Eurovision 2026, la guida: date, dove vederlo, scaletta, Paesi in gara e quando canta Sal Da Vinci

È tutto pronto a Vienna per l’Eurovision Song Contest 2026. La kermesse musicale, che verrà ospitata nella capitale austriaca per la terza volta (dopo le edizioni del 1967 e del 2015), quest’anno compie 70 anni. La città si è aggiudicata il diritto di organizzare il contest grazie alla vittoria di JJ nel 2025. Tutti gli appuntamenti si svolgeranno presso la Wiener Stadthalle, una delle arene più importanti d’Europa. Ecco tutto ciò che c’è da sapere su date, orari, Paesi in gara e canali dove vedere la competizione.

Eurovision Song Contest 2026: quando e dove vederlo

Il calendario segue il format tradizionale articolato in tre serate. La prima semifinale si terrà martedì 12 maggio 2026, la seconda semifinale giovedì 14 maggio 2026, mentre la finale è in programma per sabato 16 maggio 2026. Anche quest’anno la Rai
garantirà una copertura completa dell’evento. Le due semifinali saranno trasmesse in diretta alle 21 su Rai 2, mentre la finale andrà in onda su Rai 1 sempre in prima serata. Sarà inoltre possibile seguire tutte le serate in simulcast su RaiPlay, Rai Radio2 e RaiPlay Sound. La telecronaca italiana sarà affidata a Gabriele Corsi ed Elettra Lamborghini, mentre la conduzione internazionale a Victoria Swarovski e Michael Ostrowski.

Eurovision Song Contest 2026: i Paesi in gara

L’edizione 2026 vedrà la partecipazione di 35 Paesi, un numero inferiore rispetto agli anni precedenti. La riduzione è dovuta ai ritiri annunciati da Spagna, Irlanda, Islanda, Slovenia e Paesi Bassi, in dissenso con la decisione di non escludere Israele dalla competizione. Alla finale accederanno i 20 Paesi qualificati attraverso le due semifinali, ai quali si aggiungeranno i cinque membri storici del Big Five — Italia, Francia, Germania, Regno Unito — e l’Austria, qualificata automaticamente in quanto Paese ospitante.

Eurovision Song Contest 2026: la scaletta della prima semifinale

Ecco l’elenco dei Paesi in gara durante la prima semifinale, con i rispettivi cantanti e titoli delle canzoni:

  • Moldavia, Satoshi con Viva, Moldova!
  • Svezia, Felicia con My System
  • Croazia, Lelek con Andromeda
  • Grecia, Akylas con Ferto
  • Portogallo, Bandidos do Cante con Rosa
  • Georgia, Bzikebi con On Replay
  • Finlandia, Linda Lampenius & Pete Parkkonen con Liekinheitin
  • Montenegro, Tamara Živković con Nova zora
  • Estonia, Vanilla Ninja con Too Epic to Be True
  • Israele, Noam Bettan con Michelle
  • Belgio, Essyla con Dancing on the Ice
  • Lituania, Lion Ceccah con Sólo quiero más
  • San Marino, Senhit feat. Boy George con Superstar
  • Polonia, Alicja con Pray
  • Serbia, Lavina con Kraj mene

Nel corso della serata si esibiranno anche due dei cinque artisti che sono di diritto in finale, ovvero Sal Da Vinci per l’Italia e Sarah Engels per la Germania.

Eurovision Song Contest 2026: la scaletta della seconda semifinale

Questi invece i Paesi che gareggeranno durante la seconda semifinale:

  • Bulgaria, Dara con Bangaranga
  • Azerbaigian, Jiva con Just Go
  • Romania, Alexandra Căpitănescu con Choke Me
  • Lussemburgo, Eva Marija con Mother Nature
  • Repubblica Ceca, Daniel Žižka con Crossroads
  • Armenia, Simón con Paloma rumba
  • Svizzera, Veronica Fusaro con Alice
  • Cipro, Antigoni con Jalla
  • Lettonia, Atvara con Ēnā
  • Danimarca, Søren Torpegaard Lund con Før vi går hjem
  • Australia, Delta Goodrem con Eclipse
  • Ucraina, Leléka con Ridnym
  • Albania, Alis con Nân
  • Malta, Aidan con Bella
  • Norvegia, Jonas Lovv con Ya Ya Ya

Si esibiranno poi i restanti tre artisti che sono di diritto in finale, ovvero Monroe (Francia), Cosmó (Austria) e Look Mum No Computer (Regno Unito).

