Perquisizioni nella sede francese di X, Musk convocato in procura a Parigi: cosa sappiamo

Perquisizione da parte dell’unità anticrimine informatico della procura di Parigi, dell’unità informatica della polizia nazionale e di Europol nella sede francese di X. Il raid fa parte di un’indagine avviata a gennaio del 2025 sul sospetto abuso di algoritmi e sull’estrazione fraudolenta di dati, che la procura ha affermato di aver ora ampliato per includere le denunce relative a Grok, lo strumento di intelligenza artificiale di X. La procura di Parigi ha spiegato in una nota le indagini a più ampio raggio riguardano anche i presunti reati di «complicità nel possesso e nella distribuzione organizzata di immagini di abusi su minori, violazione dei diritti d’immagine attraverso deepfake a sfondo sessuale e negazione di crimini contro l’umanità».

Perquisizioni nella sede francese di X, Musk convocato in procura a Parigi: cosa sappiamo
Grok, chatbot di X (Ansa).

Le autorità francesi hanno avviato le indagini dopo la denuncia presentata dal deputato di centrodestra Éric Bothorel, secondo cui algoritmi parziali sulla piattaforma avrebbero probabilmente distorto il suo sistema di elaborazione dati e influenzato il tipo di contenuti proposti. A novembre 2025, i procuratori hanno reso noto l’allargamento dell’inchiesta a Grok, che in pratica ha negato l’Olocausto, avanzando false affermazioni comunemente diffuse da chi sostiene che la Germania nazista non abbia davvero sterminato sei milioni di ebrei. Il chatbot, che ha pure inneggiato ad Adolf Hitler, si è inoltre reso protagonista di gravi insulti contro il primo ministro polacco Donald Tusk, definito «traditore». Non solo: l’IA generativa di Musk è finita nell’occhio del ciclone anche per la capacità di “spogliare” persone vestite, compresi bambini: l’Ue ha avviato un’indagine sulla produzione e diffusione di deepfake a sfondo sessuale che ritraggono donne e minori.

Perquisizioni nella sede francese di X, Musk convocato in procura a Parigi: cosa sappiamo
Linda Yaccarino (Ansa).

I procuratori hanno convocato il 20 aprile 2026 per “audizioni libere” (cioè senza stato di fermo) il patron Elon Musk e l’ex amministratrice delegata dell’azienda Linda Yaccarino – che ha guidato la piattaforma dopo l’acquisizione da parte del magnate da giugno 2023 a luglio 2025 – per interrogarli in qualità di «gestori di fatto e di diritto della piattaforma X al momento dei fatti». Le citazioni emesse a carico di Musk e Yaccarino sono obbligatorie, ma difficili da far rispettare a chi si trova al di fuori della Francia. Da parte sua, la procura di Parigi ha dichiarato che l’indagine è stata condotta «nell’ambito di un approccio costruttivo, con l’obiettivo finale di garantire che la piattaforma X rispetti le leggi francesi, nella misura in cui opera sul territorio nazionale».

Negli Epstein Files spuntano anche Putin, Musk e Salvini: tutte le nuove rivelazioni

Il flusso di pubblicazioni di documenti iniziato alla fine di febbraio 2025 e culminato il 30 gennaio nel rilascio di quasi tre milioni di pagine di file su Jeffrey Epstein ha messo in luce la profondità l’intensità e la persistenza dei legami del finanziere morto suicida in carcere nel 2019 con l’élite globale, anche dopo la prima condanna per reati sessuali risalente al 2008. Contraddicendo anni di smentite da parte di big di Wall Street, vip di Hollywood e celebri miliardari. Negli Epstein Files sono spuntati persino Vladimir Putin e addirittura Matteo Salvini. Senza dimenticare Elon Musk.

Negli Epstein Files spuntano anche Putin, Musk e Salvini: tutte le nuove rivelazioni
Negli Epstein Files spuntano anche Putin, Musk e Salvini: tutte le nuove rivelazioni
Negli Epstein Files spuntano anche Putin, Musk e Salvini: tutte le nuove rivelazioni
Negli Epstein Files spuntano anche Putin, Musk e Salvini: tutte le nuove rivelazioni
Negli Epstein Files spuntano anche Putin, Musk e Salvini: tutte le nuove rivelazioni
Negli Epstein Files spuntano anche Putin, Musk e Salvini: tutte le nuove rivelazioni
Negli Epstein Files spuntano anche Putin, Musk e Salvini: tutte le nuove rivelazioni
Negli Epstein Files spuntano anche Putin, Musk e Salvini: tutte le nuove rivelazioni

Putin citato più di mille volte: Epstein era al soldo del Cremlino?

