Merz spinge sulla svolta militare ma non convince i giovani tedeschi

La Germania sta vivendo la più profonda trasformazione militare dalla fine della Guerra fredda. Il conflitto in Ucraina ha ribaltato gli equilibri continentali e, sia con il governo passato di Olaf Scholz sia con quello attuale di Friedrich Merz, l’approccio tedesco è cambiato: dopo decenni di prudenza strategica, Berlino ha avviato una vasta riforma della Bundeswehr, cioè l’esercito, sotto il segno della Zeitenwende, la “svolta epocale” annunciata appunto da Scholz in seguito all’invasione russa del 2022. Merz, al governo dal 2025, ha assunto una postura ancora più aggressiva e si è posto l’obiettivo di creare entro il 2030 la più grande armata continentale: nella nuova strategia militare nazionale, resa nota alla fine di aprile, la Russia è considerata il nemico principale.

LEGGI ANCHE Riarmo europeo, boom dell’industria bellica in Germania

Merz spinge sulla svolta militare ma non convince i giovani tedeschi
Friedrich Merz durante un’esercitazione delle forze armate tedesche (foto Ansa).

L’obiettivo: rafforzare la capacità difensiva entro il 2030

Al centro della nuova riforma della Bundeswehr ci sono tre obiettivi fondamentali: il riarmo, l’aumento del personale e l’accelerazione burocratica. Il volto di questa trasformazione è diventato il ministro della Difesa Boris Pistorius, che ha promosso una revisione strutturale dell’apparato militare, definendo le forze armate kriegstüchtig, cioè pronte a sostenere un conflitto ad alta intensità: l’obiettivo è rafforzare la capacità difensiva, anche in risposta alle richieste della Nato, prima del 2030, anno in cui secondo alcune analisi di intelligence occidentali potrebbe diventare possibile un attacco di Mosca a Berlino. Poco importa che nella realtà al Cremlino nessuno pensi davvero di marciare verso la Porta di Brandeburgo, che a questo ritmo si sposterebbe dal Donbass alla Sprea in circa un centinaio d’anni.

LEGGI ANCHE L’irresistibile ascesa di Papperger, il lord of war tedesco in affari con Leonardo

Merz spinge sulla svolta militare ma non convince i giovani tedeschi
Il ministro della difesa tedesco, Boris Pistorius (foto Ansa).

Un terzo dei diciottenni maschi non ha risposto al questionario

I piani di Merz e Pistorius non paiono piacere nemmeno ai tedeschi stessi, visto che – secondo i sondaggi condotti in questi mesi – sostengono sì in astratto il rafforzamento della Bundeswehr, ma non mostrano certo entusiasmo nel scendere personalmente sul sentiero di guerra. L’ultimo dato rilevante in questa direzione è che circa un terzo dei diciottenni tedeschi maschi, chiamati a compilare il nuovo questionario sulla partecipazione al servizio di leva, non ha nemmeno risposto; mentre fra le ragazze, per le quali la partecipazione è volontaria, solo il tre per cento si è preso la briga di dare un segnale.

Merz spinge sulla svolta militare ma non convince i giovani tedeschi
Il cancelliere Friedrich Merz con i soldati tedeschi (foto Ansa).

Dall’inizio del 2026 il questionario della Bundeswehr è il primo passo della nuova riforma del servizio militare tedesco. Tutti i diciottenni ricevono una lettera dal governo con un link o Qr code per compilare un modulo online, dove vengono chieste informazioni su salute, forma fisica, studi, patente, competenze tecniche e disponibilità a svolgere un periodo di servizio militare o civile. Chi lo ignora può ricevere richiami amministrativi e multe.

Si vuole portare il numero dei soldati attivi a circa 260 mila unità

In teoria il governo vuole portare il numero dei soldati attivi a circa 260 mila unità, ma l’impresa non è facile, proprio perché i giovani tedeschi non sono particolarmente convinti che riarmo e leva obbligatoria siano la strada giusta che la Germania deve percorrere: secondo uno studio YouGov, il 55 per cento dei giovani tra 16 e 26 anni è contrario a un servizio obbligatorio, mentre solo il 38 per cento è favorevole; un’altra ricerca per Ndr Info ha mostrato un quadro ancora più netto, per cui tra i 18-29enni solo il 29 per cento sostiene il ritorno della Wehrpflicht, la leva obbligatoria, contro il 61 per cento che la respinge apertamente. Anche Greenpeace Germania, in un’indagine del 2025 tra giovani dai 16 ai 25 anni, ha rilevato una forte opposizione: il 57 per cento rifiuta la reintroduzione della coscrizione e il 61 per cento considera la misura una minaccia ai diritti individuali.

Merz spinge sulla svolta militare ma non convince i giovani tedeschi
Militari dell’esercito tedesco (foto Ansa).

Un cancelliere poco popolare va contro le nuove generazioni

A oltre tre anni dall’annuncio della Zeitenwende e dall’avvio della riforma della Bundeswehr, il bilancio a Berlino resta quindi ambiguo: la Germania ha aumentato drasticamente la spesa militare e ridefinito la propria strategia di sicurezza, ma la trasformazione concreta dell’esercito procede più lentamente delle ambizioni politiche. Merz, il cancelliere meno popolare della Germania riunificata, sta cercando di conciliare memoria storica, pressioni geopolitiche e nuove esigenze di difesa europea, andando però contro la grande maggioranza delle nuove generazioni. E rischiando spaccature interne che, unite ai molti problemi sul tappeto ancora irrisolti, mettono a rischio la stabilità del governo.

L’ascesa dell’AfD tra sondaggi e finanziamenti opachi

Il baricentro politico tedesco si sta spostando sempre più a destra. Alternative für Deutschland (Afd) è ormai diventata il primo partito a livello nazionale. I sondaggi più recenti confermano l’aumento del distacco dalla Cdu del cancelliere Friedrich Merz: secondo l’Istituto Forsa, l’estrema destra è al 27 per cento, davanti ai conservatori al 22 per cento. Merz è ai minimi storici, con la fiducia di solo il 15 per cento. E la discesa potrebbe ancora proseguire, visto l’andamento del governo: la Große Koalition con i socialdemocratici della Spd è una palla al piede per una Germania che sta sempre più sprofondando nella crisi economica. C’è poco da stupirsi dunque se l’AfD è in pole position in vista delle elezioni regionali che in autunno si terranno in tre Länder orientali. Ad attestarlo non solo solo i numeri dei centri di ricerca, che decretano impietosamente e progressivamente il disastro di Merz, ma anche quelli dei finanziamenti privati ai partiti, le donazioni che già a partire dallo scorso anno sono cresciute in maniera enorme a favore dell’AfD.

L’ascesa dell’AfD tra sondaggi e finanziamenti opachi
Il cancelliere tedesco Friedrich Merz (Ansa).

Nel 2025 l’AfD ha ricevuto donazioni per oltre 5 milioni

Secondo Lobbycontrol, organizzazione che monitora le attività delle formazioni in parlamento, il partito guidato da Alice Weidel e Tino Chrupalla nel 2025 ha aumentato le entrate derivanti da donazioni da quasi zero a oltre 5 milioni di euro, ma ci sono forti indizi che fanno sospettare l’esistenza di versamenti effettuati da prestanome. La donazione più consistente dovrebbe provenire in realtà dal miliardario tedesco-svizzero Henning Conle, che da tempo compare come finanziatore dell’AfD anche – stando a quanto denunciato da Lobbycontrol – ricorrendo a meccanismi di occultamento in parte illeciti.

