La pandemia di Covid ci ha davvero insegnato qualcosa?

Oscurata dalle guerre in corso, la Giornata nazionale in memoria delle vittime del Covid-19, celebrata mercoledì 18 marzo, non ha avuto l’eco che meritava. Rimozione di un ricordo molto doloroso o incapacità di fare seriamente i conti con un fenomeno epocale?

Il Covid ha portato a un velocissimo salto d’epoca

La domanda resta aperta. Mi limiterò ad evidenziare alcuni aspetti della prima pandemia globale della storia recente, che ci ha visto cambiare profondamente come persone, comunità e modi di vita. Abbiamo vissuto un prima e un dopo attraversati da un velocissimo “salto d’epoca”. Anzitutto tecnologico. A partire dai tempi record impiegati per ottenere vaccini efficaci e disponibili su larga scala e, più in generale, facendo fare in poco tempo all’intera società salti in avanti di anni. Ma pure, per quanto possa apparire paradossale, balzi indietro ancor più sensazionali. Visto che al primo manifestarsi della pandemia sono riapparsi i fantasmi e le paure delle antiche pestilenze. 

La pandemia di Covid ci ha davvero insegnato qualcosa?
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La pandemia di Covid ci ha davvero insegnato qualcosa?
La pandemia di Covid ci ha davvero insegnato qualcosa?

La crisi economica e il boom del debito globale

Gli italiani che lavoravano da remoto erano poco meno di 700 mila a gennaio 2020: a maggio 2021 sono diventati più di 8 milioni. In tre mesi, in occasione del primo lockdown, i pagamenti elettronici sono aumentati del 68 per cento, con un incremento percentuale di 11 punti: lo stesso registrato dal 2011 al 2019. Ma nel 2020 secondo l’Ocse, si è perso anche quel che si era guadagnato in più di un decennio, dalla crisi del 2008. Nel contempo, per effetto delle ingenti risorse pubbliche richieste per fronteggiare la pandemia, il debito globale rispetto al Pil è salito al 355 per cento nel 2021. L’anno peggiore, secondo gli economisti, dalla fine della II Guerra mondiale. Però il migliore di sempre per Big Pharma che con i vaccini ha realizzato il più grande business della sua storia. 

L’essere phygital è ormai una condizione abituale

Sono entrati nel vocabolario, ma anche nelle nostre esistenze quotidiane, termini come smart working e l’e-learning. Essere phygital (fisico+digitale) ossia ibridi, presenti e distanti, vicini ma lontani, indipendentemente dall’essere live o sullo screen, è diventato, come stiamo vedendo ora, una condizione abituale di vita e non solo di studio o lavoro. Anche se sono tutt’oggi forti le resistenze e talvolta la voglia di ritornare alla situazione pre pandemia. Il virus, con il suo carattere mutante e virale, è stato anche un segno dei tempi: perfetto per rappresentare l’assoluta emergenza e rilevanza dei social media, dove la viralità è appunto un fattore decisivo, e più in generale una situazione di travolgente mutamento. Con il lockdown molte attività tradizionali (bar e ristoranti in primo luogo) sono collassate, mentre i social ma soprattutto i servizi di messaggistica sono volati registrando incrementi sensazionali. Così come è decollato il mercato del food delivery (con le degenerazioni a cui stiamo assistendo, tra nuove forme di caporalato e sfruttamento).

La pandemia di Covid ci ha davvero insegnato qualcosa?
Hub vaccinale a Torino (Ansa).

Il Covid ci ha lasciato un mondo spaventato e diviso

Ma l’altra faccia, umana e sanitaria, del Covid-19 ci ha consegnato un mondo e una società più che mai divisi, spaventati e colpiti. Nel corpo e negli affetti. Con una ambivalenza tra il peggio e il meglio rappresentata da una lato dalla politica e dai leader no-vax, ovvero i negatori della mortalità del virus, con in prima fila gli autocrati, da Trump a Bolsonaro, da Orban a Erdogan; dall’altro dalla capacità di reazione attiva, concreta e perfino ottimistica del personale sanitario, delle associazioni di volontariato e dei gruppi di cittadinanza attiva. In mezzo a questi due schieramenti le immagini e le cronache della fase più alta della pandemia, il 2020-2021: ospedali presi d’assedio, file di camion militari carichi di bare dirette ai luoghi di cremazione, famiglie devastate dal dolore di non poter assistere i propri cari e dare loro l’ultimo saluto.

La pandemia di Covid ci ha davvero insegnato qualcosa?
(foto di Guido Hofmann via Unsplash).

Abbiamo imparato qualcosa da quella tragedia?

Quel che resta è il titolo del docu-film di Gianpaolo Bigoli e Mariachiara Illica Magrini, visibile su RaiPlay, che racconta i giorni terribili del primo lockdown a partire dall’impegno di un gruppo di cittadini di Parma che decide di raccogliere gli effetti personali abbandonati in ospedale dalle vittime del Covid per restituirli alle famiglie che non hanno nemmeno potuto celebrare i funerali. Seguendo il viaggio degli oggetti, il film racconta una comunità che cerca di rimanere unita. Di ritrovare il filo di un comune destino in una situazione di drammatica emergenza. Ma detto che il documentario è commovente, possiamo chiederci cosa resta oggi di quella tragedia? È stata una lezione che ci ha insegnato qualcosa, resi migliori e capaci di fronteggiare con minor danno una prossima pandemia, oppure no? Tragicamente – ma è un’ipotesi provvisoria – a mantenersi vivi sono stati il sentimento no-vax e le teorie di complotti orchestrati da Big Pharma e dalle élite globaliste. Al contrario si sono perse quasi le tracce sia dell’urgente bisogno di potenziare la sanità pubblica, soprattutto quella territoriale e della necessità di organismi sovranazionali efficaci capaci di fronteggiare eventuali nuove pandemie. Dopo gli Usa di Trump ora è l’Argentina di Millei a ritirarsi dall’OMS ed è prevedibile che altri capi di governo sovranisti vorranno seguire l’esempio. Col risultato altrettanto prevedibile di rischi epidemici crescenti. Come peraltro sta accadendo negli Usa, dove focolai di morbillo si registrano un po’ ovunque.

La pandemia di Covid ci ha davvero insegnato qualcosa?
Javier Milei e Donald Trump (Ansa).

#uniticelafaremo è stato solo un miraggio

Agli inizi della pandemia sembrava che l’Italia migliore si fosse ritrovata. Che nell’emergenza avesse riscoperto i valori dismessi da anni della solidarietà, della comunanza, della fiducia e dell’ottimismo, nonostante la situazione fosse preoccupante. Era il momento degli striscioni alle finestre, dell’inno di Mameli cantato dai balconi, dei concerti condominiali, accompagnati e accomunati dagli speranzosi #iorestoacasa, #uniticelafaremo, #tuttoandràbene. Ma è durato sin che l’emergenza è stata alta, perché non appena si è cominciato a intravvedere uno spiraglio di normalità la contesa, la polemica e lo scontro quotidiani sono ripresi. Come prima e più di prima, con la politica e i politici a dare il cattivo esempio. A enfatizzare e cavalcare i punti di contrasto, le divisioni, le situazioni di crisi e di oggettiva difficoltà. Insomma siamo ritornati a essere un Paese malmesso e sconnesso. Report e sondaggi nazionali e internazionali di questi anni ci consegnano l’immagine e la realtà di un Paese che ha più poco da spartire con l’Italia della Dolce vita o dei «valzer e caffè» cantata da De Gregori. E molto invece con un Paese che si scopre sempre più solo, per effetto di crescente singolitudine e vedovanza che riguarda giovani e vecchi. E che ora a un malessere sociale alimentato dall’ossessione securitaria, aggiunge il timore di una guerra lontana ma in veloce avvicinamento. E come è già avvenuto con il Covid e altre più recenti tragedie ambientali (dalle alluvioni in Romagna alla devastante frana di Niscemi) sappiamo e abbiamo sperimentato che viviamo un tempo nel quale una volta lanciato l’allarme ci vuole niente perché l’incendio divampi o l’acqua esondi. 

Semplificazione promessa, burocrazia raddoppiata: il cortocircuito italiano

«Ho provato a contare le procedure indispensabili per costruire un asilo prefabbricato: sono 117. Quattro mesi per tirar su l’asilo e due anni per far girare tutte le carte». Così si lamentava Aldo Aniasi, sindaco di Milano a cavallo tra gli Anni 60 e 70. Non è escluso che, nel corso degli ultimi 40 anni, la situazione sia addirittura peggiorata. Di certo non è migliorata. A dispetto delle tante denunce sui mali italici della burocrazia e delle altrettante promesse di liberazione dalla medesima per mezzo della digitalizzazione. 

Semplificazione promessa, burocrazia raddoppiata: il cortocircuito italiano
Aldo Aniasi nel 1997 (Ansa).

Il miraggio della semplificazione della Pa e delle “3 I”

Correva l’anno 2001 e con il secondo governo Berlusconi spuntò Lucio Stanca, il primo ministro per l’Innovazione e le Tecnologie nella storia repubblicana. Le premesse e gli obiettivi dichiarati dell’incarico erano più che condivisibili e facevano riferimento alla “rivoluzione copernicana” che, grazie alle tecnologie digitali, avrebbe consentito la semplificazione e l’efficienza della PA. Uno degli obiettivi era eliminare la grande mole di certificazioni richiesta a cittadini e imprese. Per la cronaca, per dire qual era il contesto, erano gli anni in cui il Cavaliere e la ministra dell’Istruzione e dell’Università Letizia Moratti lanciavano la «scuola delle 3 I» ( internet, inglese, imprese). Una promessa di modernizzazione e di cambiamento accelerato del Paese fatta propria e rilanciata anche dai successivi titolari del ministero, tra cui Mariastella Gelmini che brillò non tanto per avere dato concretezza alle 3 I, ma per l’ormai famoso tunnel per neutrini tra il Cern di Ginevra e il Gran Sasso.

