Perché un ritiro Usa può diventare un’occasione storica per l’Europa

«Yankee go home». La guerra del Vietnam, il golpe in Cile e poi la crisi dei missili nucleari a Comiso (1981-1983) sono stati momenti in cui quell’invito è stato urlato con più forza nelle strade e nelle piazze d’Italia. Era uno slogan velleitario, che esprimeva un desiderio impossibile. Perché la presenza delle basi militari statunitensi, soprattutto in Germania e in Italia, i due Paesi che avevano perso la guerra, era anche il presidio economico che garantiva la libera e massiccia circolazione delle merci Usa in Europa. Il “sogno americano” che era l’anima della nascente società dei consumi aveva il volto sorridente del cinema di Hollywood e della pubblicità della Coca Cola. Ma alla bisogna sapeva di potere contare sul potere molto convincente delle armi. E su quello sottostante, ma non meno persuasivo, dei servizi segreti (CIA) che spesso hanno condizionato e interferito nella vita politica italiana.

Perché un ritiro Usa può diventare un’occasione storica per l’Europa
La base di Sigonella (Archivio Ansa).

La minaccia trumpiana forse è un’occasione storica

Da decenni non si sente più urlare «Yankee go home», ma la novità è che ora sono loro, gli yankee, che minacciano di tornarsene a casa. Dopo che Donald Trump ha minacciato di uscire dalla Nato, è stato il Segretario alla Guerra, Pete Hegseth, che ha invitato i Paesi europei a spendere di più in armamenti. Perché in caso contrario gli Usa ridimensioneranno o addirittura chiuderanno le basi in Europa. 

Perché un ritiro Usa può diventare un’occasione storica per l’Europa
Pete Hegseth e Donald Trump (Imagoeconomica).

Ora, detto che non è semplice per gli Stati Uniti sfilarsi dall’Alleanza Atlantica e che Hegseth è lo stesso che ha definito «la guerra un dono per il mondo» e che ha confuso la Bibbia con Pulp fiction, penso che dovremmo seriamente chiederci se non sia un’occasione storica accettare il ritiro statunitense. Detta così può sembrare, e in parte è, una provocazione. Come la canzone dei 99 Posse, Yankee go home, che peraltro, con la guerra Usa-Iran in corso risulta assai intonata.

Senza protettori Usa, l’Europa sarebbe costretta a reagire

Per un passo del genere servirebbero infatti statisti e grandi europeisti come Kohl e Mitterrand, dei quali al momento non c’è traccia. Però l’abbandono dei protettori americani costringerebbe a colmare rapidamente quel vuoto. A superare i personalismi e i nazionalismi che oggi frenano la costruzione di una difesa europea. Impedita da un’industria militare frammentata, con duplicazione di capacità produttive e mancanza di standard comuni. Ma pesano anche di più le differenze strategiche e geopolitiche. 

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Nel 1984, il Cancelliere tedesco Helmut Kohl e il Presidente francese François Mitterrand alla commemorazione della battaglia di Verdun (Ansa).

Mosca e Putin sono una minaccia reale?

Le questioni fondamentali, senza addentrarci in ambiti specialistici, si riassumono nei pensieri e nelle visioni che ispirano e contrappongono – per semplificare al massimo – filo-putiniani e anti-putiniani. Detto altrimenti: se senza protezione americana la Russia si mangerebbe l’Europa in un boccone o, al contrario, tornerebbe a essere un partner commerciale conveniente e affidabile. Ancorché da blandire, soprattutto per il possesso di un formidabile arsenale nucleare. In entrambi i casi l’immagine dei cosacchi che si abbeverano in piazza San Pietro a Roma deve fare i conti con la realtà di un esercito che non pare proprio così potente come è stato raccontato e come Putin lo accredita. Visto che un’operazione speciale che doveva durare una settimana è in corso da quattro anni e che l’esercito russo non dà proprio l’idea di essere un’invincibile armata smaniosa di invadere la grande pianura europea. Certo la Russia ha cento volte e più le bombe atomiche che potrebbero distruggere il mondo. Però, come è noto, ne bastano poche per mettere in moto un meccanismo di risposte a un attacco iniziale che otterrebbe velocemente quel risultato. Quindi se la Russia ha 5.500 bombe, Francia e Regno Unito assieme ne hanno più di 500 (300+220) e in una difesa europea coordinata e operativa sarebbero più che sufficienti per scoraggiare aggressioni militari nucleari russe e non.

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Vladimir Putin (Ansa).

La spesa europea in armamenti ha superato quella russa

C’è poi da considerare l’aspetto economico, al netto delle polemiche furiose fra bellicisti e pacifisti. Che la spesa europea sia attualmente frammentata, disordinata dunque inefficace è un dato di fatto. Ma è altresì vero, secondo l’Osservatorio dell’Università Cattolica, che nel 2024, la spesa militare europea ha raggiunto livelli record, superando quella russa. I Paesi europei (NATO inclusi) hanno speso circa 730 miliardi di dollari, una cifra superiore del 58 per cento rispetto ai circa 462 miliardi della Russia. «L’ampio divario tra spesa russa ed europea nel 2024 suggerisce cautela nel concludere che sia necessario un forte aumento della spesa militare in Europa, tranne che nei Paesi ancora al di sotto del 2 per cento del Pil».

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Mark Rutte e Donald Trump (Ansa).

Più armi significa meno welfare

Se però si considera che Trump e Hegseth chiedono che la spesa militare dei Paesi europei sia portata al 5 per cento, ecco che la rinuncia o la chiusura delle basi e della protezione Usa sarebbe economicamente conveniente, oltre che socialmente augurabile. Tre punti percentuali di aumento della spesa militare per la popolazione europea e italiana significano tagli sostanziosi al welfare. Considerato che ha valore quasi scientifico la correlazione inversa tra spesa militare e spesa sanitaria. Quando aumenta l’una cala l’altra: è sempre accaduto così. E se si considera che nel 2025 è stato stabilito il nuovo record mondiale di spesa in armamenti – 2.887 miliardi di dollari complessivi, con un aumento del 2,9 per cento rispetto al 2024 – auguri a tutti noi, che già lamentiamo tagli allo stato sociale e riduzione dei servizi assistenziali.

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Pete Hegseth (Ansa).

In un colpo solo potremmo liberarci anche della tutela delle Big Tech

Ma rispolverare e accogliere in modo pacifico e consensuale l’opportunità di un ritiro americano dall’Europa non ha solo motivazioni economiche. Il valore e l’importanza del ruolo americano nella sconfitta del nazismo e del fascismo restano come pietre miliari di un atlantismo che ha generato libertà e democrazia. Ma quel debito e la riconoscenza per il piano Marshall lo abbiamo pagato e lo stiamo pagando abbondantemente. Con il quasi monopolio concesso ai servizi finanziari e tecnologici statunitensi. In questa luce «yankee go home» offre anche l’occasione, come scrive The Guardian, per provare a sottrarsi alla tutela di Microsoft, Google, Meta, Amazon, Apple e trovare nuove strade più etiche e rispettose dell’autonomia e dell’identità dei cittadini europei. Certo costruire alternative efficienti è una bella impresa. Però «fare switch è più facile di quanto possiamo pensare», ricorda sempre il Guardian, indicando modi e strumenti con i quali si può cominciare a farlo. Con gentilezza e riconoscenza: cari yankee potete portare a casa o altrove armi e bagagli, perché noi ce la possiamo fare da soli. È un sogno?

Crisi globali e nostalgie: viviamo in un eterno presente che guarda indietro

Adessitudine e presentismo sono i due termini che definiscono la nostra attuale dimensione temporale e sociale. Viviamo infatti in un qui e ora che pare eterno. Sospeso tra un futuro che non si vede e un passato in odore di nostalgia. Buono per il vintage, ma non per orientare processi decisionali e anche scelte di vita. Da qui la domanda che si pone il primo fascicolo 2026 della rivista il Mulino dal titolo Quali storie: «Ci serve ancora conoscere la storia?».

Siamo iper-tecnologici ma viviamo in uno spiacevole déjà-vu

La risposta è sì, ovviamente. Consapevoli però che «la storia insegna che non si impara mai dalla storia» (Hegel), come stiamo peraltro vedendo nella ripetizione in questi anni di crisi e tragedie internazionali che hanno lo spiacevolissimo sapore del déjà-vu. Si parli di guerre, di risorgente razzismo, di persecuzioni etniche, di risposte alla pandemia, il copione sembra essere d’annata. Per quanto inscritto in un contesto, soprattutto tecnologico, nuovo mostra numerose costanti. L’Europa attuale sembra più simile a quella di 100 anni fa (con gli umori grevi generati da una lunga guerra, impaurita dall’epidemia di spagnola e alle prese con una grave crisi economica) che non a quella di fine secolo caratterizzata dall’ottimistica ascesa di Internet e della globalizzazione.

Crisi globali e nostalgie: viviamo in un eterno presente che guarda indietro
Un veicolo colpito da un raid israeliano a Gaza (Ansa).

Quella promessa non mantenuta

Saremo tutti e in tutto il mondo più ricchi, più benestanti, più colti e solidali si ripeteva un po’ ovunque. Nel contempo si decretavano la fine delle ideologie e anche della storia, con la caduta del muro di Berlino e dell’Urss. Come è finito quel sogno, lo stiamo appunto verificando ora, con un sovrappiù di rammarico visto che il prevedibile non è stato previsto. Come diceva l’economista francese Frédéric Bastiat «dove non passano i commerci prima o poi passano gli eserciti». Se si soffia sulla paura le persone diventano aggressive, la mancanza di sicurezza aumenta sia la sfiducia sia la richiesta dell’uomo forte. L’ascesa dei sistemi autoritari fra le due Guerre ci indica che non è per niente sorprendente, per quanto raccapricciante, l’attuale rinascita e crescente consenso per il nazismo e il fascismo «che fece anche cose buone».