Nei file relativi alle indagini su Epstein, il nome di Vladimir Putin viene citato 1.056 volte. L’effettivo collegamento tra finanziere e il presidente russo è tutto da dimostrare, ma l’abnorme numero di passaggi in cui viene nominato non è passato inosservato. Epstein, scrive il Daily Mail, avrebbe gestito «la più grande operazione al mondo basata sul kompromat sessuale». In parole povere, sarebbe stato manovrato dal Cremlino, che tramite gli 007 di Mosca gli avrebbe fornito ragazze russe per “intrattenere” importanti personaggi dell’establishment globale, rendendoli così ricattabili tramite video girati di nascosto. Kompromat è un vocabolo della lingua russa ottenuto dalla contrazione dei termini komprometiruyuschij e material: significa “materiali compromettenti”.

Negli Epstein Files spuntano anche Putin, Musk e Salvini: tutte le nuove rivelazioni
Vladimir Putin (Ansa).

Di sicuro, Epstein cercò più volte di incontrare Putin. A maggio del 2013, per esempio, scrisse a Thorbjørn Jagland, allora segretario generale del Consiglio d’Europa ed ex primo ministro della Norvegia, che Bill Gates sarebbe stato a Parigi, aggiungendo: «Putin è il benvenuto a cena». In un’email del 2014, il venture capitalist giapponese Joey Ito comunicò a Epstein che Reid Hoffman, cofondatore di LinkedIn, si sarebbe potuto unire a loro per incontrare Putin: l’eventuale meeting saltò poi dopo l’abbattimento del volo Malaysia Airlines MH17 da parte delle forze russe. Nel 2018, Epstein tramite il già citato Jagland provò a contattare il ministero degli Esteri russo Sergei Lavrov, sostenendo di essere in possesso di informazioni scottanti su Donald Trump (di cui era stato spesso ospite a Mar-a-Lago): alla vigilia del summit tra il presidente americano e l’omologo russo che si tenne quell’anno a Helsinki, The Donald affermò di non avere prove di interferenze di Mosca nella sua elezione. Secondo gli 007 americani citati dal Daily Mail, Epstein potrebbe essere finito nella rete di spionaggio di Mosca da Robert Maxwell, padre della socia e compagna Ghislaine, che pare avesse legami con il Kgb. Non finisce qui: in un fascicolo datato 27 novembre 2017, l’Fbi mise a verbale le rivelazioni di una fonte considerata attendibile che, oltre a parlare di una tenuta in New Mexico dove Epstein attirava e filmava ragazze minorenni, afferma come finanziere fosse «anche il gestore patrimoniale di Putin» e svolgesse lo stesso servizio per Robert Mugabe, presidente dello Zimbabwe.

Negli Epstein Files spuntano anche Putin, Musk e Salvini: tutte le nuove rivelazioni
Elon Musk (Imagoeconomica).

Musk non vedeva l’ora di fare festa sull’isola di Epstein

In un post su X, Musk a settembre 2025 non solo aveva negato di aver visitato la famigerata isola di Epstein, ma aveva inquadrato la sua decisione come un atto di principio: «Ha cercato di convincermi e mi sono rifiutato». I documenti diffusi a fine gennaio suggeriscono invece che Musk fosse invece impaziente di andarci. O forse tornarci: «Quale giorno/notte sarà la festa più sfrenata sulla tua isola?», chiese Mr Tesla via email al finanziere a novembre del 2012. All’indomani della pubblicazione dei nuovi file, Musk ha scritto su X: «Ho avuto pochissima corrispondenza con Epstein e ho rifiutato ripetuti inviti ad andare sulla sua isola o a volare sul suo ‘Lolita Express‘, ma ero ben consapevole che alcune email scambiate con lui avrebbero potuto essere fraintese e utilizzate dai detrattori per infangare il mio nome».