Semplificazione promessa, burocrazia raddoppiata: il cortocircuito italiano
Letizia Moratti, Silvio Berlusconi e Lucio Stanca nel 2010 (Imagoeconomica).

Il rogo delle leggi inutili di Calderoli

Ma lo spettacolo più pirotecnico lo aveva organizzato il 24 marzo 2010 il ministro per la Semplificazione Normativa Roberto Calderoli, già noto per il Porcellum, dando fuoco una torre di 32 scatoloni contenenti simbolicamente 375 mila leggi italiane ritenute inutili o obsolete. Lo show, consumatosi alla caserma dei Vigili del Fuoco di Capannelle, fu definito dal coordinatore nazionale del sindacato di base indipendente RdB dei vigili del fuoco «una pagliacciata» degna di un «circo», che impegnò una trentina di pompieri. Tanto fumo ma niente arrosto, oltretutto, visto che nella classifica Ocse sulla qualità dei servizi erogati dalla PA italiana, su 36 Paesi l’Italia – 26esima nel 2000 – nel 2018 era scivolata al 33esimo posto, terzultima, davanti a Turchia e Messico.

Semplificazione promessa, burocrazia raddoppiata: il cortocircuito italiano
Il “rogo” di Roberto Calderoli (da Youtube).

Il costo economico della lentezza amministrativa

Ma stando al presente ed evidenziando le criticità più rilevanti per l’economia nazionale segnaliamo che la lentezza amministrativa costa secondo una stima della Cgia di Mestre del 2025, circa 184 miliardi di euro. Quella italiana è tra le peggiori burocrazie dell’Eurozona: siamo al primo posto per pressione burocratica sulle imprese, ma solo al 26esimo per fiducia nella Pa. In simile contesto non è affatto scontato che il PNRR riuscirà nell’impresa di sburocratizzare e velocizzare le procedure amministrative. Non fosse altro perché numerosi sono i casi in cui la promessa semplificazione si traduce in un ulteriore e forse non previsto aggravio di vincoli, obblighi e norme.  La burocrazia che si autocontrolla, cioè che accumula norme su norme, è un fenomeno tipicamente italiano. Ma che risulta particolarmente biasimevole, oltre che paradossale, quando si abbatte su due settori che dovrebbero essere regolati in modo semplice, con vincoli burocratici ridotti all’osso e controlli perlopiù qualitativi e nel merito piuttosto che quantitativi e regolamentari. Mi riferisco al Terzo Settore, che riguarda il volontariato, le associazioni assistenziali e culturali, e l’Università, dove insegnamento e promozione del sapere dovrebbero avere come faro la libertà e non il regolamento.

Semplificazione promessa, burocrazia raddoppiata: il cortocircuito italiano
(foto di Compagnons, via Unsplash).

Il Terzo settore sommerso dalle scartoffie

«Paradossi del Terzo settore: se la riforma anti-burocrazia genera ulteriore burocrazia». Così il Corriere della Sera titolava lo scorso 17 febbraio una riflessione di Paolo Venturi, direttore di AICCON (centro di ricerca sull’Economia Sociale nato dalla collaborazione tra Università di Bologna e numerose realtà pubbliche e private) che segnalava come le diverse realtà di volontariato «sono sottoposte sul piano operativo a un livello di burocratizzazione crescente che rischia di indebolirne identità, autonomia e capacità trasformativa». Colpa dei bandi per chiedere i finanziamenti che sono sempre più complicati, con moltiplicazione di procedure, adempimenti e dispositivi di controllo. Al punto che per tante realtà no profit le energie anziché essere spese sul campo vengono impegnate nel compilare moduli su moduli. È così che la correttezza formale delle richieste e rendicontazioni diventa predominante rispetto alla creazione di valore e benefici per i territori e le fasce sociali più fragili.

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All’Università le procedure rubano tempo ed energia alla ricerca

Nel caso dell’Università, testo e contesto sono molto differenti, però logiche e dinamiche in azione sono identiche. Controllo e aumento delle procedure a scapito dell’insegnamento e della produzione di sapere. Meno ricerca e impegno scientifico e più attenzione e tempo dedicati a rendicontare attraverso i nuovi strumenti burocratici: indicatori, score, metriche standardizzate e piattaforme digitali. L’elemento più sorprendente però non è tanto la burocratizzazione dell’attività universitaria, quanto il fatto che il problema è noto e stranoto da anni. Ma la sua denuncia non ha portato e non porta a niente. Se provate a googlare, sono almeno 15 anni che viene reiterata la litania di un’istituzione sempre più sopraffatta da una burocrazia pervasiva, spesso definita «neouniversità» o «ossessione burocratica», che stritola le attività didattiche e di ricerca. 

Semplificazione promessa, burocrazia raddoppiata: il cortocircuito italiano
(foto di Jack Krzysik, via Unsplash).

La nuova burocrazia dei target e delle mission

Cosicché «è un brivido che vola via», come canta Vasco Rossi, leggere che il rilancio degli atenei italiani passa attraverso la sburocratizzazione. A dirlo è stata, nel gennaio del 2024, Giovanna Iannantuoni, al tempo rettrice dell’Università Bicocca di Milano e presidente della CRUI (Conferenza dei rettori delle università italiane). Che dire dunque? Qualche mese fa è uscito il libro di Luca Solari, Università senza futuro. Tra compromessi e riforme impossibili (Guerrini & Associati) che spiega come la proliferazione di regole e piattaforme per la valutazione si sia mangiata il tempo per insegnare e promuovere la cultura. Un fenomeno che è perfettamente allineato al contesto e al sistema Paese. Perciò molto italiano. Anche se sul piano generale fa più che mai testo quel che ha scritto Mark Fisher, sociologo di raro acume e capacità di leggere le trasformazioni sociali, in Realismo capitalista (Nero Editions): «Che le misure burocratiche si siano intensificate sotto un regime neoliberale che si presenta come anti-burocratico e anti-stalinista potrebbe dapprima sembrare un mistero. Eppure ad aver proliferato è una nuova burocrazia fatta di “obiettivi” e di “target”, di “mission” e di “risultati”, e questo nonostante tutta la retorica neoliberale (… ) che pure ne professava l’annientamento. Ma nel neoliberismo il risveglio della burocrazia è assai più che un riflesso atavico o un’anomalia».

La deriva pubblicitaria della politica e le verità usa e getta dei leader narcisisti

«Con quella bocca può dire ciò che vuole». È un claim pubblicitario d’annata. Di un dentifricio che non c’è più, come la sua testimonial (Virna Lisi). Però è perfetto per sintetizzare lo stato deplorevole in cui versa la politica attuale. Nel mondo e in Italia allo stesso modo. Tale che si stenta a distinguere se per esempio al tavolo del Board of Peace si siedano uomini di governo o piazzisti.

Donald Trump è un caposcuola inarrivabile. In Europa non c’è nessun leader o capo di governo, per quanto sgangherato, che gli stia alla pari. Per nostra fortuna. Anche se la situazione è in rapido peggioramento. Come segnala la campagna referendaria in corso. Argomentare, dialogare, confrontarsi sono l’abc della democrazia. Ma ormai da anni la polarizzazione ha reso impossibili le pratiche colloquiali. Mentre il rarefarsi della partecipazione alla vita di partito ha consegnato le forze politiche nelle mani di pochi. Uomini solo al comando, leader narcisisti che possono dire, disdire, contraddirsi. Perfino smentirsi. Con la libertà che fino a ieri era concessa solo alla pubblicità.

Anche i nomi dei partiti sembrano claim pubblicitari

Per capire la politica attuale e i politici che la interpretano bisogna entrare nel mondo dell’Omino Bianco. Riferirsi non ai classici della scienza politica o alle storie esemplari dei grandi statisti, bensì alle campagne, agli spot e ai claim più riusciti. Pensiamo per esempio ai nomi delle formazioni politiche attuali, che hanno come progenitore e iniziatore di un genere Forza Italia, il primo partito azienda che però ha abolito la parola “partito”. È rimasto solo il Pd a richiamarlo. La Lega ha, “sovranamente” cancellato il Nord dal nome. Di contro alla comparsa di acronimi (Avs, cioè Alleanza Verdi e Sinistra, assonante con Aws, sigla dei servizi web di Amazon) che potrebbero anche qualificare compagnie alberghiere o di viaggio (cinque stelle). Più Europa è detersivo e Azione potrebbe essere il nome di una multiutility. Ma ci vuole niente a confondere Noi moderati con «Gli esperti siete voi» (Expert), Italia viva con Viva la mamma (Beretta).

Ora ci si può chiedere: è la pubblicità che si è mangiata la politica o viceversa? Entrambe le cose: il processo è osmotico, simbiotico. Certo è che la pubblicità è oggi quanto di più invasivo e intrusivo possa entrare nelle nostre vite. Nel 2007 si stimava un’esposizione personale attorno ai 5 mila messaggi pubblicitari al giorno. Nel 2025 il numero è salito fra i 6 e i 10 mila. Ma lo studio recente “Beyond Visual Attention” (Omnicom Media Group, Ainem, Ipsos, Nielsen) stima che siamo esposti a una potenziale “tempesta” di oltre 33 mila stimoli pubblicitari al giorno. Questa cifra comprende ogni stimolo, anche quelli non consciamente elaborati dal cervello.

Un linguaggio iperbolico che cancella qualsiasi idea di normalità

Insomma, viviamo in un ambiente sonoro e visivo del quale la pubblicità è l’elemento più caratterizzante. Una sorta di seconda natura che quotidianamente ci spinge a consumare, nel contempo che ci sintonizza con una realtà fantastica dove «tutto è possibile» (Volkswagen) e «impossible is nothing» (Adidas) e se basta pensare una cosa per averla («Immagina. Puoi», Fastweb), si può fare tutto senza fare niente («Pulito sì, fatica no», Svelto). Ma questa trasfigurazione di realtà, nella quale parlano e cantano anche le pentole e gli stracci per la polvere, normalizza anche un linguaggio iperbolico che cancella qualsiasi idea di normalità. Il superlativo è ormai incorporato al brand (Intimissimi, Illyssimo) e poco sfugge all’imperativo lessicale del mega, ultra, unlimited.

