Viaggio a Macao tra casinò, gondolieri di Venezia e kitsch

Finte calli, finti canali e professionisti importati dalla Laguna. Gli studios di Los Angeles in cartapesta. Ma anche la riproduzione della Tour Eiffel e, a breve, la Londra di Beckham che qui aprirà un nuovo resort casinò. Benvenuti a Cotai strip.

Il piccolo bus n. 15 della Sociedade de Transportes Urbanos saltella tra i dossi e le curve della tortuosa strada costiera lungo l’isola di Coloane che, insieme all’isolotto di Taipa e alla penisola di Macao, forma il territorio di questa antica colonia portoghese che tra un mese, il 20 dicembre, “festeggerà” il ventennale del ritorno alla Cina, dopo quasi 500 anni di dominio lusitano.  

La meta è la Cotai strip una striscia di terra tra Taipa e Coloane. In realtà l’ennesimo, e mastodontico, sbancamento o reclamation (per dirla all’inglese) che ha sottratto al mare un’area incredibilmente vasta, unendo quelle che erano state per secoli due distinte isolette in un unico mostruoso territorio artificiale.

E su questa vasta area è sorto, a partire dal 2007, uno dei più incredibili e allucinanti megaprogetti della nuova Macao cinese.

The Parisian Macao (foto Marco Lupis).

PARISIAN E VENETIAN MACAU: IL TRIONFO DEL KITSCH

Una volta scesi dall’autobus, lo choc lascia letteralmente senza fiato. Non è un sogno né un’allucinazione: ci si trova di fronte a un’incredibile e pacchianissima Tour Eiffel. Siamo a Parisian Macau che con Venetian Macau e la City of Dreams forma il più grande complesso al mondo di casinò, centri commerciali, hotel di extralusso e boutique. 

LA PICCOLA LONDRA DI DAVID BECKHAM

E proprio di fronte a questa Tour Eiffel sorgerà il nuovo mega resort voluto da David Beckham: questa volta sarà una finta Londra a vedere la luce. E a completamento del quadro surreale di questa metropoli del gioco d’azzardo e della finzione, la nuova creatura alberghiera dell’ex stella del calcio britannico esibirà una facciata simil Westminster e persino una grande replica del Big Ben. Gli ospiti verranno letteralmente “avvolti” da una profusione di decorazioni in oro e marmo; Beckham progetterà in prima persona delle concept suite e due piani saranno interamente dedicati alla sartoria su misura. «Avremo di tutto», ha dichiarato il calciatore, «dai nostri taxi neri all’esterno fino alla replica fedele di alcune delle strade più famose di Londra all’interno, come Bond Street e Saville Row».

Macao sta per festeggiare il ventennale del passaggio alla Cina (foto Marco Lupis).

LA RIPRODUZIONE DEGLI STUDIOS

Attualmente le tre strutture esistenti riproducono le vie e i monumenti di Parigi, ma anche le calli e i ponti di Venezia, con i canali pieni di acqua vera e solcati da autentiche gondole, costruite nella città lagunare e spedite a Macao insieme a gondolieri doc. Nella City of Dreams, poi, si può gironzolare in una perfetta riproduzione dei favolosi Studios di Los Angeles, un’area che occupa altre migliaia e migliaia di metri quadri. Un vero e proprio trionfo di “cartapesta” e di cattivo gusto, pieno di finti Ponti di Rialto, finte stradine veneziane, finti bistrot parigini. E poi decine di casinò, dove un esercito di ludopatici giocano ai tavoli verdi e fanno girare le roulette H24, tra una miriade di negozi di ogni genere, lusso e varietà da far sembrare, al paragone, una botteguccia di periferia il più grande dei nostri centri commerciali.

Turisti a Cotai Strip a Macao (foto Marco Lupis).

I NUMERI DA RECORD DI UN SOGNO CHE SEMBRA UN INCUBO

I numeri, del resto, parlano da soli. E mettono paura. Tutto è di proprietà della Las Vegas Sands con la quale anche Beckham è entrato in società per realizzare il suo progetto. L’azionista di maggioranza è il miliardario americano Sheldon Adelson, titolare di un patrimonio personale che la rivista Forbes ha stimato in quasi 34 miliardi di dollari nel 2018. La sola Venetian Macau (senza contare le finte Parigi e Hollywood) occupa un immobile alto 39 piani sulla striscia Cotai. Esteso su un’area di 980 mila metri quadrati, il complesso rappresenta attualmente il più grande casinò al mondo, il più grande hotel a edificio unico in Asia e anche il settimo più grande edificio del Pianeta per superficie.

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La torre principale del complesso è stata terminata nel luglio 2007 e il resort è stato ufficialmente inaugurato il 28 agosto dello stesso anno. Attualmente dispone di 3 mila suite, 110 mila metri quadri di spazio per le convention, 150 mila metri quadri di negozi, 51 mila metri quadri di spazio casinò (con 3.400 slot machine e 800 tavoli da gioco aperti 24 ore su 24) e persino un’arena-stadio coperta da 15 mila posti, per ospitare eventi musicali e sportivi. Tutt’attorno a questo mostruoso complesso si estendono a perdita d’occhio – su quella che fino a meno di 15 anni fa era un’area marina che separava le isolette di Taipa e Coloane – altri giganteschi hotel, case da gioco, centri commerciali, in un continuum che lascia senza parole e senza fiato.

