Il concorso Miss Italia ha dato mandato agli avvocati Pieremilio Sammarco e Vincenzo Larocca di intraprendere le più opportune azioni giudiziarie volte a inibire l’ulteriore utilizzo della denominazione “Miss Italia” da parte della cantante Ditonellapiaga, che l’ha usata quale titolo di un proprio brano musicale nonché dell’album in cui esso è inserito, e a ottenere il risarcimento dei danni subiti e subendi. Il testo della canzone, si legge nella nota, contiene «espressioni e giudizi ritenuti lesivi della dignità e dell’onore delle ragazze che partecipano al concorso». Una condotta che «risulta gravemente pregiudizievole dei diritti esclusivi connessi alla denominazione “Miss Italia”, nonché dell’immagine e della reputazione del concorso e delle sue partecipanti». La canzone non è ancora uscita così come l’album, che uscirà il 10 aprile.
La replica della cantante: «Nessun insulto, non hanno capito che parlo di me»
In conferenza stampa a Sanremo, in cui è in gara con la canzone Che fastidio!, Ditonellapiaga ha replicato alla notizia dicendosi sorpresa: «Nessun insulto, è un testo che parla di me e del rapporto con me stessa, con la perfezione. Io non so neanche se loro abbiano sentito il testo, perché la canzone non è uscita. Mi dispiace che sia arrivata questa notizia, perché speravo in un po’ di autoironia. Se loro lo hanno ritenuto offensivo, evidentemente non hanno la sensibilità per poter capire che parlo di me e non parlo male del concorso». L’artista ha poi chiarito l’uso della parola “disperate“, al centro delle contestazioni: «Non ho detto che loro sono disperate. Il testo parla di me, che sto male e vivo male la mia bellezza. Mi sembra assurdo parlare di un testo che non è uscito. È facile estrapolare una frase senza il contesto, e un attimo dopo sembra che io dica che Miss Italia è una disperata o una sfigata. Non ho mai detto questo. Ho detto che l’essere in difficoltà con il proprio rapporto con la bellezza può portare a una disperazione. Anzi, il testo parla di nascondere la disperazione con il trucco, e quindi anche una donna bellissima può sentirsi disperata e triste».
Nel corso della prima serata del Festival di Sanremo i big hanno cantato tutti e 30 i brani in gara, che sono stati poi votati dalla giuria della sala stampa, tv e web. La prima classifica provvisoria, senza ordine di piazzamento, vede in testa Magica favola di Arisa, Stupida fortuna di Fulminacci, Qui con me di Serena Brancale, Che fastidio! di Ditonellapiaga, Male necessario di Fedez e Marco Masini.
Inutile girarci intorno: per sopravvivere alla prima serata del Festival di Sanremo 2026 serve un fegato d’acciaio e una scorta industriale di caffeina. Carlo Conti inaugura la sua quinta gestione con l’estetica raggelante di un congresso democristiano, scendendo le scale dell’Ariston con la foga di un liquidatore che ha fretta di chiudere la pratica. Malgrado l’ingorgo dei 30 big (erano tutti necessari?) corre già con cinque minuti di anticipo sulla scaletta, forse ansioso di tornare a dormire o di evitare il gelo polare che cala in studio ogni volta che corregge la “co-cò” Laura Pausini.
Carlo Conti (Ansa).
La nostalgia apre la serata, con la voce registrata di Pippo Baudo, il patriarca a cui è dedicata l’edizione, mentre la sigla storica del Maestro Pippo Caruso risuona per un’ovazione. «Perché Sanremo è Sanremo. Parappappapapparà». L’Abbronzatissimo saluta in platea i figli del Re di Militello, Alessandro e Tiziana, e la storica assistente Dina Minna, con buona pace di una Katia Ricciarelli lasciata a masticare amaro davanti alla tivù. Ma non si processa un’emozione che sia una: la memoria dei grandi scomparsi, da Peppe Vessicchio a Maurizio Costanzo, viene sparata a caso tra una canzonetta e l’altra, quasi fosse un fastidio burocratico.
L’omaggio a Pippo Baudo e Peppe Vessicchio all’Ariston (Ansa).
