Mrs Playmen, il riformismo moderato e la scolarizzazione del Paese

«La commedia cinematografica tende sempre più a divenire un grande contenitore che entra in contatto con problemi più vasti, contribuendo a un allargamento progressivo del ritratto dell’italiano, promuovendo discorsi e problemi politici di interesse generale e immediata riconoscibilità, tra cui l’emergenza della donna come soggetto protagonista». Queste riflessioni, del critico Alberto Pezzotta, si riferiscono al cinema italiano degli Anni 50, eppure ancora oggi sembrano valere e contare. A proposito delle serie tv, là dove il genere commedia e le caratteristiche del cinema medio, che non significa mediocre ma per tutti, si incontrano stringendosi la mano.

Mrs Playmen, il ritratto dell’italiano e la centralità della donna

La serie Netflix Mrs Playmen è un esempio perfetto di tutto ciò. Contenitore lo è per definizione, poiché dura più di sei ore, il ritratto dell’italiano è uno degli obiettivi dichiarati, mentre l’emergenza da protagonista della donna è certo l’argomento centrale. Ispirata alla vita e attività di Adelina Tattilo, la manager che condusse la rivista Playmen al successo, la serie diretta da Riccardo Donna è una mappa calcolata al millimetro, ben più che la IA, del costume italiano Anni 60 e 70.

Mrs Playmen, il riformismo moderato  e la scolarizzazione del Paese
Riccardo Donna alla Festa del cinema di Roma (Ansa).

Tutto è soppesato al milligrammo, a beneficio di uno spettatore che deve orientarsi perfettamente in un mondo, quello dell’editoria erotica, che di per sé non lo riguarda, ma gli deve apparire comunque familiare. Nulla è lasciato fuori scena a beneficio dell’ideologia che la serie sostiene, quella di un riformismo moderato che si interroga sulla funzione sociale della cultura di massa. Nel segno di tale riformismo programmatico, si tratta di affiancare e accompagnare l’evoluzione del costume: il luogo deputato è l’editoria cartacea di massa, strumento pungente quanto basta, soffice e malleabile, per affrontare e dibattere le questioni della sessualità, contro gli eccessi delle ideologie estremistiche, quelle di destra perché intolleranti e sessuofobe, quelle di sinistra in quanto eversive già in odore di P38. La figura della donna è tratteggiata in tutte le declinazioni dei delitti e delle pene, dalla famiglia patriarcale che la costringe alla miseria del matrimonio riparatore, alle leggi dello Stato che tutelano il maschio predatore, fino alla violenza fisica e il femminicidio sfiorato presenti nell’ultimo episodio. L’azione positiva della cultura di massa si concentra sulla rivista Playmen, che in mano ad Adelina Tattilo muta nettamente di segno, sfilandosi dal porno puro e semplice, oppure si mostra nella musica leggera, che dà ritmo e voce al femminile contemporaneo, là dove si sente e si vede Patty Pravo al Piper. Del cinema di quegli anni, troppo forse “impegnato”, non c’è traccia.

La missione dell’editoria di massa

L’argomento, fortissimo, è dunque l’emergenza della donna quale soggetto protagonista: Adelina Tattilo, una volta che il marito truffaldino abbandona la scena per non finire in galera, afferra lo scettro del comando e innalza la rivista osé per soli uomini chiamata Playmen a palestra di informazione e discussione per tutti. Tema, il sesso quale indicatore delle trasformazioni in atto nella società italiana sulla strada della modernità. L’assunto è chiaro: in chiave di riformismo, le trasformazioni vanno gestite e orientate, altrimenti rischiano di deflagrare. L’editoria di massa, oltre a vendere copie su copie, deve adempiere pertanto tale missione. Leggendo la rivista, il cittadino può riconoscere se stesso, mettendo a fuoco la propria identità, psicologica, sociale e culturale. Fulcro di tutta l’operazione è la donna, il cui processo di trasformazione è reso evidente da secoli di sottomissione al maschio.

Mrs Playmen, il riformismo moderato  e la scolarizzazione del Paese
Carolina Crescentini con Marco Rossetti nei panni di Steve (Ansa).

Adelina Tattilo e la metafora dell’attore

A quali strutture narrative tale ideologia viene quindi affidata? Il titolo, Mrs. Playmen, non può che rimandare al noto film con Robin Williams, ossia Mrs. Doubtfire, 1993, in cui il protagonista, che di professione fa l’attore, cacciato dalla moglie, si traveste da donna per non abbandonare i figli, fingendosi una governante neo assunta in casa propria. L’idea centrale attorno alla quale ruota tutta la serie è che il personaggio di Adelina Tattilo si costruisce come metafora dell’attore. Adelina, per trasformare se stessa e gli altri, deve fare innanzitutto l’attrice: colpita dagli strali della sorte, combattendo contro nemici ciclopici, quali la Rizzoli del concorrente Playboy e persino la Casa Bianca, Adelina affronta l’impresa titanica calandosi nei panni della manager che le sono sì congeniali, ma al tempo stesso richiedono lo studio della parte e la preparazione minuziosa di gesti e discorsi. Adelina è così una locandiera goldoniana aggiornata ai tempi, che simula, bluffa e rilancia. Cruciale, la sequenza dell’incontro con Jackie Onassis, in uno spazio del tutto simile a un camerino di teatro, con tanto di toletta e specchi a disposizione. Jackie e Adelina, entrambe, sono donne ma soprattutto personaggi e attrici, chiamate a sostenere sia la parte di fragili mogli tradite dai rispettivi coniugi, sia quella di femmine indistruttibili che il ruolo sociale impone loro. L’una implica l’altra, copioni da recitare, né veri né falsi ma efficaci e performativi per minare dall’interno le strutture della scena patriarcale.