La replica di alcuni monumenti di Parigi a Macao (foto Marco Lupis).

UN PRODIGIO, MA SOLO DELLA TECNICA

Se si riesce a mettere da parte per un attimo l’orrore causato dalla sovrabbondanza di qualsiasi cosa e dal kitsch bisogna ammettere che il complesso, specie la finta Venezia, è incredibile, dal punto di vista della pura realizzazione tecnica e tecnologica.

Venezia riprodotta nei minimi dettagli nell’area di Cotai Strip a Macao (foto Marco Lupis).

Tutto è perfettamente climatizzato e un finto cielo svetta sopra le facciate dei palazzi veneziani in cartongesso, illuminato con un sistema di proiettori dotato di finte nuvole, effetti luminosi e sonori gestiti da un sofisticato software, che simulano in modo incredibilmente realistico il susseguirsi delle ore della giornata e il variare della luce dall’alba al tramonto, fino alla notte. Piogge e temporali compresi.

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I GONDOLIERI IMPORTATI DA VENEZIA

Ci si può facilmente perdere tra le calli di questa finta Venezia. E saltando da un negozio all’altro, capita di mettersi a chiacchierare con i gondolieri, venetissimi e abbigliati in perfetto stile veneziano che rispondono volentieri a qualche domanda.

In quest’area di Macao sorgerà il nuovo resort in stile londinese di Beckham (foto Marco Lupis).

«Còssa vole che el disi, dotór», sussurra un ragazzone alto e pieno di muscoli. «I sghei, se i sghei!», i soldi. «Quando al nostro sindacato a Venezia ci han detto che c’erano i cinesi pronti a pagare un sacco di soldi di stipendio, compreso viaggio, alloggio di lusso e benefit per tutta la famiglia, per venire qui a fare sta pagliacciata…Bè, con la crisi che c’è in Italia, còssa gaveria fà ti al me post? Lei che avrebbe fatto al mio posto?».


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Cosa sappiamo sui metodi di tortura impiegati dalla Cina

Il caso del dipendente consolare Cheng è solo l'ultimo in ordine di tempo. Le testimonianze passate hanno permesso di mettere in fila circa 100 tecniche. Dai morsi di serpente alla famigerata "Panchina della tigre".

Dominic Raab, segretario di Stato per gli Affari esteri del Regno Unito, non ha usato mezze parole: «Il trattamento della Cina nei confronti del signor Cheng equivale a tortura». Così il caso di Simon Cheng, ex dipendente del consolato britannico di Hong Kong, arrestato lo scorso agosto e riapparso dopo essere rimasto nelle mani della Polizia cinese per 15 giorni, rischia di creare un incidente diplomatico tra Pechino e Londra. In un’intervista esclusiva al Wall Street Journal, Cheng ha dichiarato che la polizia segreta cinese lo ha picchiato, privato del sonno e incatenato a bocca aperta mentre cercava di estorcergli informazioni sugli attivisti che guidano le proteste democratiche a Hong Kong. Ma il suo non è certo il primo caso che testimonia dell’uso abituale della tortura da parte del regime cinese, un sistema largamente praticato per estorcere informazioni e false confessioni.

Arrestato a Pechino all’inizio di gennaio 2016 e tenuto in cattività per 23 giorni, anche l’attivista svedese Peter Dahlin ha subito un simile calvario in Cina, quasi tre anni prima che i canadesi Michael Kovrig e Michael Spavor venissero arrestati (sono attualmente ancora detenuti dalle autorità cinesi ormai da quasi un anno). Dahlin, co-fondatore di China Action, una Ong che supporta molti avvocati per i diritti umani in Cina, sostiene che Kovrig – il quale, come lui, è stato catturato a Pechino – sia attualmente detenuto nella stessa struttura in cui avevano rinchiuso lui: una prigione segreta, con quattro piani e due ali indipendenti, nella parte meridionale della capitale cinese. Spavor invece, che viveva e operava nella Cina nordorientale, sarebbe tenuto prigioniero in una struttura diversa.

LA TESTIMONIANZA DELL’ATTIVISTA SVEDESE DAHLIN

Secondo la testimonianza di Dahlin, ai prigionieri vengono applicate diverse forme di tortura. Due poliziotti, alternandosi nel ruolo consolidato di “poliziotto buono e poliziotto cattivo”, lo hanno interrogato in continuazione per giorni. Nella rare pause, due guardie nella sua cella osservavano ogni sua minima mossa, come girarsi nel letto. «Pesanti tende impediscono totalmente alla luce del giorno di penetrare nella cella, mentre le luci restano sempre accese, giorno e notte, privando il detenuto nella nozione del tempo e della possibilità di dormire», ha raccontato. Secondo quando dichiarato da Farida Deif, direttore dell’ufficio canadese di Human Rights Watch (Hrw) “tenere le luci accese con la conseguente privazione del sonno è una delle forme più pesanti di tortura fisica e mentale”.