A proposito di miliardari, in un’email del 2013, Epstein parla di una malattia sessualmente trasmissibile che Bill Gates avrebbe contratto dopo alcuni incontri con giovani donne russe, facendo riferimento alla richiesta del fondatore di Microsoft di ricevere antibiotici da somministrare di nascosto alla (ora ex) moglie Melinda.

Dal patron di Virgin alla principessa norvegese: la rete di Epstein

Gli ultimi file diffusi hanno evidenziato rapporti amichevoli tra Epstein e il miliardario britannico Richard Branson, fondatore del gruppo Virgin. «È stato davvero un piacere vederti ieri. Ogni volta che sarai in zona, mi farebbe piacere vederti. A patto che tu porti il tuo harem!», scrisse quest’ultimo nel 2013 in un’email. Un rappresentante di Branson ha affermato che i due avevano avuto solo un incontro di lavoro. Mentre aumentano le pressioni sul principe Andrea, fratello di re Carlo III d’Inghilterra, negli Epstein Files è spuntata pure l’ex moglie Sarah Ferguson, che nel 2009 scrisse al finanziere, definendolo «il fratello che aveva sempre sognato di avere». A proposito di nobiltà europea, il nome della principessa norvegese Mette-Marit, moglie del futuro re Haakon, compare più di mille volte. Estremamente confidenziale il rapporto con Epstein. Quando nel 2012 le disse di essere a Parigi «in cerca di moglie», lei rispose che la capitale francese era «adatta all’adulterio», ma che «le donne scandinave sono mogli migliori». Mette-Marit si è giustificata dicendo di aver commesso «un errore di giudizio». Per quanto riguarda la politica, l’ex ambasciatore britannico negli Usa Peter Mandelson, licenziato per i suoi legami con Epstein, ha lasciato il Partito Laburista dopo nuove rivelazioni sui suoi rapporti col finanziere. E in Slovacchia l’ex ministro degli Esteri Miroslav Lajčák si è dimesso dal ruolo di consigliere del premier Robert Fico, dopo che sono venuti a galla i suoi legami con Epstein.

Da Thiel a Bryn: i nomi che tornano, nonostante le smentite

Nei file diffusi il 30 gennaio è spuntata un’email con cui Howard Lutnick, Segretario al Commercio Usa, cercò di organizzare una visita con la moglie e i figli all’isola privata di Epstein poco prima di Natale del 2012. Nel corso di un podcast, l’anno scorso aveva definito il finanziere «una persona disgustosa», conosciuta a metà Anni 2000 e mai più frequentata. Il magnate immobiliare newyorkese Andrew Farkas, comproprietario di un porto turistico con Epstein a St. Thomas per anni, in una lettera agli investitori del 2025 ha parlato di un rapporto esclusivamente di affari. Ma gli ultimi documenti pubblicati suggeriscono altro. Nei file ci sono poi i nomi di Peter Thiel, cofondatore di PayPal, che aveva una fitta corrispondenza con Epstein e da cui fu invitato nella sua isola ai Caraibi; di Sergey Brin, il cofondatore di Google; e di Steve Tisch, comproprietario della squadra di football dei New York Giants.

Negli Epstein Files spuntano anche Putin, Musk e Salvini: tutte le nuove rivelazioni
Steve Bannon, Matteo Salvini e Mischael Modrikamen, portavoce del movimento dell’ex stratega di Trump (X).

Salvini e quei riferimenti di Bannon ai finanziamenti per la Lega

E poi c’è Salvini, citato 99 volte. Il segretario della Lega è totalmente estraneo ai traffici sessuali di Epstein, che era interessato però all’ascesa della destra nella politica europea. Nei documenti si parla di ipotetici finanziamenti americani al Carroccio: lo fa Steve Bannon, ex stratega di Trump, spiegando al finanziere di essere impegnato a raccogliere fondi per Marine Le Pen, Viktor Orban e Salvini così che «possano effettivamente candidarsi con liste complete» alle Europee. Il carteggio a “tema Salvini” risale al biennio 2018-2019, quello del governo giallo-verde poi fatto cadere dalla Lega che ruppe l’alleanza col M5s. Bannon nei documenti ipotizzava una crisi di governo scatenata da Salvini (cosa effettivamente accaduta), con conseguente voto anticipato che avrebbe portato, chissà, il segretario leghista a Palazzo Chigi. Dai file trapela l’entusiasmo di Epstein per questo scenario. Le cose però non sono andate come immaginato da Bannon. Stratega, sì, ma non stregone. La pluricitazione di Salvini negli Epstein Files, va detto, non ha trovato molta eco su giornali e soprattutto telegiornali, che hanno coperto poco o niente la notizia. La Lega ha comunque smentito di aver beneficiato di finanziamenti americani, parlando di «gravi millanterie» e di «un’operazione che ricorda tristemente la campagna di fango sui presunti sostegni economici russi (anche in quel caso mai chiesti e mai ricevuti, con assalti mediatici e vicende giudiziarie finite nel nulla)», aggiungendo che Salvini «si difenderà in ogni sede in caso di insinuazioni o accostamenti con personaggi disgustosi».

