Un’attesa lunga quasi sei anni sta per finire. Checco Zalone è infatti pronto a tornare al cinema con il suo sesto film in carriera, Buen Camino, in uscita il 25 dicembre 2025 per Medusa Film. Il comico barese campione di incassi, assente dalle sale dal primo gennaio 2020 quando rilasciò Tolo Tolo, si cala stavolta nei panni di un miliardario eccentrico ed egocentrico che si vede costretto a percorrere il Cammino di Santiago di Compostela per ritrovare sua figlia, svanita nel nulla. In occasione delle Giornate professionali di cinema a Sorrento è stato mostrato finalmente il primo e divertentissimo trailer, ricco di gag che faranno ridere milioni di spettatori in sala.
Checco Zalone, la trama e il cast del nuovo film Buen Camino
Per la sua sesta fatica cinematografica, Checco Zalone si cala stavolta nei panni del ricco figlio di papà Checco, erede di un patrimonio miliardario grazie al lavoro del padre Eugenio, produttore di divani. Lui non ha mai mosso un dito, come rivela più volte nel trailer, e trascorre le sue giornate in piscina o nelle sue ville lussuose, con un numero imprecisato di filippini al servizio e una giovane modella messicana come fidanzata. Improvvisamente, tuttavia, la figlia minorenne Cristal – che deve il suo nome alle bollicine francesi – sparisce nel nulla. Chiamato d’urgenza a Roma dall’ex moglie Linda, si ritrova a dover affrontare le sue responsabilità paterne provando a cercare la ragazza di cui non sa nulla. Ad aiutarlo è Corina, migliore amica di Cristal, che riesce a corrompere e farle confessare dove si trova la figlia: è in Spagna per compiere il Cammino di Santiago di Compostela.
Cosa può aver spinto la ragazza a compiere il lungo Cammino? Lo scoprirà raggiungendola in Spagna, dove intende trovare un senso per la sua vita percorrendo 800 chilometri, una distanza immensa che Checco giudica folle ma che suo malgrado sarà costretto a intraprendere. Per sentieri assolati, montagne fredde e piovose, passando per piccoli paesi sperduti, mangiando quel che capita e dormendo in ostelli fatiscenti e carichi di pellegrini, Checco proverà a ricomporre la sua relazione con Cristal. L’impresa ha dell’impossibile ma un viaggio, si sa, può cambiare la vita e renderla ricca per davvero. Nel cast anche Beatriz Arjona, Letizia Arnò, Martina Colombari e Alfonso Santagata. Alla regia Gennaro Nunziante.
Qualcuno, prima o poi, dovrà svelare al mondo il segreto di Luca Guadagnino. Un regista di grande talento ma che al box office incassa quasi sempre poco o nulla coi suoi film, nonostante faccia spendere cifre notevoli ai produttori. Eppure tutti lo vogliono, tutti lo cercano, le star accettano di lavorare con lui e la sua stella continua a splendere nel firmamento del cinema d’autore.
Il regista italiano Luca Guadagnino (foto Ansa).
Non si discute la qualità dei suoi film, ma solo il rapporto tra costi e ricavi
Non siamo qui a discutere sulla qualità dei suoi film, che a giudizio di chi scrive è notevole. Più terra a terra, si dibatte sull’argomento del rapporto tra costi e ricavi: parliamo di business, insomma. Ecco, il 54enne cineasta italiano deve certamente la sua fortuna al film del 2017: Chiamami col tuo nome. Una pellicola con costi produttivi di 3,5 milioni di dollari, incassi al botteghino per 70 milioni, e che ha messo l’attore Timothée Chalamet sulla mappa delle star mondiali.
Guadagnino si è sempre saputo arrangiare con budget risicati, dai 3,6 milioni di Io sono l’amore (12,7 milioni di dollari al box office), al riuscitissimo A Bigger Splash (6 milioni di budget e 7,5 milioni al botteghino), e si era dimostrato un buon affare per i produttori.
Dopo Chiamami col tuo nome l’ambizione e il marketing sono saliti di livello
Dopo il boom di Chiamami col tuo nome, però, le cose sono andate diversamente. L’ambizione dei film, il cast coinvolto, la promozione e il marketing sono saliti di livello. E in queste dimensioni del business, il gusto di Guadagnino non ha sempre incontrato i favori di un pubblico largo. Nel 2018 il remake di Suspiria (capolavoro di Dario Argento) è costato 20 milioni di dollari solo a livello produttivo, con incassi che si sono fermati però a otto milioni.
