Gli occhi degli altri e la crisi della borghesia, tra desideri sterili e fantasmi

Nel 1970 l’Italia fu scossa da un caso di cronaca nera che metteva in luce cosa si nascondesse sotto la superficie levigata del bel Paese, ossia il delitto Casati Stampa. Protagonisti, il marchese Camillo Casati e sua moglie, Anna Fallarino. Una volta ottenuto dalla Sacra Rota l’annullamento dei precedenti matrimoni, la coppia si dedicava a singolari procedure di piacere: il marchese amava filmare la consorte durante rapporti sessuali con altri uomini, dal marchese stesso selezionati e retribuiti.

Gli occhi degli altri e la crisi della borghesia, tra desideri sterili e fantasmi
Gli occhi degli altri e la crisi della borghesia, tra desideri sterili e fantasmi
Gli occhi degli altri e la crisi della borghesia, tra desideri sterili e fantasmi
Gli occhi degli altri e la crisi della borghesia, tra desideri sterili e fantasmi
Gli occhi degli altri e la crisi della borghesia, tra desideri sterili e fantasmi

Una dark comedy anomala per il cinema italiano

Un film, adesso, in piena libertà, ne ripercorre l’evento e il senso. Il titolo è rivelatore, Gli occhi degli altri, diretto da Andrea De Sica, che lo ha scritto assieme a Gianni Romoli, abituale collaboratore di Ferzan Ozpetek, e Silvana Tamma. Lo stesso De Sica racconta di aver visitato la villa nell’isola di Zannone, arcipelago ponziano, un tempo residenza privata del marchese Casati, e aver percepito lo spirito oscuro e inquietante impresso nelle mura e negli spazi. Ne vien fuori un film del tutto anomalo nel prevedibile orizzonte contemporaneo del cinema italiano, una dark comedy, che tuttavia i nostri registi hanno inteso qualche volta sperimentare: si pensi a La stanza del vescovo e Anima nera, drammi ai limiti del noir, entrambi diretti da Dino Risi, tratti dai romanzi di Piero Chiara e Giovanni Arpino, oppure a Il sorriso del grande tentatore, un soggetto originale, singolare thriller metafisico, tentato da Damiano Damiani, che si avvalse dell’interpretazione di Glenda Jackson. Tutti film degli Anni 70, e forse non a caso. 

La villa simbolo di una borghesia ripiegata su se stessa

La vicenda oggi narrata da De Sica si dipana lungo tutti gli Anni 60, fino ad arrivare al tragico epilogo, il 30 agosto 1970, qui spostato al 31 dicembre, per esigenze di scrittura e messa in scena. Vera protagonista, la villa sull’isola, il laboratorio degli esperimenti erotici del marchese, luogo deputato alla rappresentazione di una borghesia italiana perdutamente ripiegata su se stessa, servizievole nei confronti di una nobiltà ormai fantasma, all’interno di una dinamica ossessiva secondo cui il denaro può tutto. Gli occhi degli altri, e non potrebbe essere altrimenti, è anche un film sul cinema. Il marchese Casati imbraccia la cinepresa come il fucile, e “spara” pellicola addosso alla moglie e i suoi amanti, allo stesso modo in cui prende a schioppettate la selvaggina dell’isola, in uno dei tanti riferimenti filmici presenti, ossia la caccia nel bosco dei borghesi annoiati ne La regola del gioco di Jean Renoir prima, e in Gosford Park di Robert Altman poi. Come è noto, “to shoot” significa sia filmare che sparare.

Gli occhi degli altri e la crisi della borghesia, tra desideri sterili e fantasmi
Gli occhi degli altri e la crisi della borghesia, tra desideri sterili e fantasmi
Gli occhi degli altri e la crisi della borghesia, tra desideri sterili e fantasmi
Gli occhi degli altri e la crisi della borghesia, tra desideri sterili e fantasmi
Gli occhi degli altri e la crisi della borghesia, tra desideri sterili e fantasmi
Gli occhi degli altri e la crisi della borghesia, tra desideri sterili e fantasmi
Gli occhi degli altri e la crisi della borghesia, tra desideri sterili e fantasmi
Gli occhi degli altri e la crisi della borghesia, tra desideri sterili e fantasmi
Gli occhi degli altri e la crisi della borghesia, tra desideri sterili e fantasmi
Gli occhi degli altri e la crisi della borghesia, tra desideri sterili e fantasmi

Il corpo femminile come incubo del maschio italiano

Villa Casati sull’isola deserta, così, diventa come l’Overlook Hotel tra la neve, in Shining di Stanley Kubrick: un luogo chiuso e isolato dal mondo, in cui il protagonista, nelle vesti di inetto, mette in scena i propri fantasmi erotici e esistenziali. Un labirinto, e come tale viene filmato da De Sica, il quale incastra inquadrature decentrate, dove i personaggi risultano come spostati, posti a latere, incapsulati in corridoi, stanze o passaggi, che raffigurano i meandri oscuri e irregolari della psiche degli stessi protagonisti. La cinepresa e il proiettore, nelle mani del marchese, saltano fuori all’improvviso per dare luce e ombra ai fantasmi, primo fra tutti il corpo femminile, incubo inamovibile del maschio italiano. Il marchese ne è infatti il prototipo: incapace di dare senso alla sensualità della moglie, che inizialmente lo asseconda nei suoi labirintici e sterili desideri, egli si concentra su se stesso e le proprie infruttuose nevrosi.

I ruoli sono chiari: se il maschio nutre l’ossessione di vedere realizzati i propri fantasmi, pena la de-realizzazione di se stesso come persona, la donna abita consapevolmente i confini che si aprono tra il reale e l’immaginario, tra le cose e la mente. Il trauma è tutto lì. Attraverso la rappresentazione filmica degli amplessi della moglie con sconosciuti, il marchese tenta di esorcizzare la propria omosessualità repressa, ossia usa la moglie per raggiungere e toccare, con gli occhi, quel corpo maschile che non ha il coraggio di riconoscere quale oggetto di desiderio. La donna, invece no. Se fa sesso con sconosciuti, è perché desidera davvero soddisfare il desiderio del marito, ossia fare coppia. Come accade in Eyes Wide Shut, ancora di Kubrick, il maschio rimane alla estenuata ricerca della conferma della propria capacità sessuale, mentre la donna sa vivere senza distinzione alcuna la sfera del desiderio, sia nella realtà che nell’immaginazione. 

