Riarmo europeo, boom dell’industria bellica in Germania

L’Europa ha aumentato le sue importazioni di armi del 210 per cento tra il 2021 e il 2025, diventando il maggiore compratore mondiale. Il legame con la guerra in Ucraina è evidente, visto che è proprio Kyiv il maggiore acquirente su scala internazionale, mentre gli Stati Uniti, che fino all’avvento di Donald Trump erano stati i più generosi supporter dell’ex repubblica sovietica nel conflitto con la Russia, hanno consolidato la loro posizione di principale esportatore. Questi sono i risultati principali del rapporto annuale del Sipri (Stockholm International Peace Research Institute), che ha evidenziato come i trasferimenti globali di armamenti siano aumentati del 9,2 per cento tra il 2021 e il 2025 rispetto allo stesso periodo dal 2016 al 2020. Una delle novità più importanti riguarda la Germania, diventata il quarto esportatore al mondo, superando la Cina e dietro Francia e Russia. L’industria bellica tedesca ha saputo reagire in maniera rapida alla guerra in Ucraina grazie alla flessibilità di colossi come Rheinmetall, accompagnando la tendenza al riarmo nelle capitali europee voluta con fermezza dalle élite politiche continentali.

Riarmo europeo, boom dell’industria bellica in Germania
Il logo Rheinmetall (Ansa).

La guerra in Medio Oriente darà nuovo impulso ai produttori

Secondo il Sipri il conflitto fra Kyiv e Mosca ha provocato la reazione dei Paesi europei, che stanno acquistando ancora più armi di quanto avessero già pianificato prima del 2022. E a questo si aggiunge la preoccupazione per gli sviluppi in altre parti del mondo, con l’incertezza sulla misura in cui gli Usa difenderebbero i loro partner della Nato in caso di crisi allargata. Complessivamente, il 32 per cento di tutte le forniture di armi è andato agli Stati europei e, secondo gli analisti svedesi, è improbabile che la situazione cambi, visto che comunque l’acquisto di armi a stelle e strisce contribuisce a rafforzare le relazioni transatlantiche a lungo termine. Le crescenti tensioni internazionali e l’attuale guerra in Medio Oriente aumenteranno ulteriormente la domanda di armi, con nuovo slancio per i produttori.

Le quotazioni in Borsa a Francoforte: da Gabler a Vincorion

La Germania, con il cancelliere Friedrich Merz che ha più volte ripetuto di voler allestire entro il 2030 il più forte esercito convenzionale in Europa, Rheinmetall rappresenta solo la punta di un iceberg la cui base si sta facendo sempre più larga. E Armin Pappenberg, il ceo del gigante di Düsseldorf che ha già pronosticato in maniera interessata che la guerra in Ucraina non finirà quest’anno, sta facendo scuola. All’inizio di questa settimana il Gruppo Gabler, fornitore di equipaggiamenti per sottomarini, è entrato in Borsa a Francoforte, settima azienda del settore della difesa a essere quotata, dopo Rheinmetall, Hensoldt, Renk, Airbus, Knds e Thyssenkrupp Marine Systems. Si tratta in realtà di una piccola società, attualmente valutata circa 266 milioni di euro, le cui azioni emesse a 44 euro sono salite del 10 per cento al primo giorno di contrattazioni. Secondo la società di consulenza Ey si prevedono altre entrate sulla piazza di Francoforte nei prossimi mesi, tra cui quella di Vincorion, azienda che fornisce soluzioni per i sistemi di alimentazione di carri armati e aerei. L’offerta pubblica iniziale (Ipo) è prevista prima di Pasqua e secondo fonti interne è valutata oltre 1 miliardo di euro.

Riarmo europeo, boom dell’industria bellica in Germania
Armin Papperger (foto Ansa).

Merz si è allineato con Trump e Netanyahu

Berlino continua inoltre a esportare armi verso Israele, dopo lo stop parziale dello scorso anno che era durato un paio di mesi; la ripresa delle forniture era stata già criticata da Amnesty International, che aveva evidenziato come il traffico continuasse a violare il diritto internazionale, dato che secondo l’organizzazione umanitaria la comunità mondiale, e quindi anche il governo di Merz, ha l’obbligo legale di impedire il genocidio nella Striscia di Gaza e deve adottare misure per porvi fine. Il cancelliere tedesco però pare essere sordo agli appelli di Amnesty e con l’avvio della nuova guerra in Medio Oriente, come ha dimostrato la sua ultima visita alla Casa Bianca, si è messo in linea con Donald Trump e Benjamin Netanyahu, dando poco peso alle questioni del diritto internazionale e la precedenza invece alla legge del più forte. Facendo così l’ennesimo favore a Papperger e ai piccoli Lords of War che in Germania si stanno moltiplicando.  

Riarmo europeo, boom dell’industria bellica in Germania
Friedrich Merz stinge la mano a Donald Trump (foto Ansa).

La guerra energetica nel Golfo e la miopia dell’Europa su gas e petrolio

La guerra in Medio Oriente è anche una guerra energetica, al pari di quella in Ucraina e di altre prima di queste. Il controllo della produzione e delle vie di esportazione di gas e petrolio è fondamentale per determinare vantaggi ed esiti nella cornice di conflitti allargati e confronti più ristretti in ogni angolo del mondo, dal Venezuela all’Iran. L’energia può essere un’arma, uno strumento di pressione, ma anche un obiettivo, un bersaglio: il gasdotto Nord Stream, arteria di collegamento diretta sotto il Mar Baltico tra la Russia e la Germania, è stato fatto saltare nel settembre 2022 da un commando ucraino, dando il via al processo di disaccoppiamento tra Mosca e Unione europea. Oggi i pasdaran controllano lo stretto di Hormuz, condizionando i mercati globali, e prendono di mira petroliere e navi cisterna.

La Baku-Tbilisi-Ceyhan è una delle maggiori pipeline della regione

Non solo: i droni arrivati in Azerbaigian, uniti ai rumors che circolano nel marasma della propaganda, indicano che una delle maggiori pipeline della regione, la Btc (BakuTbilisiCeyhan), sarebbe già nei radar iraniani. Questione di tempo. La Btc non è un semplice oleodotto, ma un progetto politico-economico occidentale partito già negli Anni 90 per bypassare la Russia. Trasporta il greggio dai giacimenti azerbaigiani del bacino del Mar Caspio, attraverso la Georgia, al porto mediterraneo di Ceyhan, nella Turchia meridionale, ed è uno snodo chiave per l’esportazione verso i mercati europei. È controllato dal colosso energetico britannico BP, che ne detiene la quota maggiore, pari al 30 per cento. Fornisce inoltre circa un terzo del petrolio che arriva in Israele e anche per questo è un obiettivo ideale per Teheran.

