Perché Il mostro di Sollima è un’opera squisitamente politica

Nell’Introduzione all’Almanacco dell’orrore popolare. Folk horror e immaginario italiano (Odoya), Fabio Camilletti esplora la radice britannica dell’espressione “folk horror”, ossia la tonalità specifica di alcuni film inglesi degli Anni 60 e 70, riguardante il sogno di una Albione primordiale, edenica e pagana, incontaminata dalla modernità, capace di attraversare i secoli e resistere alle pressioni del pensiero razionale. Sogno, o visione, puntualizza Camilletti, che non cessa di «infestarci», in riferimento anche all’Italia, in particolare ad alcuni settori dell’immaginario cinematografico e letterario, indagando i quali si verifica come la civiltà di massa ceda ormai il passo al ritorno delle condizioni tipiche del pre-moderno. In un saggio di qualche tempo fa, Pensiero vivente. Origine e attualità della filosofia italiana (Einaudi), Roberto Esposito ha notato come il caso italiano, rispetto al contesto europeo, risulti diverso: verrebbe meno infatti la dimensione tenebrosa e spettrale del sentimento edenico e pagano, che qui da noi non sarebbe vissuto come un incubo, ma una realtà in qualche misura persino assodata. La questione cruciale dell’origine, ovvero il passaggio, o salto, dall’animale all’essere umano, non viene vissuta da noi italiani quale fantasma e incubo, dato che il legame con la falda animale non è stato mai effettivamente reciso. Ne è esempio, tra gli altri, l’allegoria del centauro, immaginata per raffigurare il principe di Machiavelli, metà uomo e metà bestia, astuto come la volpe e impetuoso come il leone.

Perché Il mostro di Sollima è un’opera squisitamente politica
Almanacco dell’orrore popolare di Fabio Camilletti e Fabrizio Foni (Odoya).

Ne Il mostro Fasoli e Sollima mettono in scena un’Italia folk horror

Tutto ciò torna in mentre alla fine dei quattro episodi della serie Netflix Il mostro, incentrata sui crimini del cosiddetto mostro di Firenze, nel momento in cui i creatori, Leonardo Fasoli e Stefano Sollima, quest’ultimo anche regista, mettono in scena una Italia integralmente folk horror. Nonostante l’azione si svolga tra gli Anni 60 e l’inizio degli 80, i segni della modernità, dal juke-box alla lavatrice, dalla televisione alle autostrade, risultano del tutto assenti. Al loro posto, una Italia folk, fatta invece di mulattiere sperdute nel nulla arcano, cimiteri come piccole megalopoli della morte, canne mosse da una brezza macabra e misteriosa, antiche case e spoglie isolate da tutto il resto. Gli esseri viventi che si aggirano in tali contrade, uomini donne e bambini, hanno molto in comune con l’origine animale che tutti ci riguarda. In particolare, gli esemplari maschi sono rappresentati come una vera e propria “specie animale maschile” che, al fine di comunicare e concordare il proprio rapporto con le cose, predilige utilizzare i sensi e l’istinto, piuttosto che il linguaggio verbale comune. Gli sguardi, per esempio. Basta uno sguardo, intenso e mirato, e gli esseri in questione colgono subito il nucleo del non-detto, e tutte le indicazioni che ne derivano.

L’attività delle indagini pare impotente perché razionale

Va da sé, quindi, che la polizia si trovi a mal partito nell’approfondire le indagini sugli orribili delitti di coppie giovani, freddate in auto mentre, appartate in campagna, tentano di dare sfogo a un minimo di libido civilmente intesa. Poiché l’interrogatorio è una procedura fondata prevalentemente sul linguaggio verbale, con l’attività razionale che ne deriva, non è certo questo il veicolo appropriato per sondare le verità che i viventi animali maschi, sospettati di omicidio, eventualmente nascondono.

Ogni episodio è centrato su un singolo sospettato

L’idea narrativa di Fasoli e Sollima è quella di dedicare ciascuno dei quattro episodi alla figura di un singolo sospettato, per cui allo spettatore capita di assistere alle medesime scene, da una angolazione però diversa, a seconda di chi sia il protagonista su cui l’episodio si incentra. Il quadro che ne esce è quello di una cornice che si fa essa stessa tela dipinta. Ogni volta, infatti, i crimini e le indagini sono “incorniciati” dal profilo di un singolo sospettato, per cui il quadro si stratifica ripetutamente, rimandando ogni volta il senso da decifrare alla cornice stessa. In tal modo, il mostro vero e proprio, autore materiale dei delitti, rimane un contorno, una sagoma, un profilo primordiali. Un’ombra che, ripetendo gesti sempre uguali e sconvolgenti, colpisce selvaggiamente, da animale, vittime tanto predestinate quanto casuali. 

Perché Il mostro di Sollima è un’opera squisitamente politica
Stefano Sollima e il cast de Il mostro alla mostra del cinema di Venezia (Ansa).