La cinepresa feticcio e lo spazio del desiderio reale

Ecco il senso dell’immagine cinematografica, che De Sica eleva a ulteriore protagonista del film: il maschio impugna la cinepresa come un feticcio sessuale, mentre la donna abita lo schermo quale spazio di condivisione. Insomma, a specchio, lui strumentalizza lei per soddisfare il proprio bisogno, allucinato, di un corpo maschile, mentre lei si concede agli sconosciuti per dare corpo, vivo e pulsante, al desiderio del marito nei propri confronti. In breve, lui filma lei perché non può possedere l’Altro, mentre lei accetta di essere posseduta dall’Altro, perché ama sinceramente fare l’amore con lui. Lei, visibile e in campo, è in grado di estendere la relazione anche nel fuori campo, ossia lo spazio del desiderio reale; lui, nascosto nel fuori campo, resta schiavo di ciò che guarda accadere in campo, che lo soddisfa al momento ma lo de-realizza nel tempo. Nella cultura borghese italiana, e non solo, la relazione maschio-femmina risulta così impossibile: la donna sa attraversare lo spazio tra visibile e invisibile, campo e fuori campo, mentre il maschio può stare o di qua, o di là, e basta. I maschi, o guardano, o vedono. Le donne, guardano e vedono. A un certo punto del racconto, lo specchio andrà in frantumi, e la donna non sarà più disponibile a una relazione che all’improvviso scopre nella sua verità, asimmetrica e prevaricante

Gli occhi degli altri è una riflessione sul linguaggio del cinema

Gli occhi degli altri, di Andrea De Sica, così, è davvero un film che si distacca dalla produzione corrente del cinema italiano. In un colpo solo, mette in scena la crisi dell’infantile e nevrotica borghesia italiana, mentre riflette sul linguaggio del cinema quale territorio in cui la crisi trova il suo spazio di raffigurazione e verità. Tutto ciò è stato possibile, infine, grazie al talento e professionalità degli interpreti. Filippo Timi veste i panni del marchese attraverso il minimo della teatralità esteriore, come un demiurgo immobile e patriarca, inchiodato alla propria nevrosi.

Gli occhi degli altri e la crisi della borghesia, tra desideri sterili e fantasmi
Filippo Timi, Andrea De Sica, Jasmine Trinca alla Festa del cinema di Roma (Ansa).

Jasmine Trinca, finalmente, varca la soglia che dall’attore conduce al divo, attraverso il coraggio, artistico, di recitare con il corpo, nel corpo, per il corpo. Come il suo personaggio richiede, Jasmine cattura il desiderio e lo rilancia: prodiga di sguardi in macchina, ella chiama in causa, senza compromessi, la funzione, estetica e sociale, dello spettatore. Lei ci guarda e noi siamo da lei guardati, in una interrogazione produttiva, in chiave dialettica, del senso del guardare col corpo e vedere con gli occhi. Ciò che il cinema è, o dovrebbe essere, al di là dei mille gusti possibili e tutti i pregiudizi di moda.

Oscar 2026, Hollywood sceglie la cautela mentre il mondo brucia

Gli Oscar 2026 si chiudono nel segno della cautela. Il mondo è in fiamme, ed è meglio tenersi stretto ciò che si conosce meglio, ossia l’autore della vecchia New Hollywood, ossia Paul Thomas Anderson, peraltro in debito finora di statuette, e anche il cinema di genere, l’horror nello specifico, che tiene pur sempre desta la baracca.

Oscar 2026, Hollywood sceglie la cautela mentre il mondo brucia
Il cast di Una battaglia dopo l’altra (Ansa).

Ha trionfato la summa del cinema americano

Una battaglia dopo l’altra, vero trionfatore dell’edizione, sei statuette su 13 candidature, è una summa del cinema americano che guarda al film d’autore europeo, come si faceva già negli Anni 70, all’epoca delle prime prove di Lucas, Coppola, Rafelson e Penn. Quando lo stesso Scorsese, complice Paul Schrader, con Taxi Driver rifaceva Robert Bresson e Arthur Penn con Gangster Story, ripensava Godard. È stata proprio la cautela, inoltre, a spingere Thomas Anderson a dividere giudiziosamente il suo film in due, classico e moderno: una prima parte, sperimentale nel ritmo narrativo e nella presentazione dei personaggi, e una seconda più incline ai canoni stabiliti del film d’azione, con tutti gli inseguimenti e quant’altro. Che Sean Penn vincesse il premio come attore non protagonista fu l’unica certezza che si ebbe a proiezione finita, esempio classico di interpretazione iper-caratterizzata, e al tempo stesso pienamente leggibile da qualsiasi tipologia di pubblico.

Oscar 2026, Hollywood sceglie la cautela mentre il mondo brucia
Sean Penn in una battaglia dopo l’altra.

Weapons si deve accontentare del premio a Madigan

L’horror poi centra il bersaglio con il premio alla Miglior attrice non protagonista ad Amy Madigan, ossia zia Gladys, la strega cattiva di Weapons, un film che, se ci fosse stato maggiore coraggio, avrebbe meritato premi migliori, essendo l’unico a trattare con lucidità il tema contemporaneo delle armi, come il titolo evidentemente suggerisce. L’Oscar alla Madigan è inoltre funzionale alla preparazione e lancio del prequel dedicato al personaggio malefico da lei interpretato, in fase di progettazione: già immaginiamo le frasi di lancio quali «la vera storia di zia Gladys, la strega cattiva del premio Oscar». Insomma, la cautela impera.

Oscar 2026, Hollywood sceglie la cautela mentre il mondo brucia
Oscar 2026, Hollywood sceglie la cautela mentre il mondo brucia
Oscar 2026, Hollywood sceglie la cautela mentre il mondo brucia
Oscar 2026, Hollywood sceglie la cautela mentre il mondo brucia
Oscar 2026, Hollywood sceglie la cautela mentre il mondo brucia
Oscar 2026, Hollywood sceglie la cautela mentre il mondo brucia
Oscar 2026, Hollywood sceglie la cautela mentre il mondo brucia
Oscar 2026, Hollywood sceglie la cautela mentre il mondo brucia
Oscar 2026, Hollywood sceglie la cautela mentre il mondo brucia
Oscar 2026, Hollywood sceglie la cautela mentre il mondo brucia
Oscar 2026, Hollywood sceglie la cautela mentre il mondo brucia

Il messaggio dell’Academy a Chalamet

Come nel caso del grande sconfitto, ossia Timothée Chalamet, protagonista di Marty Supreme, il film sul campione sconosciuto di ping-pong degli Anni 60. Il mancato riconoscimento implica un messaggio molto preciso che l‘Academy ha riservato al giovane divo: sii prudente, e soprattutto non giocare troppo con gli autori non americani, da Guadagnino in poi, resta invece con noi nella Hollywood che si sta riposizionando nell’ambito dell’era Netflix.