Fagnani, l’eroe negativo Savi e i limiti di un format crime sbagliato

La televisione non è un mezzo favorevole all’espressione del pensiero: non è un caso che i format di successo siano le interviste. Ma l’intervista televisiva soffre di un altro handicap congenito: costringe il pensiero di chi viene intervistato alla velocità. Si può rispondere a una domanda grave in velocità, con la rapidità che l’incalzare delle domande impone? È più un problema strutturale che morale, perché il format esige sintesi e, soprattutto, piccoli colpi di scena: così l’assassino intervistato da Franca Leosini o da Francesca Fagnani non sta evidentemente rendendo conto di sé: sta recitando una parte che il mezzo televisivo gli ha già scritto. Le domande non cercano la verità, cercano il cedimento, la lacrima, oppure gli occhi di ghiaccio, l’insensibilità e via andare di luoghi comuni. La televisione produce cronaca nera come genere narrativo, con i suoi eroi negativi, i suoi rituali catartici, gli appuntamenti in seconda serata. Che senso ha, per esempio, intervistare Roberto Savi, l’ex poliziotto e capo della banda della Uno bianca, che sta scontando l’ergastolo nel carcere milanese di Bollate?

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Fagnani, l’eroe negativo Savi e i limiti di un format crime sbagliato
Roberto Savi ospite di Francesca Fagnani a Belve Crime (foto Ansa).

L’insinuazione sulla copertura da parte di qualcuno “in alto”

I crimini che ha commesso risalgono a un periodo tra il 1987 e il 1994. È interessante sapere cosa pensa, dopo 32 anni, un criminale riconosciuto e condannato per 103 crimini, 34 morti e oltre 100 feriti? O la pietà umana non dovrebbe concedergli il diritto all’oblio? Durante l’intervista di Fagnani, Roberto Savi dice una cosa grave: ripercorrendo l’omicidio nell’armeria di via Volturno, a Bologna, il 2 maggio 1991, quando furono uccisi Licia Ansaloni, titolare del negozio di armi, e il suo collaboratore, l’ex carabiniere Pietro Capolungo, Savi dichiara che a lui e ai suoi complici non interessava rapinare pistole, perché di armi ne avevano già abbastanza: in realtà l’obiettivo era Capolungo, in quanto «ex dei “Servizi particolari” dei carabinieri» (anche se il figlio ha smentito l’appartenenza del padre ai Servizi segreti). «Volevano una scusa, farlo fuori in qualche maniera», sostiene Savi. In questo modo insinua che quell’azione – e, si presuppone, anche molte altre – fosse stata loro richiesta “dagli apparati“, da qualcuno “in alto”; infatti continua dicendo che si sentivano «sicuri» di muoversi, perché erano subentrati «personaggi che ci hanno garantito protezione».

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Un retropensiero collettivo che alimenta il qualunquismo

Dopo 30 anni di carcere Savi accetta di andare a dire nel salotto televisivo di Fagnani che la banda della Uno bianca era manovrata da una regia occulta, da apparati deviati, e aveva protezioni istituzionali. La butta lì perché sa che il format di Belve crime non prevede alcun contraddittorio vero, né il tempo necessario a smontare o verificare un’affermazione di tale portata. La tivù in questo caso dimostra, insieme alla sua inutilità, la sua pericolosità: offre a un ergastolano condannato per 34 omicidi un pulpito per riscrivere la sua storia, con sorrisini e ammiccamenti, davanti ai telespettatori che rimangono a bocca asciutta, senza una prova, ma con un retropensiero collettivo che alimenta il qualunquismo.

