Denatalità? Altro che bonus: il vero problema è che non ci si accoppia più

Dalla società senza padri siamo passati alla società senza figli. Sembra una battuta ma è la verità. Drammatica, soprattutto perché non viene considerata la relazione tra i due “vuoti”. La ritirata dei padri in senso stretto, e dell’autorità in senso generale, è stata segnalata da Alexander Mitscherlich in Verso una società senza padre (1963), un classico del pensiero sociologico che ha anticipato la crisi della genitorialità, molto evidente a cavallo dei due secoli, con padri (e madri) più presi da se stessi che dall’educazione dei figli. La cultura del narcisismo di Christopher Lasch (1979) è l’altro classico che ci guida agli ultimi 10/15 anni, dove giovanilismo e narcisismo, indulgenza a fare gli amici dei figli e sfaldamento della famiglia cosiddetta tradizionale hanno alimentato le latitanze adulte e gli smarrimenti filiali. La tv commerciale prima e poi l’iper-connessione dei giovani hanno completato il lavoro di demolizione dell’autorità e responsabilità paterne. Generando anche una profonda e ampia frattura fra il mondo degli adulti e quello dei giovani.

Denatalità? Altro che bonus: il vero problema è che non ci si accoppia più
(foto di Paolo Chiabrando via Unsplash).

Il calo del desiderio e una generazione che dice no al sesso

In fuga dalla genitorialità, i maschi dopo avere smesso di fare i padri hanno cominciato a smettere di fare figli. Detto altrimenti: dato che me ne curo poco o niente, tanto vale che mi regolo allo stesso modo nel metterne al mondo. Naturalmente si tratta di un fenomeno complesso che chiama in causa l’intera organizzazione sociale, le identità e i rapporti di genere. Ma soprattutto, nello specifico, il venire meno del desiderio di accoppiarsi e avere una relazione sessuale stabile. Insomma pensare che non sia remota, ma anzi possibile e desiderata, la nascita di un figlio. E qui sorge il grande problema che pare però sfuggire al dibattito e alle politiche sulla denatalità, sulla quasi scomparsa delle famiglie numerose (ma anche della famiglia stessa). Ovvero che per fare figli bisogna accoppiarsi, ma che da anni ormai, e con tendenza crescente i giovani uomini e le giovani donne si accoppiano sempre meno. La coppia è infatti vista come una gabbia e la scelta di un compagno/a stabile una rinuncia a tutto quello che la società del troppo e dell’iper consumo accelerato, lascia intravedere. Il sesso più o meno pornificato e la moltiplicazione di siti di dating strutturano un’offerta di sesso facile e a buon mercato, che come risultato ha però il crescente aumento di giovani che rinunciano al sesso. A complicare la situazione si aggiungono poi la crescente infertilità, la permanenza prolungata dei giovani in famiglia, l’aumento dell’età in cui le donne decidono di fare il primo figlio.

Denatalità? Altro che bonus: il vero problema è che non ci si accoppia più
(foto di Julia Eagle via Unsplash).

Oltre 1,6 milioni di under 35 sono vergini

I dati al proposito sono impietosi. Tra i 18-24enni, il 60 per cento dichiara di non volere una relazione stabile (Eurispes 2023). In Italia un terzo delle famiglie è composto da una sola persona (33,1 per cento nel 2022), in crescita rispetto al 20 per cento del 2002. Secondo l’Istat (indagine 2023) il 74,5 per cento dei giovanissimi immagina il futuro in coppia, ma non necessariamente sposati. Tuttavia, la realizzazione pratica è sempre più tardiva: il 61,2 per cento dei giovani italiani vive con i genitori fino a 35 anni e il primo matrimonio arriva mediamente intorno ai 36 anni. A chiudere il cerchio di una crisi in costante peggioramento provvedono i dati di una ricerca (2023) della Società italiana di andrologia (Sia) che segnalano la crescita dell’astinenza sessuale nella fascia giovanile: oltre 1,6 milioni di under 35 non hanno mai fatto sesso; circa 220 mila coppie stabili ci rinunciano quasi del tutto. La percentuale di giovani senza rapporti nell’ultimo anno è passata dal 19 per cento del 2000 al 31 per cento del 2020.

Gli spauracchi e gli appelli contro la denatalità sono inutili

In tale contesto si possono anche evocare il fantasma della sostituzione etnica, moltiplicare gli appelli alla procreazione e invocare “figli per la Nazione” come si fece al tempo del Duce. Ma se si considerassero i dati prima ricordati si farebbero proposte e discorsi diversi, soprattutto si metterebbero in campo ben altre politiche di contrasto alla crisi demografica. Come è noto, in tutte le economie avanzate si registra un calo della natalità, le cui cause sono legate al benessere economico, al superamento dei divari di genere, al dissolversi della famiglia cosiddetta tradizionale. Dal Giappone agli Usa, ma praticamente in tutta l’area europea, i nati sono sempre meno. L’Italia è messa male: nel 2024, secondo dati Istat, si è scesi al minimo storico di 1,18 figli per donna (contro il 2,1 necessario per avere stabilità demografica). Ma la Corea del Sud è messa peggio, allo 0,75. È la Polonia però che mostra con grande nitidezza quanto le politiche di contrasto alla denatalità ispirate da concezioni fortemente conservatrici si stanno rivelando fallimentari. Misure che, per inciso, sono le stesse che sta sostenendo il governo Meloni. La destra al potere dovrebbe invece fare tesoro della strategia che Varsavia ha adottato a partire dal 2015 a sostegno della famiglia e della natalità, che per l’anno in corso vale l’8 per cento del bilancio nazionale (14,8 miliardi di euro). Il risultato è stata la diminuzione della popolazione  di 1,5 milioni di persone e l’ulteriore abbassamento del tasso di fertilità: dall’1,32 di quell’anno all’1,05 previsto per il 2025. Un fallimento clamoroso che induce a chiedersi cosa non ha funzionato.

