La situazione della centrale nucleare in Iran dopo il terremoto

Preoccupazione per l'impianto atomico di Bushehr, vicino alla costa del Golfo, dove è stato avvertito un sisma di magnitudo 4.5. Epicentro a 17 chilometri a Sud-Est di Borazjan. Non si registrano notizie di danni o vittime.

La fine del mondo è qui? Dal Medio Oriente sono arrivate in sequenza notizie da scenario apocalittico: nel giorno della controffensiva lanciata da Teheran in risposta all’attacco americano, in Iran è precipitato un aereo ucraino poco dopo il decollo ed è stato pure registrato un terremoto di magnitudo 4.5.

PROFONDITÀ DI 10 CHILOMETRI

La preoccupazione è alta anche perché il sisma dell’8 gennaio ha colpito una zona del Paese vicina a un impianto nucleare. L’Istituto geofisico americano (Usgs) ha indicato che l’epicentro è stato localizzato a 17 chilometri a Sud-Est di Borazjan, a una profondità di 10 chilometri. Non ci sono notizie di danni o vittime.

L’UNICO IMPIANTO ATOMICO DEL PAESE

Il terremoto ha colpito un’area a meno di 50 km dall’impianto atomico iraniano di Bushehr, vicino alla costa del Golfo. Secondo l’agenzia di stampa Irna il sisma è stato avvertito proprio nella città che ospita l’unica centrale nucleare del Paese.

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La situazione della centrale nucleare in Iran dopo il terremoto

Preoccupazione per l'impianto atomico di Bushehr, vicino alla costa del Golfo, dove è stato avvertito un sisma di magnitudo 4.5. Epicentro a 17 chilometri a Sud-Est di Borazjan. Non si registrano notizie di danni o vittime.

La fine del mondo è qui? Dal Medio Oriente sono arrivate in sequenza notizie da scenario apocalittico: nel giorno della controffensiva lanciata da Teheran in risposta all’attacco americano, in Iran è precipitato un aereo ucraino poco dopo il decollo ed è stato pure registrato un terremoto di magnitudo 4.5.

PROFONDITÀ DI 10 CHILOMETRI

La preoccupazione è alta anche perché il sisma dell’8 gennaio ha colpito una zona del Paese vicina a un impianto nucleare. L’Istituto geofisico americano (Usgs) ha indicato che l’epicentro è stato localizzato a 17 chilometri a Sud-Est di Borazjan, a una profondità di 10 chilometri. Non ci sono notizie di danni o vittime.

L’UNICO IMPIANTO ATOMICO DEL PAESE

Il terremoto ha colpito un’area a meno di 50 km dall’impianto atomico iraniano di Bushehr, vicino alla costa del Golfo. Secondo l’agenzia di stampa Irna il sisma è stato avvertito proprio nella città che ospita l’unica centrale nucleare del Paese.

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Aereo ucraino precipita dopo il decollo all’aeroporto di Teheran

Almeno 176 morti. Prima la causa individuata in un problema tecnico, poi il governo ucraino ha annunciato la creazione di una commissione. La maggior parte dei passeggeri a bordo erano cittadini iraniani diretti a Kiev.

Strage all’aeroporto di Teheran. Un Boeing 737 dell’Ukraine International Airlines è precipitato subito dopo il decollo. Nessun superstite: i morti sono almeno 176. La maggior parte dei passeggeri (82) erano cittadini iraniani diretti a Kiev. A bordo c’erano anche 63 canadesi, 11 ucraini, 10 svedesi, quattro afgani, tre tedeschi e tre britannici. Degli 11 ucraini deceduti, nove erano membri dell’equipaggio.

LA CAUSA DEL DISASTRO SAREBBE UN PROBLEMA TECNICO

Secondo i media russi l’aereo era partito alle 5 del mattino ed è precipitato in un campo alla periferia di Teheran. Le autorità locali hanno indicato un problema tecnico come causa dell’incidente, quelle ucraine in un primo momento hanno escluso che l’incidente sia stato causato da un attacco terroristico. Ma una dichiarazione pubblicata sul sito web dell’ambasciata ucraina in Iran secondo cui lo schianto era stato causato da un guasto a un motore è stata modificata precisando che tutte le informazioni saranno fornite da una commissione ufficiale.

«NESSUNA CONCLUSIONE PRIMA DELLA COMMISSIONE»

Anche il premier ucraino Aleksey Goncharuk ad un briefing ha esortato a «non costruire versioni fino alle conclusioni definitive della commissione». E se Berlino ha chiesto di fare chiarezza sulle dinamiche dell’incidente, per il ministero dei Trasporti iraniano, un motore avrebbe preso fuoco. In ogni caso, Teheran non darà a Boeing le scatole nere del velivolo. Il capo dell’aviazione civile Ali Abedzadeh non ha specificato in quale Paese saranno inviate per essere analizzate.

GLI USA VIETANO AI VOLI COMMERCIALI DI ENTRARE NELLO SPAZIO AEREO IRANIANO

Intanto la US Federal Aviation Administration ha vietato a tutti i voli commerciali di entrare nello spazio aereo iraniano e iracheno, dopo l’attacco contro le basi militari americane in Iraq. Sottolineato il «rischio» di «possibili errori di calcolo» in caso di lancio di missili.