La dietrologia come ossessione nel cercare una verità nascosta

Decenni di misteri italiani irrisolti, le stragi fasciste, la P2, Ustica diventano un habitus cognitivo indiscriminato, uno schema interpretativo che si può applicare a qualsiasi avvenimento, indipendentemente dagli atti processuali e dalle prove disponibili: la dietrologia – questo termine così preciso, inventato negli Anni 70, proprio nel contesto delle stragi e dei misteri della Prima Repubblica – come ossessione nel cercare una verità nascosta dietro quella apparente, una regia occulta superiore che rimane inaccessibile a noi poveri cristiani.

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Fagnani, l’eroe negativo Savi e i limiti di un format crime sbagliato
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Doveva parlare ai magistrati: come dar torto ai parenti delle vittime?

La televisione di Francesca Fagnani è un altro esempio di tivù dell’impotenza e della rassegnazione, mascherata da ricerca della verità, e Savi si presta perfettamente al gioco perché sa che ogni verifica è impossibile e che nessuno gli toglierà il suo ergastolo. Così si diverte a seminare sospetti. Come dar torto ai parenti delle vittime quando dicono che se aveva qualcosa da confessare che non aveva mai detto, doveva farlo davanti ai magistrati?

La solita maschera che si sovrappone a tutte le altre

Francesca Fagnani ha replicato che «hanno ragione»: allora non si capisce perché abbia ritirato fuori dopo così tanto tempo questo assassino che, nel caso di Savi, sarebbe l’unica vera belva mai entrata in quello studio ma che, maneggiata dalla Fagnani, diventa la solita maschera che si sovrappone a tutte le altre, uguale a quella degli attori e delle attrici che “si sentono” belve, ma per finta. Da intervistare, per di più, con lo stesso quaderno in mano e facendo sempre le solite faccette.

Irama giudice di X Factor al posto di Achille Lauro

Irama è stato scelto da Sky come quarto giudice di X Factor 2026 al posto di Achille Lauro, che si è chiamato fuori dal talent show dopo due edizioni. Lo scrive Luca Dondoni, speaker di RTL 102.5 e giornalista de La Stampa. Come “erede” di Achille Lauro continua a girare anche il nome di Tananai.

Su San Marino Rtv debutta Point Break con Monica Giandotti e Daniele Ruvinetti

Prende il via mercoledì 29 aprile 2026, sul canale unico 550 di San Marino Rtv, la trasmissione Point Break, il punto di rottura, il nuovo appuntamento settimanale dedicato all’attualità politica ed agli scenari internazionali. Andrà in onda alle 22.30 con la conduzione di Monica Giandotti e Daniele Ruvinetti. Per 10 puntate, il programma offrirà analisi e confronto sui principali fatti di politica interna ed estera, con spazio anche alle tendenze social del momento, analizzate ed interpretate per coglierne l’impatto sul dibattito pubblico. Elemento distintivo della trasmissione sarà il coinvolgimento degli studenti della Scuola di giornalismo della Luiss Guido Carli, che nel corso di ogni puntata proporranno domande, osservazioni e commenti, arricchendo il confronto con lo sguardo delle nuove generazioni.

Bergamini e Parsi tra gli ospiti della prima puntata

Per l’esordio del 29 aprile sarà in studio Debora Bergamini, vicesegretaria di Forza Italia e responsabile Esteri del partito, chiamata ad analizzare i nuovi assetti internazionali e le traiettorie di rinnovamento del suo partito. A seguire l’intervento di Vittorio Emanuele Parsi, politologo, tra i più autorevoli studiosi di geopolitica e relazioni internazionali. Nella parte finale della trasmissione, il confronto sarà affidato a due voci di primo piano del panorama culturale italiano, ovvero Giovanni Orsina, politologo e direttore della School of government della Luiss Guido Carli, e Michela Ponzani, storica, autrice di numerosi saggi e studi sulla Resistenza e sull’Italia repubblicana. Attraverso le loro competenze, il programma proporrà una lettura trasversale del crescente clima di odio che attraversa le società occidentali, dalla radicalizzazione del confronto pubblico fino alla crisi del dialogo democratico.

