Il diavolo veste Prada 2, il giornalismo duro e puro in crisi e la schiavitù delle views

Il secondo capitolo de Il diavolo veste Prada, 20 anni dopo, ci offre un ritratto spietato sulla trasformazione del mondo dell’editoria e sulle difficoltà estreme delle vecchie generazioni ad adattarsi all’universo digitale, dove influencer e content creator hanno spazzato via interi giardinetti di competenze.

Ce n’è un po’ per tutti. Sia per quel giornalismo duro e puro che in tempi grami come questi non disdegna di scendere a compromessi, mettendo da parte gli ideali di gioventù; sia per il mondo dell’editoria dei femminili, quello dominato per decenni da Vogue & co., che invece non detta più le tendenze, non intercetta investimenti pubblicitari come una volta, e deve lottare per sopravvivere tra social, visualizzazioni e viralità.

Il diavolo veste Prada 2, il giornalismo duro e puro in crisi e la schiavitù delle views
Meryl Streep interpreta Miranda Priestly.

Prima la shitstorm, poi la rabbia degli investitori pubblicitari

Runway, la rivista di fashion guidata da Miranda Priestley (Meryl Streep), viene travolta da una shitstorm sui social perché ha pubblicato un articolo elogiativo dedicato a un’azienda che, invece, si scopre essere disinvolta sfruttatrice della manodopera. Pure gli investitori pubblicitari chiedono una sorta di risarcimento per lo scandalo che ha colpito Runway, e in particolare Dior, il cui business retail è ora guidato da Emily (Emily Blunt), l’antica assistente di Miranda.

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Emily Blunt.

Messa alle strette sui due fronti (contenuti editoriali e raccolta adv), la casa editrice di Runway decide di chiamare Andrea (Anne Hathaway) come responsabile dei contenuti editoriali, poiché nel frattempo l’ex ragazza del 2006 è diventata un’apprezzata giornalista che vince premi ma che è appena stata licenziata, insieme a tutta la redazione, dal quotidiano Guardian. Miranda, con un inatteso bagno di umiltà, è d’altro canto costretta ad andare a trattare con gli investitori pubblicitari, Emily compresa.

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Anne Hathaway.

«In quanti hanno cliccato sull’articolo? Non è diventato virale»

Possiamo quindi usare alcuni touchpoint della sceneggiatura del film, in sala dal 29 aprile, per allargare il discorso a un’analisi del settore fashion ed editoriale. Innanzitutto, i pur brillanti articoli di Andrea, nuova responsabile contenuti, hanno sul web un buon numero di commenti da parte della élite, ma… «in quanti hanno cliccato sull’articolo? Quante visualizzazioni ha fatto? Non è diventato virale», è il cinico commento dell’editore di Runway.

La Miranda del 2006 governava gli eventi, li determinava. Quella del 2026 è più passiva, li subisce, non detta più le regole, accetta senza fiatare le condizioni poste dagli investitori pubblicitari: «A risarcimento dello scandalo ci farete tre pagine di servizi e poi un’intervista celebrativa dedicata alla nostra nuova sede», le dice Emily. E a chi prova a chiedere a Miranda di essere un po’ meno accondiscendente, la direttrice risponde: «Abbiamo bisogno degli investimenti pubblicitari, il numero di Runway di settembre pare un filo interdentale», lasciando intendere che mancano le pagine pubblicitarie e la foliazione è ridotta al minimo.

Che fatica adattarsi alle nuove regole woke su diversity e body shaming

Lei, d’altronde, ragiona ancora guardando quasi solo all’edizione cartacea, percepisce come svilenti tutte le variazioni editoriali sul digitale, e quando partecipa alle riunioni in cui viene sommersa dai dati su metriche e visualizzazioni si annoia tremendamente. Fa anche molta fatica ad adattarsi alle nuove regole woke in tema di diversity e body shaming: «Ho detto ragazza grassa del New Jersey. Cos’è che non si può dire? Non posso dire che è del New Jersey?».

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La locandina del film.

Ecco quindi emergere un suo gap sia tecnologico sia culturale con i nuovi standard dell’editoria. Nel passaggio generazionale dal vecchio proprietario, appassionato di editoria, a suo figlio, molto meno a suo agio tra redazioni e menabò, si evidenzia ancor di più il cambio di passo: i consulenti di McKinsey chiedono di tagliare i costi un po’ ovunque, e, preferibilmente, di vendere la società.

Convocazione nella mensa aziendale: ma chi l’ha mai vista?

Miranda è costretta a viaggiare da New York a Milano in economy e non più in business; vengono abolite le macchine con autista e si caldeggia l’utilizzo di Uber; il nuovo editore convoca Miranda alla mensa aziendale, «ma lei non ha mai messo piede in quel piano dell’azienda, non sapeva neppure che esistesse una mensa aziendale», dice il suo art director Nigel (Stanley Tucci), che poi ricorda i bei tempi in cui «per fare questo servizio potevo andare in Africa tre mesi col fotografo Richard Avedon. Ora vanno bene tre giorni in una location periferica di Brooklyn».

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Stanley Tucci e Anne Hathaway nel film.

Quindi che fine farà l’editoria? Beh, non ci sono molte strade, come racconta il film. O ci si rifugia in modelli di grande successo tipo l’Economist o il New York Times, con grandi gruppi dove però un manipolo di azionisti illuminati conserva azioni di classe B, non contendibili, per governare l’indirizzo editoriale delle attività; oppure si trova un miliardario appassionato che compra e lascia mano libera a direttori e giornalisti. L’antica formula dell’imprenditore che si compra i media non per il business in sé, ma per appoggiare e fare lobbying a favore delle altre sue attività sembra invece avere i giorni contati (in Italia, tuttavia, sembra essere un grimaldello che va ancora di moda).