Il caso dell’influencer brasiliano pro-Trump arrestato dall’Ice

L’influencer brasiliano di destra Júnior Pena, che di recente aveva minimizzato il rischio di espulsioni di massa, affermando che le misure della Casa Bianca avrebbero colpito solo gli immigrati clandestini o coloro che erano coinvolti in reati, nonché autore di un recente videomessaggio di sostegno a Donald Trump su Instagram, è stato arrestato dagli agenti dell’Ice nel New Jersey.

Il caso dell’influencer brasiliano pro-Trump arrestato dall’Ice
Junior Pena (Instagram).

L’influencer vive negli States dal 2019

Con più di 480 mila follower su Instagram, l’influencer – nome completo Eustáquio da Silva Pena Júnior – sui social da tempo pubblica contenuti sull’immigrazione e sulla vita negli Stati Uniti, dove si è trasferito nel 2009. Pena inoltre usa i suoi social network per dare voce alle storie dei migranti e alle voci critiche nei confronti del presidente di sinistra brasiliano, Luiz Inácio Lula da Silva, e a quelle di coloro che sostengono l’ex presidente di estrema destra Jair Bolsonaro, recentemente incarcerato e alleato di Trump.

Pena non rischierebbe l’espulsione

Maycon MacDowel, agente di polizia e amico personale di Junior Pena molto attivo sui social, ha spiegato che l’influencer brasiliano si trova al momento a Delaney Hall, un centro di detenzione per immigrati situato a Newark, nel New Jersey, e che sulla sua testa non pende un ordine di espulsione. L’arresto è avvenuto perché pena non si è presentato a un’udienza obbligatoria nell’ambito delle procedure per la regolarizzazione della sua posizione negli Usa. «Io rispetto le regole, pago le tasse e cerco di legalizzare il mio status. Lui espellerà chiunque sia clandestino, i criminali e chiunque commetta reati. Chi vuole aiutare il Paese non verrà espulso», aveva raassicurato poco prima di finire in manette.

Non solo Salvini, Vannacci se la deve vedere pure con Giubilei

Luca Zaia vorrebbe Roberto Vannacci fuori dalla Lega (Attilio Fontana l’ha definito «un’anomalia») e per questo, come ha scritto Lettera43, avrebbe messo in guardia Matteo Salvini, già preoccupato per nuove possibili fuoriuscite dal Carroccio. L’ex generale però non se le deve vedere “solo” con i big del partito di via Bellerio, ma anche con Francesco Giubilei, fondatore del think thank Nazione Futura che ha appena depositato un atto di opposizione presso l’Ufficio dell’Unione europea per la proprietà intellettuale (Euipo) contro la domanda di registrazione del marchio Futuro Nazionale.

Troppo forti le somiglianze tra i due loghi

Il nome e il simbolo scelti da Vannacci, infatti, ricordano molto (troppo) quelli dell’associazione di Giubilei, vicina a Fratelli d’Italia. «Me ne frego», ha risposto il vicesegretario della Lega a domanda sull’iniziativa di Nazione Futura, definendo inoltre «prolisso» Giubilei. Il quale ha replicato con un videomessaggio diffuso sui social.

