È morto Ace Frehley, chitarrista e fondatore dei Kiss

Il mondo della musica rock piange Paul Daniel “Ace” Frehley. Co-fondatore e primo chitarrista solista dei Kiss, è morto a 74 anni nella sua casa del New Jersey per le conseguenze di una caduta risalente allo scorso settembre. «Siamo devastati e addolorati», hanno dichiarato i familiari in una breve nota sui social dell’artista. «Conserviamo gelosamente i suoi ricordi più belli e le sue risate e celebriamo la gentilezza che ha donato agli altri. Il suo ricordo continuerà a vivere per sempre». Commossi anche i compagni di band Paul Stanley e Gene Simmons: «È stato un soldato del rock insostituibile per dare vita ad alcuni dei capitoli più formativi della band. È e sarà sempre parte dell’eredità dei Kiss». Sul palco con il tradizionale trucco del complesso rock era The Spaceman, l’uomo dello spazio.

È morto Ace Frehley, chitarrista e fondatore dei Kiss
Il chitarrista Ace Frehley nel 2010 (Ansa).

La carriera di Ace Frehley con i Kiss, dagli esordi alle grandi hit

Originario del Bronx, dove era nato il 27 aprile 1951, aveva origini olandesi da parte del padre ed è cresciuto frequentando le gang di strada. Fu proprio per strapparlo alla delinquenza dilagante che i suoi genitori, nel Natale del 1964, gli regalarono la sua prima chitarra elettrica, che imparò a suonare da autodidatta affidandosi ai suoi idoli Led Zeppelin, Jimi Hendrix, Rolling Stones e Jeff Beck. Dopo aver preso parte ad alcuni progetti musicali da adolescente, dove ottenne il soprannome di Ace per le sue grandi capacità con le donne, iniziò a suonare dapprima con i Cathedral e poi con i Molimo, con cui firmò anche alcuni brani per RCA Records. Fu tuttavia nel 1972 che la sua carriera decollò: in scarpe da ginnastica di diverso colore rispose all’annuncio di un giovane cantante di New York, Paul Stanley, deciso a formare una band con Gene Simmons al basso e Peter Criss alla batteria.

È morto Ace Frehley, chitarrista e fondatore dei Kiss
Da sinistra Gene Simmons, Peter Criss, Paul Stanley e Ace Frehley (Ansa).

Spinti dal successo della hit Rock and Roll All Nite, contenuta nel live set del 1975, i Kiss si fecero largo nel panorama musicale anche grazie al trucco utilizzato durante i concerti. I volti dipinti della band, nel cui logo la S ha la forma di un fulmine “rubata” a Ziggy Stardust di David Bowie, iniziarono ad apparire su jeans e T-Shirt. «Fuori dal palco sono un semplice ragazzo del Bronx», dichiarò a Rolling Stone nel 1977 sottolineando l’importanza dell’anonimato nella vita quotidiana. «Mick Jagger sarà per sempre Mick Jagger, ma io posso togliermi il trucco e sapere chi sono». Con la collaborazione di Bob Ezrin, produttore di Alice Cooper e Lou Reed, nacquero poi i capolavori Detroit Rock City e Shout It Out Loud del disco Destroyer. Seguito due anni dopo, nel 1979, dal brano I Was Made for Loving You, influenzato dalla disco music.

I lavori da solista e il ritorno con i Kiss

Ace Frehley lasciò i Kiss nel 1982, due anni dopo Criss, per contrasti con Stanley e Simmons dovuti anche al suo abuso di sostanze stupefacenti. Dipendenza che lo portò dietro le sbarre l’anno dopo per guida in stato di ebbrezza dopo un incidente che coinvolse quattro vetture oltre alla sua Delorean. Pur lontano dai Kiss, non lasciò la musica: fondò i Frehley’s Comet, pubblicando un disco heavy metal di discreto successo alla fine degli Anni 80 che lo portò a suonare con Iron Maiden e Alice Cooper. Rientrato alla base nel 1996, con i Kiss registrò solamente un altro disco, Psycho Circus, contribuendo con una canzone e del lavoro strumentale. Negli anni successivi, Ace Frehley ha collaborato con Slash dei Guns n’ Roses e Mike McCready dei Pearl Jam. Nel 2014 i Kiss lo hanno richiamato in tour, salvo ricevere un suo rifiuto.

Spotify, partnership con Sony, Universal e Warner per prodotti IA

Spotify compie un passo significativo verso un’implementazione sempre maggiore dell’intelligenza artificiale nella musica. La piattaforma streaming ha annunciato una partnership con tre importanti etichette discografiche e altre due società del settore per sviluppare prodotti IA pensati per gli artisti e i cantautori al fine di migliorare la loro esperienza e aiutarne la carriera. L’accordo coinvolge Sony Music Group, Universal Music Group e Warner Music Group, oltre al gigante delle licenze Merlin e alla società globale di musica digitale Believe. «È fondamentale che l’industria unisca le forze e agisca congiuntamente per proteggere la creatività e al contempo favorire l’innovazione», ha spiegato la società in un comunicato. «Ci impegniamo a garantire che l’intelligenza artificiale migliori la creatività, crei nuove opportunità per il settore e mantenga gli artisti al centro della musica».