ALCUNI DETENUTI MUOIONO PER LE TORTURE

Sempre secondo le testimonianze raccolte da Human Rights Watch, il regime cinese usa ogni mezzo a sua disposizione «per mettere a tacere chiunque non sia un cieco sostenitore del Partito comunista al potere». Ai detenuti in Cina vengono somministrate con la forza anche droghe psicotrope. Alcuni vengono stuprati, legati in posizioni dolorose per giorni, affamati, denudati ed esposti al freddo gelido per ore e anche colpiti da forti scariche con bastoni elettrici, per citare solo alcuni deli metodi utilizzati dagli aguzzini cinesi. Applicando una scarica elettrica che può raggiungere i 300 mila volt, i bastoni vengono impiegati per ottenere il massimo effetto su parti sensibili del corpo come la bocca, i genitali, il collo e la pianta dei piedi. In alcuni casi i prigionieri perdono coscienza e muoiono per le conseguenze.

Amnesty ha raccolto dirette testimonianze di quasi 100 diversi metodi di tortura

Secondo le organizzazioni per i diritti umani, l’uso della tortura e degli abusi in Cina contro i gruppi perseguitati rimane dilagante. Alcuni dei metodi di tortura possono essere fatti risalire al Medioevo, mentre altre forme di abuso, come il prelievo forzato di organi, non hanno precedenti nella storia. Il rapporto di Amnesty International intitolato No End in Sight: Torture and Forced Confessions in China ha raccolto dirette testimonianze di quasi 100 diversi metodi di tortura. Questi includono anche alimentazione forzata con urina o feci, ustioni da sigaretta, infezioni di scabbia, isolamento totale, perforatura delle unghie con bastoncini di bambù affilati e morsi di cani o serpenti.

I NOMI IN CODICE DELLE TORTURE

Molti dei metodi di tortura hanno persino dei nomi specifici, come “Piccola gabbia” (la persona viene ammanettata all’interno di una piccola gabbia in modo tale che non possa stare in piedi o sedersi); “Hell Confinement” (un dispositivo costituito da legacci e manette applicato in modo tale che le vittime non possano camminare, sedersi, usare il bagno o nutrirsi); “Covering a Shed” (soffocamento) e “Tortura del trascinamento” (le vittime vengono trascinate ripetutamente su terreni accidentati). C’è poi il metodo considerato il più terribile di tutti, la famigerata “Panchina della tigre“, dove la vittima si siede con le gambe distese e legate strette alla panchina con delle cinghie. Mattoni, o altri oggetti, vengono posti sotto i talloni della vittima, con più strati aggiunti fino a quando le cinghie si rompono, causando un dolore insopportabile.

ANCHE I CRISTIANI “NON ALLINEATI” NEL MIRINO

Il target preferito dai torturatori cinesi è rappresentato, tra gli altri, dai cristiani “non allineati” (quelli che si rifiutano di sottomettersi alla Chiesa di Stato gestita dal Partito Comunista), i buddisti tibetani, i musulmani uiguri, i seguaci del Falun Dafa e gli attivisti democratici o chiunque sospettato di «attività anti-governativa», come i due canadesi ancora detenuti in Cina. L’artista e scultore canadese di origine cinese Kunlun Zhang, che è riuscito a sopravvivere alle torture e a ritornare in Canada, ha raccontato che le guardie gli ripetevano: «Possiamo fare di te qualsiasi cosa senza essere ritenuti responsabili. Se muori, ti seppelliremo e diremo a tutti che ti sei suicidato perché avevi paura di un’accusa criminale».

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Il silenzio degli asinelli

La loro pelle viene utilizzata in Cina per realizzazione di un antico farmaco l'ejiao: ne servono 4,8 milioni di capi all'anno. L'allarme di Donkey Sanctuary: la popolazione mondiale di questi animali potrebbe essere dimezzata in 5 anni.

La metà della popolazione mondiale di asini potrebbe essere spazzata via nell’arco dei prossimi cinque anni: è questo l’allarme lanciato da Donkey Sanctuary, un’organizzazione di beneficenza britannica che si occupa del benessere di questi animali dal 1969. Il motivo risiede nella costante richiesta da parte del mercato cinese della loro pelle, impiegata per la produzione di una medicina tradizionale chiamata ejiao.

LA POPOLAZIONE MONDIALE DI ASINI DIMEZZATA IN CINQUE ANNI

Secondo un rapporto pubblicato dall’organizzazione, ogni anno sono necessari 4,8 milioni di pelli d’asino per soddisfare la domanda delle aziende che producono ejiao. E ammontando la popolazione globale di questi animali ad appena 44 milioni di unità, nell’arco di cinque anni essi corrono il rischio di essere più che dimezzati.

LA CINA SI RIVOLGE ALL’ESTERO PER OTTENERE LE PELLI D’ASINO

Non è un caso, infatti, se il principale consumatore di pelli d’asino al mondo è la Cina, in cui, a partire dal 1992, la popolazione totale di questi animali è calata del 76%. Nella Repubblica popolare, il pellame dei somari viene immerso in acqua calda e bollito fino a ricavarne una specie di gelatina. Questa è poi impiegata nella produzione dell’ejiao, una “medicina” prescritta per combattere diversi tipi di malattie, tra cui l’anemia, le vertigini e l’insonnia.

