Come la remigrazione da teoria complottista è diventata proposta politica

Di fronte a un Occidente sempre più a rischio di invasione da parte dei migranti, anzi, di un Occidente nel mirino di un piano per sostituire i bianchi con individui di altre etnie al fine di consentire a un non meglio identificato Deep State di dare vita a un Nuovo Ordine Mondiale (attualizzazione di teorie risalenti agli Anni 40 del secolo scorso, quelle della cosiddetta Great Replacement Theory, o Grande Sostituzione, rilanciate periodicamente dalle varie galassie cospirazioniste di mezzo mondo e di indubbio retaggio razzista e suprematista), la destra radicale ripesca oggi, dal suo bagaglio non solo teorico, l’arma della remigrazione

Dalla sociologia alla propaganda razzista

Il termine può suonare piattamente tecnico. Lo si usava, e si usa, nelle scienze sociali per indicare il ritorno volontario di un migrante nel suo Paese di origine. Ma da qualche tempo ha assunto un significato molto meno neutro, ovvero chiusura dei confini, respingimento degli indesiderati e, soprattutto, «espulsione forzata, deportazione di massa di persone con una storia di migrazione» (parola dell’Accademia della Crusca), anche degli immigrati che, pur avendo tutti i documenti in regola, non siano assimilabili alle varie culture nazionali occidentali.

La «recessione democratica» di Trump

Il tema della remigrazione – rimasto in sordina per qualche decennio, e appannaggio esclusivo dei vari circoli e movimenti di estrema destra europea e di quelli razzisti e suprematisti statunitensi – è tornato prepotentemente alla ribalta con Donald Trump, che ne ha fatto uno dei capisaldi del suo programma presidenziale. Anche per questo l’ultimo rapporto di Human Rights Watch ha additato il presidente americano come principale attore di una vera e propria «recessione democratica». Una regressione che ha riportato indietro le lancette dei diritti umani di almeno 40 anni. «Evocando il rischio di una ‘cancellazione della civiltà’ in Europa e ricorrendo a stereotipi razzisti per dipingere intere popolazioni come indesiderate negli Usa», ha spiegato il direttore esecutivo dell’ONG Philippe Bolopion, «Trump ha adottato politiche e una retorica in linea con l’ideologia nazionalista bianca». Inutile dire, quindi, che le posizioni di The Donald sono musica per le orecchie delle destre radicali di tutto il mondo, ringalluzzite da questa sorta di legittimazione.

Come la remigrazione da teoria complottista è diventata proposta politica
Donald Trump (Ansa).

La miccia francese

Ma quando si è cominciato a parlare diffusamente di remigrazione? Bisogna tornare agli Anni 90, in Francia, negli ambienti dell’estrema destra, soprattutto nelle banlieue parigine, diventate negli anni teatri di caccia all’immigrato e scontri continui (sfociati nella grande rivolta del 2005). Il Front National approfittò della situazione per pescare voti proprio nel proletariato delle periferie. Resta agli annali lo slogan utilizzato alle elezioni regionali del 1992: «Quando arriveremo noi, se ne andranno loro!». Nel 2014 lo stesso partito di Marine Le Pen – oggi Rassemblement National – rilanciò il tema proponendo la creazione di Mouvement pour la remigration. Sempre Oltralpe poi nel 2002 nacque il Bloc Identitaire, poi solo Les Identitaires, diventato partito nel 2009. Una forza politica dichiaratamente contro l’immigrazione di massa e anti-Islam. Intorno al 2017 il movimento giovanile del partito, Generazione Identitaria – sciolta nel 2021 dall’allora ministro degli Interni Gérald Dermanin – col progetto Defend Europe arrivò ad acquistare e noleggiare imbarcazioni per monitorare e talvolta ostacolare l’attività di soccorso in mare delle Ong.

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Marine Le Pen (Imagoeconomica).