Oscar 2026, Hollywood sceglie la cautela mentre il mondo brucia
Timothée Chalamet (Ansa).

L’ingresso di Netflix nella prestigiosa fabbrica dei sogni

Netflix non a caso premiata per il Frankenstein di Guillermo del Toro, il cui riconoscimento per scenografie, costumi e trucco è meno marginale di quanto sembri: nel senso che la piattaforma va a ricevere il premio per i reparti di grande artigianato storico, quelle scene e costumi che hanno reso negli anni Hollywood il punto di riferimento dell’immaginario mondiale. In questo modo, pertanto, la piattaforma è definitivamente accolta all’interno della prestigiosa, storica, fabbrica dei sogni.

Oscar 2026, Hollywood sceglie la cautela mentre il mondo brucia
Mike Hill abbraccia Guillermo del Toro dopo l’Oscar per il Best Makeup e Hairstyling per Frankenstein (Ansa).

Jessie Buckley, una Meryl Streep con l’impertinenza di Amy Adams

Ma al di là di qualsiasi cautela, chi ha veramente trionfato è lei, l’attrice rivelazione di questi ultimi anni, ossia l’irlandese Jessie Buckley, protagonista dello zuccheroso Hamnet, proprio quel film a cui Netflix ha sottratto i meritatissimi Oscar di scene e costumi, attrice adesso ancora sugli schermi, italiani e non, con l’orribile The Bride-La sposa, ennesima e sfinita variazione sul tema di Frankenstein. Jessie Buckley, infatti, è una solenne Meryl Streep integrata con l’impertinenza di Amy Adams, diva precoce che ruba l’occhio senza che il furto possa essere denunciato. In un film, infatti, Jessie si fonde alla perfezione con l’ambiente e il paesaggio, per poi staccarsene gradualmente, fino a spiccare quale unica e incontrastata presenza. Incarna inoltre, come meglio non si potrebbe, il tipo femminile che si vuole oggi dominante, ossia la donna che ha abbandonato la dimensione dell’erotismo perché non intende essere più schiava dello sguardo del maschio: una sessualità senza eros, dunque, capace di competere con chiunque sul piano puro e semplice della capacità corporea di stare ed essere nello spazio.

Oscar 2026, Hollywood sceglie la cautela mentre il mondo brucia
Jessie Buckley in una scena di Hamnet.

In Hamnet, tutto questo è chiarissimo. Il personaggio maschile, nel film Paul Mescal, irlandese anche lui, che interpreta William Shakespeare, non ha infatti il coraggio di presenziare in casa al momento dell’estremo dolore: mentre il figlioletto di nome Hamnet soffre e muore, custodito dalle donne della casa, lui se ne sta a Londra a fare teatro. L’elaborazione del lutto deve passare quindi per la sfera sostitutiva dell’arte, ovvero la composizione e stesura della tragedia di Amleto, nel cui nome risuona quello del bambino morto. Durante lo spettacolo, al Globe Theater, sarà però solo la presenza di lei, Jessie, che interpreta Agnes la madre, a dare senso all’intera rappresentazione. Solo grazie alle sue reazioni in prima fila sotto il palco, nei gesti fendenti del corpo e nelle scultoree espressioni del volto, in breve nella corporeità materna esibita, sarà possibile che nel personaggio di Hamlet si renda vivo e presente quello di Hamnet.

Oscar 2026, Hollywood sceglie la cautela mentre il mondo brucia
Paul Mescal nel ruolo di Shakespeare in Hamnet.

L’Oscar a Sentimental Value è un inno alla cautela

Concludiamo sul premio al Miglior film internazionale, che ha visto prevalere il super melodramma di Joachim Trier, dal titolo Sentimental Value. Atto dovuto di cautela estrema, visto che a concorrere erano opere del calibro di The Secret Agent, aspro apologo sulla dittatura in Brasile negli Anni 70, e Sirat, potente allegoria sulle forme contemporanee della guerra, in cui le persone saltano in aria senza sapere né perché né per come, a causa di missili o droni o quant’altro.

Oscar 2026, Hollywood sceglie la cautela mentre il mondo brucia
Joachim Trier con l’Oscar per il Miglior film internazionale con Sentimental Value (Ansa).

Hollywood si tiene a distanza dal mondo che va a fuoco

L’Academy, allora, cerca di trattenersi all’interno di se stessa, ovvero della propria storia (Una battaglia dopo l’altra), della tradizione del cinema di genere (Sinners, Weapons, Frankenstein), del cinema europeo intimista e consapevole del proprio ruolo (Sentimental Value): emblematica e consapevole manifestazione cautelare mentre tutto all’intorno, sia presso la Casa Bianca che ben oltre la Casa Bianca, esplode e va a fuoco. Cosa di cui il cinema non si accorge e nemmeno pare percepirne l’eco, tenendosi infine a giusta e doverosa distanza. Fino a che sarà la distanza stessa, chi lo sa, a stringersi improvvisamente addosso a Hollywood e i suoi dintorni.

“Una battaglia dopo l’altra” trionfa agli Oscar 2026: i premi

Una statuetta dopo l’altra. Il film diretto da Paul Thomas Anderson, Una battaglia dopo l’altra, è il grande (e annunciato) trionfatore della notte degli Oscar andata in scena al Dolby Theatre di Los Angeles e presentata, per il secondo anno consecutivo, dal comico e conduttore Conan O’Brien. Dopo aver vinto quasi tutti i principali premi della stagione, il film ha conquistato anche la statuetta per il Miglior film, mentre Anderson quella della Miglior regia. In tutto, Una battaglia dopo l’altra si è portato a casa sei Oscar compresi quelli per la migliore sceneggiatura non originale, firmata dallo stesso Anderson, per miglior montaggio (Andy Jurgensen), per il miglior casting (Cassandra Kulukundis) e per il miglior attore non protagonista a Sean Penn, che però non era presente alla cerimonia (era nuovamente in Ucraina) e non ha ritirato il premio.

“Una battaglia dopo l’altra” trionfa agli Oscar 2026: i premi
Paul Thomas Anderson (Ansa).