«Il primo iPhone è stato in qualche modo l’inizio della fine»

Di sicuro la rivoluzione che si è abbattuta sull’editoria è stata anche la molla per avviare, 20 anni dopo, la realizzazione del sequel de Il diavolo veste Prada. Come spiega infatti il regista di entrambi i film, David Frankel, «il mondo del giornalismo cartaceo è cambiato. Tutto il mondo è cambiato. Per mettere le cose in prospettiva, il primo iPhone è uscito soltanto un anno dopo il primo film e penso che quello sia stato in qualche modo l’inizio della fine. Mentre vedevamo il mondo del giornalismo cartaceo sempre più in declino anno dopo anno, ci sembrava sensato esplorare questo cambiamento e sviluppare una storia in cui questi personaggi finissero nuovamente per interagire. Volevamo esplorare i compromessi a cui loro devono scendere per mantenere le proprie carriere. Se il primo film era un romanzo di formazione in cui una giovane donna (Anne Hathaway, ndr) scopriva il proprio posto nel mondo, il sequel parla di una donna matura che affronta tutte le scelte che ha compiuto nella propria vita».

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Anne Hathaway e Meryl Streep.

Insomma «il cambiamento è ovviamente qualcosa che tutti noi sperimentiamo nelle nostre carriere professionali, e il modo in cui lo affrontiamo è una priorità assoluta; è una sfida che tutti i nostri personaggi devono superare, ma per Miranda la parola chiave era eredità, heritage. Come si fa a mantenere in vita qualcosa quando la sua influenza e la sua importanza culturale stanno svanendo? Come far sì che una testata che è chiaramente un heritage continui ad avere un significato per le persone? Si tratta anche della sua eredità personale. Se questo è ciò che ha fatto nella sua vita, lei deve trovare come vorrebbe che le persone ricordassero i suoi successi una volta che avrà smesso di farlo».

«Sono cambiate così tante cose nel mondo dell’editoria…»

Anche per Meryl Streep il cambiamento dell’editoria è stato lo spunto fondamentale per convincerla a interpretare il sequel: «Il motivo per cui oggi il film ha senso è che sono cambiate così tante cose nel mondo delle riviste, in quello dell’editoria e nel giornalismo in generale. Il settore si è praticamente dissolto, al punto che tutti stanno cercando di capire come farlo funzionare. Ed è in quell’atmosfera che entrano in gioco la tensione e la trama, e vengono messe in luce tutte le cose che le persone devono fare per tenere a galla la barca in questi tempi così turbolenti. Quello del 2006 era un film su una donna a capo di una grande azienda, e i personaggi principali erano donne, per di più donne ambiziose. Quindi era tutto nuovo e divertente. Ora penso che sia ancora rilevante esplorare come le donne ricoprano ruoli di leadership e in quali modi. Il mondo è turbolento e piuttosto cupo. Le notizie sono deprimenti, ed è fantastico avere qualcosa che ci ricordi tutto ciò che c’è di meraviglioso, libero, bello e sciocco nel mondo».

Cesaroni, ritorno flop: il pubblico non si fa pignorare i ricordi

Roma nun fa’ la stupida stasera, semmai sbadiglia. E non è la noia aristocratica di una Grande Bellezza, ma il torpore pesante di chi ha provato a riaccendere una vecchia fiammella scoprendo che la cucina è sotto sequestro. A vent’anni dalla prima bottiglia stappata e a 12 dall’ultima saracinesca abbassata, il ritorno dei Cesaroni su Canale 5 doveva essere un grande rito collettivo, una transumanza sentimentale verso il nido della Garbatella. E invece.

Un milione di spettatori fuggiti davanti a un autogol della programmazione

L’operazione somiglia a uno sfratto esecutivo alla memoria. Si inciampa sui pignoramenti dell’anima prima ancora che su quelli della bottiglieria, con uno share che al secondo giro di giostra è colato al 16,9 per cento. Un milione di spettatori fuggiti davanti a un autogol della programmazione che sposta l’inizio oltre le 22, rendendo la serie un oggetto notturno per insonni, roba da recuperare a morsi sulle piattaforme mentre il mercato generalista recita il de profundis.

Il problema è che l’idea sta imbarcando acqua perché è stata smarrita la bussola. Sui social il brusio non perdona: questa settima stagione opera una lobotomia alla storia. Il peccato originale è un “grande reset” che sa di revisionismo storico. La produzione ha operato un “soft reboot” eliminando interamente la sesta stagione, manco fosse un file corrotto. E così sono spariti senza un “perché” personaggi come Sofia Scaramozzino, l’amante che il patriarca si “ripassava” quando portava ancora la prima fede al dito, e con lei Nina, la quarta figlia, quel frutto proibito che doveva allargare i confini del clan.

Senza Cesare, ci restano solo i finali col groppo in gola

Sparito pure Annibale, il fratello avvocato e omosessuale interpretato da Edoardo Pesce, che oggi naviga in altre acque. Giulio si muove così tra i vicoli con l’amnesia di chi ha subito un Tso, dimenticando pezzi di carne e di sangue come se non fossero mai esistiti. E che dire dei pilastri, quelli che reggevano il bancone e la filosofia del bicchiere piccolo? Senza Antonello Fassari, la parola “bottiglieria” ha perso il suono di casa: il suo Cesare (Antonello Fassari) è morto nel 2025 e ci restano solo i finali col groppo in gola, con l’audio del capofamiglia che parla a un fantasma. Che amarezza, davvero.