Martin Sellner, star nera della remigrazione

Nel 2023, la remigrazione acquisì una visibilità addirittura internazionale con Martin Sellner, attivista di estrema destra austriaco che, nel novembre di quell’anno, organizzò in un hotel non lontano da Potsdam un convegno a porte chiuse con alcuni membri dell’AfD e pure qualche esponente vicino alla Cdu, per illustrare le sue teorie sulla remigrazione, compreso un piano per deportare dalla Germania due milioni di immigrati. A dare visibilità a Sellner è stata soprattutto la sistematizzazione delle sue teorie in un libro che, in breve tempo, è stato tradotto e diffuso in vari Paesi, compresa l’Italia, col titolo Remigrazione. Una proposta. Curato da Francesco Borgonovo, il volume è stato pubblicato nel 2025 da Passaggio al Bosco, la casa editrice al centro delle polemiche che hanno infuocato la manifestazione romana di Più libri, più liberi. E in Germania da Verlag Antalios, la stessa casa editrice di Verdrehte Welt, la traduzione tedesca de Il mondo al contrario di Roberto Vannacci. E il cerchio si chiude. Inutile dire che il libro di Sellner (che per le sue posizioni è stato dichiarato persona sgradita in diversi Paesi come la Germania e la Svizzera, e si è visto negare l’ingresso per esempio negli Stati Uniti e in Gran Bretagna) ha conosciuto un grande successo nella galassia estremista internazionale, divenendo una sorta di Bibbia della remigrazione. E fonte di ispirazione per i programmi elettorali della AfD e della Fpö austriaca. L’onda non ha risparmiato la Gran Bretagna. Dopo mesi di blitz contro hotel che ospitavano rifugiati e richiedenti asilo, lo scorso settembre al grido di «Remigration» è andata in scena a Londra una grande manifestazione contro l’immigrazione organizzata da Tommy Robinson, leader del gruppo di estrema destra English defence league.

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Martin Sellner (Ansa).

Lo sbarco nel dibattito pubblico italiano

E l’Italia? Nel nostro Paese alcuni soggetti politici (su tutti la Lega, oltre naturalmente alle varie formazioni dell’estrema destra) sono ovviamente affascinati dalla remigrazione. Al di fuori dei ristretti circoli neri, il termine è entrato nel dibattito pubblico nei primissimi giorni del 2025, dopo le presunte violenze ai danni di alcune ragazze da parte di extracomunitari durante il Capodanno in Piazza Duomo a Milano (inchiesta che si è poi arenata per l’impossibilità di identificare gli aggressori). Il capogruppo della Lega in Regione Lombardia, Alessandro Corbetta, colse la palla al balzo: «Anche in Italia dobbiamo parlare di remigrazione, ovvero rimpatriare non solo clandestini e criminali, ma anche stranieri che scelgono di non volersi integrare». Concetto ribadito in Parlamento da Rossano Sasso, leghista appena passato in Futuro Nazionale, al grido di «Remigrazione unica soluzione». 

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Rossano Sasso (Imagoeconomica).

Il Remigration Summit di Gallarate

Da quel momento è stato un crescendo: mentre a marzo CasaPound tappezzava un centinaio di città italiane di manifesti abusivi inneggianti alla remigrazione e con un blitz srotolava dal Colosseo uno striscione a caratteri cubitali, si pensò bene di ospitare in Italia un Remigration Summit, caldeggiato da Sellner per riunire da tutta Europa attivisti, politici anti-immigrazione. Inizialmente programmato a Milano per il 17 maggio, il Summit, dopo le proteste di decine e decine di associazioni, Ong, partiti e l’intervento pubblico del sindaco Beppe Sala, è stato spostato a Gallarate, nel Varesotto, e benedetto dal solito Vannacci, questa volta in videocollegamento. Il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, commentando la richiesta delle opposizioni di vietare l’incontro, aveva definito invece il Summit «un legittimo contributo alla discussione», considerato che «in democrazia c’è bisogno di tutti i contributi e di tutte le componenti rispetto a fenomeni così complessi».

Come la remigrazione da teoria complottista è diventata proposta politica
Roberto Vannacci (Imagoeconomica).

La proposta di legge benedetta da Vannacci

Meno di un anno dopo, la remigrazione ha fatto, o almeno ha tentato di fare, il suo ingresso ufficiale a Palazzo. A fine gennaio la proposta di legge di iniziativa popolare “Remigrazione e Riconquista” ha superato sul sito del ministero della Giustizia le 50 mila firme necessarie per poter essere presentata in Parlamento. Ma la conferenza stampa di presentazione organizzata a Montecitorio dal leghista Domenico Furgiuele è saltata grazie alla protesta delle opposizioni, decise a vietare l’ingresso di fascisti e neofascisti alla Camera. Sarebbero dovuti intervenire quattro rappresentanti del comitato promotore: il portavoce di CasaPound Luca Marsella, Ivan Sogari di Veneto Fronte Skinheads, l’ex esponente di Forza Nuova Jacopo Massetti e Salvatore Ferrara della Rete dei Patrioti. Un indignato Vannacci ha gridato alla «morte della democrazia». Intanto ora che si è fatto il suo partito, di remigrazione ahimè sentiremo ancora parlare.