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L’adunata neo fascista di Acca Larentia a gennaio 2026 (Ansa).

Il revival dei favolosi Ottanta

Quali storie possono essere utili e rispondere ai nostri bisogni conoscitivi e usi pubblici? Il quesito a cui prova a rispondere il fascicolo de Il Mulino ci porta su un altro versante storico indagato dal sociologo Vanni Codeluppi in I favolosi Ottanta. Memoria dal decennio che ha cambiato il mondo (Derive e Approdi). Una storia, fra il saggio e il memoir, che rilegge la complessità di un periodo cruciale per la storia dell’Occidente sviluppato e i cui effetti sono su molti piani ancora agenti. A partire, per esempio, dalla passione per gli oggetti, le atmosfere e i personaggi di quel decennio che hanno giovani e giovanissimi di oggi. Pur essendo distanti anni luce, soprattutto tecnologicamente e politicamente, sono affascinati dalle mode, dalla cultura, dalla musica di quel periodo. «Forse perché non c’erano», ha scritto qualche anno fa lo stilista e giornalista di moda Christopher Niquet. Certo è che se pensiamo al ritorno di certe mise e al perdurante successo di gruppi e cantanti Anni 80, dobbiamo convenire, come ha scritto il sociologo norvegese Th. Eriksen in Tempo tiranno, che stiamo procedendo a tutta velocità guardando lo specchietto retrovisore.

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La copertina de i favolosi Ottanta di Vanni Codeluppi (Derive e Approdi).

Il boom del made in Italy e l’alba della società dell’immagine

Ma negli 80 c’è stato ed è accaduto tanto altro. Il diario di viaggio di Codeluppi parte dai grandi concerti negli stadi di Patti Smith e Lou Reed e si allunga a quelli dei cantautori italiani come Lucio Dalla e Francesco De Gregori. Passa da Luigi Ghirri, grande innovatore della fotografia italiana, e dal famoso comizio di Enrico Berlinguer, preso nuovamente in braccio da Roberto Benigni alla Festa dell’Unità di Reggio Emilia del settembre 1983 (il comico lo aveva già fatto il giugno di quell’anno a Roma), per approdare alla Milano da bere. Che vede la trasformazione dei sarti in stilisti e dei cuochi in chef. Gli architetti non sono ancora archistar, ma il made in Italy è in piena ascesa internazionale. La “dolce vita” è un richiamo irresistibile e un anestetico dopo gli anni di piombo e dello stragismo nero culminato con la bomba alla stazione di Bologna. Ma il decennio vede anche l’ascesa della tv commerciale del Cavaliere, il boom dei fast food e la comparsa dei paninari, il pieno dispiegarsi della società dell’immagine: quella del look e del colpo d’occhio, delle modelle che nessuno chiama più indossatrici. Timberland e Nutella, ma anche Olivetti e Commodore 64 in ambito tecnologico sono i marchi iconici.

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Roberto Benigni prende in braccio Enrico Berlinguer (Ansa).

Il decennio che tra luci e colori cambiò il mondo (e non in meglio)

Il memoir di Codeluppi si limita però alle arti e alla cultura popolare, ai media e al consumo musicale. La politica e l’economia non entrano se non di riflesso nell’inventario. Ma su questi temi si devono aggiungere alcune importanti considerazioni riferite a ciò che sta ancora determinando fortemente il presente. Cioè l’avvio delle politiche liberiste che hanno in Ronald Reagan e Margaret Thatcher due assoluti protagonisti. Due rispettive frasi sintetizzano bene la loro visione e azione politica: «Lo stato non è la soluzione, ma il problema» e «La società non esiste: ci sono individui, uomini e donne, e le famiglie».

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Margaret Thatcher, Helmut Kohl e Ronald Reagan nel 1985 (Ansa).

Al di là dell’allegra connotazione data al decennio (non a caso si parla di edonismo reaganiano) e nonostante l’apparizione degli yuppies, iniziò lì lo smantellamento dello Stato sociale e la celebrazione del successo, dell’immagine personale, dei soldi. Se oggi le disuguaglianze economiche sono aumentate a dismisura e l’esaltazione dell’individualità a tutto danno del legame sociale è stata normalizzata si deve guardare anche ai favolosi Ottanta. Condividendo con Codeluppi il giudizio che, nonostante le profonde contraddizioni, quel decennio ha effettivamente cambiato il mondo.

L’individuo ha divorato la società: la condivisione è solo online

«È tutta colpa della società». Questa espressione che irrideva alla pretesa di addossare alla società, genericamente intesa, la responsabilità di qualsiasi disordine, violenza, stato di crisi non la si sente più da almeno 20, forse 30 anni. Non perché siano scomparsi i problemi e le emergenze, bensì un’idea collettiva, comune e comunitaria di persone che si riconoscono. Che si sostengono, condividono valori, partecipano alla vita pubblica, credono e si battono per il bene comune.

Viviamo in un mondo fatto su misura per Trump

«Se una libera società non può aiutare i molti che sono poveri, non dovrebbe salvare i pochi che sono ricchi», sosteneva nel suo discorso di insediamento del 1961 John Fitzgerald Kennedy, giusto per rimarcare come oggi sia presidente degli Usa un tipo bizzarro, ondivago e narcisista che arricchisce se stesso e i suoi amici miliardari. I tempi cambiano, si dirà. Però è pazzesca la velocità con la quale, soprattutto in questi ultimi anni, siamo precipitati in un mondo più simile a quello di 100 anni fa e oltre, che non a quello di 30 o 40 anni fa.

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JFK e Donald Trump.

Prova è che dall’ancora ragionevole differenza di stipendio negli Anni 70 fra un manager e un operaio (circa 11 a 1) si è arrivati nell’Italia del 2020 al record di 649 a 1. Oggi possiamo solo chiederci come è potuto accadere che a fine 2025 gli azionisti di Tesla abbiano promesso al loro Ceo, Elon Musk, mille miliardi di dollari se raggiungerà gli obiettivi. Come ulteriore segnalazione di abnormalità ricordo che c’è stato un giorno, uno solo, il 20 luglio 2020, in cui un signore chiamato Jeff Bezos ha guadagnato 13 miliardi di dollari.

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Jeff Bezos (Ansa).

L’idea di welfare universale si sta erodendo

Da qualche anno la classifica annuale degli uomini più ricchi al mondo procura brividi per la riprovevole tendenza mediatica a crogiolarsi nelle ricchezze altrui. Ma è anche, indirettamente, la prova provata del progressivo ritirarsi della società, dell’arretramento delle pratiche politiche che interessano il sistema di welfare, basato in tutto l’Occidente sviluppato sul principio universalistico del diritto di ogni cittadino all’istruzione, alla cura e a un lavoro dignitoso. Naturalmente dei tre solenni valori universali che hanno accompagnato la nascita della moderna democrazia – libertà, uguaglianza e fraternità – si sono perse da tempo le tracce. Tant’è che della triade rivoluzionaria non parlano nemmeno quelli che oggi si definiscono democratici e di sinistra. Altro indizio, questo, dell’allentamento del legame sociale, dello svincolarsi individuale dai progetti collettivi

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Una manifestazione contro i tagli alla Sanità a New York (Ansa).

L’engagement con cui ci riempiamo la bocca è solo sul web

Paradossalmente il termine condivisione, engagement, non è mai stato così in auge a parole e sul web quanto poco praticato nella vita d’ogni giorno. Sempre più social e sempre meno sociali. Qui però mi limiterò a segnalare come individualizzazione e solitudine, indotte da un uso predominante dei device mobili e da quote crescenti di permanenza davanti a uno schermo, contribuiscano pesantemente ad allentare i legami sociali e soprattutto la fisicità delle appartenenze e della partecipazione reale, dal vivo alla vita collettiva. Ormai petizioni, appelli e raccolte di firme si fanno online.

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da mediamodifier via Unsplash.

Le grandi questioni sociali si sono trasformate in semplici problemi

Una società in frantumi, a pezzi, scollegata è l’esito di una crescente individualizzazione o superindividualizzazione che secondo Andreas Rekwitz, il sociologo tedesco autore di La società della singolarità, spinge gli individui a sentirsi e comportarsi da persone speciali. Uniche e originali e, come tali, indotte a pensare molto più a se stesse che agli altri. Ora sostenere che la deriva personalistica e individualista alla quale stiamo assistendo sia stata pianificata è più no che sì. Tuttavia è vero che le grandi questioni sociali sono via via diventate negli ultimi 20 anni dei semplici problemi, che anche quando rilevanti non mettono in discussione il Sistema, ma si rivolgono alle singole persone: cittadini, utenti, consumatori invitati ad assumersi la responsabilità di aggiustare ciò che non funziona. Il risultato è che le grandi questioni vengono derubricate e anziché essere affrontate con politiche appropriate e incisive peggiorano ulteriormente.

La povertà è stata rottamata da un esercito di poveri

Ma vediamo di spiegarci con due esempi. Il primo riguarda le diseguaglianze economiche. Sono 30 anni che si parla di crescente povertà in ampi strati sociali. Segno che non c’è stato un governo (di sinistra, di destra, giallo verde o giallo rosso, di emergenza o solidarietà) che sia riuscito almeno a invertire la tendenza in modo efficace. Nel contempo, per ribadire il concetto, le ricchezze sono diventate sempre più spettacolari: ostentate e compiaciute, pure con il plauso ammirato dei più poveri. Questo processo di rimozione, ben spiegato nella puntata I pipistrelli e La pazienza del podcast Fuori da qui di Simone Pieranni (Chora Media), è racchiuso in un passaggio che ha visto sparire la povertà e comparire al suo posto un esercito di poveri. Individualizzando il problema il sistema è sparito, e con esso sono scomparse anche le cause che producono miseria economica. Ma anche lavorativa come documenta L’ultimo operaio. Canto finale della grande fabbrica di Niccolò Zancan (Einaudi, 2026). Così mentre i ricchi possono celebrare il proprio successo, i poveri possono imputare solo a se stessi il fallimento personale. E affidarsi alla carità, ai buoni spesa, ai sussidi una tantum.