La guerra energetica nel Golfo e la miopia dell’Europa su gas e petrolio
Da sinistra l’ex presidente turco Ahmet Necdet Sezer, l’ex presidente della Georgia Mikhail Saakashvili, il presidente dell’Azerbaigian Ilham Aliyev, il premier turco Tayyip Erdogan e l’ex ceo del gruppo BP John Browne all’inaugurazione della pipeline Baku-Tbilisi-Ceyhan (Btc) nel 2006 (foto Ansa).

Il precedente dell’oleodotto Druzhba, attualmente fuori uso

Come per Nord Stream, anche per la Btc basterebbe una minima operazione chirurgica per provocare un terremoto gigantesco: le pipeline, dappertutto, sono obiettivi sensibili e facili da colpire. E non è certo un caso che siano sempre più nel mirino. L’ultimo esempio è stato quello dell’oleodotto Druzhba, che passa dalla Russia verso l’Europa occidentale attraverso l’Ucraina, attualmente fuori uso, con Kyiv e Mosca che si accusano a vicenda del sabotaggio, mentre un paio di Paesi, come Ungheria e Slovacchia, rischiano di rimanere a secco.

La guerra energetica nel Golfo e la miopia dell’Europa su gas e petrolio
L’oleodotto Druzhba (foto Ansa).

La vulnerabilità degli Stati che dipendono in maniera eccessiva da petrolio e gas è il problema maggiore che emerge quando le bombe colpiscono i tubi e riguarda non solo un pugno di nazioni direttamente interessate, ma mezzo mondo, come sta dimostrando il blocco dello stretto di Hormuz.

Dal 2022 l’Europa diversifica le vie di approvvigionamento

Se l’Europa dal 2022 ha cominciato a diversificare le vie di approvvigionamento, cambiando dal petrolio e dal gas russo a quelli di altri Paesi, dalla Norvegia ai Paesi del Golfo, passando per quelli dell’ex Urss come Azerbaigian o Kazakistan, si ritrova adesso davanti a sconvolgimenti, non proprio imprevedibili, che ne evidenziano la miopia.

La guerra energetica nel Golfo e la miopia dell’Europa su gas e petrolio
I lavori nel 2003 per l’oleodotto Baku-Tbilisi-Ceyhan (foto Ansa).

Troppa insistenza sulle energie fossili rispetto a rinnovabili e nucleare

Non è solo la questione del passaggio all’import da regioni e Paesi altrettanto a rischio e altrettanto poco democratici come la Russia, ma dell’insistenza sulle energie fossili rispetto a quelle rinnovabili e anche al nucleare. Il Green Deal perseguito da Bruxelles, farcito di petrolio azero e di gas dal Qatar, non è solo un’illusione e una presa in giro, ma una vera zappa sui piedi.

La guerra energetica nel Golfo e la miopia dell’Europa su gas e petrolio
Ursula von der Leyen (foto Ansa).

Se ne stanno accorgendo tutti in questi giorni e a infilare il dito nella piaga ci ha pensato la Russia di Vladimir Putin, che se da un lato sta approfittando del rialzo dei prezzi degli idrocarburi per dare respiro alle casse dello Stato, dall’altro ha annunciato di voler chiudere del tutto la pratica europea, anche prima del 2027 come previsto da Bruxelles, e spostare verso l’Asia anche il residuo export di gas e petrolio che giunge ancora in Europa.

La guerra energetica nel Golfo e la miopia dell’Europa su gas e petrolio
Matrioske con le immagini di Donald Trump e Vladimir Putin (Ansa).

Adesso non ci sono emergenze, ma le riserve per il prossimo anno?

In realtà non ci sono emergenze, perché l’inverno è finito, ma, soprattutto per il gas, ci si pone la domanda sulle riserve per il prossimo anno, con gli impianti di stoccaggio ormai vuoti: verranno sicuramente riempiti con più gas norvegese e Gnl statunitense, in attesa di vedere come andranno le cose nel Golfo, però i costi saranno elevati. Anche per questo nella Germania ancora in recessione c’è chi chiede una revisione dei rapporti con la Russia, quando la guerra in Ucraina sarà finita, e la ripresa delle importazioni anche via Nord Stream, una volta rimesso in sesto.

Merz vassallo di Trump: così la Germania perde sempre più peso

Quando nel 2003 gli Stati Uniti di George W. Bush invasero l’Iraq per eliminare Saddam Hussein, accusato di nascondere armi di distruzione di massa, l’allora cancelliere tedesco Gerhard Schröder tenne fuori la Germania dalla guerra: Berlino non credette alle prove contraffatte e sventolate alle Nazioni Unite dal generale Colin Powell e lasciò che Washington, insieme con quella che allora era stata denominata la coalizione dei volenterosi, Italia inclusa, si imbarcasse in un conflitto terminato con il ritiro ufficiale del 2011. Da allora abbiamo collezionato un’altra manciata di guerre, dalla Libia alla Siria, passando per l’Ucraina e il Medio Oriente, e il nuovo cancelliere Friedrich Merz ha riposizionato il Paese nel rapporto di vassallaggio nei confronti degli Usa, modificando anche la linea più autonoma che per tre lustri era stata tenuta da Angela Merkel, saltata completamente nel 2022 dopo l’invasione russa su larga scala dell’Ucraina.

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Merz vassallo di Trump: così la Germania perde sempre più peso
Una vecchia foto di Gerhard Schroder e George Bush. Alle loro spalle il presidente francese Jacques Chirac (foto Ansa).

Germania costretta a inseguire le mosse di Trump

Merz, nonostante l’arrivo di Donald Trump alla Casa Bianca, ha mantenuto quindi ferma la barra dell’atlantismo, sempre subordinato nella sostanza alle strategie internazionali dettate da Washington, con solo qualche spazio di facciata riservato a elementi di diversificazione: al di là cioè della volontà espressa di un ruolo autonomo e crescente anche al di fuori dell’Unione Europea, la Germania ha perso in definitiva peso su ogni teatro internazionale, costretta a inseguire le mosse di Trump e incapace, sia per sé che come presunto Paese guida dell’Ue, di imporre le sue priorità. In qualche piccolo sussulto d’orgoglio, come durante la Conferenza di Monaco di metà febbraio, ha detto che «l’ordine mondiale del Dopoguerra non esiste più» e che «la battaglia culturale Maga non è la nostra». Poi però in concreto le cose vanno diversamente.

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Merz vassallo di Trump: così la Germania perde sempre più peso
Merz vassallo di Trump: così la Germania perde sempre più peso
Merz vassallo di Trump: così la Germania perde sempre più peso
Merz vassallo di Trump: così la Germania perde sempre più peso
Merz vassallo di Trump: così la Germania perde sempre più peso

Gli esempi sono tanti. In quest’ultimo anno si può partire dai falliti ultimatum a Vladimir Putin sulla scacchiera ucraina, con il Cremlino che non ha mai tenuto in considerazione le proposte né di Berlino né di Bruxelles, mentre le trattative per la pacificazione sono state dettate sull’asse Mosca-Washington.