Spotify, prodotti IA per gli artisti seguendo quattro principi

Confermando di voler lavorare al fianco di artisti, autori e titolari dei diritti musicali, la piattaforma streaming ha precisato di voler investire «in modo significativo in ricerca e sviluppo di prodotti basati sull’intelligenza artificiale» che mettano al primo posto i cantautori e la loro carriera. «Troppo spesso sentiamo dire loro che l’IA non sembri pensata per supportare il loro lavoro e i loro fan», ha spiegato Spotify. «Troppo spesso sembrano esperimenti a breve termine per competere con loro, piuttosto che soluzioni per servirli». A tal proposito, l’azienda ha sottolineato di voler seguire quattro principi cardine: in primo luogo una partnership con le etichette, i distributori e gli editori, che conosceranno nel dettaglio ogni nuovo progetto AI prima che questo veda la luce. Affinché ogni artista conservi la sua creatività e libertà di espressione musicale, potrà scegliere se e in quale misura partecipare.

Spotify, partnership con Sony, Universal e Warner per prodotti IA
L’app di Spotify su uno smartphone (Ansa).

«Creeremo prodotti che sappiano generare flussi di entrate completamente nuovi per i titolari dei diritti», ha proseguito Spotify nella nota, confermando l’intento di voler garantire «compensi equi» e un riconoscimento «adeguato al duro lavoro» di ogni artista. Grande attenzione sarà dedicata poi alla connessione tra le star e i loro appassionati, che avranno modo di interagire con i loro idoli con strumenti e opzioni rinnovati e migliorati. L’azienda ha confermato di aver iniziato a creare anche un laboratorio di ricerca sull’IA generativa all’avanguardia e un team di prodotto focalizzato su sviluppo e creazione di tecnologie che riflettano i principi cardine della società e creino nuove esperienze per tutti. «I nostri obiettivi sono garantire che il futuro dell’innovazione musicale avvenga in modo responsabile e invitare le menti migliori dell’IA a contribuire alla sua costruzione».

Le nuove misure di sicurezza basate sull’IA

L’annuncio arriva pochi giorni dopo l’introduzione di nuove misure di sicurezza basate sull’IA sulla piattaforma. Spotify ha rivelato di aver intercettato e prontamente rimosso 75 milioni di tracce spam solamente nell’ultimo anno. Tra le nuove protezioni figura una policy per contrastare i deepfake e la musica fraudolenta caricata sui profili degli artisti oltre a un filtro antispam potenziato per prevenire caricamenti di massa, duplicati e tracce progettate per aumentare con scopi fraudolenti i numeri di stream e pagamenti. «La tecnologia deve essere al servizio degli artisti, non il contrario», ha detto Alex Norström, neo co-presidente di Spotify assieme a Gustav Söderström. «Vogliamo garantire che l’innovazione supporti gli autori, tutelando i loro diritti e rispettando le loro scelte creative».

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Biglietti I-Days 2026, quanto costano e dove comprarli

Tra gli eventi musicali più importanti della scena italiana, gli I-Days accolgono ogni anno una serie di artisti italiani e internazionali che spaziano tra più generi. Rock, pop e rap animano l’estate milanese fra le location dell’Ippodromo Snai La Maura e di quello Snai San Siro, appositamente adibiti per le esibizioni dal vivo di vere e proprie stelle della musica mondiale. Per quanto riguarda i biglietti, sono disponibili online in vendita libera sulle piattaforme di Ticketmaster, Ticketone e Vivaticket. Spesso è possibile accedere, giorni prima, ad alcune presale riservate agli iscritti sull’app dell’evento oppure agli utenti di My Live Nation. Ecco i tagliandi della line-up finora annunciata ma ancora incompleta: nuovi artisti saranno svelati nel corso delle prossime settimane.

I-Days, info e prezzi dei biglietti per i Florence and the Machine

Biglietti I-Days 2026, quanto costano e dove comprarli
Florence Welch sul palco nel 2023 (Ansa).

Il 3 luglio 2026 l’Ippodromo Snai San Siro ospiterà il concerto dei Florence and the Machine, attesi agli I-Days tre anni dopo l’ultima volta. La band britannica, capitanata da Florence Welch, porterà in giro per il mondo il suo ultimo disco, Everybody Scream, su tutte le piattaforme digitali e negli store dal 31 ottobre 2025. Consacratisi con il secondo album Ceremonials, contenente i singoli di successo Shake It Out e Spectrum, hanno inciso anche i brani Hunger, Moderation e lavorato per cinema e tv: sono autori infatti di Jenny of Oldstones de Il Trono di Spade, interpretato dal personaggio di Podrick Payne, e di Call Me Cruella, presente nei titoli di coda del film live action Disney Crudelia. La band ha collaborato anche con diverse star della musica, tra cui Taylor Swift, che li ha scelti per il duetto sulle note di Florida!!! nel disco The Tortured Poets Department.

Per quanto riguarda i biglietti, la prevendita inizierà sull’app degli I-Days giovedì 16 ottobre alle ore 11. Per accedervi, è sufficiente scaricare l’applicazione sugli store e registrarsi gratuitamente. A distanza di 24 ore esatte, potranno procedere all’acquisto gli iscritti a My Live Nation. Per la vendita libera, invece, bisogna aspettare la mattina di lunedì 20 ottobre: appuntamento, anche in questo caso, alle ore 11. L’acquisto sarà possibile su Tickeone, Vivaticket e Ticketmaster.

System of a Down, come acquistare ancora un ticket per il concerto

Biglietti I-Days 2026, quanto costano e dove comprarli
I System of a Down nel 2015 (Ansa).

Primi headliner annunciati per l’edizione 2026 degli I-Days sono stati i System of a Down, attesi in Italia e in Europa nove anni dopo l’ultima volta. La band alternative metal statunitense, capitanata dal frontman Serj Tankian, non rilascia un nuovo album di inediti dal 2005, quando uscì Hypnotize, ma possiede ancora una vasta fan base in tutto il mondo che anima i loro concerti dando vita a show dall’alto tasso scenografico. A testimoniare la passione dei loro supporters, il concerto del 6 luglio all’Ippodromo Snai La Maura è andato quasi interamente sold out in poco tempo: al momento della scrittura di quest’articolo, restano soltanto alcuni pacchetti vip dal costo minimo di 363 euro. Esauriti invece i biglietti nel posto unico da 92 euro e nel gold circle da 138 euro.