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Distribuzione di generi alimentari nella sede di Pane Quotidiano a Milano (Ansa).

Se l’emergenza ambientale diventa una questione privata

Un altro esempio di individualizzazione delle responsabilità e colpe, che invece sono sistemiche e richiederebbero interventi strutturali, lo si riscontra in ambito ambientale, dove climate change e sostenibilità vengono messe in carico ai singoli utenti e consumatori. Invitati a fare la doccia e lavarsi i denti con parsimonia, a differenziare il pattume, a spegnere la luce di casa quando si esce dalle stanze. Tutte pratiche virtuose, ma con le quali non si può certo salvare il Pianeta dall’annunciato disastro ambientale. Anche buttandola sul personale, come ha scrittoThe Guardian a metà gennaio, c’è privato e privato: i più ricchi hanno impiegato dai 3 ai 10 giorni per esaurire il proprio budget annuale di carbonio. Però è il Report annuale sull’ineguaglianza ambientale 2025 che conferma la tendenza del sistema a colpevolizzare l’individuo, anziché assumersi la responsabilità di politiche ambientali inefficaci quando non dannose. Ciò attraverso una forte azione, da parte delle company del fossile, sui media compiacenti e il ricorso alla fake news, secondo cui il problema della sostenibilità ricade sugli individui e non sulla grande industria e finanza, e sui produttori e gestori dei servizi energetici. Che infatti continuano a inquinare come hanno sempre fatto.

L’individuo ha divorato la società: la condivisione è solo online
Il problema della sostenibilità è stato riversato sui singoli in assenza di politiche efficaci (foto di Satheeshkumar Ram via Unsplash).

«Non lasceremo indietro nessuno»è più di uno slogan

Definire quest’approccio insostenibile può apparire una battuta. Non lo è augurarsi che la società non resti una parola vuota, inerte. Ma torni a essere una collettività viva, dove «non lasceremo indietro nessuno», forse la frase più gettonata da politici e governanti d’ogni colore, cesserà di risuonare invano.

Non basta dire no, ora alla Gen Z servono un progetto politico e una leadership

«Non ti fidare di chi ha più di 30 anni». Arduo oggi dire se fa ridere o piangere l’esortazione di Jack Weinberg, attivista radicale e leader nel 1968 del Free Speech Movement di Berkeley, visto che il potere politico è nelle mani di ultra settantenni. E non va meglio in altri campi. Dalla finanza allo spettacolo, in prima fila ci stanno molti uomini e qualche donna che di abdicare proprio non ne vogliono sapere.

Un gap anagrafico che ci riporta agli Anni 50

I giovani, si tratti di posizione lavorativa o reddito, scontano un gap anagrafico che ci riporta agli Anni 50, quando nemmeno la musica contemplava generi e interpreti giovanili. La musica cambiò negli Anni 60. A tempo di rock e di pop. Ma fu sulla spinta del movimento del ’68 che i giovani divennero pienamente adulti. Liberati dal mercato e dall’economia dei consumi. Ma in grado presto di affermare una propria autonomia, che ebbe peso rilevante nella modernizzazione politica e sociale del Paese.

La partecipazione giovanile ha colto di sorpresa tutti

La prospettiva storica offre illuminanti chiavi di lettura del presente e del futuro prossimo, all’indomani del voto referendario che ha registrato il decisivo apporto dei giovani alla vittoria del no. Ma partiamo dal dato che ha visto la generazione 18-34 anni votare contro la riforma della giustizia con il 61,10 per cento dei voti. La partecipazione giovanile (la loro affluenza è stata del 67 per cento, nonostante le difficoltà dei fuorisede, a fronte di un dato nazionale del 58,9 per cento) e in quelle proporzioni di opposizione alla proposta governativa ha colto di sorpresa tutti. Dal governo alla politica nel suo complesso, passando per i media tradizionali, la cui interpretazione e narrazione della società è ben lontana da quella che vive la Generazione Z.

Non basta dire no, ora alla Gen Z servono un progetto politico e una leadership
Non basta dire no, ora alla Gen Z servono un progetto politico e una leadership
Non basta dire no, ora alla Gen Z servono un progetto politico e una leadership
Non basta dire no, ora alla Gen Z servono un progetto politico e una leadership
Non basta dire no, ora alla Gen Z servono un progetto politico e una leadership
Non basta dire no, ora alla Gen Z servono un progetto politico e una leadership
Non basta dire no, ora alla Gen Z servono un progetto politico e una leadership
Non basta dire no, ora alla Gen Z servono un progetto politico e una leadership

Lo si immaginava, ma la novità è che in questa occasione gli interessati, anziché restarsene sul divano e rifugiarsi in un mondo ideale, hanno deciso di mettersi le scarpe e uscire di casa. E di dire no ai quesiti giudiziari, ma senza troppo curarsi del merito. Certo, in difesa della Costituzione, ma ancor più dei diritti e delle libertà civili e di espressione sotto attacco governativo con i vari provvedimenti restrittivi e i decreti sicurezza degli ultimi tre anni.

No alla società paternalistica e repressiva di Meloni

Quella società paternalistica e repressiva teorizzata e praticata dalla premier Giorgia Meloni non coincide con sentimenti e desiderata giovanili. Come peraltro indicano i report più recenti e informati: dal Deloitte Global Gen Z e Millennial Survey 2024 al Webboh Lab, laboratorio online di ricerca sulla Gen Z che mappa il pensiero, i gusti, le opinioni, le aspettative di utenti di età compresa fra i 14 e i 20 anni.

Non basta dire no, ora alla Gen Z servono un progetto politico e una leadership
Giorgia Meloni (Imagoeconomica).

L’intera classe politica non ha capito l’universo valoriale giovanile

Se poi si considerano altri fenomeni di ribellione pacifica dei giovani ambientalisti (dai Fridays for future a Extinction rebellion), vediamo che l’universo valoriale giovanile è molto lontano da quello che ha in mente l’intera classe politica, finanziaria e imprenditoriale. Una cosa confermata dall’annuale rapporto di Reuters Institute, che ribadisce ciò che ormai era ampiamente noto a tutti: i bisogni informativi dei giovani hanno poco a che fare con i media e i commentatori mainstream, si rivolgono perlopiù a figure nuove come creator e podcaster che si esprimono su YouTube e TikTok.

Una generazione che non è di sinistra in senso tradizionale

Ma la cosa sorprendente, tornando al voto referendario, è che l’immaginario della Gen Z si è materializzato nelle cabine elettorali. Un’inattesa mobilitazione politica, anche se informale e non dichiarata. Che però i leader progressisti farebbero bene a non considerare acquisita alla loro causa in modo automatico. Perché quella generazione non è di sinistra in senso tradizionale, ma ideologicamente anti-autoritaria.

Vi ricordate le Sardine? Era il 2019 e sparirono in fretta

Non va però dimenticato che nel 2019 prese vita il movimento delle Sardine, che riempì strade e piazze dell’Emilia-Romagna nell’imminenza delle elezioni regionali che ipotizzavano come probabile la vittoria del candidato leghista. Quella mobilitazione giovanile fu imponente e decisiva per l’affermazione del governatore progressista Stefano Bonaccini. Ma il Covid-19, con la stessa rapidità con la quale era montato, spense e poi cancellò quel movimento nascente del quale è rimasto a malapena il ricordo.

Non basta dire no, ora alla Gen Z servono un progetto politico e una leadership
Un flash-mob delle Sardine nel 2019 (foto Ansa).

Le lotte sociali per avere successo devono essere collettive

Quella falsa partenza però, affinché non si ripeta, sollecita gli interessati a considerare alcune questioni fondamentali che la prospettiva storica evocata agli inizi consente di mettere a fuoco. Le lotte sociali per avere successo devono essere collettive. Da soli, come portatori di rivendicazioni e istanze giuste ma particolari, non si va da nessuna parte. I movimenti si formano su obiettivi di lotta condivisi da varie e ampie categorie sociali.

I problemi e le emergenze non riguardano più il sistema, bensì gli individui

Mi rivolto dunque siamo è una celebre esortazione nonché libro di Albert Camus che risalta con più forza in una società oggi dispersa, polverizzata e dove i problemi e le emergenze (si parli di ambiente o di disuguaglianze economiche) non riguardano più le istituzioni, il sistema, bensì gli individui. Non esiste più la povertà, bensì i poveri. La differenza non è di poco conto, visto che le riforme vere, cioè capaci di incidere sul corpo della società e sulla vita delle persone, si sono fatte sulla scia del ‘68, dopo una stagione di lotte collettive condotte sulle piazze, nelle scuole e università, sui luoghi di lavoro. Dall’istituzione del Servizio sanitario nazionale alla chiusura dei manicomi, passando per il riconoscimento del diritto al divorzio e all’aborto: siamo nel decennio Settanta. Del 1970 è lo Statuto dei lavoratori.

Non basta dire no, ora alla Gen Z servono un progetto politico e una leadership
Il libro di Albert Camus.

Può sembrare banale ricordare conquiste sociali fondamentali, che oggi peraltro sono sotto attacco. Non lo è sottolineare che opporsi, ribellarsi, dire no è fondamentale, ma non è sufficiente. Serve un progetto e un movimento politico che traduca in azione valori e aspettative di Millennial e soprattutto zeerers. E metta per esempio fine a stipendi da fame e riequilibri il rapporto fra salari dei giovani e pensioni.