Da Gramsci a Tolkien, la battaglia per l’egemonia culturale adesso passa per la Terra di Mezzo

«Dobbiamo riprenderci Tolkien». È l’invito che Elly Schlein ha lanciato domenica primo febbraio dal palco della Fondazione Feltrinelli, a conclusione di “Un’altra storia. L’alternativa nel mondo che cambia”, la prima tappa del «viaggio d’ascolto» del Pd per «delineare la cornice attuale e futura di un mondo contrassegnato da nuovi assetti globali, di un’economia sempre più condizionata dalla tecnologia e dall’intelligenza artificiale e di una democrazia aggredita da vecchie e nuove autocrazie sino dentro il cuore dell’Europa e dell’Occidente».

Da Gramsci a Tolkien, la battaglia per l’egemonia culturale adesso passa per la Terra di Mezzo
Elly Schlein alla Fondazione Feltrinelli (Ansa).

Tu mi scippi Gramsci e io mi (ri)prendo Tolkien

Probabilmente, l’appello a riprendersi (sic!) l’autore della saga degli hobbit e del Signore degli Anelli ha colpito molto più di quanto la stessa Schlein pensasse e desiderasse. Con il risultato che il suo intervento è suonato solo come una controffensiva culturale: se la destra tenta di “scippare” alla sinistra capisaldi come Antonio Gramsci (la questione è tornata anche di recente attualità, ma già a fine Anni 70 Alain De Benoist, “padre” della Nouvelle Droite, predicava il «gramscismo di destra») e Pier Paolo Pasolini, perché non tentare di sfilare alla destra un autore venerato come vera icona, riferimento culturale e persino identitario?

Da Gramsci a Tolkien, la battaglia per l’egemonia culturale adesso passa per la Terra di Mezzo
L’istituto Antonio Gramsci (Imagoeconomica).

Nero a sua insaputa

Peraltro, con lo scrittore inglese l’operazione potrebbe essere meno ostica, perché se sull’appartenenza di Gramsci alla sinistra non possono esservi dubbi, su quella di Tolkien alla destra di dubbi ce ne sono e molti. Non a caso, la passione della destra per il papà degli hobbit è fenomeno praticamente solo italiano. Nel resto del mondo è difficile trovare una simile politicizzazione dello scrittore che viene considerato, giustamente, uno dei più influenti autori del Novecento e padre indiscusso del genere fantasy moderno, ma non certo come un punto di riferimento “metapolitico”. John Ronald Reuel Tolkien era sicuramente conservatore e convintamente cattolico, ma non certo assimilabile al mondo, in senso lato, “fascista”. Non solo: ha sempre contrastato ogni lettura delle sue opere – spesso incentrate su storie di potere, spirito comunitario, contrasto al male – come una sorta di allegoria politica dei suoi tempi. Ed è celebre la risposta che, da insegnante di filologia, diede nel 1938 a un editore tedesco che voleva tradurre il suo romanzo di esordio, Lo Hobbit, e che gli aveva chiesto rassicurazioni sulle sue origini ariane: «Temo di non comprendere quello che voi intendete con la parola “ariano”. Non sono di estrazione ariana: che sarebbe indo-iraniana; per quanto ne sappia nessuno dei miei progenitori parlava l’indiano, il persiano o il gitano, o qualsiasi altro dialetto affine. Ma se ho capito bene, e voi mi state chiedendo se ho origini ebraiche, posso solo rispondere che mi dispiace di non avere antenati di quel popolo dotato».

Da Gramsci a Tolkien, la battaglia per l’egemonia culturale adesso passa per la Terra di Mezzo
J.J.R Tolkien (Ansa).

Così il papà dello Hobbit è diventato icona della destra

Ciononostante, a partire dagli anni immediatamente successivi alla sua morte (avvenuta nel 1973), Tolkien è divenuto un autore non solo di culto, ma un vero e proprio riferimento identitario per i giovani italiani di destra, soprattutto tra le file di quelli gravitanti nell’orbita del Msi e della sua organizzazione giovanile (Fronte della Gioventù), che cercavano, attraverso le sue opere, la possibilità di rappresentare una “mitologia” alternativa rispetto alla cultura di sinistra, prevalente all’epoca, e, al tempo stesso, di liberarsi dall’orpello culturale un po’ ingombrante e paludato del partito di appartenenza. Operazione, per esempio, enfatizzata dai raduni politici e culturali che i giovani missini tennero tra il 1977 e il 1980 – i famosi Campi Hobbit, guarda caso -, mentre proprio nel 1977 nasceva la cosiddetta Nuova Destra, versione nostrana di quella francese di De Benoist, che marcò un distacco, soprattutto culturale e forse anche “antropologico”, dalla destra almirantiana.