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L’Iran ha bombardato due basi americane in Iraq

Una pioggia di missili ha colpito i compound di al-Asad e di Erbil. I morti sarebbero almeno 80, ma Washington non conferma. Soldati italiani in salvo nei bunker. Atteso un discorso di Trump. Khamenei: «Schiaffo agli Usa, ora devono andarsene».

Almeno 80 morti e 200 feriti. Sarebbe questo il primo bilancio – secondo fonti iraniane – dell’attacco missilistico compiuto nella notte tra il 7 e l’8 gennaio dalle forze armate di Teheran contro due basi militari in Iraq che ospitano soldati americani. È l’operazione ‘Soleimani Martire‘, lanciata dalla teocrazia sciita per vendicare il generale ucciso dagli Stati Uniti all’aeroporto internazionale di Baghdad. I missili sono partiti esattamente alla stessa ora: l’1.21. Ma occorre distinguere tra la propaganda e la realtà.

Da Washington, infatti, per il momento non è arrivata nessuna conferma sulla presenza di morti e feriti statunitensi, che potrebbero anche non esserci affatto. Mentre l’esercito iracheno ha negato che ci siano vittime tra le proprie fila. Secondo la Cnn, inoltre, che cita fonti delle agenzie di sicurezza, gli iracheni sarebbero stati avvertiti in anticipo dell’attacco e a loro volta avrebbero avvisato gli americani. In Borsa volano le quotazioni del petrolio e quelle dell’oro, ma i mercati non sembrano temere un aggravamento del conflitto.

La Guida suprema dell’Iran, l’ayatollah Ali Khamenei, ha parlato di uno «schiaffo in faccia agli Stati Uniti, ma non è ancora abbastanza. La loro presenza, che è fonte di corruzione nella regione, deve finire. Hanno causato solo guerre e distruzioni». Sulla stessa linea il ministro della Difesa, Amir Hatami: «Ci siamo vendicati, le prossime risposte saranno proporzionate a quello che faranno loro». L’obiettivo finale resta «l’espulsione» delle truppe americane.

NEL MIRINO LE BASI DI AL-ASAD E DI ERBIL

Le verifiche sui reali effetti del raid sono quindi ancora in corso. Di sicuro c’è solo che una pioggia di missili cruise e di missili balistici a corto raggio – almeno 22 – si è abbattuta contro la base di al-Asad e contro quella di Erbil. Qui il personale del contingente militare italiano, composto da circa 400 persone, si è rifugiato nei bunker. Il ministero della Difesa ha confermato che sono tutti illesi e che «i mezzi e le infrastrutture in uso ai nostri militari non hanno subito danni».

Dove si trovano le due basi colpite dai missili iraniani (fonte: Cnn).

TRUMP TWITTA: «VA TUTTO BENE»

Lo stesso presidente americano Donald Trump sta ancora valutando le conseguenze dell’offensiva e un suo discorso alla nazione è atteso in giornata. Ma circa un’ora e mezza dopo l’attacco, nella notte americana, ha twittato: «Va tutto bene, fin qui tutto bene». Diverse ore più tardi i membri del team per la sicurezza nazionale sono arrivati alla Casa Bianca. Presenti il capo di Stato maggiore Mark Milley, il consigliere per la sicurezza nazionale Robert O’Brien e il vice presidente Mike Pence.

ROUHANI: «SOLEIMANI HA DIFESO L’EUROPA DALL’ISIS»

I Pasdaran iraniani, da parte loro, hanno annunciato che «la feroce vendetta» per l’uccisione di Soleimani è iniziata. La base di al-Asad, in particolare, sarebbe stata «completamente distrutta». Anche a Teheran è atteso un discorso del presidente Hassan Rouhani, che sempre su Twitter ha già dichiarato: «Il generale Soleimani ha difeso l’Europa dall’Isis. La nostra risposta finale alla sua uccisione consisterà nel cacciare tutte le forze americane dalla regione».

ZARIF: «È LEGITTIMA DIFESA»

Mentre il ministro degli Esteri, Javad Zarif, è stato più morbido. L’Iran «ha agito per legittima difesa contro un attacco terroristico. Non vogliamo un’escalation o la guerra, ma ci difenderemo contro ogni aggressione». Concetto ribadito dall’ambasciatore all’Onu, Majid Takht-e Ravanchi: «Non vogliamo la guerra, ma ci riserviamo il diritto all’autodifesa e prenderemo tutte le necessarie e proporzionate misure contro ogni uso della forza».

MINACCE A DUBAI E ISRAELE

Le forze armate iraniane hanno comunque minacciato «azioni ancora più devastanti» se gli Stati Uniti dovessero rispondere al raid missilistico. L’avvertimento dei Pasdaran è chiaro: «Se l’Iran dovesse essere attaccato sul suo territorio, Dubai, Haifa e Tel Aviv verranno colpite». Fonti vicine agli Hezbollah libanesi, inoltre, hanno confermato che nei prossimi giorni si terrà a Teheran una riunione dei movimenti politici e dei gruppi armati filo-iraniani sparsi in Medio Oriente, impegnati nel «contrastare l’occupazione americana nella regione».