18 PAESI HANNO PRESO PROVVEDIMENTI

Visto che né le lesioni né le malattie incidono sulla qualità del pellame, questi animali ricevono trattamenti inumani nei Paesi esportatori: vengono, ad esempio, trasportati per lunghe tratte senza ricevere cibo o acqua, oppure trascinati, pur di farli camminare, per le orecchie e per la coda. «Le violazioni sono assolutamente terribili in alcuni dei luoghi in cui i somari vengono macellati per questo commercio», ha infatti confermato Faith Burden, direttore della ricerca e supporto operativo presso il Donkey Sanctuary, «l’entità del problema è molto più seria di quanto pensassimo». Fino a oggi, i Paesi che hanno preso provvedimenti per contrastare l’industria della pelle d’asino sono soltanto 18.

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La Cina “scopre” le patate: è boom di ricette

Tradizionalmente assente nella cucina tradizionale, l'ingrediente è sempre più presente nei piatti del Celeste impero.

Pur non essendo un ingrediente di base della cucina cinese, le patate si stanno tuttavia diffondendo grazie anche ai ricercatori che hanno trovato il modo di utilizzarle in oltre 300 ricette tradizionali come nel pane al vapore e i noodles. La Cina ha la più ampia superficie al mondo dedicata alla coltivazione e alla produzione di patate. Queste però non si adattano alle abitudini alimentari e ai gusti dei cinesi come ingrediente di base, dal momento che non contengono le proteine del glutine e hanno una scarsa duttilità.

LA RICERCA PER INSERIRE LE PATATE NEI PIATTI TRADIZIONALI

Ma i ricercatori dell’Institute of Food Science and Technology of the Chinese Academy of Agricultural Sciences (Caas) ritengono che siano ricche di componenti nutritivi e funzionali e che utilizzarle nei piatti di base potrebbe aiutare a migliorare la salute, oltre ad ottimizzare la struttura agricola cinese, contribuendo ad alleviare le pressioni sulle risorse e sull’ambiente, a garantire la sicurezza alimentare e a realizzare lo sviluppo sostenibile.

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Proteste e torture: alta tensione tra Cina, Usa e Uk su Hong Kong

Il Senato statunitense ha approvato un pacchetto di norme in favore dell'ex colonia. Intanto un ex dipendente del consolato britannico dell'ex colonia denuncia di essere stato torturato.

Altissima tensione tra Cina e Usa su Hong Kong. Il senato americano ha infatti approvato all’unanimità un pacchetto di norme a sostegno dei manifestanti pro-democrazia dell’ex colonia britannica. Pechino «condanna con forza e si oppone con determinazione» alla mossa Usa, che definisce un’interferenza negli affari interni della Cina».

IL DIPENDENTE DEL CONSOLATO BRITANNICO DENUNCIA TORTURE

Intanto Simon Cheng, ex dipendente del consolato Gb a Hong Kong scomparso ad agosto per giorni durante un viaggio a Shenzhen, ha denunciato di essere stato torturato e accusato dalle autorità cinesi di alimentare le proteste pro-democrazia nell’ex colonia. Cheng, 29 anni, ha spiegato ai media stranieri di essere stato bendato e picchiato nella detenzione dalla polizia cinese, ritenendo che identica sorte sia capitata ad altri di Hong Kong. Per la vicenda, il ministro degli Esteri britannico Dominic Raab ha convocato l’ambasciatore cinese Liu Xiaoming.

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Proteste e torture: alta tensione tra Cina, Usa e Uk su Hong Kong

Il Senato statunitense ha approvato un pacchetto di norme in favore dell'ex colonia. Intanto un ex dipendente del consolato britannico dell'ex colonia denuncia di essere stato torturato.

Altissima tensione tra Cina e Usa su Hong Kong. Il senato americano ha infatti approvato all’unanimità un pacchetto di norme a sostegno dei manifestanti pro-democrazia dell’ex colonia britannica. Pechino «condanna con forza e si oppone con determinazione» alla mossa Usa, che definisce un’interferenza negli affari interni della Cina».

IL DIPENDENTE DEL CONSOLATO BRITANNICO DENUNCIA TORTURE

Intanto Simon Cheng, ex dipendente del consolato Gb a Hong Kong scomparso ad agosto per giorni durante un viaggio a Shenzhen, ha denunciato di essere stato torturato e accusato dalle autorità cinesi di alimentare le proteste pro-democrazia nell’ex colonia. Cheng, 29 anni, ha spiegato ai media stranieri di essere stato bendato e picchiato nella detenzione dalla polizia cinese, ritenendo che identica sorte sia capitata ad altri di Hong Kong. Per la vicenda, il ministro degli Esteri britannico Dominic Raab ha convocato l’ambasciatore cinese Liu Xiaoming.

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In Cina non c’è repressione: parola del Blog di Grillo

Mentre il New York Times pubblica documenti che dimostrano la ferocia di Pechino contro gli uiguri dello Xinjiang, l'articolo di Parenti sposa la propaganda di Pechino. E bolla l'inchiesta come una fake news frutto di un complotto.

Proprio mentre il New York Times svela il contenuto di oltre 400 pagine di dossier riservati del governo cinese sulla feroce repressione della minoranza musulmana degli uiguri nella regione dello Xinjiang, grazie a uno straordinario lavoro di giornalismo d’inchiesta e a quella che è una delle più grandi fughe di notizie da Pechino degli ultimi decenni dopo i famosi Tienanmen papers, notizie opposte arrivano da un articolo pubblicato sul “vangelo grillino”, il Blog di Beppe Grillo. 

