Commentando l’uscita nelle sale italiane di Eddington, diretto dal giovane brillante regista americano Ari Aster, non intendo riferirmi all’horror tradizionale, come The Conjuring – Il rito finale, composto di personaggi tipici e spaventi calibrati, ma di quello che la critica americana ama chiamare «elevated horror». Di cosa si tratta? Secondo Macklin K.Morgan, è uso chiamare elevated horror il cinema le cui storie mescolano il realismo psicologico con elementi tradizionali del genere orrorifico. I cultori dell’orrore nudo e crudo prendono le distanze, perché nessun realismo psicologico potrà mai frenare la benvenuta sarabanda di mostri, streghe e fantasmi: alle loro orecchie il progetto gracchia e stona, poiché “elevare” l’horror vorrebbe dire annacquarlo dei tratti originali, quelli più ruvidi e di consumo, che costituiscono la matrice genuina della ricezione autenticamente popolare del genere.
La condizione umana è un labirinto al centro del quale sta il mostro
Al di là di un simile contenzioso, da limitare agli specialisti, è indubbio come il recente elevated horror ambisca a qualcosa di molto profondo, tradizionalmente appannaggio di stili maggiori, come il tragico, o l’epico-drammatico. Elevated horror è formula tesa a centrare il bersaglio grosso, ovvero il disegno compiuto della paradossale condizione umana contemporanea: che è un labirinto, certo, al cui centro, come da archetipo, sta il Minotauro. In breve, un mostro. Per non sbagliare, in principio era Kubrick. Shining, infatti, è il chiaro prototipo di elevated horror movie, via Stephen King, in cui il labirinto è esplicitamente convocato in scena, quale figura dell’inconscio sia individuale che collettivo, il pozzo senza fondo della civiltà occidentale. Secondo lo stesso Kubrick, in Shining, l’attenzione dello spettatore viene sollecitata grazie al meccanismo dell’esitazione, proveniente dal celebre saggio sul fantastico di Tzvetan Todorov: al pubblico è infatti chiesto di esitare fino all’ultimo per decidere se i fenomeni paranormali a cui assiste siano eventi puramente obiettivi, oppure visioni malate del protagonista. In chiave di elevated horror, però, ogni esitazione finisce presto col cadere. Tutta la realtà circostante i personaggi è solo e soltanto una para-realtà dominante, in cui non si sa come siamo entrati e nulla conosciamo per venirne fuori. La para-realtà sarebbe insomma quella realtà, apparentemente “altra”, e invece così “prossima” (para-), da essere ormai un tutt’uno con il visibile quotidiano.

In Eddington la para-realtà è la pandemia
In Eddington, diretto da quell’Ari Aster che Martin Scorsese ha benevolmente battezzato sopraffino autore emergente, nella cittadina del New Mexico di cui al titolo, la sfera del para-reale, integrata alla dimensione del quotidiano, è subito tematizzata. L’azione si svolge infatti negli anni della pandemia. Il Covid-19 è quella para-realtà che si credeva “altra”, e risulta invece persino documentata come fatto storico e assodato. Realismo più che psicologico, direi assoluto. Se in Shining, insomma, Kubrick era pur sempre in grado di giocare sul filo teso del confine ambiguo tra uno spazio esterno, le apparizioni dell’hotel, e uno interno, la mente umana, oggi, in tempi di elevated horror, siamo di fronte a una dimensione unica, di para-realtà fissa e documentata, in cui i personaggi assumono paradossi comportamentali e cognitivi che si alimentano l’un l’altro, in un demenziale effetto domino. Se il labirinto è imploso, allora il Minotauro ha smarrito il centro per andarsene in giro dappertutto.