Nel 2020 ecco la serie televisiva We are who we are, per Hbo e Sky Studios, chiusa dopo la prima stagione per scarsi ascolti.
Nel 2022 è stata la volta del film Bones and all, con un budget di 20 milioni di dollari, ancora Chalamet nel cast, ma un box office che non ha superato i 15 milioni di dollari.
È andata un po’ meglio con Challengers, nel 2024
Un po’ meglio sono andate le cose con Challengers, nel 2024: il cast era stellare, con Zendaya, Josh O’Connor e Mike Faist, il budget notevole (55 milioni di dollari), la promozione è stata mondiale, con alti costi di marketing, e gli incassi comunque hanno raggiunto una soglia ragionevole, a quota 96 milioni di dollari.
Poi, però, Guadagnino si è scottato ancora, con una doppietta che metterebbe al tappeto chiunque. Prima Queer, del 2024, con la star Daniel Craig che, abbandonati i panni di 007, si è presentato con un improbabile ciuffo in testa: 50 milioni di dollari di budget, e appena 7 milioni incassati nel mondo. Un disastro.
A seguire, nel 2025, After the hunt, con Julia Roberts e Andrew Garfield: budget stellare da 80 milioni di dollari (di cui 20 milioni solo per la Roberts), box office misero a 9 milioni di dollari. Risultato sanguinoso.
Ora Guadagnino ha in mano un budget da 40 milioni di dollari per Artificial
Eppure, evidentemente, il cinema non può fare a meno di Guadagnino: Amazon Mgm Studios, infatti, ha messo nelle mani del regista italiano anche il budget da 40 milioni di dollari per Artificial, un film biografico in uscita nel 2026 che ricostruisce la controversa vicenda del ceo di OpenAI, Sam Altman, licenziato nel 2023 e poi riassunto pochi giorni dopo. C’è ancora Andrew Garfield nel cast, per sette settimane di riprese che si sono da poco concluse tra California, Torino, Ivrea, Valle d’Aosta e Bologna. Ce la farà almeno stavolta a evitare il flop?
Annunciate le nomination per gli European Film Awards 2026, 38esima edizione dei principali premi per il cinema del vecchio continente. L’Italia può sperare con Valeria Bruni Tedeschi, candidata come miglior attrice per Dusedi Pietro Marcello, e con Toni Servillo, in lizza fra gli attori per la sua performance ne La Grazia di Paolo Sorrentino, che sarà in corsa per la sceneggiatura ma non per la regia. Tra i grandi favoriti per la categoria “Miglior Film” c’è Jafar Panahi con Un semplice incidente già vincitore della Palma d’Oro all’ultimo Festival di Cannes. In corsa per il miglior documentario e film Fiume o Morte!, una coproduzione fra Croazia, Italia e Slovenia. Greta Scarano correrà per lo Young Audience Award con la sua opera prima da regista, La vita da grandi. La cerimonia di premiazione si terrà il 17 gennaio a Berlino.
European Film Awards 2026, le nomination
Valeria Bruni Tedeschi alla premiere di Duse a Venezia 2025 (Ansa).
Miglior film
Un semplice incidente di Jafar Panahi
Sentimental value di Joaquim Trier
Sirat di Oliver Laxe
Sound of Falling di Mascha Schilinski
La voce di Hind Rajab di Kaouther Ben Hania
Pomeriggi di solitudine di Albert Serra
Fiume O Morte! di Igor Bezinovic
Riefenstahl di Andres Veiel
Songs of Slow Burning Earth di Olha Zhurba
With Hasan in Gaza di Kamal Aljafari
Arco di Ugo Bienvenu
Dog of God di Raitis e Lauris Abele
La piccola Amelie di Mailys Vallade e Liane-Cho Han
Olivia and the Invisible Earthquake di Irene Iborra Rizo
Tales From the Magic Garden di David Súkup, Patrik Pašš, Leon Vidmar, Jean-Claude Rozec
Miglior Attrice
Léa Drucker per Case 137
Valeria Bruni Tedeschi per Duse
Leonie Benesch per L’ultimo turno
Vicky Krieps per Love Me Tender
Renate Reinsve per Sentimental Value
Miglior Attore
Idan Weiss per Franz
Toni Servillo per La Grazia
Stellan Skarsgård per Sentimental Value
Sergi López per Sirat
Mads Mikkelsen per Mio fratello è un vichingo
Miglior regista
Yorgos Lanthimos per Bugonia
Jafar Panahi per Un semplice incidente
Joachim Trier per Sentimental Value
Oliver Laxe per Sirat
Mascha Schilinski per Sound of Falling
Miglior Sceneggiatura
Paolo Sorrentino per La Grazia
Jafar Panahi per Un semplice incidente
Eskil Voigt e Joachim Trier per Sentimental Value
Santiago Fillol e Oliver Laxe per Sirat
