Dopo lo Stretto di Hormuz, l’Iran (coordinandosi con gli Houthi yemeniti) potrebbe bloccare anche quello di Bab el-Mandeb, che collega il Mar Rosso con il golfo di Aden e quindi con l’Oceano Indiano. Punto di collegamento tra l’Africa e la penisola arabica, Bab el-Mandeb rappresenta un altro nodo strategico del commercio mondiale di petrolio e una sua chiusura potrebbe causare uno dei peggiori shock di approvvigionamento degli ultimi decenni.
La posizione dello stretto di Bab el-Mandeb.
La posizione strategica di Bab el-Mandeb
Lo stretto di Bab el-Mandeb, largo quasi 40 chilometri e lungo 130, separa il Corno d’Africa dalla punta meridionale della Penisola arabica. Sul lato ovest di questa piccola strozzatura geografica nel Mar Rosso si affacciano Eritrea, Gibuti e Somalia, mentre lungo il suo lato orientale si trova lo Yemen. L’isola Perim blocca parzialmente la parte più stretta sul lato yemenita, mentre poco più a sud, al largo di Gibuti, ci sono le Isole dei Sette Fratelli. Insomma, in realtà il passaggio è ancora più angusto. Il nome dello Stretto, inserito fin dall’antichità nelle rotte commerciali, è traducibile come “Porta delle Lacrime“: un’allusione alle minacce da sempre connesse al passaggio attraverso le sue acque, tra correnti trasversali, forti venti, scogli e secche. Senza dimenticare i pirati.
La stretto di Bab el-Mandeb con le isole dello Yemen e di Gibuti.
Le conseguenze in caso di blocco dello stretto
Qualsiasi nave in movimento tra l’Asia e Europa attraverso il Mar Rosso è destinata a passare per Bab el-Mandeb, che funge da ingresso meridionale al Canale di Suez: da qui, ogni anno, transita circa il 12 per cento del commercio mondiale di petrolio via mare. Qualora il passaggio venisse limitato o bloccato, le navi sarebbero costrette a circumnavigare l’estremità meridionale dell’Africa, con enormi ripercussioni sul prezzo del petrolio.
L’attacco aereo israeliano che ha ucciso Ali Larijaniha eliminato uno dei più esperti e influenti strateghi politici dell’Iran, che in qualità di segretario del Consiglio supremo per la Sicurezza nazionale era al centro del processo decisionale in materia di guerra, diplomazia nucleare e alleanze internazionali. Pe quanto proveniente da una prestigiosa famiglia clericale, Larijani non era un leader religioso. Ma, fedelissimo di Ali Khamenei, proprio dall’ayatollah aveva ricevuto l’incarico di garantire la sopravvivenza della teocrazia. Secondo gli analisti, negli ultimi mesi aveva concentrato nelle sue mani un enorme potere all’interno del regime, che non era stato intaccato (anzi) dalla nomina di Mojtaba Khamenei come nuova Guida Suprema. Premesso che qualsiasi nuova figura di alto livello diventerà un bersaglio di Israele e Stati Uniti, chi potrebbe prendere il posto di Larijani a capo del Consiglio di sicurezza iraniano?
I possibili eredi di Larijani
Uno dei nomi più caldi è quello di Mohsen Rezaei, veterano delle forze armate che ha ricoperto per oltre 15 anni la carica di comandante in capo dei Guardiani della rivoluzione. Da pochi giorni Rezaei ha assunto il ruolo di consigliere militare di Mojtaba Khamenei, rafforzando così la sua posizione all’interno della struttura di potere iraniana.
Nell’immediato, la morte di Larijani probabilmente conferirà maggiore potere al generale Mohammad Bagher Ghalibaf, attuale presidente del Parlamento ed ex comandante della polizia iraniana, in passato anche sindaco di Teheran. Ghalibaf ha sostenuto la nomina di Mojtaba Khamenei come Guida Suprema, posizione condivisa con i pasdaran e alcuni dei religiosi iraniani più intransigenti e ultraconservatori.
Tra i nomi che girano c’è poi quello di Ahmad Vahidi, capo del Corpo delle guardie della rivoluzione islamica dalla morte di Mohammad Pakpour, avvenuta nelle prime ore del conflitto: è lui, ex ministro degli Esteri, a sovrintendere nell’ombra (dalla nomina non ci sono stati né messaggi, né apparizioni) allo sforzo bellico contro gli Stati Uniti e Israele.
Da non scartare poi le “candidature” di Ali Akbar Velayati, politico di lungo corso (è stato a capo degli Esteri dal 1981 al 1997) che ha servito per decenni come consigliere della Guida Suprema; e quella di Hassan Rouhani, ex presidente ed ex segretario del Consiglio supremo per la Sicurezza nazionale.