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LE FAVOLE SULLA PACIFICA CONVIVENZA NELLA REGIONE

Il contenuto dell’articolo è a dir poco sconcertante. È firmato da Fabio Massimo Parenti, professore associato dell’Istituto Internazionale Lorenzo de’ Medici a Firenze, che cita a sua volta un libro scritto proprio sullo Xinjiang da Maria Morigi (i due spesso scrivono insieme), archeologa e insegnante, la quale ha sostenuto, in una recente intervista, che nella regione ci sarebbe «una buona convivenza tra han e uiguri e non si percepisce alcun tipo di discriminazione» («come si legge continuamente sulla stampa occidentale», chiosa di suo Parenti). Mentre, sempre Morigi dice: «Sono rimasta colpita dal plurilinguismo adottato metodicamente in segnali stradali, avvisi, musei, parchi e luoghi pubblici»; «ho verificato che nelle scuole è praticato il bilinguismo per facilitare anche altre minoranze, oltre a quella uigura; assistendo a lezioni collettive in preparazione di eventi pubblici, ho notato quanto i piccoli studenti e gli educatori si impegnino a dare il meglio di sé»… Il Paese dei Balocchi, insomma, altro che feroce repressione!

«NESSUNA PIETÀ»: GLI ORDINI DI XI JINPING

Tra le carte diffuse dal Nyt, invece, ci sono anche alcuni discorsi del presidente Xi Jinping che nel 2014 esortò a non avere «alcuna pietà» nei confronti degli uiguri, e persino un sorta di “manuale” a uso della polizia politica dello Xinjiang per spiegare agli studenti perché i loro cari fossero spariti da casa. Al rientro dal semestre scolastico, gli studenti venivano avvicinati dai poliziotti già alla stazione, dove veniva loro detto che i genitori si trovavano in “scuole di addestramento” del governo, dove non potevano vederli. Nel caso di insistenza dei ragazzi, gli agenti erano autorizzati a minacciarli, per fare loro capire senza troppe allusioni che «dal loro comportamento sarebbe dipesa la lunghezza della permanenza dei genitori nelle “scuole”».

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IL COMPLOTTO ANTI-CINESE SUL BLOG DI GRILLO

L’articolo sul blog di Grillo, invece, si spinge fino ad affermare che «non vi sono corrispondenze reali alle accuse di repressione, se non addirittura di genocidio culturale», svelando poi la tesi finale: le denunce, dicono i due, sono veicolate dalle organizzazioni umanitarie in quanto strumenti di un complotto anti-cinese ordito dagli Stati Uniti. E infatti un capitolo del libro dell’archeologa si intitola «Ong e interventismo umanitario». Tutto dunque sarebbe soltanto una grande operazione di disinformazione americana, ovviamente legata alla competizione commerciale (la cosiddetta guerra dei dazi) in corso tra le due potenze. Insomma, curiosamente, il Blog diffonde ai simpatizzanti del comico genovese una visione distorta della repressione messa in atto da Pechino che corrisponde esattamente a quella veicolata dalla propaganda cinese, riguardo i molti dossier legati a violazioni dei diritti umani in Cina, dallo Xinjiang a Hong Kong.

IL FALLIMENTARE VIAGGIO DI DI MAIO IN CINA

La tesi ricorda curiosamente molto da vicino quella propagandata dai sovranisti sul complotto delle ong che salvano i migranti in mare, che sarebbero in realtà manovrate da potentati stranieri ostili (con a capo, ovviamente, il “solito” Soros) per un folle progetto di  “sostituzione etnica” nel nostro Paese. Idiozie, per essere educati, si diranno in molti, nell’uno e nell’altro caso. Ma certo non sembra causale che l’articolo-farsa sul Blog di Grillo esca proprio poco dopo il recente – e per più versi fallimentare- viaggio di Luigi di Maio in Cina, dove il nostro ineffabile ministro degli Esteri si è distinto in dichiarazioni sui fatti di Hong Kong capaci di far arrossire Ponzio Pilato («la politica dell’Italia è quella della non interferenza negli affari interni di alti Paesi» ha detto).

LE VISITE “GUIDATE” DEL GOVERNO DI PECHINO

Ovviamente la realtà della tragedia del popolo uiguro in Cina è ben diversa da quanto propagandata da Grillo & Co. Sulla base delle denunce, ben più articolate e documentate dell’articolo su citato, che si basano su informazioni verificate, sui numerosi dossier di ong e sulle testimonianze dirette raccolte dai giornalisti (tutte «credibili» a parere dell’Onu), la Cina sta portando avanti da anni nella regione un piano per la detenzione di massa e la trasformazione socio-culturale, con tutte le caratteristiche del vero e proprio genocidio. La cosa più incredibile è che nessuno dei due studiosi, autori delle sconcertanti dichiarazioni contenute nell’articolo apparso sul Blog di Grillo, ha mai potuto visitare autonomamente la regione, quindi non ha mai avuto la possibilità di verificare la versione del governo cinese.  Parenti, infatti, ammette con imbarazzante candore di essere stato nello Xinjiang recentemente, nel corso di un viaggio di quattro giorni «organizzato dal governo cinese», dove – manco a dirlo – non avrebbe notato «niente di particolarmente rilevante». Dal canto suo, Morigi scrive direttamente di avere avuto «anche l’opportunità di visitare varie moschee e un importante istituto di studi islamici» e di essere venuta a conoscenza «del fatto che in Xinjiang esistono più moschee pro capite che in qualsiasi altro Paese al mondo». Tutto a posto dunque.