Denatalità? Altro che bonus: il vero problema è che non ci si accoppia più
(foto di Ilya Pavlov via Unsplash).

Bonus e sussidi premiano solo le famiglie numerose

Con bonus, sussidi e incentivi alla maternità si sono premiate le famiglie che avevano già figli. Ed effettivamente le famiglie numerose sono cresciute di numero. Ma il tasso di fertilità ha continuato a scendere perché non se ne sono formate di nuove. Per effetto anche di orientamenti politici divaricanti fra uomini e donne (molto più conservatori i primi e più liberal le seconde) che hanno accentuato il divario culturale e sociale fra i due sessi; mentre politiche più restrittive in materia di aborto hanno reso il desiderio di gravidanza ancor più problematico. Ma più o meno in tutt’Europa gli ostacoli per i giovani a fare figli si riassumono nel miraggio di trovare lavori ben pagati, che consentano di mettere su casa e famiglia e servizi sociali (asili in primis) che consentano di tenere in equilibrio soprattutto per le donne casa e lavoro.

È la coppia a essere in crisi

Per concludere, se la natalità viene identificata nella famiglia e su di essa si concentrano investimenti e sostegni economici si fallisce quasi completamente obiettivo. Perché la crisi vera sono le coppie che non si formano e la sessualità giovanile in ritirata. Se non si incentivano i giovani uomini e le giovani donne a fare sesso e ad accoppiarsi, il tasso di fertilità non può aumentare. Semmai il contrario. Detta così, però, è qualcosa di indicibile, forse impensabile, per i nostri governanti, tutti presi a contrastare il “gender” a colpi di proclami pro-vita. Che si esaltano quando si parla di famiglia, ma si deprimono quando devono parlare di sesso. Se si continua così, con ipocrisia e perbenismo pari all’incapacità di vedere e risolvere i problemi, è più vicina di quanto si pensi la fine dell’idea stessa di famiglia. 

La stretta dell’Agcom ai siti porno dimostra il bigottismo di una destra sessuofobica

Niente sesso, siamo l’Agcom. È uno dei possibili titoli, per quanto inflazionati, da affibbiare al dibattito sui social scatenato dall’entrata in vigore della nuova normativa anti porno, a tutela dei minori. Dà attuazione a una misura contenuta nel Decreto Caivano, un pacchetto di norme approvato nel 2023 dopo i gravi episodi di violenza sessuale ai danni di due minorenni in provincia di Napoli. Va però precisato che non c’è relazione fra quell’episodio e l’uso di pornografia da parte dei giovani. Il decreto ha un valore simbolico ed esprime lo spirito governativo in materia di tutela degli under 18, ma anche su tutto ciò che riguarda la sicurezza.

Attacchi alla sfera più intima delle persone sempre più intrusivi e fraudolenti

Fare la faccia feroce e inasprire le pene fa tutt’uno con le promesse di rapide soluzioni a problemi che essendo complessi e strutturali (come le migrazioni) richiedono ben altro che proclami. Visti i precedenti (rave party e manifestazioni di protesta stradali) è forte il sospetto che il provvedimento, giusto nel fine che persegue, possa però rivelarsi l’anticamera di forme di controllo degli utenti adulti, visto che l’autenticazione per l’accesso ai siti porno viene chiesta a tutti. Anche perché sul web gli attacchi alla sfera più intima delle persone sono sempre più intrusivi e fraudolenti, come indicano gli ultimi fatti di cronaca nera digitale (furti di nudità, revenge porn, sextortion).

La stretta dell’Agcom ai siti porno dimostra il bigottismo di una destra sessuofobica
La richiesta di conferma dell’età per i siti porno com’è stata finora (foto Unsplash).

Fa paura la sessualità liberata da ideologie, moralismi e pregiudizi

Bigottismo e opportunismo. Se pensiamo anche alle proposte governative in materia di educazione sessuale vediamo pure qui agitarsi dei fantasmi. Quello di una sessualità che fa paura, soprattutto se liberata da costrizioni ideologiche, moralismi e pregiudizi. Che invece ingombrano il pensiero e l’azione della destra: stretta fra enunciazioni law&order e provvedimenti repressivi che fanno solo rumore. La sinistra nondimeno, pur dichiarandosi aperta e rispettosa dei diritti Lgbtq+, fa molta fatica a essere pienamente liberale – che non significa permissiva – e in grado di fare proposte politiche e legislative che entrino concretamente nel merito dei problemi che investono l’intera dimensione intima.