L’ascesa dell’AfD tra sondaggi e finanziamenti opachi
Alice Weidel e Tino Chrupalla, leader della AfD (Ansa).

Sospetti di irregolarità su alcuni finanziamenti

La donazione di Conle del 2025 è stata temporaneamente confiscata dall’amministrazione del Bundestag, mentre l’AfD ha intrapreso un’azione legale per rovesciare la decisione. Ma non è l’unica ad aver sollevato sospetti di irregolarità. In un altro caso, il donatore indicato dal partito, Horst Jan Winter, aveva a sua volta ricevuto una donazione milionaria dall’imprenditore Udo Böttcher, noto volto in Turingia, uno dei Länder della vecchia Germania Est dove la destra radicale è in forte ascesa. Resta da spiegare il boom di entrate dell’AfD: se tra il 2020 e il 2024, il partito aveva incassato in piccole donazioni private solo 500 mila euro, improvvisamente nel 2025 le donazioni sopra i 35 mila euro – e quindi da dichiarare al Bundestag – hanno superato i 5 milioni, con il 95 per cento del totale proveniente da un pugno di sostenitori.

Com’è cambiato l’atteggiamento dell’élite economica

Per Lobbycontrol, se fino a qualche tempo fa un sostegno aperto a un partito con ombre antidemocratiche non solo era strategicamente poco attraente, ma comportava anche un notevole stigma sociale, adesso si sta assistendo a un ribaltamento. E sebbene la Cdu nel 2025 abbia ricevuto complessivamente un numero maggiore di donazioni, nessun altro partito ha registrato un boom come quello di Alternative für Deutschland. Il flusso di denaro verso gli estremisti dimostra chiaramente che un sostegno più aperto al partito di estrema destra è diventato socialmente accettabile, con parte dell’élite economica e industriale che si sta preparando a una possibile partecipazione dell’AfD ai governi a livello regionale.

L’ascesa dell’AfD tra sondaggi e finanziamenti opachi
La co-leader dell’AfD Alice Weidel a Budapest (Ansa).

L’ultima bufera mediatica riguarda il miliardario berlinese Kurt Krieger. Nel 2024 aveva sovvenzionato il partito di Weidel e Chrupalla con solo 18 mila euro, ma è entrato nell’occhio del ciclone per aver sostenuto con convinzione le posizioni dell’AfD. La questione si inserisce nel dibattito più ampio sul rapporto tra il mondo economico tedesco e l’AfD, caratterizzato da un avvicinamento progressivo e sempre meno critico. Per Lobbycontrol il problema delle donazioni elevate, indipendentemente dal partito a cui sono destinate, è che rappresentano una porta d’accesso per influenzare la politica, erodendo la fiducia nelle istituzioni democratiche. Una tendenza che deve essere corretta.

Il fallimento di Merz: sondaggi disastrosi e una Germania sempre più fragile

Se la Germania sta progressivamente affondando – fra recessione economica, immobilità politica interna e insignificanza sul palcoscenico internazionale – il colpevole, almeno per i tedeschi, è uno solo: il cancelliere conservatore Friedrich Merz. Secondo i sondaggi nazionali e non solo, è praticamente impossibile trovare in circolazione un leader di governo peggiore. Persino la tanto bistrattata Coalizione Semaforo guidata dal suo predecessore socialdemocratico Olaf Scholz appare, a distanza, migliore di quello che sembrasse.

Il fallimento di Merz: sondaggi disastrosi e una Germania sempre più fragile
Il cancelliere tedesco Friedrich Merz (Ansa).

Merz sarebbe meno apprezzato anche di Trump

Stando a una recente indagine dell’istituto statunitense Morning Consult, Merz è tra i capi di governo meno popolari al mondo, dietro anche a presidenti come Donald Trump e Recep Tayyip Erdogan: il 75 per cento degli intervistati tedeschi si è detto scontento del lavoro del cancelliere che da un anno guida la Große Koalition fra CDU e SPD, mentre solo il 20 per cento si considera soddisfatto. Dati simili, anzi peggiori, sono emersi dall’ultima ricerca tedesca, quella dell’istituto Forsa per conto della rete tv RTL, secondo cui il 78 per cento dei cittadini ha bocciato l’operato di Merz e solo meno di un quinto (il 18 per cento), ha espresso un giudizio positivo, tre punti in meno rispetto al sondaggio precedente.

Il fallimento di Merz: sondaggi disastrosi e una Germania sempre più fragile
Friedrich Merz e Donald Trump alla Casa Bianca, a marzo 2026 (Ansa).

L’AfD ha virtualmente superato la CDU

Merz è in caduta libera anche tra i suoi sostenitori e compagni di partito – la CDU che fu di Helmut Kohl e Angela Merkel, rimasti entrambi in carica per 16 anni – se è vero che la maggioranza ormai è contro di lui, come dimostrano sempre le percentuali del Trendbarometer di RTL. Il 52 per cento degli elettori conservatori lo critica, mentre per chi si è già allontanato dal partito il quadro è ancora più netto: l’86 per cento si è detto insoddisfatto dell’operato del decimo cancelliere della Repubblica Federale. Non è un caso che la CDU, ora data al 24 per cento, sia virtualmente la seconda forza a livello nazionale, superata dall’estrema destra dell’Alternative für Deutschland che tocca il 26 per cento. Paradossalmente il tanto temuto spostamento a destra di chi votava CDU è inferiore alle aspettative, dato che solo il 20 per cento di coloro che hanno abbandonato il partito voterebbe attualmente per l’AfD. La maggioranza si sta orientando verso altri lidi, dai Liberali della FDP alla sinistra, oltre ad allargare il bacino degli astensionisti.

Il fallimento di Merz: sondaggi disastrosi e una Germania sempre più fragile
La co-leader dell’AfD Alice Weidel a Budapest (Ansa).

I motivi della delusione degli elettori conservatori

I motivi per cui la stragrande maggioranza dei tedeschi mal sopporta l’attuale cancelliere sono stati rilevati proprio dai ricercatori di Forsa, secondo i quali un’ampia fetta dell’elettorato continua ad accusare Merz di parlare molto e fare poco, di non mantenere le promesse elettorali e di agire in modo incoerente: queste tre spiegazioni insieme rappresentano il 59 per cento delle risposte degli intervistati. Tra i sostenitori della CDU, la delusione su alcuni punti è significativamente maggiore rispetto all’elettorato generale: il 34 per cento è deluso dagli annunci grandiosi che poco hanno corrisposto alla realtà; il 18 per cento considera le sue azioni contraddittorie e il 24 per cento lo accusa di mancanza di leadership, rispetto al 13 per cento complessivo. Al netto della cornice interna e internazionale molto problematica, con il governo di Berlino che deve gestire varie crisi in contemporanea e le conseguenze delle guerre in Ucraina e in Medio Oriente, è chiaro però che Merz è per i tedeschi l’uomo sbagliato per risollevare la Germania.

