio urlato preoccupa, porta a violenza. Attenzione sull'antisemitismo». Salvini? «Mi dispiace essere diventata una ossessione».
«Il linguaggio urlato preoccupa perché da parole violente possono venire azioni violente», ha detto la ministra dell’Interno Luciana Lamorgese alla Sinagoga di Roma nel corso della sua visita alla Comunità Ebraica. «Questo è il momento delle scelte e dell’equilibrio», ha aggiunto, «è il momento della responsabilità da parte di tutti, non dobbiamo sottovalutare il problema, non è accettabile che ci siano parole d’odio».
«MI DISPIACE ESSERE UN’OSSESSIONE PER SALVINI»
«Mi dispiace che io sia diventata una ossessione per Salvini e i suoi ex sottosegretari, mi dispiace che abbia questa mania quotidiana», ha risposto a chi le chiedeva un commento sugli attacchi della Lega e del suo leader. «Non ho nulla da dirvi», ha aggiunto, «sono 40 anni che sono al ministero e credo di saper leggere i numeri. Tra l’altro la mia squadra è invariata, funzionava con lui, funziona anche con me».
«MASSIMA ATTENZIONE SULL’ANTISEMITISMO»
«Assicuro da parte delle forze dell’ordine la massima attenzione, monitoriamo costantemente le situazioni di criticità», ha assicurato il ministro, sottolineando che verranno «intensificate le attività poste in essere» per arginare l’antisemitismo. «Su questi aspetti siamo tutti compatti», ha aggiunto il ministro, «l’Italia è uno di quei Paesi in cui c’è maggiore sicurezza perché non ha mai abbassato la guardia e ha sempre mantenuto viva la memoria».
DI SEGNI: «ARGINARE L’ODIO DILAGANTE»
«Dobbiamo arginare l’odio dilagante fatto di monosillabi e anonimato», è l’appello che la presidente delle comunità ebraiche italiane Noemi di Segni ha lanciato alla Lamorgese. «Dobbiamo agire insieme mettendo competenza e professionalità», ha aggiunto, «non è sufficiente agire e reagire solo con le forze di polizia, occorre ripensare l’impianto normativo e il codice penale: capire che cosa è l’apologia del fascismo, l’aggravante razziale, l’antisemitismo». E serve, ha concluso di Segni, lavorare «sulla cultura e sull’educazione alla convivenza, fin da piccoli».
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La titolare del Viminale in sinagoga: «Il linguaggio urlato preoccupa, porta a violenza. Attenzione sull'antisemitismo». Salvini? «Mi dispiace essere diventata una ossessione».
«Il linguaggio urlato preoccupa perché da parole violente possono venire azioni violente», ha detto la ministra dell’Interno Luciana Lamorgese alla Sinagoga di Roma nel corso della sua visita alla Comunità Ebraica. «Questo è il momento delle scelte e dell’equilibrio», ha aggiunto, «è il momento della responsabilità da parte di tutti, non dobbiamo sottovalutare il problema, non è accettabile che ci siano parole d’odio».
«MI DISPIACE ESSERE UN’OSSESSIONE PER SALVINI»
«Mi dispiace che io sia diventata una ossessione per Salvini e i suoi ex sottosegretari, mi dispiace che abbia questa mania quotidiana», ha risposto a chi le chiedeva un commento sugli attacchi della Lega e del suo leader. «Non ho nulla da dirvi», ha aggiunto, «sono 40 anni che sono al ministero e credo di saper leggere i numeri. Tra l’altro la mia squadra è invariata, funzionava con lui, funziona anche con me».
«MASSIMA ATTENZIONE SULL’ANTISEMITISMO»
«Assicuro da parte delle forze dell’ordine la massima attenzione, monitoriamo costantemente le situazioni di criticità», ha assicurato il ministro, sottolineando che verranno «intensificate le attività poste in essere» per arginare l’antisemitismo. «Su questi aspetti siamo tutti compatti», ha aggiunto il ministro, «l’Italia è uno di quei Paesi in cui c’è maggiore sicurezza perché non ha mai abbassato la guardia e ha sempre mantenuto viva la memoria».
DI SEGNI: «ARGINARE L’ODIO DILAGANTE»
«Dobbiamo arginare l’odio dilagante fatto di monosillabi e anonimato», è l’appello che la presidente delle comunità ebraiche italiane Noemi di Segni ha lanciato alla Lamorgese. «Dobbiamo agire insieme mettendo competenza e professionalità», ha aggiunto, «non è sufficiente agire e reagire solo con le forze di polizia, occorre ripensare l’impianto normativo e il codice penale: capire che cosa è l’apologia del fascismo, l’aggravante razziale, l’antisemitismo». E serve, ha concluso di Segni, lavorare «sulla cultura e sull’educazione alla convivenza, fin da piccoli».
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