Perché Barbara D’Urso ha fatto causa a Mediaset

Fallita la procedura di mediazione, Barbara D’Urso ha fatto causa a Mediaset, portando in tribunale l’azienda che tre anni fa l’ha messa alla porta. Lo scrive l’edizione online de La Stampa. La conduttrice ha denunciato diritti non pagati e ingerenze da parte di Mediaset nei suoi programmi, in particolare per quanto riguarda la scelta degli ospiti. E poi c’è la questione degli insulti pubblicati online da un account ufficiale del Biscione.

Perché Barbara D’Urso ha fatto causa a Mediaset
Barbara D’Urso (Imagoeconomica).

I motivi della denuncia da parte di Barbara D’Urso

La conduttrice contesta a Mediaset il mancato corrispettivo dei diritti d’autore per i programmi firmati come autrice nei suoi 20 anni in azienda, nonché per il format di sua proprietà Live non è la D’Urso. La presentatrice ha inoltre denunciato presunte ingerenze di Mediaset, in quanto avrebbe avuto l’obbligo di far approvare preventivamente l’elenco di tutti gli ospiti delle sue trasmissioni alle produzioni di Maria De Filippi e Silvia Toffanin. D’Urso, inoltre, non ha ancora ricevuto le scuse per le ingiurie apparse a marzo del 2023 in un post social del profilo ufficiale ‘Qui Mediaset’, di proprietà dell’azienda, che ha sempre sostenuto di avere subito un hackeraggio.

Perché Barbara D’Urso ha fatto causa a Mediaset
Barbara D’Urso in una foto dei suoi primi anni a Mediaset (Ansa).

De Martino da Fazio, anatomia dell’unico successo di TeleMeloni

Domenica sera, sul Nove, va in scena l’ultima cena, o forse la prima di un nuovo testamento. Stefano De Martino si siede (nuovamente) davanti a Fabio Fazio e il cerchio si chiude col botto. Il volto di punta della Rai meloniana va a farsi benedire dal “grande esiliato” della sinistra, e il messaggio è uno solo: sopra i proclami identitari di Palazzo Chigi e sopra i monologhi orfani di Rai3, comanda il management.

Caschetto, il ponte tra il Sanremo che verrà e Fazio

Il ponte che unisce l’Ariston che verrà e il transatlantico di Discovery è Beppe Caschetto, l’uomo che gestisce i contratti più pesanti della tv italiana e che dimostra come il vero Stato profondo non parli il linguaggio dei partiti, ma quello dei cachet. È questo il cortocircuito: lo scugnizzo napoletano è il campione di una destra che per vincere ha dovuto consegnarsi a un manager che se ne frega se al governo c’è la Fiamma o il centrosinistra. E così sia. Mentre la Rai del nuovo corso inanellava un flop dopo l’altro nel tentativo di imporre l’estetica sovranista con l’accetta, l’ex ballerino di Amici è stato l’unico capace di trasformare la vicinanza politica, quella vera o presunta con Arianna Meloni, in un successo di mercato indiscutibile. L’ultima puntata di Stasera Tutto è Possibile, per gli amici STEP, ha chiuso su Rai2 con il 16 per cento di share e oltre 2 milioni di spettatori. Un’eresia statistica per il secondo canale, una boccata d’ossigeno che lo ha portato a superare i dirimpettai di Mediaset e la stessa ammiraglia.