L’UE: «SIAMO ESTREMAMENTE PREOCCUPATI»

Le reazioni della comunità internazionale non si sono fatte attendere. L’Alto rappresentante per la politica estera dell’Unione europea, Josep Borrell, ha detto che «i recenti sviluppi della situazione in Medio Oriente sono estremamente preoccupanti. Una cosa è chiara: l’attuale situazione mette a rischio gli sforzi della coalizione anti-Isis. Non c’è alcun interesse ad aumentare questa spirale di violenza». La presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, ha aggiunto che occorre «salvaguardare l’accordo sul nucleare iraniano, oggi più importante che mai perché è l’unico luogo in cui possiamo sedere insieme a russi e cinesi per parlare dei rischi che stiamo affrontando».

TEL AVIV AL FIANCO DEGLI USA

Molto più dura la posizione del premier israeliano Benyamin Netanyahu: «Chiunque cercherà di colpirci riceverà a sua volta un colpo estremamente potente. Il generale Soleimani era responsabile della morte di numerosissimi innocenti e ha contribuito a destabilizzare diversi Paesi. Siamo completamente dalla parte degli Stati Uniti».

LE MILIZIE FILO-IRANIANE PRONTE A COLPIRE

Si fanno sentire anche le milizie filo-iraniane operative in Iraq. Qaïs al-Khazali, uno dei leader del gruppo Hashed al-Shaabi (Forze di Mobilitazione Popolare), ha affermato che «la prima risposta iraniana all’assassinio del comandante martire Soleimani è avvenuta». Adesso «è giunto il momento per la prima risposta irachena all’assassinio del comandante martire Abu Mahdi al-Muhandis», referente delle Forze di Mobilitazione Popolare che ha trovato la morte assieme a Soleimani.

L’ITALIA CONDANNA GLI ATTACCHI

Il ministro degli Esteri italiano, Luigi Di Maio, ha pubblicato un post su Facebook: «Seguiamo con particolare preoccupazione gli ultimi sviluppi e condanniamo l’attacco da parte di Teheran. Si tratta di un atto grave che accresce la tensione in un contesto già critico e molto delicato. In queste ore difficili esprimo a nome del governo anche tutta la mia vicinanza ai nostri militari e li ringrazio».

LA FRANCIA CHIEDE DI INTERROMPERE IL CICLO DI VIOLENZE

Mentre il ministro degli Esteri francese, Jean-Yves Le Drian, da una parte ha condannato gli attacchi condotti dall’Iran «contro postazioni della coalizione anti-Isis», confermando «solidarietà agli alleati». Ma dall’altra ha sottolineato anche «l’attaccamento alla sovranità e alla sicurezza dell’Iraq». Per Parigi «la priorità dev’essere più che mai la de-escalation. Il ciclo di violenze va interrotto».

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L’Iran ha bombardato due basi americane in Iraq

Una pioggia di missili ha colpito i compound di al-Asad e di Erbil. I morti sarebbero almeno 80, ma Washington non conferma. Soldati italiani in salvo nei bunker. Atteso un discorso di Trump. Khamenei: «Schiaffo agli Usa, ora devono andarsene».

Almeno 80 morti e 200 feriti. Sarebbe questo il primo bilancio – secondo fonti iraniane – dell’attacco missilistico compiuto nella notte tra il 7 e l’8 gennaio dalle forze armate di Teheran contro due basi militari in Iraq che ospitano soldati americani. È l’operazione ‘Soleimani Martire‘, lanciata dalla teocrazia sciita per vendicare il generale ucciso dagli Stati Uniti all’aeroporto internazionale di Baghdad. I missili sono partiti esattamente alla stessa ora: l’1.21. Ma occorre distinguere tra la propaganda e la realtà.

Da Washington, infatti, per il momento non è arrivata nessuna conferma sulla presenza di morti e feriti statunitensi, che potrebbero anche non esserci affatto. Mentre l’esercito iracheno ha negato che ci siano vittime tra le proprie fila. Secondo la Cnn, inoltre, che cita fonti delle agenzie di sicurezza, gli iracheni sarebbero stati avvertiti in anticipo dell’attacco e a loro volta avrebbero avvisato gli americani. In Borsa volano le quotazioni del petrolio e quelle dell’oro, ma i mercati non sembrano temere un aggravamento del conflitto.

La Guida suprema dell’Iran, l’ayatollah Ali Khamenei, ha parlato di uno «schiaffo in faccia agli Stati Uniti, ma non è ancora abbastanza. La loro presenza, che è fonte di corruzione nella regione, deve finire. Hanno causato solo guerre e distruzioni». Sulla stessa linea il ministro della Difesa, Amir Hatami: «Ci siamo vendicati, le prossime risposte saranno proporzionate a quello che faranno loro». L’obiettivo finale resta «l’espulsione» delle truppe americane.

NEL MIRINO LE BASI DI AL-ASAD E DI ERBIL

Le verifiche sui reali effetti del raid sono quindi ancora in corso. Di sicuro c’è solo che una pioggia di missili cruise e di missili balistici a corto raggio – almeno 22 – si è abbattuta contro la base di al-Asad e contro quella di Erbil. Qui il personale del contingente militare italiano, composto da circa 400 persone, si è rifugiato nei bunker. Il ministero della Difesa ha confermato che sono tutti illesi e che «i mezzi e le infrastrutture in uso ai nostri militari non hanno subito danni».

Dove si trovano le due basi colpite dai missili iraniani (fonte: Cnn).