Larijani’s replacement will be appointed by IRGC. With every assassination U.S. and Israel engineering greater radicalization of Iran’s leadership. It will makes for a bleak future for Iran, Iranians, the region and ultimately makes it far more difficult for U.S. to disentangle…
Secondo l’esperto di Medio Oriente Vali Nasr, che in passato ha collaborato con la Casa Bianca, il successore di Larijani sarà nominato dai pasdaran. Uno scenario, questo, che non lascia presagire nulla di buono per le speranze di de-escalation. «Con ogni assassinio, Stati Uniti e Israele alimentano una maggiore radicalizzazione della leadership iraniana. Ciò prefigura un futuro fosco per l’Iran, gli iraniani, la regione e, in definitiva, renderà molto più difficile per gli Usa disimpegnarsi da un conflitto senza fine», ha scritto Nasr su X.
Lunedì 9 marzo è previsto uno sciopero generale su scala nazionale che coinvolgerà sia il pubblico che il privato. La mobilitazione, proclamata in occasione della Giornata Internazionale dei diritti delle donne (che ricorre il giorno precedente), potrebbe causare disagi in diversi settori: dai trasporti alla scuola e all’istruzione, fino alla sanità e alla pubblica amministrazione. Ecco chi si fermerà.
Nel settore dei trasporti l’agitazione è supportata da Slai-Cobas
Sul fronte dei trasporti, l’agitazione è supportata da Slai-Cobas, mentre non aderiscono Usi e Usb. Lo sciopero durerà 24 ore. Come di norma, verranno comunque garantiti i servizi minimi nel rispetto delle normative vigenti e delle fasce di tutela previste.
Treno fermo in stazione (Ansa).
Lo sciopero interesserà anche scuola, università e ricerca
Per la scuola è la Flc Cgil ad aver proclamato un’intera giornata di astensione dal lavoro. L’agitazione interesserà anche università, enti di ricerca e formazione professionale. «Intendiamo riaffermare i diritti delle donne, a partire da quello all’autodeterminazione e alla parità di genere, davanti alla evidente recrudescenza di una cultura maschilista, misogina e patriarcale, che si traduce in frequenti episodi di violenza e discriminazione delle donne», ha dichiarato il sindacato.
Corteo della Cgil durante uno sciopero generale (Ansa).
Sanità: assicurati servizi e prestazioni essenziali
Per quanto riguarda la sanità pubblica, lo sciopero interesserà infermieri, operatori sociosanitari, ostetriche, personale della riabilitazione e altre figure del comparto sanitario, oltre alla dirigenza medica, sanitaria e veterinaria e al personale tecnico, professionale e amministrativo. Saranno assicurati i servizi e le prestazioni essenziali.
Non Una Di Meno: «Un nuovo weekend lungo di lotta»
Il movimento femminista e transfemminista Non Una Di Meno ha chiamato al weekend lungo di lotta (cortei l’8 marzo e sciopero il 9), spiegando che le due giornate di mobilitazione «mettono al centro l’opposizione alle politiche del governo Meloni in tema di contrasto alla violenza sessuale ed economica rivolte alle donne e alle categorie più colpite dall’inflazione dovuta alla guerra». In particolare, continua la nota, «le conseguenze dell’approvazione del ddl Bongiorno, di modifica della attuale legge sulla violenza sessuale, sarebbero molto gravi nei contesti familiari e coniugali, per le giovani e giovanissime che con le loro denunce fanno registrare un aumento vertiginoso dei casi (dati Istat 2025), nei contesti lavorativi e in condizioni di ricattabilità, nei tribunali dove chi denuncia è già esposta a vittimizzazione secondaria».
L’esercito degli Stati Uniti ha dichiarato di aver ucciso nei raid sulla Repubblica Islamica un cittadino iraniano a capo di un’unità che aveva organizzato un presunto complotto per eliminare Donald Trump. «Sebbene non fosse nemmeno lontanamente lui il fulcro dell’operazione, abbiamo fatto in modo da includerlo nella lista degli obiettivi. È stato braccato e ucciso», ha detto il segretario alla Guerra Pete Hegseth, in un briefing con la stampa: «L’Iran ha tentato di uccidere il presidente Trump e il presidente Trump ha riso per ultimo». Teheran ha sempre smentito di aver messo in piedi un piano per assassinare il tycoon.
Donald Trump (Ansa).