Dopo la pandemia sono aumentati solo i posti malpagati

Secondo i dati 2024-25, l’assegno pensionistico risulta essere mediamente superiore alla retribuzione netta d’ingresso dei giovani. Lo stipendio dei figli nel trascorso decennio era il 36 per cento in meno di quello dei padri. Dopo la pandemia sono aumentati solo i posti malpagati; e alla disoccupazione crescente nella classe d’età 18-34 ha fatto riscontro l’aumento dell’occupazione degli over 55.

Non basta dire no, ora alla Gen Z servono un progetto politico e una leadership
Un cameriere impegnato nell’allestimento di una sala da pranzo (foto Ansa).

Ma, concludendo, per provare a riformare un sistema così sgangherato servono due pre-condizioni fondamentali. Che i giovani tornino a fare politica e cerchino leader generazionali. Ossia leadership in grado di rappresentare gli interessi e le istanze della loro generazione. Perché è evidente anche a un cieco che i ventenni e trentenni di oggi non possono essere rappresentati e guidati da boomer. A maggior ragione se anziché essere vecchi saggi come Bernie Sanders sono vecchi e irreparabili narcisti come Donald Trump.

La pandemia di Covid ci ha davvero insegnato qualcosa?

Oscurata dalle guerre in corso, la Giornata nazionale in memoria delle vittime del Covid-19, celebrata mercoledì 18 marzo, non ha avuto l’eco che meritava. Rimozione di un ricordo molto doloroso o incapacità di fare seriamente i conti con un fenomeno epocale?

Il Covid ha portato a un velocissimo salto d’epoca

La domanda resta aperta. Mi limiterò ad evidenziare alcuni aspetti della prima pandemia globale della storia recente, che ci ha visto cambiare profondamente come persone, comunità e modi di vita. Abbiamo vissuto un prima e un dopo attraversati da un velocissimo “salto d’epoca”. Anzitutto tecnologico. A partire dai tempi record impiegati per ottenere vaccini efficaci e disponibili su larga scala e, più in generale, facendo fare in poco tempo all’intera società salti in avanti di anni. Ma pure, per quanto possa apparire paradossale, balzi indietro ancor più sensazionali. Visto che al primo manifestarsi della pandemia sono riapparsi i fantasmi e le paure delle antiche pestilenze. 

La pandemia di Covid ci ha davvero insegnato qualcosa?
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La crisi economica e il boom del debito globale

Gli italiani che lavoravano da remoto erano poco meno di 700 mila a gennaio 2020: a maggio 2021 sono diventati più di 8 milioni. In tre mesi, in occasione del primo lockdown, i pagamenti elettronici sono aumentati del 68 per cento, con un incremento percentuale di 11 punti: lo stesso registrato dal 2011 al 2019. Ma nel 2020 secondo l’Ocse, si è perso anche quel che si era guadagnato in più di un decennio, dalla crisi del 2008. Nel contempo, per effetto delle ingenti risorse pubbliche richieste per fronteggiare la pandemia, il debito globale rispetto al Pil è salito al 355 per cento nel 2021. L’anno peggiore, secondo gli economisti, dalla fine della II Guerra mondiale. Però il migliore di sempre per Big Pharma che con i vaccini ha realizzato il più grande business della sua storia. 

L’essere phygital è ormai una condizione abituale

Sono entrati nel vocabolario, ma anche nelle nostre esistenze quotidiane, termini come smart working e l’e-learning. Essere phygital (fisico+digitale) ossia ibridi, presenti e distanti, vicini ma lontani, indipendentemente dall’essere live o sullo screen, è diventato, come stiamo vedendo ora, una condizione abituale di vita e non solo di studio o lavoro. Anche se sono tutt’oggi forti le resistenze e talvolta la voglia di ritornare alla situazione pre pandemia. Il virus, con il suo carattere mutante e virale, è stato anche un segno dei tempi: perfetto per rappresentare l’assoluta emergenza e rilevanza dei social media, dove la viralità è appunto un fattore decisivo, e più in generale una situazione di travolgente mutamento. Con il lockdown molte attività tradizionali (bar e ristoranti in primo luogo) sono collassate, mentre i social ma soprattutto i servizi di messaggistica sono volati registrando incrementi sensazionali. Così come è decollato il mercato del food delivery (con le degenerazioni a cui stiamo assistendo, tra nuove forme di caporalato e sfruttamento).

La pandemia di Covid ci ha davvero insegnato qualcosa?
Hub vaccinale a Torino (Ansa).

Il Covid ci ha lasciato un mondo spaventato e diviso

Ma l’altra faccia, umana e sanitaria, del Covid-19 ci ha consegnato un mondo e una società più che mai divisi, spaventati e colpiti. Nel corpo e negli affetti. Con una ambivalenza tra il peggio e il meglio rappresentata da una lato dalla politica e dai leader no-vax, ovvero i negatori della mortalità del virus, con in prima fila gli autocrati, da Trump a Bolsonaro, da Orban a Erdogan; dall’altro dalla capacità di reazione attiva, concreta e perfino ottimistica del personale sanitario, delle associazioni di volontariato e dei gruppi di cittadinanza attiva. In mezzo a questi due schieramenti le immagini e le cronache della fase più alta della pandemia, il 2020-2021: ospedali presi d’assedio, file di camion militari carichi di bare dirette ai luoghi di cremazione, famiglie devastate dal dolore di non poter assistere i propri cari e dare loro l’ultimo saluto.

La pandemia di Covid ci ha davvero insegnato qualcosa?
(foto di Guido Hofmann via Unsplash).

Abbiamo imparato qualcosa da quella tragedia?

Quel che resta è il titolo del docu-film di Gianpaolo Bigoli e Mariachiara Illica Magrini, visibile su RaiPlay, che racconta i giorni terribili del primo lockdown a partire dall’impegno di un gruppo di cittadini di Parma che decide di raccogliere gli effetti personali abbandonati in ospedale dalle vittime del Covid per restituirli alle famiglie che non hanno nemmeno potuto celebrare i funerali. Seguendo il viaggio degli oggetti, il film racconta una comunità che cerca di rimanere unita. Di ritrovare il filo di un comune destino in una situazione di drammatica emergenza. Ma detto che il documentario è commovente, possiamo chiederci cosa resta oggi di quella tragedia? È stata una lezione che ci ha insegnato qualcosa, resi migliori e capaci di fronteggiare con minor danno una prossima pandemia, oppure no? Tragicamente – ma è un’ipotesi provvisoria – a mantenersi vivi sono stati il sentimento no-vax e le teorie di complotti orchestrati da Big Pharma e dalle élite globaliste. Al contrario si sono perse quasi le tracce sia dell’urgente bisogno di potenziare la sanità pubblica, soprattutto quella territoriale e della necessità di organismi sovranazionali efficaci capaci di fronteggiare eventuali nuove pandemie. Dopo gli Usa di Trump ora è l’Argentina di Millei a ritirarsi dall’OMS ed è prevedibile che altri capi di governo sovranisti vorranno seguire l’esempio. Col risultato altrettanto prevedibile di rischi epidemici crescenti. Come peraltro sta accadendo negli Usa, dove focolai di morbillo si registrano un po’ ovunque.

La pandemia di Covid ci ha davvero insegnato qualcosa?
Javier Milei e Donald Trump (Ansa).

#uniticelafaremo è stato solo un miraggio

Agli inizi della pandemia sembrava che l’Italia migliore si fosse ritrovata. Che nell’emergenza avesse riscoperto i valori dismessi da anni della solidarietà, della comunanza, della fiducia e dell’ottimismo, nonostante la situazione fosse preoccupante. Era il momento degli striscioni alle finestre, dell’inno di Mameli cantato dai balconi, dei concerti condominiali, accompagnati e accomunati dagli speranzosi #iorestoacasa, #uniticelafaremo, #tuttoandràbene. Ma è durato sin che l’emergenza è stata alta, perché non appena si è cominciato a intravvedere uno spiraglio di normalità la contesa, la polemica e lo scontro quotidiani sono ripresi. Come prima e più di prima, con la politica e i politici a dare il cattivo esempio. A enfatizzare e cavalcare i punti di contrasto, le divisioni, le situazioni di crisi e di oggettiva difficoltà. Insomma siamo ritornati a essere un Paese malmesso e sconnesso. Report e sondaggi nazionali e internazionali di questi anni ci consegnano l’immagine e la realtà di un Paese che ha più poco da spartire con l’Italia della Dolce vita o dei «valzer e caffè» cantata da De Gregori. E molto invece con un Paese che si scopre sempre più solo, per effetto di crescente singolitudine e vedovanza che riguarda giovani e vecchi. E che ora a un malessere sociale alimentato dall’ossessione securitaria, aggiunge il timore di una guerra lontana ma in veloce avvicinamento. E come è già avvenuto con il Covid e altre più recenti tragedie ambientali (dalle alluvioni in Romagna alla devastante frana di Niscemi) sappiamo e abbiamo sperimentato che viviamo un tempo nel quale una volta lanciato l’allarme ci vuole niente perché l’incendio divampi o l’acqua esondi. 

Semplificazione promessa, burocrazia raddoppiata: il cortocircuito italiano

«Ho provato a contare le procedure indispensabili per costruire un asilo prefabbricato: sono 117. Quattro mesi per tirar su l’asilo e due anni per far girare tutte le carte». Così si lamentava Aldo Aniasi, sindaco di Milano a cavallo tra gli Anni 60 e 70. Non è escluso che, nel corso degli ultimi 40 anni, la situazione sia addirittura peggiorata. Di certo non è migliorata. A dispetto delle tante denunce sui mali italici della burocrazia e delle altrettante promesse di liberazione dalla medesima per mezzo della digitalizzazione. 

Semplificazione promessa, burocrazia raddoppiata: il cortocircuito italiano
Aldo Aniasi nel 1997 (Ansa).