TRUMP TWITTA: «VA TUTTO BENE»

Lo stesso presidente americano Donald Trump sta ancora valutando le conseguenze dell’offensiva e un suo discorso alla nazione è atteso in giornata. Ma circa un’ora e mezza dopo l’attacco, nella notte americana, ha twittato: «Va tutto bene, fin qui tutto bene». Diverse ore più tardi i membri del team per la sicurezza nazionale sono arrivati alla Casa Bianca. Presenti il capo di Stato maggiore Mark Milley, il consigliere per la sicurezza nazionale Robert O’Brien e il vice presidente Mike Pence.

ROUHANI: «SOLEIMANI HA DIFESO L’EUROPA DALL’ISIS»

I Pasdaran iraniani, da parte loro, hanno annunciato che «la feroce vendetta» per l’uccisione di Soleimani è iniziata. La base di al-Asad, in particolare, sarebbe stata «completamente distrutta». Anche a Teheran è atteso un discorso del presidente Hassan Rouhani, che sempre su Twitter ha già dichiarato: «Il generale Soleimani ha difeso l’Europa dall’Isis. La nostra risposta finale alla sua uccisione consisterà nel cacciare tutte le forze americane dalla regione».

ZARIF: «È LEGITTIMA DIFESA»

Mentre il ministro degli Esteri, Javad Zarif, è stato più morbido. L’Iran «ha agito per legittima difesa contro un attacco terroristico. Non vogliamo un’escalation o la guerra, ma ci difenderemo contro ogni aggressione». Concetto ribadito dall’ambasciatore all’Onu, Majid Takht-e Ravanchi: «Non vogliamo la guerra, ma ci riserviamo il diritto all’autodifesa e prenderemo tutte le necessarie e proporzionate misure contro ogni uso della forza».

MINACCE A DUBAI E ISRAELE

Le forze armate iraniane hanno comunque minacciato «azioni ancora più devastanti» se gli Stati Uniti dovessero rispondere al raid missilistico. L’avvertimento dei Pasdaran è chiaro: «Se l’Iran dovesse essere attaccato sul suo territorio, Dubai, Haifa e Tel Aviv verranno colpite». Fonti vicine agli Hezbollah libanesi, inoltre, hanno confermato che nei prossimi giorni si terrà a Teheran una riunione dei movimenti politici e dei gruppi armati filo-iraniani sparsi in Medio Oriente, impegnati nel «contrastare l’occupazione americana nella regione».

L’UE: «SIAMO ESTREMAMENTE PREOCCUPATI»

Le reazioni della comunità internazionale non si sono fatte attendere. L’Alto rappresentante per la politica estera dell’Unione europea, Josep Borrell, ha detto che «i recenti sviluppi della situazione in Medio Oriente sono estremamente preoccupanti. Una cosa è chiara: l’attuale situazione mette a rischio gli sforzi della coalizione anti-Isis. Non c’è alcun interesse ad aumentare questa spirale di violenza». La presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, ha aggiunto che occorre «salvaguardare l’accordo sul nucleare iraniano, oggi più importante che mai perché è l’unico luogo in cui possiamo sedere insieme a russi e cinesi per parlare dei rischi che stiamo affrontando».

TEL AVIV AL FIANCO DEGLI USA

Molto più dura la posizione del premier israeliano Benyamin Netanyahu: «Chiunque cercherà di colpirci riceverà a sua volta un colpo estremamente potente. Il generale Soleimani era responsabile della morte di numerosissimi innocenti e ha contribuito a destabilizzare diversi Paesi. Siamo completamente dalla parte degli Stati Uniti».

LE MILIZIE FILO-IRANIANE PRONTE A COLPIRE

Si fanno sentire anche le milizie filo-iraniane operative in Iraq. Qaïs al-Khazali, uno dei leader del gruppo Hashed al-Shaabi (Forze di Mobilitazione Popolare), ha affermato che «la prima risposta iraniana all’assassinio del comandante martire Soleimani è avvenuta». Adesso «è giunto il momento per la prima risposta irachena all’assassinio del comandante martire Abu Mahdi al-Muhandis», referente delle Forze di Mobilitazione Popolare che ha trovato la morte assieme a Soleimani.

L’ITALIA CONDANNA GLI ATTACCHI

Il ministro degli Esteri italiano, Luigi Di Maio, ha pubblicato un post su Facebook: «Seguiamo con particolare preoccupazione gli ultimi sviluppi e condanniamo l’attacco da parte di Teheran. Si tratta di un atto grave che accresce la tensione in un contesto già critico e molto delicato. In queste ore difficili esprimo a nome del governo anche tutta la mia vicinanza ai nostri militari e li ringrazio».

LA FRANCIA CHIEDE DI INTERROMPERE IL CICLO DI VIOLENZE

Mentre il ministro degli Esteri francese, Jean-Yves Le Drian, da una parte ha condannato gli attacchi condotti dall’Iran «contro postazioni della coalizione anti-Isis», confermando «solidarietà agli alleati». Ma dall’altra ha sottolineato anche «l’attaccamento alla sovranità e alla sicurezza dell’Iraq». Per Parigi «la priorità dev’essere più che mai la de-escalation. Il ciclo di violenze va interrotto».

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All’America non piace la guerra di Trump contro l’Iran

Manifestazioni in 80 città degli Stati Uniti dopo l’omicidio mirato di Soleimani. Si teme una nuova palude in Medio Oriente. Mentre i dem alla Camera annunciano una risoluzione per limitare il presidente.