I-Days 2026: ecco i primi nomi della line-up

Prende sempre più forma l’edizione 2026 degli I-Days, festival musicale che ogni anno porta a Milano alcuni fra i nomi più importanti della musica italiana e internazionale. La nuova line-up promette la presenza di grandi stelle, dai Foo Fighters ai System of a Down passando per i Florence and the Machine e i Queens of the Stone Age. Tutte le informazioni con le date e i biglietti fra disponibilità e costo in continuo aggiornamento.

I-Days 2026, a Milano arriva il rock dei Foo Fighters

Il 5 luglio sarà il turno dei Foo Fighters, all’Ippodromo Snai La Maura per l’unica tappa italiana del Take Cover Tour 2026 con cui il gruppo dell’ex Nirvana Dave Grohl festeggerà i primi 30 anni di carriera. Gli appassionati potranno ascoltare i grandi capolavori, da My Hero a The Pretender, passando per Learn to Fly e Best of You, fino a Today Song e Asking for a Friend, i nuovi singoli usciti nel corso del 2025. Ad aprire le danze saranno gli Idles, band britannica heavy post-punk capitanata da Joe Talbot e reduce dal nuovo lavoro discografico Tangk, e i Fat Dog, tra i protagonisti emergenti più apprezzati della scena electro-punk. I biglietti saranno in presale sull’app I-Days e per gli iscritti a My Live Nation giovedì 13 novembre, rispettivamente alle 10 e alle 13. Il giorno dopo, alle 10, scatterà la vendita generale su Ticketone, Ticketmaster e Vivaticket.

Florence and the Machine: il ritorno in Italia della band britannica

Già noti anche i primi nomi di chi si esibirà all’Ippodromo Snai San Siro, altra tradizionale location degli I-Days di Milano. Il 3 luglio infatti sarà il turno dei Florence and the Machine, band britannica capitanata da Florence Welch che presenterà dal vivo il nuovo disco, Everybody Scream, uscito il 31 ottobre 2025, il giorno di Halloween. Per gli appassionati sarà un’occasione unica per riascoltare il gruppo londinese a tre anni dal precedente live milanese. In scaletta, verosimilmente, tutte le grandi hit tra cui Spectrum, Cosmic Love, Hunger e Moderation. I biglietti sono disponibili da lunedì 20 ottobre su Ticketmaster, Ticketone e Vivaticket al prezzo di 63,25 euro: sold out il Gold Circle. Presente anche un pacchetto Early Entry Fast Lane che, al costo di 186,25 euro, comprende un biglietto per il Gold Circle e l’ingresso anticipato di 15 minuti per accaparrarsi il posto migliore.

I-Days 2026: ecco i primi nomi della line-up
Florence Welch sul palco nel 2023 (Ansa).

I-Days 2026, il 6 luglio a Milano i System of a Down 

Tre giorni dopo i Florence and the Machine, a Milano tre anni dopo la prima volta del 2023, toccherà all’alternative metal dei System of a Down, band di Los Angeles capitanata da Serj Tankian che tornerà a esibirsi in Italia e in Europa nove anni dopo l’ultima volta. Reduci dal fortunato tour in America, i quattro musicisti di origini armene porteranno sul palco dell’Ippodromo Snai La Maura l’energia dei loro pezzi storici, da Toxicity a B.Y.O.B., passando per le ballad Aerials e Lonely Day. L’evento è già quasi completamente sold out da giorni: online è possibile trovare soltanto alcuni pacchetti vip con una spesa di almeno 360 euro. Con i System of a Down ci saranno anche altre due band, i Queens of the Stone Age e gli Acid Bath.

Chi sono i Queens of the Stone Age, sul palco con i System of a Down a Milano

I-Days 2026: ecco i primi nomi della line-up
Josh Homme dei Queens of The Stone Age (Ansa).

Il 6 luglio 2026 all’Ippodromo Snai La Maura di Milano suoneranno anche i Queens of the Stone Age. Formatasi nel 1996 in California, a Palm Desert, per volontà del chitarrista Joshua Homme, hanno pubblicato otto album in carriera, l’ultimo dei quali nel 2023, In Times New Roman…, e vari Ep: tra questi, Alive in the Catacombs del 2025, che accompagna anche il loro Catacombs Tour che partirà da Milano il 18 ottobre di quest’anno con un concerto al Teatro Lirico Giorgio Gaber. Per i fan sarà un’occasione unica per vedere la formazione statunitense in una veste inedita e profondamente evocativa, che presenterà arrangiamenti nuovi, atmosfere intime e sound radicalmente trasformato rispetto ai consueti live elettrici.

Agli I-Days 2026 ci saranno anche gli Acid Bath

A completare il cast della serata sono gli Acid Bath, attesi da una reunion circa 30 anni dopo il loro scioglimento. Leggenda di culto, la band della Louisiana si formò nel 1991, ma si sciolse già dopo soli sei anni dopo la morte per incidente stradale del bassista Audie Pitre. Capaci di fondere doom metal, hardcore punk e rock gotico, sono formati dal cantante Dax Riggs e da Mike Sanchez e Sammy “Pierre” Duet alle chitarre. Per il nuovo tour, iniziato nell’aprile 2025, vantano come turnisti Alex Bergeron al basso e Zack Simmons alla batteria. In carriera hanno inciso due album, When the Kite String Pops del 1994 e Paegan Terrorism Tactics di due anni dopo.