Il miraggio della semplificazione della Pa e delle “3 I”

Correva l’anno 2001 e con il secondo governo Berlusconi spuntò Lucio Stanca, il primo ministro per l’Innovazione e le Tecnologie nella storia repubblicana. Le premesse e gli obiettivi dichiarati dell’incarico erano più che condivisibili e facevano riferimento alla “rivoluzione copernicana” che, grazie alle tecnologie digitali, avrebbe consentito la semplificazione e l’efficienza della PA. Uno degli obiettivi era eliminare la grande mole di certificazioni richiesta a cittadini e imprese. Per la cronaca, per dire qual era il contesto, erano gli anni in cui il Cavaliere e la ministra dell’Istruzione e dell’Università Letizia Moratti lanciavano la «scuola delle 3 I» ( internet, inglese, imprese). Una promessa di modernizzazione e di cambiamento accelerato del Paese fatta propria e rilanciata anche dai successivi titolari del ministero, tra cui Mariastella Gelmini che brillò non tanto per avere dato concretezza alle 3 I, ma per l’ormai famoso tunnel per neutrini tra il Cern di Ginevra e il Gran Sasso.

Semplificazione promessa, burocrazia raddoppiata: il cortocircuito italiano
Letizia Moratti, Silvio Berlusconi e Lucio Stanca nel 2010 (Imagoeconomica).

Il rogo delle leggi inutili di Calderoli

Ma lo spettacolo più pirotecnico lo aveva organizzato il 24 marzo 2010 il ministro per la Semplificazione Normativa Roberto Calderoli, già noto per il Porcellum, dando fuoco una torre di 32 scatoloni contenenti simbolicamente 375 mila leggi italiane ritenute inutili o obsolete. Lo show, consumatosi alla caserma dei Vigili del Fuoco di Capannelle, fu definito dal coordinatore nazionale del sindacato di base indipendente RdB dei vigili del fuoco «una pagliacciata» degna di un «circo», che impegnò una trentina di pompieri. Tanto fumo ma niente arrosto, oltretutto, visto che nella classifica Ocse sulla qualità dei servizi erogati dalla PA italiana, su 36 Paesi l’Italia – 26esima nel 2000 – nel 2018 era scivolata al 33esimo posto, terzultima, davanti a Turchia e Messico.

Semplificazione promessa, burocrazia raddoppiata: il cortocircuito italiano
Il “rogo” di Roberto Calderoli (da Youtube).

Il costo economico della lentezza amministrativa

Ma stando al presente ed evidenziando le criticità più rilevanti per l’economia nazionale segnaliamo che la lentezza amministrativa costa secondo una stima della Cgia di Mestre del 2025, circa 184 miliardi di euro. Quella italiana è tra le peggiori burocrazie dell’Eurozona: siamo al primo posto per pressione burocratica sulle imprese, ma solo al 26esimo per fiducia nella Pa. In simile contesto non è affatto scontato che il PNRR riuscirà nell’impresa di sburocratizzare e velocizzare le procedure amministrative. Non fosse altro perché numerosi sono i casi in cui la promessa semplificazione si traduce in un ulteriore e forse non previsto aggravio di vincoli, obblighi e norme.  La burocrazia che si autocontrolla, cioè che accumula norme su norme, è un fenomeno tipicamente italiano. Ma che risulta particolarmente biasimevole, oltre che paradossale, quando si abbatte su due settori che dovrebbero essere regolati in modo semplice, con vincoli burocratici ridotti all’osso e controlli perlopiù qualitativi e nel merito piuttosto che quantitativi e regolamentari. Mi riferisco al Terzo Settore, che riguarda il volontariato, le associazioni assistenziali e culturali, e l’Università, dove insegnamento e promozione del sapere dovrebbero avere come faro la libertà e non il regolamento.

Semplificazione promessa, burocrazia raddoppiata: il cortocircuito italiano
(foto di Compagnons, via Unsplash).

Il Terzo settore sommerso dalle scartoffie

«Paradossi del Terzo settore: se la riforma anti-burocrazia genera ulteriore burocrazia». Così il Corriere della Sera titolava lo scorso 17 febbraio una riflessione di Paolo Venturi, direttore di AICCON (centro di ricerca sull’Economia Sociale nato dalla collaborazione tra Università di Bologna e numerose realtà pubbliche e private) che segnalava come le diverse realtà di volontariato «sono sottoposte sul piano operativo a un livello di burocratizzazione crescente che rischia di indebolirne identità, autonomia e capacità trasformativa». Colpa dei bandi per chiedere i finanziamenti che sono sempre più complicati, con moltiplicazione di procedure, adempimenti e dispositivi di controllo. Al punto che per tante realtà no profit le energie anziché essere spese sul campo vengono impegnate nel compilare moduli su moduli. È così che la correttezza formale delle richieste e rendicontazioni diventa predominante rispetto alla creazione di valore e benefici per i territori e le fasce sociali più fragili.

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All’Università le procedure rubano tempo ed energia alla ricerca

Nel caso dell’Università, testo e contesto sono molto differenti, però logiche e dinamiche in azione sono identiche. Controllo e aumento delle procedure a scapito dell’insegnamento e della produzione di sapere. Meno ricerca e impegno scientifico e più attenzione e tempo dedicati a rendicontare attraverso i nuovi strumenti burocratici: indicatori, score, metriche standardizzate e piattaforme digitali. L’elemento più sorprendente però non è tanto la burocratizzazione dell’attività universitaria, quanto il fatto che il problema è noto e stranoto da anni. Ma la sua denuncia non ha portato e non porta a niente. Se provate a googlare, sono almeno 15 anni che viene reiterata la litania di un’istituzione sempre più sopraffatta da una burocrazia pervasiva, spesso definita «neouniversità» o «ossessione burocratica», che stritola le attività didattiche e di ricerca. 

Semplificazione promessa, burocrazia raddoppiata: il cortocircuito italiano
(foto di Jack Krzysik, via Unsplash).

La nuova burocrazia dei target e delle mission

Cosicché «è un brivido che vola via», come canta Vasco Rossi, leggere che il rilancio degli atenei italiani passa attraverso la sburocratizzazione. A dirlo è stata, nel gennaio del 2024, Giovanna Iannantuoni, al tempo rettrice dell’Università Bicocca di Milano e presidente della CRUI (Conferenza dei rettori delle università italiane). Che dire dunque? Qualche mese fa è uscito il libro di Luca Solari, Università senza futuro. Tra compromessi e riforme impossibili (Guerrini & Associati) che spiega come la proliferazione di regole e piattaforme per la valutazione si sia mangiata il tempo per insegnare e promuovere la cultura. Un fenomeno che è perfettamente allineato al contesto e al sistema Paese. Perciò molto italiano. Anche se sul piano generale fa più che mai testo quel che ha scritto Mark Fisher, sociologo di raro acume e capacità di leggere le trasformazioni sociali, in Realismo capitalista (Nero Editions): «Che le misure burocratiche si siano intensificate sotto un regime neoliberale che si presenta come anti-burocratico e anti-stalinista potrebbe dapprima sembrare un mistero. Eppure ad aver proliferato è una nuova burocrazia fatta di “obiettivi” e di “target”, di “mission” e di “risultati”, e questo nonostante tutta la retorica neoliberale (… ) che pure ne professava l’annientamento. Ma nel neoliberismo il risveglio della burocrazia è assai più che un riflesso atavico o un’anomalia».

La deriva pubblicitaria della politica e le verità usa e getta dei leader narcisisti

«Con quella bocca può dire ciò che vuole». È un claim pubblicitario d’annata. Di un dentifricio che non c’è più, come la sua testimonial (Virna Lisi). Però è perfetto per sintetizzare lo stato deplorevole in cui versa la politica attuale. Nel mondo e in Italia allo stesso modo. Tale che si stenta a distinguere se per esempio al tavolo del Board of Peace si siedano uomini di governo o piazzisti.

Donald Trump è un caposcuola inarrivabile. In Europa non c’è nessun leader o capo di governo, per quanto sgangherato, che gli stia alla pari. Per nostra fortuna. Anche se la situazione è in rapido peggioramento. Come segnala la campagna referendaria in corso. Argomentare, dialogare, confrontarsi sono l’abc della democrazia. Ma ormai da anni la polarizzazione ha reso impossibili le pratiche colloquiali. Mentre il rarefarsi della partecipazione alla vita di partito ha consegnato le forze politiche nelle mani di pochi. Uomini solo al comando, leader narcisisti che possono dire, disdire, contraddirsi. Perfino smentirsi. Con la libertà che fino a ieri era concessa solo alla pubblicità.

Anche i nomi dei partiti sembrano claim pubblicitari

Per capire la politica attuale e i politici che la interpretano bisogna entrare nel mondo dell’Omino Bianco. Riferirsi non ai classici della scienza politica o alle storie esemplari dei grandi statisti, bensì alle campagne, agli spot e ai claim più riusciti. Pensiamo per esempio ai nomi delle formazioni politiche attuali, che hanno come progenitore e iniziatore di un genere Forza Italia, il primo partito azienda che però ha abolito la parola “partito”. È rimasto solo il Pd a richiamarlo. La Lega ha, “sovranamente” cancellato il Nord dal nome. Di contro alla comparsa di acronimi (Avs, cioè Alleanza Verdi e Sinistra, assonante con Aws, sigla dei servizi web di Amazon) che potrebbero anche qualificare compagnie alberghiere o di viaggio (cinque stelle). Più Europa è detersivo e Azione potrebbe essere il nome di una multiutility. Ma ci vuole niente a confondere Noi moderati con «Gli esperti siete voi» (Expert), Italia viva con Viva la mamma (Beretta).

Ora ci si può chiedere: è la pubblicità che si è mangiata la politica o viceversa? Entrambe le cose: il processo è osmotico, simbiotico. Certo è che la pubblicità è oggi quanto di più invasivo e intrusivo possa entrare nelle nostre vite. Nel 2007 si stimava un’esposizione personale attorno ai 5 mila messaggi pubblicitari al giorno. Nel 2025 il numero è salito fra i 6 e i 10 mila. Ma lo studio recente “Beyond Visual Attention” (Omnicom Media Group, Ainem, Ipsos, Nielsen) stima che siamo esposti a una potenziale “tempesta” di oltre 33 mila stimoli pubblicitari al giorno. Questa cifra comprende ogni stimolo, anche quelli non consciamente elaborati dal cervello.