Se poi ci aggiungi il gran rifiuto di Max Tortora, che ha detto no per non finire a fare la parodia di Ezio Masetti, il meccanico filosofo che con la sua ignoranza rendeva tutto commestibile, il quadro è desolante. Senza quei due, i “Garbatelleros” sono semplicemente svaniti nel nulla. Mancano anche Lucia (Elena Sofia Ricci) ed Eva (Alessandra Mastronardi), quindi sono scomparse le grandi storie d’amore, che tenevano incollati i ragazzini di ieri.

Resta Claudio Amendola, il “gladiatore solitario”

Spariti tutti, in un buco nero narrativo che disorienta il fan duro e puro, quello che la storia della bottiglieria la conosce meglio del catechismo. Che fine ha fatto Carlotta, il grande amore di Walter? E invece Alice? E Pamela, che era diventata moglie di Cesare? E Matilde, la figlia? Resta Claudio Amendola, il “gladiatore solitario”, fortunatamente scortato da un Ricky Memphis che è il vero “Cesarone” superstite. Ma intorno a loro tutto è cambiato.

Cesaroni, ritorno flop: il pubblico non si fa pignorare i ricordi
Claudio Amendola.

La bottiglieria “del padre del padre di nostro padre” non esiste più: per colpa dei debiti di Augusto (Maurizio Mattioli) è stata svenduta, diventando un bistrot co-gestito con Livia (Lucia Ocone), tra ansia fiscale e pignoramenti. E i sopravvissuti? Caricature di un passato che non torna. Walter Masetti, che sognava la gloria della MotoGP, è ridotto a fare il “ragazzo tuttofare” in bottiglieria, un precario dell’anima che spasima per Virginia (Marta Filippi), promessa sposa dell’amico Marco.

La Garbatella del 2026 è un’altra serie che ha solo lo stesso indirizzo

Rudi (Niccolò Centioni) doveva riscattarsi con la laurea, ma è finito a fare il bidello che spaccia più pizzette che parole; Mimmo (Federico Russo), docente di sostegno che inciampa in una milf, mamma di Olmo, è un innesto “cringe” che non si incolla manco col Bostik, così come la “piccola” Marta (figlia di Marco ed Eva) che torna da New York e, per magia degli sceneggiatori pigri, è ancora minorenne. La Garbatella del 2026 non è un sequel, è un’altra serie che ha solo lo stesso indirizzo. E il pubblico, giustamente, non ci sta a farsi pignorare pure i ricordi.

Maggie Gyllenhaal presidente della Giuria internazionale a Venezia

La regista, attrice, sceneggiatrice e produttrice statunitense Maggie Gyllenhaal sarà la presidente della Giuria internazionale della Mostra del Cinema di Venezia 2026, in programma dal 2 al 12 settembre. La decisione è stata presa dal cda della Biennale, che ha fatto propria la proposta del direttore artistico del Settore cinema Alberto Barbera. «Sono entusiasta di accettare l’invito a presiedere la Giuria della Mostra di Venezia di quest’anno», ha dichiarato Gyllenhaal in una nota. «Venezia ha sempre sostenuto voci autentiche e singolari e sono onorata di contribuire a portare avanti questa tradizione coraggiosa e necessaria. Non sarò lì per giudicare, ma per lasciarmi guidare dalla curiosità, dall’ammirazione e dalla passione».

Chi è Maggie Gyllenhaal

Nata a New York nel 1977, Gyllenhaal ha esordito sul grande schermo in alcuni film degli Anni 90 diretti dal padre Stephen, fino a ottenere un ruolo secondario nel film cult Donnie Darko accanto al fratello minore Jake. Nel 2002 la sua interpretazione in Secretary le ha fatto ottenere una candidata ai Golden Globe come miglior attrice in un film commedia o musicale. Ha recitato in diverse pellicole di successo come World Trade Center e Il cavaliere oscuro di Christopher Nolan, quest’ultimo secondo capitolo della saga cinematografica di Batman, dedicandosi anche al teatro e alla televisione. Nel 2010 ha ricevuto una candidatura al Premio Oscar come Miglior attrice non protagonista per la sua interpretazione in Crazy Heart. Nel 2015 ha vinto il Golden Globe come Miglior attrice in una mini-serie o film tv per The Honourable Woman. Nel 2021 ha debuttato alla regia con il film La figlia oscura, per il quale ha vinto il Premio Osella per la migliore sceneggiatura alla Mostra del cinema di Venezia.

L’attore Mario Adorf morto a 95 anni: recitò in oltre 200 film

È morto all’età di 95 anni Mario Adorf, attore svizzero che ha recitato in decine di film polizieschi, noir e d’autore italiani tra gli Anni 60 e 70, tra cui Milano calibro 9 di Fernando Di Leo e L’uccello dalle piume di cristallo di Dario Argento. La notizia è stata confermata dal suo manager. Tra gli interpreti di lingua tedesca più conosciuti e amati in Germania e all’estero, Adorf ha recitato in oltre 200 film per il cinema e televisione. Ha lavorato con illustri registi tra i quali Sam Peckinpah, Dario Argento, Luigi Comencini, Carlo Mazzacurati, Franco Rossi, Wolfgang Staudte, Edgar Reitz, Billy Wilder, Claude Chabrol e Sergio Corbucci. Tra le pellicole girate in Italia figurano A cavallo della tigre (1961) di Luigi Comencini e La mala ordina di Fernando Di Leo (1972), uno dei numerosi film del genere poliziesco girato a Cinecittà.