Twice in Italia a Torino nel 2026: date e biglietti

Il K-Pop continua a conquistare l’Italia. Dopo l’enorme successo delle Blackpink, che nell’estate 2025 hanno infiammato i 50 mila spettatori all’Ippodromo Snai La Maura, il 20 maggio 2026 sarà il turno di un’altra girl band, le Twice. Complesso di nove artiste sudcoreane e giapponesi di età compresa fra i 26 e i 30 anni formatosi in un talent show, si esibirà all’Inalpi Arena di Torino in occasione dell’unica tappa italiana del loro This is For World Tour che accompagna l’ultimo album omonimo e celebra i 10 anni di carriera. Tutti gli Once, il nome della fanbase ufficiale in tutto il mondo, potranno acquistare i biglietti su Ticketone, Ticketmaster e Vivaticket dal 16 ottobre alle ore 10.

Chi sono le Twice, girl band K-Pop in Italia nel 2026

Gli esordi e i primi album

Twice in Italia a Torino nel 2026: date e biglietti
Le Twice al completo sul palco (dal profilo Facebook).

La storia delle Twice non nasce in un garage o per strada, ma all’interno di un talent show. La band, il cui nome riflette l’idea di conquistare il pubblico due volte grazie a musica e presenza scenica, si è formata attraverso un’iniziativa dell’etichetta sudcoreana JYP Entertainment, che nel 2015 ha dato vita al programma Sixteen per selezionarne sette componenti attraverso prove di canto e ballo, oltre che per la loro personalità e capacità di tenere il palcoscenico. A trionfare sono state le sudcoreane Nayeon, Jeongyeon, Jihyo, Dahyun e Chaeyoung e le giapponesi Sana e Mina, cui si sono aggiunte, in via del tutto eccezionale, anche la taiwanese Tzuyu e la nipponica Momo, dando vita all’articolata formazione di nove artiste. Una decisione mal digerita dal pubblico, che si lamentò per il fatto che alcune ragazze eliminate avessero avuto comunque modo di unirsi al gruppo.

All’indomani di Sixteen, le Twice hanno esordito con il profetico The Story Begins. Nel 2016 è arrivato l’Ep Page 2 con il singolo Cheer Up, seguito dalla partecipazione a diversi contest musicali che ha permesso loro di guadagnare sempre più seguito in Corea del Sud. Quello stesso anno, a ottobre, è uscito un ulteriore Ep, Twicecoaster: Lane 1, contenente il singolo One in a Million che da allora è diventata la frase con cui si presentano sempre al pubblico. Il disco ha venduto più di 200 mila copie, diventando l’album K-Pop femminile più redditizio dopo il 2010. Il loro pop luminoso, arricchito con coreografie scenografiche e produzioni di alto livello visivo, ha subito conquistato milioni di ascolti su YouTube e Spotify. Nel 2017 sono usciti Twicecoaster: Lane 2 e Twicetagram, il cui estratto Likey ha totalizzato 100 milioni di views in poco più di un mese.

Il successo mondiale con gli ultimi dischi

Twice in Italia a Torino nel 2026: date e biglietti
Le Twice al completo (dal profilo Facebook).

Caratterizzate da una produzione molto prolifica che conta numerosi album cantati in coreano e in giapponese, nel 2018 hanno rilasciato What is Love? incentrato sulle tribolazioni d’amore da parte delle protagoniste, che raccontano di non aver mai provato il sentimento nella vita reale. Negli anni successivi sono arrivati successi a ripetizione, tra cui Dance the Night e l’ep Fancy You, con il quale hanno tagliato l’incredibile traguardo di 6 milioni di album venduti in tutto il mondo a soli quattro anni dal debutto. Durante il Covid sono arrivati l’Ep More & More a giugno e il disco Eyes Wide Open a ottobre, mentre nel 2021 le nove Twice si sono esibite online nel concerto Twice in Wonderland, trasmesso utilizzando le tecnologie di realtà aumentata.

Nation’s Girl Group in Corea del Sud, solo nel 2025 hanno rilasciato il disco giapponese Enemy e quello in coreano This is For. Per festeggiare i primi 10 anni di carriera, il 13 ottobre la band K-Pop ha rilasciato online un nuovo video musicale, Me + You, in cui rendono omaggio alla loro storia con riferimenti ad alcuni dei più grandi successi della carriera, da Like Ooh Aah a What is Love?.

Taylor Swift, la reputation e l’arte di monetizzare le stroncature

Il nuovo album di Taylor Swift, The Life of a Showgirl, è stato indubbiamente accolto male dalla critica, che l’ha stroncato su tutti i fronti. Ma con tre milioni e mezzo di copie vendute nei primi cinque giorni dall’uscita ha superato il decennale record di 25 di Adele (3 milioni e 482 mila copie vendute in una settimana). The Life of a Showgirl si candida così a entrare nella storia.

Bene o male purché se ne parli

Taylor Swift, parlando delle tante critiche ricevute, certo forte di una fanbase fedelissima e disposta a tutto, ha detto qualcosa che suona come: «Se parli del mio disco, anche se ne parli male, mi stai facendo un favore». Ma in questo caso non si tratta di semplici stroncature, bensì di critiche pesanti. La cantautrice per esempio è stata accusata di aver fatto ricorso a reference troppo evidenti, e di aver utilizzato l’IA per comporre e produrre i brani. Visto il record di vendite e di streaming però il caso The Life of a Showgirl dimostra che una “cattiva reputazione” non è un ostacolo al successo, anzi. Disclaimer: in questo caso con cattiva reputazione non si intende quella dei tanti trapper nostrani che entrano ed escono dal carcere per faccende che fatichiamo ad associare alle canzoni.