L’ESEMPIO DELLA COREA DEL NORD

Nessuno dei due studiosi, insomma, sembra essere stato sfiorato dal dubbio che nei viaggi organizzati dal governo cinese siano stati manovrati dall’efficiente macchina della propaganda che ha mostrato loro solo ciò che voleva far vedere e ha “venduto” notizie e dati “politicamente opportuni”. Un po’ come faceva la Corea del Nord quando invitava i giornalisti nei rari viaggi-stampa dove facevano incontrare solo nordcoreani belli, puliti e felici, che ripetevano a memoria la favoletta della Nord Corea «paradiso socialista del Pianeta». E dire che – per quell’ironia sicuramente involontaria che spesso ci mette lo zampino – l’articolo del blog di Grillo è pubblicato proprio nella sezione che si chiama: “Cervelli”.

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La propaganda cinese contro Hong Kong ora passa da PornHub

Bloccati su YouTube e social network, diversi utenti hanno iniziato a pubblicare sulla piattaforma per adulti video contro i manifestanti pro-democrazia.

La propaganda cinese ha trovato nuovo veicolo: PornHub. Twitter, Facebook e YouTube da mesi chiudono profili di giovani cinesi impegnati a diffondere online propaganda contro i manifestanti di Hong Kong. Per questo molti di loro hanno scelto di passare al sito per adulti più frequentato del mondo.

Pechino da mesi è impegnata in una vasta campagna di disinformazione contro gli attivisti pro-democrazia, che da giugno presidiano le strade dell’ex colonia per chiedere maggiore democrazia. Fin dalle prime manifestazioni i media di Stato cinesi hanno descritto tutti i manifestanti come violenti separatisti. Quasi subito le principali piattaforme hanno bloccato l’onda della Repubblica popolare, in particolare YouTube ha chiuso oltre 210 canali che diffondevano video che suggerivano un coordinamento internazionale delle proteste in ottica anti-cinese.

DECINE DI FILMATI SUI MANIFESTANTI

Il 12 novembre, ha scritto Quartz, Shu Chang, nota commentatrice con oltre 3 milioni di follower sul social cinese Weibo, ha raccontato che lei e altri utenti cinesi hanno iniziato a caricare filmati patriottici direttamente su PornHub. «YouTube non ci lasciava caricare questo genere di video, quindi non potevamo fare altro che passare su PornHub», ha spiegato Chang. Effettivamente navigando nel sito con chiavi di ricerca del tipo “Hong Kong rioters” si trovano decine di video che mostrano manifestanti in azione o scene di guerriglia.

IL PROFILO CHE SI DICHIARA VICINO ALLA GIOVENTÚ COMUNISTA

Uno dei profili più attivi è “CCYL_central“. Secondo la scheda presente nel sito, la pagina è stata creata tre mesi fa e stando al nome indicato farebbe capo alla “Lega della Gioventù Comunista Cinese“, anche se non è possibile stabilire un vero legame con l’organizzazione giovanile della Repubblica popolare. In totale, il profilo ha caricato 11 video tra i quali stralci di servizi della tivù di Stato cinese, la Cctv, frammenti di manifestazioni pro-Pechino per le vie di Hong Kong e video di propaganda dell’esercito. Fra gli altri dati disponibili anche quello del libro preferito, indicato come The Governance of China, opera del presidente cinese Xi Jinping.

L’ATTIVISMO DELL’AMERICANO NATHAN RICH

Nella piattaforma, ha notato Quartz, è presente anche un video dal titolo Rioters (Cockroach) in Hong Kong, già apparso su YouTube per mano di Nathan Rich, un americano che vive in Cina e da tempo diffonde video critici contro i manifestanti. Il filmato mostra uno degli episodi più gravi dell’11 novembre quando un cittadino pro-Pechino è stato dato alle fiamme da alcuni manifestanti. «I cittadini cinesi», dice Rich nel video, «rischiano la vita se mostrano di essere in disaccordo con i fascisti di Hong Kong», apostrofati poi anche come «terroristi».

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Perché la Cina ha paura del dissidente Joshua Wong

L'evoluzione da provocatore adolescenziale a lobbista internazionale e politico emergente fa della sua biografia un caso davvero unico. Per questo il giovane attivista di Hong Kong è tra i più temuti dal regime di Pechino.

Magro, quasi esile. A 23 anni ha sempre la stessa faccia da adolescente di quando ne aveva soltanto 15 e già era alla guida di un movimento politico senza precedenti. Lo sguardo però, quello si è indurito da allora.

Sarà stato il carcere, dove chi aveva paura di lui, il governo di Hong Kong, è riuscito a rinchiuderlo per un po’. Sarà perché ormai teme per la propria vita. I suoi occhi non hanno più quell’incoscienza di allora, quella degli inizi, dell’epoca della cosiddetta Rivolta degli ombrelli.

Joshua Wong, questo giovane uomo, dall’aspetto di eterno ragazzino, ha paura ormai. Perché a sua volta fa paura a un gigante mondiale che si chiama Cina.