In questo deserto di idee la signora di Solarolo riesce nell’impresa titanica di far rivalutare Chiara Ferragni. Ci vuole lo scatto della centenaria antifascista per far saltare il banco di questa normalizzazione coatta, proprio mentre alle sue spalle la Rai proietta il refuso «Repupplica» con la “p”. Che sia stato un allievo di Petrecca?
I top (o presunti tali) della prima serata
Pippo, «L’ho inventato io»
La voce del patriarca che apre la serata è l’unico brivido nostalgico che tiene in piedi la baracca. Un omaggio doveroso, anche se il trattamento riservatogli è di una pigrizia visiva imbarazzante, senza nemmeno una clip degna di questo nome. Baudo resta il fantasma che aleggia sul teatro: tutti lo evocano, nessuno riesce a imitarlo, men che meno Conti che corre verso il traguardo per chiudere bottega in anticipo, visibilmente alterato per non aver trovato un video unico che contenesse tutti i morti dell’anno. Giudizio: memoria istituzionale smaltita come una pratica dell’Inps.
Ha fatto più opposizione lei in tre minuti che l’intera minoranza negli ultimi tre anni. La 105enne Gianna Pratesi rivendica il voto per la Repubblica nel ’46 mettendo in imbarazzo chi oggi scrive i testi di Tele-Meloni e sperava in una serata anestetizzata. Il suo «bye bye» ai fascisti è l’unica scintilla in una serata che puzza di naftalina. Se volete campare a lungo, il consiglio è chiaro: siate antifascisti. La Russa è avvisato. Giudizio: meglio la vecchia che parla della vecchia che balla.
Laura Pausini con Gianna Pratesi e Carlo Conti (Ansa).
Kabir Bedie lo scazzo della “Tigre”
Solo dopo la mezzanotte, quando ormai la bava alla bocca è diventata schiuma da barba, è arrivato il confronto tra i due Sandokan. Kabir Bedi ha smontato con classe la sceneggiatura del nuovo remake con Can Yaman, definendola «molto fantasiosa». Tradotto dal linguaggio diplomatico di Mompracem: «Avete scritto una porcata». Giudizio: la superiorità della vecchia Malesia sul silicone turco.
Il confronto tra Sandokan (Ansa).
I flop (o presunti tali) della prima serata
Sua Umiltà da Solarolo
La co-cò dimentica che un conto è gorgheggiare, un altro è reggere il moccolo al Festival, e inciampa sistematicamente nei tempi televisivi. Tra gag imbarazzanti, regala l’unico sfondone della serata: «Prima me l’avevate messo qui e ora me l’avete messo in mano», dice riferendosi al microfono, e si vola mentre Carlo Conti prova a spronarla bacchettandola sulla doppia zeta romagnola. Giudizio: una co-cò che fa rimpiangere il mutismo.
Can Yaman, Laura Pausini e Carlo Conti (Ansa).
Il Sandokan di plastica
Can Yaman sbarca a Sanremo col ruolo di co-conduttore e la profondità espressiva di un flacone di doposole. Il fusto di Istanbul si limita a esibire i bicipiti a favore di telecamera, trascinando la Pausini in un duetto turco da dimenticare, prima di rintanarsi nel silenzio rassicurante dei suoi pettorali. Giudizio: il trionfo del testosterone sul carisma di Mompracem.
L’arrivo di Can Yaman all’Ariston (Ansa).
Lo zoo del main sponsor
Sulle note di Papaveri e papere, il main sponsor Tim decide di infestare i sonni degli italiani con una trasformazione del pubblico in uno zoo di volatili deformi. Un incubo estetico spacciato per avanguardia e risolto con la qualità grafica di un videogame degli Anni 90. Giudizio: i nuovi mostri.
Tiziano Ferro. Accolto come una liberazione dopo una sfilza di canzoni ignote, trasforma l’Ariston nella sua personale gabbia dorata. Sui divani madri e figli si abbracciano cantando i vecchi successi, ma l’operazione inizia a mostrare le corde. Il divo di Latina fattura grazie ai fasti del passato ma fatica a far parlare la sua nuova musica, riducendosi a jukebox. Dalla nave arriva il gemello diverso Max Pezzali, un rito collettivo che sa di muffa e ritardi tecnici. Giudizio: giganti del pop che preferiscono la rendita al confronto.
L’esibizione di Tiziano Ferro (Ansa).