Verdone, la trappola malinconica delle piattaforme e il difficile ritorno al cinema

Carlo Verdone a novembre 2026 compie 76 anni. E ne sono passati 46 dalla sua prima regia, Un sacco bello, del 1980. Da allora non si è risparmiato, dirigendo 10 film tra il 1980 e il 1990, poi sette tra il 1991 e il 2000, quindi cinque tra il 2001 e il 2010, quattro tra il 2011 e il 2020. E due tra il 2021 e il 2026. Inframmezzando questi impegni pure con una decina di pellicole in cui è stato solo interprete e non regista.

Verdone, la trappola malinconica delle piattaforme e il difficile ritorno al cinema
Verdone, la trappola malinconica delle piattaforme e il difficile ritorno al cinema
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Verdone, la trappola malinconica delle piattaforme e il difficile ritorno al cinema

La svolta verso lo streaming a causa del Covid

Tanto lavoro, moltissime idee già sviluppate, e poi, insieme col suo storico produttore Filmauro, l’approdo sulle piattaforme in streaming. Una scoperta, diciamo così, forzata. Dopo Benedetta follia del 2018 (8,4 milioni di euro al box office), arrivò Si vive una volta sola, programmato in sala dal 26 febbraio 2020. Tuttavia il Covid si mise di mezzo, coi cinema chiusi. Il titolo allora slittò al 26 novembre 2020, ma la pandemia ebbe un ritorno di fiamma, ed ecco un ulteriore posticipo al 20 gennaio 2021, quando però le sale erano ancora deserte. Infine, la scelta di uscire al cinema solo su Roma, dal 28 aprile 2021, e poi farsi distribuire direttamente da Prime Video, dal 13 maggio 2021.

La gran paura di non incassare nulla (Si vive una volta sola era costato 5,9 milioni di euro), poi rientrata grazie a ricchi contributi pubblici (3,3 milioni complessivi) e ai fondi di Amazon, convinse tuttavia sia Verdone sia Filmauro che lo streaming rappresentava un’ottima alternativa, comoda e soprattutto senza rischi d’impresa, poiché il prodotto audiovisivo veniva comprato a scatola chiusa e quindi non c’erano le incertezze del botteghino.

Le quattro stagioni della serie Vita da Carlo

Tra il 2021 e il 2025 sono arrivate dunque le quattro stagioni della serie Vita da Carlo. La prima (6,9 milioni di costi produttivi e 2,4 milioni di contributi pubblici) è stata distribuita da Prime Video. Poi il fumantino Aurelio De Laurentiis, patron di Filmauro, ha litigato coi manager di Amazon e trasferito il prodotto, armi e bagagli, alla nascente piattaforma Paramount+: la seconda stagione ha avuto costi per 6,7 milioni e due milioni di contributi pubblici; nella terza il conto è lievitato a 8,2 milioni di euro (2,4 milioni di tax credit); e, infine, nella quarta si è arrivati a 9,1 milioni di euro (2,7 milioni di tax credit).

Una pacchia assicurata che adesso continua con il film Scuola di seduzione

Una specie di paradiso in terra: ricavi assicurati ex ante, nessun rischio d’impresa per Filmauro, lauti cachet per Verdone. E l’accordo con Paramount prevedeva, in chiusura, pure un film originale da distribuire solo in piattaforma, Scuola di seduzione (appena rilasciato su Paramount+), 7,2 milioni di costi produttivi e 2,1 milioni di tax credit.

È il ritorno di Verdone al formato film dopo sei anni: senza un ruolo di protagonista, ma con lo stesso numero di pose degli altri attori che lo hanno affiancato (Lino Guanciale, Vittoria Puccini, Karla Sofía Gascón e Beatrice Arnera, tra gli altri). Un prodottino leggero, impalpabile, di sicuro non indimenticabile.

Verdone, la trappola malinconica delle piattaforme e il difficile ritorno al cinema
Verdone, la trappola malinconica delle piattaforme e il difficile ritorno al cinema
Verdone, la trappola malinconica delle piattaforme e il difficile ritorno al cinema
Verdone, la trappola malinconica delle piattaforme e il difficile ritorno al cinema
Verdone, la trappola malinconica delle piattaforme e il difficile ritorno al cinema
Verdone, la trappola malinconica delle piattaforme e il difficile ritorno al cinema
Verdone, la trappola malinconica delle piattaforme e il difficile ritorno al cinema

E ci immaginiamo Verdone, nell’incontro con il management di Paramount+, un po’ come Nanni Moretti nella pellicola Il sol dell’avvenire, quando lo stesso Moretti ricostruisce un ipotetico colloquio coi vertici di Netflix Italia che gli dicono: «Dovete essere più ambiziosi, i nostri prodotti sono visti in 190 Paesi, 190 Paesi, 190 Paesi… Purtroppo la sua sceneggiatura è uno slow burner che non esplode. Gli spettatori decidono se continuare a guardare un film nei primi due minuti. Bisogna arrivare prima all’incidente scatenante. Mentre il primo turning point a che minuto arriva? Comunque c’è un grosso problema: in questo film manca un momento What a fuck!».

