Dalla società senza padri siamo passati alla società senza figli. Sembra una battuta ma è la verità. Drammatica, soprattutto perché non viene considerata la relazione tra i due “vuoti”. La ritirata dei padri in senso stretto, e dell’autorità in senso generale, è stata segnalata da Alexander Mitscherlich in Verso una società senza padre (1963), un classico del pensiero sociologico che ha anticipato la crisi della genitorialità, molto evidente a cavallo dei due secoli, con padri (e madri) più presi da se stessi che dall’educazione dei figli. La cultura del narcisismo di Christopher Lasch (1979) è l’altro classico che ci guida agli ultimi 10/15 anni, dove giovanilismo e narcisismo, indulgenza a fare gli amici dei figli e sfaldamento della famiglia cosiddetta tradizionale hanno alimentato le latitanze adulte e gli smarrimenti filiali. La tv commerciale prima e poi l’iper-connessione dei giovani hanno completato il lavoro di demolizione dell’autorità e responsabilità paterne. Generando anche una profonda e ampia frattura fra il mondo degli adulti e quello dei giovani.

Il calo del desiderio e una generazione che dice no al sesso
In fuga dalla genitorialità, i maschi dopo avere smesso di fare i padri hanno cominciato a smettere di fare figli. Detto altrimenti: dato che me ne curo poco o niente, tanto vale che mi regolo allo stesso modo nel metterne al mondo. Naturalmente si tratta di un fenomeno complesso che chiama in causa l’intera organizzazione sociale, le identità e i rapporti di genere. Ma soprattutto, nello specifico, il venire meno del desiderio di accoppiarsi e avere una relazione sessuale stabile. Insomma pensare che non sia remota, ma anzi possibile e desiderata, la nascita di un figlio. E qui sorge il grande problema che pare però sfuggire al dibattito e alle politiche sulla denatalità, sulla quasi scomparsa delle famiglie numerose (ma anche della famiglia stessa). Ovvero che per fare figli bisogna accoppiarsi, ma che da anni ormai, e con tendenza crescente i giovani uomini e le giovani donne si accoppiano sempre meno. La coppia è infatti vista come una gabbia e la scelta di un compagno/a stabile una rinuncia a tutto quello che la società del troppo e dell’iper consumo accelerato, lascia intravedere. Il sesso più o meno pornificato e la moltiplicazione di siti di dating strutturano un’offerta di sesso facile e a buon mercato, che come risultato ha però il crescente aumento di giovani che rinunciano al sesso. A complicare la situazione si aggiungono poi la crescente infertilità, la permanenza prolungata dei giovani in famiglia, l’aumento dell’età in cui le donne decidono di fare il primo figlio.

Oltre 1,6 milioni di under 35 sono vergini
I dati al proposito sono impietosi. Tra i 18-24enni, il 60 per cento dichiara di non volere una relazione stabile (Eurispes 2023). In Italia un terzo delle famiglie è composto da una sola persona (33,1 per cento nel 2022), in crescita rispetto al 20 per cento del 2002. Secondo l’Istat (indagine 2023) il 74,5 per cento dei giovanissimi immagina il futuro in coppia, ma non necessariamente sposati. Tuttavia, la realizzazione pratica è sempre più tardiva: il 61,2 per cento dei giovani italiani vive con i genitori fino a 35 anni e il primo matrimonio arriva mediamente intorno ai 36 anni. A chiudere il cerchio di una crisi in costante peggioramento provvedono i dati di una ricerca (2023) della Società italiana di andrologia (Sia) che segnalano la crescita dell’astinenza sessuale nella fascia giovanile: oltre 1,6 milioni di under 35 non hanno mai fatto sesso; circa 220 mila coppie stabili ci rinunciano quasi del tutto. La percentuale di giovani senza rapporti nell’ultimo anno è passata dal 19 per cento del 2000 al 31 per cento del 2020.
Gli spauracchi e gli appelli contro la denatalità sono inutili
In tale contesto si possono anche evocare il fantasma della sostituzione etnica, moltiplicare gli appelli alla procreazione e invocare “figli per la Nazione” come si fece al tempo del Duce. Ma se si considerassero i dati prima ricordati si farebbero proposte e discorsi diversi, soprattutto si metterebbero in campo ben altre politiche di contrasto alla crisi demografica. Come è noto, in tutte le economie avanzate si registra un calo della natalità, le cui cause sono legate al benessere economico, al superamento dei divari di genere, al dissolversi della famiglia cosiddetta tradizionale. Dal Giappone agli Usa, ma praticamente in tutta l’area europea, i nati sono sempre meno. L’Italia è messa male: nel 2024, secondo dati Istat, si è scesi al minimo storico di 1,18 figli per donna (contro il 2,1 necessario per avere stabilità demografica). Ma la Corea del Sud è messa peggio, allo 0,75. È la Polonia però che mostra con grande nitidezza quanto le politiche di contrasto alla denatalità ispirate da concezioni fortemente conservatrici si stanno rivelando fallimentari. Misure che, per inciso, sono le stesse che sta sostenendo il governo Meloni. La destra al potere dovrebbe invece fare tesoro della strategia che Varsavia ha adottato a partire dal 2015 a sostegno della famiglia e della natalità, che per l’anno in corso vale l’8 per cento del bilancio nazionale (14,8 miliardi di euro). Il risultato è stata la diminuzione della popolazione di 1,5 milioni di persone e l’ulteriore abbassamento del tasso di fertilità: dall’1,32 di quell’anno all’1,05 previsto per il 2025. Un fallimento clamoroso che induce a chiedersi cosa non ha funzionato.

Bonus e sussidi premiano solo le famiglie numerose
Con bonus, sussidi e incentivi alla maternità si sono premiate le famiglie che avevano già figli. Ed effettivamente le famiglie numerose sono cresciute di numero. Ma il tasso di fertilità ha continuato a scendere perché non se ne sono formate di nuove. Per effetto anche di orientamenti politici divaricanti fra uomini e donne (molto più conservatori i primi e più liberal le seconde) che hanno accentuato il divario culturale e sociale fra i due sessi; mentre politiche più restrittive in materia di aborto hanno reso il desiderio di gravidanza ancor più problematico. Ma più o meno in tutt’Europa gli ostacoli per i giovani a fare figli si riassumono nel miraggio di trovare lavori ben pagati, che consentano di mettere su casa e famiglia e servizi sociali (asili in primis) che consentano di tenere in equilibrio soprattutto per le donne casa e lavoro.
È la coppia a essere in crisi
Per concludere, se la natalità viene identificata nella famiglia e su di essa si concentrano investimenti e sostegni economici si fallisce quasi completamente obiettivo. Perché la crisi vera sono le coppie che non si formano e la sessualità giovanile in ritirata. Se non si incentivano i giovani uomini e le giovani donne a fare sesso e ad accoppiarsi, il tasso di fertilità non può aumentare. Semmai il contrario. Detta così, però, è qualcosa di indicibile, forse impensabile, per i nostri governanti, tutti presi a contrastare il “gender” a colpi di proclami pro-vita. Che si esaltano quando si parla di famiglia, ma si deprimono quando devono parlare di sesso. Se si continua così, con ipocrisia e perbenismo pari all’incapacità di vedere e risolvere i problemi, è più vicina di quanto si pensi la fine dell’idea stessa di famiglia.