Michael B. Jordan miglior attore protagonista

L’Oscar per il Miglior attore protagonista è andato a Michael B. Jordan per la sua interpretazione ne I peccatori diretto da Ryan Coogler. La pellicola ha ottenuto anche importanti riconoscimenti ‘tecnici’ e ‘creativi’ come l’Oscar per la Miglior sceneggiatura originale sempre a Ryan Coogler, la Migliore fotografia ad Autumn Durald Arkapaw (prima donna e prima donna di colore a vincere in questa categoria), e per la Migliore colonna sonora, firmata dal compositore Ludwig Göransson. A mani vuote Timothee Chalamet, candidato per Marty Supreme.

“Una battaglia dopo l’altra” trionfa agli Oscar 2026: i premi
Michael B Jordan Miglior attore protagonista per Sinners (Ansa).

Il premio per la Miglior attrice è invece stato assegnato a Jessie Buckley per Hamnet – Nel nome del figlio. La statuetta per Miglior attrice non protagonista è andata a Amy Madigan per Weapons.

“Una battaglia dopo l’altra” trionfa agli Oscar 2026: i premi
Jessie Buckley migliore attrice protagonista (Ansa).

Miglior film straniero Sentimental Value

Il premio per il Miglior film internazionale è stato assegnato a Sentimental Value del regista norvegese Joachim Trier. Presentando le candidature, Javier Bardem ha esordito con: «No to war and free Palestine».

Nella categoria animazione ha trionfato Kpop Demon Hunters, che ha portato a casa anche l‘Oscar per la Miglior canzone originale, Golden di KPop Demon Hunters. Riconoscimenti anche per Frankenstein, che ha dominato in alcune categorie tecniche tra cui Migliore scenografia per Tamara Deverell e Shane Vieau, Migliori costumi per Kate Hawley e Miglior trucco e acconciature per Mike Hill, Jordan Samuel e Cliona Furey. Infine, il premio per Miglior documentario è andato a Mr Nobody Against Putin, quello per Migliori effetti speciali ad Avatar: Fuoco e cenere e quello per Miglior suono a F1.

Warner Bros. Discovery finisce nelle mani di Paramount: quindi il cinema è salvo?

Probabilmente la serie tivù più interessante degli ultimi mesi non è una serie tivù, ma uno di quei tira e molla tra potenti che alla fine cambia tutto per non cambiare assolutamente niente. La storia dell’acquisizione di Warner Bros. Discovery, cominciata più o meno alla fine del 2025, è stata in grado di appassionare sia gli addetti ai lavori – critici, analisti, imprenditori, investitori di varia natura – sia il pubblico. A un certo punto, chissà come, ne hanno parlato tutti: anche quelli che non si sono mai interessati agli andamenti del mercato né alle pagine di economia. È stato come assistere a una nuova Game of Thrones: niente draghi, niente magia; al posto della Barriera c’era Wall Street e al posto delle Grandi Case i grandi brand.

Per qualcuno Netflix è considerata il male assoluto

Da una parte Netflix, la piattaforma streaming per eccellenza, il simbolo di un nuovo modo di immaginare e, soprattutto, di distribuire film e serie: per più di qualcuno, il male assoluto quando si parla di settima arte. Dall’altra parte, invece, presa dal fuoco incrociato di diverse polemiche politiche, come quella che ha coinvolto – e travolto – il Late Show di Stephen Colbert, cancellato più per fare un piacere al potente di turno che per effettive carenze di share, Paramount Skydance, che non ha mollato la presa nemmeno per un istante. Alla fine Netflix ha fatto un passo indietro, rinunciando a rilanciare per l’ennesima volta l’offerta di Paramount Skydance, e Paramount Skydance si è aggiudicata Warner Bros. Discovery. Tutti felici? Insomma.

Warner Bros. Discovery finisce nelle mani di Paramount: quindi il cinema è salvo?
I Warner Bros. Studios in California (foto Ansa).

La paura principale di molti addetti ai lavori

Fino a poco tempo fa, però, non era così. Il 5 dicembre era stata annunciata in modo abbastanza definitivo la chiusura dell’accordo tra Netflix e Warner Bros. Discovery per circa 83 miliardi di dollari. Una cifra che, fino a quel momento, sembrava assolutamente impossibile da battere. Netflix non è mai stata interessata ai canali di Warner Bros. Discovery, ma solo alla sua piattaforma streaming, HBO Max, e ai suoi studios. La paura di molti addetti ai lavori davanti a questo accordo è sempre stata una: i film di Warner Bros. non usciranno più al cinema ma direttamente in streaming; oppure, se usciranno al cinema, ci rimarranno per pochissimo tempo, in finestre distributive decisamente più brevi e contenute.

Paramount è sempre stata decisa ad acquisire per intero il gruppo

Nonostante le tante – e fiacche – rassicurazioni di Ted Sarandos, il co-ceo di Netflix, le discussioni non si sono calmate e hanno permesso a Paramount Skydance di rimanere in pista. Anzi, per qualcuno è diventata addirittura il “male necessario” da sostenere. Dopo due nuove offerte rifiutate da Warner Bros. Discovery, ne è arrivata un’altra di 111 miliardi di dollari che è stata, infine, accettata. Netflix ha avuto quattro giorni per rilanciare, ma ha preferito tirarsi indietro perché non ha trovato più interessante l’affare. Contrariamente a Netflix, Paramount Skydance è sempre stata decisa ad acquisire per intero il gruppo, compresi i canali come la Cnn e la parte di società impegnata nell’intrattenimento generalista, da televisione lineare.

Warner Bros. Discovery finisce nelle mani di Paramount: quindi il cinema è salvo?
Il co-ceo di Netflix Ted Sarandos (foto Ansa).

I 2,8 miliardi di dollari come penale e le azioni in crescita

Quasi paradossalmente, a guadagnarci davvero da questo accordo, per il momento, sembra essere la stessa Netflix, che riceverà 2,8 miliardi di dollari da Paramount Skydance come penale per la rottura dell’accordo iniziale stipulato con Warner Bros. Discovery. Senza poi considerare un altro fattore: le azioni di Netflix, dopo la decisione di lasciar perdere l’acquisizione, sono tornate a crescere. Segno che gli investitori e gli azionisti hanno voluto premiare la lungimiranza della classe dirigente di non lanciarsi nell’ennesima, e molto probabilmente controproducente, lotta nel fango. Secondo alcune indiscrezioni, per la chiusura definitiva dell’accordo tra Warner Bros. Discovery e Paramount Skydance ci vorranno tra i sei e i 12 mesi e le piattaforme streaming dei due gruppi, rispettivamente HBO Max e Paramount+, finiranno per essere inglobate in un’unica realtà, garantendo però a HBO, presa come brand e come studio di produzione, di mantenere la sua indipendenza.