Tutto iniziò con Berlusconi e la promessa di un «nuovo miracolo italiano»

Per sintetizzare sono 40 e più anni, da quando la televisione commerciale è diventata il medium dominante, che la socializzazione passa attraverso i consigli per gli acquisti, che nel frattempo hanno trovato nel web un potente terreno di proliferazione. Tutto cominciò con la discesa in campo di Silvio Berlusconi e la promessa di un «nuovo miracolo italiano». Che, come le pensioni minime a 1.000 euro, è ancora in attesa. Ma è proseguito con gli annunci social di Beppe Grillo & company, in bilico fra supermarket («apriremo il parlamento come una scatola di tonno») e il mondo del Mulino Bianco dove si può con un annuncio abolire la povertà per decreto.

Le promesse cancellazioni di accise sui carburanti e pedaggi autostradali appartengono invece alle politiche di marketing e comunicazione degli attuali premier e vicepremier, Giorgia Meloni e Matteo Salvini. Che però non sono molto raffinate, perché in linea con i dettami classici della propaganda, che impongono di reiterare, come fosse un rosario, un concetto o un’idea. Battere e ribattere il chiodo come fosse sempre la prima volta. Anche se lo spot è sempre lo stesso, come usano fare i prodotti e le marche di largo consumo. È la ripetizione che favorisce il ricordo.

Canali social usati come megafoni che non prevedono contraddittorio

La deriva pubblicitaria della politica si avvale dell’abolizione delle tribune elettorali, dei dibattiti e delle conferenze stampa aperte e si manifesta al massimo grado sui canali social, usati come megafoni e strumenti che non prevedono dialogo o contraddittorio. È la politica del me la canto, me la dico e me la suono, senza che debba rispettare criteri di verità. Allo stesso modo dell’autoproclamata «cucina più amata dagli italiani» (Scavolini). Importante e unica cosa che conta è che la battuta o il monologo funzioni. E per far sì che avvenga il messaggio deve essere semplificato. Chiaro e comprensibile anche a persone di cultura modesta.

Google effect è il termine che riassume il processo e le dinamiche che fanno sì che le cose apprese online si dimentichino più in fretta. Una digital amnesia, questa, che va di pari passo con l’illusione di realtà (illusory truth effect), che ci induce a credere a qualsiasi cosa dopo averla sentita/vista ripetere più volte. A maggiore ragione se sono eclatanti o bizzarre (bizarreness e humor effect), perciò capaci di catturare più facilmente l’attenzione.

Simbiosi narcisistica che lega un leader ai suoi seguaci

In ossequio al dilagante sensazionalismo che in Rete si nutre anche di mostri (quelli di Bibbiano restano memorabili) e che fa leva sul ricordo emotivo: quello che scatena subito il pandemonio, ma che in breve tempo è già dimenticato. Ciò spiega perché promesse mancate, frasi infelici o comportamenti cretini non si traducano in perdita di consensi, fiducia e stima da parte dei sostenitori. A riprova dell’esistenza d’una «simbiosi narcisistica» che lega un leader ai suoi seguaci.

Cittadini e militanti informati si trasformano in utenti e consumatori

La conseguenza pratica dell’uniformarsi e diffondersi della politica Swiffer e dei leader Findus è la trasformazione di cittadini e militanti informati in utenti e consumatori. In elettori follower. Da cui discende anche il processo, che è in corso accelerato, di restringimento della sfera dei diritti personali, civili e sociali. Che tanto meno vengono riconosciuti come tali e tanto più vengono identificati come bisogni che, sia pure fondamentali, possono essere soddisfatti solo se si hanno le risorse economiche necessarie. È così che la passione e la motivazione a partecipare attivamente alla politica hanno ceduto il passo all’opportunismo e alla convenienza. Al comportamento che teniamo quando spingiamo il carrello della spesa. Inconsapevoli e dimentichi che, come ha scritto Platone e come stiamo peraltro verificando da parecchi anni, «la punizione per chi rifiuta la politica è essere governati da persone peggiori di lui».

Denatalità? Altro che bonus: il vero problema è che non ci si accoppia più

Dalla società senza padri siamo passati alla società senza figli. Sembra una battuta ma è la verità. Drammatica, soprattutto perché non viene considerata la relazione tra i due “vuoti”. La ritirata dei padri in senso stretto, e dell’autorità in senso generale, è stata segnalata da Alexander Mitscherlich in Verso una società senza padre (1963), un classico del pensiero sociologico che ha anticipato la crisi della genitorialità, molto evidente a cavallo dei due secoli, con padri (e madri) più presi da se stessi che dall’educazione dei figli. La cultura del narcisismo di Christopher Lasch (1979) è l’altro classico che ci guida agli ultimi 10/15 anni, dove giovanilismo e narcisismo, indulgenza a fare gli amici dei figli e sfaldamento della famiglia cosiddetta tradizionale hanno alimentato le latitanze adulte e gli smarrimenti filiali. La tv commerciale prima e poi l’iper-connessione dei giovani hanno completato il lavoro di demolizione dell’autorità e responsabilità paterne. Generando anche una profonda e ampia frattura fra il mondo degli adulti e quello dei giovani.

Denatalità? Altro che bonus: il vero problema è che non ci si accoppia più
(foto di Paolo Chiabrando via Unsplash).

Il calo del desiderio e una generazione che dice no al sesso

In fuga dalla genitorialità, i maschi dopo avere smesso di fare i padri hanno cominciato a smettere di fare figli. Detto altrimenti: dato che me ne curo poco o niente, tanto vale che mi regolo allo stesso modo nel metterne al mondo. Naturalmente si tratta di un fenomeno complesso che chiama in causa l’intera organizzazione sociale, le identità e i rapporti di genere. Ma soprattutto, nello specifico, il venire meno del desiderio di accoppiarsi e avere una relazione sessuale stabile. Insomma pensare che non sia remota, ma anzi possibile e desiderata, la nascita di un figlio. E qui sorge il grande problema che pare però sfuggire al dibattito e alle politiche sulla denatalità, sulla quasi scomparsa delle famiglie numerose (ma anche della famiglia stessa). Ovvero che per fare figli bisogna accoppiarsi, ma che da anni ormai, e con tendenza crescente i giovani uomini e le giovani donne si accoppiano sempre meno. La coppia è infatti vista come una gabbia e la scelta di un compagno/a stabile una rinuncia a tutto quello che la società del troppo e dell’iper consumo accelerato, lascia intravedere. Il sesso più o meno pornificato e la moltiplicazione di siti di dating strutturano un’offerta di sesso facile e a buon mercato, che come risultato ha però il crescente aumento di giovani che rinunciano al sesso. A complicare la situazione si aggiungono poi la crescente infertilità, la permanenza prolungata dei giovani in famiglia, l’aumento dell’età in cui le donne decidono di fare il primo figlio.

Denatalità? Altro che bonus: il vero problema è che non ci si accoppia più
(foto di Julia Eagle via Unsplash).

Oltre 1,6 milioni di under 35 sono vergini

I dati al proposito sono impietosi. Tra i 18-24enni, il 60 per cento dichiara di non volere una relazione stabile (Eurispes 2023). In Italia un terzo delle famiglie è composto da una sola persona (33,1 per cento nel 2022), in crescita rispetto al 20 per cento del 2002. Secondo l’Istat (indagine 2023) il 74,5 per cento dei giovanissimi immagina il futuro in coppia, ma non necessariamente sposati. Tuttavia, la realizzazione pratica è sempre più tardiva: il 61,2 per cento dei giovani italiani vive con i genitori fino a 35 anni e il primo matrimonio arriva mediamente intorno ai 36 anni. A chiudere il cerchio di una crisi in costante peggioramento provvedono i dati di una ricerca (2023) della Società italiana di andrologia (Sia) che segnalano la crescita dell’astinenza sessuale nella fascia giovanile: oltre 1,6 milioni di under 35 non hanno mai fatto sesso; circa 220 mila coppie stabili ci rinunciano quasi del tutto. La percentuale di giovani senza rapporti nell’ultimo anno è passata dal 19 per cento del 2000 al 31 per cento del 2020.

Gli spauracchi e gli appelli contro la denatalità sono inutili

In tale contesto si possono anche evocare il fantasma della sostituzione etnica, moltiplicare gli appelli alla procreazione e invocare “figli per la Nazione” come si fece al tempo del Duce. Ma se si considerassero i dati prima ricordati si farebbero proposte e discorsi diversi, soprattutto si metterebbero in campo ben altre politiche di contrasto alla crisi demografica. Come è noto, in tutte le economie avanzate si registra un calo della natalità, le cui cause sono legate al benessere economico, al superamento dei divari di genere, al dissolversi della famiglia cosiddetta tradizionale. Dal Giappone agli Usa, ma praticamente in tutta l’area europea, i nati sono sempre meno. L’Italia è messa male: nel 2024, secondo dati Istat, si è scesi al minimo storico di 1,18 figli per donna (contro il 2,1 necessario per avere stabilità demografica). Ma la Corea del Sud è messa peggio, allo 0,75. È la Polonia però che mostra con grande nitidezza quanto le politiche di contrasto alla denatalità ispirate da concezioni fortemente conservatrici si stanno rivelando fallimentari. Misure che, per inciso, sono le stesse che sta sostenendo il governo Meloni. La destra al potere dovrebbe invece fare tesoro della strategia che Varsavia ha adottato a partire dal 2015 a sostegno della famiglia e della natalità, che per l’anno in corso vale l’8 per cento del bilancio nazionale (14,8 miliardi di euro). Il risultato è stata la diminuzione della popolazione  di 1,5 milioni di persone e l’ulteriore abbassamento del tasso di fertilità: dall’1,32 di quell’anno all’1,05 previsto per il 2025. Un fallimento clamoroso che induce a chiedersi cosa non ha funzionato.

Denatalità? Altro che bonus: il vero problema è che non ci si accoppia più
(foto di Ilya Pavlov via Unsplash).