Giubilei: «Lo vedo nervoso e corto di idee»

«Leggo che Vannacci attacca Nazione Futura dopo che abbiamo presentato un’opposizione formale al nome e al logo del suo nuovo movimento che è evidentemente copiato da Nazione Futura. E lo fa citando il motto “me ne frego”, ripreso dagli Arditi e da D’Annunzio. Vannacci in questo periodo è particolarmente a corto di idee», afferma Giubilei nel videomessaggio. «Al tempo stesso lo vedo abbastanza nervoso. Se vuole può venire in sede da noi, ci beviamo una camomilla, ci facciamo una chiacchierata e cerchiamo di capire cosa non va. Però tanti fuoriusciti da Il mondo al contrario, deluso da un certo modo di fare e dalle scorrettezze che Vannacci continua a fare all’interno del suo partito e della coalizione di centrodestra si stanno avvicinando e si sono iscritti a Nazione Futura». E poi: «I nemici a destra iniziano a essere più di quelli a sinistra, fossi in lui mi farei qualche domanda. Sta facendo il gioco della sinistra». Infine la frecciata: «Quando Vannacci veniva invitato ai nostri eventi e quando si presentava col trolley per vendere i suoi libri ai nostri associati non c’era alcun “me ne frego”». Contestualmente all’annuncio del ricorso all’Euipo, Nazione Futura ha comunicato l’apertura del tesseramento 2026 con lo slogan “Leali e coerenti”, ribadendo il proprio posizionamento nell’area culturale e politica del centrodestra.

Quali sono le vere intenzioni di Trump con il Venezuela di Maduro

Dopo mesi di attacchi in mare con l’obiettivo dichiarato di combattere i narcotrafficanti, l’indicazione di Nicolas Maduro come capo di un’organizzazione terroristica (il fantomatico “Cartel de los Soles”) non lasciava presagire niente di buono. Poi era trapelata l’indiscrezione di un Donald Trump pronto a chiamare il presidente venezuelano, che sembrava allontanare l’ipotesi di nuovi raid missilistici statunitensi o azioni militari dirette sulla terraferma. Come non detto: parlando con i giornalisti a bordo dell’Air Force One, Trump ha deciso di alzare di nuovo la tensione, spiegando di essere deciso ad andare avanti col dossier Venezuela, «con le buone o le cattive». Le nuvole tornano così ad addensarsi nel Mar dei Caraibi.

Quali sono le vere intenzioni di Trump con il Venezuela di Maduro
Donald Trump (Ansa).

La designazione di Maduro come terrorista dà agli Usa maggiori opzioni militari

«Potrei parlargli. Vedremo. Se possiamo salvare vite umane, se possiamo fare le cose nel modo giusto, va bene. E se dobbiamo farlo nel modo sbagliato, va bene lo stesso», ha detto Trump riferendosi alla possibilità di colloqui diretti con Maduro, aggiungendo poi che i gruppi di lavoro dei due Paesi sono già in comunicazione per facilitare il dialogo tra i leader. Nell’ambito dell’operazione “Southern Spear” avviata a settembre, gli Usa hanno condotto 21 raid contro imbarcazioni che presumibilmente trasportavano droga, uccidendo più di 80 persone. Tutti membri – secondo Washington – del già citato Cartel de los Soles, presunta organizzazione diretta secondo il tyccon da membri dell’Alto Comando militare delle Forze armate del Venezuela (i “soli” si riferiscono alle spalline sulle uniformi) e implicata nel traffico internazionale di droga. Al di là della sua reale esistenza, come hanno sottolineato diversi esperti, la designazione di organizzazione terroristica per una “rete” criminale del genere è impropria, in quanto non può essere paragonata ai tradizionali cartelli, essendo priva di una gerarchia e di una vera struttura. Ma tant’è: la designazione di Maduro e dei suoi alleati di governo come terroristi – che non autorizza esplicitamente l’uso della forza, essendo uno degli strumenti antiterrorismo più seri del dipartimento di Stato – darà agli Usa maggiori opzioni militari per colpire all’interno del Paese sudamericano.

Quali sono le vere intenzioni di Trump con il Venezuela di Maduro
Nicolas Maduro (Ansa).