Il fallimento di Merz: sondaggi disastrosi e una Germania sempre più fragile
Friedrich Merz (Ansa).

La GroKo si è rivelata un freno per le riforme

Finora le scelte in politica interna sono state dettate dai compromessi obbligati tra CDU e SPD, come per altro ci si aspettava, e la nuova riedizione della Große Koalition si è dimostrata più un freno che un acceleratore per le riforme necessarie (fisco, pensioni, riconversione industriale, ridefinizione dei mercati e via dicendo). Inoltre la tattica in politica estera è stata segnata per lo più dall’appiattimento alla linea di Israele sullo scacchiere mediorientale e dalla continuazione di quella finora infruttuosa portata avanti con l’Unione Europea e i Paesi volenterosi come Francia e Gran Bretagna per quel che riguarda la Russia. Con i risultati che sono sotto gli occhi di tutti e che i sondaggi hanno tradotto in numeri. Resta da vedere quindi se agli ultimi proclami di Merz relativi alla primavera delle riforme seguiranno davvero cambiamenti radicali o se già il prossimo autunno il tandem fra conservatori e socialdemocratici crollerà, quando le tre elezioni regionali nell’Est del Paese (il 13 settembre si terranno le Comunali in Bassa Sassonia, il 20 le doppie elezioni nel in Meclemburgo-Pomerania e nella città-Stato di Berlino) confermeranno l’AfD come prima forza facendo saltare anche la cancelleria. 

La schizofrenia europea sul gas russo: quando il mercato batte la geopolitica

La guerra del Golfo sta dimostrando quanto in materia energetica l’Europa sia un po’ schizofrenica: se Bruxelles aveva deciso nel 2025 l’abbandono definitivo dell’import di gas dalla Russia entro la fine del 2027, i primi mesi del 2026 hanno segnato al contrario un’accelerazione delle importazioni, soprattutto di Gnl (gas naturale liquefatto) attraverso le navi cisterna, ma anche di quelle tramite gasdotti, come Turkstream.

La schizofrenia europea sul gas russo: quando il mercato batte la geopolitica
Il presidente turco Recep Tayyip Erdogan con Vladimir Putin (foto Ansa).

Nel 2026 già aumentate del 17 per cento le importazioni di Gnl

Il nuovo conflitto ha rilanciato ulteriormente le forniture russe, tanto che nel primo trimestre del 2026 i Paesi europei hanno aumentato del 17 per cento le importazioni di Gnl rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, raggiungendo quota 5 milioni di tonnellate. E 1,5 milioni di queste sono state acquistate a marzo, periodo in cui Stati Uniti e Israele hanno iniziato ad attaccare l’Iran, che ha risposto con la chiusura dello Stretto di Hormuz, provocando la crisi che sta allarmando mezzo mondo.

LEGGI ANCHE

La schizofrenia europea sul gas russo: quando il mercato batte la geopolitica
Lo stretto di Hormuz.

È stato calcolato che gli Stati dell’Unione europea hanno speso circa 2,88 miliardi di dollari per il Gnl russo nei primi tre mesi dell’anno. E alla luce degli sviluppi in corso c’è da aspettarsi che le casse del Cremlino continueranno a ricevere quei soldi, nonostante i vecchi propositi che però davanti al rischio di shock energetico stanno andando a farsi benedire.

Bruxelles aveva previsto delle clausole di salvaguardia

In realtà la decisione presa a Bruxelles nel 2025 ha lasciato anche la porta aperta per le retromarce in momenti di difficoltà, con il regolamento europeo sul blocco dell’import che contiene una sorta di clausola di salvaguardia nel caso in cui la sicurezza dell’approvvigionamento di uno o più Stati membri dovesse essere seriamente minacciata. In tali circostanze, la Commissione europea potrebbe consentire infatti ai Paesi interessati di sospendere i divieti di importazione di gas.

La schizofrenia europea sul gas russo: quando il mercato batte la geopolitica
Ursula von der Leyen (Imagoeconomica).

L’Ue nel 2025 ha importato comunque da Mosca Gnl per un valore di circa 7,4 miliardi di euro, circa il 3 per cento in meno del 2024. In compenso è cresciuto l’import dagli Stati Uniti, per un valore di circa 24,2 miliardi di euro nel 2025, oltre la metà di quello complessivo di 46 miliardi.

Il cambio di rotta era stato deciso per emanciparsi da Mosca

Il cambiamento di rotta dei Paesi Ue, iniziato nel 2022 con l’invasione russa dell’Ucraina, è stato motivato appunto con la necessità di emanciparsi da Mosca, diventando teoricamente meno vulnerabili, e di mettere quindi i bastoni tra le ruote alla Russia, rendendo difficoltoso il finanziamento della guerra attraverso la riduzione dell’esportazione di idrocarburi.

Putin ha subito ridiretto i flussi verso Oriente

Alla prova dei fatti, il piano di Bruxelles non sta funzionando granché, sia perché il Cremlino dopo il blocco europeo, cominciato con il sabotaggio del gasdotto Nord Stream nel 2022 a opera di un commando ucraino, ha ridiretto i flussi verso Oriente e ha accresciuto la quota di export di Gnl verso l’Europa; sia perché la crisi del Golfo, non proprio imprevedibile dall’arrivo di Donald Trump alla Casa Bianca che poi si è unito in tandem bellico con Israele, ha messo in evidenza quanto il mercato conti in realtà più della geopolitica: e non è un caso, con mezza Europa adesso alla canna del gas, che si moltiplichino le voci di chi vuole riaprire all’import russo.

La schizofrenia europea sul gas russo: quando il mercato batte la geopolitica
Sabotaggio ai gasdotti Nord Stream.

Se da un lato la posizione dogmatica dell’Ue è controproducente, dall’altro è altrettanto evidente che la soluzione di sostituire il gas russo, per così dire “sporco di sangue”, con quello non certo lindo di altri Paesi non proprio conosciuti per essere modelli di democrazia e diritti civili, dal Qatar all’Azerbaigian, passando per l’Algeria, è frutto di doppi standard discutibili.

In Germania aumentano le voci pro apertura, non solo a destra

Ecco dunque che in Germania, il Paese che con le bombe ucraine nel Baltico ha subito un attacco senza precedenti proprio da un alleato, non solo l’opposizione di estrema destra dell’Alternative für Deutschland chiede la fine delle sanzioni contro Mosca, ma vogliono la riapertura di Nord Stream a guerra finita anche alcuni alleati del cancelliere Friedrich Merz, come il governatore della Sassonia e compagno di partito Michael Kretschmer.

La schizofrenia europea sul gas russo: quando il mercato batte la geopolitica
Friedrich Merz (Ansa).

In Italia si è fatto sentire anche Descalzi di Eni

In Italia, dove la Lega di Matteo Salvini ricalca le posizioni dei partiti filorussi di governo e opposizione in mezza Europa, è stato per ultimo l’amministratore delegato di Eni Claudio Descalzi a invocare la sospensione dell’embargo europeo sul gas russo per riportare ordine e quiete nei mercati sottosopra.

La schizofrenia europea sul gas russo: quando il mercato batte la geopolitica
La presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, con Claudio Descalzi (foto Imagoeconomica).