Bonus e sussidi premiano solo le famiglie numerose

Con bonus, sussidi e incentivi alla maternità si sono premiate le famiglie che avevano già figli. Ed effettivamente le famiglie numerose sono cresciute di numero. Ma il tasso di fertilità ha continuato a scendere perché non se ne sono formate di nuove. Per effetto anche di orientamenti politici divaricanti fra uomini e donne (molto più conservatori i primi e più liberal le seconde) che hanno accentuato il divario culturale e sociale fra i due sessi; mentre politiche più restrittive in materia di aborto hanno reso il desiderio di gravidanza ancor più problematico. Ma più o meno in tutt’Europa gli ostacoli per i giovani a fare figli si riassumono nel miraggio di trovare lavori ben pagati, che consentano di mettere su casa e famiglia e servizi sociali (asili in primis) che consentano di tenere in equilibrio soprattutto per le donne casa e lavoro.

È la coppia a essere in crisi

Per concludere, se la natalità viene identificata nella famiglia e su di essa si concentrano investimenti e sostegni economici si fallisce quasi completamente obiettivo. Perché la crisi vera sono le coppie che non si formano e la sessualità giovanile in ritirata. Se non si incentivano i giovani uomini e le giovani donne a fare sesso e ad accoppiarsi, il tasso di fertilità non può aumentare. Semmai il contrario. Detta così, però, è qualcosa di indicibile, forse impensabile, per i nostri governanti, tutti presi a contrastare il “gender” a colpi di proclami pro-vita. Che si esaltano quando si parla di famiglia, ma si deprimono quando devono parlare di sesso. Se si continua così, con ipocrisia e perbenismo pari all’incapacità di vedere e risolvere i problemi, è più vicina di quanto si pensi la fine dell’idea stessa di famiglia. 

La stretta dell’Agcom ai siti porno dimostra il bigottismo di una destra sessuofobica

Niente sesso, siamo l’Agcom. È uno dei possibili titoli, per quanto inflazionati, da affibbiare al dibattito sui social scatenato dall’entrata in vigore della nuova normativa anti porno, a tutela dei minori. Dà attuazione a una misura contenuta nel Decreto Caivano, un pacchetto di norme approvato nel 2023 dopo i gravi episodi di violenza sessuale ai danni di due minorenni in provincia di Napoli. Va però precisato che non c’è relazione fra quell’episodio e l’uso di pornografia da parte dei giovani. Il decreto ha un valore simbolico ed esprime lo spirito governativo in materia di tutela degli under 18, ma anche su tutto ciò che riguarda la sicurezza.

Attacchi alla sfera più intima delle persone sempre più intrusivi e fraudolenti

Fare la faccia feroce e inasprire le pene fa tutt’uno con le promesse di rapide soluzioni a problemi che essendo complessi e strutturali (come le migrazioni) richiedono ben altro che proclami. Visti i precedenti (rave party e manifestazioni di protesta stradali) è forte il sospetto che il provvedimento, giusto nel fine che persegue, possa però rivelarsi l’anticamera di forme di controllo degli utenti adulti, visto che l’autenticazione per l’accesso ai siti porno viene chiesta a tutti. Anche perché sul web gli attacchi alla sfera più intima delle persone sono sempre più intrusivi e fraudolenti, come indicano gli ultimi fatti di cronaca nera digitale (furti di nudità, revenge porn, sextortion).

La stretta dell’Agcom ai siti porno dimostra il bigottismo di una destra sessuofobica
La richiesta di conferma dell’età per i siti porno com’è stata finora (foto Unsplash).

Fa paura la sessualità liberata da ideologie, moralismi e pregiudizi

Bigottismo e opportunismo. Se pensiamo anche alle proposte governative in materia di educazione sessuale vediamo pure qui agitarsi dei fantasmi. Quello di una sessualità che fa paura, soprattutto se liberata da costrizioni ideologiche, moralismi e pregiudizi. Che invece ingombrano il pensiero e l’azione della destra: stretta fra enunciazioni law&order e provvedimenti repressivi che fanno solo rumore. La sinistra nondimeno, pur dichiarandosi aperta e rispettosa dei diritti Lgbtq+, fa molta fatica a essere pienamente liberale – che non significa permissiva – e in grado di fare proposte politiche e legislative che entrino concretamente nel merito dei problemi che investono l’intera dimensione intima.

In linea di principio giusto proteggere i minori dal carattere irreale del porno-sex

A entrambi gli schieramenti politici manca la consapevolezza che la sessualità è un motore umano potente, forse quello che opera più profondamente sulla vita delle persone. E che questa “macchina affettiva” è oggi in balia del far-web, soggetta a pressioni e torsioni che stanno rivoluzionando l’intera sfera emotiva e intima, allo stesso modo di quella relazionale. In linea di principio non si può non essere d’accordo sul tentativo di impedire ai minori di accedere liberamente ai siti porno. Non fosse altro per il carattere irreale del porno-sex, che esaltando prestazioni eccezionali induce i giovani ad astenersi dai rapporti sessuali, per paura di non essere all’altezza, piuttosto che cercare la «sana e consapevole libidine che salva il giovane dallo stress e dall’Azione Cattolica» (cit. Zucchero).

La stretta dell’Agcom ai siti porno dimostra il bigottismo di una destra sessuofobica
Il governo italiano ha paura della libertà sessuale (foto Unsplash).

In realtà se guardiamo al dibattito attualmente in corso si è colti da una vertigine di non senso, vista la mutevolezza dei luoghi e dei toni con i quali si parla di sesso e di educazione sessuale. Ma più delle risse parlamentari, colpisce il modo appropriato e vagamente pretesco che affiora qua e là nei talk show. E che sembra restituirci i tempi della tivù in bianco e nero, della Rai democristiana dove il termine «membro» non poteva essere detto nemmeno riferendosi a un parlamentare o consigliere d’amministrazione.

L’ipocrisia di potenti e governanti che inneggiano alla famiglia tradizionale

Bigottismo e opportunismo. Per ribadire che continuiamo a essere il Paese in cui la presa della Chiesa cattolica è ancora forte e dove è pubblicamente praticata l’ipocrisia di potenti e governanti che inneggiano alla famiglia tradizionale, risultando però all’anagrafe conviventi o divorziati. Per fare un esempio fresco di dibattito parlamentare, sul consenso preventivo da chiedere alla famiglia prima di intraprendere qualsiasi iniziativa scolastica su affettività e sesso, accade che la proposta, avanzata dalla sinistra, di stanziare 500 mila euro per promuovere corsi di educazione sessuale e affettiva, è stata modificata in un progetto di formazione degli insegnanti delle scuole medie e superiori sui temi della prevenzione dell’infertilità.

La stretta dell’Agcom ai siti porno dimostra il bigottismo di una destra sessuofobica
Con l’intelligenza artificiale si può usufruire di partner virtuali e chat piccanti (foto Unsplash).

Chi ci comanda intende il sesso solo nell’accezione riproduttiva

Il lamento per la denatalità, con relativo invito a fare figli, è a forte rischio di essere l’ennesima emergenza alla quale il governo risponde con esortazioni, anziché investimenti economici adeguati. La sessualità continua a essere intesa nell’accezione riproduttiva. Il benessere e il piacere sessuale, allo stesso modo di un’affettività libera di muoversi e accettare la diversità di gusti e orientamenti, oltre i rigidi confini del rapporto uomo-donna, sono argomenti che trovano scarsa udienza.

Tutto da dimostrare che la pornografia sia generatrice della violenza sessuale

«Il sesso è più eccitante sullo schermo e tra le pagine che tra le lenzuola», ha scritto Andy Warhol. E così il discorso può ritornare alla pornografia, ricordando per un verso che è l’attività di piacere più antica del mondo, con la prostituzione; e per l’altro che non vi è prova che essa sia la principale generatrice della violenza sessuale. Ovviamente i due rilievi possono non piacere o addirittura dispiacere. Certo è che puntando il dito sulla pornografia, come principale generatore di disturbi affettivi e relazionali, si continua a giustificare tutta l’inadeguatezza della scuola italiana, oltre che delle famiglie, a provvedere all’educazione sessuale di ragazzi e ragazze. Nel contempo lo sviluppo e la diffusione di app di intelligenza artificiale sono un ulteriore e ancor più pericoloso fattore di rischio e ostacolo allo sviluppo di persone affettivamente equilibrate e sessualmente educate.

La stretta dell’Agcom ai siti porno dimostra il bigottismo di una destra sessuofobica
Una schermata del sito Pornhub (foto Unsplash).

C’è chi ha già cominciato ad avere relazioni romantiche con i chatbot

ChatGPT a dicembre aprirà ai contenuti per gli adulti, con partner virtuali e chat piccanti. «Trattare gli adulti da adulti», ha dichiarato Sam Altman, ceo di OpenAI, aggiungendo che si passa «dalla censura alla libertà responsabile». Ovviamente funzionerà un sistema di age-gating, basato su un algoritmo di stima automatica dell’età. Ma intanto sarà bene fare i conti con alcuni dati che sono già drammatici. Negli Stati Uniti il 19 per cento degli studenti delle superiori ha già relazioni romantiche con i chatbot. Mentre si stimano circa 29 milioni di utenti attivi di chatbot AI progettati specificamente per legami romantici o sessuali, e questo senza contare le persone che usano i chatbot convenzionali in questo modo.

Pornoattori delle proprie pornostorie senza bisogno di loggarsi

«Realistic AI Girlfriend · Made to understand you»: sono alcune promesse del sito get-honey.AI che lasciano intravedere una pornografia completamente trasfigurata dall’IA. Nel senso che grazie alla possibilità di creare un compagno/compagna realistici e a misura dei propri gusti sessuali ognuno potrà – anzi, può già – essere non più solo spettatore, ma anche protagonista. Pornoattore delle proprie pornostorie. Senza bisogno di loggarsi o identificarsi.

Quanto dobbiamo temere il post fascismo intellettuale?