Mascha Schilinski e Louise Peter per Sound of Falling
Icona di Hollywood, fra le ultime grandi star del genere action, Tom Cruise è un punto di riferimento non solo per gli appassionati del cinema, ma anche per molti protagonisti del settore. Celebre volto di Ethan Hunt in Mission: Impossible e di Pete Maverick Mitchell nei due capitoli di Top Gun, il divo 63enne ha ricevuto il meritatissimo premio Oscar alla carriera. Lo ha ritirato domenica 16 novembre durante la cerimonia dei Governors Awards a Los Angeles di fronte a una parata di celebrità accorse per l’occasione. A consegnarglielo, il regista Alejandro Inarritu, che lo dirigerà in Judy, nuovo progetto atteso in sala nel 2026 che coinvolgerà Jesse Plemons, Sandra Hüller e John Goodman. Dopo aver ritirato la statuetta, Cruise ha tenuto un discorso emozionante in cui ha reso omaggio a tutti coloro che rendono possibile il miracolo del cinema.
A Tom Cruise l’Oscar onorario: «Fare film è ciò che sono»
«Il cinema mi porta in giro per il mondo», ha spiegato Tom Cruise nel suo discorso di accettazione dell’Oscar alla carriera. «Mi aiuta ad apprezzare e rispettare le differenze. Mi mostra anche la nostra comune umanità, quanto siamo tutti simili da così tanti punti di vista. Non importa da dove veniamo: in quella sala noi ridiamo insieme, ci emozioniamo insieme, speriamo insieme, e questo è il grande potere di questa forma d’arte. È per questo che è importante, per questo che è così importante per me. Quindi fare film non è quello che faccio, è quello che sono». Visibilmente commosso, Tom Cruise ha raccontato come il suo amore per il cinema sia nato già in tenera età. «Da ragazzino facevo ogni lavoretto che mi permettesse di pagarmi un biglietto», ha rivelato. «E quando non avevo abbastanza soldi, beh, mi inventavo qualche altro modo di entrare in quel cinema».
«Ero un bambino in un cinema buio e ricordo di quel raggio di luce che tagliava la sala: mi ricordo di aver alzato lo sguardo», ha proseguito Tom Cruise. «All’improvviso, il mondo era molto più grande di quello che conoscevo. Intere culture, vite, paesaggi si sono srotolati davanti a me: tutto questo ha acceso qualcosa. Ha acceso una fame d’avventura, una fame di conoscenza, una fame per la comprensione dell’essere umano, per la creazione di personaggi, per raccontare storie e vedere il mondo. Mi ha aperto gli occhi. Ha aperto la mia immaginazione alla possibilità di espandersi ben oltre i confini che allora percepivo nella mia vita. Quel raggio di luce ha acceso il desiderio di aprire il mondo e da allora lo seguo».
Gli altri premiati durante la cerimonia dei Governors Awards
In carriera, Tom Cruise è stato candidato quattro volte agli Oscar: come attore protagonista sia in Nato il 4 luglio sia in Jerry Maguire, interprete non protagonista per Magnolia e produttore per Top Gun Maverick. Durante i Governors Awards 2025 Cynthia Erivo, star di Wicked con Ariana Grande, ha consegnato il premio onorario alla coreografa Debbie Allen. L’Academy ha assegnato una statuetta anche a Wynn Thomas, scenografo di Malcolm X, Da 5 Bloods e King Richard. Assente Dolly Parton, cui è stato conferito il Jean Hersholt Humanitarian Award, per problemi di salute: la regina del country ha ringraziato tutti con un video registrato da remoto.
«Non ho in programma nulla di nuovo per la musica. Voglio dedicarmi ad altre cose creative, almeno per un po’». Con queste parole, a luglio 2024, Adele annunciava di volersi allontanare dal palco per un periodo di tempo indeterminato. A più di un anno di distanza, la cantautrice britannica vincitrice di 16 Grammy Awards e un Oscar ha svelato il suo nuovo progetto: debuttare al cinema. La star si appresta infatti a esordire come attrice e lo farà in un film ambientato in Italia. È nel cast di Cry to Heaven, adattamento dell’omonimo romanzo Anni 80 di Anne Rice che vanterà la regia di Tom Ford, stilista e magnate della moda oltre che produttore e cineasta. Attualmente in pre-produzione fra le città di Londra e Roma, il progetto dovrebbe vedere la luce nell’autunno 2026: a gennaio si prevede invece l’inizio delle riprese.