Mrs Playmen, il riformismo moderato  e la scolarizzazione del Paese
Carolina Crescentini e Francesco Colella in una scena di Mrs Playmen (Ansa).

L’istintiva riconoscibilità dei personaggi satelliti

Carolina Crescentini, nelle vesti di Adelina Tattilo, affronta il ruolo più bello della sua carriera: attrice che interpreta la parte di una donna che la società spinge a comportarsi innanzitutto da attrice. Adelina Tattilo è così una meta-attrice, personaggio che gioca e significa il ruolo dell’attore, a cui Carolina Crescentini regala il proprio talento di interprete, attraversando i segnali evidenti e le sfumature sottili che si dipanano tra le arti della finzione e gli obblighi della realtà: fragile a luci spente, guerriera sotto i riflettori, fino a che ruolo e personaggio, maschera e volto, si fondono finalmente in una nuova identità: la donna padrona di se stessa, in una parola, libera. Crescentini/Tattilo è così il fulcro, vivo e pulsante, di una filiera di personaggi che le sono felicemente satelliti. Figure che nell’economia del racconto devono risultare interessanti per lo spettatore, perché agili, scattanti e riconoscibili immediatamente. E cosa di meglio del cinema americano per produrre tale istintiva riconoscibilità? Il marito cinico e baro di Adelina è infatti un piccolo Charles Foster Kane, un Orson Welles in sedicesimo (Francesco Colella), il detective armato di pistola De Cesari è un mini ispettore Callaghan, un Clint Eastwood di Roma centro (Domenico Diele), il gigolò franco e benevolo Steve Magenta è un sinuoso uomo da marciapiede, un Jon Voight all’italiana (Marco Rossetti). Se si aggiungono l’intellettuale tormentato Chartroux, proposto come un sofferto Max Von Sydow mediterraneo (Filippo Nigro), e l’intraprendente fotografo Poggi, simile a un Robert Downey jr sceso dalla California fino al Piper (Giuseppe Maggio), il gioco è bello che fatto. Rimangono ancora la misurata e credibile segretaria tuttofare Lella (Lidia Vitale), e soprattutto Elsa, la ragazza di borgata vittima della violenza maschile, interpretata da Francesca Colucci, l’unica, come reso esplicito in una battuta del dialogo, a rivestire un ruolo di doppio speculare della protagonista. Adelina/Elsa, quale figura femminile a due facce, ricca borghesia l’una e sottoproletariato l’altra, capace di imprimere nel racconto l’immagine della donna moderna, al di là delle barriere sociali e culturali, che si conosce, e dunque si riconosce.

Mrs Playmen, il riformismo moderato  e la scolarizzazione del Paese
Mrs Playmen, il riformismo moderato  e la scolarizzazione del Paese
Mrs Playmen, il riformismo moderato  e la scolarizzazione del Paese
Mrs Playmen, il riformismo moderato  e la scolarizzazione del Paese
Mrs Playmen, il riformismo moderato  e la scolarizzazione del Paese
Mrs Playmen, il riformismo moderato  e la scolarizzazione del Paese
Mrs Playmen, il riformismo moderato  e la scolarizzazione del Paese
Mrs Playmen, il riformismo moderato  e la scolarizzazione del Paese
Mrs Playmen, il riformismo moderato  e la scolarizzazione del Paese
Mrs Playmen, il riformismo moderato  e la scolarizzazione del Paese
Mrs Playmen, il riformismo moderato  e la scolarizzazione del Paese
Mrs Playmen, il riformismo moderato  e la scolarizzazione del Paese
Mrs Playmen, il riformismo moderato  e la scolarizzazione del Paese
Mrs Playmen, il riformismo moderato  e la scolarizzazione del Paese
Mrs Playmen, il riformismo moderato  e la scolarizzazione del Paese
Mrs Playmen, il riformismo moderato  e la scolarizzazione del Paese
Mrs Playmen, il riformismo moderato  e la scolarizzazione del Paese
Mrs Playmen, il riformismo moderato  e la scolarizzazione del Paese

C’è ancora un pubblico disposto a farsi scolarizzare?

Il percorso iniziato con il cinema italiano degli Anni 50, come ricordava Alberto Pezzotta citato all’inizio, evidentemente continua. Prosegue nelle serie tv, dove c’è il tempo necessario per tracciare una mappa la più precisa possibile delle relazioni affettive sociali e culturali di un Paese, l’Italia, in balìa delle proprie contraddizioni: un Paese che tenta, ancora una volta, di affidare agli strumenti della cultura di massa ciò che dopo la guerra spettava a una Rai votata alla funzione di strumento pedagogico per tutti, secondo le intenzioni del blocco sociale cattolico e di sinistra dominante. Oggi, che il blocco si sarebbe sfaldato, o riposizionato altrove, le serie su Rocco Siffredi, il mostro di Firenze e Adelina Tattilo, per restare a Netflix, cercano di comporre nei limiti del possibile lo specchio del Paese. La questione è la seguente: c’è un pubblico disposto a farsi ancora scolarizzare? Le serie tv diventano davvero luogo di discussione? Il modello pedagogico inaugurato negli Anni 50, con gli opportuni aggiustamenti, può di nuovo dire la sua? Oppure tutto si riduce, complice la critica che descrive senza approfondire, sempre e comunque, alla futilità dell’evento?