«Un giorno il fascismo sarà curato con la psicoanalisi». La previsione di Ennio Flaiano (Diario notturno, 1956), al di là della sua messa in opera (che oggi potrebbe giovarsi di ChatGPT), indica con magnifica sintesi che il riproporsi del fascismo continua a essere un problema psicologico e in certi casi psichiatrico. Oggi come 100 anni fa, dopo una pandemia devastante, una crisi economica galoppante, una caduta verticale di fiducia nella democrazia, ci si ritrova a fare i conti con un montante fascismo più o meno dichiarato. Ma ugualmente dimentico della regressione di umanità e civiltà che fascismo e nazismo hanno rappresentato. Come sempre, ma con il tratto nuovo e caratterizzante dei social media, del cazzeggio che non fa sconti e nessuno, del tragico e ridicolo che si mescolano.

Quanto dobbiamo temere il post fascismo intellettuale?
Benito Mussolini e Adolf Hitler nel 1937 (Getty Images).

La rivalutazione nostalgica di un Ventennio immaginario

Capita così di sentire canti di giovani che inneggiano al Duce a Parma, nella sede di Fratelli d’Italia, o Bruno Vespa attribuire al medesimo l’istituzione dell’Inps (in realtà fondata nel 1898). Nel contempo si moltiplicano gli episodi di aggressione a studenti antifascisti e i raid vandalici nelle scuole con muri imbrattati di motti mussoliniani. Ma tutto si tiene se è vero che il presidente del Senato si vanta del busto domestico di Mussolini, e che il quotidiano Libero alla fine del 2024 ha incoronato il Duce “uomo dell’anno”. È l’onda lunga, ma montante, della rivalutazione nostalgica di un tempo che in realtà non c’è mai stato. Quello in cui i “treni viaggiavano in orario”. Contestualmente alla dimenticanza di un ventennio che abolì le libertà politiche e civili, perseguitò gli oppositori, varò leggi razziali per compiacere l’alleato nazista, precipitò il Paese in una guerra rovinosa.

Testacoda ideologici e scippi nel pantheon di sinistra

È sempre pertinente il rilievo satirico di Roberto Benigni: «Ha fatto delle cose buone. Certamente! Anche Adolf Hitler o Stalin, un ponte, una strada l’avranno fatta!». Resta comunque sorprendente la metamorfosi del “fascismo del terzo millennio”, claim di CasaPound. Si pensi ad esempio al passaggio da un anti-ebraismo totale che era nel dna del Movimento sociale, la cui fiamma brilla ancor oggi nel simbolo di Fratelli d’Italia, a un sentimento assolutamente pro-Israele. Una conversione ideologica che procede anche per appropriazioni indebite. Da Gramsci a Che Guevara e ora anche Pier Paolo Pasolini, ovvero appartenenze e miti di sinistra dichiarata vengono saccheggiati dall’estrema destra, con una destrezza che fa il paio con lo stordimento dei ceti intellettuali progressisti.

Quanto dobbiamo temere il post fascismo intellettuale?
Alessandro Giuli (Ansa).

Oggi il termine ‘neo-fascismo’ è oscurato da populismi e sovranismi

Ma a riprova di un quadro culturale e politico trasfigurato si segnalano due elementi particolarmente significativi. Il primo è che oggi sia più facile e diffuso dichiararsi anti-comunisti che anti-fascisti. Il secondo è che il termine neo-fascismo sia quasi scomparso: per un verso confluito nelle diverse forme di populismo e sovranismo (dai no-Europa gli anti-globalisti, dai negazionisti del climate change ai no-vax) e per l’altro da forme di conservatorismo nostalgico riformulato e reso compatibile con la contemporaneità. Ne è prova il risorgente fascismo un po’ ovunque nel mondo, che ha trovato nei social media e soprattutto nel loro uso aggressivo un alleato in grado di orientare e influenzare il pubblico culturalmente e tecnologicamente meno attrezzato, soprattutto quello di Facebook. Nostalgoritmo, saggio del filosofo statunitense Grafton Tanner, che ho già citato altre volte, spiega in modo convincente quanto logiche e processi algoritmici abbiamo potuto così efficacemente diffondere il messaggio che fascismo e nazismo meritino in alcune loro parti di essere rivalutati e riproposti. A partire appunto dalla predisposizione di un quadro concettuale che sfida soprattutto i veri democratici a opporsi, senza distinzioni fra progressisti e conservatori, a qualsiasi deriva autoritaria. Ma con la consapevolezza che le chiavi di lettura e interpretative vanno aggiornate. 

Quanto dobbiamo temere il post fascismo intellettuale?
Manifestazione e saluto romano per Sergio Ramelli nel 50esimo dalla morte, Milano 29 Aprile 2025 (Ansa).

Sta davvero nascendo una nuova ideologia di estrema destra?

Come fa Alberto Spektorowski nel saggio Intellectual Post-Fascism? The Conservative Revolution, Traditionalism and the Challenge to Liberal Democracy (Cambridge University Press, 2025). Il politologo di origine uruguaiana che insegna all’università di Tel Aviv inizia la sua analisi chiedendosi se la rinascita di un pensiero politico e culturale che si richiama al fascismo, ma in forme inedite, sia compatibile con la modernità post-liberale. Ovvero se la crescita marcata dei movimenti populisti e nazionalisti in Europa e negli Stati Uniti dopo il 2020 rappresenti una fase di crisi temporanea del liberalismo o al contrario sia un processo di costruzione di una nuova forma di fascismo. Il termine “post fascismo intellettuale”, secondo Spektorowski, è il punto d’approdo attuale di un movimento metapolitico iniziato negli Anni 70 con la Nouvelle Droite francese di Alain de Benoist e oggi diffuso in Europa, Russia e America. Aleksandr Dugin, Steve Bannon e Olavo de Carvalho sono le altre tre figure che, secondo l’autore, concorrono a definire la nuova identità e l’apparato ideologico dell’estrema destra. Il nazionalismo aggressivo e suprematista sopravvive, ma ora sono dominanti tradizionalismo, spiritualismo, critica dell’illuminismo e identitarismo anti-liberale. Il risultato è una nuova ideologia che unisce elementi della Rivoluzione conservatrice di Weimar, del tradizionalismo di Guénon ed Evola e delle strategie populiste contemporanee, configurando un quadro ideologico che Spektorowski definisce «fascismo di resistenza».

Quanto dobbiamo temere il post fascismo intellettuale?
Alain De Benoist nel 1978 (Getty Images).

Come essere underdog è diventata una forza

Ora è evidente che i giovani di Fratelli d’Italia che cantano “Allarmi siam fascisti”, di Alain de Benoist e di Evola sanno poco o nulla. Però se si guarda ai vertici del partito, e al di là delle battute del ministro Crosetto che invita a prenderli a calci nel sedere, si vede marciare un movimento culturale e ideologico che della (auto)ghettizzazione ha fatto la sua forza. Il famoso «non mi hanno vista arrivare» di Giorgia Meloni all’indomani della vittoria elettorale potremmo assumerlo come titolo del manifesto del “fascismo di resistenza” descritto da Spektorowski. Che però secondo Valerio Renzi (Le radici profonde.La destra italiana e la questione culturale, Fandango, 2025) oggi, più che resistere, è all’attacco dell’egemonia culturale della sinistra, rispetto alla quale la destra italiana ha un forte senso di inferiorità. 

Quanto dobbiamo temere il post fascismo intellettuale?
Giorgia Meloni (foto Ansa).

L’obiettivo è di cambiare verso alla Cultura della Nazione

L’Italia S’è destra – titolo della newsletter curata dallo stesso Valerio Renzi del quale si segnala anche il saggio Fascismo mainstream (2021) – con l’obiettivo di cambiare verso alla Cultura della Nazione: non più quelle del gramsciano “intellettuale collettivo”, bensì dell’intellettuale post fascista che però non si sente ancora pronto per dichiararsi esplicitamente tale. Al momento infatti il fascista del terzo millennio si mimetizza, contamina i linguaggi altrui, si appropria anche di valori che sino a ieri erano degli avversari. Al grido di «il vero fascismo oggi è quello degli antifascisti» – una sciocchezza iperbolica oltre che un transfert, per tornare alla citazione iniziale – i militanti alternativi di ieri non pubblicano più fanzine semi clandestine e non si ritrovano più nei Campi Hobbit ma sono seduti nei consigli di amministrazione del parastato culturale e artistico. È sui red carpet dei festival cinematografici che amano oggi sfilare. 

Il paradosso economico della salute cronica

Salute cronica. Stare bene, girare alla larga da dottori e ospedali. Sani come pesci, ancorché costretti a fare i conti con l’anagrafe. Una mela al giorno non ha mai preservato da medici e medicine: oggi però uno stato di salute quotidiano e diffuso, che il progresso medico-scientifico lascerebbe immaginare, in realtà si allontana sempre più. Come l’idea di un welfare amico e protettivo.

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Nella piramide sanitaria chi gode di salute piena sta in cima. Mentre, via via che si scende, aumenta la percentuale di popolazione che sta così così e poi cronicamente bisognosa di cure. Questo è il quadro delineato da Andrea Nicolini della Fondazione Bruno Kessler nell’ultima giornata del Mini Digital Festival 25 organizzato dall’Università di Parma, nel panel dedicato al rapporto fra Pubblica Amministrazione e Intelligenza artificiale (www.minidigitalfestival.it). «La situazione sanitaria del Paese è attualmente molto compromessa e ragionevolmente destinata a peggiorare. Nonostante le attese dei cittadini e le rassicurazioni dei politici».

La governance sanitaria ha la volontà e la capacità di innovare?

Le previsioni più accreditate sono quasi tutte malaugurate. Le vedremo dopo però avere segnalato che l’Intelligenza artificiale applicata a tecniche, metodiche e strumenti di diagnosi e cura potrebbe dare un grande aiuto a rimettere in sesto il sistema sanitario nazionale e la salute degli italiani. Il problema però è la comprensione e la visione da parte della governance sanitaria nel suo complesso che si riassume nell’interrogativo: ha la volontà di cambiare e innovare prima ancora che la capacità di farlo? Mi limito a segnalare che non mancano, pure in Italia, esempi di applicazioni di IA nel campo del pronto soccorso e degli screening sulla popolazione diabetica che hanno ridotto i tempi d’attesa e i costi.