Il regista e stilista Tom Ford (Ansa).
Cry to Heaven, trama e cast del nuovo film con Adele
Tratto dall’omonimo romanzo di Anne Rice del 1982, Cry to Heaven si svolge nell’Italia del XVIII secolo e racconta la storia di un nobile veneziano e un cantante lirico, le cui vite si intrecciano in modo del tutto inatteso ma indissolubile. Non è ancora noto il ruolo di Adele, ma Deadline ha potuto svelare in anteprima gran parte del cast, che vanta la presenza di molte celebrità. Annunciati infatti Nicholas Hoult, Aaron Taylor-Johnson – al centro delle indiscrezioni per interpretare James Bond – e Hunter Schafer (Euphoria), oltre a Mark Strong, Colin Firth e Paul Bettany. Ci saranno Ciarán Hinds, George MacKay, Owen Cooper, Daniel Quinn-Toye, Josephine Thiesen, Thandiwe Newton, Theodore Pellerin, Daryl McCormack, Cassian Bilton, Hauk Hannenmann e Lux Pascal. Per Tom Ford, ex direttore creativo di Gucci e Yves Saint Laurent, sarà il terzo film da regista dopo A Single Man del 2009 e Animali notturni del 2016.
Dopo il successo alla Mostra del Cinema di Venezia, dove ha ottenuto una standing ovation da 12 minuti, Il mago del Cremlino si mostra finalmente con il suo primo trailer internazionale. Diretto dal regista parigino Olivier Assayas e sceneggiato dallo scrittore Emmanuel Carrère, adatta per il grande schermo il romanzo omonimo di Giuliano da Empoli e uscirà nelle sale francesi il 21 gennaio 2026. La storia ruota attorno allo spin doctor e consigliere Vadim Baranov, personaggio immaginario però ispirato al politico russo Vladislav Surkov, a lungo consigliere del presidente Vladimir Putin. Nei panni del leader di Mosca, che appare per la prima volta sullo schermo come uno spietato agente del Kgb assetato di potere, c’è la star di Hollywood Jude Law, mentre il protagonista ha il volto di Paul Dano.
Il mago del Cremlino, trama e cast del film con Jude Law
Il mago del Cremlino racconta l’ascesa di Vadim Baranov (Paul Dano), giovane regista d’avanguardia che, negli anni che seguono il crollo dell’Unione sovietica, trova fortuna come produttore di reality show. Grazie al suo talento e alla spiccata intelligenza anche in campo politico, si guadagna le attenzioni di un giovane ex agente del Kgb, Vladimir Putin (Jude Law), destinato a diventare il nuovo presidente. Pur rimanendo sempre un passo indietro e avvolto nell’ombra, nei panni di suo consigliere informale, Baranov finisce irrimediabilmente per plasmarne l’immagine tanto da diventare così il vero e proprio regista della nuova Russia, manipolando realtà e finzione per costruire un modello di politica in grado di irretire un intero Paese. Ricordando, anche se con le dovute divergenze, l’operato di Rasputin al fianco dello zar Nicola II.
Pur avendo il controllo sulla nazione e la stima del presidente Putin (il film ne segue l’ascesa dalla fine degli Anni 90), Baranov non riesce a far presa su Ksenia (Alicia Vikander), donna enigmatica e impossibile da comandare. Per Vadim non è solo il principale interesse d’amore ma anche una via di fuga da un mondo cinico e da un potere che finisce per divorare qualsiasi cosa. «È una persona che protegge la propria libertà», ha spiegato l’attrice in conferenza stampa a Venezia. «Incarna l’energia tipica degli Anni 90, quando una generazione di russi credeva di poter cambiare il mondo». Nel cast anche Tom Sturridge (Morfeo nella serie The Sandman) nel ruolo di un banchiere e oligarca basato sull’ex magnate del petrolio e del gas Mikhail Khodorkovsky e Jeffrey Wright nei panni del giornalista americano cui Baranov confida la sua storia.