De Martino da Fazio, anatomia dell’unico successo di TeleMeloni
De Martino da Fazio, anatomia dell’unico successo di TeleMeloni
De Martino da Fazio, anatomia dell’unico successo di TeleMeloni
De Martino da Fazio, anatomia dell’unico successo di TeleMeloni
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De Martino da Fazio, anatomia dell’unico successo di TeleMeloni
De Martino da Fazio, anatomia dell’unico successo di TeleMeloni

La cazzimma zittisce il sospetto di ogni raccomandazione

Inutile girarci intorno con analisi dotte: il ragazzo di Torre Annunziata piace perché ha il “pacco” completo. È bello, di quella bellezza sfacciata e rassicurante che si farebbe perdonare qualunque cosa, ma con la disciplina ferrea di chi sa cosa significa stare alla sbarra. Piace alla “Sorella d’Italia” e piace al pubblico, alle mamme, alle zie, alle nipoti, perché incarna l’estetica della cazzimma napoletana che zittisce il sospetto di ogni raccomandazione, che non passa per i comizi o per le citazioni dotte di Prezzolini, ma per i pacchi di Affari Tuoi. Il paradosso è squisito: i 5 milioni di spettatori medi sono la sua unica, vera tessera di partito, e lo rendono l’unico asset intoccabile verso Sanremo 2027.

De Martino da Fazio, anatomia dell’unico successo di TeleMeloni
Carlo Conti e Stefano De Martino (Ansa).

In De Martino la destra ha trovato il suo Amadeus

La Rai ha pianificato la sua ascesa con un anticipo mai visto, nominandolo erede di Carlo Conti per la direzione artistica del Festival. Segno che nella tv pubblica sanno di non avere altri talenti spendibili per la kermesse più importante del Paese. La destra, insomma, ha trovato il suo Amadeus senza doverlo inventare in laboratorio, ma semplicemente blindando chi i numeri già li aveva per conto proprio. Per capire il miracolo di San Gennaro, basta guardare il cimitero dei militanti di ambizioni e share da prefisso telefonico. Prendete il “caso scuola” Pino Insegno, l’amico della premier che doveva riprendersi la Rai a colpi di nostalgia Anni 2000. Il risultato? Un catastrofico 2 per cento di share con Il Mercante in Fiera e una ritirata imbarazzante da L’Eredità per evitare la rivolta dei pubblicitari. Oggi il Nostro vaga per gli studi di Reazione a Catena come un reduce di una guerra che nessuno voleva combattere, costantemente in affanno nel gradimento rispetto a chi lo ha preceduto.

De Martino da Fazio, anatomia dell’unico successo di TeleMeloni
Pino Insegno con Giorgia Meloni (Imagoeconomica).

Così come Nunzia De Girolamo, l’ex ministra di Forza Italia mandata a presidiare il martedì sera di Rai3 con Avanti Popolo. Un esperimento costoso per occupare gli spazi di Bianca Berlinguer, chiuso in anticipo dopo aver toccato il fondo del 2,9 per cento di share. E che dire di Pierluigi Diaco? Il fedelissimo di Giorgia, che occupa spazio con BellaMa’ senza mai generare una vera massa critica, sebbene sia già pronto per lui un trasloco domenicale su Rai1 nel prossimo autunno.

De Martino da Fazio, anatomia dell’unico successo di TeleMeloni
Pierluigi Diaco nello studio di BellaMa’ (Ansa).

C’è spazio persino per la lady delle nicchie, Monica Setta: l’esempio vivente della moltiplicazione delle poltrone, impegnata a presidiare palinsesti h24 tra Generazione Z, prima e Storie al bivio, poi. TeleMeloni ha fallito quando ha pensato che per governare la tv servissero i soldati semplici. Ma la tv è un’amante infedele e De Martino è l’eccezione che conferma la regola: il sangue che si scioglie è solo quello di chi sa intrattenere.