Giorgia-Frodo e FdI-compagnia dell’Anello

Anche se in epoca più tarda, per evidenti ragioni anagrafiche, pure l’attuale premier Giorgia Meloni si invaghì di Tolkien, come da lei stessa dichiarato. Qualcuno, per esempio Jason Horowitz sul New York Times del 21 settembre 2022, alla vigilia delle elezioni che l’avrebbero consacrata leader del primo partito e quindi premier, arrivò a dire che «Giorgia Meloni, la leader della destra radicale che probabilmente sarà la prossima premier italiana, si divertiva a travestirsi da hobbit», ma non ci sono prove in proposito.

Da Gramsci a Tolkien, la battaglia per l’egemonia culturale adesso passa per la Terra di Mezzo
Giorgia Meloni con La Compagnia dell’Anello di J. R. R. Tolkien, in una immagine tratta dal suo profilo Instagram.

Sappiamo solo che, quando nel 2008 divenne ministra per la Gioventù con il Governo Berlusconi IV, nel suo studio portò con sé un action figure di Gandalf il Bianco. E restano agli atti le numerose citazioni di J.R.R. Tolkien che la premier ha utilizzato in svariate occasioni, anche ufficiali. Ancora nel 2023, alla kermesse di Atreju, la prima da presidente del Consiglio donna disse: «Amo Tolkien ancora di più, perché aveva ragione: l’anello del potere “ti lusinga, cerca di farti perdere il senso della realtà: un anello per domarli, un anello per trovarli, un anello per ghermirli e nel buio incatenarli”», per rassicurare che non avrebbe ceduto al potere velenoso diffuso da Sauron. E qualche mese prima, nel comizio finale in piazza del Popolo, prima delle elezioni, il suo amico attore e doppiatore Pino Insegno (che nella trilogia cinematografica tolkieniana dà la voce a Argorn) la introdusse sul palco citando proprio Il Signore degli Anelli: «Verrà il giorno della sconfitta, ma non è questo». Senza contare altre innumerevoli citazioni da parte della sorella di Giorgia, Arianna (la passione evidentemente è di famiglia) che, ancora di recente, concludendo una direzione romana di Fratelli d’Italia, è arrivata a dire che «Giorgia Meloni è il nostro Frodo e noi siamo la Compagnia dell’Anello».

Da Gramsci a Tolkien, la battaglia per l’egemonia culturale adesso passa per la Terra di Mezzo
Arianna Meloni (foto Imagoeconomica).

Tu chiamale se vuoi evasioni

Al netto che a Schlein i tanto agognati anelli – «Un anello per domarli, un anello per trovarli, / un anello per ghermirli e nel buio incatenarli» potrebbero servire per tenere a bada le correnti che da neo segretaria aveva promesso di eliminare, può darsi che la riconquista di Tolkien sia davvero una sfida simbolica alla sua diretta e principale antagonista (Giuseppe Conte e compagnia, non dell’anello, permettendo). Ma forse occorre qualche avvertenza. Che viene proprio da una voce di destra, quella di Giano Accame, storico intellettuale scomparso nel 2009, che, nel corso del convegno della Nuova Destra Al di là della destra e della sinistra (1981), proprio citando la passione dei giovani novodestri per Tolkien, invitò la platea ad ancorare il discorso culturale a precisi referenti politici (la comunità nazionale) per non ridurre il momento culturale a una mera e astratta evasione. «È un problema che potrebbe porsi a voi», disse a questo proposito Accame, «usando come testo di reclutamento Il Signore degli Anelli, un libro che vi confesso non sono riuscito a leggere per l’istintiva ripugnanza che provo di fronte alle opere di pura fantasia, di fronte all’invenzione dei miti». Accame segnalava «i rischi di evasione e quindi di alienazione impliciti in tutta una posizione culturale che a essi tanto più si espone per allontanamento dalla realtà nazionale, quanto più, con giusta ambizione, si propone di comprenderla dall’alto. Se non addirittura, come a tratti avviene, di superarla, fuggendo alla rincorsa di una sempre più fumosa “tradizione” verso lidi esotici o di un paganesimo intellettualistico, posticcio, dove secondo me veramente ci si perde». Insomma, meno Tolkien e più Gramsci. Varrebbe la pena di rifletterci.