Taylor Swift e il ruolo della Reputation

La reputazione, del resto, è sempre stato un fattore centrale nella carriera di Taylor Swift. Quando nel 2009 appena 19enne salì sul palco MTV Video Music Awards  per ritirare il premio per il miglior video femminile per You Belong With Me venne interrotta bruscamente da Kanye West che le strappò il microfono dicendo che quel premio sarebbe dovuto andare a Beyoncé. Un affronto che diede il via a una antipatia a cui Taylor Swift cercò di mettere un punto con l’album Reputation.

MIchielin e la ‘vendetta’ all’Arena

Già Reputation. Non sarà sfuggito come anche Francesca Michielin (e già azzardare un paragone con Taylor Swift è blasfemo) abbia deciso di aprire il concerto autocelebrativo per i suoi 30 anni all’Arena di Verona con una piccola vendetta. Su un maxi schermo sono stati trasmessi prima il video di Andrea Scanzi che la sbertucciava per la nota gaffe a X Factor ( Michielin chiese a un basito Colapesce come fosse stato lavorare con Ivan Graziani, morto da anni) e poi di Giuseppe Cruciani. Il tutto seguito da una rapidissima carrellata di commenti social e di titoli negativi.

Taylor Swift, la reputation e l’arte di monetizzare le stroncature
Francesca Michielin all’Arena di Verona (da Instagram).

Ultimo e quell’antipatia viscerale per i giornalisti

Fatto sta che la formula scelta da Michielin sta all’originalità comunicativa tanto quanto le sue canzoni stanno all’originalità musicale. In almeno due tour Ultimo – uno che ha avuto il coraggio di mandare a quel paese tutta la Sala Stampa del Festival di Sanremo – ha dedicato una canzone ai giornalisti e critici musicali costruendo un mix di titoli di giornale in cui viene stroncato. Nei concerti a San Siro ha voluto essere ancora più esplicito, perculando il settore stampa dello stadio, a suo dire vuoto per l’odio che i giornalisti nutrirebbero, a questo punto forse a ragione, nei suoi confronti (e chi scrive, detto en passant, ha apprezzato il suo sbrocco in Sala Stampa). Questo per dire che costruire su un momento doloroso o una stroncatura una narrazione vincente dell’eroe solitario che ce la fa contro tutto e tutti – nel caso di Ultimo – o che vorrebbe farcela contro tutto e tutti – nel caso di Francesca Michielin – non è certo originalissimo. Con la differenza che Michielin rispetto a Ultimo non si esibisce negli stadi e se ha riempito l’Arena di Verona è perché ha invitato praticamente chiunque canti nel panorama italiano. Unico assente, per ovvie ragioni, Ivan Graziani.

Taylor Swift, la reputation e l’arte di monetizzare le stroncature
Ultimo a San Siro (da Fb).

Quando la stroncatura rafforza il rapporto con i fan

A Taylor Swift l’operazione è riuscita, ma giochiamo in un altro campionato. Ha monetizzato la bocciatura, andando a conquistare un record assoluto proprio con quello che la stampa ha definito il suo album più brutto. Un successo forse dovuto anche a quelle critiche feroci, perché si sa, nulla cementa il rapporto tra una popstar e i suoi fan come la sensazione di essere sotto attacco.

Dolly Parton, l’allarme della sorella: «Pregate per lei»

Preoccupa la salute di Dolly Parton. La sorella della cantautrice country, Freida, ha infatti pubblicato un post sul suo profilo Facebook che solleva diversi timori per le condizioni della star. «Ieri sono stata sveglia tutta la notte a pregare per mia sorella», ha scritto sui social. «Molti di voi sapranno che ultimamente non è al meglio. Credo davvero nel potere della preghiera: chiedo a tutto il mondo che la ama di diventare guerriero e pregare con me». Freida Parton ha poi concluso il messaggio con una nota ottimistica: «È forte e amata. So nel mio cuore che starà benissimo. Buona fortuna, sorellina. Ti vogliamo bene». Qualche ora dopo, ha provato a tranquillizzare i fan con un altro post: «Non volevo spaventare nessuno, ero solo una sorella minore che chiede supporto per la maggiore». La 79enne regina del country si sarebbe dovuta esibire a Las Vegas a dicembre, ma a inizio ottobre ha rimandato i concerti spiegando di doversi sottoporre ad alcune operazioni.

Dolly Parton su Instagram: «Dio mi sta dicendo di rallentare»

A inizio ottobre, Dolly Parton aveva annunciato la cancellazione dei live con breve post sul suo profilo Instagram. «Ho avuto problemi di salute e i miei medici hanno detto che dovrò sottopormi ad alcuni interventi», aveva scritto la diva. «Come ho scherzato, forse è l’ora del mio controllo per le 100 mila miglia, anche se non è il solito viaggio dal chirurgo plastico. Per questo non sarò in grado di provare e mettere insieme lo spettacolo che voglio che vediate e che meritate di vedere. Pagate bene per vedermi esibirmi e voglio essere al meglio per voi. Anche se potrò ancora lavorare a tutti i miei progetti da qui a Nashville, ho solo bisogno di un po’ di tempo». Poi la rassicurazione: «Non preoccupatevi, non smetto: Dio non ha ancora detto nulla a riguardo, ma credo mi stia dicendo di rallentare».

Il 2025 non è stato per Dolly Parton un anno semplice. A marzo aveva infatti dovuto dire addio a Carl Dean, accanto al quale ha trascorso 60 anni della sua vita dal matrimonio nel 1966. Il loro amore ha ispirato il brano Jolene, uno dei più grandi successi nella carriera della diva. Unica artista country ad aver raggiunto la prima posizione nelle classifiche americane almeno una volta per quattro decenni consecutivi, ha venduto oltre 100 milioni di dischi in tutto il mondo. Nel 2024 le sue canzoni hanno collezionato, sommando tutte le piattaforme streaming, più di 3 miliardi di ascolti.