L’ennesimo polo di risorse, investimenti e brand

Chiaramente questo accordo ha avuto, e continuerà ad avere, altri effetti sull’industria audiovisiva americana e, conseguentemente, mondiale. Perché quello che si prepara a nascere è l’ennesimo polo di risorse, investimenti e brand. Probabilmente il soggetto più forte, sia come offerta che per la quantità di proprietà intellettuali possedute, del mercato. Per certe cose, anche più di Disney.

Warner Bros. Discovery finisce nelle mani di Paramount: quindi il cinema è salvo?
L’entrata dei Paramount Studios a Los Angeles (foto Ansa).

C’è, poi, un’altra questione, che è passata spesso in secondo piano, specialmente durante le proteste di artisti e creativi davanti alla possibilità di vedere i film della Warner Bros. distribuiti esclusivamente in streaming su Netflix: Paramount Skydance, molto vicina al presidente degli Stati Uniti Donald Trump e a una certa fetta di repubblicani, avrà dalla sua un potere e un peso mediatico assolutamente impossibili da sottovalutare o da ignorare.

Tanti dubbi da un punto di vista puramente editoriale

Nonostante le tantissime premesse e promesse degli ultimi mesi, gli unici ad aver saputo approfittare di questo “scontro” – le virgolette sono obbligatorie – tra Netflix e Paramount Skydance sono stati i dirigenti di Warner Bros. Discovery, che hanno visto aumentare a dismisura, in tempi relativamente brevi, le proposte di acquisizione. Da un punto di vista puramente editoriale, dunque non produttivo o economico, non ci sono state né rassicurazioni né tantomeno nuove idee. È un mondo vecchio che si comprime e si ripiega su se stesso, che spende soldi, che prova a investirli, ma che non porta a nessun vero mutamento dell’industria o del sistema che la controlla. Ed è incredibile come tutte le voci contrarie all’acquisizione da parte di Netflix ora si siano spente o comunque non facciano più così tanto rumore. Per qualcuno, evidentemente, il cinema è salvo. La realtà, però, dice altro; dice, cioè, che alla fine è sempre e solo una questione di soldi. Non di arte, non di aspirazioni: di soldi.

Cannes 2026, Park Chan-wook nominato presidente della giuria

Il regista sudcoreano Park Chan-wook è stato nominato presidente della giuria al Festival di Cannes 2026. Acclamato l’anno precedente sulla Croisette per il suo No other choice, è il primo coreano a ricoprire questo ruolo, che eredita dall’attrice francese Juliette Binoche. «La sua inventiva, maestria visiva e propensione a catturare i molteplici impulsi di donne e uomini con strani destini hanno regalato al cinema contemporaneo momenti davvero memorabili», hanno dichiarato la presidente del Festival Iris Knobloch e il direttore Thierry Frémaux. «Siamo lieti di celebrare il suo immenso talento e, più in generale, il cinema di un paese profondamente impegnato a mettere in discussione il nostro tempo». La giuria da lui presieduta sarà chiamata ad assegnare la Palma d’Oro, il riconoscimento più prestigioso del Festival, nella cerimonia di chiusura che si terrà il 23 maggio.

Dalla trilogia della vendetta a No other choice

Regista, sceneggiatore e produttore cinematografico, Park Chan-wook è ritenuto tra i cineasti più importanti e influenti del cinema coreano. Ha ottenuto il successo internazionale con la trilogia della vendetta, composta da Mr. Vendetta (2002), Old Boy (2003) e Lady Vendetta. Con il secondo capitolo ha vinto il Grand Prix Speciale della Giuria al Festival di Cannes 2004, dove ha ricevuto anche il plauso del regista statunitense Quentin Tarantino che definì la pellicola come «il film che avrei voluto fare io».

Nel 2013 ha realizzato il suo primo film in lingua inglese, Stoker, con un cast che comprende Matthew Goode, Nicole Kidman e Mia Wasikowska. Tra gli altri suoi lungometraggi si ricordano Mademoiselle (2016), Decision to Leave (2022) e il sopracitato No other choice (2025).

Il boom di Zalone ha salvato il cinema italiano? Non proprio

Dal 25 dicembre, Buen Camino di Gennaro Nunziante e Checco Zalone ha battuto record su record: è diventato il miglior incasso di sempre del box office italiano, il film che ha raccolto più spettatori nell’epoca di Cinetel (superando anche Quo Vado?) e ha superato la soglia dei 75 milioni di euro. Per alcuni addetti ai lavori questo sembra essere più che sufficiente per salvare il cinema italiano (attenzione: non ci stiamo riferendo solamente alla filiera produttiva, ma al cinema nella sua interezza). È vero che, nei primi mesi del 2026, i film italiani stanno andando bene. O comunque: meglio che in passato. Basta dare un’occhiata agli ultimi dati del box office, con Le cose non dette di Gabriele Muccino al primo posto, Agata Christian di Eros Puglielli al secondo; Lavoreremo da grandi di Antonio Albanese al terzo e La grazia di Paolo Sorrentino all’ottavo (dati aggiornati al 9 febbraio). Ed è innegabile che un ruolo importante in questa nuova spinta del cinema italiano l’ha avuto proprio Zalone.

LEGGI ANCHE: Perché il nuovo film di Checco Zalone manda in bestia la critica

Se un film va bene, più persone vanno in sala; se più persone vanno in sala, si creano, quasi automaticamente, due effetti. Il primo: un pubblico che solitamente non va al cinema è di nuovo al cinema. Il secondo: se le sale sono piene, spesso si ripiega su altro, su quello che è in cartellone, e si ritorna poi un altro giorno per recuperare il film che si aveva in mente. Ma c’è pure la visibilità, diretta e indiretta, alle sale, ai film programmati, ai trailer, ai poster, eccetera eccetera. C’è soprattutto un’attenzione diversa da parte della stampa, che torna a parlare di cinema non per denunciare questo o quel flop o il modo in cui sono stati utilizzati i fondi pubblici (parliamo, chiaramente, della stampa generalista), ma per riconoscere che qualcosa si sta muovendo e che dei risultati – risultati eccezionali, beninteso – ci sono stati.

L’industria cinematografica, ma più in generale quella audiovisiva, resta in bilico

Zalone, però, non è la regola. Questa è una fase. E in quanto fase andrebbe considerata per ciò che è davvero, per i risultati raggiunti in questo momento, senza credere che sarà così per sempre: potrebbe succedere, mai dire mai; ma non stiamo parlando di probabilità o di statistiche, stiamo cercando di dare una lettura effettiva e realistica del mercato italiano. L’industria cinematografica, ma più in generale quella audiovisiva, è in bilico: molti set vengono anticipati proprio per l’incertezza delle regole future, mentre altri, per avere una copertura più o meno garantita (che non significa guadagno per i produttori, ma, appunto, copertura delle spese), vengono spostati all’estero, con il coinvolgimento di altre società.