Nel 2024 il Dipartimento di Giustizia Usa aveva incriminato l’iraniano Farhad Shakeri
Hegseth non ha fatto il nome della persona uccisa. Si sa però che a novembre del 2024 Dipartimento di Giustizia Usa aveva incriminato il 52enne Farhad Shakeri, in relazione a un piano dei Guardiani della rivoluzione per assassinare Trump, appena rieletto alla Casa Bianca. Emigrato negli Stati Uniti da bambino, Shakeri era stato espulso attorno al 2008 dopo 14 anni trascorsi in carcere per rapina. Secondo il Dipartimento di Giustizia si era avvalso «di una rete di complici incontrati in prigione negli Stati Uniti per fornire ai Guardiani della rivoluzione agenti incaricati di sorvegliare e assassinare» i bersagli dei pasdaran negli Usa. Assieme a lui erano state incriminate altre due persone, Carlisle Rivera e Jonathan Loadholt: i tre avrebbero messo in piedi un piano (poi non portato a termine) per eliminare Masih Alinejad, giornalista e attivista iraniana residente negli Usa, che aveva criticato le leggi sull’obbligo del velo per le donne. Secondo il Dipartimento di Giustizia era stato anche incaricato dai Guardiani della rivoluzione di sorvegliare due ebrei americani residenti a New York e di aver ricevuto un’offerta di 500 mila dollari dai pasdaran per ucciderli. Inoltre a Shakeri sarebbe stato anche assegnato il compito di colpire turisti israeliani in Sri Lanka.
L’operazione Epic Fury lanciata da Stati Uniti e Israele contro l’Iran, che ha risposto mettendo nel mirino – oltre allo Stato ebraico e alle basi Usa – anche i Paesi del Golfo, ha rapidamente assunto i contorni di un conflitto regionale. Definizione che col passare dei giorni appare persino riduttiva, visto che un drone iraniano ha già attaccato una base britannica a Cipro. Di sicuro la guerra, che ha portato a una delle maggiori interruzioni delle comunicazioni aeree della storia e stravolto gli equilibri geopolitici mondiali, è destinata ad avere pesanti ripercussioni a livello globale. Gli scenari.
L’obiettivo dichiarato di Donald Trump e dell’alleato Benjamin Netanyahu è un cambio di regime. Lo scenario più roseo, per il presidente Usa e il premier israeliano, è che le annunciate settimane di attacchi aerei contro i centri di potere della Repubblica Islamica possano scatenare una rivolta popolare, ancor più massiccia di quella recentemente repressa nel sangue e in grado di rovesciare il regime. C’è un aspetto da considerare: l’eliminazione di Ali Khamenei è un successo prettamente simbolico per Washington e Tel Aviv, visto che la Guida Suprema non era “un uomo solo al comando”. Innanzitutto, la sua età avanzata aveva già aperto un dibattito interno sulla successione. E poi l’ayatollah rappresentava l’apice teocratico, in un Paese in cui il potere è però distribuito tra più centri: il Consiglio dei Guardiani della Costituzione (l’organo di garanzia costituzionale che peraltro elegge l’Assemblea degli Esperti), l’apparato del Corpo delle guardie della rivoluzione islamica e il Consiglio di Sicurezza nazionale, che ha come capo Ali Larijani, il quale ha escluso trattative con Usa e Israele.
Usa e Israele potrebbero accontentarsi di una mezza vittoria
Lo scenario forse più probabile è che i leader iraniani sopravvissuti sostituiscano il vecchio regime con un altro. In fondo, non tutto il Paese è contro la teocrazia che si è instaurata nel 1979. Inoltre, al netto dei ripetuti appelli all’insurrezione, l’opposizione iraniana è divisa in partiti e fazioni spesso in lotta tra loro, che difficilmente riusciranno a tenere in mano il potere. Ma l’operazione Epic Fury potrebbe comunque avere successo se riuscisse a infliggere un duro colpo alla capacità nucleare, missilistica e militare della Repubblica Islamica, che a quel punto faticherebbe a sostenere i suoi proxy nella regione. Sicuramente, questo potrebbe essere un risultato accettabile per Israele.
Il rischio di una Libia-bis: vuoto di potere e Paese nel caos
Lo scenario peggiore è quello di una Libia-bis, ovvero di un vuoto di potere in uno Stato distrutto da anni di autoritarismo, che potrebbe portare a violenti scontri tra fazioni o addirittura a una guerra civile, causando una crisi dei rifugiati e lasciando le riserve di uranio arricchito alla mercé di gruppi estremisti. E se da una parte gli statunitensi sono visti (certamente dalla diaspora) come liberatori, dall’altra c’è da considerare un fatto: questo conflitto, destinato a fare migliaia di vittime, alimenterà un forte sentimento anti-americano che potrebbe portare ad attacchi contro le installazioni Usa nella regione.