L’orrore viene dato semplicemente per scontato
Ari Aster individua nella pandemia quella realtà, storica, capace di spingere persone e cose in un vortice eccedente la verisimiglianza naturalistica delle giustificazioni psicologiche e dei rapporti di causa/effetto. Nella scelta delle azioni e delle rispettive motivazioni, i personaggi procedono di paradosso in paradosso fino a che l’orrore di ciò che compiono, vedono o dicono si “eleva” a labirinto assoluto, senza entrata e senza uscita. Non c’è più nemmeno la riconoscibile cornice narrativa della distopia, a giustificare il paradosso, perché il Covid è l’immagine di una para-società compiutamente realizzata, ordinata e delirante, qui e adesso, senza proiezioni in un futuro prossimo o salti in qualche universo parallelo. A questo punto, più che irruzione o spavento, l’orrore viene dato semplicemente per scontato. Con ogni probabilità, è proprio questa la ragione per cui i puristi storcono il naso: l’horror non è più il cuore pulsante dell’altra dimensione, l’altrove di gusto ancora romantico, ma le viscere spremute di quella presente, emananti tetro e capacissimo fetore. Salta anche quel tanto di Lovecraft che ancora alberga in Stephen King, ossia la millenaria caverna tenebrosa del mondo che ogni tanto, qui e là, spiffera le proprie inimmaginabili creature. L’horror sarebbe insomma ben altro, qualcosa di parecchio alto e “elevato”: il neorealismo cinematografico del XXI secolo, che all’evento brutale e immediato del reale, la morte della Magnani in Roma città aperta, sostituisce il paradosso vorticoso del para-reale, ciò che è norma senza essere nella norma, come gli ultimi, splendidi, trenta minuti di Eddington testimoniano opportunamente.

Siamo al neorealismo contemporaneo
Se l’horror elevato è davvero il neorealismo contemporaneo, allora Ari Aster può risultare uno dei suoi nuovissimi Roberto Rossellini. Cosa che spiegherebbe anche l’ammirazione di Scorsese, così amante del cinema italiano del Dopoguerra da sposare proprio una Rossellini, Isabella. Il paragone con il neorealismo non è semplicemente retorico. Se Morgan può definire Ari Aster come «The Director Who Made Horror Human», è evidente che il cosiddetto elevated horror altro non sia, oggi, che un’etichetta sotto la quale l’avvento di un “nuovo umanesimo”, che è il grande desiderio collettivo della nostra epoca, alberga e spicca. In molti dei testi o discorsi oggi circolanti sui media, la parola “umanesimo”, non a caso, ricorre con disperata e para-reale frequenza.

Psiche e realtà si infettano reciprocamente
Sempre secondo Morgan, Aster «ha ridisegnato il genere horror non solo come semplice luogo di brividi e spaventi, ma come uno specchio proiettato sui più radicati, intimi, anfratti della psiche umana». Non più mostri e salti sulla poltrona, ma labirinti infiniti e traiettorie dementi. Eddington è esemplare in tale direzione. Nella cittadina del New Mexico di cui al titolo, va in scena il confronto tra lo sceriffo, un Joaquin Phoenix da Oscar, e il sindaco, un Pedro Pascal come deve essere, entrambi desiderosi, se non avidi, di cavalcare la pandemia, ormai esplosa e radicata, per agguantare e gestire convenientemente il potere. Ricerca del potere che innesca, come in Shakespeare, una catena di azioni e reazioni per cui il mondo finisce fuori dai cardini per la semplice ragione che, presumibilmente, di cardini non ne ha più avuti. E anche questo, così, è l’orrore: la psiche collettiva, ormai pandemica, genera personaggi i quali, più inseguono i propri impulsi individuali, e peggio si contagiano a contatto con quelli degli altri: che poi sono gli stessi dei propri. Interno e esterno, psiche e realtà, che Kubrick, se pur ironicamente, ancora teneva a distinguere, sono ormai infettati l’uno dell’altra. L’horror “elevato” a “nuovo umanesimo”, mette così in scena gli anfratti della psiche umana di cui il Covid è il riflesso, in una natura para-reale, che è tutto fuorché naturale.

L’orrore è vivere in un mondo dove tutto accade e nulla si compie
Di qui, la vocazione local del nuovo horror neorealistico, che abita cittadine, valli, west e deserti. Il benvenuto e post-storico mondo global è stato infatti una perfida simulazione. Né dettaglio, ovvero parte che rimanda al tutto, né frammento, ossia parte che invece lo sostituisce, lo spazio di Eddington è il sigillo del nitido paradosso di cui il capitalismo ormai si nutre: un capitalismo a-storico e insieme pan-storico, esterno e interno ai bisogni dell’uomo, come dimostrano gli sbalorditivi ultimi cinque minuti del film. L’orrore, infine, è proprio questo: vivere in un mondo contemporaneamente fuori e dentro la storia, dove tutto accade e nulla si compie. Dove tutto è puro insindacabile evento, e nulla avviene certo come deve essere. Un labirinto senza entrata e senza uscita, segno di una realtà integralmente pandemica, in cui il centro del contagio è qui e là al tempo stesso. La para-realtà, totalitaria, che tutti ci riguarda.