Il boom di Zalone ha salvato il cinema italiano? Non proprio
Il boom di Zalone ha salvato il cinema italiano? Non proprio
Il boom di Zalone ha salvato il cinema italiano? Non proprio
Il boom di Zalone ha salvato il cinema italiano? Non proprio
Il boom di Zalone ha salvato il cinema italiano? Non proprio
Il boom di Zalone ha salvato il cinema italiano? Non proprio
Il boom di Zalone ha salvato il cinema italiano? Non proprio
Il boom di Zalone ha salvato il cinema italiano? Non proprio
Il boom di Zalone ha salvato il cinema italiano? Non proprio
Il boom di Zalone ha salvato il cinema italiano? Non proprio

Tra la fine del 2026 e l’inizio del 2027 è previsto l’ennesimo ribaltamento nella quantità (e nella qualità) della programmazione: i film italiani tenderanno a diminuire (di quanto, per ora, è impossibile saperlo), mentre torneranno a crescere le acquisizioni internazionali (o almeno, avranno un peso e uno spazio maggiore). E chi lavora nel cinema, invece? Parliamo di centinaia e centinaia di migliaia di persone, che non hanno più nessuna garanzia e che sono quasi costrette a cambiare lavoro o a reinventarsi. La situazione, oggi, non è solo precaria. È assolutamente imprevedibile. Soprattutto per i piccoli e, talvolta, medi produttori. Le grandi realtà lavorano quasi nello stesso modo, come se non fosse successo niente. Perché sono più strutturate e hanno più risorse.

Il prezzo più caro lo pagano gli aspiranti cineasti

Chi pagherà il prezzo più salato saranno gli esordienti, con le opere prime e seconde, e sarà coinvolta un’intera generazione di aspiranti cineasti (o di cineasti che hanno appena cominciato a lavorare). Se nel breve periodo questo non sembra avere degli effetti sull’offerta e, soprattutto, sul pluralismo delle voci, con il passare del tempo le cose cambieranno. Se diamo un’occhiata ai risultati del box office, a parte i già citati Nunziante e Zalone, che rappresentano un’eccezione, buona parte dei film che sono andati meglio al cinema porta la firma di autori in attività da diversi anni, consolidati, con un loro pubblico e un loro seguito: Paolo Sorrentino, Gabriele Muccino e Antonio Albanese.

Se allarghiamo ulteriormente lo sguardo, ci rendiamo conto che il nostro cinema ha sempre più bisogno di autori simili (un altro esempio da non dimenticare è quello di Ferzan Özpetek, che a Natale tornerà in sala con il suo nuovo film, Nella gioia e nel dolore). Chi c’è, esattamente, tra i 30-40enni? Chi può prendere il testimone di questi autori? Soprattutto, chi ha la capacità – qui stiamo parlando di pura attrattiva commerciale, non di qualità delle storie – di portare il pubblico al cinema?

Il boom di Zalone ha salvato il cinema italiano? Non proprio
Ferzan Ozpetek, regista turco naturalizzato italiano (foto Ansa).

Le opere prime e le opere seconde restano l’ultima ruota del carro, e questo è un problema. È un problema anche l’incapacità di riconoscere l’importanza di avere un modello alternativo, più indipendente, con la produzione e lo sviluppo di film più piccoli e curati, capaci di offrire al pubblico qualcosa di effettivamente diverso. E questo perché costano anche di meno, e sono decisamente più sostenibili per un’industria come la nostra, che non ha ben chiaro il suo futuro fra tax credit e finanziamenti pubblici. Chi lavora nel cinema – registi, sceneggiatori e attori alle prime esperienze in particolare – sempre più spesso è costretto ad avere più impieghi per poter sopravvivere. Il lungo articolo pubblicato qualche giorno fa su Rivista Studio è un’ottima testimonianza in questo senso.

Il cortocircuito del cambiamento che non arriva mai

Ci ritroviamo, insomma, davanti all’ennesimo cortocircuito: non si cambia perché non ci sono certezze, e non ci sono certezze perché non si cambia e, di conseguenza, non si ha una contezza più profonda di quello che sta succedendo e dei gusti del pubblico. Le città di pianura di Francesco Sossai, uscito ormai diversi mesi fa e ora disponibile su MUBI, si trova esattamente dall’altra parte dello spettro degli incassi rispetto a Buen Camino. È andato bene per il film che è e anche per le aspettative che l’industria nutriva nei suoi confronti, ma parliamo di un film piccolo, indipendente, che si è fatto avanti quasi esclusivamente grazie al passaparola. Ed è, come Buen Camino, un’eccezione. Non la regola.

Forse, prima ancora di riscrivere le leggi, sarebbe importante ripensare al sistema cinema come spazio artistico-creativo. Le commedie, ci diciamo, non vanno più bene. Eppure, se diamo un’occhiata alle ultime uscite tra i titoli italiani più forti, sostenuti cioè dalle distribuzioni più importanti, non troviamo altro che commedie. O, al massimo, dei drammi intensi, riletture viste e straviste della stessa cosa e delle stesse dinamiche. Il problema più grande del cinema italiano è la sua tendenza ad abbandonarsi ai successi, a credere che tutto andrà bene, che dopo lo Zalone di turno la strada sarà tutta in discesa. E invece, sorpresa, non è così.

Checco Zalone, ecco Buen Camino: trailer e data di uscita del film

Un’attesa lunga quasi sei anni sta per finire. Checco Zalone è infatti pronto a tornare al cinema con il suo sesto film in carriera, Buen Camino, in uscita il 25 dicembre 2025 per Medusa Film. Il comico barese campione di incassi, assente dalle sale dal primo gennaio 2020 quando rilasciò Tolo Tolo, si cala stavolta nei panni di un miliardario eccentrico ed egocentrico che si vede costretto a percorrere il Cammino di Santiago di Compostela per ritrovare sua figlia, svanita nel nulla. In occasione delle Giornate professionali di cinema a Sorrento è stato mostrato finalmente il primo e divertentissimo trailer, ricco di gag che faranno ridere milioni di spettatori in sala.