In linea di principio giusto proteggere i minori dal carattere irreale del porno-sex

A entrambi gli schieramenti politici manca la consapevolezza che la sessualità è un motore umano potente, forse quello che opera più profondamente sulla vita delle persone. E che questa “macchina affettiva” è oggi in balia del far-web, soggetta a pressioni e torsioni che stanno rivoluzionando l’intera sfera emotiva e intima, allo stesso modo di quella relazionale. In linea di principio non si può non essere d’accordo sul tentativo di impedire ai minori di accedere liberamente ai siti porno. Non fosse altro per il carattere irreale del porno-sex, che esaltando prestazioni eccezionali induce i giovani ad astenersi dai rapporti sessuali, per paura di non essere all’altezza, piuttosto che cercare la «sana e consapevole libidine che salva il giovane dallo stress e dall’Azione Cattolica» (cit. Zucchero).

La stretta dell’Agcom ai siti porno dimostra il bigottismo di una destra sessuofobica
Il governo italiano ha paura della libertà sessuale (foto Unsplash).

In realtà se guardiamo al dibattito attualmente in corso si è colti da una vertigine di non senso, vista la mutevolezza dei luoghi e dei toni con i quali si parla di sesso e di educazione sessuale. Ma più delle risse parlamentari, colpisce il modo appropriato e vagamente pretesco che affiora qua e là nei talk show. E che sembra restituirci i tempi della tivù in bianco e nero, della Rai democristiana dove il termine «membro» non poteva essere detto nemmeno riferendosi a un parlamentare o consigliere d’amministrazione.

L’ipocrisia di potenti e governanti che inneggiano alla famiglia tradizionale

Bigottismo e opportunismo. Per ribadire che continuiamo a essere il Paese in cui la presa della Chiesa cattolica è ancora forte e dove è pubblicamente praticata l’ipocrisia di potenti e governanti che inneggiano alla famiglia tradizionale, risultando però all’anagrafe conviventi o divorziati. Per fare un esempio fresco di dibattito parlamentare, sul consenso preventivo da chiedere alla famiglia prima di intraprendere qualsiasi iniziativa scolastica su affettività e sesso, accade che la proposta, avanzata dalla sinistra, di stanziare 500 mila euro per promuovere corsi di educazione sessuale e affettiva, è stata modificata in un progetto di formazione degli insegnanti delle scuole medie e superiori sui temi della prevenzione dell’infertilità.

La stretta dell’Agcom ai siti porno dimostra il bigottismo di una destra sessuofobica
Con l’intelligenza artificiale si può usufruire di partner virtuali e chat piccanti (foto Unsplash).

Chi ci comanda intende il sesso solo nell’accezione riproduttiva

Il lamento per la denatalità, con relativo invito a fare figli, è a forte rischio di essere l’ennesima emergenza alla quale il governo risponde con esortazioni, anziché investimenti economici adeguati. La sessualità continua a essere intesa nell’accezione riproduttiva. Il benessere e il piacere sessuale, allo stesso modo di un’affettività libera di muoversi e accettare la diversità di gusti e orientamenti, oltre i rigidi confini del rapporto uomo-donna, sono argomenti che trovano scarsa udienza.

Tutto da dimostrare che la pornografia sia generatrice della violenza sessuale

«Il sesso è più eccitante sullo schermo e tra le pagine che tra le lenzuola», ha scritto Andy Warhol. E così il discorso può ritornare alla pornografia, ricordando per un verso che è l’attività di piacere più antica del mondo, con la prostituzione; e per l’altro che non vi è prova che essa sia la principale generatrice della violenza sessuale. Ovviamente i due rilievi possono non piacere o addirittura dispiacere. Certo è che puntando il dito sulla pornografia, come principale generatore di disturbi affettivi e relazionali, si continua a giustificare tutta l’inadeguatezza della scuola italiana, oltre che delle famiglie, a provvedere all’educazione sessuale di ragazzi e ragazze. Nel contempo lo sviluppo e la diffusione di app di intelligenza artificiale sono un ulteriore e ancor più pericoloso fattore di rischio e ostacolo allo sviluppo di persone affettivamente equilibrate e sessualmente educate.

La stretta dell’Agcom ai siti porno dimostra il bigottismo di una destra sessuofobica
Una schermata del sito Pornhub (foto Unsplash).

C’è chi ha già cominciato ad avere relazioni romantiche con i chatbot

ChatGPT a dicembre aprirà ai contenuti per gli adulti, con partner virtuali e chat piccanti. «Trattare gli adulti da adulti», ha dichiarato Sam Altman, ceo di OpenAI, aggiungendo che si passa «dalla censura alla libertà responsabile». Ovviamente funzionerà un sistema di age-gating, basato su un algoritmo di stima automatica dell’età. Ma intanto sarà bene fare i conti con alcuni dati che sono già drammatici. Negli Stati Uniti il 19 per cento degli studenti delle superiori ha già relazioni romantiche con i chatbot. Mentre si stimano circa 29 milioni di utenti attivi di chatbot AI progettati specificamente per legami romantici o sessuali, e questo senza contare le persone che usano i chatbot convenzionali in questo modo.