Perché la “Belva” Fagnani non graffia più

Francesca Fagnani, la donna che ha trasformato lo sgabello in un patibolo e il dottorato in filologia dantesca in un’arma di distrazione di massa, sta scoprendo che a furia di affilare le unghie si è limata pure i denti. Su Rai2 il debutto della nuova stagione di Belve ha racimolato un poco rassicurante 8,8 per cento di share. Un po’ poco per chi sognava di dominare il martedì sera, specialmente se paragonato al 12,9 per cento della prima puntata della stagione 2025. A schiacciarla per di più è stato l’usato sicuro: le repliche di Montalbano su Rai1 che hanno doppiato l’ex ferocia della conduttrice, e Giovanni Floris su La7 che le ha soffiato il posto nel salotto buono dei talk.

Perché la “Belva” Fagnani non graffia più
Francesca Fagnani nello studio di Belve (Ansa).

Il graffio via via è diventato solletico concordato

La realtà è che Fagnani si è fatta gattino, o forse, più semplicemente, ha finito le prede e ha iniziato a mangiarsi la coda. Eppure, la sua parabola parlava un’altra lingua, quella di chi nasce dalle macerie di New York, di quell’11 settembre vissuto dal vivo, e passa per le trincee di Minoli e Santoro. Un pedigree d’acciaio, forgiato tra criminalità organizzata e carceri minorili, che oggi sembra però essersi liquefatto nel grande calderone del gossip istituzionalizzato. Il format nato nel 2018 sul Nove come un esperimento di 30 minuti di crudeltà necessaria si è dilatato fino a diventare una passerella infinita, dove il “graffio” è diventato un solletico concordato, per ospiti con il film in uscita o lo scandalo da lavare in candeggina. L’errore fatale è stato l’illusione che la “cattiveria” potesse diventare un genere di consumo seriale, che costa alla Rai circa 320 mila euro a puntata, una cifra che per produrre imbarazzo sembra decisamente fuori mercato.

Perché la “Belva” Fagnani non graffia più
Amanda Lear con Francesca Fagnani (Ansa).

“Gente comune” ed ex gieffine: se l’obiettivo è solo l’effetto social

Quando poi mancano i nomi di peso, quelli capaci di reggere lo scontro, si raschia il fondo del barile. Lo spin-off Belve crime, l’apertura dei casting alla “gente comune” e l’invito a figurine come Zeudi Di Palma sembrano una mossa disperata. Vedere una ex Miss Italia sconosciuta, reduce da un Grande Fratello che ha fatto inorridire perfino i vertici Mediaset, seduta su quello che dovrebbe essere lo sgabello della verità, restituisce un senso di imbarazzo integrale. È l’immagine di chi si ritrova senza vestiti in mezzo al mercato, tra le urla dei banchi della frutta. Il risultato è un frontale che non è più un affondo tematico, ma uno sketch teatrale dove pause e silenzi sono studiati per l’effetto social, per alimentare quel TikTok dove il brand ancora sopravvive.

La Belva si è addomesticata e il pubblico ha cambiato canale

Ma se Belve deve diventare un ufficio stampa per influencer in cerca di riscatto o una fiera dei nuovi mostri disposti a vendersi la dignità per un po’ di visibilità, allora il patto con lo spettatore vacilla. La serata delle cover di Sanremo 2026, dove la Nostra è salita sul palco con Fulminacci per cantare Parole parole di Mina, sembrava già un presagio: troppe parole, poco sangue. La bionda intervistatrice, che incassa 50 mila euro a puntata, si è addomesticata (per quieto vivere aziendale?) e il pubblico, semplicemente, ha cambiato canale.

Perché la “Belva” Fagnani non graffia più
Fulminacci con Francesca Fagnani a Sanremo (Ansa).