Checco Zalone, la trama e il cast del nuovo film Buen Camino

Per la sua sesta fatica cinematografica, Checco Zalone si cala stavolta nei panni del ricco figlio di papà Checco, erede di un patrimonio miliardario grazie al lavoro del padre Eugenio, produttore di divani. Lui non ha mai mosso un dito, come rivela più volte nel trailer, e trascorre le sue giornate in piscina o nelle sue ville lussuose, con un numero imprecisato di filippini al servizio e una giovane modella messicana come fidanzata. Improvvisamente, tuttavia, la figlia minorenne Cristal – che deve il suo nome alle bollicine francesi – sparisce nel nulla. Chiamato d’urgenza a Roma dall’ex moglie Linda, si ritrova a dover affrontare le sue responsabilità paterne provando a cercare la ragazza di cui non sa nulla. Ad aiutarlo è Corina, migliore amica di Cristal, che riesce a corrompere e farle confessare dove si trova la figlia: è in Spagna per compiere il Cammino di Santiago di Compostela.

Cosa può aver spinto la ragazza a compiere il lungo Cammino? Lo scoprirà raggiungendola in Spagna, dove intende trovare un senso per la sua vita percorrendo 800 chilometri, una distanza immensa che Checco giudica folle ma che suo malgrado sarà costretto a intraprendere. Per sentieri assolati, montagne fredde e piovose, passando per piccoli paesi sperduti, mangiando quel che capita e dormendo in ostelli fatiscenti e carichi di pellegrini, Checco proverà a ricomporre la sua relazione con Cristal. L’impresa ha dell’impossibile ma un viaggio, si sa, può cambiare la vita e renderla ricca per davvero. Nel cast anche Beatriz Arjona, Letizia Arnò, Martina Colombari e Alfonso Santagata. Alla regia Gennaro Nunziante.

Cinema, il mistero Guadagnino: grande talento ma incassi flop

Qualcuno, prima o poi, dovrà svelare al mondo il segreto di Luca Guadagnino. Un regista di grande talento ma che al box office incassa quasi sempre poco o nulla coi suoi film, nonostante faccia spendere cifre notevoli ai produttori. Eppure tutti lo vogliono, tutti lo cercano, le star accettano di lavorare con lui e la sua stella continua a splendere nel firmamento del cinema d’autore.

Cinema, il mistero Guadagnino: grande talento ma incassi flop
Il regista italiano Luca Guadagnino (foto Ansa).

Non si discute la qualità dei suoi film, ma solo il rapporto tra costi e ricavi

Non siamo qui a discutere sulla qualità dei suoi film, che a giudizio di chi scrive è notevole. Più terra a terra, si dibatte sull’argomento del rapporto tra costi e ricavi: parliamo di business, insomma. Ecco, il 54enne cineasta italiano deve certamente la sua fortuna al film del 2017: Chiamami col tuo nome. Una pellicola con costi produttivi di 3,5 milioni di dollari, incassi al botteghino per 70 milioni, e che ha messo l’attore Timothée Chalamet sulla mappa delle star mondiali.

Guadagnino si è sempre saputo arrangiare con budget risicati, dai 3,6 milioni di Io sono l’amore (12,7 milioni di dollari al box office), al riuscitissimo A Bigger Splash (6 milioni di budget e 7,5 milioni al botteghino), e si era dimostrato un buon affare per i produttori.

Dopo Chiamami col tuo nome l’ambizione e il marketing sono saliti di livello

Dopo il boom di Chiamami col tuo nome, però, le cose sono andate diversamente. L’ambizione dei film, il cast coinvolto, la promozione e il marketing sono saliti di livello. E in queste dimensioni del business, il gusto di Guadagnino non ha sempre incontrato i favori di un pubblico largo. Nel 2018 il remake di Suspiria (capolavoro di Dario Argento) è costato 20 milioni di dollari solo a livello produttivo, con incassi che si sono fermati però a otto milioni.

Nel 2020 ecco la serie televisiva We are who we are, per Hbo e Sky Studios, chiusa dopo la prima stagione per scarsi ascolti.

Nel 2022 è stata la volta del film Bones and all, con un budget di 20 milioni di dollari, ancora Chalamet nel cast, ma un box office che non ha superato i 15 milioni di dollari.

È andata un po’ meglio con Challengers, nel 2024

Un po’ meglio sono andate le cose con Challengers, nel 2024: il cast era stellare, con Zendaya, Josh O’Connor e Mike Faist, il budget notevole (55 milioni di dollari), la promozione è stata mondiale, con alti costi di marketing, e gli incassi comunque hanno raggiunto una soglia ragionevole, a quota 96 milioni di dollari.

Poi, però, Guadagnino si è scottato ancora, con una doppietta che metterebbe al tappeto chiunque. Prima Queer, del 2024, con la star Daniel Craig che, abbandonati i panni di 007, si è presentato con un improbabile ciuffo in testa: 50 milioni di dollari di budget, e appena 7 milioni incassati nel mondo. Un disastro.

A seguire, nel 2025, After the hunt, con Julia Roberts e Andrew Garfield: budget stellare da 80 milioni di dollari (di cui 20 milioni solo per la Roberts), box office misero a 9 milioni di dollari. Risultato sanguinoso.

Ora Guadagnino ha in mano un budget da 40 milioni di dollari per Artificial

Eppure, evidentemente, il cinema non può fare a meno di Guadagnino: Amazon Mgm Studios, infatti, ha messo nelle mani del regista italiano anche il budget da 40 milioni di dollari per Artificial, un film biografico in uscita nel 2026 che ricostruisce la controversa vicenda del ceo di OpenAI, Sam Altman, licenziato nel 2023 e poi riassunto pochi giorni dopo. C’è ancora Andrew Garfield nel cast, per sette settimane di riprese che si sono da poco concluse tra California, Torino, Ivrea, Valle d’Aosta e Bologna. Ce la farà almeno stavolta a evitare il flop?

Cinema, il mistero Guadagnino: grande talento ma incassi flop
Sam Altman, ceo di OpenAI (foto Imagoeconomica).

European Film Awards 2026: tutte le nomination

Annunciate le nomination per gli European Film Awards 2026, 38esima edizione dei principali premi per il cinema del vecchio continente. L’Italia può sperare con Valeria Bruni Tedeschi, candidata come miglior attrice per Duse di Pietro Marcello, e con Toni Servillo, in lizza fra gli attori per la sua performance ne La Grazia di Paolo Sorrentino, che sarà in corsa per la sceneggiatura ma non per la regia. Tra i grandi favoriti per la categoria “Miglior Film” c’è Jafar Panahi con Un semplice incidente già vincitore della Palma d’Oro all’ultimo Festival di Cannes. In corsa per il miglior documentario e film Fiume o Morte!, una coproduzione fra Croazia, Italia e Slovenia. Greta Scarano correrà per lo Young Audience Award con la sua opera prima da regista, La vita da grandi. La cerimonia di premiazione si terrà il 17 gennaio a Berlino.