Passaggio al bosco e la pubblicità gratuita dell’indignazione

Si apre giovedì 4 dicembre, sotto le ardite architetture della Nuvola di Fuksas all’Eur, la kermesse romana Più Libri Più Liberi. E già monta la solita polemica. Se nel 2024 ad accendere gli animi fu l’invito del filosofo Leonardo Caffo, quest’anno il casus belli riguarda la presenza, tra gli stand, della fiorentina Passaggio al bosco, piccola casa editrice con all’attivo oltre 300 pubblicazioni che si è prefissata l’obiettivo di divulgare «il punto di vista del pensiero identitario» celebrando autori e tematiche dichiaratamente legati all’ideologia e all’“epopea” fascista e nazista, con puntate sui leitmotiv dei più contemporanei sovranismi, suprematismi, razzismi e xenofobie. Nel suo catalogo si ritrovano così il filosofo elitista e superfascista Julius Evola, icone della destra radicale postbellica come Léon Degrelle e Corneliu Zelea Codreanu, leader, rispettivamente, dei feroci e antisemiti fascismi belga e romeno tra le due guerre mondiali, ma anche l’ordinovista Clemente Graziani e Benito Mussolini. Non mancano poi diari e memorie di membri delle SS e dei giovani repubblichini passando per Martin Sellner, il teorico austriaco della remigrazione dichiarato persona sgradita in Germania e Svizzera per la sua propaganda estremista e razzista.

Passaggio al bosco e la pubblicità gratuita dell’indignazione
La home page del sito di Passaggio al bosco.

La lettera-appello degli intellettuali

La presenza dell’editore fiorentino ha messo in fibrillazione il mondo culturale, tanto che un’ottantina di intellettuali, da Alessandro Barbero ad Antonio Scurati, da Anna Foa a Zerocalcare (che ha già annunciato che non parteciperà alla fiera), hanno inviato all’AIE, l’Associazione italiana degli editori, una lettera aperta per chiedere spiegazioni su una presenza che sembrerebbe fare a pugni con il requisito cardine per la partecipazione alla manifestazione, ovvero l’accettazione dell’Articolo 24 del regolamento (“osservanza di leggi e regolamenti”) che impegna gli espositori a aderire «a tutti i valori espressi nella Costituzione Italiana, nella Carta dei Diritti Fondamentali dell’Unione Europea e nella Dichiarazione universale dei diritti umani, e in particolare a quelli relativi alla tutela della libertà di pensiero, di stampa, di rispetto della dignità umana». Regolamento formalmente firmato e sottoscritto anche da Passaggio al Bosco.

La risposta dell’AIE: nessuna censura preventiva 

L’AIE ha prontamente risposto, per mano del suo presidente Innocenzo Cipolletta, ricordando che l’Associazione è la «casa di tutti gli editori italiani, indipendentemente dalla loro linea politica, editoriale e culturale», e che sarebbe inimmaginabile che fosse venuta meno ai due principi cardine dell’editoria contemporanea, il diritto d’autore e la libertà di edizione, esercitando, di fatto, un atto censorio. Detto questo, ben venga un dibattito pubblico sui temi sollevati dall’appello, magari proprio all’interno della rassegna, in omaggio proprio allo spirito, e al titolo, della manifestazione.

Ma chi è davvero Passaggio al Bosco?

Per comprendere meglio l’oggetto del contendere, vale forse la pena di conoscere più nel dettaglio l’editore “incriminato”. Passaggio al Bosco nasce a Firenze, nel 2017, come progetto editoriale nell’alveo di Casaggì (gruppo assurto a qualche notorietà nel febbraio 2023, quando alcuni suoi militanti si distinsero nel pestaggio di studenti di sinistra al liceo Michelangiolo), vicino alle strutture giovanili di Fratelli d’Italia, nonché tra i protagonisti del progetto KulturaEuropa, un centro studi condiviso con CasaPound e con alcuni nomi storici del neofascismo italiano. Il progetto editoriale è stato creato da Marco Scatarzi, classe 1983, leader da oltre un ventennio proprio di Casaggì, nonché direttore del portale Identitario.org e collaboratore del Secolo d’Italia, del Primato Nazionale, del Candido e di Fuoco. È anche autore di Essere Comunità, saggio, giunto alla decima ristampa in Italia e tradotto in altre lingue, che rappresenta una sorta di «testo di formazione per i giovani attivisti europei». 

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dal catalogo di Passaggio al bosco.

L’omaggio ai «ribelli» di Ernst Jünger

La casa editrice deve il suo nome a un’opera di Ernst Jünger, uno dei “padri” della cosiddetta Rivoluzione Conservatrice (una corrente di pensiero sorta in Germania dopo la Prima Guerra Mondiale e considerata da molti osservatori come prodromica all’ideologia nazista), morto nel 1998 alla veneranda età di 102 anni. Nel 1951 (e non nel 1952, come erroneamente indicato sul sito dell’editore) Jünger che, va pur detto, non abbracciò mai il nazismo hitleriano, pubblicò il Trattato del ribelle, una riflessione in cui si interrogava sui compiti che spettano agli uomini liberi, nei momenti storici in cui la tirannia (Jünger ce l’ha soprattutto col comunismo sovietico) impedisce loro di esprimere le proprie rivendicazioni, proponendo una forma di ribellione interiore e una resistenza spirituale nei confronti del dominio della tecnica e oltre l’automatismo delle masse. Per poi proporre, ai “ribelli”, di «passare al bosco», entrare cioè in clandestinità, per operare sul territorio, sostenuti dalle comunità residenti, come veri e propri guerriglieri.