Dolly Parton, l’allarme della sorella: «Pregate per lei»
Dolly Parton in uno scatto sui social (da Instagram).

Perché si sono lasciati i Coma_Cose: crisi, tour flop e progetti solisti

L’incipit perfetto per questo articolo, L’addio non è una possibilità, ce lo hanno fregato loro, Fausto Zanardelli e Francesca Mesiano, fino a ieri semplicemente i Coma_Cose, quindi non si può che prenderne atto e provare a dire qualcosa che non scivoli nel malinconico e neanche nell’ovvio. Perché la notizia che si era rincorsa questa estate – California, questo il nome d’arte di Francesca, vista al mare in Liguria con un altro, e poi tutti quei live un po’ asettici che ne sono seguiti – è diventata reale: i due si sono lasciati. E ci sono svariati motivi per rammaricarsene.

Perché si sono lasciati i Coma_Cose: crisi, tour flop e progetti solisti
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Perché si sono lasciati i Coma_Cose: crisi, tour flop e progetti solisti

Il primo, indubbiamente, è sotto il profilo umano: una coppia che ha raccontato per 10 anni il suo amore nelle canzoni, arrivando pure a mettere in scena la crisi arrivata dopo il primo passaggio sanremese, con L’addio cui si faceva riferimento prima, di colpo non è più una coppia. E non volendo giocare sulla falsa riga della finzione, con la coppia scompare anche il duo artistico, la band, chiamatela come volete. Questo a pochi mesi dal successo incredibile di quella Cuoricini che, partita ancora una volta dalle assi del Teatro Ariston di Sanremo, ha conquistato un po’ tutti, anche a sorpresa Mia Khalifa, che li ha condivisi sui social chiedendo chi fossero questi due che cantavano di «arancini», ricorderete tutti.

Quel gossip estivo che non è mai stato smentito

La fine è arrivata a poche settimane da quel gossip che non è mai stato smentito, da una parte preparando forse il terreno a questa uscita di scena come coppia e band, dall’altra lasciando che le voci si susseguissero, mostrandosi solo sul palco, dove l’intesa si è forse fatta un po’ formale ma è sempre rimasta. E questa cosa del palco – come si legge nel post che hanno pubblicato per salutarci in via definitiva, anche se diciamocelo: chi volete che creda che dopo un addio del genere non si perderanno di vista? – pare essere uno dei principali problemi che ha provocato la rottura, quando dal matrimonio era trascorso un anno preciso preciso. Perché essere una coppia sovraesposta, sempre con un occhio di bue puntato in faccia, deve in effetti essere assai difficile. Ed essere solo quella coppia sovraesposta, rinunciando per stacanovismo alla vita privata, è un peccato che Fausto e Francesca si sono ritrovati a pagare a caro prezzo.

Certo, l’addio che non era una possibilità (ma che oggi è un dato di fatto) arriva al termine di una tournée estiva altalenante: alcune date sono state un bagno di folla, altre un bagno di sangue. L’annuncio che i concerti del 27 ottobre al Forum di Assago e del 30 ottobre al Palasport di Roma sono stati annullati un po’ stona, perché le vendite non stavano andando bene, era un fatto conclamato. E nascondersi dietro un addio per giustificare quello che è comunque un piccolo insuccesso professionale stride, stride eccome.

Perché si sono lasciati i Coma_Cose: crisi, tour flop e progetti solisti
I Coma_Cose a Sanremo (foto Ansa).

Mesi fa, all’uscita di quello che è ormai ufficialmente il loro ultimo albumVita fusa, titolo quantomai azzeccato – si erano lasciati andare a dichiarazioni su un futuro prossimo da separati. Ma in molti, tra gli addetti ai lavori, erano rimasti dubbiosi, perché un successo come Cuoricini andava capitalizzato, oppure si doveva prendere atto che i numeri dello streaming non coincidevano necessariamente con quelli dei live. La storia ci ha detto che i dubbi erano ben riposti.

Mescolare vita privata e pubblica non è sempre una mossa azzeccata

E se superficialmente c’era chi ha parlato di loro, dei Coma_Cose, come dei nuovi Al Bano e Romina, specie per questo ultimo passaggio festivaliero – vaglielo a spiegare che Cuoricini è una canzone che parla d’altro, non d’amore ma di quelle scariche di dopamina che avere i like sui social ci procura, sorta di approvazione sociale di quel che si è e di quel che si fa – è pur vero che proprio le vicende dei due artisti che ci hanno regalato Felicità o Cara terra mia sembrano lì come monito a dirci che mescolare vita privata e vita pubblica non è sempre una mossa azzeccata.

Dovrebbero tenerlo bene a mente Maria Antonietta e Colombre, due cantautori passati dall’indie al pop, che da poco hanno pubblicato il loro primo lavoro comune, dal sintomatico titolo Luna di miele. Ma siccome il mondo della musica è frequentato sempre più spesso da brutte figure, gente che se la tira, maleducata, spocchiosa, il nostro augurio a Francesca e Fausto, due mosche bianche in mezzo a questo panorama apocalittico, è di trovare presto la propria strada. Noi saremo lì ad aspettarli, perché almeno musicalmente gli addii non sono una possibilità.

Radetzky marcia ancora

Lo sbandierato nuovo arrangiamento a cura dei Wiener Philharmoniker lascia a bocca aperta. Ma non per i suoi elementi nuovi o diversi: per la sostanziale sovrapponibilità con il vituperato precedente.