Un linguaggio iperbolico che cancella qualsiasi idea di normalità

Insomma, viviamo in un ambiente sonoro e visivo del quale la pubblicità è l’elemento più caratterizzante. Una sorta di seconda natura che quotidianamente ci spinge a consumare, nel contempo che ci sintonizza con una realtà fantastica dove «tutto è possibile» (Volkswagen) e «impossible is nothing» (Adidas) e se basta pensare una cosa per averla («Immagina. Puoi», Fastweb), si può fare tutto senza fare niente («Pulito sì, fatica no», Svelto). Ma questa trasfigurazione di realtà, nella quale parlano e cantano anche le pentole e gli stracci per la polvere, normalizza anche un linguaggio iperbolico che cancella qualsiasi idea di normalità. Il superlativo è ormai incorporato al brand (Intimissimi, Illyssimo) e poco sfugge all’imperativo lessicale del mega, ultra, unlimited.

Tutto iniziò con Berlusconi e la promessa di un «nuovo miracolo italiano»

Per sintetizzare sono 40 e più anni, da quando la televisione commerciale è diventata il medium dominante, che la socializzazione passa attraverso i consigli per gli acquisti, che nel frattempo hanno trovato nel web un potente terreno di proliferazione. Tutto cominciò con la discesa in campo di Silvio Berlusconi e la promessa di un «nuovo miracolo italiano». Che, come le pensioni minime a 1.000 euro, è ancora in attesa. Ma è proseguito con gli annunci social di Beppe Grillo & company, in bilico fra supermarket («apriremo il parlamento come una scatola di tonno») e il mondo del Mulino Bianco dove si può con un annuncio abolire la povertà per decreto.

Le promesse cancellazioni di accise sui carburanti e pedaggi autostradali appartengono invece alle politiche di marketing e comunicazione degli attuali premier e vicepremier, Giorgia Meloni e Matteo Salvini. Che però non sono molto raffinate, perché in linea con i dettami classici della propaganda, che impongono di reiterare, come fosse un rosario, un concetto o un’idea. Battere e ribattere il chiodo come fosse sempre la prima volta. Anche se lo spot è sempre lo stesso, come usano fare i prodotti e le marche di largo consumo. È la ripetizione che favorisce il ricordo.

Canali social usati come megafoni che non prevedono contraddittorio

La deriva pubblicitaria della politica si avvale dell’abolizione delle tribune elettorali, dei dibattiti e delle conferenze stampa aperte e si manifesta al massimo grado sui canali social, usati come megafoni e strumenti che non prevedono dialogo o contraddittorio. È la politica del me la canto, me la dico e me la suono, senza che debba rispettare criteri di verità. Allo stesso modo dell’autoproclamata «cucina più amata dagli italiani» (Scavolini). Importante e unica cosa che conta è che la battuta o il monologo funzioni. E per far sì che avvenga il messaggio deve essere semplificato. Chiaro e comprensibile anche a persone di cultura modesta.

Google effect è il termine che riassume il processo e le dinamiche che fanno sì che le cose apprese online si dimentichino più in fretta. Una digital amnesia, questa, che va di pari passo con l’illusione di realtà (illusory truth effect), che ci induce a credere a qualsiasi cosa dopo averla sentita/vista ripetere più volte. A maggiore ragione se sono eclatanti o bizzarre (bizarreness e humor effect), perciò capaci di catturare più facilmente l’attenzione.

Simbiosi narcisistica che lega un leader ai suoi seguaci

In ossequio al dilagante sensazionalismo che in Rete si nutre anche di mostri (quelli di Bibbiano restano memorabili) e che fa leva sul ricordo emotivo: quello che scatena subito il pandemonio, ma che in breve tempo è già dimenticato. Ciò spiega perché promesse mancate, frasi infelici o comportamenti cretini non si traducano in perdita di consensi, fiducia e stima da parte dei sostenitori. A riprova dell’esistenza d’una «simbiosi narcisistica» che lega un leader ai suoi seguaci.

Cittadini e militanti informati si trasformano in utenti e consumatori

La conseguenza pratica dell’uniformarsi e diffondersi della politica Swiffer e dei leader Findus è la trasformazione di cittadini e militanti informati in utenti e consumatori. In elettori follower. Da cui discende anche il processo, che è in corso accelerato, di restringimento della sfera dei diritti personali, civili e sociali. Che tanto meno vengono riconosciuti come tali e tanto più vengono identificati come bisogni che, sia pure fondamentali, possono essere soddisfatti solo se si hanno le risorse economiche necessarie. È così che la passione e la motivazione a partecipare attivamente alla politica hanno ceduto il passo all’opportunismo e alla convenienza. Al comportamento che teniamo quando spingiamo il carrello della spesa. Inconsapevoli e dimentichi che, come ha scritto Platone e come stiamo peraltro verificando da parecchi anni, «la punizione per chi rifiuta la politica è essere governati da persone peggiori di lui».

Denatalità? Altro che bonus: il vero problema è che non ci si accoppia più

Dalla società senza padri siamo passati alla società senza figli. Sembra una battuta ma è la verità. Drammatica, soprattutto perché non viene considerata la relazione tra i due “vuoti”. La ritirata dei padri in senso stretto, e dell’autorità in senso generale, è stata segnalata da Alexander Mitscherlich in Verso una società senza padre (1963), un classico del pensiero sociologico che ha anticipato la crisi della genitorialità, molto evidente a cavallo dei due secoli, con padri (e madri) più presi da se stessi che dall’educazione dei figli. La cultura del narcisismo di Christopher Lasch (1979) è l’altro classico che ci guida agli ultimi 10/15 anni, dove giovanilismo e narcisismo, indulgenza a fare gli amici dei figli e sfaldamento della famiglia cosiddetta tradizionale hanno alimentato le latitanze adulte e gli smarrimenti filiali. La tv commerciale prima e poi l’iper-connessione dei giovani hanno completato il lavoro di demolizione dell’autorità e responsabilità paterne. Generando anche una profonda e ampia frattura fra il mondo degli adulti e quello dei giovani.

Denatalità? Altro che bonus: il vero problema è che non ci si accoppia più
(foto di Paolo Chiabrando via Unsplash).

Il calo del desiderio e una generazione che dice no al sesso

In fuga dalla genitorialità, i maschi dopo avere smesso di fare i padri hanno cominciato a smettere di fare figli. Detto altrimenti: dato che me ne curo poco o niente, tanto vale che mi regolo allo stesso modo nel metterne al mondo. Naturalmente si tratta di un fenomeno complesso che chiama in causa l’intera organizzazione sociale, le identità e i rapporti di genere. Ma soprattutto, nello specifico, il venire meno del desiderio di accoppiarsi e avere una relazione sessuale stabile. Insomma pensare che non sia remota, ma anzi possibile e desiderata, la nascita di un figlio. E qui sorge il grande problema che pare però sfuggire al dibattito e alle politiche sulla denatalità, sulla quasi scomparsa delle famiglie numerose (ma anche della famiglia stessa). Ovvero che per fare figli bisogna accoppiarsi, ma che da anni ormai, e con tendenza crescente i giovani uomini e le giovani donne si accoppiano sempre meno. La coppia è infatti vista come una gabbia e la scelta di un compagno/a stabile una rinuncia a tutto quello che la società del troppo e dell’iper consumo accelerato, lascia intravedere. Il sesso più o meno pornificato e la moltiplicazione di siti di dating strutturano un’offerta di sesso facile e a buon mercato, che come risultato ha però il crescente aumento di giovani che rinunciano al sesso. A complicare la situazione si aggiungono poi la crescente infertilità, la permanenza prolungata dei giovani in famiglia, l’aumento dell’età in cui le donne decidono di fare il primo figlio.

Denatalità? Altro che bonus: il vero problema è che non ci si accoppia più
(foto di Julia Eagle via Unsplash).

Oltre 1,6 milioni di under 35 sono vergini

I dati al proposito sono impietosi. Tra i 18-24enni, il 60 per cento dichiara di non volere una relazione stabile (Eurispes 2023). In Italia un terzo delle famiglie è composto da una sola persona (33,1 per cento nel 2022), in crescita rispetto al 20 per cento del 2002. Secondo l’Istat (indagine 2023) il 74,5 per cento dei giovanissimi immagina il futuro in coppia, ma non necessariamente sposati. Tuttavia, la realizzazione pratica è sempre più tardiva: il 61,2 per cento dei giovani italiani vive con i genitori fino a 35 anni e il primo matrimonio arriva mediamente intorno ai 36 anni. A chiudere il cerchio di una crisi in costante peggioramento provvedono i dati di una ricerca (2023) della Società italiana di andrologia (Sia) che segnalano la crescita dell’astinenza sessuale nella fascia giovanile: oltre 1,6 milioni di under 35 non hanno mai fatto sesso; circa 220 mila coppie stabili ci rinunciano quasi del tutto. La percentuale di giovani senza rapporti nell’ultimo anno è passata dal 19 per cento del 2000 al 31 per cento del 2020.