Merz vassallo di Trump: così la Germania perde sempre più peso
Vladimir Putin (Ansa).

C’è stata poi l’immobilità sulla crisi mediorientale, con i tedeschi nel ruolo di spettatori di fronte alle decisioni unilaterali di Usa e Israele. Dopo l’inizio della nuova guerra in Iran e gli attacchi che hanno eliminato l’ayatollah Ali Khamenei, Merz non si è espresso certo sulla legittimità dei bombardamenti e anzi li ha sostanzialmente avallati, condannando le reazioni di Teheran.

Merz vassallo di Trump: così la Germania perde sempre più peso
L’ayatollah Ali Khamenei (Imagoeconomica).

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Netanyahu criminale di guerra? A Merz non importa

Se Berlino è sempre stata piegata a Washington e Tel Aviv, in questi giorni è ancora più evidente quanto i legami siano stretti e quali siano appunto i rapporti di forza. Merz, che nel 2025 è stato l’unico leader europeo a far visita a Benjamin Netanyahu da quando la Corte penale dell’Aja ha dichiarato il premier israeliano criminale di guerra e ne ha richiesto l’arresto, è sempre asservito ai voleri di Trump, con il quale di fatto non si vuole contrapporre, se non con qualche spunto dialettico. Merz tra l’altro è volato a Washington, dove il 3 marzo ha in programma un incontro proprio con Trump. Il faccia a faccia era programmato da tempo, ma – anche qui – vede il tedesco come primo leader europeo negli Usa dopo l’attacco americano e israeliano all’Iran.

Merz vassallo di Trump: così la Germania perde sempre più peso
Friedrich Merz con il premier israeliano Benjamin Netanyahu (foto Ansa).

La linea diplomatica del cancelliere, adottata nelle sue visite a Washington così come in quella a Pechino a fine febbraio 2026, quando ha incontrato Xi Jinping, è improntata insomma al pragmatismo e volta a mantenere salde alleanze storiche e strategiche.

Merz vassallo di Trump: così la Germania perde sempre più peso
Friedrich Merz con Xi Jinping a Pechino (foto Ansa).

I viaggi tra India, Qatar, Emirati Arabi e Arabia Saudita

Da questo punto di vista si spiega la ricerca di partnership economiche e industriali più strette sia con Pechino sia con Nuova Delhi o i Paesi del Golfo. Merz all’inizio di quest’anno è volato in India, in Qatar, negli Emirati Arabi e in Arabia Saudita, dove ha incontrato il principe Mohammad bin Salman, non proprio un campione di democrazia, accusato nel 2019 dalla commissione speciale delle Nazioni Unite guidata da Agnès Callamard di essere il mandante dell’omicidio di Jamal Khashoggi, giornalista ucciso nel 2018 a Istanbul.

Merz vassallo di Trump: così la Germania perde sempre più peso
Friedrich Merz e l’emiro del Qatar Sheikh Tamim bin Hamad bin Khalifa Al Thani (foto Ansa).

La stessa Callamard accusò l’allora cancelliera Merkel di complicità con l’Arabia Saudita per non aver fatto abbastanza a livello internazionale per risolvere il caso. Fin qui in sostanza nulla di nuovo, nel senso che Merz non ha fatto altro che proseguire la strada aperta dai suoi predecessori, anche dal primo cancelliere della Germania riunificata, Helmut Kohl, il primo a puntare per esempio sulla Cina.

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Merz vassallo di Trump: così la Germania perde sempre più peso
Angela Merkel e, sullo sfondo, una foro di Helmut Kohl (foto Ansa).

La grande differenza rispetto a prima? La rottura con la Russia

C’è però una differenza nella politica estera di Merz e quella di Kohl, Schröder e di Merkel, e cioè la rottura con la Russia, diventata per la Germania un nemico presente e futuro. L’invasione dell’Ucraina ha tranciato i rapporti tra Mosca e Berlino, facendo però emergere anche i doppi standard tedeschi ed europei, con il richiamo a corrente alternata al diritto internazionale. Il rischio, con le conseguenze del conflitto appena scoppiato in Medio Oriente che sono ancora tutte da valutare, è che la passività del cancelliere non rimanga solo una questione politica con leggeri riflessi economici sul Paese, ma si trasformi in un disastro che può trascinare la Germania ancor più in basso della recessione che sta affrontando.

L’irresistibile ascesa di Papperger, il lord of war tedesco in affari con Leonardo

Armin Papperger è un distinto signore di 63 anni, nato in Baviera e laureatosi in ingegneria meccanica a Duisburg, in quella che allora era Germania Ovest. Poco dopo la caduta del Muro di Berlino nel 1989 è entrato in Rheinmetall, colosso degli armamenti tedesco, dove ha trascorso praticamente tutta la sua carriera, ricoprendo vari incarichi. Nel 2012 è diventato membro del consiglio di amministrazione e un anno dopo è stato nominato al vertice dell’intero gruppo. Non solo: il ceo forse meno appariscente del panorama manageriale in Germania è diventato nel frattempo anche il maggiore azionista privato di Rheinmetall. Il titolo della società, complici venti di guerra che in tutto il mondo si sono rafforzati da tempo, è tra i migliori sulla piazza tedesca. Nel 2025 è cresciuto del 154 per cento, una cifra superiore a quella di qualsiasi altra azienda quotata a Francoforte e, negli ultimi cinque anni, il prezzo delle azioni è aumentato di oltre il 1.700 per cento.

Il piano russo per ucciderlo e la fortuna accumulata

Papperger, tra l’altro, secondo la Cnn finì anche nel mirino di un presunto piano russo che puntava a ucciderlo, visto che riforniva di armi Kyiv. In una recente intervista a un magazine di settore, ha ammesso candidamente di «aver accumulato un bel po’ di soldi». Quanti di preciso è difficile calcolare, anche se – visto che ha detto di acquistare azioni da 35 anni e dal 2017 le sue attività di trading presso l’azienda sono pubbliche – si parla di almeno 170 mila azioni da allora: solo questa partecipazione vale adesso circa 270 milioni di euro. L’ultimo acquisto, per circa 3 milioni, è stato fatto alla fine del 2025, dopo che il titolo aveva raggiunto il minimo dell’anno a 1.421 euro: in questi giorni vale 1.700.