IL BOICOTTAGGIO COSTANTE DI PECHINO

Wong, con quel suo aspetto sempre un po’ sparuto, vagamente etereo, ormai è considerato il nemico pubblico numero 1 del regime più potente del Pianeta, che è anche uno dei più repressivi. Tanto che una sua visita in Italia, annunciata per la fine del mese alla Feltrinelli di Milano, nei giorni scorsi aveva subito provocato una reazione durissima del portavoce del ministero degli Esteri cinese, Geng Shuang, che si era lamentato formalmente con il nostro Paese affermando tra l’altro – senza mai nominarlo per nome – che «questa persona, invitata da parte italiana, è un attivista per l’indipendenza di Hong Kong, e noi ci opponiamo fermamente a ogni ingerenza straniera negli affari interni della Cina. Hong Kong è una questione interna cinese e fa parte della Cina!».

Non c’è dubbio, il timido Joshua fa paura: molta paura

Il 12 novembre al nostro ministero degli Esteri è arrivata la comunicazione ufficiale che il tribunale di Hong Kong ha negato a Wong – che tecnicamente si trova in «libertà su cauzione» accusato di «manifestazione non autorizzata» – il permesso di espatrio per venire in Europa. Qualche settimana fa aveva escluso la sua candidatura alle prossime elezioni distrettuali del 24 novembre.

La vetrina di una banca vandalizzata durante le proteste a Hong Kong (foto Epa/Jerome Favre).

Non c’è dubbio, il timido Joshua fa paura: molta paura. A settembre, invitato in Germania, una sua stretta di mano con il ministro degli Esteri tedesco, Heiko Maas, aveva scatenato l’ira dei cinesi, al punto che Pechino aveva subito convocato l’ambasciatore per protesta. La visita in Italia rischiava di causare più di qualche imbarazzo al governo italiano, specie a Luigi Di Maio, che a Shanghai, dove aveva incontrato di recente il presidente cinese Xi Jinping, si era esibito in una pilatesca dichiarazione, liquidando la questione di Hong Kong come problema «interno alla Cina, nel quale noi non vogliamo interferire».

LA CARRIERA DA DISSIDENTE COMINCIATA A 15 ANNI

Ma chi è Joshua Wong e perché riesce a fare tanta paura a Pechino? L’evoluzione da provocatore adolescenziale a lobbista internazionale e politico emergente fa della sua biografia un caso davvero unico. La lotta per il futuro di Hong Kong attraversa praticamente tutta la giovane vita di Joshua. Nato nell’ottobre del 1996, un anno prima che l’ex colonia britannica venisse restituita alla Cina attraverso un accordo che garantiva alla regione amministrativa speciale mezzo secolo di autonomia relativa, non ha potuto conoscere il dominio inglese e avrà cinquant’anni quando quel tempo finirà e Hong Kong entrerà in un’era imprevedibile.

La nostra guerra continuerà finché non avremo democrazia rappresentativa e garanzie sulle libertà fondamentali a Hong Kong

Joshua Wong

Nessuno sa se, nel 2047, Hong Kong manterrà le sue libertà uniche o sarà obbligata a un più stretto allineamento con le regole estremamente restrittive delle libertà fondamentali in vigore nella madrepatria cinese. Le dimostrazioni di quest’anno sono l’ultimo atto di un malessere dalle radici remote: il malessere di una generazione che ha conosciuto il sapore della democrazia e non vuole – e non sa – più farne a meno. «Finché Xi Jinping, governerà la Cina, noi non vediamo nessuna soluzione», ha detto di recente Wong, «la nostra guerra continuerà finché non avremo democrazia rappresentativa e garanzie sulle libertà fondamentali a Hong Kong. Se necessario, andrà avanti all’infinito».

Joshua Wong (ANSA/AP Photo/Michael Sohn, File).

Nel 2011 Wong ha 15 anni, studia in un liceo cristiano e fonda insieme ad altri il movimento Scholarism per opporsi alla riforma dell’istruzione detta «Educazione Morale Nazionale». Secondo Joshua si tratta di un progetto di «lavaggio del cervello» per rendere inoffensive le nuove generazioni di Hong Kong inculcando negli studenti i valori del Partito comunista cinese e il rifiuto di un sistema democratico. Così lui e altri adolescenti cominciano a raccogliere firme per strada, varano campagne di protesta, usano i social, dove un post di Joshua ottiene centinaia di migliaia di like. Incontra C.Y. Leung, allora a capo del LegCo, il Legislative Council o “miniparlamento” di Hong Kong, sempre controllato da Pechino. Il movimento ottiene un primo importante risultato: la riforma scolastica viene ritirata. Ma è poca cosa, Joshua e i ragazzi di Hong Kong vogliono di più.

IL CARCERE NEL 2018 E LA NOMINA PER IL NOBEL PER LA PACE

Nel giro di due anni sarà sempre lui a guidare la più imponente protesta nella storia della città: Il Movimento degli Ombrelli, che scuote le fondamenta di Hong Kong. Il 29 settembre 2014, dopo un discorso incendiario pronunciato da Joshua la sera prima, un centinaio di studenti occupa la centralissima piazza dove si trova palazzo del governo, e subito scendono in strada migliaia di persone. La polizia usa lacrimogeni, gli studenti rispondono riparandosi dietro gli ombrelli. Bloccheranno il centro di Hong Kong per mesi.