Rimangono ancora le resistenze di Commissione e governi volenterosi

Paesi come Belgio e Spagna, con governi conservatori e progressisti, rimangono i maggiori importatori di Gnl russo, insieme a quelli della Mitteleuropa, tipo Ungheria (anche se da ora in poi non ci sarà più Viktor Orbán) e Slovacchia. La rimessa in sesto di Nordstream, con la parallela riattivazione dei gasdotti che attraversano Polonia e Ucraina, consentirebbe all’Unione europea una maggiore diversificazione e potrebbe favorire la stabilizzazione dei prezzi in un mercato internazionale condizionato comunque dai conflitti in corso. Facile più a dirsi che a farsi, viste le resistenze di Commissione e governi volenterosi, in primis Berlino e Parigi. Almeno fino a contrordine.

Gas, petrolio e corridoi strategici: così l’Asia centrale torna nel Grande Gioco

La crisi energetica che sta sconquassando i mercati mondiali, con grandi interrogativi sull’approvvigionamento e i costi futuri, soprattutto per Europa e Asia, è la seconda nel giro di pochi anni: se nel 2022 l’invasione su larga scala dell’Ucraina da parte di Mosca aveva dato il via al disaccoppiamento tra i Paesi dell’Ue e la Russia, il conflitto in Medio Oriente sta nuovamente rimescolando le carte ovunque, evidenziando la vulnerabilità delle vie per le forniture dagli Stati del Golfo. In questo contesto, da un lato Mosca è riemersa come produttrice ed esportatrice di gas e petrolio, pronta a supplire ai deficit in Cina e in India, dall’altro è cresciuta l’importanza strategica dei Paesi dell’Asia centrale, come Turkmenistan e Kazakistan, che già da tempo hanno avviato una politica energetica multivettoriale, con un occhio all’Europa e uno all’Asia. I due Stan più ricchi di idrocarburi, insieme all’Uzbekistan, sono ormai al centro del Grande Gioco, non solo energetico, cominciato con la dissoluzione dell’Unione Sovietica nel 1991.

Gas, petrolio e corridoi strategici: così l’Asia centrale torna nel Grande Gioco
Una raffineria in Germania (Ansa).

Il Kazakistan e le relazioni con la Russia

Da oltre tre decenni, le autocrazie centroasiatiche hanno sviluppato stabili rapporti a Est e a Ovest, mantenendo comunque buone relazioni con la Russia, e il loro ruolo per i rifornimenti energetici su tutte le direttrici è progressivamente aumentato. Il Kazakistan, insieme con i più poveri Kirghizistan e Tagikistan, è tra le ex repubbliche sovietiche più vicine a Mosca, a cui è legata attraverso la Comunità degli Stati Indipendenti (Csi), l’Organizzazione del Trattato di Sicurezza Collettiva (Csto), l’Unione Economica Eurasiatica (Uee) e l’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai (Sco), dove è presente anche la Cina. Con circa 30 miliardi di barili è al 12esimo posto per le riserve di petrolio a livello mondiale.

Gas, petrolio e corridoi strategici: così l’Asia centrale torna nel Grande Gioco
Da sinistra, il bielorusso Lukashenko, il kazako Tokaev, il kirghizo Sadyr Japarov, Vladimir Putin, il tagiko Rahmon e il segretario generale del CSTO Imangali Tasmagambetov (Ansa).

Buona parte dell’export turkmeno è indirizzato a Pechino

Il Turkmenistan, più isolato, rigido e orientato a una politica estera di neutralità permanente, detiene invece circa 19.500 miliardi di metri cubi di riserve accertate di gas naturale, principalmente nel giacimento di Galkinish, ed è tra i primi Paesi produttori al mondo dopo Russia, Iran e Qatar. Attualmente la maggior parte dell’export turkmeno è destinata a Pechino, mentre quantità minori finiscono agli Emirati Arabi Uniti, all’Oman e alla Turchia.

Gas, petrolio e corridoi strategici: così l’Asia centrale torna nel Grande Gioco
Il presidente del Turkmenistan Serdar Berdimuhamedov e Xi Jinping a Pechino, settembre 2025 (Ansa).

La regione ex sovietica dell’Asia centrale è entrata nella sfera di interesse dell’Unione europea e dell’Occidente proprio perché ricca di risorse e lo scorso anno si è tenuto il primo vertice tra Asia centrale e Ue a Samarcanda, in Uzbekistan, che ha segnato l’avvio di un partenariato strategico. Bruxelles ha promesso investimenti per 12 miliardi di euro per accelerare la cooperazione in vari settori, dall’energia alle infrastrutture.

Gas, petrolio e corridoi strategici: così l’Asia centrale torna nel Grande Gioco
Il presidente del Turkmenistan Serdar Berdimuhamedov (Ansa).

Il ruolo centrale degli Stan nel Corridoio medio

Gli Stan sono fondamentali anche per il cosiddetto Corridoio medio, la rotta di trasporto internazionale transcaspica che collega la Cina e l’Europa aggirando la Russia. Rilevanti per l’Ue, in particolare per le questioni di gas e petrolio, sono tra il Caspio e il Mediterraneo altre due ex repubbliche sovietiche, la Georgia e l’Azerbaigian, dove già passano pipeline come la Btc (Baku-Tbilisi-Cheyan), e anche la Turchia. Negli ultimi anni si è assistito a un’intensificazione della cooperazione fra Azerbaigian e i Paesi dell’Asia centrale su progetti energetici, con il rafforzamento della regione come snodo di transito tra Asia ed Europa.

Gas, petrolio e corridoi strategici: così l’Asia centrale torna nel Grande Gioco
Il terminal turco della pipeline Baku-Tbilisi-Ceyhan (Ansa).

L’Asia centrale torna al centro del Great Game

La guerra nel Golfo ha insomma ha rilanciato il Great Game di kiplinghiana memoria in versione Terzo millennio, con Russia, Cina ed Europa a contendersi l’influenza e le risorse di un’area che è, relativamente, periferica rispetto agli accadimenti sulla scacchiera mondiale, ma che racchiude il potenziale per nuovi conflitti, militari ed economici. Gli stessi Stan sono regimi autocratici destinati a trasformarsi, seguendo esempi anche non propriamente pacifici, come già accaduto nei decenni passati tra rivoluzioni e guerre civili: i cambiamenti degli equilibri interni potranno riflettersi quindi anche su quelli internazionali, condizionandoli a favore e sfavore degli attori esterni. Resta quindi da capire chi sul lungo periodo avrà la meglio: al momento sono Cina e Russia a stare davanti all’Europa, poi si vedrà.