Un classico delle feste, una commedia che ha scritto la storia, un appuntamento per tutta la famiglia. Per il 35esimo anniversario dall’uscita, dal 4 al 10 dicembre torna al cinema in versione Ultra HD Mamma, ho perso l’aereo, il film di Chris Columbus che ha lanciato la carriera di Macaulay Culkin, volto del piccolo, ingegnoso e imprevedibile Kevin McCallister. La prevendita per i biglietti è disponibile a partire da lunedì 10 novembre, mentre sul sito ufficiale di Nexo Studios – che distribuirà la pellicola in collaborazione con MyMovies e con i media partner Radio Deejay, Cultura Pop e ArteSettima – è possibile consultare l’elenco completo delle sale. Mix irresistibile di comicità, ritmo e cuore, il lungometraggio ha conquistato generazioni di appassionati grazie alla colonna sonora di John Williams e alla sceneggiatura di John Hughes.
Mamma, ho perso l’aereo: le iniziative parallele al ritorno del film al cinema
Per festeggiare il ritorno al cinema di Mamma, ho perso l’aereo e i suoi primi 35 anni dall’uscita, il pubblico è invitato a presentarsi in sala sfoggiando il proprio miglior maglione natalizio e scattarsi un selfie oppure una foto accanto al Family Christmas Portrait, poster celebrativo del film. Nell’attesa, per scandire il countdown Nexo Digital ha pubblicato anche una playlist sul Natale disponibile sulla piattaforma streaming Spotify e realizzata in collaborazione con ArteSettima che ha scelto le colonne sonore dei film di Natale più amate di sempre.
Trama e cast del film divenuto un cult del Natale
Catherine O’Hara in una scena del film Mamma, ho perso l’aereo (da X).
Per chi non lo avesse ancora visto, Mamma, ho perso l’aereo ruota attorno ai McCallister, una ricca famiglia di Chicago che si appresta a festeggiare il Natale in viaggio. La trama scatta con i preparativi per la partenza verso Parigi, dove i coniugi Peter (John Heard) e Kate (Catherine O’Hara), intendono portare i figli per trascorrere le festività assieme ai parenti. La notte precedente al volo un improvviso black out mette fuori uso le sveglie e costringe tutti gli inquilini a dover affrettare le ultime faccende. Nella confusione, nessuno nota l’assenza del piccolo Kevin (Macaulay Culkin), ancora addormentato in soffitta dove era stato spedito la sera prima dalla madre in punizione. Quando si ridesta, Kevin si ritrova solo in una casa completamente vuota e decide di dare sfogo a tutti i suoi desideri, facendo tutto quello che gli è stato sempre vietato.
La sua esperienza cambia radicalmente quando i maldestri ladri Harry (Joe Pesci) e Marv (Daniel Stern) prendono di mira l’abitazione, certi di trovarla vuota. Deciso a salvare la propria pelle e gli averi della famiglia, per difendersi il bambino metterà a punto una serie di trappole esilaranti. Campione d’incassi, il film è stato candidato a due premi Oscar (colonna sonora e canzone originale) e altrettanti Golden Globes tra cui quello per il miglior attore protagonista a Culkin oltre che a un Grammy Award sempre per la soundtrack. Forte del successo, due anni dopo Columbus ha diretto anche il sequel Mamma, ho riperso l’aereo: mi sono smarrito a New York con il ritorno di tutti i personaggi e un cameo di Donald Trump in persona.
Lionsgate ha rilasciato a sorpresa il primo trailer del film Michael di Antoine Fuqua, biotopic sulla vita e l’ascesa di Michael Jackson. Nel video, attesissimo dai fan e subito diventato virale sui social, si alternano scene della vita privata del Re del Pop, performance in studio e sul palco e momenti iconici della sua vita.
Michael, il trailer e chi lo interpreterà
A interpretare Michel Jackson sarà il nipote Jaafar Jackson, figlio del fratello Jermaine e di Alejandra Geneviève. Il cantante da bambino, invece, sarà interpretato da Juliano Krue Valdi. A lui toccherà impersonificare Jackson nel periodo dei Jackson 5, a inizio carriera. Il film biografico è prodotto da Graham King e dai co-esecutori dell’ente Michael Jackson, John Branca e John McClain. Lionsgate distribuirà il film negli Stati Uniti. Universal Pictures International si occuperà di tutti gli altri Paesi. L’uscita nelle sale è prevista per il 24 aprile 2026.