Il meglio della gara: gli insospettabili
Sal Da Vinci – Per sempre sì. Lo spirito di Massimo Ranieri si impossessa di Sal per servire il banchetto nuziale definitivo: arrevota l’Ariston e prenota la vittoria. Fedez & Masini – Male necessario. La strana coppia porta una prova solida, tra cinismo e fragilità, malgrado i pregiudizi. Sayf – Tu mi piaci tanto. Il rapper ligure sbarca col Porter del padre e porta un testo intelligente, che sa di Ghali e Silvestri. La sua genuinità contagiosa fiorisce su una camionetta.
Si fa presto a dire «dirige l’orchestra». Per il pubblico sovrano del televoto e per chi consuma il Festival tra un post su X e una pizza a domicilio, quella frase è una liturgia più solenne di una stecca in mondovisione. Ma Sanremo 2026 apre i battenti dovendo gestire assenze che non si colmano con i fiori di corso Imperatrice. Non parliamo solo del patriarca Pippo, a cui hanno appaltato un’insegna e idealmente l’intera baracca, ma di quel barbone rassicurante, da gentiluomo d’altri tempi, che risponde al nome di Beppe Vessicchio. Che poi si chiamava Peppe, e pareva uscito da una réclame di sigari toscani: l’uomo che è riuscito nel miracolo laico di rendere pop un pezzo di legno, trasformando un direttore d’orchestra in una reliquia da figurine Panini, un santino da invocare quando la nota non tiene.
Beppe Vessicchio a Sanremo 2020 (Ansa).
Valeriano Chiaravalle, il sarto invisibile della tv italiana
Proprio lunedì, mentre la terra dei cachi si riempieva di addetti ai lavori e imbucati di lusso, si è aperta Casa Vessicchio, asilo politico per giovani artisti per parlare di spartiti senza l’assillo della gara, perché per anni Vessicchio è stato Sanremo. Ma lo spettacolo, per quella cinica e ferrea legge, deve andare avanti, e per bontà del dio delle canzonette, la sua eredità non è andata persa: è finita dritta nelle mani di chi la musica la scrive, la smonta e la rimonta con la precisione di un orologiaio svizzero. Parliamo di Valeriano Chiaravalle. Se il suono dei promo di questo Festival vi è rimasto piantato nelle orecchie, è colpa sua. Figlio d’arte, DNA napoletano (il padre Franco era uno stimato autore e arrangiatore), Chiaravalle è il prototipo del professionista perfetto, un incrocio tra un pentagramma e una lucina della telecamera che lo ha reso il sarto invisibile della tv italiana. Lo trovi ovunque: da The Voice a LOL, dagli show della Mannoia a Michelle Impossible. Fu proprio Vessicchio a battezzarlo appena uscito dal Conservatorio G. Verdi di Milano, chiedendogli un arrangiamento per orchestra, e aprendogli di fatto le porte di una carriera che dal 1999 lo vede inquilino fisso dell’Ariston, guidando gente come Tiziano Ferro, Giorgia, Mika, Elisa, e la stessa Mannoia. Mentre la SIAE lo tiene nei comitati di rielaborazione e il Conservatorio di Parma lo mette in cattedra per insegnare composizione pop, a Sanremo 2026 dovrà gestire un traffico da ora di punta: la strana coppia Fedez & Masini, Francesco Renga, il ritorno di Sal Da Vinci (dato per super-favorito), Eddie Brock e la nuova proposta Angelica Bove.
Valeriano Chiaravalle (dal sito del Politecnico delle Belle Arti di Bergamo).
Enrico Melozzi, il performer esploso con i Måneskin
Sullo stesso podio si muove il terremoto abruzzese Enrico Melozzi. Uno che ha capito prima di altri che nell’era di TikTok il direttore d’orchestra deve essere un performer, un animale da palcoscenico. Capelli eccentrici, popolarità esplosa con i Måneskin (ma il cuore che batte anche per Mozart), Melozzi si porta dietro quella foto simbolo del 2023, quando diresse Grignani e Arisa a quattro mani con Vessicchio. Un’eredità affettiva che oggi spende mentre guida le Bambole di Pezza, Leo Gassman e una pattuglia di nuove leve: Blind, El Ma & Soniko.