Il paradosso economico della salute cronica
(foto di Kram Huseyn via Unsplash).

La crisi del SSN e i danni della privatizzazione

Ma torniamo ai punti dolenti della sanità italiana, che tutti conoscono, ma che si finge di non capire, visto ad esempio che non c’è un accordo bipartisan sul finanziamento o il definanziamento, con reciproco rimpallo di responsabilità. Dico questo per ricordare che l’inizio della privatizzazione della sanità pubblica (aziendalizzazione delle Usl, prestazioni extra-moenia all’interno degli ospedali pubblici) è cominciata con la democratica Rosy Bindi e che i tagli alla sanità pubblica (se si assume il parametro della spesa rispetto al Pil e all’inflazione) sono proseguiti con tutti i governi (Berlusconi, Monti, Renzi e compagnia varia). Quello attuale di suo ci mette la pervicacia nel promettere una riduzione delle attese che in realtà si allungano sempre più. Questo con vantaggio crescente della sanità privata, che nel giro degli ultimi 20 anni è diventata un grande business, anche assicurativo. Fra tagli e minori entrate il Servizio sanitario nazionale nel periodo 2010-2019 ha perso 37 miliardi di euro. Se si eccettua la parentesi 2020-2022 dove per effetto del Covid la spesa è salita, nel 2024 gli italiani hanno versato di tasca propria 41,3 miliardi per prestazioni sanitarie necessarie, come visite specialistiche ed esami diagnostici; oltre 5,8 milioni di connazionali (un italiano su 10) vi hanno rinunciato del tutto. Solo 13 Regioni rispettano i Livelli essenziali di assistenza (LEA), cioè le prestazioni e i servizi sanitari che ogni assistito ha diritto a ricevere dallo Stato, gratuitamente o pagando il ticket se dovuto. 

Il paradosso economico della salute cronica
(foto di Marcelo Leal via Unsplash).

Il Covid ha messo a nudo le fragilità europee

Il crescente invecchiamento della popolazione, che comporta una fisiologica crescita delle patologie invalidanti e riconducibili alla demenza senile e alla diminuzione della mobilità e dell’autosufficienza, è la variabile più impattante. Ma se può consolare, l’arretramento della sanità pubblica è comune agli altri Paesi europei. L’inchiesta di European Correspondent “L’Europa riuscirà a superare un check-up sanitario?” ricorda che «il Covid 19 ha messo a nudo la fragilità dei nostri sistemi sanitari. Nel 2020 medici e infermieri esausti ricevevano applausi dai balconi», ora invece vengono aggrediti nei pronto soccorso, mentre le campagne no-vax infuriano, a forza di fake e di compiacenza politica che, soprattutto a destra, pesca a piene mani nel mondo dei complottisti e dei libertari da operetta.

Le spese per la difesa tolgono fondi ai programmi di salute pubblica

Uno dei risultati è il picco di malattie prevenibili con vaccini, come il morbillo, a cui si aggiungono le crescenti diseguaglianze sociali e gli impatti sulla salute dei cambiamenti climatici. In un contesto in cui le tensioni geopolitiche e la guerra fra Russia e Ucraina spostano l’attenzione sulle spese per la difesa con il conseguente taglio dei previsti finanziamenti ai programmi di salute pubblica comunitari. È nota la correlazione fra spesa sanitaria e spesa per armamenti. Quando cresce una diminuisce l’altra. Però i governi europei e soprattutto i loro leader si affannano a dichiarare che il riarmo non andrà a scapito della spesa sociale. Sia ignoranza o malafede è un falso dilemma, perché l’esito sarà il rinvio del miglioramento delle condizioni economiche e di lavoro del personale sanitario e del rafforzamento dell’assistenza primaria (medici di base, case della salute e strumenti ai cittadini per fare scelte salutari).

Il paradosso economico della salute cronica
(foto di Miguel Ausejo via Unsplash).

Una popolazione pienamente in salute sarebbe insostenibile economicamente

Su quest’ultimo punto si può concludere evidenziando come ciò che servirebbe (sistemi sanitari locali e legami sociali che promuovano la salute fisica e mentale dal basso e in modo comunitario) non sia assolutamente all’ordine del giorno. Quasi cancellato. Perché drammaticamente una popolazione in salute sarebbe insostenibile per il sistema economico. Gira in questo periodo sui social (Linkedin e Facebook) un ampio dibattito scatenato dall’affermazione di un fantomatico banchiere. «La bicicletta è la morte lenta del pianeta. Perché un ciclista non compra auto, non si indebita, non sottoscrive assicurazioni, non fa rifornimento, non paga tagliandi e parcheggi, non invoca la costruzione di autostrade. E cosa ancor più grave non ingrassa».

Il paradosso economico della salute cronica
(foto di Chris Weiher via Unsplash).

Un cittadino sano è la catastrofe nella società dell’eccesso

Ma detto che la bicicletta, come racconta l’ultimo numero dell’Economist, sta effettivamente conoscendo un boom in tutto l’Occidente capitalistico, si deve convenire che un cittadino sano è una vera catastrofe nella società dell’eccesso e dello spreco. Non consuma farmaci, non affolla ospedali e ambulatori, non alimenta il Pil con le sue patologie. Insomma solo l’idea di “salute cronica” fa venire l’orticaria a chi, e sono tanti, lavora, guadagna e anche specula e scommette sulla malattia. Si sia consapevoli o no, la verità è amara: il sistema economico non ci vuole sani. Ma sani così così o, meglio ancora, malaticci, cioè non malati gravi perché le cure sono costose, bensì malati quanto serve per alimentare l’industria del benessere, ovvero del malessere leggero ma continuo. Bisognoso di farmaci, esami, visite mediche, diete, integratori, guru del benessere. La salute è una sola, le malattie sono migliaia.

Lavoro? Meglio gli Indiani metropolitani di questi politici

L'automazione offre spazi di liberazione. C'è chi li vede, come la premier finlandese. E chi già li immaginava, come il movimento bolognese degli Anni 70. Mentre la quasi totalità della nostra classe dirigente è incatenata a concezioni novecentesche.

«Mi sembra una bufala…ma in questo caso è una renna?». La battuta che non è granché, oggettivamente, è di un uomo solitamente molto serio.

Che però stavolta si è lasciato prendere dalla sindrome Twitter: una patologia che, solo che si disponga di un qualche migliaio di follower, colpisce tutti. Implacabilmente. 

Questa volta è Carlo Cottarelli a buttare in parodia l’idea della prima ministra finlandese Sanna Marin di riduzione significativa dell’orario di lavoro.

UNA NOTIZIA VECCHIA SPACCIATA PER NUOVA

La 34enne aveva infatti proposto, ma prima di diventare premier, di scendere a 24 ore settimanali con sei ore al giorno, per quattro giorni di lavoro. La tesi a supporto della sua proposta era che robotizzazione e digitalizzazione dei mezzi e processi produttivi consentono alle imprese margini di guadagni capaci di garantire lo stesso salario anche con orari ridotti.

Ma chiarito che l’idea della premier finlandese è stata venduta dai media europei come notizia fresca, quando in realtà, come già accennato, non lo era, aggiungeremo che però ha scatenato, soprattutto sui social, una tempesta mediale di grande intensità. Alimentata dai più disparati commenti, ma quasi tutti inclinanti come stile a quel misto di ironia e vaghezza che caratterizza il dibattito nazionale da quando si è cominciato a parlare di reddito di cittadinanza. E la “scomparsa del lavoro” è diventata occasione di bassa polemica politica nei confronti soprattutto del M5s e di reiterata affermazione, perlopiù di marca populista e sovranista, che bisogna «pagare la gente per lavorare e non per stare a casa a far niente». 

LA CRESCENTE AUTOMAZIONE E LA SCOMPARSA DEL LAVORO

Da noi infatti, a differenza di quanto avviene nel resto del mondo e nei Paesi più avanzati, il tema della scomparsa del lavoro per effetto della crescente automazione e delle applicazioni di intelligenza artificiale non è all’attenzione di governi o istituti di ricerca universitari e privati, di accademie e think tank. Siamo infatti nel pieno di un sommovimento epocale e di una profonda trasformazione del mercato mondiale del lavoro, che in questi anni hanno significato soprattutto perdita di posti e di addetti in ogni ambito dell’industria manifatturiera, che è quella tradizionale. E ancor oggi fondamentale, per quanto in grande affanno.

STRETTI TRA IL CAPITALISMO PARASSITARIO E DI SORVEGLIANZA

L’attuale modello di capitalismo, definito parassitario da Franklin Foer in World Without Mind. The Existential Threat Of Big Tech e di sorveglianza da Shoshana Zuboff in A human future in the Age of Surveillance, sta creando un mondo del lavoro sempre più precario, incerto, sottopagato e sfruttato che colpisce soprattutto i giovani: costretti a lavorare come affittacamere low cost per AirBnb, rider o autisti a partita Iva per Deliveroo o Uber, come web marketer o digital strategist a cottimo.

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Naturalmente c’è anche da ridere, ma non allegramente, quando in simile contesto s’avanza un ministro dello Sviluppo economico, all’epoca il grillino Luigi Di Maio ora passato alla Farnesina, che annuncia il varo della Start Up Nation. Ma specularmente non è meno triste la parte maggioritaria di Italia, oggi populista e sovranista, che con Fratelli d’Italia voleva indire un referendum contro l’introduzione della fatturazione elettronica, e ora con la Lega non vuole limiti ai pagamenti in contanti. La prossima Lotteria degli scontrini racconta invece un Paese e un governo, quello attuale, che si affidano alla fortuna per la lotta all’evasione fiscale.