Diane Ladd, icona di Hollywood e tre volte candidata agli Oscar, è morta lunedì 3 novembre nella sua abitazione di Ojai, in California. A darne notizia è stata la figlia Laura Dern tramite una nota comunicata da un suo portavoce alla stampa americana. «La mia straordinaria eroina e il mio dono più profondo è deceduta questa mattina con me al suo fianco», ha dichiarato la diva. «È stata la figlia, madre, nonna, attrice, artista e spirito empatico più grande che solo i sogni avrebbero potuto creare. Siamo stati benedetti ad averla. Ora vola con i suoi angeli». Commosso anche il saluto dell’ex marito Bruce Dern, padre di Laura: «Era divertente, intelligente, gentile, ma soprattutto, per me, è stata madre meravigliosa per la nostra incredibile figlia prodigio. E per questo le sarò per sempre grato». Il prossimo 29 novembre avrebbe compiuto 90 anni.
L’attrice Diane Ladd (Ansa).
La carriera di Diane Ladd e i lavori con Scorsese e Lynch
Volto indimenticabile del cinema hollywoodiano sin dagli Anni 60, Diane Ladd era nata con il nome di Rose Diane Ladner nel 1935 nel Mississippi da una famiglia di artisti. Sua madre era infatti l’attrice teatrale Mary Lanier, cugina dello scrittore e sceneggiatore Tennessee Williams. Trasferitasi a New York da adolescente, iniziò a carriera come modella e ballerina in un nightclub prima di debuttare sul palcoscenico proprio per uno spettacolo dell’autore americano, Orpheus Descending. Nel 1961, il suo primo lavoro al cinema con Something Wild: già qualche anno prima invece era apparsa in tv con un episodio della serie Anni 50 The Big Story. La fama internazionale arrivò solo nel 1974 grazie a Martin Scorsese, che le assegnò il ruolo della vivace e sboccata cameriera Flo in Alice non abita più qui che le valse la prima di tre nomination agli Oscar e un premio Bafta.
Sempre nel 1974 recitò in Chinatown di Roman Polanski: fu Ida Sessions, una prostituta che si finge un’altra persona per avvicinare il personaggio interpretato da Jack Nicholson, Jack Gittes, sperando di attirarlo nei loschi affari di Los Angeles. Apparsa anche in All Night Long con Barbra Streisand e Gene Hackman, nel 1990 approdò alla corte di David Lynch ottenendo la seconda nomination agli Oscar per Cuore selvaggiograzie alla performance nei panni di Marietta Fortune, psicopatica madre di Lula, interpretata proprio dalla figlia Laura Dern. Nel cast anche Nicolas Cage, Willem Dafoe e Isabella Rossellini. L’anno seguente recitò ancora una volta accanto a Dern in Rosa Scompiglio e i suoi amanti di Martha Coolidge in cui interpreta un’avvocata dell’omonima protagonista: per entrambe le attrici arrivò la candidatura dell’Academy.
Le ultime interpretazioni, da Joy alla serie Enlightened
Negli ultimi anni, Laura Dern e Diane Ladd avevano ancora una volta condiviso lo schermo grazie alla serie Elinghtened – La nuova me, prodotta da HBO e andata in onda dal 2011 al 2013. La prima veste i panni di Amy, una dirigente autodistruttiva che cerca di mettere insieme i cocci della propria vita, mentre la seconda ne interpreta la madre Helen, con cui tuttavia ha una relazione molto complessa. Tra le ultime apparizioni sul grande schermo della diva americana c’è anche Joy, film del 2015 diretto da David O. Russell con Jennifer Lawrence, Robert De Niro e Bradley Cooper. Nel lungometraggio, Ladd è Mimì, la nonna dell’omonima protagonista. Quanto alla vita personale, dopo Bruce Dern la star ha sposato William A. Shea nel 1969, prima di divorziare otto anni dopo. Nel 1999 si era legata in matrimonio a Robert Charles Hunter, deceduto lo scorso luglio.