Benjamin Netanyahu e Donald Trump (Imagoeconomica).
L’Europa è sempre più marginale, ma c’è chi si prepara a scendere in campo
Trump ha colpito l’Iran senza chiedere l’avallo del Congresso. E i leader europei sono stati avvertiti solo a cose fatte, confermando la marginalità del Vecchio Continente nella testa di The Donald. La beffa? A differenza – ultimo esempio – del Venezuela, questa guerra scatenata dagli Stati Uniti riguarda l’Europa molto da vicino. Cipro, come detto, è già stata colpita e non si può parlare di attacco all’Ue perché la base della Royal Air Force di Akrotiri è tecnicamente territorio britannico e, dunque, non fa parte dell’Unione europea. La sensazione è che Trump si stia distanziando sempre di più dall’Europa, che potrebbe scendere in campo: i governi di Regno Unito, Francia e Germania hanno annunciato in una dichiarazione congiunta di essere pronti ad adottare misure per difendere i propri interessi e quelli degli alleati nella regione. Londra, tra l’altro, ha concesso (in ritardo secondo Trump) l’uso delle sue basi a Washington per attacchi “difensivi” contro gli attacchi missilistici iraniani. E Keir Starmer ha già inviato cacciatorpediniere ed elicotteri a Cipro. Al netto del fatto che in questo momento è impossibile fare previsioni certe su come la situazione potrà evolvere, nonostante la vicinanza con Teheran al momento appare improbabile il coinvolgimento di Russia, concentrata sull’Ucraina, e della Cina, che tradizionalmente non ha un ruolo militarmente attivo in Medio Oriente.
L’inevitabile shock petrolifero: a pagare sarà soprattutto il Vecchio Continente
C’è poi la questione energetica. L’Iran sotto attacco ha chiuso lo Stretto di Hormuz, passaggio da cui transita oltre un quinto del petrolio mondiale via mare e più del 30 per cento del gas naturale liquefatto. Inoltre sono state colpite alcune raffinerie in Arabia Saudita, che ha dichiarato la chiusura degli stabilimenti. Inevitabili le ripercussioni sui costi dell’energia, ma anche su quelli delle materie prime. Lo shock, più o meno breve, ci sarà. E con sempre meno volumi disponibili, a farne le spese sarà soprattutto l’Europa, che a differenza degli Stati Uniti non dispone di una significativa produzione domestica di energia.
In attesa di capire se arriveranno risultati tangibili dal nuovo round di colloqui con Teheran previsti giovedì 26 febbraio a Ginevra, Donald Trump continua a valutare la possibilità di un attacco mirato sull’Iran, per ammorbidire la posizione del regime degli ayatollah sul nucleare. La tensione lungo l’asse Washington-Teheran continua a salire. Il punto.
Fissati nuovi colloqui: l’Iran però tarda a consegnare la bozza di accordo
Il New York Times ha definito quelli di giovedì, annunciati dal mediatore dell’Oman, come «negoziati disperati per evitare un conflitto militare». I colloqui sono stati fissati, ma sono in ogni caso subordinati a una condizione: la consegna da parte dell’Iran, entro 48 ore, di una bozza di accordo agli inviati americani. Venerdì 20 febbraio il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi, intervistato da Msnbc, aveva annunciato che «entro due o tre giorni» avrebbe sottoposto alle sue controparti statunitense la proposta di Teheran per un accordo sul nucleare.
Abbas Araghchi (Ansa).
Trump sarebbe comunque propenso a un iniziale attacco mirato
Secondo quanto riporta il New York Times citando fonti vicine alla Casa Bianca, Trump ha detto ai suoi consiglieri che, se la diplomazia o un iniziale raid mirato degli Usa non indurranno l’Iran a cedere alle richieste statunitensi di rinunciare al programma nucleare, allora prenderà in considerazione un attacco molto più grande nei prossimi mesi, volto a estromettere i leader della Repubblica Islamica. Un attacco iniziale Usa, scrive il Nyt, potrebbe avere come obiettivo il quartier generale del Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica, così come alcuni siti nucleari del Paese. Se il raid immediato (verrso cui Trump è comunque propenso) non dovesse convincere Teheran, gli Usa inizierebbero a lavorare a un massiccio attacco militare entro la fine del 2026, con l’obiettivo di rovesciare l’ayatollah Ali Khamenei. Intanto Washington sta rafforzando la potenza di fuoco nella regione.
Donald Trump (Ansa).
