AGI - La pm Francesca Arienti e il procuratore capo di Parma, Alfonso D'Avino, hanno chiesto alla Corte d'assise di condannare a 26 anni di reclusione Chiara Petrolini per omicidio premeditato e soppressione di cadavere dopo il ritrovamento senza vita dei corpi dei due neonati partoriti nel maggio 2023 e nell'agosto 2024 e seppelliti nella villetta dove la studentessa 22enne di Vignale di Traversetolo, in regime di arresti domiciliari, abita con la famiglia.
I rappresentanti della pubblica accusa hanno riconosciuto alla ragazza le attenuanti generiche della giovane età e dell'immaturità, quest'ultima risultata dalle perizie psichiatriche della Corte, che vanno a controbilanciare l'aggravante della premeditazione e dell'incapacità di difesa dei neonati. Per questa ragione non è stata sollecitata la pena dell'ergastolo. La prossima udienza in Corte d'Assise, sarà il 27 marzo quando la parola passerà alla difesa. Il 24 aprile si prevedono eventuali repliche e la sentenza.
Le dichiarazioni spontanee di Chiara
L'udienza di oggi si è aperta con le dichiarazioni dell'imputata che per la prima volta ha fornito la sua verità su quanto accaduto. "Sono stata descritta come un'assassina - le sue prime parole in aula -, come una madre che uccide i suoi figli, ma non sono questo. Io non ho mai voluto fare del male ai miei bambini. Quei bambini erano parte di me, non gli avrei mai fatto del male, è una sofferenza che distrugge dentro".
"Ho fatto una scelta sbagliata"
"Anche se non mi aspettavo queste due gravidanze - ha spiegato l'imputata - io sapevo che avrei tenuto i bambini e li avrei voluti crescere. Quello che ho fatto dopo è stata una scelta sicuramente sbagliata, presa senza ragionare, che oggi sto iniziando a riconoscere, ma in quel momento per me è stata la scelta più giusta da fare: tenerli vicino a me, per non allontanarmi più da loro".
"Quei neonati non respiravano"
"Del primo parto ricordo pochissimo. In quel periodo il mio pensiero principale era mia nonna, che non stava bene", si è giustificata la ragazza che ha ricostruito in aula come sono avvenuti i due parti. "Credo che in quei mesi io non abbia mai pensato di essere incinta. Al momento del parto non pensavo di stare partorendo. Ho sentito mal di schiena e mal di pancia, poi ho sentito il bisogno di spingere. Mi sono alzata dal letto e dopo poco mi sono ritrovata questo bambino tra le mani".
"Mi sono accorta che non respirava e in quel momento ho fatto quello che mi sembrava giusto fare: seppellirlo - ha proseguito -. Poco dopo ho sentito di dover spingere di nuovo ed è uscita la placenta, che in quel momento non sapevo cosa fosse. L'ho buttata nel gabinetto. Penso di non aver mai compreso davvero cosa fosse successo e sto iniziando a capirlo solo ora - ha detto Petrolini -. La seconda volta è successa qualche mese dopo, nello stesso modo. Quella sera non pensavo di stare partorendo: ero uscita e, se avessi saputo quello che sarebbe successo, sarei rimasta a casa. Quando sono tornata - ha raccontato -, sono andata a letto e sentivo dei dolori alla pancia. Pensavo mi stesse arrivando il ciclo e non ci ho dato importanza. Poi ho sentito il bisogno di spingere e mi sono ritrovata il bambino tra le gambe".
"La prima cosa che ho pensato di fare - ha sostenuto la 22enne - è stata tagliare il cordone ombelicale, e così ho fatto. Dopo non ricordo bene cosa sia successo. Ricordo di essermi appoggiata al letto e di aver appoggiato anche il bambino. Credo di essere svenuta perchè non ricordo altro. E quando mi sono svegliata ho visto che il bambino non respirava più e la prima cosa che mi è venuta in mente è stata fare quello che avevo fatto l'altra volta".
La perizia psichiatrica
Chiara Petrolini è stata dichiarata "capace di intendere e di volere al momento dei fatti". Marina Carla Verga e Laura Ghiringhelli, cui la Corte d'assise ha affidato nei mesi scorsi la perizia psichiatrica, non hanno riscontrato nessuna patologia che possa aver condizionato la capacità dell'imputata al momento dei fatti e l'hanno anche ritenuta capace di stare in giudizio. La 22enne è stata comunque definita "soggetto immaturo e fragile, meritevole di un trattamento e percorso di cura non cosi' differente da quelli dedicati per minori".