Capitalizzazione di mercato di circa 73 miliardi di euro

A novembre i colloqui di pace sul conflitto in Ucraina avevano appena preso slancio e il prezzo delle azioni di Rheinmetall era crollato brevemente di circa il 20 per cento, per poi ovviamente risalire. Gli azionisti privati di Rheinmetall sono oltre un quarto del totale, esattamente il 27 per cento, secondo i numeri del 2024, e con un’attuale capitalizzazione di mercato di circa 73 miliardi di euro, le quote valgono quasi 20 miliardi di euro. Armin Papperger guida insomma un gruppo che sta incassando sempre più dividendi grazie ai conflitti in mezzo mondo, in maniera legale e trasparente, dato che i membri del consiglio di amministrazione delle società quotate in Borsa sono tenuti a dichiarare quando acquistano azioni della propria azienda.

L’irresistibile ascesa di Papperger, il lord of war tedesco in affari con Leonardo
L’irresistibile ascesa di Papperger, il lord of war tedesco in affari con Leonardo
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Massicci programmi di riarmo di tutte le nazioni occidentali

Quando Papperger è entrato in carica come ceo di Rheinmetall, il prezzo per un titolo era di 37 euro, poi è arrivata la prima guerra in Ucraina nel 2014 e successivamente quella su larga scala dal 2022, con il gigante di Düsseldorf che ha preso il volo. Le minacce rappresentate dalla Russia per l’Europa e da altri nel mondo, dalla Cina all’Iran passando per la Corea del Nord, si sono trasformate in forza trainante per i massicci programmi di riarmo di tutte le nazioni occidentali, Germania in primis.

Soliti rapporti opachi fra gruppi industriali militari e politica

Nulla di nuovo, in realtà, con la solita opacità sui rapporti fra gruppi industriali militari e politica e i risvolti economici e finanziari delle guerre. Se ai tempi di Adolf Hitler i colossi come Rheinmetall, Ig Farben, Siemens o Krupp fecero quindi la loro parte, adesso i meccanismi sono gli stessi: Papperger vuol fare della società di Düsseldorf un campione dell’industria bellica in grado di competere con i giganti statunitensi del settore.

L’irresistibile ascesa di Papperger, il lord of war tedesco in affari con Leonardo
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L’alleanza con Leonardo per produrre carri armati

Oggi Rheinmetall impiega circa 40 mila persone. E si prevede che questo numero salirà a 70 mila entro i prossimi due o tre anni, con un fatturato quintuplicato entro il 2030. Per questo il disinvolto amministratore delegato punta alla rapida espansione. Nel mirino a breve termine ci sono tra l’altro l’acquisizione della divisione cantieristica navale del Gruppo Lürssen, una joint venture con Lockheed Martin per la costruzione di componenti aeronautici per il caccia F-35, una collaborazione con la start up statunitense Anduril nella produzione di droni e un’alleanza per la produzione di carri armati con l’italiana Leonardo. Fondamentale nel progetto del lord of war bavarese, che coincide con quello degli altri suoi colleghi e di parte delle élite politiche occidentali, è che da qualche parte nel mondo, e ancor meglio anche alle porte dell’Europa, le guerre continuino.

Germania, Merz e l’incognita delle regionali di marzo

Recentemente a Stoccarda la Cdu ha rieletto Friedrich Merz come suo presidente. Al congresso il cancelliere ha incassato il 91,2 per cento dei voti, migliorando il risultato rispetto al 2024. Una cifra molto positiva, che arriva esattamente un anno dopo la vittoria dei conservatori alle elezioni anticipate del 2025. In realtà all’interno del primo partito di governo le cose non vanno proprio come dovrebbero, anche se Merz è riuscito nel mantenere unite le correnti, salvando la facciata. Gli ultimi 12 mesi sono stati per la Cdu e la Spd, che guidano il Paese a braccetto nella Große Koalition, non privi di difficoltà e la Germania, nonostante le promesse di cambiamento e rilancio, è ancora ferma al palo.

Germania, Merz e l’incognita delle regionali di marzo
Friedrich Merz (Ansa).

Merz assicura che il 2026 sarà l’anno della ripartenza

Lo stesso cancelliere a Stoccarda ha ricordato di essere finito nel mirino per obiettivi definiti eccessivamente ambiziosi e per non aver soddisfatto le aspettative. «Forse non abbiamo chiarito abbastanza rapidamente, dopo il cambio di governo, che non saremmo stati in grado di realizzare questo enorme sforzo di riforme dall’oggi al domani», ha ammesso Merz, cercando di giustificare l’immobilità politica e le difficoltà economiche attuali. Così ha ri-promesso che questo sarà l’anno della ripartenza. Il problema è che sino a ora a livello concreto poco è stato fatto e le riforme annunciate, dalla sanità alle pensioni, passando per il fisco e tutti i provvedimenti teorizzati per rilanciare l’economia, devono ancora essere messe in atto.

L’industria accusa la Groko di perdere tempo

Intanto la protesta dell’industria si fa sempre più forte e, come ha ben sintetizzato Jörg Krämer, capo economista della Commerzbank, «lo Stato spende molti soldi, ma le aziende non ottengono le riforme di cui hanno bisogno». Il rischio maggiore per la crescita economica tedesca sta proprio nella mancanza di consenso all’interno del governo federale sull’urgenza delle riforme strutturali. Insomma, Cdu e Spd stanno perdendo tempo, mentre il Paese barcolla.

L’incognita delle regionali e l’avanzata dell’AfD

Non solo: le elezioni regionali in vista quest’anno, le prime in Baden Württenberg l’8 marzo, potranno intaccare la già precaria stabilità della Grande Coalizione. L’avanzata della destra radicale dell’Alternative für Deutschland, a Est come a Ovest, pone pesanti incognite sul futuro. Finora l’AfD è rimasta ai margini dei giochi politici, con i partiti tradizionali fermi nella sua esclusione da ogni alleanza, ma è proprio nella Cdu di Merz che da tempo serpeggiano i dubbi sulla conventio ad excludendum; il cancelliere durante il congresso ha respinto categoricamente qualsiasi ammorbidimento della posizione attuale nei confronti dell’AfD, ma non ha affrontato il vero problema: secondo gli ultimi sondaggi delle elezioni regionali autunnali in Meclemburgo-Pomerania Anteriore e in Sassonia-Anhalt, i partiti centristi (Cdu, Spd, Verdi e Liberali) non avrebbero la maggioranza senza l’AfD o la Linke, il partito della sinistra estrema. Per Merz, che ha escluso qualsiasi cooperazione con entrambe le formazioni, il rebus dunque rimane.

Germania, Merz e l’incognita delle regionali di marzo
Alice Weidel e Tino Chrupalla, leader della AfD (Ansa).

La Spd arretra in Baden-Württenberg e per Merz non si mette bene

Per l’appuntamento in Baden Württenberg le prospettive sembrano migliori. I numeri della vigilia che danno la Cdu stabile intorno al 29 per cento, anche se il vantaggio rispetto ai Verdi, molto forti nella regione, è andato via via sfumando e dai 16 punti del 2024 è passato alla manciata attuale, con i Grünen che viaggiano sul 23 per cento, trainati dal candidato di punta Cem Özdemir, ex leader dei Verdi e ministro Federale dell’Agricoltura, che mira a succedere a Winfried Kretschmann, collega di partito e attuale governatore a Stoccarda.