VIVIAMO IN UN MIX DI IPERMODERNITÀ E ARCAISMO

Paradossalmente, tuttavia, questo mix di ipermodernità e arcaismo è in linea con la tendenza che vede ovunque avanzare un mondo sempre più popolato di macchine e robot, ma dal sapore ottocentesco, caratterizzato com’è da bassi salari, ricatti occupazionali e sfruttamento intensivo. E che soprattutto nell’Occidente sviluppato restituisce attualità al pensiero marxista, naturalmente adattato ai tempi nuovi. È il marxismo 3.0 che deve misurarsi con il nuovo sottoproletariato digitale, con l’esercito di riserva del web che, a differenza di quello otto/novecentesco, non ha più coscienza di esserlo.

VERSO UN MARXISMO 3.0

E qui ognuno di noi guardando al futuro può valutare se stia prevalendo chi, come John M. Keynes, nella lettera ai pronipoti scritta nel 1930, Economic Possibilities for Our Grandchildren, prevedeva che da lì a 100 anni le persone, grazie allo sviluppo tecnologico, avrebbero lavorato 3 ore al giorno, potendo dedicare il resto della giornata alla realizzazione di se stesse, o chi viceversa, come Karl Marx, scorgeva proprio nello sviluppo accelerato del macchinismo la causa di una superproduzione che avrebbe causato crescente disoccupazione e povertà per i lavoratori. Al momento, scrive Malcolm Harris sul magazine del Mit, sta vincendo largamente il secondo. Ed è questa la ragione principale perché i più giovani, la Generazione Z, stanno riscoprendo il socialismo. Che dato ufficialmente per morto dopo la fine dell’Unione sovietica e il crollo del Muro di Berlino, sta rinascendo in tutto l’Occidente sviluppato, ma soprattutto nel Paese che praticamente non lo aveva mai conosciuto: gli Usa

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Ovviamente la sfida fra i due campi, keynesiani e marxiani, resta aperta e tutta da verificare. Ma abbiamo tempo 10 anni. Nel frattempo però, tornando al tema della riduzione dell’orario di lavoro, dobbiamo sottolineare come il confronto non sia tanto o solo economico, ma soprattutto culturale. È noto infatti che in Italia si lavora molto ma la produttività è fra le più basse dell’area Ue e Ocse. Dal 2000 al 2016, dice l’ultimo Rapporto Istat sulla competitività dei settori produttivi, siamo cresciuti dello 0,4% contro il 15% di Francia, Inghilterra e Spagna, e il 18,3 della Germania. Ma le più recenti sperimentazioni, per esempio di Microsoft in Giappone, che hanno testato la settimana lavorativa di 4 giorni con il risultato di un aumento della produzione del 40%, dimostrano che l’ossessione tossica del lavorare 24/7 fa male sia ai lavoratori sia alle aziende. Però liberarsi di questa ossessione richiede uno sforzo culturale immenso. Perché a partire dalla prima rivoluzione industriale il lavoro è stato ed è la forma di legittimazione fondamentale della nostra esistenza. Economica, ma anche morale, valoriale, caratteriale. 

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Ora tuttavia e sempre più nei prossimi anni l’accelerato processo di trasferimento alle macchine del lavoro umano apre inediti spazi di liberazione. Ma c’è chi li vede e in qualche modo li anticipa come la prima ministra finlandese, chi invece come la quasi totalità dei nostri imprenditori e politici continua ad avere una concezione novecentesca del lavoro. Correva l’anno 1977 e il nascente movimento autonomo scandiva a Bologna lo slogan: «Lavoro zero, reddito intero. Tutta la produzione all’automazione». Tragico o divertente che sia – ma probabilmente entrambe le cose – erano molto più avanti, visionari e sfidanti, gli “indiani metropolitani” di 40 anni fa della nostra attuale classe dirigente e di governo.

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Non è col proibizionismo che riporteremo i giovani in carreggiata

Dallo schianto di Corso Francia al coma etilico del 17enne modenese: le cronache sono piene di ragazzi che si bevono l'età della spensieratezza. Ma attenzione all'approccio che decidiamo di adottare.

Cronache di ordinarie sbronze. Che hanno come protagonisti giovani che “si bevono la vita”. Nello schianto di Corso Francia a Roma o nel coma etilico del 17enne modenese, ripreso dagli amici e postato su Whatsapp la notte di Natale. Immagini desolate di un tempo che si fuma anche l’età della spensieratezza. Vista la ripresa in questi ultimi anni del consumo di sigarette e il costante aumento dell’uso di droghe e sostanze variamente psico-attive fra giovani e giovanisssimi. Mala tempora: tuonano i difensori della pubblica morale, facendo d’ogni vizio un fascio da colpevolizzare e colpire. Con piglio proibizionista d’altri tempi.

L’ANATEMA CONTRO LA “TRIADE GODURIOSA”

“Bacco, Tabacco e Venere riducono l’uomo in cenere!”. Si perde nei secoli l’anatema contro la “triade goduriosa”. Quasi sempre dimentico però che i generi voluttuari infiacchiscono i corpi e gli animi, ma danno sapore alla vita. È per questo che la lotta contro l’alcol, il fumo e il sesso, ha quasi sempre assunto una piega morale e moralistica. Senza però che ci sia mai stata politica repressiva capace di controllare e contenere il loro consumo. Al contrario negli ultimi 300 anni, tutte le proibizioni di Stato e messe al bando di bevitori, fumatori, frequentatori di bordelli e di bische, hanno regolarmente fallito. Dopo più o meno lunghi periodi di relativo successo, il risultato di politiche proibizioniste è stato l’aumento dei consumi e dei consumatori. Nonché, come danno aggiuntivo, il proliferare di pratiche illegali, la crescita di organizzazioni criminali, lo sfruttamento della prostituzione e crescenti danni alla salute pubblica e individuale.

A un certo punto lo Stato trova più conveniente, dal punto di vista economico ma anche sanitario e della legalità, regolamentare e tassare il consumo che non reprimerlo e perseguitarlo

Wolfgang Schivelbusch

«A un certo punto lo Stato trova più conveniente, dal punto di vista economico ma anche sanitario e della legalità, regolamentare e tassare il consumo che non reprimerlo e perseguitarlo» ha scritto Wolfgang Schivelbusch in una saggio di qualche decennio fa, ma sempre attuale, che i nostri politici e decisori pubblici farebbero bene a leggere. Storia dei generi voluttuari. Spezie, caffè, cioccolato, tabacco, alcol e altre droghe ( Bruno Mondadori, 2000) spiega infatti bene come la comparsa e il successo di determinate sostanze sia in relazione con le sensibilità profonde di un’epoca. Per fare un esempio e un parallelo: se il caffè e la caffeina, perché eccitante e stimolante dell’attenzione dunque della laboriosità, hanno accompagnato l’ascesa ottocentesca della borghesia, la grande diffusione attuale della cocaina, in quanto droga prestazionale, ha a che fare con il diffuso senso di inadeguatezza avvertito un po’ da tutti.

PICCHI DI CONSUMO NEI PERIODI DI MAGGIOR DISAGIO

Nondimeno se consideriamo l’intero spettro dei vizi e piaceri (alcol, tabacco, sesso, giochi d’azzardo, droghe) è storicamente confermato che i picchi di consumo coincidono con i periodi di maggiore disagio economico e sociale e di povertà culturale e ideale. Di ripiegamento esistenziale. Crisi e passaggi epocali difficili, infatti, sono da sempre un buon viatico e pretesto per tuffarsi nel divertimento eccessivo e cercare stordimenti e compensazioni aleatorie. Ma anche per scatenare ondate di panico morale e richieste intransigenti di ritorno all’ordine e alla normalità. Prova è che la sessuofobia del periodo vittoriano, in Inghilterra, che arrivò a coprire anche le gambe dei pianoforti, coincideva con un periodo di grande progresso, ma anche di puritanesimo intransigente. Altrettanto significativo è il rapporto stretto fra forti idealità politiche e disinteresse per i “divertimenti stupidi”. Nel ’68 e nel decennio successivo, a sinistra come a destra, la parola d’ordine dei giovani era partecipare e impegnarsi. Il movimento femminista era un forte argine alla prostituzione e giocare alla rivoluzione era molto più interessante delle lotterie. Che poi questo fervore ideale abbia prodotto anche mostri (come il terrorismo) è un dato di fatto. Ma è pure un fatto acquisito che la Grande Depressione dell’ultimo decennio abbia fatto schizzare in alto tutti i consumi voluttuari. Con effetti particolarmente pesanti sulle giovani generazioni, perché le più esposte alla crisi, anche di futuro, e le più indifese.

L’ALLARME DEL MINISTERO DELLA SALUTE

Secondo l’ultima Relazione annuale al parlamento sul fenomeno delle tossicodipendenze in Italia, aumentano i consumi e le morti per droghe ( la cannabis è la più usata: da un quarto degli studenti superiori e quasi sempre in modo esclusivo). Il report su “Italiani e fumo”, diffuso in occasione del World No Tobacco Day (Wntd) organizzato ogni anno il 31 maggio dall’Oms, dice che dopo un’efficace opera di contrasto e riduzione nei due decenni a cavallo di fine e inizio secolo, il consumo di tabacco è tornato a crescere. Soprattutto fra i giovani, dove la metà dei 15-24enni fuma già più di 10 sigarette al giorno. Il ministero della Salute nella Relazione del 2018 sugli interventi realizzati in materia di alcol e una recente ricerca dell’Ircss e Università Cattolica di Roma, sugli studenti delle superiori a Roma, segnalano un dato e un fenomeno allarmanti: gli 8,6 milioni di italiani a rischio alcolismo (di cui 800 mila addirittura minorenni) e la rapidissima diffusione del binge drinking, cioà il bere eccessivo, in breve tempo e fuori dai pasti.