L’Iran: «Pronti a colpire la basi degli Stati Uniti nella regione»
«Credo che ci sia ancora una buona possibilità di avere una soluzione diplomatica che sia una vittoria per entrambi», ha detto Araghchi in un’intervista a Cbsnews, in vista dei nuovi colloqui. Poi ha aggiunto: «Se gli Stati Uniti ci attaccheranno, allora noi avremo tutto il diritto di difenderci. O nostri missili non possono colpire il suo americano e quindi dovremo colpire qualcos’altro le basi americane nella regione». Nel corso degli ultimi colloqui a Ginevra, Teheran ha aperto alle ispezioni dell’Aiea nei siti nucleari della Repubblica Islamica, compresi quelli sotterranei, ma ha blindato il suo programma missilistico, sul quale non intende fare concessioni. L’Iran inoltre si è detto disposto a discutere di limitazioni al suo programma nucleare solo in cambio di un allentamento delle sanzioni Usa, che stanno mettendo in ginocchio l’economia del paese, escludendo però l’arricchimento zero dell’uranio.
Manifesto dell’ayatollah Khamanei a Teheran (Ansa).
Khamenei intanto prepara piani di emergenza in caso di sua uccisione
Intanto, scrive il Nyt, l’ayatollah Khamenei ha impartito istruzioni per designare la linea di successione dell’attuale leadership in caso di sua uccisione durante eventuali attacchi da parte degli Stati Uniti o di Israele La Guida suprema dell’Iran avrebbe previsto «quattro livelli di avvicendamento» per tutte le cariche militari e politiche più importanti. Khamenei avrebbe affidato il compito di «garantire la sopravvivenza della Repubblica Islamica» a un suo uomo di massima fiducia: il responsabile della sicurezza nazionale Ali Larijani, ex comandante delle Guardie Rivoluzionarie, che di recente ha supervisionato la brutale repressione delle proteste popolari nel Paese. Non essendo un alto esponente del clero sciita, Larijani difficilmente sarà il successore di Khamenei a capo della teocrazia iraniana. Tuttavia sarebbe lui a gestire in prima persona la crisi.
Il ministero dell’Interno è stato condannato a risarcire oltre 21 milioni di euro per il mancato sgombero di Spin Time, palazzo di 10 piani e 21 mila metri quadrati nel rione Esquilino di Roma, occupato nel 2013 dal movimento per il diritto all’abitare Action. Lo riporta Adnkronos. A stabilire il risarcimento è stata la seconda sezione civile del Tribunale di Roma, dopo la causa intentata da InvestiRE Sgr.
L’edificio occupato un tempo era la sede dell’Inpdap
L’edificio occupato, che si trova in via Santa Croce in Gerusalemme (non lontano dalla stazione Termini), in passato è stato sede dell’Istituto nazionale di previdenza e assistenza dei dipendenti dell’amministrazione pubblica (Inpdap), poi confluito nell’Inps. La chiusura degli uffici dell’ente iniziò nel 2003 e il definitivo abbandono del palazzo era arrivato nel 2010. Successivamente era stato venduto al fondo di investimenti immobiliari Investire SGR. Poi l’occupazione da parte di Action, a seguito della quale hanno trovato casa nell’immobile oltre 150 famiglie, per un totale di circa 400 persone.
Secondo quanto riporta Adnkronos, la sentenza (di 25 pagine) è stata emessa il 18 dicembre ed è stata appena notificata al Viminale. «È vero che l’occupazione illecita, e quindi il reato è stato posto in essere da soggetti terzi, ma il danno conseguente a tale occupazione può e deve essere imputato al ministero dell’Interno», si legge nella sentenza. Questo perché il Viminale «a fronte della emissione da parte dell’Autorità giudiziaria di un provvedimento di sequestro preventivo, aveva uno specifico obbligo di impedire la prosecuzione dell’illecito, essendo obbligato a dare esecuzione al decreto di sequestro». Su richiesta del pm del 27 febbraio 2020, il gip di Roma aveva ordinato il sequestro preventivo dell’immobile il 31 marzo 2020. Ma l’ordine non è stato mai eseguito. Matteo Piantedosi, attuale ministro dell’Interno, ha inserito Spin Time Labs nel piano sgomberi della prefettura di Roma.
Fino a qualche mese fa non sembravano esserci dubbi: J.D. Vance era l’unico astro repubblicano in grado di raccogliere il testimone di Donald Trump alle Presidenziali del 2028. Ma nelle ultime settimane un altro big dei Gop ha guadagnato terreno e – secondo molti – avrebbe già effettuato il sorpasso. Si tratta di Marco Rubio, segretario di Stato diventato portabandiera della Casa Bianca in questo secondo mandato trumpiano fortemente incentrato sulla politica estera. Capo della diplomazia americana, Rubio ha un atteggiamento più moderato rispetto allo spigoloso Vance, addirittura più estremo dell’attuale presidente.