Verdone sembra un po’ più stanco del solito

In effetti Verdone, nelle sue ultime uscite, è apparso un po’ più stanco del solito, come se gli fosse rimasta addosso la malinconia del suo personaggio ne La grande bellezza, e pure quel senso di inadeguatezza nel partecipare a un film premiato con l’Oscar senza però essere personalmente celebrato da nessuno.

De Laurentiis preoccupato dal possibile flop al box office

Adesso, ha annunciato, tornerà a girare un film vero, di quelli pensati per la sala, dove è assente dal 2018. E il produttore Filmauro, che non è più abituato a questo genere di imprese (basta vedere il sito web della Filmauro, non più aggiornato dal febbraio 2020), già trema. Si dice, addirittura, che De Laurentiis abbia ricevuto tre versioni del soggetto pensato da Verdone, rimandandole tutte e tre al mittente. Perché alle piattaforme puoi rifilare di tutto. Ma al cinema, se fai flop al box office, poi rischi di perdere soldi veri.

Verdone, la trappola malinconica delle piattaforme e il difficile ritorno al cinema
Carlo Verdone tra Aurelio e Luigi De Laurentiis (foto Ansa).

Il metodo Mara Venier, dalla finta pensione all’avviso di sfratto per i papabili successori

In Rai tutto cambia perché nulla cambi, ma Mara Venier ha elevato il gattopardismo a sistema di governo assoluto. Non chiamatela zia degli italiani: nello studio Frizzi di via Nomentana comanda una monarca che gestisce il servizio pubblico come un tinello privato, con una marcatura precisa del territorio. Lo dimostrano i fatti: questa 50esima edizione di Domenica In, nelle intenzioni della tivù di Stato doveva simulare uno svecchiamento collegiale, con gli innesti del disturbatore Teo Mammucari, del meloniano Tommaso Cerno (collezionatore di flop seriali anche sulla dirimpettaia RaiDue) e del wedding planner Enzo Miccio, ma si è rivelata l’ennesima operazione di bonifica televisiva per proteggere un trono che non ammette condomini. Lo sa bene Gabriele Corsi, evaporato dai palinsesti prima ancora di iniziare l’estate per presunte frizioni con la titolare del salotto: un antipasto di una fame che non accetta eredi, ma solo comparse di sfondo.

Il caso Mammucari e la protezione del territorio emotivo

Per decifrare il codice di questo dominio bisogna guardare alla cronaca di questi giorni, lì dove lo scivolone diventa il pretesto per blindare il contratto. Tutto parte dall’ultima diretta, quando Mammucari (limitato a figurante già dalla seconda puntata) rompe il cerimoniale definendo «imbarazzante» la pellicola dell’ospite Peppe Iodice e chiedendo di cacciarlo dopo tre minuti. La reazione della conduttrice non è quella di una padrona di casa diplomatica, ma di una proprietaria dell’immobile che asfalta l’inquilino molesto con un «pirla» sparato in televisione. È la protezione del territorio emotivo, lo stesso che rivendica a fine puntata quando si commuove per un collaboratore storico e fulmina ancora l’ex Iena, colpevole di aver rovinato con un’uscita la liturgia del pianto e dei saluti.

Il messaggio per i naviganti è brutale: lo studio è un santuario e solo lei decide quando si ride e, soprattutto, quando si piange. E se ufficialmente la veneziana ha smentito l’ultimatum «o me o lui», la realtà è nei fatti: «Dove ci sono io non può entrare lui (Mammucari, ndr) coi miei ospiti». Punto. Chiuso. Sipario.

Qualcuno ha scambiato quel silenzio per un addio, ma…

È il “metodo Mara”: trasformare ogni crisi, ogni scivolone (chi dimentica quel comunicato pro-Israele letto con la mano tremante?) in una prova di forza. Pochi giorni dopo lo scontro, sua Maestà della Laguna ha calato la maschera in un’intervista a Fanpage, e di fronte alla domanda sul futuro, ha risposto: «Ogni anno dico che me ne vado, quest’anno non ho detto niente. Hai già capito, no?». Il collega, forse abbagliato dal riflesso delle paillettes, ha scambiato quel silenzio per un addio. Ma in quel non-detto c’è l’avviso di sfratto per chiunque pensasse di succederle.

Gioco facile con un’azienda orfana di alternative

È il congedo dalla finta pensione, la pietra tombale sulla pantomima dei ritiri iniziata nel 2021. Una liturgia fatta di lacrime, video appelli e dediche d’amore usati come scudo contro le critiche e come esca per farsi pregare da un’azienda orfana di alternative. Stavolta ha smesso di piangere per iniziare a contare i danni e blindare il 18esimo mandato, di cui già otto consecutivi, senza lasciare spazio a eredi (se mai ce ne fossero).

Dalla pastarella mangiata con Meloni al ricordo (tardivo?) di Enrica Bonaccorti

L’abisso con il passato però è totale. Se nel 1993 la sua domenica era quella corale di Luca Giurato, Gian Piero Galeazzi e di un cast che riportava il servizio pubblico ai fasti dell’audience battendo le private, oggi è un’industria meccanica del riciclo e della nostalgia, per la solita cerchia di amici. Una gestione che divora tutto, tra una pastarella mangiata con Giorgia Meloni collegata a distanza tra le polemiche o il ricordo di Enrica Bonaccorti, gestito tra commozioni tardive che hanno scatenato la furia degli utenti su X. Un’ingordigia che sta macchiando una carriera risorta nel 2018 grazie alla cura di Maria De Filippi, la burattinaia dei palinsesti che l’aveva recuperata dal tramonto certo del 2017.