Pornoattori delle proprie pornostorie senza bisogno di loggarsi

«Realistic AI Girlfriend · Made to understand you»: sono alcune promesse del sito get-honey.AI che lasciano intravedere una pornografia completamente trasfigurata dall’IA. Nel senso che grazie alla possibilità di creare un compagno/compagna realistici e a misura dei propri gusti sessuali ognuno potrà – anzi, può già – essere non più solo spettatore, ma anche protagonista. Pornoattore delle proprie pornostorie. Senza bisogno di loggarsi o identificarsi.

Quanto dobbiamo temere il post fascismo intellettuale?

«Un giorno il fascismo sarà curato con la psicoanalisi». La previsione di Ennio Flaiano (Diario notturno, 1956), al di là della sua messa in opera (che oggi potrebbe giovarsi di ChatGPT), indica con magnifica sintesi che il riproporsi del fascismo continua a essere un problema psicologico e in certi casi psichiatrico. Oggi come 100 anni fa, dopo una pandemia devastante, una crisi economica galoppante, una caduta verticale di fiducia nella democrazia, ci si ritrova a fare i conti con un montante fascismo più o meno dichiarato. Ma ugualmente dimentico della regressione di umanità e civiltà che fascismo e nazismo hanno rappresentato. Come sempre, ma con il tratto nuovo e caratterizzante dei social media, del cazzeggio che non fa sconti e nessuno, del tragico e ridicolo che si mescolano.

Quanto dobbiamo temere il post fascismo intellettuale?
Benito Mussolini e Adolf Hitler nel 1937 (Getty Images).

La rivalutazione nostalgica di un Ventennio immaginario

Capita così di sentire canti di giovani che inneggiano al Duce a Parma, nella sede di Fratelli d’Italia, o Bruno Vespa attribuire al medesimo l’istituzione dell’Inps (in realtà fondata nel 1898). Nel contempo si moltiplicano gli episodi di aggressione a studenti antifascisti e i raid vandalici nelle scuole con muri imbrattati di motti mussoliniani. Ma tutto si tiene se è vero che il presidente del Senato si vanta del busto domestico di Mussolini, e che il quotidiano Libero alla fine del 2024 ha incoronato il Duce “uomo dell’anno”. È l’onda lunga, ma montante, della rivalutazione nostalgica di un tempo che in realtà non c’è mai stato. Quello in cui i “treni viaggiavano in orario”. Contestualmente alla dimenticanza di un ventennio che abolì le libertà politiche e civili, perseguitò gli oppositori, varò leggi razziali per compiacere l’alleato nazista, precipitò il Paese in una guerra rovinosa.

Testacoda ideologici e scippi nel pantheon di sinistra

È sempre pertinente il rilievo satirico di Roberto Benigni: «Ha fatto delle cose buone. Certamente! Anche Adolf Hitler o Stalin, un ponte, una strada l’avranno fatta!». Resta comunque sorprendente la metamorfosi del “fascismo del terzo millennio”, claim di CasaPound. Si pensi ad esempio al passaggio da un anti-ebraismo totale che era nel dna del Movimento sociale, la cui fiamma brilla ancor oggi nel simbolo di Fratelli d’Italia, a un sentimento assolutamente pro-Israele. Una conversione ideologica che procede anche per appropriazioni indebite. Da Gramsci a Che Guevara e ora anche Pier Paolo Pasolini, ovvero appartenenze e miti di sinistra dichiarata vengono saccheggiati dall’estrema destra, con una destrezza che fa il paio con lo stordimento dei ceti intellettuali progressisti.

Quanto dobbiamo temere il post fascismo intellettuale?
Alessandro Giuli (Ansa).

Oggi il termine ‘neo-fascismo’ è oscurato da populismi e sovranismi

Ma a riprova di un quadro culturale e politico trasfigurato si segnalano due elementi particolarmente significativi. Il primo è che oggi sia più facile e diffuso dichiararsi anti-comunisti che anti-fascisti. Il secondo è che il termine neo-fascismo sia quasi scomparso: per un verso confluito nelle diverse forme di populismo e sovranismo (dai no-Europa gli anti-globalisti, dai negazionisti del climate change ai no-vax) e per l’altro da forme di conservatorismo nostalgico riformulato e reso compatibile con la contemporaneità. Ne è prova il risorgente fascismo un po’ ovunque nel mondo, che ha trovato nei social media e soprattutto nel loro uso aggressivo un alleato in grado di orientare e influenzare il pubblico culturalmente e tecnologicamente meno attrezzato, soprattutto quello di Facebook. Nostalgoritmo, saggio del filosofo statunitense Grafton Tanner, che ho già citato altre volte, spiega in modo convincente quanto logiche e processi algoritmici abbiamo potuto così efficacemente diffondere il messaggio che fascismo e nazismo meritino in alcune loro parti di essere rivalutati e riproposti. A partire appunto dalla predisposizione di un quadro concettuale che sfida soprattutto i veri democratici a opporsi, senza distinzioni fra progressisti e conservatori, a qualsiasi deriva autoritaria. Ma con la consapevolezza che le chiavi di lettura e interpretative vanno aggiornate. 

Quanto dobbiamo temere il post fascismo intellettuale?
Manifestazione e saluto romano per Sergio Ramelli nel 50esimo dalla morte, Milano 29 Aprile 2025 (Ansa).