Riarmo europeo, boom dell’industria bellica in Germania

L’Europa ha aumentato le sue importazioni di armi del 210 per cento tra il 2021 e il 2025, diventando il maggiore compratore mondiale. Il legame con la guerra in Ucraina è evidente, visto che è proprio Kyiv il maggiore acquirente su scala internazionale, mentre gli Stati Uniti, che fino all’avvento di Donald Trump erano stati i più generosi supporter dell’ex repubblica sovietica nel conflitto con la Russia, hanno consolidato la loro posizione di principale esportatore. Questi sono i risultati principali del rapporto annuale del Sipri (Stockholm International Peace Research Institute), che ha evidenziato come i trasferimenti globali di armamenti siano aumentati del 9,2 per cento tra il 2021 e il 2025 rispetto allo stesso periodo dal 2016 al 2020. Una delle novità più importanti riguarda la Germania, diventata il quarto esportatore al mondo, superando la Cina e dietro Francia e Russia. L’industria bellica tedesca ha saputo reagire in maniera rapida alla guerra in Ucraina grazie alla flessibilità di colossi come Rheinmetall, accompagnando la tendenza al riarmo nelle capitali europee voluta con fermezza dalle élite politiche continentali.

Riarmo europeo, boom dell’industria bellica in Germania
Il logo Rheinmetall (Ansa).

La guerra in Medio Oriente darà nuovo impulso ai produttori

Secondo il Sipri il conflitto fra Kyiv e Mosca ha provocato la reazione dei Paesi europei, che stanno acquistando ancora più armi di quanto avessero già pianificato prima del 2022. E a questo si aggiunge la preoccupazione per gli sviluppi in altre parti del mondo, con l’incertezza sulla misura in cui gli Usa difenderebbero i loro partner della Nato in caso di crisi allargata. Complessivamente, il 32 per cento di tutte le forniture di armi è andato agli Stati europei e, secondo gli analisti svedesi, è improbabile che la situazione cambi, visto che comunque l’acquisto di armi a stelle e strisce contribuisce a rafforzare le relazioni transatlantiche a lungo termine. Le crescenti tensioni internazionali e l’attuale guerra in Medio Oriente aumenteranno ulteriormente la domanda di armi, con nuovo slancio per i produttori.

Le quotazioni in Borsa a Francoforte: da Gabler a Vincorion

La Germania, con il cancelliere Friedrich Merz che ha più volte ripetuto di voler allestire entro il 2030 il più forte esercito convenzionale in Europa, Rheinmetall rappresenta solo la punta di un iceberg la cui base si sta facendo sempre più larga. E Armin Pappenberg, il ceo del gigante di Düsseldorf che ha già pronosticato in maniera interessata che la guerra in Ucraina non finirà quest’anno, sta facendo scuola. All’inizio di questa settimana il Gruppo Gabler, fornitore di equipaggiamenti per sottomarini, è entrato in Borsa a Francoforte, settima azienda del settore della difesa a essere quotata, dopo Rheinmetall, Hensoldt, Renk, Airbus, Knds e Thyssenkrupp Marine Systems. Si tratta in realtà di una piccola società, attualmente valutata circa 266 milioni di euro, le cui azioni emesse a 44 euro sono salite del 10 per cento al primo giorno di contrattazioni. Secondo la società di consulenza Ey si prevedono altre entrate sulla piazza di Francoforte nei prossimi mesi, tra cui quella di Vincorion, azienda che fornisce soluzioni per i sistemi di alimentazione di carri armati e aerei. L’offerta pubblica iniziale (Ipo) è prevista prima di Pasqua e secondo fonti interne è valutata oltre 1 miliardo di euro.

Riarmo europeo, boom dell’industria bellica in Germania
Armin Papperger (foto Ansa).

Merz si è allineato con Trump e Netanyahu

Berlino continua inoltre a esportare armi verso Israele, dopo lo stop parziale dello scorso anno che era durato un paio di mesi; la ripresa delle forniture era stata già criticata da Amnesty International, che aveva evidenziato come il traffico continuasse a violare il diritto internazionale, dato che secondo l’organizzazione umanitaria la comunità mondiale, e quindi anche il governo di Merz, ha l’obbligo legale di impedire il genocidio nella Striscia di Gaza e deve adottare misure per porvi fine. Il cancelliere tedesco però pare essere sordo agli appelli di Amnesty e con l’avvio della nuova guerra in Medio Oriente, come ha dimostrato la sua ultima visita alla Casa Bianca, si è messo in linea con Donald Trump e Benjamin Netanyahu, dando poco peso alle questioni del diritto internazionale e la precedenza invece alla legge del più forte. Facendo così l’ennesimo favore a Papperger e ai piccoli Lords of War che in Germania si stanno moltiplicando.  

Riarmo europeo, boom dell’industria bellica in Germania
Friedrich Merz stinge la mano a Donald Trump (foto Ansa).

La guerra energetica nel Golfo e la miopia dell’Europa su gas e petrolio

La guerra in Medio Oriente è anche una guerra energetica, al pari di quella in Ucraina e di altre prima di queste. Il controllo della produzione e delle vie di esportazione di gas e petrolio è fondamentale per determinare vantaggi ed esiti nella cornice di conflitti allargati e confronti più ristretti in ogni angolo del mondo, dal Venezuela all’Iran. L’energia può essere un’arma, uno strumento di pressione, ma anche un obiettivo, un bersaglio: il gasdotto Nord Stream, arteria di collegamento diretta sotto il Mar Baltico tra la Russia e la Germania, è stato fatto saltare nel settembre 2022 da un commando ucraino, dando il via al processo di disaccoppiamento tra Mosca e Unione europea. Oggi i pasdaran controllano lo stretto di Hormuz, condizionando i mercati globali, e prendono di mira petroliere e navi cisterna.

La Baku-Tbilisi-Ceyhan è una delle maggiori pipeline della regione

Non solo: i droni arrivati in Azerbaigian, uniti ai rumors che circolano nel marasma della propaganda, indicano che una delle maggiori pipeline della regione, la Btc (BakuTbilisiCeyhan), sarebbe già nei radar iraniani. Questione di tempo. La Btc non è un semplice oleodotto, ma un progetto politico-economico occidentale partito già negli Anni 90 per bypassare la Russia. Trasporta il greggio dai giacimenti azerbaigiani del bacino del Mar Caspio, attraverso la Georgia, al porto mediterraneo di Ceyhan, nella Turchia meridionale, ed è uno snodo chiave per l’esportazione verso i mercati europei. È controllato dal colosso energetico britannico BP, che ne detiene la quota maggiore, pari al 30 per cento. Fornisce inoltre circa un terzo del petrolio che arriva in Israele e anche per questo è un obiettivo ideale per Teheran.

La guerra energetica nel Golfo e la miopia dell’Europa su gas e petrolio
Da sinistra l’ex presidente turco Ahmet Necdet Sezer, l’ex presidente della Georgia Mikhail Saakashvili, il presidente dell’Azerbaigian Ilham Aliyev, il premier turco Tayyip Erdogan e l’ex ceo del gruppo BP John Browne all’inaugurazione della pipeline Baku-Tbilisi-Ceyhan (Btc) nel 2006 (foto Ansa).

Il precedente dell’oleodotto Druzhba, attualmente fuori uso

Come per Nord Stream, anche per la Btc basterebbe una minima operazione chirurgica per provocare un terremoto gigantesco: le pipeline, dappertutto, sono obiettivi sensibili e facili da colpire. E non è certo un caso che siano sempre più nel mirino. L’ultimo esempio è stato quello dell’oleodotto Druzhba, che passa dalla Russia verso l’Europa occidentale attraverso l’Ucraina, attualmente fuori uso, con Kyiv e Mosca che si accusano a vicenda del sabotaggio, mentre un paio di Paesi, come Ungheria e Slovacchia, rischiano di rimanere a secco.