Trump sta stringendo il cerchio attorno a Maduro (e al petrolio di Caracas)

Di sicuro, Trump sta stringendo il cerchio attorno a Maduro. Non solo con attacchi ai narcos al largo delle coste del Venezuela, ma anche con il massiccio dispiegamento navale nel Mar dei Caraibi, motivato dal fatto che il Paese sudamericano avrebbe «svuotato negli Stati Uniti le sue prigioni» inviando membri del gruppo criminale Tren de Aragua. E poi c’è il semaforo verde dato da Trump a operazioni segrete della Cia in territorio venezuelano, con l’obiettivo di indebolirne o rovesciarne il governo, di cui ha parlato il New York Times. Il reale obiettivo di Trump non sarebbe infatti smantellare il narcotraffico o (formula classica) esportare la democrazia, quanto installare un governo amico a Caracas: il Venezuela ha infatti le maggiori riserve di petrolio accertate al mondo, stimate in circa 303 miliardi di barili, più di Arabia Saudita e Stati Uniti messi insieme.

Quali sono le vere intenzioni di Trump con il Venezuela di Maduro
Manifestazione in Venezuela a supporto di Maduro (Ansa).

Il Venezuela ha chiesto «misure urgenti» all’Onu per prevenire un’escalation militare

Che alla base della campagna di pressione Usa ci sia l’oro nero lo ha detto anche il presidente colombiano Gustavo Petro alla Cnn: «Il petrolio è al centro della questione. Credo che questa sia la logica di Trump. Non sta pensando alla democratizzazione del Venezuela, né tantomeno al narcotraffico». Anche perché, ha sottolineato, sono ben altri i grandi produttori di droga (come la Colombia appunto) e solo una parte relativamente piccola del traffico mondiale passa effettivamente dal Venezuela. Caracas, che avrebbe smantellato una cellula della Cia intenta a preparare un attacco sotto falsa bandiera contro una nave militare americana, a metà ottobre ha annunciato che presenterà un reclamo formale alle Nazioni Unite contro gli Stati Uniti, chiedendo «misure urgenti per prevenire un’escalation militare nei Caraibi».

Maduro, virale sui social, non intende aprire a un eventuale esilio all’estero

Maduro, che di recente davanti a centinaia di studenti radunati a Palacio de Miraflores si è esibito in un balletto al ritmo di un remix di un suo discorso in cui ripeteva: «No war, yes peace», difficilmente accetterà di rinunciare spontaneamente al potere. È quanto scrive il Wall Street Journal, sottolineando che «sono ormai finiti i giorni in cui i dittatori potevano fare affidamento su fortune in conti bancari svizzeri segreti». Nonostante pressioni diplomatiche e militari senza precedenti da parte degli Stati Uniti, il leader del regime chavista di Caracas – che strizza l’occhio ai più giovani – non intende aprire a un eventuale esilio all’estero, che a differenza di quello di altri caudillos del passato non sarebbe così dorato. Inoltre, sottolinea il Wsj, Maduro ritiene di non poter ottenere accordi di amnistia duratura e pertanto si sente sicuro solo tra i militari a lui leali, che lo attorniano da anni (è al potere dal 2013). Da qui l’esortazione ai giovani venezuelani a mettersi in contatto con gli studenti negli Stati Uniti e a chiedere dialogo e pace invece della guerra.

Un concetto, questo, già espresso in un altro comizio, in cui ha accusato Trump di gesti provocatori e ha cantato Imagine di John Lennon. Trump ha parlato a bordo dell’Air Force One, mentre si dirigeva verso Mar-a-Lago per trascorrere in famiglia il Giorno del Ringraziamento. Prima di partire, alla Casa Bianca ha graziato due tacchini: che farà con Maduro?

Trump apre a Maduro: presto una chiamata

Nonostante gli Stati Uniti abbiano appena designato Nicolás Maduro come capo di un’organizzazione terroristica, Donald Trump ha detto ai suoi consiglieri che ha intenzione di parlare direttamente con il presidente venezuelano. Lo hanno dichiarato ad Axios funzionari dell’attuale amministrazione statunitense. La volontà espressa da Trump rappresenta una svolta importante nella sua “diplomazia delle cannoniere” contro il Venezuela e potrebbe essere un segnale che attacchi missilistici statunitensi o azioni militari dirette sulla terraferma non sono imminenti, come invece apparivano nei giorni scorsi.

Trump apre a Maduro: presto una chiamata
Nicolas Maduro (Ansa).

