«È tutta colpa della società». Questa espressione che irrideva alla pretesa di addossare alla società, genericamente intesa, la responsabilità di qualsiasi disordine, violenza, stato di crisi non la si sente più da almeno 20, forse 30 anni. Non perché siano scomparsi i problemi e le emergenze, bensì un’idea collettiva, comune e comunitaria di persone che si riconoscono. Che si sostengono, condividono valori, partecipano alla vita pubblica, credono e si battono per il bene comune.
Viviamo in un mondo fatto su misura per Trump
«Se una libera società non può aiutare i molti che sono poveri, non dovrebbe salvare i pochi che sono ricchi», sosteneva nel suo discorso di insediamento del 1961 John Fitzgerald Kennedy, giusto per rimarcare come oggi sia presidente degli Usa un tipo bizzarro, ondivago e narcisista che arricchisce se stesso e i suoi amici miliardari. I tempi cambiano, si dirà. Però è pazzesca la velocità con la quale, soprattutto in questi ultimi anni, siamo precipitati in un mondo più simile a quello di 100 anni fa e oltre, che non a quello di 30 o 40 anni fa.

Prova è che dall’ancora ragionevole differenza di stipendio negli Anni 70 fra un manager e un operaio (circa 11 a 1) si è arrivati nell’Italia del 2020 al record di 649 a 1. Oggi possiamo solo chiederci come è potuto accadere che a fine 2025 gli azionisti di Tesla abbiano promesso al loro Ceo, Elon Musk, mille miliardi di dollari se raggiungerà gli obiettivi. Come ulteriore segnalazione di abnormalità ricordo che c’è stato un giorno, uno solo, il 20 luglio 2020, in cui un signore chiamato Jeff Bezos ha guadagnato 13 miliardi di dollari.

L’idea di welfare universale si sta erodendo
Da qualche anno la classifica annuale degli uomini più ricchi al mondo procura brividi per la riprovevole tendenza mediatica a crogiolarsi nelle ricchezze altrui. Ma è anche, indirettamente, la prova provata del progressivo ritirarsi della società, dell’arretramento delle pratiche politiche che interessano il sistema di welfare, basato in tutto l’Occidente sviluppato sul principio universalistico del diritto di ogni cittadino all’istruzione, alla cura e a un lavoro dignitoso. Naturalmente dei tre solenni valori universali che hanno accompagnato la nascita della moderna democrazia – libertà, uguaglianza e fraternità – si sono perse da tempo le tracce. Tant’è che della triade rivoluzionaria non parlano nemmeno quelli che oggi si definiscono democratici e di sinistra. Altro indizio, questo, dell’allentamento del legame sociale, dello svincolarsi individuale dai progetti collettivi.

L’engagement con cui ci riempiamo la bocca è solo sul web
Paradossalmente il termine condivisione, engagement, non è mai stato così in auge a parole e sul web quanto poco praticato nella vita d’ogni giorno. Sempre più social e sempre meno sociali. Qui però mi limiterò a segnalare come individualizzazione e solitudine, indotte da un uso predominante dei device mobili e da quote crescenti di permanenza davanti a uno schermo, contribuiscano pesantemente ad allentare i legami sociali e soprattutto la fisicità delle appartenenze e della partecipazione reale, dal vivo alla vita collettiva. Ormai petizioni, appelli e raccolte di firme si fanno online.

Le grandi questioni sociali si sono trasformate in semplici problemi
Una società in frantumi, a pezzi, scollegata è l’esito di una crescente individualizzazione o superindividualizzazione che secondo Andreas Rekwitz, il sociologo tedesco autore di La società della singolarità, spinge gli individui a sentirsi e comportarsi da persone speciali. Uniche e originali e, come tali, indotte a pensare molto più a se stesse che agli altri. Ora sostenere che la deriva personalistica e individualista alla quale stiamo assistendo sia stata pianificata è più no che sì. Tuttavia è vero che le grandi questioni sociali sono via via diventate negli ultimi 20 anni dei semplici problemi, che anche quando rilevanti non mettono in discussione il Sistema, ma si rivolgono alle singole persone: cittadini, utenti, consumatori invitati ad assumersi la responsabilità di aggiustare ciò che non funziona. Il risultato è che le grandi questioni vengono derubricate e anziché essere affrontate con politiche appropriate e incisive peggiorano ulteriormente.
La povertà è stata rottamata da un esercito di poveri
Ma vediamo di spiegarci con due esempi. Il primo riguarda le diseguaglianze economiche. Sono 30 anni che si parla di crescente povertà in ampi strati sociali. Segno che non c’è stato un governo (di sinistra, di destra, giallo verde o giallo rosso, di emergenza o solidarietà) che sia riuscito almeno a invertire la tendenza in modo efficace. Nel contempo, per ribadire il concetto, le ricchezze sono diventate sempre più spettacolari: ostentate e compiaciute, pure con il plauso ammirato dei più poveri. Questo processo di rimozione, ben spiegato nella puntata I pipistrelli e La pazienza del podcast Fuori da qui di Simone Pieranni (Chora Media), è racchiuso in un passaggio che ha visto sparire la povertà e comparire al suo posto un esercito di poveri. Individualizzando il problema il sistema è sparito, e con esso sono scomparse anche le cause che producono miseria economica. Ma anche lavorativa come documenta L’ultimo operaio. Canto finale della grande fabbrica di Niccolò Zancan (Einaudi, 2026). Così mentre i ricchi possono celebrare il proprio successo, i poveri possono imputare solo a se stessi il fallimento personale. E affidarsi alla carità, ai buoni spesa, ai sussidi una tantum.

Se l’emergenza ambientale diventa una questione privata
Un altro esempio di individualizzazione delle responsabilità e colpe, che invece sono sistemiche e richiederebbero interventi strutturali, lo si riscontra in ambito ambientale, dove climate change e sostenibilità vengono messe in carico ai singoli utenti e consumatori. Invitati a fare la doccia e lavarsi i denti con parsimonia, a differenziare il pattume, a spegnere la luce di casa quando si esce dalle stanze. Tutte pratiche virtuose, ma con le quali non si può certo salvare il Pianeta dall’annunciato disastro ambientale. Anche buttandola sul personale, come ha scrittoThe Guardian a metà gennaio, c’è privato e privato: i più ricchi hanno impiegato dai 3 ai 10 giorni per esaurire il proprio budget annuale di carbonio. Però è il Report annuale sull’ineguaglianza ambientale 2025 che conferma la tendenza del sistema a colpevolizzare l’individuo, anziché assumersi la responsabilità di politiche ambientali inefficaci quando non dannose. Ciò attraverso una forte azione, da parte delle company del fossile, sui media compiacenti e il ricorso alla fake news, secondo cui il problema della sostenibilità ricade sugli individui e non sulla grande industria e finanza, e sui produttori e gestori dei servizi energetici. Che infatti continuano a inquinare come hanno sempre fatto.

«Non lasceremo indietro nessuno»è più di uno slogan
Definire quest’approccio insostenibile può apparire una battuta. Non lo è augurarsi che la società non resti una parola vuota, inerte. Ma torni a essere una collettività viva, dove «non lasceremo indietro nessuno», forse la frase più gettonata da politici e governanti d’ogni colore, cesserà di risuonare invano.