European Film Awards 2026, le nomination

European Film Awards 2026: tutte le nomination
Valeria Bruni Tedeschi alla premiere di Duse a Venezia 2025 (Ansa).

Miglior film

  • Un semplice incidente di Jafar Panahi
  • Sentimental value di Joaquim Trier
  • Sirat di Oliver Laxe
  • Sound of Falling di Mascha Schilinski
  • La voce di Hind Rajab di Kaouther Ben Hania
  • Pomeriggi di solitudine di Albert Serra
  • Fiume O Morte! di Igor Bezinovic
  • Riefenstahl di Andres Veiel
  • Songs of Slow Burning Earth di Olha Zhurba
  • With Hasan in Gaza di Kamal Aljafari
  • Arco di Ugo Bienvenu
  • Dog of God di Raitis e Lauris Abele
  • La piccola Amelie di Mailys Vallade e Liane-Cho Han
  • Olivia and the Invisible Earthquake di Irene Iborra Rizo
  • Tales From the Magic Garden di David Súkup, Patrik Pašš, Leon Vidmar, Jean-Claude Rozec

Miglior Attrice

  • Léa Drucker per Case 137
  • Valeria Bruni Tedeschi per Duse
  • Leonie Benesch per L’ultimo turno
  • Vicky Krieps per Love Me Tender
  • Renate Reinsve per Sentimental Value

Miglior Attore

  • Idan Weiss per Franz
  • Toni Servillo per La Grazia
  • Stellan Skarsgård per Sentimental Value
  • Sergi López per Sirat
  • Mads Mikkelsen per Mio fratello è un vichingo

Miglior regista

  • Yorgos Lanthimos per Bugonia
  • Jafar Panahi per Un semplice incidente
  • Joachim Trier per Sentimental Value
  • Oliver Laxe per Sirat
  • Mascha Schilinski per Sound of Falling

Miglior Sceneggiatura

  • Paolo Sorrentino per La Grazia
  • Jafar Panahi per Un semplice incidente
  • Eskil Voigt e Joachim Trier per Sentimental Value
  • Santiago Fillol e Oliver Laxe per Sirat
  • Mascha Schilinski e Louise Peter per Sound of Falling

Miglior Documentario

  • Pomeriggi di solitudine di Albert Serra
  • Fiume o Morte! di Igor Bezinović
  • Riefenstahl di Andres Veiel
  • Songs of Slow Burning Earth di Olha Zhurba
  • With Hasan in Gaza di Kamal Aljafari

Miglior Film di animazione

  • Arco
  • Dog of God
  • La piccola Amelie
  • Olivia and the Invisible Earthquake
  • Tales from the Magic Garden

Young Audience Award

  • Arco di Ugo Bienvenu
  • I Accidentally Wrote a Book di Nóra Lakos
  • La vita da grandi di Greta Scarano

Tom Cruise premiato con l’Oscar alla carriera

Icona di Hollywood, fra le ultime grandi star del genere action, Tom Cruise è un punto di riferimento non solo per gli appassionati del cinema, ma anche per molti protagonisti del settore. Celebre volto di Ethan Hunt in Mission: Impossible e di Pete Maverick Mitchell nei due capitoli di Top Gun, il divo 63enne ha ricevuto il meritatissimo premio Oscar alla carriera. Lo ha ritirato domenica 16 novembre durante la cerimonia dei Governors Awards a Los Angeles di fronte a una parata di celebrità accorse per l’occasione. A consegnarglielo, il regista Alejandro Inarritu, che lo dirigerà in Judy, nuovo progetto atteso in sala nel 2026 che coinvolgerà Jesse Plemons, Sandra Hüller e John Goodman. Dopo aver ritirato la statuetta, Cruise ha tenuto un discorso emozionante in cui ha reso omaggio a tutti coloro che rendono possibile il miracolo del cinema.

A Tom Cruise l’Oscar onorario: «Fare film è ciò che sono»

«Il cinema mi porta in giro per il mondo», ha spiegato Tom Cruise nel suo discorso di accettazione dell’Oscar alla carriera. «Mi aiuta ad apprezzare e rispettare le differenze. Mi mostra anche la nostra comune umanità, quanto siamo tutti simili da così tanti punti di vista. Non importa da dove veniamo: in quella sala noi ridiamo insieme, ci emozioniamo insieme, speriamo insieme, e questo è il grande potere di questa forma d’arte. È per questo che è importante, per questo che è così importante per me. Quindi fare film non è quello che faccio, è quello che sono». Visibilmente commosso, Tom Cruise ha raccontato come il suo amore per il cinema sia nato già in tenera età. «Da ragazzino facevo ogni lavoretto che mi permettesse di pagarmi un biglietto», ha rivelato. «E quando non avevo abbastanza soldi, beh, mi inventavo qualche altro modo di entrare in quel cinema».

«Ero un bambino in un cinema buio e ricordo di quel raggio di luce che tagliava la sala: mi ricordo di aver alzato lo sguardo», ha proseguito Tom Cruise. «All’improvviso, il mondo era molto più grande di quello che conoscevo. Intere culture, vite, paesaggi si sono srotolati davanti a me: tutto questo ha acceso qualcosa. Ha acceso una fame d’avventura, una fame di conoscenza, una fame per la comprensione dell’essere umano, per la creazione di personaggi, per raccontare storie e vedere il mondo. Mi ha aperto gli occhi. Ha aperto la mia immaginazione alla possibilità di espandersi ben oltre i confini che allora percepivo nella mia vita. Quel raggio di luce ha acceso il desiderio di aprire il mondo e da allora lo seguo».

Gli altri premiati durante la cerimonia dei Governors Awards

In carriera, Tom Cruise è stato candidato quattro volte agli Oscar: come attore protagonista sia in Nato il 4 luglio sia in Jerry Maguire, interprete non protagonista per Magnolia e produttore per Top Gun Maverick. Durante i Governors Awards 2025 Cynthia Erivo, star di Wicked con Ariana Grande, ha consegnato il premio onorario alla coreografa Debbie Allen. L’Academy ha assegnato una statuetta anche a Wynn Thomas, scenografo di Malcolm X, Da 5 Bloods e King Richard. Assente Dolly Parton, cui è stato conferito il Jean Hersholt Humanitarian Award, per problemi di salute: la regina del country ha ringraziato tutti con un video registrato da remoto.