Tanto tuonò che non piovve. Per la Marcia di Radetzky “denazificata”, passare un’altra volta. Fuori dagli inutili tecnicismi e dai dettagli più o meno sottili, lo sbandierato nuovo arrangiamento “a cura dei Wiener Philharmoniker” lascia a bocca aperta. Ma non per i suoi elementi nuovi o diversi: per la sostanziale sovrapponibilità con il vituperato precedente, firmato negli Anni 30 dall’oscuro galoppino nazista Leopold Weninger. Per dirla con le parole della conduttrice della diretta su Radiotre, che quasi è sbottata mentre esplodeva l’ovazione conclusiva, la Marcia in questa nuova revisione è risultata «Tutto sommato appena appena alleggerita nelle percussioni».

IMPROBABILE CHE MUTI FACCIA QUALCHE PASSO IN PIÙ

Lo sconcerto maggiore, si può immaginare, nel mondo della destra sovranista e populista, i cui mezzi di informazione avevano gridato allo scandalo e all’abominio per lo “scippo” della Marcia “nazi style”: prova provata che il tramonto dell’Occidente è in atto, secondo qualche filosofo di complemento. Semmai, dimostrazione del fatto che mai come oggi Oswald Spengler avrebbe bisogno di essere difeso dai suoi sostenitori. A questo punto, comunque, sembra difficile che ci siano cambi nel prossimo futuro. Molto improbabile, ad esempio, che Riccardo Muti, per l’ennesima volta incaricato della direzione l’anno prossimo, faccia qualche passo nella direzione di una più sostanziale “revisione”. Scomparso il nome di Leopold Weninger come arrangiatore, la Marcia continuerà a suonare alle orecchie del pubblico come una volta.

UNA FRUIZIONE ORMAI CRISTALLIZZATA

D’altra parte, è parso chiaro a tutti gli spettatori della differita tv pomeridiana (ma anche della diretta radiofonica) che la modalità della fruizione della Marcia di Radetzky nella “Sala d’oro” del Musikverein di Vienna è ormai non più modificabile. Chi fra le migliaia di richiedenti vince il sorteggio online per i biglietti (così avviene la distribuzione, ad ogni febbraio: tariffe fino a 1.200 euro) vuole battere le mani a tempo e non sente ragione. Si è piegato anche Andris Nelsons, che ha fatto quello che quasi tutti i suoi colleghi in passato hanno fatto: ha “diretto” il pubblico. Anche se nelle settimane prima non era mancato chi aveva annotato che questa modalità di fruizione si riallaccia a consuetudini in voga durante il periodo nazista. Questa volta il battito delle mani era così rumoroso e irrefrenabile da rischiare con il suo frastuono di oscurare i Wiener a pienissimo organico.

SOLO BARENBOIM HA OSATO ZITTIRE IL PUBBLICO

Chi aveva preso le distanze, sia pure a modo suo, era stato Daniel Barenboim nel 2014: se riguardate il video a corredo dell’articolo sulla Marcia pubblicato prima di Natale su Lettera43, vedrete che durante l’esecuzione con battimani, Barenboim fa tutt’altro: gira tra le file dell’orchestra, saluta quasi ogni singolo strumentista, si disinteressa della musica e della sua esecuzione, salvo zittire il pubblico quando esagera.

GLI ERRORI DI COMUNICAZIONE DEI WEINER PHILARMONIKER

Alla fine, di questa curiosa storia a cavallo del passaggio di decennio, resta la sorpresa per come i Wiener hanno prima creato e poi gestito la vicenda, dimostrando che nell’ambito della comunicazione sono lontani dall’eccellenza del loro far musica. Sono stati loro ad accendere i riflettori sulla Marcia di Radetzky, all’insegna di un molto discutibile politically correct, che nelle cose artistiche dovrebbe sempre essere maneggiato con grandissima cautela. Loro hanno annunciato che «finalmente» la Marcia sarebbe stata denazificata, ma mentre la curiosità cresceva insieme alle polemiche, loro hanno vigorosamente tirato i freni, a questo punto nel massimo riserbo. Che dire? Per quel che ci riguarda, molto meglio così. Ma c’era bisogno di tanti inutili proclami?

UNA VERSIONE PIÙ AUTENTICA DELLA MARCIA È DATATA 1848

Che poi, a voler sottilizzare, una versione molto vicina all’idea di Strauss padre esiste ed è a portata di mano: è la primissima edizione per orchestra della Marcia, pubblicata nell’autunno del 1848 e scovata nel 1999 dallo studioso Norbert Rubey alla Biblioteca di Vienna. La versione che vi si ritrova è effettivamente più leggera nella strumentazione e più articolata melodicamente nella sezione centrale. L’unico che la diresse al Concerto di Capodanno fu Nikolaus Harnoncourt, nel 2001. La mise in apertura di concerto, anzi, riservando la chiusura alla versione “tradizionale”. Ne esistono almeno due edizioni discografiche, quella ufficiale di quel Primo dell’anno al Musikverein e quella realizzata con il Concentus Musicus Wien, in cui la Marcia viene proposta in quella che viene definita “urfassung”’. Le differenze, all’ascolto comparato, non sono certo eclatanti. Comunque, più significative rispetto a quanto si è sentito oggi. Se l’adottassero, i Wiener potrebbero a ragione proclamare che l’operazione di “denazificazione” è compiuta. Invece, da quel 2001, la versione originale è svanita dagli orizzonti dell’orchestra Filarmonica di Vienna. Curioso anche questo.

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I migliori dischi del 2019 di cui nessuno vi ha parlato

Una classifica atipica. Di nomi (quasi) mai citati. Dai Cheap Wine e Il Terzo Istante in Italia ai Th' Losin Streaks e New Model Army nel resto nel mondo. Viaggio in un anno da riascoltare.