Lo share dello Speciale Sanremo è una droga che tiene in vita il sistema

Ma oggi il totem del 40,5 per cento di share dello Speciale Sanremo è una droga numerica che tiene in vita il sistema. La Rai non può farne a meno, e lei lo sa. Lo sa così bene che ha smesso persino di recitare la parte della pensionanda. «Hai già capito, no?». Sì, Mara, abbiamo capito tutti. La “zia degli italiani” resta inchiodata alla poltrona. Il salotto di casa è diventata una prigione dorata per un’azienda che ha paura dell’innovazione e preferisce l’usato garantito al rischio del domani.

È morto Chuck Norris

Chuck Norris, tra i più famosi attori di film d’azione di Hollywood e star della serie Waker Texas Ranger, è morto a 86 anni dopo un ricovero d’urgenza alle Hawaii, avvenuto il 19 marzo.

È morto Chuck Norris
È morto Chuck Norris
È morto Chuck Norris
È morto Chuck Norris
È morto Chuck Norris
È morto Chuck Norris
È morto Chuck Norris
È morto Chuck Norris
È morto Chuck Norris
È morto Chuck Norris

La carriera di Chuck Norris

La sua carriera cinematografica aveva spiccato il volo dopo L’urlo di Chen terrorizza anche l’occidente del 1972, in cui combatteva contro Bruce Lee al Colosseo.

Negli Anni 80 aveva recitato in diverse pellicole di successo come Una magnum per McQuade, Rombo di tuono, Il codice del silenzio e Delta Force. Dopo un calo di popolarità, nel 1993 la rinascita professionale con Walker Texas Ranger, serie dal successo clamoroso.
Noto soprattutto per il ruolo di Cordell Walker, ex marine campione di arti marziali, Norris era davvero cintura nera di Tang Soo Do, Taekwondo, Karate, Hapkido e Jiu-Jitsu brasiliano, discipline nelle quali aveva conquistato diversi titoli sportivi. E ne aveva creata anche una, basata su altre forme di combattimento, che ha preso il nome di Chun Kuk Do.

È morto Chuck Norris
Chuck Norris spegne 85 candeline

Negli ultimi anni era anche divenuto molto popolare sul web grazie alla diffusione di notizie inventate e inverosimili su di lui (tipo esempio: “Chuck Norris non ha incubi, gli incubi hanno lui”), fenomeno denominato Chuck Norris Facts. Per la sua apparizione ne I mercenari 2 fece ricorso a uno dei meme sul suo conto. All’entrata in scena, il suo personaggio risponde a quello interpretato da Sylvester Stallone, che gli ricorda come fosse stato morso da un cobra reale: «Sì, è vero. E dopo cinque giorni di agonia, il cobra è morto».

La Duciona al Gf Vip: così Mussolini completa la metamorfosi in icona pop

Si scrive Alessandra Mussolini e si legge l’ultima stazione di una via crucis laica e coloratissima, che approda dove il destino citofonava da un pezzo, tra i vapori di un bidet e una rissa con Antonella Elia. La metamorfosi della Duciona nazionale giunge al termine nel reclusorio di Ilary Blasi, dove il cognome più pesante del Ventennio si sfarina definitivamente nel tritatutto del Grande Fratello Vip.

Il riflesso hollywoodiano di zia Sophia Loren

Del resto, prima ancora di infilarsi nelle schede del Movimento sociale italiano (nell’anno in cui un’adolescente Giorgia Meloni si iscriveva allo stesso partito) o del ripescaggio berlusconiano nei ranghi di Forza Italia, la Nostra era già una sciantosa capace di mescolare il ricordo del nonno a testa in giù con il riflesso hollywoodiano di zia Sophia Loren.

La Duciona al Gf Vip: così Mussolini completa la metamorfosi in icona pop
La Duciona al Gf Vip: così Mussolini completa la metamorfosi in icona pop
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La Duciona al Gf Vip: così Mussolini completa la metamorfosi in icona pop

E ora che i palazzi del potere puzzano di muffa e naftalina, si sposta dove il sangue e le corna si vendono meglio, pronta a farsi vivisezionare per dimostrare che, dietro la genealogia illustre, batte il cuore di una professionista del telecomando.

Per Bossi era «l’onorevole con le tette di fuori»

La nipotina d’oro ha sempre vissuto la vita come una tournée: da quel disco pop inciso in Giappone nell’82 con i testi di Malgioglio alla copertina di Playboy. Un’esposizione di ordine bio-parentale che il ruspante Umberto Bossi accolse in parlamento, anni dopo, bollandola come «l’onorevole con le tette di fuori». Ma lei non si è mai scomposta, capendo che un certo plebeismo teatrale e il coraggio oltraggioso le sarebbero serviti per scalare i record d’ascolto, persino a Porta a Porta.

Le scuse per quel «meglio fascista che froc*o»

La vera vocazione, però, è maturata nel varietà degli ultimi anni, quando ha smesso di fare la Mussolini per fare la performer: a Ballando con le stelle, nel 2020, si è lanciata in acrobazie, è svenuta in diretta e, soprattutto, ha chiesto scusa per quel «meglio fascista che froc*o» rinfacciatole dai giudici come un peccato originale.