Gli spauracchi e gli appelli contro la denatalità sono inutili

In tale contesto si possono anche evocare il fantasma della sostituzione etnica, moltiplicare gli appelli alla procreazione e invocare “figli per la Nazione” come si fece al tempo del Duce. Ma se si considerassero i dati prima ricordati si farebbero proposte e discorsi diversi, soprattutto si metterebbero in campo ben altre politiche di contrasto alla crisi demografica. Come è noto, in tutte le economie avanzate si registra un calo della natalità, le cui cause sono legate al benessere economico, al superamento dei divari di genere, al dissolversi della famiglia cosiddetta tradizionale. Dal Giappone agli Usa, ma praticamente in tutta l’area europea, i nati sono sempre meno. L’Italia è messa male: nel 2024, secondo dati Istat, si è scesi al minimo storico di 1,18 figli per donna (contro il 2,1 necessario per avere stabilità demografica). Ma la Corea del Sud è messa peggio, allo 0,75. È la Polonia però che mostra con grande nitidezza quanto le politiche di contrasto alla denatalità ispirate da concezioni fortemente conservatrici si stanno rivelando fallimentari. Misure che, per inciso, sono le stesse che sta sostenendo il governo Meloni. La destra al potere dovrebbe invece fare tesoro della strategia che Varsavia ha adottato a partire dal 2015 a sostegno della famiglia e della natalità, che per l’anno in corso vale l’8 per cento del bilancio nazionale (14,8 miliardi di euro). Il risultato è stata la diminuzione della popolazione  di 1,5 milioni di persone e l’ulteriore abbassamento del tasso di fertilità: dall’1,32 di quell’anno all’1,05 previsto per il 2025. Un fallimento clamoroso che induce a chiedersi cosa non ha funzionato.

Denatalità? Altro che bonus: il vero problema è che non ci si accoppia più
(foto di Ilya Pavlov via Unsplash).

Bonus e sussidi premiano solo le famiglie numerose

Con bonus, sussidi e incentivi alla maternità si sono premiate le famiglie che avevano già figli. Ed effettivamente le famiglie numerose sono cresciute di numero. Ma il tasso di fertilità ha continuato a scendere perché non se ne sono formate di nuove. Per effetto anche di orientamenti politici divaricanti fra uomini e donne (molto più conservatori i primi e più liberal le seconde) che hanno accentuato il divario culturale e sociale fra i due sessi; mentre politiche più restrittive in materia di aborto hanno reso il desiderio di gravidanza ancor più problematico. Ma più o meno in tutt’Europa gli ostacoli per i giovani a fare figli si riassumono nel miraggio di trovare lavori ben pagati, che consentano di mettere su casa e famiglia e servizi sociali (asili in primis) che consentano di tenere in equilibrio soprattutto per le donne casa e lavoro.

È la coppia a essere in crisi

Per concludere, se la natalità viene identificata nella famiglia e su di essa si concentrano investimenti e sostegni economici si fallisce quasi completamente obiettivo. Perché la crisi vera sono le coppie che non si formano e la sessualità giovanile in ritirata. Se non si incentivano i giovani uomini e le giovani donne a fare sesso e ad accoppiarsi, il tasso di fertilità non può aumentare. Semmai il contrario. Detta così, però, è qualcosa di indicibile, forse impensabile, per i nostri governanti, tutti presi a contrastare il “gender” a colpi di proclami pro-vita. Che si esaltano quando si parla di famiglia, ma si deprimono quando devono parlare di sesso. Se si continua così, con ipocrisia e perbenismo pari all’incapacità di vedere e risolvere i problemi, è più vicina di quanto si pensi la fine dell’idea stessa di famiglia. 

La stretta dell’Agcom ai siti porno dimostra il bigottismo di una destra sessuofobica

Niente sesso, siamo l’Agcom. È uno dei possibili titoli, per quanto inflazionati, da affibbiare al dibattito sui social scatenato dall’entrata in vigore della nuova normativa anti porno, a tutela dei minori. Dà attuazione a una misura contenuta nel Decreto Caivano, un pacchetto di norme approvato nel 2023 dopo i gravi episodi di violenza sessuale ai danni di due minorenni in provincia di Napoli. Va però precisato che non c’è relazione fra quell’episodio e l’uso di pornografia da parte dei giovani. Il decreto ha un valore simbolico ed esprime lo spirito governativo in materia di tutela degli under 18, ma anche su tutto ciò che riguarda la sicurezza.

Attacchi alla sfera più intima delle persone sempre più intrusivi e fraudolenti

Fare la faccia feroce e inasprire le pene fa tutt’uno con le promesse di rapide soluzioni a problemi che essendo complessi e strutturali (come le migrazioni) richiedono ben altro che proclami. Visti i precedenti (rave party e manifestazioni di protesta stradali) è forte il sospetto che il provvedimento, giusto nel fine che persegue, possa però rivelarsi l’anticamera di forme di controllo degli utenti adulti, visto che l’autenticazione per l’accesso ai siti porno viene chiesta a tutti. Anche perché sul web gli attacchi alla sfera più intima delle persone sono sempre più intrusivi e fraudolenti, come indicano gli ultimi fatti di cronaca nera digitale (furti di nudità, revenge porn, sextortion).

La stretta dell’Agcom ai siti porno dimostra il bigottismo di una destra sessuofobica
La richiesta di conferma dell’età per i siti porno com’è stata finora (foto Unsplash).

Fa paura la sessualità liberata da ideologie, moralismi e pregiudizi

Bigottismo e opportunismo. Se pensiamo anche alle proposte governative in materia di educazione sessuale vediamo pure qui agitarsi dei fantasmi. Quello di una sessualità che fa paura, soprattutto se liberata da costrizioni ideologiche, moralismi e pregiudizi. Che invece ingombrano il pensiero e l’azione della destra: stretta fra enunciazioni law&order e provvedimenti repressivi che fanno solo rumore. La sinistra nondimeno, pur dichiarandosi aperta e rispettosa dei diritti Lgbtq+, fa molta fatica a essere pienamente liberale – che non significa permissiva – e in grado di fare proposte politiche e legislative che entrino concretamente nel merito dei problemi che investono l’intera dimensione intima.

In linea di principio giusto proteggere i minori dal carattere irreale del porno-sex

A entrambi gli schieramenti politici manca la consapevolezza che la sessualità è un motore umano potente, forse quello che opera più profondamente sulla vita delle persone. E che questa “macchina affettiva” è oggi in balia del far-web, soggetta a pressioni e torsioni che stanno rivoluzionando l’intera sfera emotiva e intima, allo stesso modo di quella relazionale. In linea di principio non si può non essere d’accordo sul tentativo di impedire ai minori di accedere liberamente ai siti porno. Non fosse altro per il carattere irreale del porno-sex, che esaltando prestazioni eccezionali induce i giovani ad astenersi dai rapporti sessuali, per paura di non essere all’altezza, piuttosto che cercare la «sana e consapevole libidine che salva il giovane dallo stress e dall’Azione Cattolica» (cit. Zucchero).

La stretta dell’Agcom ai siti porno dimostra il bigottismo di una destra sessuofobica
Il governo italiano ha paura della libertà sessuale (foto Unsplash).

In realtà se guardiamo al dibattito attualmente in corso si è colti da una vertigine di non senso, vista la mutevolezza dei luoghi e dei toni con i quali si parla di sesso e di educazione sessuale. Ma più delle risse parlamentari, colpisce il modo appropriato e vagamente pretesco che affiora qua e là nei talk show. E che sembra restituirci i tempi della tivù in bianco e nero, della Rai democristiana dove il termine «membro» non poteva essere detto nemmeno riferendosi a un parlamentare o consigliere d’amministrazione.

L’ipocrisia di potenti e governanti che inneggiano alla famiglia tradizionale

Bigottismo e opportunismo. Per ribadire che continuiamo a essere il Paese in cui la presa della Chiesa cattolica è ancora forte e dove è pubblicamente praticata l’ipocrisia di potenti e governanti che inneggiano alla famiglia tradizionale, risultando però all’anagrafe conviventi o divorziati. Per fare un esempio fresco di dibattito parlamentare, sul consenso preventivo da chiedere alla famiglia prima di intraprendere qualsiasi iniziativa scolastica su affettività e sesso, accade che la proposta, avanzata dalla sinistra, di stanziare 500 mila euro per promuovere corsi di educazione sessuale e affettiva, è stata modificata in un progetto di formazione degli insegnanti delle scuole medie e superiori sui temi della prevenzione dell’infertilità.

La stretta dell’Agcom ai siti porno dimostra il bigottismo di una destra sessuofobica
Con l’intelligenza artificiale si può usufruire di partner virtuali e chat piccanti (foto Unsplash).

Chi ci comanda intende il sesso solo nell’accezione riproduttiva

Il lamento per la denatalità, con relativo invito a fare figli, è a forte rischio di essere l’ennesima emergenza alla quale il governo risponde con esortazioni, anziché investimenti economici adeguati. La sessualità continua a essere intesa nell’accezione riproduttiva. Il benessere e il piacere sessuale, allo stesso modo di un’affettività libera di muoversi e accettare la diversità di gusti e orientamenti, oltre i rigidi confini del rapporto uomo-donna, sono argomenti che trovano scarsa udienza.

Tutto da dimostrare che la pornografia sia generatrice della violenza sessuale

«Il sesso è più eccitante sullo schermo e tra le pagine che tra le lenzuola», ha scritto Andy Warhol. E così il discorso può ritornare alla pornografia, ricordando per un verso che è l’attività di piacere più antica del mondo, con la prostituzione; e per l’altro che non vi è prova che essa sia la principale generatrice della violenza sessuale. Ovviamente i due rilievi possono non piacere o addirittura dispiacere. Certo è che puntando il dito sulla pornografia, come principale generatore di disturbi affettivi e relazionali, si continua a giustificare tutta l’inadeguatezza della scuola italiana, oltre che delle famiglie, a provvedere all’educazione sessuale di ragazzi e ragazze. Nel contempo lo sviluppo e la diffusione di app di intelligenza artificiale sono un ulteriore e ancor più pericoloso fattore di rischio e ostacolo allo sviluppo di persone affettivamente equilibrate e sessualmente educate.

La stretta dell’Agcom ai siti porno dimostra il bigottismo di una destra sessuofobica
Una schermata del sito Pornhub (foto Unsplash).