La guerra energetica nel Golfo e la miopia dell’Europa su gas e petrolio
L’oleodotto Druzhba (foto Ansa).

La vulnerabilità degli Stati che dipendono in maniera eccessiva da petrolio e gas è il problema maggiore che emerge quando le bombe colpiscono i tubi e riguarda non solo un pugno di nazioni direttamente interessate, ma mezzo mondo, come sta dimostrando il blocco dello stretto di Hormuz.

Dal 2022 l’Europa diversifica le vie di approvvigionamento

Se l’Europa dal 2022 ha cominciato a diversificare le vie di approvvigionamento, cambiando dal petrolio e dal gas russo a quelli di altri Paesi, dalla Norvegia ai Paesi del Golfo, passando per quelli dell’ex Urss come Azerbaigian o Kazakistan, si ritrova adesso davanti a sconvolgimenti, non proprio imprevedibili, che ne evidenziano la miopia.

La guerra energetica nel Golfo e la miopia dell’Europa su gas e petrolio
I lavori nel 2003 per l’oleodotto Baku-Tbilisi-Ceyhan (foto Ansa).

Troppa insistenza sulle energie fossili rispetto a rinnovabili e nucleare

Non è solo la questione del passaggio all’import da regioni e Paesi altrettanto a rischio e altrettanto poco democratici come la Russia, ma dell’insistenza sulle energie fossili rispetto a quelle rinnovabili e anche al nucleare. Il Green Deal perseguito da Bruxelles, farcito di petrolio azero e di gas dal Qatar, non è solo un’illusione e una presa in giro, ma una vera zappa sui piedi.

La guerra energetica nel Golfo e la miopia dell’Europa su gas e petrolio
Ursula von der Leyen (foto Ansa).

Se ne stanno accorgendo tutti in questi giorni e a infilare il dito nella piaga ci ha pensato la Russia di Vladimir Putin, che se da un lato sta approfittando del rialzo dei prezzi degli idrocarburi per dare respiro alle casse dello Stato, dall’altro ha annunciato di voler chiudere del tutto la pratica europea, anche prima del 2027 come previsto da Bruxelles, e spostare verso l’Asia anche il residuo export di gas e petrolio che giunge ancora in Europa.

La guerra energetica nel Golfo e la miopia dell’Europa su gas e petrolio
Matrioske con le immagini di Donald Trump e Vladimir Putin (Ansa).

Adesso non ci sono emergenze, ma le riserve per il prossimo anno?

In realtà non ci sono emergenze, perché l’inverno è finito, ma, soprattutto per il gas, ci si pone la domanda sulle riserve per il prossimo anno, con gli impianti di stoccaggio ormai vuoti: verranno sicuramente riempiti con più gas norvegese e Gnl statunitense, in attesa di vedere come andranno le cose nel Golfo, però i costi saranno elevati. Anche per questo nella Germania ancora in recessione c’è chi chiede una revisione dei rapporti con la Russia, quando la guerra in Ucraina sarà finita, e la ripresa delle importazioni anche via Nord Stream, una volta rimesso in sesto.

Merz vassallo di Trump: così la Germania perde sempre più peso

Quando nel 2003 gli Stati Uniti di George W. Bush invasero l’Iraq per eliminare Saddam Hussein, accusato di nascondere armi di distruzione di massa, l’allora cancelliere tedesco Gerhard Schröder tenne fuori la Germania dalla guerra: Berlino non credette alle prove contraffatte e sventolate alle Nazioni Unite dal generale Colin Powell e lasciò che Washington, insieme con quella che allora era stata denominata la coalizione dei volenterosi, Italia inclusa, si imbarcasse in un conflitto terminato con il ritiro ufficiale del 2011. Da allora abbiamo collezionato un’altra manciata di guerre, dalla Libia alla Siria, passando per l’Ucraina e il Medio Oriente, e il nuovo cancelliere Friedrich Merz ha riposizionato il Paese nel rapporto di vassallaggio nei confronti degli Usa, modificando anche la linea più autonoma che per tre lustri era stata tenuta da Angela Merkel, saltata completamente nel 2022 dopo l’invasione russa su larga scala dell’Ucraina.

LEGGI ANCHE Merz, la partita ucraina e la fine del primato tedesco

Merz vassallo di Trump: così la Germania perde sempre più peso
Una vecchia foto di Gerhard Schroder e George Bush. Alle loro spalle il presidente francese Jacques Chirac (foto Ansa).

Germania costretta a inseguire le mosse di Trump

Merz, nonostante l’arrivo di Donald Trump alla Casa Bianca, ha mantenuto quindi ferma la barra dell’atlantismo, sempre subordinato nella sostanza alle strategie internazionali dettate da Washington, con solo qualche spazio di facciata riservato a elementi di diversificazione: al di là cioè della volontà espressa di un ruolo autonomo e crescente anche al di fuori dell’Unione Europea, la Germania ha perso in definitiva peso su ogni teatro internazionale, costretta a inseguire le mosse di Trump e incapace, sia per sé che come presunto Paese guida dell’Ue, di imporre le sue priorità. In qualche piccolo sussulto d’orgoglio, come durante la Conferenza di Monaco di metà febbraio, ha detto che «l’ordine mondiale del Dopoguerra non esiste più» e che «la battaglia culturale Maga non è la nostra». Poi però in concreto le cose vanno diversamente.

LEGGI ANCHE Trump sorride, Merz no: la Germania nella trappola del gas americano

Merz vassallo di Trump: così la Germania perde sempre più peso
Merz vassallo di Trump: così la Germania perde sempre più peso
Merz vassallo di Trump: così la Germania perde sempre più peso
Merz vassallo di Trump: così la Germania perde sempre più peso
Merz vassallo di Trump: così la Germania perde sempre più peso

Gli esempi sono tanti. In quest’ultimo anno si può partire dai falliti ultimatum a Vladimir Putin sulla scacchiera ucraina, con il Cremlino che non ha mai tenuto in considerazione le proposte né di Berlino né di Bruxelles, mentre le trattative per la pacificazione sono state dettate sull’asse Mosca-Washington.

Merz vassallo di Trump: così la Germania perde sempre più peso
Vladimir Putin (Ansa).

C’è stata poi l’immobilità sulla crisi mediorientale, con i tedeschi nel ruolo di spettatori di fronte alle decisioni unilaterali di Usa e Israele. Dopo l’inizio della nuova guerra in Iran e gli attacchi che hanno eliminato l’ayatollah Ali Khamenei, Merz non si è espresso certo sulla legittimità dei bombardamenti e anzi li ha sostanzialmente avallati, condannando le reazioni di Teheran.

Merz vassallo di Trump: così la Germania perde sempre più peso
L’ayatollah Ali Khamenei (Imagoeconomica).