Man mano che la sua fama e influenza crescevano all’estero, secondo molti osservatori la sua leadership in patria diminuiva

Joshua Wong viene arrestato e imprigionato con l’accusa di assemblea illegale, accusato da Pechino di essere un agente degli Stati Uniti e nominato per il premio Nobel per la pace nel 2018. L’anno prima Il filmmaker Joe Piscatella gli aveva dedicato un bellissimo documentario – disponibile su Netflix Joshua: Teenager vs. Superpower, vincitore del World Cinema Audience Award al Sundance Festival. Da allora il destino e l’immagine di Wong hanno subito un curioso paradosso: man mano che la sua fama e influenza crescevano all’estero, secondo molti osservatori la sua leadership in patria diminuiva.

AD HONG KONG LA SPIRALE DI VIOLENZA AUMENTA

Gran parte del lavoro di Wong in questi ultimi mesi, del resto, si è rivolto verso un pubblico internazionale, nella speranza di ottenere dall’estero il sostegno necessario al movimento, per una svolta decisiva. Ma le notizie degli ultimi giorni, terribili, drammatiche, dicono che le speranze che ciò accada si affievoliscono ogni giorno di più mentre ormai la protesta si incancrenisce, alimentando una spirale di violenza che sembra senza via d’uscita.

Ormai Wong ha assunto il ruolo di una sorta di statista o portavoce internazionale del movimento

Antony Dapiran, scrittore di Hong Kong

Antony Dapiran, scrittore di Hong Kong che ha pubblicato per Penguin La Città della protesta, storia del dissenso a Hong Kong, dice: «Mentre durante le precedenti campagne Wong era stato visto da molti come un leader, questa volta non è stato visto in quel modo dai manifestanti sul campo. Ormai ha assunto il ruolo di una sorta di statista o portavoce internazionale del movimento». Un ruolo che evidentemente fa molta paura al gigante cinese, al punto da spingerlo fino alle dichiarazioni ufficiali contro di lui, alle proteste diplomatiche.

Un manifestante di Hong Kong dà fuoco a un cumulo di rifiuti.

Poco dopo essere stato rilasciato dal carcere e in procinto di partire per gli Stati Uniti e la Germania, rispondendo in fretta alle domande dei giornalisti, che insistevano perché concedesse più tempo, Wong ha risposto: «Non abbiamo più tempo. Siamo in emergenza, le banche e i negozi chiudono e le persone fanno provviste di cibo in casa. Ci sono file ai per ottenere denaro dai bancomat… Se La Cina non capisce che deve darci ascolto, che deve sedersi a un tavolo e dialogare con i cittadini di Hong Kong, finiremo tuti insieme nel baratro, noi e loro. Per questo lo slogan che urliamo nelle manifestazioni dice: “Se brucio io, bruci con me!”».

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Parlamentari pro-democrazia arrestati a Hong Kong

Accusati di aver ostacolato i lavori parlamentari durante la discussione sulla legge sull'estradizione in Cina, sono stati rilasciati dopo qualche ora su cauzione. Se condannati, rischiano fino a un anno di carcere.

Sei parlamentari pro-democrazia sono stati arrestati ad Hong Kong con l’accusa di aver ostacolato i lavori parlamentari a maggio 2019, quando era discussione la contestata legge sull’estradizione in Cina che ha innescato cinque mesi di proteste e violenze tra polizia e manifestanti nell’ex colonia britannica. Nonostante siano stati rilasciati su cauzione dopo qualche ora, la mossa, all’indomani della morte di uno studente ferito nelle manifestazioni, rischia di far crescere ulteriormente la rabbia nell’attesa dell’11 novembre, giorno in cui i parlamentari dovranno presentarsi in tribunale. Se saranno condannati, rischiano fino ad un anno di carcere.

PREGHIERE, FIORI E CANDELE PER LO STUDENTE MORTO

Il 9 novembre la collera ha lasciato il posto al dolore per Chow Tsz-lok, lo studente di 22 anni morto per le gravi ferite riportate alla testa cadendo da un parcheggio una settimana prima, durante l’ennesima notte di scontri con la polizia. Migliaia di persone si sono riunite in preghiera e hanno lasciato candele, fiori bianchi e gru di carta, diventate uno dei simboli della proteste. «Hong Kong libera», «La gente di Hong Kong vuole vendetta», gridavano i partecipanti tra i quali qualche irriducibile col volto coperto. «La gente di Hong Kong può essere colpita ma mai sconfitta», ha detto uno di questi rivolgendosi alle persone riunite. La veglia, una delle poche autorizzate dalle forze dell’ordine nelle ultime settimane di manifestazioni, si è svolta in modo pacifico nonostante la notizia poche ore prima dell’arresto dei sei parlamentari, rilasciati poche ore dopo su cauzione. Un settimo, Lam Cheuk-ting, è stato invitato a presentarsi in una stazione di polizia ma si è rifiutato. «Se credete che io abbia violato qualche legge, venite a prendermi», ha dichiarato alla stampa accusando la polizia di aver agito ad arte per posporre o cancellare le elezioni per il rinnovo del consiglio distrettuale in programma il 24 novembre, considerato un banco di prova per il governo di Carrie Lam e un messaggio a Pechino. Accusa alla quale ha replicato il ministro di Hong Kong per gli affari costituzionali, Patrick Nip, spiegando come gli arresti siano stati eseguiti sulla base di indagini e non hanno nulla a che vedere col voto.

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