Porta a porta, acceso scontro tra Vespa e Provenzano: il video

Duro scontro, durante la puntata di Porta a Porta di giovedì 9 aprile 2026, tra il conduttore Bruno Vespa e il deputato del Pd Giuseppe Provenzano. Quest’ultimo era appena stato ripreso dal padrone di casa per aver interrotto Lucio Malan, capogruppo di Fratelli d’Italia al Senato. «Stiamo interloquendo, siamo in uno studio democratico», ha replicato il dem. «Vuole venire al posto mio?», ha controbattuto Vespa indicando scherzosamente la sedia del moderatore. Quando Provenzano ha risposto «forse dovrebbe sedersi da quella parte», indicando il lato di Malan, il conduttore si è infuriato. «Questo non glielo consento. Lei deve trovare una trasmissione, che in maniera isterica, con quello che vedete in giro sulla par condicio… Non glielo consento! Non glielo consento!», ha sbottato alzando il tono di voce. «Ha fatto una battuta, se la poteva risparmiare. La prego adesso stia zitto. Lasci parlare gli altri», ha aggiunto prima di ridare la parola a Malan. Di seguito il video dello scontro.

La Rai e il merito rovesciato: l’enigma Diaco e Antonella Clerici

Evidentemente in Rai il mercato è dato per morto e l’Auditel viene considerato un fastidio statistico da ignorare. Non contano i break pubblicitari, non conta la capacità di parlare a un Paese reale che ancora accende la tv: conta solo la fedeltà. Benvenuti nell’era del merito rovesciato, dove se tieni in piedi i bilanci sei un asset da sopportare e se invece inanelli flop da prefisso telefonico ti stendono il tappeto rosso verso l’Ammiraglia.

L’amica Giorgia con cui si «cazzeggia»

Il caso di scuola, il simbolo plastico di questa deriva, ha un nome e un cognome: Pierluigi Diaco. Uno che nel settembre 2022 si è portato a casa un contratto «da sballo», come lo definirono i corridoi sussurranti della tv pubblica: quasi 300 mila euro, oltre 1.500 euro a puntata per il suo BellaMa’. Una cifra che ha fatto tremare i polsi per la sproporzione tra l’investimento e la resa, ma che trova la sua logica in una rivendicazione d’appartenenza che lo stesso aveva consegnato con orgoglio alle cronache di Repubblica: «Giorgia Meloni è una delle mie migliori amiche, onesta e leale. Ma non ho mai parlato con lei di Rai, parliamo di altre cose e si cazzeggia». Non c’è motivo per non crederci, certo. Il punto però è un altro: l’amico della premier potrà anche non parlare di Rai con la premier mentre «cazzeggia», ma è solare che in Rai non facciano altro che parlare del conduttore blindato, trasformandolo nel totem intoccabile di TeleMeloni.

La Rai e il merito rovesciato: l’enigma Diaco e Antonella Clerici
Pierluigi Diaco nello studio di BellaMa’ (Ansa).

La lista di flop e il disastro di Per sempre Gino

In questo sistema di protezione speciale, il fallimento seriale non è una colpa, ma quasi una medaglia al valore. I fatti dell’ultimo anno sono una sentenza senza appello: nel settembre 2025, lo spin-off BellaMa’ di sera, lanciato in prima serata su Rai2 con ospiti dal cachet pesante, è stato chiuso dopo appena due puntate. Un flop, con lo share crollato al 2,6 per cento dopo un esordio ancora più deprimente. Eppure, nessuna conseguenza, nessun imbarazzo ai piani alti. Anzi, si rilancia: la scorsa domenica, lo speciale Per sempre Gino, un omaggio al cantautore scomparso, messo su in fretta e furia, affonda a un misero 3,2 per cento di share. Perché affidare un evento di tale statura a lui invece che, per dire, ad Antonella Clerici? La logica del merito avrebbe imposto tra i nomi possibili anche quello della fuoriclasse di Legnano, che mastica musica da decenni con successo: madrina de Il Volo, titolare di Sanremo, l’unica capace di resuscitare un format musicale dato per morto come The Voice. Eppure, la governance ha preferito la “narrazione identitaria” del fedelissimo, sacrificando lo share sull’altare dell’appartenenza. Il risultato è stato uno scempio celebrativo, che il sistema aveva già siglato con un atto rarissimo: una nota ufficiale di solidarietà del cda, ossia uno scudo politico per difendere Diaco dalle critiche social nate dopo l’endorsement per il Sì al referendum. Il premio finale per questa scia di flop? È già scritto nel Piano Mellone: Diaco è in pole position per sbarcare su Rai1 nel pomeriggio domenicale, dal prossimo autunno, con un nuovo varietà.