Enrico Melozzi all’Ariston (Instagram).
Carmelo Patti, maestro di colonne sonore
Diverso il piglio del milanese Carmelo Patti, che ha esordito a Sanremo nel 2019, e ha apposto la sua firma sulla vittoria di Mahmood e Blanco con Brividi, è quello che mette le mani sulle colonne sonore per produzioni Rai e Netflix, e che deve tenere a bada un mix che va da J-Ax a Maria Antonietta & Colombre fino a Tommaso Paradiso e la nuova proposta Nicolò Filippucci.
Carmelo Patti (da Instagram).
Enzo Campagnoli al suo nono podio sanremese
A chiudere il cerchio dei più richiesti, c’è il verace Enzo Campagnoli. Bacchetta napoletana di Afragola, diplomato in oboe al San Pietro a Majella, una vita accanto a Mario Merola e un rapporto con l’Ariston che sfiora la domiciliazione: nona volta sul podio, senza contare le 11 da musicista. Tocca a lui domare Dargen D’Amico, Elettra Lamborghini e Samurai Jay.
Enzo Campagnoli (da Instagram).
Pinuccio Pirazzoli alla guida dell’orchestra
Ma chi è il signore del podio? Per la casalinga di Voghera e per i critici che guardano il Festival col monocolo della superiorità, è soltanto colui che agita un bastoncino a favore di telecamera. Ma quella è solo la parte visual, la superficie scenica, pensata per chi mangia pane e televisione. Sotto c’è il lavoro sporco, con la band e l’orchestra, che inizia un mese prima. Per ogni artista c’è una prova a Roma, due a Sanremo, una generale e poi quei tre minuti di gloria. Quest’anno l’intera macchina è nelle mani di Pinuccio Pirazzoli, ma sul ring si alterneranno 20 bacchette. Il resto è televisione, possibilmente con qualche polemica cucita su misura per non far scazzare lo share.
Nella seconda e ultima conferenza stampa prima dell’inizio del Festival di Sanremo, il direttore artistico e conduttore Carlo Conti ha annunciato che sul palco dell’Ariston – oltre a Can Yaman – salirà anche Kabir Bedi: i due attori che più hanno incarnato il personaggio salgariano di Sandokan si ritroveranno insieme nella prima serata della kermesse. Non solo: ha anche comunicato l’ordine di uscita dei cantanti in gara.
L’ordine di uscita dei cantanti in gara
La prima serata del Festival di Sanremo vedrà l’esibizione di tutti e 30 i big in gara. Ecco l’ordine di uscita:
Ditonellapiaga con Che fastidio! Michele Bravi con Prima o poi Sayf con Tu mi piaci tanto Mara Sattei con Le cose che non sai di me Dargen D’Amico con AI AI Arisa con Magica favola Luchè con Labirinto Tommaso Paradiso con I romantici Elettra Lamborghini con Voilà Patty Pravo con Opera Samurai Jay con Ossessione Raf con Ora e per sempre J-Ax con Italia Starter Pack Fulminacci con Stupida sfortuna Levante con Sei tu Fedez & Marco Masini con Male necessario Ermal Meta con Stella stellina Serena Brancale con Qui con me Nayt con Prima che Malika Ayane con Animali notturni Eddie Brock con Avvoltoi Sal Da Vinci con Per sempre sì Enrico Nigiotti con Ogni volta che non so volare Tredici Pietro con Uomo che cade Bambole di Pezza con Resta con me Chiello con Ti penso sempre Maria Antonietta & Colombre con La felicità e basta Leo Gassmann con Naturale Francesco Renga con Il meglio di me LDA & Aka7even con Poesie clandestine
Le esibizioni dei cantanti in gara verranno valutate esclusivamente dalla Giuria della Sala Stampa, Tv e Web, che assegnerà i voti necessari a stilare una classifica provvisoria dei 30 brani: al termine della serata, saranno comunicate le cinque canzoni più apprezzate dai giurati, senza però l’ordine di piazzamento.