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Ernst Jünger.

La polemica regala solo attenzione mediatica

Si torna al punto di partenza: date queste premesse, era giusto o meno ospitare questo editore alla fiera libraria di Roma? Qualcuno ha osservato che, pur considerando spiacevole la presenza di uno stand che mette in bella mostra foto di camerati e croci celtiche, basterebbe evitare di frequentarlo. E che la lettera degli intellettuali, al più, possa valere come pura «mozione degli affetti». Tutto giusto, Mi permetto però di aggiungere un’ulteriore considerazione, perché quel manifesto ha anche dato una straordinaria visibilità, direi spropositata, al soggetto “incriminato” che, è la mia modesta opinione, sarebbe passato pressoché inosservato. Grazie a questa attenzione mediatica, Passaggio al Bosco attirerà su di sé una curiosità che non si sarebbe mai nemmeno sognato, come si dice. 

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dal catalogo di Passaggio al bosco.

Se li conosci lo eviti: il caso del Mein Kampf di Hitler

Esempi di questo genere si sprecano. Ne propongo uno, forse il caso più eclatante, quello del Mein Kampf di Hitler. Si pensi alle polemiche che la sua pubblicazione “ufficiale” in Germania (e quindi negli altri Paesi) sollevò una decina di anni fa. Tempo fa scrissi che sarebbe stata finalmente l’occasione per allontanare molte persone, soprattutto giovani, da quelle idee: il Mein Kampf è un mattone devastante, scritto con uno stile ridondante, retorico, involuto, pressoché illeggibile, tanto che, lontano dalle orecchie del Führer, i poveri nazisti costretti a leggerlo, lo chiamavano Mein Krampf (il mio crampo allo stomaco).

Come disinnescare il fascino del proibito

Un altro esempio, ancora personale, riguarda Julius Evola. Mi ci sono laureato nei primi Anni 80 e ricordo che allora, per trovare i suoi libri, dovevo bazzicare improbabili circoli “clandestini” e librerie che li tenevano nascosti in appositi sgabuzzini (insieme a opere che oggi pubblica appunto Passaggio al Bosco). Dalla metà del decennio successivo (dopo che la mia tesi divenne un libro, in cui per la prima volta, seppure criticamente, si “sdoganava” Evola come un pensatore alla pari di altri elitisti, da Mosca a Pareto a Michels), Evola ha fatto la sua comparsa ufficiale un po’ in tutte le librerie e giace, da allora, sugli stessi scaffali senza che suoi lettori si siano moltiplicati, sono gli stessi di sempre. Tolta l’aura del proibito, Evola attira ben pochi nuovi lettori. E questo mi pare valga un po’ per tutti questi autori “sulfurei”, che attraggono proprio perché “proibiti”, ma se poi li conosci, li eviti. Anche per non morire di noia.

A chi PPP? A noi!: come la destra tenta di scippare Pasolini alla sinistra

«Pasolini è “nostro”, lo metta tra virgolette». Così diceva l’allora direttore del MAXXI e oggi ministro della Cultura Alessandro Giuli in un’intervista a Repubblica del maggio 1923…ops, 2023. Il riferimento era chiaramente ad alcune venature conservatrici, persino reazionarie, che spesso hanno qualificato (e complicato) il pensiero dell’intellettuale, cioè la sua visione del mondo, ma che di certo non autorizzano a collocarlo a destra. L’affermazione ha sollevato immediatamente, e naturalmente, un vespaio di polemiche, venendo interpretata come un tentativo, l’ennesimo per la verità, di appropriazione (indebita, e forse anche un po’ goffa) da parte di ambienti di destra di una figura che, pur con tutte le sue contraddizioni e i suoi paradossi intellettuali, rimane storicamente e politicamente schierata a sinistra («Che importa fosse stato comunista, poi anche direttore di Lotta Continua, e che i missini lo inseguissero per menarlo. Al prossimo giro seguirà l’annessione di Gramsci. Chiamatela pure bulimia sovranista» aveva chiosato sarcasticamente Gad Lerner sui social).

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Alessandro Giuli (Imagoeconomica).