Sta davvero nascendo una nuova ideologia di estrema destra?

Come fa Alberto Spektorowski nel saggio Intellectual Post-Fascism? The Conservative Revolution, Traditionalism and the Challenge to Liberal Democracy (Cambridge University Press, 2025). Il politologo di origine uruguaiana che insegna all’università di Tel Aviv inizia la sua analisi chiedendosi se la rinascita di un pensiero politico e culturale che si richiama al fascismo, ma in forme inedite, sia compatibile con la modernità post-liberale. Ovvero se la crescita marcata dei movimenti populisti e nazionalisti in Europa e negli Stati Uniti dopo il 2020 rappresenti una fase di crisi temporanea del liberalismo o al contrario sia un processo di costruzione di una nuova forma di fascismo. Il termine “post fascismo intellettuale”, secondo Spektorowski, è il punto d’approdo attuale di un movimento metapolitico iniziato negli Anni 70 con la Nouvelle Droite francese di Alain de Benoist e oggi diffuso in Europa, Russia e America. Aleksandr Dugin, Steve Bannon e Olavo de Carvalho sono le altre tre figure che, secondo l’autore, concorrono a definire la nuova identità e l’apparato ideologico dell’estrema destra. Il nazionalismo aggressivo e suprematista sopravvive, ma ora sono dominanti tradizionalismo, spiritualismo, critica dell’illuminismo e identitarismo anti-liberale. Il risultato è una nuova ideologia che unisce elementi della Rivoluzione conservatrice di Weimar, del tradizionalismo di Guénon ed Evola e delle strategie populiste contemporanee, configurando un quadro ideologico che Spektorowski definisce «fascismo di resistenza».

Quanto dobbiamo temere il post fascismo intellettuale?
Alain De Benoist nel 1978 (Getty Images).

Come essere underdog è diventata una forza

Ora è evidente che i giovani di Fratelli d’Italia che cantano “Allarmi siam fascisti”, di Alain de Benoist e di Evola sanno poco o nulla. Però se si guarda ai vertici del partito, e al di là delle battute del ministro Crosetto che invita a prenderli a calci nel sedere, si vede marciare un movimento culturale e ideologico che della (auto)ghettizzazione ha fatto la sua forza. Il famoso «non mi hanno vista arrivare» di Giorgia Meloni all’indomani della vittoria elettorale potremmo assumerlo come titolo del manifesto del “fascismo di resistenza” descritto da Spektorowski. Che però secondo Valerio Renzi (Le radici profonde.La destra italiana e la questione culturale, Fandango, 2025) oggi, più che resistere, è all’attacco dell’egemonia culturale della sinistra, rispetto alla quale la destra italiana ha un forte senso di inferiorità. 

Quanto dobbiamo temere il post fascismo intellettuale?
Giorgia Meloni (foto Ansa).

L’obiettivo è di cambiare verso alla Cultura della Nazione

L’Italia S’è destra – titolo della newsletter curata dallo stesso Valerio Renzi del quale si segnala anche il saggio Fascismo mainstream (2021) – con l’obiettivo di cambiare verso alla Cultura della Nazione: non più quelle del gramsciano “intellettuale collettivo”, bensì dell’intellettuale post fascista che però non si sente ancora pronto per dichiararsi esplicitamente tale. Al momento infatti il fascista del terzo millennio si mimetizza, contamina i linguaggi altrui, si appropria anche di valori che sino a ieri erano degli avversari. Al grido di «il vero fascismo oggi è quello degli antifascisti» – una sciocchezza iperbolica oltre che un transfert, per tornare alla citazione iniziale – i militanti alternativi di ieri non pubblicano più fanzine semi clandestine e non si ritrovano più nei Campi Hobbit ma sono seduti nei consigli di amministrazione del parastato culturale e artistico. È sui red carpet dei festival cinematografici che amano oggi sfilare. 

Il paradosso economico della salute cronica

Salute cronica. Stare bene, girare alla larga da dottori e ospedali. Sani come pesci, ancorché costretti a fare i conti con l’anagrafe. Una mela al giorno non ha mai preservato da medici e medicine: oggi però uno stato di salute quotidiano e diffuso, che il progresso medico-scientifico lascerebbe immaginare, in realtà si allontana sempre più. Come l’idea di un welfare amico e protettivo.

LEGGI ANCHE: Schillaci e la Sanità italiana, diagnosi grave e prognosi riservata

Nella piramide sanitaria chi gode di salute piena sta in cima. Mentre, via via che si scende, aumenta la percentuale di popolazione che sta così così e poi cronicamente bisognosa di cure. Questo è il quadro delineato da Andrea Nicolini della Fondazione Bruno Kessler nell’ultima giornata del Mini Digital Festival 25 organizzato dall’Università di Parma, nel panel dedicato al rapporto fra Pubblica Amministrazione e Intelligenza artificiale (www.minidigitalfestival.it). «La situazione sanitaria del Paese è attualmente molto compromessa e ragionevolmente destinata a peggiorare. Nonostante le attese dei cittadini e le rassicurazioni dei politici».

La governance sanitaria ha la volontà e la capacità di innovare?