È morto l’attore statunitense Robert Carradine. Aveva 71 anni e da due decenni combatteva con il disturbo bipolare: si sarebbe tolto la vita. A dare l’annuncio è stata la famiglia, con una nota affidata a Deadline: «In un mondo che può sembrare così buio, Bobby è sempre stato un faro di luce per tutti coloro che lo circondavano. Siamo addolorati per la perdita di questa splendida anima e vogliamo rendere omaggio alla coraggiosa lotta di Bobby contro la sua battaglia. Speriamo che il suo percorso possa illuminare la nostra vita e incoraggiarci ad affrontare lo stigma sulla malattia mentale».
In Lizzie McGuire era il papà del personaggio interpretato da Hilary Duff
Membro della famiglia cinematografica dei Carradine, nel corso della carriera ha recitato ne I cavalieri dalle lunghe ombre (1980) con i fratelli David e Keith, e ne I cowboys (1972), al fianco di John Wayne. Famoso anche per aver partecipato ai quattro film della serie La rivincita dei nerds, nel ruolo del protagonista Lewis Skolnick, nella serie Lizzie McGuire aveva interpretato il papà del personaggio interpretato da Hilary Duff. E proprio quest’ultima lo ha ricordato sui social: «Leggere questa notizia fa male. È davvero difficile affrontare una verità del genere su un vecchio amico. Nella famiglia McGuire c’era tanto calore e mi sono sempre sentita amata e protetta dai miei genitori televisivi. Gliene sarò per sempre grata. Sono profondamente triste nel sapere che Bobby stava soffrendo. Il mio cuore è con lui, con la sua famiglia e con tutti coloro che gli hanno voluto bene».
Nella prima conferenza stampa della 76esima edizione del Festival di Sanremo, il direttore artistico e conduttore Carlo Conti è tornato (imbeccato dalla stampa) sulle polemiche politiche che hanno fatto seguito all’annunciata presenza – poi saltata – di Andrea Pucci sul palco dell’Ariston. «Quando c’era Renzi sono stato definito renziano, oggi meloniano, domani sarò cinquestelliano. Per fortuna in questi 40 anni sono un uomo libero, ci tengo a essere indipendente nel mio lavoro. In televisione sono un giullare e orgogliosamente faccio il giullare», ha detto Conti.
Conti: «Meloni può venire a Sanremo se compra il biglietto»
Dopo aver smentito di essere meloniano, Conti ha anche negato di aver invitato la presidente del Consiglio all’Ariston: «Fantascienza pura. Non ho nessun rapporto con lei. Io credo che la mia storia parli per me, parli per gli ospiti che ho portato al festival. Sanremo l’ho fatto con un governo e l’ho fatto con un altro». E poi: «La premier è una cittadina libera, se compra il biglietto e vuole venire, può venire. Come qualsiasi altro cittadino. Non è che decido io chi può venire o non venire a vedere il Festival».
Sul forfait di Pucci: «Dispiace umanamente e professionalmente»
Conti ha inoltre confermato di non aver ricevuto pressioni per far approdare Pucci a Sanremo: «Ripeto e sottolineo: preferisco che si dica che io non so fare il mio mestiere piuttosto che qualcuno dica che mi hanno obbligato a prendere qualcuno o mi hanno tirato per la giacca per favorire questo o quel comico o artista su quel palcoscenico». Il presentatore si è poi detto stupito dalle polemiche attorno alla figura del comico milanese: «È stato ospite di miliardi di trasmissioni, ha fatto programmi di grande successo, a settembre gli abbiamo dato il premio all’Arena di Verona per i suoi incassi. Sono andato a teatro a vederlo e non ci ho trovato niente di sconvolgente. Quando penso di invitare un artista non è che gli chiedo cosa pensa, cosa vota, da che parte è». Quanto alla rinuncia da parte del comico, Conti ha dichiarato: «Mi dispiace umanamente e professionalmente per lui. Da un lato lo posso anche capire, perché voi tutti eravate testimoni di quello che è successo a un grande fuoriclasse con Maurizio Crozza su quel palcoscenico: quindi lui ha avuto paura di reazioni. Ha preferito fare un passo indietro».
Durante l’ultima puntata de La Pennicanza, Fiorello è riuscito a strappare all’attuale Direttore Generale della Rai Roberto Sergio la conferma che sarà Stefano De Martino a raccogliere il testimone da Carlo Conti come prossimo conduttore del Festival di Sanremo. Non è un annuncio ufficiale, ma poco ci manca. Ecco cosa è successo.