In più di 80 città degli Usa si manifesta contro lo strike al generale iraniano Qassem Soleimani. Davanti alla Casa Bianca un migliaio di pacifisti ha condannato il gigantesco azzardo di Donald Trump, e tra loro come sempre da tempo è spiccata un’infervorata Jane Fonda.

DE NIRO CONTRO I PIANI DEL «GANGSTER»

L’attrice e attivista americana che negli Anni 70 si mobilitò contro la palude del Vietnam protesta per scongiurare il «nuovo Vietnam in Medio Oriente». Che milioni di americani temono e che Teheran promette giurando vendetta. Robert De Niro, che a Trump non le manda a dire, è convinto iniziare una guerra sia «l’unico modo» per il «gangster» di «farsi rieleggere».

ALTRI ATTI PER INTERDIRE THE DONALD

Guarda caso con il 2020 si è aperto al Senato il processo per l’impeachment, dove a sorpresa il falco repubblicano John Bolton si è fatto avanti per testimoniare come chiesto dai dem. Se non altro il finimondo scatenato in Medio Oriente oscura la campagna mediatica internazionale sulla messa in stato di accusa di Trump. Eppure proprio l’omicidio mirato di Soleimani in Iraq innesca altri atti per interdire il presidente.

STRIKE LEGITTIMO? DUBBI ANCHE OLTREOCEANO

Diversi esperti di diritti umani e strateghi contestano alla Casa Bianca la «liceità» dell’uccisione di un alto comandante militare, in un Paese terzo, come nel caso di Soleimani. Un «atto di guerra (non la reazione «di difesa» rivendicata dalla segreteria di Stato Usa) anche per l’ex consigliere del presidente Jimmy Carter durante la crisi degli ostaggi all’ambasciata Usa di Teheran Gary Sick, tra i massimi conoscitori americani dell’Iran. L’argomentazione di un «attacco terroristico imminente» pianificato da Soleimani contro gli Stati Uniti – dossier dichiarato coperto da segreto di Stato – lascia perplessi anche Oltreoceano. Tecnicamente gli omicidi mirati, anche di figure statali del calibro del comandante delle forze all’estero al Quds dei Guardiani della rivoluzione, sono ammessi dall’articolo 2 della Costituzione Usa sulla legittima difesa – ma in circostanze limitatissime. A patto che sia pressoché certa la minaccia imminente.

Iran Soleimani Trump caos Usa
Americani contro la guerra all’Iran di Trump, Usa. (Getty).

NANCY PELOSI TORNA ALLA CARICA

L’incaricata dell’Onu sulle esecuzioni extragiudiziali Agnes Callamard, che ha appena guidato l’inchiesta sull’omicidio di Jamal Khashoggi, chiede «trasparenza» dalla Casa Bianca, su un atto estremo – anche per conseguenze – sul quale l’Amministrazione è tenuta a rendicontare. Anche per l’esperta di intelligence, ed ex advisor dell’Onu, Hina Shamsi quanto finora affermato da Trump e dal suo accondiscendente segretario di Stato Mike Pompeo non è convincente come giustificazione: «Se ci sono più informazioni il presidente deve prendersi la responsabilità di diramarle. Non possiamo tirare a indovinare». Per i dem lo strike a Soleimani è «dinamite in una polveriera», ha esclamato l’ex vicepresidente Joe Biden. Mentre la presidente della Camera Nancy Pelosi – già promotrice dell’impeachment – ha annunciato al voto dell’assemblea a maggioranza democratica una risoluzione «sui poteri di guerra per limitare le azioni militari del presidente».

LA LETTERA SUL RITIRO AMERICANO DALL’IRAQ DIFFUSA PER ERRORE

Un testo per riaffermare la «responsabilità di supervisione del Congresso. Rendendo obbligatoria, in assenza di ulteriori azioni parlamentari, la fine entro 30 giorni delle ostilità militari contro l’Iran», ha anticipato Pelosi. Tenuto conto dell’«attacco «provocatorio e sproporzionato» che «ha messo in serio pericolo i nostri militari, i nostri diplomatici e altri, rischiando una grave escalation di tensione con l’Iran». Il riferimento è alle migliaia di rinforzi mandate dagli Usa con ponti aerei a inizio 2020, in aggiunta alle migliaia di unità già presenti in Medio Oriente. Quando ancora alla fine dell’anno la Casa Bianca premeva per smantellare questi contingenti, dopo il repentino disimpegno dalla Siria. Un clima schizofrenico: dopo lo strike di Soleimani, circola in Rete una misteriosa lettera per la Difesa irachena del Comando generale Usa sul «riposizionamento delle unità» per un «ritiro sicuro», nel «rispetto della sovranità irachena». «Diffusa per errore», ha ammesso il Pentagono, «ma esistente».

Iran Soleimani Trump caos Usa
In Times Square, a New York, contro le guerre di Trump in Medio Oriente. GETTY.

DAL PENTAGONO ALT ALLA MINACCIA VERSO I SITI CULTURALI

La Germania e altri Paesi europei hanno iniziato a «snellire» i contingenti in Iraq, l’Italia a «riposizionare» le sue unità fuori dalle basi Usa attaccate a colpi di mortaio. La Nato in sé si è distaccata pubblicamente dall’operazione contro Soleimani «decisa solo dagli Usa». Mentre anche Oltreoceano il Pentagono ha smentito platealmente la minaccia di rappresaglia, diffusa e rilanciata via Twitter dal presidente americano, di «colpire i siti culturali», contraria alle leggi internazionali sui conflitti armati. Tutto il mondo si è levato contro i raid su Persepoli e sulla ventina di siti persiani patrimonio dell’umanità dell’Unesco: un crimine di guerra in base alla Convenzione dell’Aia del 1954. Ma le migliaia di americani in piazza chiedono di più per le Presidenziali del 2020: «Stop alle bombe in Iraq» e «militari fuori da tutto il Medio Oriente», prima che l’Iran e le sue milizie sciite alleate li caccino col sangue. Il 2 gennaio negli Usa era in programma una trentina di cortei nel weekend, per l’impeachment di Trump.