Trump-Maduro, possibile colloquio telefonico dopo il Ringraziamento

Nell’ambito dell’operazione “Southern Spear”, avviata a inizio settembre con il dichiarato obiettivo di combattere i narcotrafficanti, in 21 raid contro imbarcazioni che presumibilmente trasportavano droga gli Usa hanno ucciso più di 80 persone. La chiamata tra Trump e Maduro, scrive Axios, è «in fase di pianificazione» e potrebbe avere luogo dopo giovedì 27 novembre, data in cui nel 2025 cade il Giorno del Ringraziamento. «Nel frattempo, faremo saltare in aria le navi che trasportano droga», ha riferito una fonte della testata.

LEGGI ANCHE: Trump, Maduro e il regime change in Venezuela tra petrolio e ipocrisia

Google ha presentato il nuovo modello di intelligenza artificiale Gemini 3

Google ha rilasciato il suo ultimo modello di intelligenza artificiale Gemini 3 Pro, presentato dai suoi creatori come «il migliore al mondo» per l’interpretazione e l’elaborazione di dati da testo, immagini, audio e video. L’azienda aveva lanciato a marzo Gemini 2.5 Pro, disponibile poi da giugno: l’aggiornamento segna una transizione netta nella strategia di Google, in quanto introduce una strategia più agentica e una forte crescita nelle capacità di analisi complesse. Gemini 3 Pro è disponibile da oggi, 18 novembre (ma limitatamente agli Stati Uniti), contemporaneamente in Google Search e nell’app Gemini, che ha oltre 650 milioni di utenti mensili. Il rilascio inizia dagli Usa, prima agli utenti che hanno sottoscritto abbonamenti. Poi, in tempi non ancora noti, alcune funzionalità verranno messe a disposizione di tutti. Così Koray Kavukcuoglu, responsabile dell’intelligenza artificiale del colosso di Mountain View: «Google con Gemini 3 ha stabilito un ritmo completamente nuovo sia in termini di rilascio dei modelli, sia di distribuzione agli utenti più veloce che mai».

L’Ue indaga ancora su Google: la proposta del colosso di Mountain View

Dopo la nuova indagine avviata dalla Commissione europea su Google e in particolare sulle politiche con cui Alphabet, la società madre del motore di ricerca, gestisce la visibilità online dei contenuti di media ed editori, il colosso di Mountain View ha proposto a Bruxelles modifiche ai suoi servizi pubblicitari. «La nostra proposta recepisce pienamente la decisione senza una separazione dirompente che danneggerebbe le migliaia di editori e inserzionisti europei che utilizzano gli strumenti di Google per far crescere il proprio business», ha dichiarato un portavoce dell’azienda.

L’accusa della Commissione Ue a Google

Secondo la Commissione europea, Google ha penalizzato i siti che ospitano contenuti prodotti da terze parti perché considerati poco affidabili e ne ha ridotto la visibilità. Qualora dovesse risultare che il colosso di Mountain View abbia violato i dettami del Digital Markets Act, la società rischia una multa fino al 10 per cento del fatturato mondiale. Intanto Google si è difesa respingendo le accuse. A settembre Google ha già ricevuto una multa di 2,95 miliardi di euro dall’antitrust Ue per aver violato le norme europee sulla competitività online, favorendo i suoi servizi pubblicitari a scapito dei suoi concorrenti. L’Ue aveva dato 60 giorni di tempo a Google per un piano di azione con cui rimettersi nell’alveo delle regole comunitarie.

Trump chiede la grazia per Netanyahu, Herzog fa muro

Il presidente israeliano Isaac Herzog ha ricevuto una lettera da Donald Trump nella quale il capo della Casa Bianca gli ha chiesto di prendere in considerazione la concessione della grazia al premier Benjamin Netanyahu, alla sbarra per corruzione e frode. Nella missiva, il presidente Usa ha definito il processo a Bibi «un caso politico ingiustificato», riconoscendogli il merito di aver condotto Israele «verso un periodo di pace». La replica di Herzog non si è fatta attendere.

Trump chiede la grazia per Netanyahu, Herzog fa muro
Donald Trump (Ansa).