La chiamata di Sergio a Fiorello
Sergio ha chiamato Fiorello mentre era in diretta su Radio Due e in visual radio sul canale 202 e su RaiPlay. Dopo aver scambiato qualche battuta, lo showman ha chiesto al dirigente Rai: «Può dirci qualcosa che non sappiamo del futuro di questa azienda? Una cosa, che so, Sanremo dell’anno prossimo per esempio». A quel punto, Sergio ha risposto: «Ma chi? De Martino». Poi la chiusura della chiamata, piuttosto frettolosa.
La smentita del dirigente Rai
Successivamente, parlando di «gag incomprensibile», Sergio ha smentito di aver fatto annunciato De Martino come conduttore di Sanremo 2027, dopo essere stato “imbeccato” da Fiorello senza nemmeno poter capire cosa stesse accadendo.
È morta a 88 anni Angela Luce: a teatro aveva recitato al fianco di Eduardo De Filippo, che l’aveva scoperta, e al cinema con Alberto Sordi, Marcello Mastroianni e Totò, lavorando per registi come Pupi Avati e Mario Martone. Vincitrice di un David di Donatello, all’attività di attrice aveva affiancato quella di cantante, partecipando anche al Festival di Sanremo.
Era stata scoperta da Eduardo De Filippo
Vero nome era Angela Savino, era nata a Napoli nel 1937 e nella sua città aveva cominciato a calcare il palcoscenico. Non ancora ventenne fu notata da Eduardo De Filippo, che la definì «una forza della natura» e la accolse nella sua compagnia senza nemmeno un provino; assieme furono protagionisti della versione teleteatrale de Il contratto. Nel corso della carriera teatrale lavorò anche con Peppino De Filippo e Nino Taranto.
Nel 1996 aveva vinto il David di Donatello
Nel 1956 l’esordio al cinema con Ricordati di Napoli, diretto da Pino Mercanti. Negli anni seguenti interpretò film come Il vedovo di Dino Risi, Lo straniero di Luchino Visconti e Signori si nasce di Mario Mattioli, al fianco di Totò. Attrice poliedrica, tra le sue interpretazioni più significative di Angela Luce ci sono quelle ne Il Decameron di Pier Paolo Pasolini e in Malizia di Salvatore Samperi. Per La seconda notte di nozze di Pupi Avati ricevette la nomination al Nastro d’argento. La parte ne L’amore molesto di Mario Martone nel 1996 le valse il David di Donatello (miglior attrice non protagonista) e una nomination per la Palma d’oro a Cannes.
Nel 1975 arrivò seconda a Sanremo
Per quanto riguarda la carriera di cantante, Angela Luce partecipò due volte a Un disco per l’estate e una al Festival di Sanremo, arrivando seconda nel 1975 con il brano Ipocrisia. Tra i suoi dischi più apprezzati ci sono Che vuò cchiù e Cafè Chantant, incisi negli Anni 70.
È morto a 53 anni l’attore Eric Dane, celebre per il ruolo di Mark Sloan nella serie Grey’s Anatomy. Ad aprile 2025 aveva rivelato di avere la Sla, malattia neurodegenerativa progressiva che causa la morte dei motoneuroni e la paralisi dei muscoli volontari. Il decesso è stato confermato dalla portavoce Melissa Bank: «Ha trascorso gli ultimi giorni circondato dagli amici più cari, dalla sua amorevole moglie e dalle sue due splendide figlie, Billie e Georgia, che sono state il centro del suo mondo». Dopo la diagnosi, Dane era diventato testimonial per promuovere raccolte fondi per la ricerca.
Da Grey’s Anatomy a Euphoria
Nato a San Francisco nel 1972, aveva preso parte alla fortunata serie Med dalla terza alla nona stagione, indossando nuovamente i panni del dottor Sloan per un’apparizione nel 2021 nel corso della 17esima stagione. Aveva partecipato anche a una serie di film di successo tra cui X-Men – Conflitto finale, Io e Marley e Burlesque. In uno degli ultimi ruoli aveva interpretato il padre di Nate Jacobs – l’attore Jacob Elordi – nella serie Euphoria. A novembre 2025, in un episodio di Brilliant Minds, era diventato un vigile del fuoco colpito dalla Sla.