LEGGI ANCHE Germania, Merz e l’incognita delle regionali di marzo

Netanyahu criminale di guerra? A Merz non importa

Se Berlino è sempre stata piegata a Washington e Tel Aviv, in questi giorni è ancora più evidente quanto i legami siano stretti e quali siano appunto i rapporti di forza. Merz, che nel 2025 è stato l’unico leader europeo a far visita a Benjamin Netanyahu da quando la Corte penale dell’Aja ha dichiarato il premier israeliano criminale di guerra e ne ha richiesto l’arresto, è sempre asservito ai voleri di Trump, con il quale di fatto non si vuole contrapporre, se non con qualche spunto dialettico. Merz tra l’altro è volato a Washington, dove il 3 marzo ha in programma un incontro proprio con Trump. Il faccia a faccia era programmato da tempo, ma – anche qui – vede il tedesco come primo leader europeo negli Usa dopo l’attacco americano e israeliano all’Iran.

Merz vassallo di Trump: così la Germania perde sempre più peso
Friedrich Merz con il premier israeliano Benjamin Netanyahu (foto Ansa).

La linea diplomatica del cancelliere, adottata nelle sue visite a Washington così come in quella a Pechino a fine febbraio 2026, quando ha incontrato Xi Jinping, è improntata insomma al pragmatismo e volta a mantenere salde alleanze storiche e strategiche.

Merz vassallo di Trump: così la Germania perde sempre più peso
Friedrich Merz con Xi Jinping a Pechino (foto Ansa).

I viaggi tra India, Qatar, Emirati Arabi e Arabia Saudita

Da questo punto di vista si spiega la ricerca di partnership economiche e industriali più strette sia con Pechino sia con Nuova Delhi o i Paesi del Golfo. Merz all’inizio di quest’anno è volato in India, in Qatar, negli Emirati Arabi e in Arabia Saudita, dove ha incontrato il principe Mohammad bin Salman, non proprio un campione di democrazia, accusato nel 2019 dalla commissione speciale delle Nazioni Unite guidata da Agnès Callamard di essere il mandante dell’omicidio di Jamal Khashoggi, giornalista ucciso nel 2018 a Istanbul.

Merz vassallo di Trump: così la Germania perde sempre più peso
Friedrich Merz e l’emiro del Qatar Sheikh Tamim bin Hamad bin Khalifa Al Thani (foto Ansa).

La stessa Callamard accusò l’allora cancelliera Merkel di complicità con l’Arabia Saudita per non aver fatto abbastanza a livello internazionale per risolvere il caso. Fin qui in sostanza nulla di nuovo, nel senso che Merz non ha fatto altro che proseguire la strada aperta dai suoi predecessori, anche dal primo cancelliere della Germania riunificata, Helmut Kohl, il primo a puntare per esempio sulla Cina.

LEGGI ANCHE Il grande riarmo tedesco: cosa c’è dietro la paura della Russia

Merz vassallo di Trump: così la Germania perde sempre più peso
Angela Merkel e, sullo sfondo, una foro di Helmut Kohl (foto Ansa).

La grande differenza rispetto a prima? La rottura con la Russia

C’è però una differenza nella politica estera di Merz e quella di Kohl, Schröder e di Merkel, e cioè la rottura con la Russia, diventata per la Germania un nemico presente e futuro. L’invasione dell’Ucraina ha tranciato i rapporti tra Mosca e Berlino, facendo però emergere anche i doppi standard tedeschi ed europei, con il richiamo a corrente alternata al diritto internazionale. Il rischio, con le conseguenze del conflitto appena scoppiato in Medio Oriente che sono ancora tutte da valutare, è che la passività del cancelliere non rimanga solo una questione politica con leggeri riflessi economici sul Paese, ma si trasformi in un disastro che può trascinare la Germania ancor più in basso della recessione che sta affrontando.

L’irresistibile ascesa di Papperger, il lord of war tedesco in affari con Leonardo

Armin Papperger è un distinto signore di 63 anni, nato in Baviera e laureatosi in ingegneria meccanica a Duisburg, in quella che allora era Germania Ovest. Poco dopo la caduta del Muro di Berlino nel 1989 è entrato in Rheinmetall, colosso degli armamenti tedesco, dove ha trascorso praticamente tutta la sua carriera, ricoprendo vari incarichi. Nel 2012 è diventato membro del consiglio di amministrazione e un anno dopo è stato nominato al vertice dell’intero gruppo. Non solo: il ceo forse meno appariscente del panorama manageriale in Germania è diventato nel frattempo anche il maggiore azionista privato di Rheinmetall. Il titolo della società, complici venti di guerra che in tutto il mondo si sono rafforzati da tempo, è tra i migliori sulla piazza tedesca. Nel 2025 è cresciuto del 154 per cento, una cifra superiore a quella di qualsiasi altra azienda quotata a Francoforte e, negli ultimi cinque anni, il prezzo delle azioni è aumentato di oltre il 1.700 per cento.

Il piano russo per ucciderlo e la fortuna accumulata

Papperger, tra l’altro, secondo la Cnn finì anche nel mirino di un presunto piano russo che puntava a ucciderlo, visto che riforniva di armi Kyiv. In una recente intervista a un magazine di settore, ha ammesso candidamente di «aver accumulato un bel po’ di soldi». Quanti di preciso è difficile calcolare, anche se – visto che ha detto di acquistare azioni da 35 anni e dal 2017 le sue attività di trading presso l’azienda sono pubbliche – si parla di almeno 170 mila azioni da allora: solo questa partecipazione vale adesso circa 270 milioni di euro. L’ultimo acquisto, per circa 3 milioni, è stato fatto alla fine del 2025, dopo che il titolo aveva raggiunto il minimo dell’anno a 1.421 euro: in questi giorni vale 1.700.

Capitalizzazione di mercato di circa 73 miliardi di euro

A novembre i colloqui di pace sul conflitto in Ucraina avevano appena preso slancio e il prezzo delle azioni di Rheinmetall era crollato brevemente di circa il 20 per cento, per poi ovviamente risalire. Gli azionisti privati di Rheinmetall sono oltre un quarto del totale, esattamente il 27 per cento, secondo i numeri del 2024, e con un’attuale capitalizzazione di mercato di circa 73 miliardi di euro, le quote valgono quasi 20 miliardi di euro. Armin Papperger guida insomma un gruppo che sta incassando sempre più dividendi grazie ai conflitti in mezzo mondo, in maniera legale e trasparente, dato che i membri del consiglio di amministrazione delle società quotate in Borsa sono tenuti a dichiarare quando acquistano azioni della propria azienda.

L’irresistibile ascesa di Papperger, il lord of war tedesco in affari con Leonardo
L’irresistibile ascesa di Papperger, il lord of war tedesco in affari con Leonardo
L’irresistibile ascesa di Papperger, il lord of war tedesco in affari con Leonardo
L’irresistibile ascesa di Papperger, il lord of war tedesco in affari con Leonardo
L’irresistibile ascesa di Papperger, il lord of war tedesco in affari con Leonardo

Massicci programmi di riarmo di tutte le nazioni occidentali

Quando Papperger è entrato in carica come ceo di Rheinmetall, il prezzo per un titolo era di 37 euro, poi è arrivata la prima guerra in Ucraina nel 2014 e successivamente quella su larga scala dal 2022, con il gigante di Düsseldorf che ha preso il volo. Le minacce rappresentate dalla Russia per l’Europa e da altri nel mondo, dalla Cina all’Iran passando per la Corea del Nord, si sono trasformate in forza trainante per i massicci programmi di riarmo di tutte le nazioni occidentali, Germania in primis.