Il maschio spicca come padrone e predatore

L’origine animale, che l’arte di Machiavelli riferisce al prospetto aristocratico del principe, è qui ricondotta alla radice folk, ovvero, come ricorda Camilletti, «a tutto ciò che rimanda a comportamenti, fenomeni culturali, elaborati di varia natura collegati a realtà sociali basse: contadine, operaie, artigiane». La pista che Fasoli/Sollima seguono, infatti, è quella contadina: i crimini avvengono all’interno di un contesto rurale, di campagna, rappresentato minuziosamente, in cui il maschio spicca quale padrone e predatore, mentre la femmina giace vittima e sottomessa. Camilletti incrocia infine la dimensione del folk con la temperie del pop. Rispetto alla sfera del folk, fatta di comportamenti sociali derivati da pratiche basse, il pop sarebbe invece «tutto ciò che è a grande diffusione di massa in contrapposizione a qualcosa che si vuole come elitario». Lo abbiamo già detto, Fasoli e Sollima escludono dal campo visivo i segni della modernità Anni 60 e 70, mettendo in scena una Italia molto lontana dall’effervescenza del miracolo economico, ossia del pop, bensì circondata e avvinghiata nelle atmosfere tetre e efferate del mondo contadino, cioè il folk.

La vicenda del mostro di Firenze diventa un momento di riflessione

La dimensione del folk horror, allora, a cui la serie Il mostro senza dubbio appartiene, non intende affatto demonizzare la cultura contadina, il mostro che albergherebbe in ciascuno di noi, ma in un momento storico come il nostro, almeno secondo noi, induce a riflettere sulla recrudescenza, che le news illustrano quotidianamente, della dimensione selvaggia del primitivo nella nostra vita quotidiana. Questo è probabilmente stato l’elemento di attualità che ha persuaso i vertici di Netflix a concedere il via libera a tutta l’operazione. Senza turbare la committenza, Fasoli e Sollima non solo riescono ad alludere ai noti e consueti casi di cronaca nera riguardanti esecuzioni sommarie e femminicidio, che farebbero audience, ma rendono la vicenda poliziesca e giudiziaria del mostro di Firenze un momento di riflessione, articolando in chiave dialettica i nuclei semantici del folk, del pop e del primitivo. 

Il primitivo selvaggio può uscire dalla superficie brillante del pop?

Il quesito suona così. Se il folk è ciò che resta grattando la superficie lucida e brillante del pop, è possibile che il primitivo selvaggio, annidato comunque nel folk, abbia allora modo di uscire e manifestarsi? In breve, se accantonando televisione e lavatrici, e il mondo delle origini, primordiale, torna protagonista, cosa è che infine davvero si mostra? Un eden perduto, oppure le scorribande crudeli della specie animale, maschile, padrona e predatrice? Il folk horror, come genere narrativo, in chiave problematica, sarebbe pertanto il segnale d’allarme della presenza minacciosa del primitivo nel folk stesso. Tutto ciò fa de Il mostro un film di quattro ore dal carattere squisitamente politico. Dalle frange della cultura pop, che ha imperversato dalla seconda metà del Novecento in poi, sgusciano ormai fuori quelle vibrazioni dell’ethos del primitivo, che il pop stesso non riesce più a trattenere. Se il pop è la cultura ufficiale della società di massa, nel momento in cui quella cultura non tiene più, il perimetro del villaggio globale si ridisegna allora in aperta e selvaggia campagna, di guerra e di morte. Fasoli e Sollima ambientano Il mostro precisamente in una aperta campagna di violenza e sopraffazione, dove la specie animale maschile, con il ricorso minimo al linguaggio verbale, in assenza dei segni confortevoli del progresso, detta i codici dell’umiliazione e del dominio.

Perché Il mostro di Sollima è un’opera squisitamente politica
Una scena de Il mostro (da youtube).

La mostruosità non va rimossa ma educata

In chiave folk horror, così, la figura del mostro, di Firenze o meno, uomo nero o bogeyman, sarebbe l’espressione inafferrabile della caduta e crisi del linguaggio verbale e del pensiero razionale. Anche questo, rende Il mostro un film squisitamente politico. La sfera ferina del primitivo, ormai fuori dall’articolazione ludico giocosa del pop, può spadroneggiare indisturbata: la mostruosità altro non sarebbe che l’origine animale dell’umano con cui è impossibile non fare i conti. Il problema non è rimuoverla, come fa l’Europa borghese di Francia o Inghilterra, col rischio, quello tedesco, che riappaia spettralmente in chiave di croce uncinata. Il problema è educarla. Nel momento in cui la serie folk horror di Fasoli e Sollima si conclude sul profilo lontano di un nuovo sospettato, il contadino Pacciani, ciò vuol dire semplicemente che tutta la serie degli indagati, prima i fratelli Mele e Vinci, quindi Pacciani, è la catena significante di un unico significato: il cedimento irreversibile della cultura di massa di stampo novecentesco. In breve, la violenza bestiale del primitivo, che ha avuto la meglio sulle piacevolezze patinate del pop.