Le previsioni più accreditate sono quasi tutte malaugurate. Le vedremo dopo però avere segnalato che l’Intelligenza artificiale applicata a tecniche, metodiche e strumenti di diagnosi e cura potrebbe dare un grande aiuto a rimettere in sesto il sistema sanitario nazionale e la salute degli italiani. Il problema però è la comprensione e la visione da parte della governance sanitaria nel suo complesso che si riassume nell’interrogativo: ha la volontà di cambiare e innovare prima ancora che la capacità di farlo? Mi limito a segnalare che non mancano, pure in Italia, esempi di applicazioni di IA nel campo del pronto soccorso e degli screening sulla popolazione diabetica che hanno ridotto i tempi d’attesa e i costi.

Il paradosso economico della salute cronica
(foto di Kram Huseyn via Unsplash).

La crisi del SSN e i danni della privatizzazione

Ma torniamo ai punti dolenti della sanità italiana, che tutti conoscono, ma che si finge di non capire, visto ad esempio che non c’è un accordo bipartisan sul finanziamento o il definanziamento, con reciproco rimpallo di responsabilità. Dico questo per ricordare che l’inizio della privatizzazione della sanità pubblica (aziendalizzazione delle Usl, prestazioni extra-moenia all’interno degli ospedali pubblici) è cominciata con la democratica Rosy Bindi e che i tagli alla sanità pubblica (se si assume il parametro della spesa rispetto al Pil e all’inflazione) sono proseguiti con tutti i governi (Berlusconi, Monti, Renzi e compagnia varia). Quello attuale di suo ci mette la pervicacia nel promettere una riduzione delle attese che in realtà si allungano sempre più. Questo con vantaggio crescente della sanità privata, che nel giro degli ultimi 20 anni è diventata un grande business, anche assicurativo. Fra tagli e minori entrate il Servizio sanitario nazionale nel periodo 2010-2019 ha perso 37 miliardi di euro. Se si eccettua la parentesi 2020-2022 dove per effetto del Covid la spesa è salita, nel 2024 gli italiani hanno versato di tasca propria 41,3 miliardi per prestazioni sanitarie necessarie, come visite specialistiche ed esami diagnostici; oltre 5,8 milioni di connazionali (un italiano su 10) vi hanno rinunciato del tutto. Solo 13 Regioni rispettano i Livelli essenziali di assistenza (LEA), cioè le prestazioni e i servizi sanitari che ogni assistito ha diritto a ricevere dallo Stato, gratuitamente o pagando il ticket se dovuto. 

Il paradosso economico della salute cronica
(foto di Marcelo Leal via Unsplash).

Il Covid ha messo a nudo le fragilità europee

Il crescente invecchiamento della popolazione, che comporta una fisiologica crescita delle patologie invalidanti e riconducibili alla demenza senile e alla diminuzione della mobilità e dell’autosufficienza, è la variabile più impattante. Ma se può consolare, l’arretramento della sanità pubblica è comune agli altri Paesi europei. L’inchiesta di European Correspondent “L’Europa riuscirà a superare un check-up sanitario?” ricorda che «il Covid 19 ha messo a nudo la fragilità dei nostri sistemi sanitari. Nel 2020 medici e infermieri esausti ricevevano applausi dai balconi», ora invece vengono aggrediti nei pronto soccorso, mentre le campagne no-vax infuriano, a forza di fake e di compiacenza politica che, soprattutto a destra, pesca a piene mani nel mondo dei complottisti e dei libertari da operetta.

Le spese per la difesa tolgono fondi ai programmi di salute pubblica

Uno dei risultati è il picco di malattie prevenibili con vaccini, come il morbillo, a cui si aggiungono le crescenti diseguaglianze sociali e gli impatti sulla salute dei cambiamenti climatici. In un contesto in cui le tensioni geopolitiche e la guerra fra Russia e Ucraina spostano l’attenzione sulle spese per la difesa con il conseguente taglio dei previsti finanziamenti ai programmi di salute pubblica comunitari. È nota la correlazione fra spesa sanitaria e spesa per armamenti. Quando cresce una diminuisce l’altra. Però i governi europei e soprattutto i loro leader si affannano a dichiarare che il riarmo non andrà a scapito della spesa sociale. Sia ignoranza o malafede è un falso dilemma, perché l’esito sarà il rinvio del miglioramento delle condizioni economiche e di lavoro del personale sanitario e del rafforzamento dell’assistenza primaria (medici di base, case della salute e strumenti ai cittadini per fare scelte salutari).

Il paradosso economico della salute cronica
(foto di Miguel Ausejo via Unsplash).

Una popolazione pienamente in salute sarebbe insostenibile economicamente

Su quest’ultimo punto si può concludere evidenziando come ciò che servirebbe (sistemi sanitari locali e legami sociali che promuovano la salute fisica e mentale dal basso e in modo comunitario) non sia assolutamente all’ordine del giorno. Quasi cancellato. Perché drammaticamente una popolazione in salute sarebbe insostenibile per il sistema economico. Gira in questo periodo sui social (Linkedin e Facebook) un ampio dibattito scatenato dall’affermazione di un fantomatico banchiere. «La bicicletta è la morte lenta del pianeta. Perché un ciclista non compra auto, non si indebita, non sottoscrive assicurazioni, non fa rifornimento, non paga tagliandi e parcheggi, non invoca la costruzione di autostrade. E cosa ancor più grave non ingrassa».