Germania, Merz e l’incognita delle regionali di marzo
Cem Ozdemir (Ansa).

Se i Verdi in Baden-Württemberg sono lontani dal loro risultato record del 32,6 per cento alle elezioni del 2021, anche qui l’AfD, sebbene non pericolosa per le alleanze locali, è data in ascesa e col 20 per cento e raddoppierebbe il risultato del partito rispetto a quattro anni fa quando prese il 9,7 per cento. Gli estremisti di destra non sono ai livelli dell’Est, dove il partito di Chrupalla e Weidel velegfia oltre il 30-35 per cento, ma hanno costituito ormai uno zoccolo duro che va oltre la semplice protesta. Le Regionali dell’8 marzo segneranno con grande probabilità un altro arretramento dei socialdemocratici, in caduta libera sotto il 10 per cento, e un indebolimento ulteriore del secondo partito di governo a Berlino. Per il cancelliere Merz non è proprio un buon viatico per i progetti di coalizione che in autunno, in caso di due trionfi dell’AfD in Meclemburgo e Sassonia, potranno saltare definitivamente con la fine della Groko. 

Ucraina-Russia, il ritorno della diplomazia tra negoziati e aiuti europei

Mentre sul campo si continua a combattere, i negoziati diretti fra Russia e Ucraina proseguono sotto traccia. Volodymyr Zelensky ha annunciato un possibile nuovo round negli Usa la prossima settimana, il 17 o 18 febbraio, anche se non è ancora chiaro se Mosca parteciperà o meno. In quell’occasione, ha spiegato il presidente ucraino, si discuterà la proposta statunitense di creare una zona cuscinetto nel Donbass. Idea che non convince né l’Ucraina né la Russia. Il Cremlino resta fermo sulle sue posizioni: prendersi l’intera regione, comprese le aree non ancora conquistate, mentre Kyiv insiste per un congelamento della linea del fronte. L’Ucraina si dice poi pronta a indire le elezioni solo dopo un «cessate il fuoco» e dopo aver ottenuto delle «garanzie di sicurezza».

Ucraina-Russia, il ritorno della diplomazia tra negoziati e aiuti europei
Volodymyr Zelensky (Ansa).

La diplomazia torna ad avere un ruolo nei negoziati

L’accelerazione impressa dagli Stati Uniti, confermata nei primi colloqui trilaterali ad Abu Dhabi di fine gennaio, ha però dato una nuova piega alle trattative, che lontano dai riflettori potrebbero essere arrivate a un punto decisivo. Nonostante tutto, dunque, la diplomazia pare giocare un ruolo fondamentale nella risoluzione del conflitto. I ruoli al tavolo delle contrattazioni sono ormai consolidati: la Casa Bianca, che dall’arrivo di Trump si è via via sfilata la veste di prima alleata dell’Ucraina, è ora la principale mediatrice nella discussione con i due contendenti, con un occhio, o forse tutti e due, ai propri interessi, economici e politici, non ultimo usare un eventuale accordo in chiave elettorale in vista delle midterm. Il disimpegno statunitense è stato invece certificato dai dati appena pubblicati dall’Istituto tedesco per l’economia di Kiel, che attraverso l’Ukraine Support Tracker dal 2022 controlla i flussi di aiuti occidentali all’Ucraina.

Ucraina-Russia, il ritorno della diplomazia tra negoziati e aiuti europei
Donald Trump (Ansa).

Si intensifica la mediazione svizzera

Cremlino e Bankova sono impegnati invece nel confronto diretto cercando di far valere le proprie posizioni, con la situazione sul terreno ancora favorevole a Mosca. A margine si collocano gli altri attori: da una parte i volenterosi europei che appoggiano apertamente l’Ucraina, dall’altra alcuni Paesi, come la Svizzera, che ultimamente hanno rilanciato la carta del dialogo e della mediazione politica. Non è stato un caso che Ignazio Cassis, capo del dipartimento degli Affari esteri della Confederazione e presidente di turno dell’Osce, l’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa, la scorsa settimana abbia fatto il pendolare fra Kyiv e Mosca per sondare gli spazi d’intesa. Berna, che già nel 2023 con la conferenza per la pace al Bürgenstock aveva tentato di tracciare un percorso risolutivo, è di nuovo alla ricerca di una mediazione che sia davvero efficace. La volontà è quella di fare da spalla sia alla politica statunitense, tentando di caricare maggiore responsabilità sulle organizzazioni internazionali come l’Osce, che già ha avuto compiti di monitoraggio dopo gli accordi di Minsk del 2015, sia alla mediazione “logistica” degli Emirati.

Ucraina-Russia, il ritorno della diplomazia tra negoziati e aiuti europei
Ignazio Cassis (Ansa).

Gli aiuti occidentali a Kyiv sono rimasti stabili

Il rilancio della diplomazia deriva naturalmente dalla situazione sul campo, determinata per Kyiv dagli aiuti occidentali (giovedì l’Eurocamera ha dato l’ok al prestito da 90 miliardi che contribuirà a coprire le esigenze di finanziamento del Paese). Secondo i dati dell’Ukraine Support Tracker, nonostante la sospensione del sostegno statunitense nel 2025, il volume totale del supporto internazionale è rimasto relativamente stabile, principalmente grazie al notevole aumento del sostegno militare europeo, aumentato del 67 per cento rispetto alla media del periodo 2022-2024. Le forniture sono però state sostenute da un numero limitato di Paesi e a causa del ritiro completo degli Usa, il supporto totale è stato inferiore del 13 per cento rispetto alla media annuale tra il 2022 e il 2024, periodo in cui Washington aveva fatto la parte del leone. L’istituto tedesco inoltre ha registrato anche un calo, sebbene contenuto, degli aiuti umanitari e finanziari intorno al 5 per cento rispetto agli ultimi tre anni, con volumi complessivi che si sono mantenuti al di sopra dei livelli registrati nel 2022 e nel 2023.

Il problema non è la quantità di armamenti, ma la qualità

In sostanza però, al di là dei numeri, è la qualità degli aiuti militari che conta. Da questo punto di vista, i volenterosi non hanno mantenuto le promesse fatte su sistemi missilistici a lunga gittata, dai Taurus tedeschi agli Scalp-Storm Shadow franco-britannici, come ha sottolineato lo stesso Volodymyr Zelensky qualche settimana fa a Davos. L’Ucraina non è stata insomma messa in grado di respingere l’aggressione russa e contrattaccare, riconquistando le regioni perdute già nel 2014. È per questo che i mediatori vecchi e nuovi, dagli Stati Uniti alla Svizzera, dagli Emirati alla Turchia – membro della Nato che già nel 2022 diede un notevole contributo nel raggiungimento dell’accordo sul grano e con Racep Tayyp Erdogan sempre in cerca di equilibrio fra Russia e Occidente – hanno quindi gli straordinari da fare.  