La Rai e il merito rovesciato: l’enigma Diaco e Antonella Clerici
Pierluigi Diaco nello speciale Per Sempre Gino.

Antonella Clerici è ancora considerata una lussuosa ruota di scorta

Dall’altra parte della barricata, trattata quasi come un’inquilina morosa nonostante paghi l’affitto e le bollette per tutti, c’è Antonellina. Lei è la vera cassaforte aziendale, l’unica capace di resuscitare i cadaveri televisivi. I numeri della regina del mezzogiorno sono lì a dimostrarlo: a febbraio, con la finale di The Voice Kids, ha centrato il 23,4 per cento di share, superando ufficialmente la corazzata di Maria De Filippi e il suo C’è posta per te. A marzo, con The Voice Generations, l’ammazza-reality ha dominato al 24 per cento di share, doppiando letteralmente il Grande Fratello VIP fermo al palo. È lei che garantisce la tenuta dei bilanci con il 16 per cento quotidiano di È sempre mezzogiorno. È lei la scopritrice di talenti che nel 2009, a Ti lascio una canzone, ha inventato dal nulla i tre tenorini del Volo, creando un sigillo che oggi la Rai usa come garanzia istituzionale ogni volta che deve darsi un tono. Eppure, viene usata come ruota di scorta di lusso.

La Rai e il merito rovesciato: l’enigma Diaco e Antonella Clerici
Antonella Clerici (Imagoeconomica).

Il «massacro» di Gaza contro le pastarelle della domenica

Nonostante i Sanremo da record, quello del 2005 con Bonolis e il trionfo solitario del 2010 e i ritorni recenti nel 2020 con Amadeus e nel 2025 accanto a Carlo Conti e Gerry Scotti, l’azienda la guarda con sospetto. Perché Clerici ha il vizio di tenere la schiena dritta. Come sei mesi fa, quando in diretta a È sempre mezzogiorno ha rotto il protocollo del silenzio su Gaza parlando apertamente di «massacro». Un gesto che su TeleMeloni suona rivoluzionario, specialmente se confrontato con la narrazione delle «pastarelle» tra la premier e Mara Venier, consumata tra sorrisi di circostanza mentre il mondo andava a fuoco.

Conta più lo share o la fedeltà?

La tesi è blindata: a Viale Mazzini se produci ricchezza, ascolti, crei talenti mondiali e hai il vizio dell’indipendenza sei un corpo estraneo da isolare. Se invece inanelli flop al 3 per cento ma rivendichi con orgoglio di essere uno dei «migliori amici» di chi comanda, sei l’uomo del futuro. Il mercato è stato sostituito dalla fedeltà di rito, e il risultato è un’azienda che premia l’organico al sistema e sopporta chi ha la colpa imperdonabile di avere successo.

Grande Fratello Vip, Ilary Blasi al debutto fa peggio di Alfonso Signorini

La nuova edizione del Grande Fratello Vip, che vede al timone Ilary Blasi e Selvaggia Lucarelli al fianco di Cesara Buonamici come opinionista, non è iniziata in modo brillante. La prima puntata, andata in onda il 17 marzo su Canale 5, non è infatti andata oltre il 18,4 per cento di share (2.146.000 spettatori): peggio del debutto dell’ultima edizione condotta da Alfonso Signorini, che l’11 settembre 2023 era partita col 23,01 per cento di share (2.994.000 spettatori).

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La sfida agli ascolti tv del prime time ha visto trionfare la serie Le Libere Donne – andata in onda su Rai 1 – con 3.046.000 spettatori, pari al 18,7 per cento di share.

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