JD Vance e Marco Rubio (Ansa).
L’ascesa di Rubio è stata sancita in Baviera?
Non che per diventare presidente Usa sia necessario l’apprezzamento dei leader europei, ma il plauso ricevuto da Rubio alla Conferenza di Monaco sta dando un certo slancio alla possibilità che sia lui l’erede di Trump. Se il discorso con cui il segretario di Stato ha evidenziato l’importanza della cooperazione internazionale – «Non abbiamo bisogno di abbandonare il sistema di cooperazione internazionale che abbiamo creato, né di smantellare le istituzioni globali del vecchio ordine che insieme abbiamo costruito», ha detto, «ma queste devono essere riformate» – ha ricevuto in Baviera una standing ovation, nello stesso luogo un anno fa furono invece accolte con freddezza le parole di Vance contro l’immigrazione di massa e la repressione della libertà di espressione nel Vecchio Continente. Dopo la Germania, Rubio ha poi proseguito il suo viaggio in Slovacchia e Ungheria, dove ha incontrato i rispettivi leader filo-Trump, Robert Fico e Viktor Orban. Tra i pochi a parlare della cattura di Nicolas Maduro, il segretario di Stato ha supervisionato l’operazione venezuelana a Mar-a-Lago e ha giocato un ruolo fondamentale nello stringere relazioni con la presidente ad interim, Delcy Rodríguez. E, sebbene sia il capo della diplomazia a stelle e strisce, ha assunto un ruolo di alto profilo nel promuovere il programma di Trump pure in ambito nazionale, tra cui il ridimensionamento del dipartimento di Stato e la chiusura dell’Usaid.
Marco Rubio (Ansa).
A proposito di obiettivi raggiunti, il sito del dipartimento di Stato, nel decantare le «vittorie diplomatiche» del primo anno del Trump-bis, elenca diversi successi che il tycoon considera fondamentali come lascito al Paese, tra cui lo stop all’immigrazione illegale di massa, la garanzia di pace nel mondo e un’Europa che pagherà di più per la difesa. Ma viene citata anche l’intitolazione a Trump dello U.S. Institute of Peace: Rubio insomma intende continuare a migliorare la sua immagine non solo a livello internazionale, ma anche nella cerchia di The Donald. Con l’obiettivo, chissà, di fargli dimenticare che nel 2016 furono persino rivali per la candidatura del Gop alle Presidenziali.
JD Vance (Ansa).
Vance, sotto pressione, inizia con le invasioni di campo
Vance, che non si fece scrupoli ad aggredire verbalmente Volodymyr Zelensky alla Casa Bianca e nemmeno a definire «parassiti» gli europei, e che di recente ha incolpato la sinistra per le uccisioni di Renee Good e Alex Pretti a Minneapolis, continua con il suo approccio estremo. Ma il vicepresidente Usa, sintonizzato sulla politica nazionalista e protezionista dell’America First tanto cara al capo della Casa Bianca, inizia a essere sotto pressione. Intervistato da Fox News, quando gli è stato chiesto se volesse candidarsi alla presidenza, si è smarcato dichiarando di essere concentrato sul suo attuale incarico. E sul possibile duello con Rubio ha affermato che «i media vogliono creare un conflitto che non esiste», spingendosi a definire l’attuale segretario di Stato come «l’amico più caro» all’interno dell’Amministrazione. «Marco sta facendo un ottimo lavoro. Io sto cercando di fare il miglior lavoro possibile. Il presidente sta facendo un ottimo lavoro. Continueremo a lavorare insieme», ha poi chiosato Vance. Ma il 2028 prima o poi arriverà. E la sensazione è che Vance stia tentando di ritagliarsi sempre più spazio. Negli ultimi giorni, ad esempio, è intervenuto sui colloqui con l’Iran: poche parole sulla mancata svolta a Ginevra, ma comunque un’invasione nel campo di Rubio.
Donald Trump (Ansa).
Trump intanto non si pronuncia sul suo successore
Trump, che nel 2024 preferì avere al suo fianco come candidato vicepresidente Vance anziché Rubio, falco della politica estera finito poi a capo del dipartimento di Stato, dopo la Conferenza di Monaco ha elogiato entrambi. «J.D. e Marco sono fantastici, lo penso davvero», ha dichiarato, evitando di pronunciarsi sul suo possibile ‘erede’ politico: «Non devo preoccuparmene ora», ha tagliato corto. A maggio del 2025, il tycoon aveva messo sullo stesso piano Vance e Rubio. Lo scorso agosto, aveva suggerito l’ipotesi di un ticket repubblicano tra i due delfini alle elezioni del 2028, ma come vice. I sondaggi MAGA danno ancora Vance favorito alla successione, ma nella testa (e nel cuore) di The Donald chissà: forse Rubio sta conquistando l’endorsement presidenziale.