Il paradosso economico della salute cronica
(foto di Chris Weiher via Unsplash).

Un cittadino sano è la catastrofe nella società dell’eccesso

Ma detto che la bicicletta, come racconta l’ultimo numero dell’Economist, sta effettivamente conoscendo un boom in tutto l’Occidente capitalistico, si deve convenire che un cittadino sano è una vera catastrofe nella società dell’eccesso e dello spreco. Non consuma farmaci, non affolla ospedali e ambulatori, non alimenta il Pil con le sue patologie. Insomma solo l’idea di “salute cronica” fa venire l’orticaria a chi, e sono tanti, lavora, guadagna e anche specula e scommette sulla malattia. Si sia consapevoli o no, la verità è amara: il sistema economico non ci vuole sani. Ma sani così così o, meglio ancora, malaticci, cioè non malati gravi perché le cure sono costose, bensì malati quanto serve per alimentare l’industria del benessere, ovvero del malessere leggero ma continuo. Bisognoso di farmaci, esami, visite mediche, diete, integratori, guru del benessere. La salute è una sola, le malattie sono migliaia.

Lavoro? Meglio gli Indiani metropolitani di questi politici

L'automazione offre spazi di liberazione. C'è chi li vede, come la premier finlandese. E chi già li immaginava, come il movimento bolognese degli Anni 70. Mentre la quasi totalità della nostra classe dirigente è incatenata a concezioni novecentesche.

«Mi sembra una bufala…ma in questo caso è una renna?». La battuta che non è granché, oggettivamente, è di un uomo solitamente molto serio.

Che però stavolta si è lasciato prendere dalla sindrome Twitter: una patologia che, solo che si disponga di un qualche migliaio di follower, colpisce tutti. Implacabilmente. 

Questa volta è Carlo Cottarelli a buttare in parodia l’idea della prima ministra finlandese Sanna Marin di riduzione significativa dell’orario di lavoro.

UNA NOTIZIA VECCHIA SPACCIATA PER NUOVA

La 34enne aveva infatti proposto, ma prima di diventare premier, di scendere a 24 ore settimanali con sei ore al giorno, per quattro giorni di lavoro. La tesi a supporto della sua proposta era che robotizzazione e digitalizzazione dei mezzi e processi produttivi consentono alle imprese margini di guadagni capaci di garantire lo stesso salario anche con orari ridotti.

Ma chiarito che l’idea della premier finlandese è stata venduta dai media europei come notizia fresca, quando in realtà, come già accennato, non lo era, aggiungeremo che però ha scatenato, soprattutto sui social, una tempesta mediale di grande intensità. Alimentata dai più disparati commenti, ma quasi tutti inclinanti come stile a quel misto di ironia e vaghezza che caratterizza il dibattito nazionale da quando si è cominciato a parlare di reddito di cittadinanza. E la “scomparsa del lavoro” è diventata occasione di bassa polemica politica nei confronti soprattutto del M5s e di reiterata affermazione, perlopiù di marca populista e sovranista, che bisogna «pagare la gente per lavorare e non per stare a casa a far niente». 

LA CRESCENTE AUTOMAZIONE E LA SCOMPARSA DEL LAVORO

Da noi infatti, a differenza di quanto avviene nel resto del mondo e nei Paesi più avanzati, il tema della scomparsa del lavoro per effetto della crescente automazione e delle applicazioni di intelligenza artificiale non è all’attenzione di governi o istituti di ricerca universitari e privati, di accademie e think tank. Siamo infatti nel pieno di un sommovimento epocale e di una profonda trasformazione del mercato mondiale del lavoro, che in questi anni hanno significato soprattutto perdita di posti e di addetti in ogni ambito dell’industria manifatturiera, che è quella tradizionale. E ancor oggi fondamentale, per quanto in grande affanno.

STRETTI TRA IL CAPITALISMO PARASSITARIO E DI SORVEGLIANZA

L’attuale modello di capitalismo, definito parassitario da Franklin Foer in World Without Mind. The Existential Threat Of Big Tech e di sorveglianza da Shoshana Zuboff in A human future in the Age of Surveillance, sta creando un mondo del lavoro sempre più precario, incerto, sottopagato e sfruttato che colpisce soprattutto i giovani: costretti a lavorare come affittacamere low cost per AirBnb, rider o autisti a partita Iva per Deliveroo o Uber, come web marketer o digital strategist a cottimo.

LEGGI ANCHE: Allegre Apocalissi, verso il futuro che ci attende

Naturalmente c’è anche da ridere, ma non allegramente, quando in simile contesto s’avanza un ministro dello Sviluppo economico, all’epoca il grillino Luigi Di Maio ora passato alla Farnesina, che annuncia il varo della Start Up Nation. Ma specularmente non è meno triste la parte maggioritaria di Italia, oggi populista e sovranista, che con Fratelli d’Italia voleva indire un referendum contro l’introduzione della fatturazione elettronica, e ora con la Lega non vuole limiti ai pagamenti in contanti. La prossima Lotteria degli scontrini racconta invece un Paese e un governo, quello attuale, che si affidano alla fortuna per la lotta all’evasione fiscale.