Il processo Ott e l’ombra russa: Vienna è ancora la città delle spie

Si è aperto da poco a Vienna il più grande processo per spionaggio in Austria dalla fine della Seconda Guerra Mondiale. L’ex agente dei servizi segreti, Egisto Ott, è accusato di aver sottratto e venduto informazioni sensibili direttamente ai servizi segreti russi, in una vicenda con innumerevoli ramificazioni interne e internazionali. La più scottante è quella che lo collega a Jan Marsalek, spione russo che per anni sotto copertura in Germania ha agito in realtà per il Cremlino e nel 2020 si è rifugiato a Mosca dopo il fallimento di Wirecard, società tedesca in cui lavorava e a stretto contatto con i piani alti di Berlino. Nel 2019, l’allora cancelliera Angela Merkel ne avrebbe tessuto le lodi a Pechino, sotto suggerimento dell’ex ministro della Difesa e lobbista, Karl-Theodor zu Guttenberg, per favorire l’espansione dell’azienda in Cina.

Ott e i contatti con Marsalek e gli 007 russi

La procura di Vienna ha iniziato le indagini su Ott nel 2017 ed entro la fine di febbraio sono previste almeno 10 udienze, ma il processo, molto complesso e che tocca direttamente le strutture di sicurezza austriache, andrà sicuramente per le lunghe. Il caso è iniziato più di otto anni fa con un avvertimento da parte di un servizio segreto straniero alle autorità di Vienna: Ott, allora stretto collaboratore di Martin Weiss, capo del dipartimento che si occupa di estremismo, intelligence e terrorismo dei servizi austriaci, stava apparentemente inoltrando dati sensibili dal suo indirizzo email di lavoro a quello privato. Gli inquirenti ritengono che lo stesso Weiss lavorasse già allora per il manager di Wirecard Marsalek, che a sua volta aveva stretti legami con personaggi dell’intelligence russa. Su Weiss, oggi latitante forse a Dubai, pende un mandato di cattura. Secondo la procura di Vienna anche Ott avrebbe avuto rapporti direttamente con l’Fsb, il Servizio di Sicurezza Federale russo, e avrebbe richiesto informazioni sulle presunte liste dei nemici del Cremlino.

Il processo Ott e l’ombra russa: Vienna è ancora la città delle spie
Le foto segnaletiche di Jan Marsalek (Ansa).

Informazioni pagate 70 mila euro in contanti

Con le due figure centrali lontane dai radar della giustizia austriaca, Marsalek in Russia e Weiss negli Emirati, Egisto Ott è diventato il protagonista del processo in corso che, a suo dire, lo starebbe dipingendo come il nemico pubblico numero uno. L’ex 007 incriminato, figlio di un poliziotto austriaco e di madre italiana, ha rigettato alla prima udienza le accuse di abuso di potere e corruzione, anche se restano da spiegare i dettagli che riguardano ad esempio le chat e i protocolli dei telefoni con indicazioni compromettenti sequestrati all’ex capo di gabinetto del ministero dell’Interno Michael Kloibmüller. Per gli inquirenti, la pistola fumante sarebbe il computer portatile Sina (Secure Inter Network Architecture) contenente informazioni riservate di intelligence provenienti da un non specificato Stato membro dell’Unione Europea, che Ott avrebbe trasmesso all’Fsb tramite Marsalek, ricevendo come ricompensa 70 mila euro in una borsa di McDonald’s.

Gli altri processi per spionaggio che si apriranno a Vienna

Ci sono inoltre le sovrapposizioni con altri processi per spionaggio che nei prossimi mesi cominceranno a Vienna e toccano direttamente i palazzi del potere, come quello che vede tra gli accusati l’ex segretario generale del ministero degli Esteri ed ex ambasciatore, Johannes Peterlik, vicino all’Övp, il partito conservatore del cancelliere Christian Stocker. Peterlik è accusato di aver passato informazioni riservate sull’avvelenamento dell’ex agente russo Sergei Skripal nel 2018 a Salisbury. Un paio di settimane fa è stata anche presentata a Vienna una denuncia contro un politico della Fpö, partito nazionalista di opposizione, che avrebbe aiutato Marsalek a prendere il largo dopo il crack di Wirecard. Anche in questo caso è probabile che la giustizia farà passi concreti. Il processo Ott, e tutto quel che ne seguirà, rischia insomma di mettere a nudo le complicità di alcune frange dell’apparato di sicurezza austriaco e le connivenze della politica, di tutti i colori, con la Russia.

Il processo Ott e l’ombra russa: Vienna è ancora la città delle spie
Johannes Peterlik.

Ucraina, perché l’incontro tra Putin e la delegazione Usa si è risolto in un nulla di fatto

Dopo l’incontro al Cremlino tra Vladimir Putin e l’inviato speciale statunitense Steve Witkoff e il genero di Donald Trump Jared Kushner, la pace in Ucraina non è più vicina ma nemmeno più lontana. Parola di Yuri Ushakov, uno dei negoziatori russi e fedelissimo del presidente. «C’è molto lavoro da fare», ha tagliato corto. È un po’ come il bicchiere mezzo pieno e mezzo vuoto, dipende dalla prospettiva. Sicuramente è da considerarsi un segnale positivo che sul vertice sia stata concordata la riservatezza, in un contesto definito «utile e costruttivo». Lo è meno il fatto che il previsto incontro a Bruxelles degli inviati di Washington con Volodymyr Zelensky sia saltato. Come da copione, a Mosca sono state discusse diverse opzioni per un piano di risoluzione del conflitto, sulla base delle proposte occidentali, una sintesi tra quelle di Washington e i desiderata di Kyiv e dei volenterosi che continuano a ragionare come se l’Ucraina fosse a un passo dalla vittoria sul campo.

Ucraina, perché l’incontro tra Putin e la delegazione Usa si è risolto in un nulla di fatto
Steve Witkoff e Kirill Dmitriev (Ansa).

Mosca non è disposta a spostarsi di un millimetro

La realtà è però diversa ed è per questo che da una parte la Russia non si è mossa di un millimetro dalle sue richieste, le stesse formulate all’inizio della guerra, e dall’altra gli Stati Uniti hanno aumentato la pressione di Volodymyr Zelensky, in grossi guai a causa dello sfaldarsi del suo cerchio magico sotto i colpi della giustizia selettiva. Il capo di Stato ucraino si è comunque mostrato negli ultimi giorni possibilista sulla soluzione a breve termine, visto anche il quadro sul terreno e le difficoltà sempre maggiori per le forze di Kyiv: anche se il collasso nel Donbass non è imminente, le prospettive di una controffensiva e del recupero dei territori perduti sono al momento nulle. 