Secondo quanto riportato da Axios, visto lo stallo dei negoziati Usa-Iran sul nucleare, «l’Amministrazione Trump è più vicina a una grande guerra in Medio Oriente di quanto la maggior parte degli americani creda». Il conflitto con Teheran, spiega la testata, «potrebbe iniziare molto presto». Cosa sappiamo.
Il secondo round di colloqui senza risultati
Il secondo round di colloqui tra l’Iran e gli Stati Uniti, mediati dall’Oman a Ginevra, è sostanzialmente finito con un nulla di fatto. Il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi ha parlato di «intesa con gli Usa sui principi fondamentali», ma si tratta di una frase di circostanza. Teheran ha aperto alle ispezioni dell’Aiea nei suoi siti nucleari (anche quelli sotterranei), ma ha blindato il programma missilistico, sul quale non intendere fare concessioni. In generale, la Repubblica Islamica si è detta disposta a disposta a discutere di limitazioni all’arricchimento dell’uranio, ma solo in cambio di un allentamento delle sanzioni Usa.
Washington e Teheran continuano a minacciarsi
Nel giorno dei negoziati a Ginevra, l’ayatollah Ali Khamenei ha minacciato di affondare le navi da guerra statunitensi: con l’obiettivo di costringere l’Iran a stringere un accordo sul suo programma nucleare, Donald Trump ha infatti inviato nel Mar Arabico anche la portaerei più grande del mondo, cioè la USS Gerald R. Ford, che è andata ad affiancarsi alla USS Abraham Lincoln. Il giorno prima delle minacce di Khamenei, Trump aveva affermato: «Non credo che l’Iran voglia le conseguenze di un mancato accordo».
L’ayatollah Ali Khamenei (Imagoeconomica).
Gli Usa pensano a un’operazione lunga settimane
Come ha riportato The War Zone, i localizzatori di volo online hanno mostrato caccia F-22 Raptor e F-16 Fighting Falcon, aerei radar E-3 Sentry e un velivolo spia U-2 Dragon Lady in transito sull’Atlantico verso l’Europa. Qualcosa di analogo era accaduto prima dell’operazione Midnight Hammer di giugno 2025. Secondo alcune fonti di Axios, vicine alla Casa Bianca, l’operazione militare statunitense in Iran sarebbe probabilmente una campagna su vasta scala, della durata di settimane: somiglierebbe insomma più a una guerra vera e propria che al raid effettuato in Venezuela.
Sarà una campagna congiunta con Israele
Le stesse fonti hanno riferito ad Axios che probabilmente si tratterà di una campagna congiunta tra Stati Uniti e Israele, il cui esercito dispone di centinaia di aerei da combattimento con una portata appunto più ampia rispetto alla guerra dei 12 giorni della scorsa estate.
L’Iran ha due settimane per evitare l’attacco
Secondo Axios «tutti gli indizi lasciano pensare che Trump premerà il grilletto se i negoziati falliranno». Ma quando potrebbe succedere? I funzionari statunitensi hanno affermato che, sostanzialmente, l’Iran sono state concesse altre due settimane di tempo per presentare una proposta dettagliata. «Il capo sta perdendo la pazienza. Alcuni dei suoi collaboratori lo mettono in guardia dal dichiarare guerra all’Iran, ma credo che ci sia il 90 per cento di probabilità che nelle prossime settimane assisteremo a un’azione militare», ha dichiarato un consigliere di Trump ad Axios. Per le fonti della testata, in ogni caso, alle forze Usa serviranno ancora alcune settimane di preparazione prima di attaccare.
Negli Stati Uniti il voto dei fedeli cristiani giocherà un ruolo decisivo anche alle midterm. Ma questa volta per i Repubblicani e Donald Trump, tornato alla Casa Bianca anche grazie al sostegno degli elettori evangelici, ci potrebbe essere qualche sorpresa. Se infatti da tempo gli elettori protestanti (e molti cattolici) sono orientati verso il Gop, visto come ultimo baluardo in difesa della famiglia e dei valori tradizionali, le politiche di Trump – a partire dalla stretta sull’immigrazione illegale – rischiano di allontanarli dall’Elefantino, offrendo inaspettate opportunità ai candidati democratici. Senza contare che contro The Donald gioca anche il gelo diplomatico che proprio su immigrazione e politica estera è sceso tra Washington e il Vaticano, proprio con il primo pontefice statunitense. Con buona pace del Signore, che secondo la vulgata MAGA, avrebbe salvato l’attuale presidente dall’attentato di Butler.