C’è qualcosa che non va con le classifiche di fine anno: tutti hanno la loro, ma alla fine si assomigliano tutte ed è forte il sospetto di interferenze fin troppo ispiratrici. Allora proviamo noi a stilarne una atipica, di dischi (quasi) mai citati in questi giorni eppure assolutamente significativi del 2019 che già sbadisce; tutti in rigoroso ordine sparso, perché non è questione di preferenze ma di menzioni.

GIORGIA DEL MESE E GLI ALTRI SPLENDIDI OUTSIDER

Tra gli italiani, andiamo a scegliere non i soliti nomi alla moda, ma gli autentici outsider: Giorgia Del Mese, si è appena ripresentata con Moderate Tempeste, lavoro di appena cinque brani ma terribilmente belli, in pratica una sola piccola suite squarciata come la coscienza in cui si parla in faccia al dolore: che risponde, eco dall’anima, figlio della vita. Prodotto mirabilmente da Andrea Franchi. Grande lavoro anche per i sempre autoprodotti Cheap Wine di Pesaro, che con Faces superano ancora loro stessi, aggiungendo profumi e suggestioni alla loro miscela di Americana stravolta in modo unico e risolta da musicisti di squisita caratura. Notevole pure il ritorno di Umberto Maria Giardini, che in Forma Mentis riscopre il grunge e l’hard rock degli inizi con risultati poetici decisamente intensi. Altra proposta sorprendente, davvero sorprendente, quella de Il Terzo Istante, formazione torinese prodotta ancora da Andrea Franchi, capace nei nove pezzi di Estraneo di sviluppare un nuovo concetto di rock d’autore, spiazzante, obliquo, grondante creatività, impreziosito da una apparizione di Paolo Benvegnù (in dirittura d’arrivo col nuovo disco, in uscita tra febbraio e marzo).

E come dimenticare l’autentico capolavoro di Francesco Di Bella, O Diavolo (uscito in effetti alla fine del 2018), nove canzoni inafferrabili tra dub, autore, pop, rock; inafferrabili ma ti afferrano, una dopo l’altra, protese fra Napoli e l’universo, una più splendida dell’altra, in un trionfo di ispirazione quale raramente si incontra in Italia? Siamo anni luce distanti da Sanremo, e non può essere un caso: tutto ciò che passa dall’Ariston, a dispetto delle troppe giurie selezionatrici, è di imbarazzante mediocrità, mentre i vari premi alternativi sono ormai lottizzati allo stesso modo; per non dire di X Factor con relative imitazioni, che sono davvero la tomba della creatività. Quando qualche meraviglioso incosciente oserà ancora mettere in piedi un contro-festival davvero libero, assolutamente impermeabile a suggestioni e sollecitazioni di sorta, con questi ed altri nomi, capaci di ricordarci che la musica italiana esiste ancora, pulsa, chiama: è lì, in attesa che qualcuno se ne accorga?

TRE NOMI GIGANTESCHI (MA NON SOLO)

Nel resto del mondo, si impongono senz’altro tre nomi giganteschi, capaci di sfornare dischi all’altezza della fama: Bruce Springsteen in Western Star torna ad agitare i prediletti fantasmi dei perdenti, i disperati, i corrosi, ma lo fa in una sorprendente veste bacarachiana, e il risultato è spettacolare; quanto a Nick Cave, il suo Ghosteen è senz’altro difficile, lungo, ostico se si vuole, ma importa, e vale, per quello che rappresenta, per l’elegia della sofferenza in punta di sibili, di rimandi, di echi; ed è imprescindibile seppure pesante. Il terzo nome ingombrante che non si può evitare è quello di Iggy Pop, che torna sui passi di un ritiro annunciato per uno dei suoi dischi che rimarranno, lo sperimentale, morboso, jazzistico, autoriale Free, dove Iggy si mette in scia del perduto amico David Bowie e riesce a tenere il confronto.

Un altro album che vale la pena di scoprire o riscoprire è quello di Cass McCombs, cantautore americano 42enne che con Tip of the Sphere tira fuori un lavoro prolisso ma sempre ispirato

Viceversa, un nome che solo qualche nostalgico ricorderà è quello dei Th’ Losin Streaks che dopo 14 anni dall’ultimo disco, e nove dallo scioglimento, si ricoagulano per l’autoironico, almeno nel titolo, This band will self destruct in t-minus. Ma lo scherzo finisce qui. Perché il disco è un furibondo concentrato di garage, avant-punk e rock and roll come non si usa più (a tratti le sonorità sembrano ricordare perfino i Cheater Slicks); da Sacramento con ardore, spettinando Kinks, Troggs e i pensieri di chi ascolterà questo mirabile fiotto di lucida incoscienza. Altra perla misconosciuta, ma da recuperare, quella dei New Model Army, redivivi pure loro, e in che modo!

Con questa esplosione di rock come sempre antagonista, From Here, dalla doppia durata (un’ora, suppergiù) ma mai meno che intenso, urticante, allarmante. Il rock come agitazione, come inquietudine che inquieta, e che, dagli anni Ottanta, non ha perso un solo battito del suo cuore convulso. Cambiando bruscamente genere, un altro album che vale la pena di scoprire o riscoprire è quello di Cass McCombs, cantautore americano 42enne che con Tip of the Sphere tira fuori un lavoro prolisso ma sempre ispirato, con episodi che si dilatano, cullandosi in melodie essenziali e avvolgenti dalle più o meno lunghe digressioni psichedeliche, qualcosa che a tratti richiama l’approccio di un Jonathan Wilson – il quale tornerà a dare notizie di sè con un nuovo album entro la prossima primavera.

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