I meloniani celebrano il Pasolini conservatore

In molti si sono ricordati dell’esternazione del futuro ministro quando si è appreso che il prossimo 25 novembre, presso la Biblioteca del Senato intitolata a Giovanni Spadolini, la destra meloniana organizza una celebrazione del “Pasolini conservatore”, mobilitando, per l’occasione, un “bouquet” selezionato tra politici, studiosi, scrittori, giornalisti e docenti di area, da Federico Mollicone a Francesco Giubilei, da Antonio Giordano a Alessandro Amorese, da Paolo Armellini a Gabriella Buontempo. E ancora Andrea Di Consoli, Alessandro Gnocchi, Camillo Langone. Moderatrice Annalisa Terranova. A chiudere i lavori niente di meno che il presidente del Senato Ignazio La Russa. Naturalmente c’è molta aspettativa sull’evento: sarà una stimolante occasione per affrontare la complessità del pensiero dell’intellettuale (operazione per la verità non proprio originale e inedita), o solo l’ennesimo tentativo, questa volta con tanto di presenza istituzionale, di “scippare” Pier Paolo Pasolini alla sinistra

A chi PPP? A noi!: come la destra tenta di scippare Pasolini alla sinistra
La locandina di Pasolini conservatore.

La destra ha sempre giocato sul rapporto conflittuale di PPP con la sinistra

La cosa non deve sorprendere, se è vero che, pur tra stop and go e molti distinguo, e forse anche molti mal di pancia, la destra, a più riprese, ha cercato di accreditare Pasolini come intellettuale affine al proprio mondo ideale, tentandone un improbabile inserimento nel proprio Panteon culturale di riferimento. Sfruttando, va da sé, alcune prese di posizione dell’intellettuale che, decontestualizzate dai tempi e dalla complessa personalità pasoliniana, sembrano perfette per un’enfatizzazione, e una strumentalizzazione, in chiave conservatrice, ben oltre la loro reale portata. Questo percorso di “avvicinamento”, o di “annessione”, ha radici lontane, risale almeno al 1968, quando, di fronte alle occupazioni universitarie e alle manifestazioni e agli scontri violenti di piazza, Pasolini, in diversi interventi pubblici, giornalistici e persino poetici, si era schierato con i poliziotti figli del popolo, prestando il fianco alla retorica reazionaria della destra. Senza contare il rapporto piuttosto conflittuale di Pasolini con la sinistra, a cominciare dalla traumatica espulsione dell’intellettuale dal PCI, avvenuta nel 1949 per «indegnità morale e politica», vicenda che suonava, e ancora suona, come musica melodiosa alle orecchie della destra. 

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Pier Paolo Pasolini (Imagoeconomica).

Le divisioni interne ai missini sulla figura dell’intellettuale

Sarebbe naturalmente fuorviante presentare tout court Pasolini come personaggio stimato o addirittura venerato da tutta la destra. Inutile dire che l’intellettuale è sempre stato piuttosto divisivo, sicuramente detestato dalla maggioranza della destra. Solo nei primi Anni 70, per esempio, i giovani missini cominciarono a guardare con simpatia alle posizioni meno ortodosse di Pasolini nei confronti della sinistra: no al capitalismo, no al consumismo, no all’involuzione morale, no all’aborto e così via. Slogan semplificatori che però esercitavano un certo fascino sui giovani di destra, con grande scandalo e irritazione dei vertici più tradizionalisti e reazionari, che non persero occasione di esternare tutta la loro avversità nei confronti di un intellettuale condannato senza appello come comunista e omosessuale. Ed è stato questo l’atteggiamento dominante nella destra, per molti anni. Un atteggiamento di totale chiusura e persino di continua aggressione verbale; anche molto volgare, come accadde in occasione della tragica morte dello scrittore. Quando nel 1974, per esempio, nei suoi Scritti corsari sul Corriere della Sera Pasolini pubblicò il celeberrimo articolo sulle stragi Io so, in cui l’intellettuale, distaccandosi dalla classica vulgata antifascista dell’epoca, denunciava come le stragi servissero a consolidare il potere della DC che governava l’Italia e come i mandanti facessero parte degli apparati dello Stato, Alessandro Baldoni, giornalista e saggista, che pure da dirigente dei giovani missini era sempre stato uno dei più accesi contestatori di Pasolini, intuendo la forza dirompente di quell’intervento, (come ha raccontato lui stesso in un libro scritto nel 2010 a quattro mani con Gianni Borgna, Una lunga incomprensione. Pasolini tra destra e sinistra) chiese a Cesare Mantovani, uno dei responsabili del Secolo d’Italia, di poterlo commentare dandogli il giusto risalto, si sentì rispondere: «Pasolini? Ci manca solo che il giornale dei fasci diventi megafono dei compagni e dei froci». 

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La copertina di Una lunga incomprensione di Baldoni e Borgna.