IMPEACHMENT E IRAN: PROTESTE A CATENA

I razzi del 3 gennaio contro Soleimani e il leader degli Hezbollah iracheni Abu Mahdi al Muhandis hanno moltiplicato le contestazioni. Numeri che in America non si vedevano dalla guerra in Iraq del 2003. A Times Square a New York, davanti alla Trump Tower a Chicago, a Memphis, Miami, San Francisco: contro il flagello di Trump il popolo dei pacifisti – e non solo – è in moto come ai tempi del Vietnam. Un caos anche Oltreoceano, dove lo choc mondiale provocato da Trump sull’Iran si somma alle acque agitate per l’impeachment. È doppio combustibile per le sessioni infuocate del Congresso. Non casuale, in proposito, è il sì di Bolton a parlare per la messa in stato di accusa del presidente: i dem considerano un loro trionfo il passo dell’ex advisor (silurato) di Trump alla Sicurezza nazionale. E nessuno, anche tra i repubblicani, converrebbe come la Casa Bianca che con la morte di Soleimani gli americani «sono più sicuri». Tranne probabilmente Bolton, ma neanche la guerra all’Iran di Trump lo ha placato.

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I soldati italiani lasciano Baghdad ma restano in Iraq

I nostri uomini sono stati trasferiti in una zona più sicura. La Germania invece è pronta al ritiro. La Nato sospende temporaneamente l'attività di addestramento sul campo.

La Nato ha confermato il proprio impegno in Iraq anche se le attività di addestramento sono «temporaneamente sospese». Lo ha detto il segretario generale dell’Alleanza atlantica Jens Stoltenberg al premier iracheno Adil Abdul Mahdi. «Gli alleati Nato», ha sottolineato Stoltenberg, «rimangono fortemente impegnati nella missione in Iraq che sta contribuendo a rafforzare le forze irachene e impedire il ritorno dell’Isis».

LEGGI ANCHE: Tredici scenari per vendicare Soleimani

La discussione, è la precisazione, si è incentrata sulla «situazione della sicurezza nella regione e sulle implicazioni per la missione di addestramento non combattente della Nato in Iraq». Il segretario generale ha quindi ricordato che «l’addestramento delle forze locali è uno strumento prezioso per la stabilità e la lotta al terrorismo internazionale» e ha assicurato che l’attività di addestramento sul campo è «temporaneamente sospesa, ma è pronta a continuare quando la situazione lo permetterà». Riguardo alla situazione regionale Stoltenberg ha riferito che gli «alleati hanno chiesto moderazione e una de-escalation e che l’Iran si astenga da ulteriori provocazioni».

LA GERMANIA VERSO IL RITIRO DELLE TRUPPE

Intanto sul campo è cominciato il riposizionamento. La Germania ritirerà alcune delle sue truppe schierate in Iraq nell’ambito della della coalizione anti-Isis. Circa 30 soldati di stanza a Baghdad e Taji saranno trasferiti in Giordania e in Kuwait, ha detto un portavoce del ministero della Difesa alla Afp, aggiungendo che il ritiro «inizierà presto».

L’ITALIA STA PIANIFICANDO UNA PARZIALE RIDISLOCAZIONE

«Nessuna ipotesi di ritiro dei militari italiani», ha dichiarato invece il ministero della Difesa italiano. Come scritto da La Stampa, i nostri soldati hanno lasciato la base americana a Baghdad, da due giorni sotto il tiro dei mortai per essere trasferiti in un luogo più sicuro. Il quartier generale della Coalizione internazionale che opera in Iraq «al momento sta pianificando una parziale ridislocazione degli assetti al di fuori di Baghdad», ha confermato lo Stato Maggiore della Difesa precisando che ciò «non rappresenta un’interruzione della missione e degli impegni presi» dall’Italia con i partner internazionali e che la decisione è stata presa a «livello di coalizione internazionale». La pausa delle attività di addestramento e l’eventuale ridislocazione dei militari italiani dalle zone di operazione irachene, sottolinea infatti lo Stato Maggiore della Difesa, «rientra nei piani di contingenza per la salvaguardia del personale impiegato» e dipendono «solo dalle misure di sicurezza adottate»: dunque «non rappresentano una interruzione della missione e degli impegni presi con la coalizione». Lo Stato Maggiore ricorda inoltre che «gli stati di allertamento e le misure di sicurezza sono decise a livello di coalizione internazionale in coordinamento con le varie nazioni partner».

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La battaglia tra Haftar e Serraj per il controllo di Sirte

Il generale della Cirenaica è entrato nella città un tempo base dell'Isis in Libia: scatta la controffensiva del governo di Tripoli.