La risposta di Herzog

«Il presidente israeliano nutre la massima stima per Trump e continua a esprimere il suo profondo apprezzamento per il suo incrollabile sostegno a Israele, per il suo straordinario contributo al ritorno degli ostaggi, per la ridefinizione della situazione in Medio Oriente, in particolare a Gaza, e per la garanzia della sicurezza dello Stato di Israele», ma «chiunque chieda la grazia presidenziale deve presentare una richiesta formale secondo le procedure stabilite», ha spiegato con una nota l’ufficio di Herzog. Quest’ultimo, in quanto presidente di Israele, è l’unica persona autorizzata a concedere la grazia a un primo ministro.

Trump chiede la grazia per Netanyahu, Herzog fa muro
Benjamin Netanyahu (Ansa).

La lettera inviata da Trump

Netanyahu sta attualmente guidando Israele verso tempi di pace e, insieme a me e ad altri importanti leader in Medio Oriente, sta continuando a cambiare il mondo attraverso gli Accordi di Abramo. Il primo ministro ha difeso con orgoglio Israele di fronte a grandi difficoltà e prospettive fosche, e la sua attenzione non può essere divisa», ha scritto Trump nella lettera recapitata a Herzog: «Pur rispettando pienamente il sistema legale israeliano e i suoi requisiti, ritengo che il caso contro Netanyahu, che ha combattuto al mio fianco per molto tempo contro un nemico formidabile come l’Iran, sia illegittimo». Trump aveva già avanzato la stessa richiesta a Herzog durante la sua visita in Israele un mese fa, in occasione dell’accordo di cessate il fuoco con Hamas, durante la quale aveva tenuto anche un discorso alla Knesset.

Trump chiede la grazia per Netanyahu, Herzog fa muro
La lettera inviata da Trump a Herzog.

Le prime mosse di Mamdani e la risposta di Trump

Archiviati i festeggiamenti per l’elezione a sindaco di New York, Zohran Mamdani – che entrerà in carica il primo gennaio – si è già messo al lavoro sulla ‘sua’ nuova Grande Mela. Durante una conferenza stampa nel Queens, a 57 giorni dall’insediamento il 34enne socialista democratico ha annunciato un team di transizione tutto al femminile, guidato dalla direttrice esecutiva Elana Leopold. La squadra include anche le co-chair Maria Torres-Springer, ex vicesindaca, Lina Khan, ex presidente della Commissione federale per il commercio, Grace Bonilla, già ceo di United Way, e l’ex vicesindaca per la salute e i servizi sociali Melanie Hartzog. «Nei prossimi mesi, io e il mio team costruiremo un municipio in grado di mantenere le promesse di questa campagna», ha assicurato Mamdani. «Formeremo un’amministrazione che sia in egual misura capace e compassionevole, guidata dall’integrità e disposta a lavorare sodo quanto i milioni di newyorkesi che chiamano casa questa città». Da notare la scelta di Khan: si tratta di una figura apprezzata sia dai progressisti che dai repubblicani populisti: durante la presidenza di Joe Biden ha ottenuto notorietà a livello nazionale per la sua aggressiva applicazione delle leggi antitrust presso la Federal Trade Commission.

Le prime mosse di Mamdani e la risposta di Trump
Sostenitori di Mamdani (Ansa).

LEGGI ANCHE: Addio bidenismo, con Mamdani i dem abbracciano la disruption: arriva l’ora di AOC?

Mamdani prepara 200 legali contro Trump

Per contrastare quello che nella sua campagna elettorale ha descritto come «eccessi presidenziali» e poter mettere in atto il suo programma, intervistato dal New York Times Mamdani ha spiegato di voler assumere 200 legali per difendere la Grande Mela in tribunale in caso di scontri legali con la Casa Bianca. Prima del voto, Donald Trump aveva annunciato l’intenzione di ridurre al minimo i fondi federali destinati alla città in caso di successo di Mamdani. Dopo il suo successo, ha affermato che «Miami diventerà presto il rifugio di quelli che scapperanno dal comunismo di New York».

Le prime mosse di Mamdani e la risposta di Trump
Donald Trump (Ansa).

Trump: «Rispetti Washington, dovrebbe contattarci»

«Mi piacerebbe vedere il nuovo sindaco fare bene, perché amo New York. Il suo discorso della vittoria è stato molto arrabbiato, soprattutto con me. Dovrebbe essere gentile con me», ha dichiarato Trump, sottolineando che Mamdani «dovrebbe rispettare di più Washington» e che sarebbe appropriato contattasse la Casa Bianca.