Ucraina, perché l’incontro tra Putin e la delegazione Usa si è risolto in un nulla di fatto
Volodymyr Zelensky (Imagoeconomica).

Le minacce del Cremlino all’Europa

Per Putin il maggior ostacolo sulla via della pacificazione sono proprio le cancellerie continentali che ha sfidato apertamente accusandole di sabotare la pace in Ucraina: «Non abbiamo intenzione di combattere contro l’Europa, l’ho già detto centinaia di volte. Ma se l’Europa vuole combattere e inizia a farlo, noi siamo pronti a rispondere immediatamente», ha minacciato il presidente, rispondendo indirettamente alle parole dell’ammiraglio della Nato Giuseppe Cavo Dragone che ha auspicato una postura occidentale più aggressiva agli attacchi ibridi di Mosca ed evocato azioni preventive.

Per Putin la via diplomatica è secondaria

Per adesso nessuno, né gli Usa né l’Unione Europea, ha intenzione di alzare il livello militare dello scontro e testare il Cremlino, per cui la vittoria in Ucraina è esistenziale. Putin è convinto di poter raggiungere sul campo gli obiettivi che si è prefissato e la strada della diplomazia è considerata secondaria, anche se potrebbe essere più facile e meno dispendiosa. La questione dei territori è da questo punto di vista importante nelle trattative e, in assenza di sorprese, come il ritorno massiccio degli Usa a fianco dell’Ucraina, la Russia al ritmo attuale potrà conquistare tutto il Donbass e il resto delle regioni adesso parzialmente occupate nel giro di uno o due anni. Ciò significa che l’Ucraina è destinata a perdere ancora terreno e per evitare una sconfitta maggiore dovrebbe cedere al compromesso al ribasso. Almeno in teoria.

Ucraina, perché l’incontro tra Putin e la delegazione Usa si è risolto in un nulla di fatto
Vladimir Putin all’incontro con la delegazione Usa a Mosca (Ansa).

Il vero nodo da sciogliere riguarda l’architettura di sicurezza

Per il Cremlino la definizione dei confini, km più o km meno, considerata anche quell’ampia striscia che costituirebbe terra di nessuno, passa in secondo piano rispetto ai punti centrali come lo status dell’Ucraina fuori dalla Nato e la presenza di truppe occidentali nell’ex repubblica sovietica. I veri nodi da sciogliere riguardano appunto l’architettura di sicurezza in Europa: se alla fine della Seconda Guerra Mondiale sono state le potenze vincitrici a dettare le condizioni e i nuovi equilibri, come per altro in tutti i conflitti, è evidente che anche in questo caso accadrà lo stesso, prima o poi. Il presidente ucraino Zelensky ha ribadito che non si possono stringere accordi alle spalle dell’Ucraina e si è detto disponibile a un altro incontro con Trump, ma solo a condizione che si giunga a una completa cessazione dei combattimenti. Putin da parte sua non ha fretta, proprio perché il piano offerto alla Russia con il sostegno dell’Ue e dei volenterosi appare ancora irrealistico. I negoziati quindi proseguiranno. Così come la guerra.  

Ucraina, trema il sistema Zelensky: i possibili scenari di transizione

La Dea bendata, o comunque la si voglia chiamare, a Kyiv pare vederci benissimo. Ne sanno qualcosa l’ex premier ed eroina della Rivoluzione arancione del 2004, Yulia Tymoshenko, sbattuta in galera da Victor Yanukovich, e Petro Poroshenko, predecessore di Volodymyr Zelensky, finito prima nei radar dei tribunali ucraini accusato di alto tradimento e poi tornato a sostenere il presidente dopo l’avvio della guerra nel 2022, nel nome della solidarietà nazionale.

La stretta intorno al cerchio magico di Zelensky

Ora che però il conflitto ha preso una brutta piega e l’attuale inquilino della Bankova non è più l’eroe intoccabile dentro e fuori il Paese, la giustizia selettiva pare aver preso proprio di mira il suo cerchio magico: i recenti casi di Timur Mindich e Andrij Yermak, fedelissimi del capo dello Stato invischiati in giganteschi schemi di mazzette milionarie, almeno secondo l’Ufficio e la Procura speciale anticorruzione (Nabu e Sap), sono la dimostrazione che le lotte di potere interne hanno raggiunto il loro apice. Bombe a orologeria scoppiate nel bel mezzo dell’accelerazione diplomatica per la trattativa di pace, data dagli Stati Uniti con il piano in 28 punti presentato da Donald Trump.

Ucraina, trema il sistema Zelensky: i possibili scenari di transizione
Andrij Yermak (Getty Images).

Il sistema in carica dal 2019 è arrivato al capolinea

Di fronte a una situazione sul terreno difficilmente recuperabile, a causa sia del disimpegno statunitense sia di quello europeo, al di là della retorica smascherata dai fatti, l’Ucraina è al momento nella condizione peggiore per negoziare la fine della guerra e le faide all’ombra della Bankova sono il termometro di quanto la situazione sia complicata. Soprattutto la vicenda di Yermak è il segnale che il sistema di potere instaurato dal 2019 è ormai giunto al capolinea e resta solo da vedere come e quando avverrà la transizione. Il castello potrebbe crollare in tempi molto rapidi e nella Capitale ucraina i vari gruppi hanno già posizionato le loro pedine.

Cosa farà Zelensky?

Diversi sono gli scenari possibili, anche sul breve periodo, a seconda di quanto si aggraverà la pressione, giudiziaria e politica, sul presidente e dei risultati del processo negoziale in corso. Zelensky potrebbe essere costretto ad abbandonare il suo incarico con la minaccia di procedimenti penali da parte di Nabu e Sap, per lasciare il posto a un presidente ad interim che, secondo la Costituzione, dovrebbe essere il presidente del parlamento; oppure se ne potrebbe andare prima di sua spontanea volontà, mettendo fine alla sua carriera politica. In ogni caso la futura intesa di pace, ammesso e non concesso che il Cremlino opti per la fine della guerra invece di proseguire l’avanzata nel Donbass, sarebbe firmata dal presidente della Rada. Non da quello attualmente in carica, Ruslan Stefanchuk, ma da chi lo sostituirà per diventare capo di Stato ad interim.

Ucraina, trema il sistema Zelensky: i possibili scenari di transizione
Ruslan Stefanchuk (Ansa).