«Le forze dell’operazione al Bunyan al Marsous, che hanno sconfitto l’Isis a Sirte, mobilitano i propri uomini e mezzi per lanciare un contrattacco a Sirte per respingere i gruppi armati di Haftar che hanno preso il controllo della maggior parte della città», si legge in un tweet del The Libya Observer in riferimento al lancio di una controffensiva del governo di Tripoli per la ripresa delle posizioni perse sulle forze del generale Khalifa Haftar, che il 6 gennaio hanno annunciato di aver preso il controllo della città costiera di Sirte.

LA MISSIONE EUROPEA MORTA IN PARTENZA

Il caos libico ha inghiottito anche l’attesa missione europea, mentre le truppe di Erdogan forniscono al premier Sarraj una sponda consistente. Il primo gruppo di soldati di élite turchi è sbarcato a Tripoli e l’iniziativa dell’Unione europea, complici, probabilmente, i problemi di sicurezza e l’evoluzione dello scenario mediorientale, sta sfumando.

Ma il pressing della diplomazia non si ferma, e questa sera il ministro degli Esteri Luigi Di Maio ha incontrato a cena a Roma l’Alto rappresentante dell’Unione Europea per gli Affari esteri Josep Borrell. Al centro del colloquio, a quanto si apprende, i vari dossier, tra cui l’Iran ma anche la crisi libica, sulla quale i due hanno ribadito nettamente che non esiste soluzione militare. Borrell ha assicurato a Di Maio che al Consiglio Affari Esteri di venerdì si parlerà di Libia.

L’ATTACCO ALL’ACCADEMIA MILITARE

Il sanguinoso attacco all’Accademia militare di Hadaba che ha provocato una trentina di morti attribuita, tra voci e smentite, alle forze di Haftar, ha dato il colpo definitivo a qualsiasi possibilità di garantire la sicurezza alla missione europea. E stamattina il ministro degli Esteri del governo di Tripoli Mohamed Siala ha reso noto che il governo di Tripoli aveva chiesto alla delegazione Ue un rinvio della missione. Nella cui efficacia forse Sarraj non aveva particolare fiducia.

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Le minacce dell’Iran agli Usa durante i funerali di Soleimani

Milioni di persone in strada. Per dare l’ultimo saluto al generale Qassem Soleimani, per invocare giustizia e vendetta, per gridare..

Milioni di persone in strada. Per dare l’ultimo saluto al generale Qassem Soleimani, per invocare giustizia e vendetta, per gridare ancora una volta «morte all’America». Mentre il corteo funebre del comandante delle forze Quds raggiungeva Teheran, la capitale si riempiva di una folla eterogena, fatta di radicali e moderati, uniti per una volta nel dolore e nel rancore. Presenti anche esponenti di Hamas e della Jihad islamica, insieme all’ayatollah Ali Khamenei, guida Suprema dell’Iran, che in lacrime sul feretro del suo comandante ha guidato la preghiera.

La folla ha chiesto vendetta, sventolando immagini di Soleimani e del vice capo di Hash al-Shaabi, Abu Mahdi al-Muhandis, gridando slogan contro gli Stati Uniti, la Gran Bretagna e Israele. Soleimani era una figura che metteva d’accordo tutti, in Iran, e anche da morto continua a compattare il popolo, sebbene non manchino ancora le voci critiche nei suoi confronti. L’effigie del presidente Donald Trump è stata esposta in Enghelab Street con una corda al collo. Secondo Zeniab, figlia di Soleimani, le famiglie dei soldati statunitensi di stanza in Medio Oriente «dovrebbero aspettarsi la morte dei loro figli». Ali Akbar Vlayati, consigliere di Khamenei, ha promesso «un altro Vietnam» agli americani nel caso in cui non dovessero ritirare le loro forze dalla regione, confermando che «nonostante le vanterie dell’ignorante presidente degli Stati Uniti, l’Iran intraprenderà un’azione di ritorsione contro la stupida mossa degli americani che li farà pentire».

UNA LISTA COI PROSSIMI OBIETTIVI

Dopo i primi raid contro obiettivi americani in Iraq e il voto del parlamento di Baghdad a favore dell’espulsione delle truppe americane dal territorio nazionale, la preoccupazione a livello internazionale resta altissima. Il tabloid israeliano Yediot Ahronot ha pubblicato una lista delle più significative eliminazioni avvenute nella Regione negli ultimi anni, accompagnandola a un’altra coi nomi di chi potrebbe seguire il destino di Soleimani. Tra questi ultimi figurano Hassan Nasrallah (Hezbollah), Sallah al-Aruri e Mohammed Deif (Hamas), Ziad Nakhale (leader della Jihad islamica). Una lista che continua a gettare benzina sul fuoco dopo le minacce di Trump di colpire 52 siti in Iran.

ISRAELE CONVOCA IL CONSIGLIO DI SICUREZZA

Il premier israeliano Benyamin Netanyahu ha convocato il Consiglio di difesa del governo per il pomeriggio del 6 gennaio, allo scopo di esaminare le ripercussioni dell’uccisione di Soleimani, mentre dall’Iran sono giunte negli ultimi giorni alcune minacce di ritorsione nei confronti di Israele. Di fronte alla delicatezza del momento, Netanyahu ha ordinato ai ministri di non esprimersi sugli ultimi sviluppi in Iran. Ma è stato lui stesso, nella seduta settimanale di governo tenutasi il 5 gennaio, a lodare Trump «per aver agito con determinazione, potenza e velocità» in questo frangente. Intanto ai confini Nord e Sud di Israele l’esercito mantiene uno stato di vigilanza, anche se negli insediamenti civili di frontiera la vita prosegue normalmente.