Dal Gay Pride ai duri della Lega di Salvini e Vannacci

Da lì, il vaso di Pandora si è scoperchiato: l’abbiamo vista imitare la zia a Tale e Quale, nascondersi sotto la maschera della Pecorella a Il Cantante Mascherato e infine offrirsi come testimonial del Gay Pride in tutina blu e ali arcobaleno nei giardini di Palazzo Brancaccio. Una “farfallona” irrequieta che tre anni fa sventolava la bandiera Lgbtq+ per poi atterrare sul prato dei duri, della Lega di Matteo Salvini e di Roberto Vannacci (prima della rottura del generalissimo).

Nel tritacarne dello scandalo delle baby squillo ai Parioli

Ora, su Canale 5, la candidata perpetua si prepara a sventrare il privato: i racconti sui tradimenti di Mauro Floriani (finito tra il 2013 e il 2014 nel tritacarne dello scandalo delle baby squillo ai Parioli) e le corna restituite da nonna Rachele a nonnino Benito (raccontate pure in un libro uscito nel 2025) sono già materiale per la prima serata. Mentre oltreoceano Variety (la bibbia dell’entertainment statunitense) osserva il fenomeno con un titolo che non concede interpretazioni – “Benito Mussolini’s Granddaughter to Compete on Celebrity Big Brother in Italy” – cercando coordinate ideologiche tra i suoi avi (per loro, la Nostra è ancora e soltanto la nipote del Duce), lei ha già compiuto il miracolo: trasformare Palazzo Venezia in un acquario di plastica dove l’identità si lava via con un colpo di spugna a favore di camera. La vera dittatura a cui sottomettersi, dopotutto, è quella dello share, e Alessandra sa bene che per non restare al buio bisogna stare dove la luce a occhio di bue colpisce più forte, incurante del cortocircuito che porta dai saluti romani a quelli arcobaleno.

È morta Enrica Bonaccorti

È morta la conduttrice televisiva e radiofonica Enrica Bonaccorti. Aveva 76 anni ed era malata da tempo di un tumore al pancreas, diagnosticato nell’estate del 2025. Nonostante la gravità della situazione, Bonaccorti aveva voluto condividere con il suo pubblico il suo difficile percorso. Il 4 gennaio, ospite di Mara Venier a Domenica In, aveva detto di «in un limbo».

La carriera di Enrica Bonaccorti

Nata a Savona il 18 novembre 1949, aveva iniziato il suo percorso artistico tra teatro e cinema. Negli Anni 60 fu scelta per la compagnia di Domenico Modugno e Paola Quattrini nello spettacolo Mi è cascata una ragazza nel piatto. E proprio per Modugno firmò i testi di brani come Amara terra mia e La lontananza. Negli stessi anni lavorò anche in radio, partecipando al programma L’uomo della notte. L’esordio da conduttrice televisiva arrivò nel 1978, in Rai, con il gioco a premi Il sesso forte, presentato insieme con Michele Gammino. La consacrazione sarebbe arrivata nel decennio successivo con programmi come Italia sera e Pronto, chi gioca?. Passata alla Fininvest, Bonaccorti fu al timone del quiz Cari genitori, del talk show Ciao Enrica e della prima edizione di Non è la Rai.

È morta Enrica Bonaccorti
È morta Enrica Bonaccorti
È morta Enrica Bonaccorti
È morta Enrica Bonaccorti
È morta Enrica Bonaccorti
È morta Enrica Bonaccorti
È morta Enrica Bonaccorti
È morta Enrica Bonaccorti
È morta Enrica Bonaccorti

Nella storia della tv resta la puntata speciale di Capodanno del il 31 dicembre 1991: durante il Cruciverbone una concorrente da casa indovinò una parola di sette lettere (“eternit”), prima che Bonaccorti le avesse letto la definizione. La conduttrice, convinta che si trattasse di una truffa, andò su tutte le furie, accusò la spettatrice di imbroglio e riagganciò la telefonata. La signora Maria Grazia, finita a processo, fu poi assolta.

Tornata in Rai alla fine degli Anni 90, entrò nel cast de I fatti vostri su Rai 2. Poi dal 2000 al 2006 fu ospite fissa di Buona Domenica con Maurizio Costanzo. Nel 2019 Bonaccorti era approdata a Sky Italia con il programma Ho qualcosa da dirti, trasmesso su TV8.

San Marino Song Contest: l’avamposto kitsch che porta all’Eurovision

Prendete il Sanremo dei vostri peggiori incubi, quello che si materializza nelle notti insonni dei discografici quando le grandi firme scappano, il budget evapora e il proscenio resta a un’allucinazione collettiva dove Stefano De Martino si defila, la Clerici non firma e Conti si dà alla macchia verso lidi più sicuri. Immaginate questo vuoto pneumatico riempito da una conduzione che parrebbe partorita da un algoritmo impazzito, con Sal Da Vinci a menare le danze e il vicedirettore del Corriere Aldo Cazzullo a fargli da contrappunto intellettuale: ecco, solo allora avrete la misura della filosofia profonda che anima il San Marino Song Contest.