Soliti rapporti opachi fra gruppi industriali militari e politica

Nulla di nuovo, in realtà, con la solita opacità sui rapporti fra gruppi industriali militari e politica e i risvolti economici e finanziari delle guerre. Se ai tempi di Adolf Hitler i colossi come Rheinmetall, Ig Farben, Siemens o Krupp fecero quindi la loro parte, adesso i meccanismi sono gli stessi: Papperger vuol fare della società di Düsseldorf un campione dell’industria bellica in grado di competere con i giganti statunitensi del settore.

L’irresistibile ascesa di Papperger, il lord of war tedesco in affari con Leonardo
L’irresistibile ascesa di Papperger, il lord of war tedesco in affari con Leonardo
L’irresistibile ascesa di Papperger, il lord of war tedesco in affari con Leonardo
L’irresistibile ascesa di Papperger, il lord of war tedesco in affari con Leonardo

L’alleanza con Leonardo per produrre carri armati

Oggi Rheinmetall impiega circa 40 mila persone. E si prevede che questo numero salirà a 70 mila entro i prossimi due o tre anni, con un fatturato quintuplicato entro il 2030. Per questo il disinvolto amministratore delegato punta alla rapida espansione. Nel mirino a breve termine ci sono tra l’altro l’acquisizione della divisione cantieristica navale del Gruppo Lürssen, una joint venture con Lockheed Martin per la costruzione di componenti aeronautici per il caccia F-35, una collaborazione con la start up statunitense Anduril nella produzione di droni e un’alleanza per la produzione di carri armati con l’italiana Leonardo. Fondamentale nel progetto del lord of war bavarese, che coincide con quello degli altri suoi colleghi e di parte delle élite politiche occidentali, è che da qualche parte nel mondo, e ancor meglio anche alle porte dell’Europa, le guerre continuino.

Germania, Merz e l’incognita delle regionali di marzo

Recentemente a Stoccarda la Cdu ha rieletto Friedrich Merz come suo presidente. Al congresso il cancelliere ha incassato il 91,2 per cento dei voti, migliorando il risultato rispetto al 2024. Una cifra molto positiva, che arriva esattamente un anno dopo la vittoria dei conservatori alle elezioni anticipate del 2025. In realtà all’interno del primo partito di governo le cose non vanno proprio come dovrebbero, anche se Merz è riuscito nel mantenere unite le correnti, salvando la facciata. Gli ultimi 12 mesi sono stati per la Cdu e la Spd, che guidano il Paese a braccetto nella Große Koalition, non privi di difficoltà e la Germania, nonostante le promesse di cambiamento e rilancio, è ancora ferma al palo.

Germania, Merz e l’incognita delle regionali di marzo
Friedrich Merz (Ansa).

Merz assicura che il 2026 sarà l’anno della ripartenza

Lo stesso cancelliere a Stoccarda ha ricordato di essere finito nel mirino per obiettivi definiti eccessivamente ambiziosi e per non aver soddisfatto le aspettative. «Forse non abbiamo chiarito abbastanza rapidamente, dopo il cambio di governo, che non saremmo stati in grado di realizzare questo enorme sforzo di riforme dall’oggi al domani», ha ammesso Merz, cercando di giustificare l’immobilità politica e le difficoltà economiche attuali. Così ha ri-promesso che questo sarà l’anno della ripartenza. Il problema è che sino a ora a livello concreto poco è stato fatto e le riforme annunciate, dalla sanità alle pensioni, passando per il fisco e tutti i provvedimenti teorizzati per rilanciare l’economia, devono ancora essere messe in atto.

L’industria accusa la Groko di perdere tempo

Intanto la protesta dell’industria si fa sempre più forte e, come ha ben sintetizzato Jörg Krämer, capo economista della Commerzbank, «lo Stato spende molti soldi, ma le aziende non ottengono le riforme di cui hanno bisogno». Il rischio maggiore per la crescita economica tedesca sta proprio nella mancanza di consenso all’interno del governo federale sull’urgenza delle riforme strutturali. Insomma, Cdu e Spd stanno perdendo tempo, mentre il Paese barcolla.

L’incognita delle regionali e l’avanzata dell’AfD

Non solo: le elezioni regionali in vista quest’anno, le prime in Baden Württenberg l’8 marzo, potranno intaccare la già precaria stabilità della Grande Coalizione. L’avanzata della destra radicale dell’Alternative für Deutschland, a Est come a Ovest, pone pesanti incognite sul futuro. Finora l’AfD è rimasta ai margini dei giochi politici, con i partiti tradizionali fermi nella sua esclusione da ogni alleanza, ma è proprio nella Cdu di Merz che da tempo serpeggiano i dubbi sulla conventio ad excludendum; il cancelliere durante il congresso ha respinto categoricamente qualsiasi ammorbidimento della posizione attuale nei confronti dell’AfD, ma non ha affrontato il vero problema: secondo gli ultimi sondaggi delle elezioni regionali autunnali in Meclemburgo-Pomerania Anteriore e in Sassonia-Anhalt, i partiti centristi (Cdu, Spd, Verdi e Liberali) non avrebbero la maggioranza senza l’AfD o la Linke, il partito della sinistra estrema. Per Merz, che ha escluso qualsiasi cooperazione con entrambe le formazioni, il rebus dunque rimane.

Germania, Merz e l’incognita delle regionali di marzo
Alice Weidel e Tino Chrupalla, leader della AfD (Ansa).

La Spd arretra in Baden-Württenberg e per Merz non si mette bene

Per l’appuntamento in Baden Württenberg le prospettive sembrano migliori. I numeri della vigilia che danno la Cdu stabile intorno al 29 per cento, anche se il vantaggio rispetto ai Verdi, molto forti nella regione, è andato via via sfumando e dai 16 punti del 2024 è passato alla manciata attuale, con i Grünen che viaggiano sul 23 per cento, trainati dal candidato di punta Cem Özdemir, ex leader dei Verdi e ministro Federale dell’Agricoltura, che mira a succedere a Winfried Kretschmann, collega di partito e attuale governatore a Stoccarda.

Germania, Merz e l’incognita delle regionali di marzo
Cem Ozdemir (Ansa).

Se i Verdi in Baden-Württemberg sono lontani dal loro risultato record del 32,6 per cento alle elezioni del 2021, anche qui l’AfD, sebbene non pericolosa per le alleanze locali, è data in ascesa e col 20 per cento e raddoppierebbe il risultato del partito rispetto a quattro anni fa quando prese il 9,7 per cento. Gli estremisti di destra non sono ai livelli dell’Est, dove il partito di Chrupalla e Weidel velegfia oltre il 30-35 per cento, ma hanno costituito ormai uno zoccolo duro che va oltre la semplice protesta. Le Regionali dell’8 marzo segneranno con grande probabilità un altro arretramento dei socialdemocratici, in caduta libera sotto il 10 per cento, e un indebolimento ulteriore del secondo partito di governo a Berlino. Per il cancelliere Merz non è proprio un buon viatico per i progetti di coalizione che in autunno, in caso di due trionfi dell’AfD in Meclemburgo e Sassonia, potranno saltare definitivamente con la fine della Groko.