Nell’Introduzione all’Almanacco dell’orrore popolare. Folk horror e immaginarioitaliano (Odoya), Fabio Camilletti esplora la radice britannica dell’espressione “folk horror”, ossia la tonalità specifica di alcuni film inglesi degli Anni 60 e 70, riguardante il sogno di una Albione primordiale, edenica e pagana, incontaminata dalla modernità, capace di attraversare i secoli e resistere alle pressioni del pensiero razionale. Sogno, o visione, puntualizza Camilletti, che non cessa di «infestarci», in riferimento anche all’Italia, in particolare ad alcuni settori dell’immaginario cinematografico e letterario, indagando i quali si verifica come la civiltà di massa ceda ormai il passo al ritorno delle condizioni tipiche del pre-moderno. In un saggio di qualche tempo fa, Pensiero vivente. Origine e attualità della filosofia italiana (Einaudi), Roberto Esposito ha notato come il caso italiano, rispetto al contesto europeo, risulti diverso: verrebbe meno infatti la dimensione tenebrosa e spettrale del sentimento edenico e pagano, che qui da noi non sarebbe vissuto come un incubo, ma una realtà in qualche misura persino assodata. La questione cruciale dell’origine, ovvero il passaggio, o salto, dall’animale all’essere umano, non viene vissuta da noi italiani quale fantasma e incubo, dato che il legame con la falda animale non è stato mai effettivamente reciso. Ne è esempio, tra gli altri, l’allegoria del centauro, immaginata per raffigurare il principe di Machiavelli, metà uomo e metà bestia, astuto come la volpe e impetuoso come il leone.
Almanacco dell’orrore popolare di Fabio Camilletti e Fabrizio Foni (Odoya).
Ne Il mostro Fasoli e Sollima mettono in scena un’Italia folk horror
Tutto ciò torna in mentre alla fine dei quattro episodi della serie Netflix Il mostro, incentrata sui crimini del cosiddetto mostro di Firenze, nel momento in cui i creatori, Leonardo Fasoli e Stefano Sollima, quest’ultimo anche regista, mettono in scena una Italia integralmente folk horror. Nonostante l’azione si svolga tra gli Anni 60 e l’inizio degli 80, i segni della modernità, dal juke-box alla lavatrice, dalla televisione alle autostrade, risultano del tutto assenti. Al loro posto, una Italia folk, fatta invece di mulattiere sperdute nel nulla arcano, cimiteri come piccole megalopoli della morte, canne mosse da una brezza macabra e misteriosa, antiche case e spoglie isolate da tutto il resto. Gli esseri viventi che si aggirano in tali contrade, uomini donne e bambini, hanno molto in comune con l’origine animale che tutti ci riguarda. In particolare, gli esemplari maschi sono rappresentati come una vera e propria “specie animale maschile” che, al fine di comunicare e concordare il proprio rapporto con le cose, predilige utilizzare i sensi e l’istinto, piuttosto che il linguaggio verbale comune. Gli sguardi, per esempio. Basta uno sguardo, intenso e mirato, e gli esseri in questione colgono subito il nucleo del non-detto, e tutte le indicazioni che ne derivano.
L’attività delle indagini pare impotente perché razionale
Va da sé, quindi, che la polizia si trovi a mal partito nell’approfondire le indagini sugli orribili delitti di coppie giovani, freddate in auto mentre, appartate in campagna, tentano di dare sfogo a un minimo di libido civilmente intesa. Poiché l’interrogatorio è una procedura fondata prevalentemente sul linguaggio verbale, con l’attività razionale che ne deriva, non è certo questo il veicolo appropriato per sondare le verità che i viventi animali maschi, sospettati di omicidio, eventualmente nascondono.
Ogni episodio è centrato su un singolo sospettato
L’idea narrativa di Fasoli e Sollima è quella di dedicare ciascuno dei quattro episodi alla figura di un singolo sospettato, per cui allo spettatore capita di assistere alle medesime scene, da una angolazione però diversa, a seconda di chi sia il protagonista su cui l’episodio si incentra. Il quadro che ne esce è quello di una cornice che si fa essa stessa tela dipinta. Ogni volta, infatti, i crimini e le indagini sono “incorniciati” dal profilo di un singolo sospettato, per cui il quadro si stratifica ripetutamente, rimandando ogni volta il senso da decifrare alla cornice stessa. In tal modo, il mostro vero e proprio, autore materiale dei delitti, rimane un contorno, una sagoma, un profilo primordiali. Un’ombra che, ripetendo gesti sempre uguali e sconvolgenti, colpisce selvaggiamente, da animale, vittime tanto predestinate quanto casuali.
Stefano Sollima e il cast de Il mostro alla mostra del cinema di Venezia (Ansa).