Il possibile schema per la transizione

Il modello è quello già utilizzato nel 2014, durante il cambio di regime alla fine della rivoluzione di Euromaidan, quando il filoccidentale Olexandr Turchinov fu nominato presidente del Parlamento al posto del filorusso Volodymyr Rybak e poi divenne temporaneamente presidente prima della vittoria di Poroshenko alle elezioni. Stavolta potrebbe essere il turno di David Arakhamia, leader parlamentare di Servo del popolo, il partito di Zelensky, o dell’eterna Tymoshenko. Non è escluso un passo in avanti del medesimo Poroshenko, anche se il peso che ha alla Rada non è più quello di un tempo. Gli equilibri in parlamento, condizionati anche dal ruolo che potranno assumere figure come quelle del sindaco di Kyiv, Vitali Klitschko, dell’ex generale Valery Zaluzhny e dai soliti oligarchi, da Igor Kolomoisky a Rinat Akhmetov, saranno comunque determinanti in questa fase di assestamento. Per ora bisogna capire da un lato se Zelensky riuscirà o meno a resistere agli attacchi giudiziari e alle pressioni esterne; dall’altro attendere il piano definitivo degli alleati occidentali e vedere se l’offerta di pace potrà soddisfare il Cremlino, irremovibile sulle richieste reiterate sin dall’inizio della guerra.

Ucraina, trema il sistema Zelensky: i possibili scenari di transizione
Volodymyr Zelensky con Valery Zaluzhny (foto Ansa).

Ucraina, se la priorità è come spartirsi il business della ricostruzione

L’accelerazione diplomatica degli ultimi giorni, voluta dagli Stati Uniti e legata da una parte al deterioramento della situazione sul campo per Kyiv e dall’altra alle turbolenze interne nell’ex repubblica sovietica, ha rilanciato la possibilità di un’intesa fra Ucraina e Russia per la risoluzione del conflitto. Al piano in 28 punti proposto da Donald Trump, coordinato dagli inviati speciali Steve Witkoff e Kirill Dmitriev, è seguita la controproposta dell’Unione europea e dei volenterosi. Dalla sintesi, sulla quale dovranno mettere l’ultima parola la Casa Bianca e la Bankova, uscirà la proposta definitiva da sottoporre al Cremlino. Sarà poi Vladimir Putin a decidere se aprire veramente al dialogo e optare per la possibile fine della guerra oppure continuare il conflitto, approfittando della debolezza ucraina e dello smarcamento fattuale degli Usa e degli stessi europei, che nonostante la propaganda sembrano aver già tirato i remi in barca.

Ucraina, se la priorità è come spartirsi il business della ricostruzione
Kirill Dmitriev e Steve Witkoff (Ansa).

Chiusa la questione territoriale, la priorità è il business della ricostruzione

Questa fase delle trattative, cominciata prima fra Mosca e Washington e continuata con l’impegno di questi giorni fra Kyiv e gli alleati occidentali, ha messo in evidenza come un ruolo fondamentale per la ridefinizione degli equilibri negoziali lo stiano giocando gli aspetti economici: anche Volodymyr Zelensky e i volenterosi europei paiono essere ormai rassegnati al fatto che la questione militare e territoriale sia praticamente chiusa, con la Russia avviata a mantenere i territori occupati dalla Crimea al Donbass, e parti degli oblast di Zaporizhzhia e Kherson. Le priorità sono proiettate al business della ricostruzione, con una torta gigantesca da oltre 750 miliardi di euro – somma stimata in difetto per i costi necessari a rimettere in sesto il Paese – da spartirsi, e non certo in parti uguali.

Ucraina, se la priorità è come spartirsi il business della ricostruzione
Volodymyr Zelensky (Ansa).

L’utilizzo dei fondi congelati russi

Nel piano Witkoff-Dmitriev sono gli Usa a fare naturalmente la parte del leone e le concessioni russe sono relativamente limitate, considerando il fatto che è Mosca che sta vincendo la guerra, e non Kyiv, il cui potere contrattuale è molto limitato. Secondo le intenzioni statunitensi il progetto di ricostruzione e collaborazione futura si dovrebbe articolare su vari livelli, per una riqualificazione globale dell’Ucraina che passerà attraverso investimenti, modernizzazione e sviluppo delle infrastrutture, e sfruttamento delle risorse naturali; particolare attenzione dovrebbe essere riservata all’utilizzo dei fondi congelati russi, 100 miliardi di dollari che gli Stati Uniti potrebbero investire per ricostruire l’Ucraina, incassando il 50 per cento dei profitti. L’Europa dovrebbe intervenire con altri 100 miliardi e sbloccare i fondi. Il resto degli asset di Mosca attualmente congelati dovrebbe essere invece investito insieme da Usa e Russia per rafforzare le relazioni tra Casa Bianca e Cremlino, aumentare gli interessi comuni e non ritornare quindi a situazioni di conflitto. Nel piano dell’Unione europea e dei volenterosi è invece previsto che l’Ucraina sarà completamente ricostruita anche attraverso i beni sovrani russi che rimarranno congelati finché Mosca non risarcirà i danni subiti da Kyiv. La differenza non è di poco conto, ma rientra in quella serie di condizioni che difficilmente chi ha chiuso la guerra in perdita potrà imporre: in definitiva gli alleati occidentali, se vorranno proporre un piano realistico alla Russia, dovranno tener conto dei rapporti di forza attuali, abbandonando la narrazione sul concetto di aggressore-aggredito che al termine di un conflitto conta poco o nulla rispetto a quella vincitore-vinto. La questione è esistenziale soprattutto per la leadership a Kyiv, con in gioco la sopravvivenza politica di Zelensky e del suo cerchio magico, in primis del suo alter ego e capo negoziatore Andriy Yermak.

Ucraina, se la priorità è come spartirsi il business della ricostruzione
Il capo dell’Ufficio presidenziale ucraino Andriy Yermak (Getty Images).

L’incognita sul futuro di Zelensky

Non si tratta unicamente di resistere alla presidenza e in parlamento con l’arrivo di nuove elezioni, ma di iniziare a gestire il processo di distribuzione della torta da posizioni ancora favorevoli. Nonostante gli scandali che hanno investito la leadership ucraina – da quello del settore energetico svelato con l’operazione Mida ai prossimi che colpiranno il settore militare, uno su tutti quello legato a Fire Point, l’azienda che dovrebbe produrre il supermissile Flamingo – il presidente in carica è ancora in grado di amministrare la totalità delle risorse e degli aiuti in arrivo: resta però da vedere se da parte statunitense ed europea nella fase di transizione verso gli accordi finali di pace, ammesso e non concesso che il Cremlino opti per la chiusura del conflitto, Zelensky verrà considerato un partner affidabile oppure se il cambio della guardia alla Bankova sarà più rapido del previsto. A Kyiv la resa dei conti, che passa attraverso la giustizia selettiva e gli sconti fra gli organi istituzionali, amministrativi e giudiziari, legati ai vari poter forti dentro e fuori il Paese, è in pieno corso.