Negli Anni 80 l’ingresso nel Pantheon nero

Bisogna aspettare almeno la fine degli Anni 80 perché Pasolini entri “ufficialmente” in casa missina, quando la sezione di Acca Larenzia promosse, pur tra dure polemiche interne, un dibattito sull’intellettuale. Ma nemmeno questo servì ai giovani missini per approfondire un pensiero politico e artistico complesso come quello dello scrittore. Se ne fece semplicemente una “spremuta”, si potrebbe dire ad usum delphini, per manipolare il pensiero pasoliniano, esagerandone a dismisura il profilo reazionario e conservatore. Facendo leva anche sulla figura del fratello Guidalberto Pasolini, partigiano della Brigata Osoppo, ucciso a 19 anni nell’eccidio di Porzûs da un gruppo di partigiani della Garibaldi e del padre Carlo Alberto, fascista bolognese, che il 31 ottobre 1926, giorno del fallito attentato a Mussolini nella città emiliana, individuò e bloccò il 15enne Anteo Zamboni che finì atrocemente linciato dalla scorta del Duce.

A chi PPP? A noi!: come la destra tenta di scippare Pasolini alla sinistra
Pier Paolo Pasolini (Ansa).

Il rovesciamento del 68

Emblematico quello che scrive Marcello Veneziani nel suo Rovesciare il ’68 (2008): «Volete dire che Pasolini era contro il ’68, la borghesia radical-chic, la società permissiva e irreligiosa, l’aborto e la manipolazione genetica, la modernità, i figli di papà che attaccavano i poliziotti, ma risparmiavano i magistrati, perché borghesi come loro? La pornocrazia? La droga? Volete ricordare che fu cacciato dal PCI perché omosessuale, osceno e corruttore di minori, che ebbe un fratello partigiano ucciso dai partigiani comunisti, che criticò il moralismo e la voglia di potere di Lotta Continua, che fu attaccato a sinistra da numerosi critici e militanti perché ritenuto reazionario, decadente, esteta, populista, passatista, nostalgico della società contadina? Volete dirlo che il primo articolo di Pasolini fu il resoconto entusiasta di un viaggio con i giovani universitari fascisti a Weimar per incontrare in piena guerra mondiale i camerati nazisti e franchisti, e l’ultima sua poesia è dedicata a un giovane fascista a cui suggerisce di amare la tradizione e di compiere tre atti significativi e reazionari: difendi, conserva, prega? Volete dirlo che Pasolini rifiutò di entrare nel movimento omosessuale, il Fuori, e che oggi sarebbe contro la pagliacciata del gay pride e le nozze gay perché lui, omosessuale, aveva un’idea tragica e intimamente cattolica dell’omosessualità che viveva come scandalo e non pretendeva il certificato del sindaco e l’elogio dei media?».

A chi PPP? A noi!: come la destra tenta di scippare Pasolini alla sinistra
Marcello Veneziani (Imagoeconomica).

Il tabù dell’omosessualità

Staremo a vedere se, celebrando il Pasolini conservatore, la destra riuscirà a superare questi slogan triti e ritriti e queste semplificazioni, per procedere più convintamente nella mission impossible di sfilare alla sinistra una delle sue menti certamente più complesse e contraddittorie ma anche più lucide e visionarie, e malgrado tutto, identitarie. Il tema dell’omosessualità, per esempio, potrebbe essere dirimente. Non che nel Pantheon culturale della destra manchino gli omosessuali, qualcuno è divenuto persino una sorta di icona, come il poeta collaborazionista Robert Brasillach, o Yukio Mishima, solo per fare qualche nome. Ma, nel loro caso, l’omosessualità non venne mai apertamente sbandierata e quindi risulta assai più “digeribile”. Pasolini è tutta un’altra cosa. E sarà curioso misurare su questo tema, per esempio, la posizione di un campione del machismo come Ignazio La Russa, lui che, ancora qualche anno fa apostrofò come «Strano di nome e di fatto» il compagno, pardon il camerata di partito Nino Strano che, replicando alla celebre esternazione di Gianfranco Fini al Maurizio Costanzo Show sui maestri di scuola («Se lei mi chiede: un maestro dichiaratamente omosessuale può fare il maestro? La mia risposta è no».), disse che nel partito c’era la massima disponibilità verso l’omosessualità, e di essersi impegnato in prima persona per riaprire un locale a Catania frequentato da gay, che la Giunta di centrosinistra voleva chiudere, nonché di andar fiero delle sue amicizie omosessuali e di essere felice di frequentarle. Si dichiarerà Ignazio La Russa fiero e felice di annoverare tra i suoi riferimenti ideali anche l’omosessuale Pier Paolo Pasolini?