IL BOOM DELL’INDUSTRIA DELLA “FORTUNA”

Ora, aggiunto che anche l’industria della “fortuna” (lotterie, scommesse e giochi d’azzardo) ha toccato nel 2018 il fatturato più alto della storia (18.9 miliardi, elaborazioni Agimeg su dati del Monopolio Italia) al pari di quello del sesso, che si è giovato enormemente della diffusione dei servizi web, concluderemo con una triplice sottolineatura. Lanciare allarmi e chiedere repressione dura e pene esemplari sono le ultime cose che servono. Perchè eliminare i fenomeni è praticamente impossibile: si può solo cercare di mitigarne gli effetti e ridurre i danni collaterali più pesanti. Ma non meno dannosi sono tutti gli approcci semplificatori, che di fronte a problemi complessi, quali sono tutti quelli connessi alle dipendenze, propongono soluzioni facili, immediate e radicali. Quasi sempre ridicole a dispetto della serietà con la quale vengono evocate. Dalla richiesta di riaprire le case chiuse all’urgenza di ripristinare l’Autorità, imponendo agli scolari, sin dalla prima elementare, di indossare grembiule o divisa e alzarsi in piedi quanto entra l’insegnante.

Se fa molti più danni il proibizionismo, anche il permissivismo non aiuta il formarsi delle consapevolezze necessarie per efficaci azioni di contrasto

Da ultimo va detto che se fa molti più danni il proibizionismo, anche il permissivismo non aiuta il formarsi delle consapevolezze necessarie per efficaci azioni di contrasto dei fenomeni di abuso qui considerati. Perché, per fare due esempi, non si può liquidare il binge drinking come un rito di passaggio, visti i danni salutari che causa. Né sostenere che un po’ di marjiuana in qualche occasione non fa male. Non tanto perché nell’ultimo decennio è aumentata da tre a cinque volte la potenza dei cannabinoidi (il Thc e Cbd), quanto perché se mai fosse vero che una canna fa bene non potrebbe mai esserlo per un 20enne. Ma solo per un baby boomer stagionato, che si brucerebbe qualche neurone e sinapsi ma con grande giovamento sulla salute, l’umore e il piacere di partecipare alla vita sino alla fine. L’aumento considerevole del consumo di marijuana negli stati Usa dove è stata legalizzata per usi ricreativi lo mostra bene. «Nonne con le canne. Per una vecchiaia stupefacente»: è una battuta molto felice per avviare un dibattito sereno sull’uso legale della marijuana. L’inizio di una storia un po’ più allegra sulla vecchiaia, da raccontare soprattutto agli ospiti delle case di riposo.

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L’esasperazione gastronomica ha stravolto il nostro rapporto col cibo

L'ossessione per il gourmet, gli chef superstar e i prodotti online hanno trasformato profondamente la nostra quotidianità alimentare. Mentre gli obesi aumentano di pari passo con gli affamati.

Contra los gourmets. Contro i gourmet e i golosi sapienti. È di Manuel Vazquez Montalban l’invettiva rivolta agli amanti e praticanti una cultura esasperata del cibo. Datata 1990, più o meno quando la gastronomia ha cessato di essere roba da cuochi diventando questione da chef. Non più sfida materiale con la fame, bensì alata conquista di stelle (Michelin). Inizio di una corsa all’esasperazione gastronomica che oggi risulta spesso ridicola e tragica nel contempo. Perché tra le intemerate in “broccolino” di Joe Bastianich a Masterchef e le esibizioni di Bruno Barbieri in “come ti sgrasso la pirofila con Fairy”, ci stanno i 600 euro per il cenone di fine anno da Cracco e le file di affamati davanti alle mense della Caritas

LA VISIONE ALTERATA DELLA REALTÀ ALIMENTARE

Vazquez Montalban nel suo pamphlet  se la prendeva con chi soddisfaceva crudelmente la propria golosità. Gettando animali vivi nell’acqua bollente ( lumache, aragoste) o inchiodando le zampe delle oche per ricavare più velocemente patè fois gras e più in generale trattando gli animali come “materia prima”. In una visione gastro-culinaria che vede le mucche come «animali tecnologici», ovvero produttori di latte, da cui tutta una serie di cibi quali yogurt, formaggi e gelati, che sembrano uscire da catene di montaggio piuttosto che da prati e stalle. D’altronde se i bambini crescono credendo che le mucche siano viola come nella pubblicità di Milka è perché una mucca dal vivo e al pascolo libero non la vedono nemmeno percorrendo tutta la pianura padana. Un territorio in cui ci sono milioni di capi e si producono ogni anno centinaia di migliaia di forme di Grana Padano e Parmigiano Reggiano.

AUMENTANO GLI OBESI E GLI AFFAMATI

Forse pensando anche alle rievocazioni in questi giorni del genio culinario di Gualtiero Marchesi, a due anni dalla sua scomparsa, dovremmo anche ripensare criticamente il nostro attuale status alimentare, che riguarda sia il rapporto personale con il cibo, sia l’importanza sociale che esso ha assunto. Soprattutto in relazione al drammatico paradosso di un’umanità che vede crescere sia le persone affamate che quelle sovrappeso, i digiunatori e gli obesi, gli anoressici e i golosi. I dati dell’Onu sono di una crudeltà statistica unica nel comprendere sotto lo stesso segno due eventi opposti. Il numero di persone affamate nel mondo nel 2018 risultavano infatti 821,6 milioni (pari a 1 abitante della Terra su 9) mentre gli obesi erano 672 milioni (13%, pari a 1 adulto ogni 8).

LA TRASFORMAZIONE DELLA QUOTIDIANITÀ ALIMENTARE

In questo periodo ogni anno si fanno i conti con la spesa degli italiani per il Natale o il cenone. Si stilano classifiche: chi sta vincendo o ha vinto la corsa ai consumi fra panettone o pandoro, champagne o prosecco. Di ricetta in ricetta, però, e spadellati televisivamente per bene, dall’Alessandro Borghese di turno o da chef Cannavacciuolo con il dito nel gorgonzola, non ci rendiamo più conto della trasformazione profonda che sta subendo l’intera quotidianità alimentare

LA CRESCITA DELL’E-COMMERCE

Il primo dato che si impone è la veloce crescita del e-commerce in un settore nel quale si pensava che il consumatore avrebbe continuato a comprare nei negozi tradizionali (salumerie in primis) e negli store della grande distribuzione. Lo pensavano, soprattutto, imprenditori e uomini marketing italiani, con il risultato di avere ora una struttura commerciale tradizionale in grande sofferenza e il fondato rischio di trovarsi presto esposti alla concorrenza micidiale dei giganti del web. Con in testa Amazon, seguito da Google, entrambi nei panni improbabili dei salvatori del Made in Italy

TORNARE ALLA LEZIONE DI MARCHESI

L’unica speranza e auspicio è che si faccia al più presto quel che è stato fatto con Alma, la Scuola internazionale di cucina italiana di Colorno, della quale Gualtiero Marchesi è stato Rettore e che continua ad attirare giovani cuochi da tutto il mondo. Ovvero che istituzioni e imprenditori creino una grande piattaforma di e-commerce nazionale. Con piglio e spirito ben più proattivo e meno lagnoso dei periodici lamenti, nei quali primeggia la Coldiretti, contro l’italian sounding e gli imitatori delle italiche eccellenze alimentari. 

IL WEB GRANDE EVERSORE

L’invito a entrare rapidamente nel futuro, che però è già adesso, ha la sua pressante ragione d’essere proprio alla luce della velocità con cui alimentazione e gastronomie stanno disegnando nuovi usi, costumi e consumi. Come s’è già accennato prima è anzitutto il web il grande eversore. Secondo la più recente ricerca realizzata da Netcomm, sono già 9 milioni gli italiani che nel 2019 hanno acquistato prodotti alimentari online, con un aumento del 43% rispetto all’anno precedente e con una spesa complessiva di circa 1,6 miliardi di euro.

IL RESET DEL SISTEMA ALIMENTARE

Che sia in corso un’epocale reset di sistema alimentare, culinario e eno-gastronomico è segnalato da due eccellenti contributi. Uno su 10 anni di politiche di “accesso al cibo”  negli Usa, che si segnalano per la disparità ed efficacia di garantire a tutti cibo più buono e più salutare. In nome di una “convenienza” di prezzo che a forza di sfruttare sempre più terreni e coltivazioni, così come mano d’opera e condizioni di lavoro, sta distruggendo il pianeta. E qui va anche segnalato come l’esistenza di negozi alimentari e supermercati, problematica nelle zone meno popolose (anche nel nostro Paese), sia un serio ostacolo al soddisfacimento di un regime alimentare corretto e piacevole, ma anche un’importante causa di esclusione sociale. Perché negozi e supermercati sono occasioni di socialità, luoghi in cui ci si ritrova non solo per fare shopping o mangiare. 

LA FINE DELLA PAUSA PRANZO

Il secondo articolo di The Atlantic sulla velocizzazione delle pause pranzo, è un lungo elenco di situazioni che nel tempo lavorativo, contestualmente all’emergere di nuove tipologie di imprese e di lavoro impiegatizio, oltre che di preparazione e vendita di cibi pronti (app e start up), si stanno mangiando, anzi divorando, la convivialità. È così, dopo che è «stato ucciso» il «power lunch», già lamentato qualche mese fa dal New York Post, cioè le lente colazioni in cui si facevano affari e si cementavano alleanze di business, millenial e startupper sono diventati facili prede del food superfast. Ovvero di “insalatone”, anche dai nomi e ingredienti esotici, mangiate in ufficio o per strada, e di piatti pronti che nemmeno più vengono consegnati da biker e driver del take away, perché ora stanno in chioschi automatici installati all’interno degli stessi posti di lavoro. Dispenser e start up del food «stanno lavorando assieme sia per eliminare il concetto di attesa per mangiare, sia per ottimizzare il pranzo stesso».

L’INSALATA DA SCRIVANIA È INARRESTABILE

Le «insalate da scrivania» a New York come a Milano, Torino e Roma, perché ormai il villaggio gastronomico è globale, dicono che quel modo solitario e fatalmente triste di consumare il pasto di mezzogiorno è vicino. Forse annunciato proprio dall’ossessione che ha assunto la spettacolarizzazione gourmet del cibo e della tavola. Che di sera, davanti alla tv, finalmente tranquilli e liberi di mangiare, consente di dimenticare la pausa pranzo di mezzogiorno e potere affrontare e reggere quella del giorno dopo.

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