Oscar 2026, Hollywood sceglie la cautela mentre il mondo brucia

Gli Oscar 2026 si chiudono nel segno della cautela. Il mondo è in fiamme, ed è meglio tenersi stretto ciò che si conosce meglio, ossia l’autore della vecchia New Hollywood, ossia Paul Thomas Anderson, peraltro in debito finora di statuette, e anche il cinema di genere, l’horror nello specifico, che tiene pur sempre desta la baracca.

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Il cast di Una battaglia dopo l’altra (Ansa).

Ha trionfato la summa del cinema americano

Una battaglia dopo l’altra, vero trionfatore dell’edizione, sei statuette su 13 candidature, è una summa del cinema americano che guarda al film d’autore europeo, come si faceva già negli Anni 70, all’epoca delle prime prove di Lucas, Coppola, Rafelson e Penn. Quando lo stesso Scorsese, complice Paul Schrader, con Taxi Driver rifaceva Robert Bresson e Arthur Penn con Gangster Story, ripensava Godard. È stata proprio la cautela, inoltre, a spingere Thomas Anderson a dividere giudiziosamente il suo film in due, classico e moderno: una prima parte, sperimentale nel ritmo narrativo e nella presentazione dei personaggi, e una seconda più incline ai canoni stabiliti del film d’azione, con tutti gli inseguimenti e quant’altro. Che Sean Penn vincesse il premio come attore non protagonista fu l’unica certezza che si ebbe a proiezione finita, esempio classico di interpretazione iper-caratterizzata, e al tempo stesso pienamente leggibile da qualsiasi tipologia di pubblico.

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Sean Penn in una battaglia dopo l’altra.

Weapons si deve accontentare del premio a Madigan

L’horror poi centra il bersaglio con il premio alla Miglior attrice non protagonista ad Amy Madigan, ossia zia Gladys, la strega cattiva di Weapons, un film che, se ci fosse stato maggiore coraggio, avrebbe meritato premi migliori, essendo l’unico a trattare con lucidità il tema contemporaneo delle armi, come il titolo evidentemente suggerisce. L’Oscar alla Madigan è inoltre funzionale alla preparazione e lancio del prequel dedicato al personaggio malefico da lei interpretato, in fase di progettazione: già immaginiamo le frasi di lancio quali «la vera storia di zia Gladys, la strega cattiva del premio Oscar». Insomma, la cautela impera.

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Il messaggio dell’Academy a Chalamet

Come nel caso del grande sconfitto, ossia Timothée Chalamet, protagonista di Marty Supreme, il film sul campione sconosciuto di ping-pong degli Anni 60. Il mancato riconoscimento implica un messaggio molto preciso che l‘Academy ha riservato al giovane divo: sii prudente, e soprattutto non giocare troppo con gli autori non americani, da Guadagnino in poi, resta invece con noi nella Hollywood che si sta riposizionando nell’ambito dell’era Netflix.

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Timothée Chalamet (Ansa).

L’ingresso di Netflix nella prestigiosa fabbrica dei sogni

Netflix non a caso premiata per il Frankenstein di Guillermo del Toro, il cui riconoscimento per scenografie, costumi e trucco è meno marginale di quanto sembri: nel senso che la piattaforma va a ricevere il premio per i reparti di grande artigianato storico, quelle scene e costumi che hanno reso negli anni Hollywood il punto di riferimento dell’immaginario mondiale. In questo modo, pertanto, la piattaforma è definitivamente accolta all’interno della prestigiosa, storica, fabbrica dei sogni.

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Mike Hill abbraccia Guillermo del Toro dopo l’Oscar per il Best Makeup e Hairstyling per Frankenstein (Ansa).

Jessie Buckley, una Meryl Streep con l’impertinenza di Amy Adams

Ma al di là di qualsiasi cautela, chi ha veramente trionfato è lei, l’attrice rivelazione di questi ultimi anni, ossia l’irlandese Jessie Buckley, protagonista dello zuccheroso Hamnet, proprio quel film a cui Netflix ha sottratto i meritatissimi Oscar di scene e costumi, attrice adesso ancora sugli schermi, italiani e non, con l’orribile The Bride-La sposa, ennesima e sfinita variazione sul tema di Frankenstein. Jessie Buckley, infatti, è una solenne Meryl Streep integrata con l’impertinenza di Amy Adams, diva precoce che ruba l’occhio senza che il furto possa essere denunciato. In un film, infatti, Jessie si fonde alla perfezione con l’ambiente e il paesaggio, per poi staccarsene gradualmente, fino a spiccare quale unica e incontrastata presenza. Incarna inoltre, come meglio non si potrebbe, il tipo femminile che si vuole oggi dominante, ossia la donna che ha abbandonato la dimensione dell’erotismo perché non intende essere più schiava dello sguardo del maschio: una sessualità senza eros, dunque, capace di competere con chiunque sul piano puro e semplice della capacità corporea di stare ed essere nello spazio.

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Jessie Buckley in una scena di Hamnet.

In Hamnet, tutto questo è chiarissimo. Il personaggio maschile, nel film Paul Mescal, irlandese anche lui, che interpreta William Shakespeare, non ha infatti il coraggio di presenziare in casa al momento dell’estremo dolore: mentre il figlioletto di nome Hamnet soffre e muore, custodito dalle donne della casa, lui se ne sta a Londra a fare teatro. L’elaborazione del lutto deve passare quindi per la sfera sostitutiva dell’arte, ovvero la composizione e stesura della tragedia di Amleto, nel cui nome risuona quello del bambino morto. Durante lo spettacolo, al Globe Theater, sarà però solo la presenza di lei, Jessie, che interpreta Agnes la madre, a dare senso all’intera rappresentazione. Solo grazie alle sue reazioni in prima fila sotto il palco, nei gesti fendenti del corpo e nelle scultoree espressioni del volto, in breve nella corporeità materna esibita, sarà possibile che nel personaggio di Hamlet si renda vivo e presente quello di Hamnet.

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Paul Mescal nel ruolo di Shakespeare in Hamnet.

L’Oscar a Sentimental Value è un inno alla cautela

Concludiamo sul premio al Miglior film internazionale, che ha visto prevalere il super melodramma di Joachim Trier, dal titolo Sentimental Value. Atto dovuto di cautela estrema, visto che a concorrere erano opere del calibro di The Secret Agent, aspro apologo sulla dittatura in Brasile negli Anni 70, e Sirat, potente allegoria sulle forme contemporanee della guerra, in cui le persone saltano in aria senza sapere né perché né per come, a causa di missili o droni o quant’altro.

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Joachim Trier con l’Oscar per il Miglior film internazionale con Sentimental Value (Ansa).

Hollywood si tiene a distanza dal mondo che va a fuoco

L’Academy, allora, cerca di trattenersi all’interno di se stessa, ovvero della propria storia (Una battaglia dopo l’altra), della tradizione del cinema di genere (Sinners, Weapons, Frankenstein), del cinema europeo intimista e consapevole del proprio ruolo (Sentimental Value): emblematica e consapevole manifestazione cautelare mentre tutto all’intorno, sia presso la Casa Bianca che ben oltre la Casa Bianca, esplode e va a fuoco. Cosa di cui il cinema non si accorge e nemmeno pare percepirne l’eco, tenendosi infine a giusta e doverosa distanza. Fino a che sarà la distanza stessa, chi lo sa, a stringersi improvvisamente addosso a Hollywood e i suoi dintorni.