Il maschio spicca come padrone e predatore
L’origine animale, che l’arte di Machiavelli riferisce al prospetto aristocratico del principe, è qui ricondotta alla radice folk, ovvero, come ricorda Camilletti, «a tutto ciò che rimanda a comportamenti, fenomeni culturali, elaborati di varia natura collegati a realtà sociali basse: contadine, operaie, artigiane». La pista che Fasoli/Sollima seguono, infatti, è quella contadina: i crimini avvengono all’interno di un contesto rurale, di campagna, rappresentato minuziosamente, in cui il maschio spicca quale padrone e predatore, mentre la femmina giace vittima e sottomessa. Camilletti incrocia infine la dimensione del folk con la temperie del pop. Rispetto alla sfera del folk, fatta di comportamenti sociali derivati da pratiche basse, il pop sarebbe invece «tutto ciò che è a grande diffusione di massa in contrapposizione a qualcosa che si vuole come elitario». Lo abbiamo già detto, Fasoli e Sollima escludono dal campo visivo i segni della modernità Anni 60 e 70, mettendo in scena una Italia molto lontana dall’effervescenza del miracolo economico, ossia del pop, bensì circondata e avvinghiata nelle atmosfere tetre e efferate del mondo contadino, cioè il folk.
La vicenda del mostro di Firenze diventa un momento di riflessione
La dimensione del folk horror, allora, a cui la serie Il mostro senza dubbio appartiene, non intende affatto demonizzare la cultura contadina, il mostro che albergherebbe in ciascuno di noi, ma in un momento storico come il nostro, almeno secondo noi, induce a riflettere sulla recrudescenza, che le news illustrano quotidianamente, della dimensione selvaggia del primitivo nella nostra vita quotidiana. Questo è probabilmente stato l’elemento di attualità che ha persuaso i vertici di Netflix a concedere il via libera a tutta l’operazione. Senza turbare la committenza, Fasoli e Sollima non solo riescono ad alludere ai noti e consueti casi di cronaca nera riguardanti esecuzioni sommarie e femminicidio, che farebbero audience, ma rendono la vicenda poliziesca e giudiziaria del mostro di Firenze un momento di riflessione, articolando in chiave dialettica i nuclei semantici del folk, del pop e del primitivo.
Il primitivo selvaggio può uscire dalla superficie brillante del pop?
Il quesito suona così. Se il folk è ciò che resta grattando la superficie lucida e brillante del pop, è possibile che il primitivo selvaggio, annidato comunque nel folk, abbia allora modo di uscire e manifestarsi? In breve, se accantonando televisione e lavatrici, e il mondo delle origini, primordiale, torna protagonista, cosa è che infine davvero si mostra? Un eden perduto, oppure le scorribande crudeli della specie animale, maschile, padrona e predatrice? Il folk horror, come genere narrativo, in chiave problematica, sarebbe pertanto il segnale d’allarme della presenza minacciosa del primitivo nel folk stesso. Tutto ciò fa de Il mostro un film di quattro ore dal carattere squisitamente politico. Dalle frange della cultura pop, che ha imperversato dalla seconda metà del Novecento in poi, sgusciano ormai fuori quelle vibrazioni dell’ethos del primitivo, che il pop stesso non riesce più a trattenere. Se il pop è la cultura ufficiale della società di massa, nel momento in cui quella cultura non tiene più, il perimetro del villaggio globale si ridisegna allora in aperta e selvaggia campagna, di guerra e di morte. Fasoli e Sollima ambientano Il mostro precisamente in una aperta campagna di violenza e sopraffazione, dove la specie animale maschile, con il ricorso minimo al linguaggio verbale, in assenza dei segni confortevoli del progresso, detta i codici dell’umiliazione e del dominio.
Una scena de Il mostro (da youtube).
La mostruosità non va rimossa ma educata
In chiave folk horror, così, la figura del mostro, di Firenze o meno, uomo nero o bogeyman, sarebbe l’espressione inafferrabile della caduta e crisi del linguaggio verbale e del pensiero razionale. Anche questo, rende Il mostro un film squisitamente politico. La sfera ferina del primitivo, ormai fuori dall’articolazione ludico giocosa del pop, può spadroneggiare indisturbata: la mostruosità altro non sarebbe che l’origine animale dell’umano con cui è impossibile non fare i conti. Il problema non è rimuoverla, come fa l’Europa borghese di Francia o Inghilterra, col rischio, quello tedesco, che riappaia spettralmente in chiave di croce uncinata. Il problema è educarla. Nel momento in cui la serie folk horror di Fasoli e Sollima si conclude sul profilo lontano di un nuovo sospettato, il contadino Pacciani, ciò vuol dire semplicemente che tutta la serie degli indagati, prima i fratelli Mele e Vinci, quindi Pacciani, è la catena significante di un unico significato: il cedimento irreversibile della cultura di massa di stampo novecentesco. In breve, la violenza bestiale del primitivo, che ha avuto la meglio sulle piacevolezze patinate del pop.