Sarag Trone Garriott (Instagram).
Crescono i candidati dem appartenenti alla Chiesa
Rispetto al passato è inoltre insolitamente alto il numero di uomini di Chiesa candidati per il Partito democratico. Più di una decina di leader religiosi protestanti correranno infatti per cariche federali e statali, molti di più rispetto alle precedenti tornate, ha fatto notare alla Reuters Doug Pagitt, pastore a capo del gruppo politico cristiano progressista Vote Common Good. Tra loro c’è per esempio Sarah Trone Garriott, senatrice dell’Iowa e pastora luterana, che non ha sempre messo la fede al centro delle sue campagne elettorali. O il pastore presbiteriano Matt Schultz, candidato alla Camera per l’Alaska, e il seminarista presbiteriano James Talarico, astro nascente dem deputato del Texas – dove sta dando del filo da torcere ai repubblicani – che è in corsa per un seggio al Senato. Senza dimenticare il candidato governatore dell’Iowa, Rob Sand, luterano praticante, il quale ricorda che uno dei motivi principali per cui ha sposato la causa democratica è che «la fede cristiana è tutta incentrata sulla tutela del più debole».
Rob Sand (Instagram).
Un leader religioso bianco non viene eletto al Congresso dal 1975
A differenza di molti altri leader religiosi che si sono candidati per l’Asinello, tra cui il senatore per la Georgia Raphael Warnock, i candidati delle prossime midterm non provengono dalla comunità afroamericana che storicamente fa parte della base democratica. La speranza è che ci sia un’inversione di tendenza: l’ultimo uomo di Chiesa bianco a ottenere un seggio al Congresso fu il deputato Bob Edgar, che restò a Capitol Hill dal 1975 al 1987. Da allora più nessuno c’è riuscito.
Raphael Warnock (Ansa).
Negli anni l’elettorato democratico è diventato sempre più laico
Alle Presidenziali del 2024, Trump ha ottenuto l’83 per cento dei voti degli elettori evangelicibianchi: il numero più alto mai registrato. Inoltre ha portato a casa il sostegno della maggioranza sia dei protestantitradizionali sia dei cattolici. Di contro, la base democratica è diventata sempre più laica. Il 40 per cento degli elettori dell’Asinello, secondo un sondaggio condotto dal Pew Research Center tra il 2023 e il 2024, si è identificato come non affiliato a nessuna religione: più del doppio rispetto al 2007. Ma per vincere le elezioni, ormai è chiaro, bisogna anche puntare sulla fede. «Gesù ha accolto lo straniero, ha nutrito gli affamati, si è schierato dalla parte dei vulnerabili, si è preso cura dei poveri, e questa è la nostra vocazione come cristiani. Ora invece vediamo comunità terrorizzate e persone trattate con grande crudeltà», ha detto Trone Garriott riferendosi ai fatti di Minneapolis.
DON’T STOP PRAYING!! Will you pray for President Trump, his Cabinet Members and Administration? Prayer brings the will of God to pass in the earth! Matthew 6:10pic.twitter.com/zewIAvZCeI
Sebbene in passato importanti esponenti del partito democratico abbiano parlato della loro fede (come il cattolico Joe Biden), ciò che distingue questi candidati – religiosi o meno – è il modo esplicito in cui collegano il loro credo alle questioni politiche, cercando di far capire che essere credente non obbliga a votare repubblicano. Una strategia che però potrebbe rivelarsi un boomerang: strizzando troppo l’occhio a chi ha votato in passato per l’Elefantino, c’è infatti il rischio di perdere consenso tra gli elettori democratici (e laici). Una possibilità che però non preoccupa Schultz, in corsa in Alaska contro il repubblicano in carica Nick Begich. «Le persone», ha spiegato il democratico, «hanno una visione della fede più sofisticata di quanto spesso crediamo».
Il diritto all’aborto sarà centrale nella campagna elettorale
In ottica midterm, secondo gli esperti, giocherà un ruolo importante il diritto all’aborto, che dal 2022 in base a una sentenza della Corte Suprema non vale più a livello nazionale. Schultz, a favore della possibilità di scelta, ha affermato che le Sacre scritture non specificano con precisione l’inizio della vita umana, aggiungendo poi che in realtà sono gli stessi repubblicani a opporsi a misure che ridurrebbero effettivamente gli aborti come una migliore assistenza sanitaria, l’accesso ai contraccettivi e l’ampliamento dell’assistenza all’infanzia. «Sono pro-choice, nonostante la mia fede cristiana, ma proprio grazie a essa», ha tenuto a precisare.