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Il monte Titano è l’ultimo avamposto del kitsch militante

L’ultimo porto franco del kitsch militante, un avamposto dove la geopolitica si risolve a colpi di cassa dritta tra le nebbie di un Monte Titano che ha smesso di essere un’enclave fiscale per trasformarsi nel terminal del trash d’esportazione per spettatori ipnotizzati. Tutto questo baraccone, oggi diventato orgogliosamente sistemico, trova la sua genesi in quel 2022 in cui Achille Lauro decise di forzare la mano al destino con un’operazione che all’epoca parve a molti un atto di disperazione, il gesto di chi tenta il tutto per tutto pur di non restare al palo. Respinto dalle giurie di casa nostra, il performer romano comprese prima degli altri che la Serenissima Repubblica poteva essere il cavallo di Troia per espugnare l’Eurovision (allora ospitato a Torino): si presentò sul Titano, la spuntò su una concorrenza impalpabile e volò sul palco europeo cavalcando un toro meccanico. Fu un flop storico, un’eliminazione bruciante in semifinale, eppure quel sacrificio sull’altare della bizzarria ha tracciato il solco in cui oggi tutti saltano con entusiasmo.

San Marino Song Contest: l’avamposto kitsch che porta all’Eurovision
San Marino Song Contest: l’avamposto kitsch che porta all’Eurovision
San Marino Song Contest: l’avamposto kitsch che porta all’Eurovision
San Marino Song Contest: l’avamposto kitsch che porta all’Eurovision
San Marino Song Contest: l’avamposto kitsch che porta all’Eurovision
San Marino Song Contest: l’avamposto kitsch che porta all’Eurovision
San Marino Song Contest: l’avamposto kitsch che porta all’Eurovision
San Marino Song Contest: l’avamposto kitsch che porta all’Eurovision
San Marino Song Contest: l’avamposto kitsch che porta all’Eurovision
San Marino Song Contest: l’avamposto kitsch che porta all’Eurovision
San Marino Song Contest: l’avamposto kitsch che porta all’Eurovision
San Marino Song Contest: l’avamposto kitsch che porta all’Eurovision

Un appuntamento per chi già si sente orfano di Sanremo

Perché buttare via la possibilità di accaparrarsi un posto per Vienna (dove avrà luogo la kermesse quest’anno) quando Lauro ha dimostrato che la dignità può essere barattata con un pass internazionale? Se l’anno scorso ha vinto persino Gabry Ponte, legittimando la “scorciatoia” sanreminese, oggi il San Marino Song Contest gode di riflettori insperati proprio perché conserva quella trasgressione che attira chi di Sanremo si sente già orfano.

San Marino Song Contest: l’avamposto kitsch che porta all’Eurovision
Gabry Ponte (Ansa).

Simona Ventura con il suo «crederci sempre» al timone

In questo prevedibile acquario di ambizioni, al quinto, ostinato giro di giostra, il baraccone ha deciso di indossare l’abito buono, o almeno di provarci, affidando il timone a Simona Ventura. La SuperSimo nazionale, colei che ha svezzato generazioni tra naufraghi seminudi a caccia di cocchi e domeniche calcistiche vissute sull’orlo di una crisi di nervi, sbarca sulla Repubblica come una sovrana decaduta ma armata della solita grinta del «crederci sempre».

San Marino Song Contest: l’avamposto kitsch che porta all’Eurovision
Simona Ventura (Ansa).

Del resto l’ex regina di Quelli che il calcio resta l’unica protezione civile possibile per una manifestazione che ogni anno colleziona disastri tecnici come fossero figurine Panini, nonostante l’organizzazione diretta della Rai (oltre che San Marino Rtv, venerdì sera è in diretta su RaiPlay e Rai Radio 2). Gestirà gli spazi morti, le scenette improvvisate e i fonici che sembrano sempre aver appena finito un giro di sangiovese? Probabile.

La Giuria di qualità promette il caos primordiale

Ma la vera domanda è: quanto potrà reggere l’urto di una giuria che pare uscita da un esperimento sociale di fine Anni 90? Perché se la conduzione è, sulla carta, “un passo avanti” rispetto al passato, la giuria di qualità è un tuffo nel Giurassico più rissoso e imprevedibile. Mettete insieme Iva Zanicchi, Morgan e Red Ronnie e avrete servito su un vassoio d’argento il caos primordiale. C’è da scommetterci i 100 euro che non abbiamo: forse il Castoldi spiegherà le strutture armoniche del Settecento a un povero concorrente albanese, l’Aquila di Ligonchio racconterà una barzelletta spinta per smorzare i toni e il custode del Roxy Bar cercherà tracce di complotti alieni nei testi dei gareggianti.

Sul palco da Rosa Chemical a Dolcenera

Accanto a loro un’Arca di Noè del “vorrei ma non Sanremo”, dove i confini tra generi e nazioni sfumano sotto i colpi del bit. I nostri? Eccoli schierati come fanti: Rosa Chemical, reduce da Ballando e trattato con i guanti di velluto dopo essere stato ripudiato dai palchi nobili, Dolcenera accanto all’energia cacofonica dell’Orchestraccia e allo swing di un Paolo Belli (pure lui passato tra i concorrenti della regina Milly), e l’accoppiata che sulla carta sembra un errore del sistema operativo: Senhit e Boy George. È l’estetica del Stasera tutto è possibile (così cara proprio a De Martino, che andrà ad occupare Sanremo) che solo San Marino sa regalare.

Immancabile l’estone Tommy Cash

In attesa dei super ospiti, un quartetto da brividi composto dall’estone Tommy Cash, l’immortale Al Bano, il paroliere col ciuffo Cristiano Malgioglio, e la regina del twerking Elettra Lamborghini (troverà anche sul Titano gli ormai celebri «festini bilaterali»?), ci godiamo lo spettacolo consapevoli che questo è l’unico baluardo dove il kitsch è ancora una cosa seria.

San Marino Song Contest: l’avamposto kitsch che porta all’Eurovision
Cristiano Malgioglio (Ansa).