CONTE: «SERVE UN’AZIONE EUROPEA»

Il presidente del Consiglio italiano Giuseppe Conte, intervistato da Repubblica, ha invocato un intervento comune europeo nella vicenda: «La nostra attenzione deve essere concentrata a evitare un’ulteriore escalation, che rischierebbe di superare un punto di non ritorno». Secondo Conte «è prioritario promuovere un’azione europea forte e coesa per richiamare tutti a moderazione e responsabilità, pur nella comprensione delle esigenze di sicurezza dei nostri alleati». E sui militari italiani nella regione, ha affermato che svolgono una funzione essenziale: «Faremo il possibile per garantirne la sicurezza». Posizione critica quella assunta dal governo tedesco nei confronti di Trump. Le sue minacce, dicono da Berlino, «non sono di grande aiuto».

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Le rotte dell’immigrazione clandestina che preoccupano il Marocco

A Rabat la questione migratoria sta diventando sempre più urgente. Gli ultimi naufragi agitano la monarchia. Che fatica a gestire gli arrivi dal Sahara occidentale. Il reportage.

Nel mezzo della notte, almeno un paio di enormi barconi di legno chiamati Kayoko prendono il largo dalla spiaggia di Nador, nel Nord del Marocco, una delle città della regione del Rif. «Ormai succede sempre più spesso, nonostante siano stati intensificati i controlli», racconta un membro della direzione generale della Sicurezza nazionale. A Rabat, la questione migratoria sta diventando sempre più urgente e, sebbene per mesi non sia stata considerata una emergenza, ora le cose stanno cambiando.

UN TERZO DELLE VITTIME DELL’IMMIGRAZIONE CLANDESTINA È MAROCCHINO

A scuotere gli apparati della monarchia sono stati gli ultimi morti denunciati dalla Ong Alarm Phone: a metà dicembre sono stati recuperati sette cadaveri, almeno 20 i dispersi su 63 persone che sono state tratte in salvo. «Si parla sempre di Libia e di Tunisia ma mai di Marocco. Eppure è anche dalle nostre coste che si comincia a partire in massa», spiega Amal El Ouassif, assistente di ricerca in Relazioni internazionali e Geopolitica presso il Centro politico per il Nuovo Sud del Marocco. Un recente rapporto dell’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (Oim) ha rivelato che i marocchini rappresentano oltre un terzo delle vittime dell’immigrazione clandestina e circa otto vittime su 10 non vengono recuperate. Secondo i dati raccolti nel rapporto, relativi al 2019, 425 persone sono annegate durante la navigazione tra Marocco e di Spagna e Italia, 240 migranti sono morti nelle acque dell’Oceano Atlantico nel tentativo di raggiungere le coste delle Isole Canarie spagnole. Ancora,146 persone sono morte nell’affondamento di barche nello stretto di Gibilterra e 228 nel Mare di Albran, l’area del mare tra Al Hoceima e Oujda nel Nord-Est del Marocco verso il Sud-Ovest dell’Andalusia, che si estende tra le province di Granada e Almeria.

Molte rotte migratorie dall’Africa sub-sahariana terminano qui in Marocco, sono migranti che attraversano il Sahara occidentale. Arrivano dal Mali, dal Niger, dalla Mauritania

Amal El Ouassif, Centro Politico per il Nuovo Sud del Marocco

«Molte rotte migratorie dall’Africa sub-sahariana terminano qui in Marocco», spiega Amal, «e sono migranti che attraversano il Sahara occidentale. Arrivano dal Mali, dal Niger, dalla Mauritania dove i carovanieri sono diventati trafficanti di uomini». Questa tratta è poco raccontata ma milioni di storie arrivano ugualmente sulle spiagge del Marocco, sulle coste di Nador ma anche di Al Hoseyma, sempre nella zona del Rif, e di Larache, porto nel Nord del Paese. In quelle zone sono stati intensificati i controlli e proprio qualche notte fa sono state bloccate 25 persone pronte a salpare. Dalla direzione generale della Sicurezza Nazionale hanno fatto sapere di aver arrestato una persona sospettata di essere collegata a un’organizzazione che gestisce l’immigrazione clandestina. «L’attenzione sui migranti irregolari che arrivano in Marocco è cresciuta via via che è cresciuta la forza dei gruppi terroristici del Niger, del Ciad e del Mali legati prima all’Aqmi, Al Qaeda del Maghreb islamico, e poi all’Isis», dice Amal El Oussif.

LA GERMANIA APRE LE PORTE ALL’IMMIGRAZIONE REGOLARE

Ai migranti irregolari si aggiungono poi i marocchini che vogliono partire per i problemi che attanagliano il Paese, mancanza di lavoro e povertà. In questo contesto, la Germania starebbe per varare una nuova legge sull’immigrazione legale destinata a coloro che dispongono di certificati di formazione professionale, così da superare la carenza di manodopera qualificata del Paese. Lo ha fatto sapere l’Ambasciata della Repubblica Federale Tedesca a Rabat che in una nota ha incoraggiato l’immigrazione legale per dare un stop a quella clandestina. L’ambasciatore tedesco in Marocco, Goets Schmidt Prem, ha confermato che la Germania nel 2020 aprirà nuove porte all’immigrazione legale dal Marocco.

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