C’è chi ha già cominciato ad avere relazioni romantiche con i chatbot

ChatGPT a dicembre aprirà ai contenuti per gli adulti, con partner virtuali e chat piccanti. «Trattare gli adulti da adulti», ha dichiarato Sam Altman, ceo di OpenAI, aggiungendo che si passa «dalla censura alla libertà responsabile». Ovviamente funzionerà un sistema di age-gating, basato su un algoritmo di stima automatica dell’età. Ma intanto sarà bene fare i conti con alcuni dati che sono già drammatici. Negli Stati Uniti il 19 per cento degli studenti delle superiori ha già relazioni romantiche con i chatbot. Mentre si stimano circa 29 milioni di utenti attivi di chatbot AI progettati specificamente per legami romantici o sessuali, e questo senza contare le persone che usano i chatbot convenzionali in questo modo.

Pornoattori delle proprie pornostorie senza bisogno di loggarsi

«Realistic AI Girlfriend · Made to understand you»: sono alcune promesse del sito get-honey.AI che lasciano intravedere una pornografia completamente trasfigurata dall’IA. Nel senso che grazie alla possibilità di creare un compagno/compagna realistici e a misura dei propri gusti sessuali ognuno potrà – anzi, può già – essere non più solo spettatore, ma anche protagonista. Pornoattore delle proprie pornostorie. Senza bisogno di loggarsi o identificarsi.

Quanto dobbiamo temere il post fascismo intellettuale?

«Un giorno il fascismo sarà curato con la psicoanalisi». La previsione di Ennio Flaiano (Diario notturno, 1956), al di là della sua messa in opera (che oggi potrebbe giovarsi di ChatGPT), indica con magnifica sintesi che il riproporsi del fascismo continua a essere un problema psicologico e in certi casi psichiatrico. Oggi come 100 anni fa, dopo una pandemia devastante, una crisi economica galoppante, una caduta verticale di fiducia nella democrazia, ci si ritrova a fare i conti con un montante fascismo più o meno dichiarato. Ma ugualmente dimentico della regressione di umanità e civiltà che fascismo e nazismo hanno rappresentato. Come sempre, ma con il tratto nuovo e caratterizzante dei social media, del cazzeggio che non fa sconti e nessuno, del tragico e ridicolo che si mescolano.

Quanto dobbiamo temere il post fascismo intellettuale?
Benito Mussolini e Adolf Hitler nel 1937 (Getty Images).

La rivalutazione nostalgica di un Ventennio immaginario

Capita così di sentire canti di giovani che inneggiano al Duce a Parma, nella sede di Fratelli d’Italia, o Bruno Vespa attribuire al medesimo l’istituzione dell’Inps (in realtà fondata nel 1898). Nel contempo si moltiplicano gli episodi di aggressione a studenti antifascisti e i raid vandalici nelle scuole con muri imbrattati di motti mussoliniani. Ma tutto si tiene se è vero che il presidente del Senato si vanta del busto domestico di Mussolini, e che il quotidiano Libero alla fine del 2024 ha incoronato il Duce “uomo dell’anno”. È l’onda lunga, ma montante, della rivalutazione nostalgica di un tempo che in realtà non c’è mai stato. Quello in cui i “treni viaggiavano in orario”. Contestualmente alla dimenticanza di un ventennio che abolì le libertà politiche e civili, perseguitò gli oppositori, varò leggi razziali per compiacere l’alleato nazista, precipitò il Paese in una guerra rovinosa.

Testacoda ideologici e scippi nel pantheon di sinistra

È sempre pertinente il rilievo satirico di Roberto Benigni: «Ha fatto delle cose buone. Certamente! Anche Adolf Hitler o Stalin, un ponte, una strada l’avranno fatta!». Resta comunque sorprendente la metamorfosi del “fascismo del terzo millennio”, claim di CasaPound. Si pensi ad esempio al passaggio da un anti-ebraismo totale che era nel dna del Movimento sociale, la cui fiamma brilla ancor oggi nel simbolo di Fratelli d’Italia, a un sentimento assolutamente pro-Israele. Una conversione ideologica che procede anche per appropriazioni indebite. Da Gramsci a Che Guevara e ora anche Pier Paolo Pasolini, ovvero appartenenze e miti di sinistra dichiarata vengono saccheggiati dall’estrema destra, con una destrezza che fa il paio con lo stordimento dei ceti intellettuali progressisti.

Quanto dobbiamo temere il post fascismo intellettuale?
Alessandro Giuli (Ansa).

Oggi il termine ‘neo-fascismo’ è oscurato da populismi e sovranismi

Ma a riprova di un quadro culturale e politico trasfigurato si segnalano due elementi particolarmente significativi. Il primo è che oggi sia più facile e diffuso dichiararsi anti-comunisti che anti-fascisti. Il secondo è che il termine neo-fascismo sia quasi scomparso: per un verso confluito nelle diverse forme di populismo e sovranismo (dai no-Europa gli anti-globalisti, dai negazionisti del climate change ai no-vax) e per l’altro da forme di conservatorismo nostalgico riformulato e reso compatibile con la contemporaneità. Ne è prova il risorgente fascismo un po’ ovunque nel mondo, che ha trovato nei social media e soprattutto nel loro uso aggressivo un alleato in grado di orientare e influenzare il pubblico culturalmente e tecnologicamente meno attrezzato, soprattutto quello di Facebook. Nostalgoritmo, saggio del filosofo statunitense Grafton Tanner, che ho già citato altre volte, spiega in modo convincente quanto logiche e processi algoritmici abbiamo potuto così efficacemente diffondere il messaggio che fascismo e nazismo meritino in alcune loro parti di essere rivalutati e riproposti. A partire appunto dalla predisposizione di un quadro concettuale che sfida soprattutto i veri democratici a opporsi, senza distinzioni fra progressisti e conservatori, a qualsiasi deriva autoritaria. Ma con la consapevolezza che le chiavi di lettura e interpretative vanno aggiornate. 

Quanto dobbiamo temere il post fascismo intellettuale?
Manifestazione e saluto romano per Sergio Ramelli nel 50esimo dalla morte, Milano 29 Aprile 2025 (Ansa).

Sta davvero nascendo una nuova ideologia di estrema destra?

Come fa Alberto Spektorowski nel saggio Intellectual Post-Fascism? The Conservative Revolution, Traditionalism and the Challenge to Liberal Democracy (Cambridge University Press, 2025). Il politologo di origine uruguaiana che insegna all’università di Tel Aviv inizia la sua analisi chiedendosi se la rinascita di un pensiero politico e culturale che si richiama al fascismo, ma in forme inedite, sia compatibile con la modernità post-liberale. Ovvero se la crescita marcata dei movimenti populisti e nazionalisti in Europa e negli Stati Uniti dopo il 2020 rappresenti una fase di crisi temporanea del liberalismo o al contrario sia un processo di costruzione di una nuova forma di fascismo. Il termine “post fascismo intellettuale”, secondo Spektorowski, è il punto d’approdo attuale di un movimento metapolitico iniziato negli Anni 70 con la Nouvelle Droite francese di Alain de Benoist e oggi diffuso in Europa, Russia e America. Aleksandr Dugin, Steve Bannon e Olavo de Carvalho sono le altre tre figure che, secondo l’autore, concorrono a definire la nuova identità e l’apparato ideologico dell’estrema destra. Il nazionalismo aggressivo e suprematista sopravvive, ma ora sono dominanti tradizionalismo, spiritualismo, critica dell’illuminismo e identitarismo anti-liberale. Il risultato è una nuova ideologia che unisce elementi della Rivoluzione conservatrice di Weimar, del tradizionalismo di Guénon ed Evola e delle strategie populiste contemporanee, configurando un quadro ideologico che Spektorowski definisce «fascismo di resistenza».

Quanto dobbiamo temere il post fascismo intellettuale?
Alain De Benoist nel 1978 (Getty Images).

Come essere underdog è diventata una forza

Ora è evidente che i giovani di Fratelli d’Italia che cantano “Allarmi siam fascisti”, di Alain de Benoist e di Evola sanno poco o nulla. Però se si guarda ai vertici del partito, e al di là delle battute del ministro Crosetto che invita a prenderli a calci nel sedere, si vede marciare un movimento culturale e ideologico che della (auto)ghettizzazione ha fatto la sua forza. Il famoso «non mi hanno vista arrivare» di Giorgia Meloni all’indomani della vittoria elettorale potremmo assumerlo come titolo del manifesto del “fascismo di resistenza” descritto da Spektorowski. Che però secondo Valerio Renzi (Le radici profonde.La destra italiana e la questione culturale, Fandango, 2025) oggi, più che resistere, è all’attacco dell’egemonia culturale della sinistra, rispetto alla quale la destra italiana ha un forte senso di inferiorità. 

Quanto dobbiamo temere il post fascismo intellettuale?
Giorgia Meloni (foto Ansa).

L’obiettivo è di cambiare verso alla Cultura della Nazione

L’Italia S’è destra – titolo della newsletter curata dallo stesso Valerio Renzi del quale si segnala anche il saggio Fascismo mainstream (2021) – con l’obiettivo di cambiare verso alla Cultura della Nazione: non più quelle del gramsciano “intellettuale collettivo”, bensì dell’intellettuale post fascista che però non si sente ancora pronto per dichiararsi esplicitamente tale. Al momento infatti il fascista del terzo millennio si mimetizza, contamina i linguaggi altrui, si appropria anche di valori che sino a ieri erano degli avversari. Al grido di «il vero fascismo oggi è quello degli antifascisti» – una sciocchezza iperbolica oltre che un transfert, per tornare alla citazione iniziale – i militanti alternativi di ieri non pubblicano più fanzine semi clandestine e non si ritrovano più nei Campi Hobbit ma sono seduti nei consigli di amministrazione del parastato culturale e artistico. È sui red carpet dei festival cinematografici che amano oggi sfilare.