VIVIAMO IN UN MIX DI IPERMODERNITÀ E ARCAISMO

Paradossalmente, tuttavia, questo mix di ipermodernità e arcaismo è in linea con la tendenza che vede ovunque avanzare un mondo sempre più popolato di macchine e robot, ma dal sapore ottocentesco, caratterizzato com’è da bassi salari, ricatti occupazionali e sfruttamento intensivo. E che soprattutto nell’Occidente sviluppato restituisce attualità al pensiero marxista, naturalmente adattato ai tempi nuovi. È il marxismo 3.0 che deve misurarsi con il nuovo sottoproletariato digitale, con l’esercito di riserva del web che, a differenza di quello otto/novecentesco, non ha più coscienza di esserlo.

VERSO UN MARXISMO 3.0

E qui ognuno di noi guardando al futuro può valutare se stia prevalendo chi, come John M. Keynes, nella lettera ai pronipoti scritta nel 1930, Economic Possibilities for Our Grandchildren, prevedeva che da lì a 100 anni le persone, grazie allo sviluppo tecnologico, avrebbero lavorato 3 ore al giorno, potendo dedicare il resto della giornata alla realizzazione di se stesse, o chi viceversa, come Karl Marx, scorgeva proprio nello sviluppo accelerato del macchinismo la causa di una superproduzione che avrebbe causato crescente disoccupazione e povertà per i lavoratori. Al momento, scrive Malcolm Harris sul magazine del Mit, sta vincendo largamente il secondo. Ed è questa la ragione principale perché i più giovani, la Generazione Z, stanno riscoprendo il socialismo. Che dato ufficialmente per morto dopo la fine dell’Unione sovietica e il crollo del Muro di Berlino, sta rinascendo in tutto l’Occidente sviluppato, ma soprattutto nel Paese che praticamente non lo aveva mai conosciuto: gli Usa

LEGGI ANCHE: L’Ok Boomer in realtà cancella i 40enni

Ovviamente la sfida fra i due campi, keynesiani e marxiani, resta aperta e tutta da verificare. Ma abbiamo tempo 10 anni. Nel frattempo però, tornando al tema della riduzione dell’orario di lavoro, dobbiamo sottolineare come il confronto non sia tanto o solo economico, ma soprattutto culturale. È noto infatti che in Italia si lavora molto ma la produttività è fra le più basse dell’area Ue e Ocse. Dal 2000 al 2016, dice l’ultimo Rapporto Istat sulla competitività dei settori produttivi, siamo cresciuti dello 0,4% contro il 15% di Francia, Inghilterra e Spagna, e il 18,3 della Germania. Ma le più recenti sperimentazioni, per esempio di Microsoft in Giappone, che hanno testato la settimana lavorativa di 4 giorni con il risultato di un aumento della produzione del 40%, dimostrano che l’ossessione tossica del lavorare 24/7 fa male sia ai lavoratori sia alle aziende. Però liberarsi di questa ossessione richiede uno sforzo culturale immenso. Perché a partire dalla prima rivoluzione industriale il lavoro è stato ed è la forma di legittimazione fondamentale della nostra esistenza. Economica, ma anche morale, valoriale, caratteriale. 

LEGGI ANCHE:Un mondo senza lavoro è possibile?

Ora tuttavia e sempre più nei prossimi anni l’accelerato processo di trasferimento alle macchine del lavoro umano apre inediti spazi di liberazione. Ma c’è chi li vede e in qualche modo li anticipa come la prima ministra finlandese, chi invece come la quasi totalità dei nostri imprenditori e politici continua ad avere una concezione novecentesca del lavoro. Correva l’anno 1977 e il nascente movimento autonomo scandiva a Bologna lo slogan: «Lavoro zero, reddito intero. Tutta la produzione all’automazione». Tragico o divertente che sia – ma probabilmente entrambe le cose – erano molto più avanti, visionari e sfidanti, gli “indiani metropolitani” di 40 anni fa della nostra attuale classe dirigente e di governo.

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

Non è col proibizionismo che riporteremo i giovani in carreggiata

Dallo schianto di Corso Francia al coma etilico del 17enne modenese: le cronache sono piene di ragazzi che si bevono l'età della spensieratezza. Ma attenzione all'approccio che decidiamo di adottare.

Cronache di ordinarie sbronze. Che hanno come protagonisti giovani che “si bevono la vita”. Nello schianto di Corso Francia a Roma o nel coma etilico del 17enne modenese, ripreso dagli amici e postato su Whatsapp la notte di Natale. Immagini desolate di un tempo che si fuma anche l’età della spensieratezza. Vista la ripresa in questi ultimi anni del consumo di sigarette e il costante aumento dell’uso di droghe e sostanze variamente psico-attive fra giovani e giovanisssimi. Mala tempora: tuonano i difensori della pubblica morale, facendo d’ogni vizio un fascio da colpevolizzare e colpire. Con piglio proibizionista d’altri tempi.

L’ANATEMA CONTRO LA “TRIADE GODURIOSA”

“Bacco, Tabacco e Venere riducono l’uomo in cenere!”. Si perde nei secoli l’anatema contro la “triade goduriosa”. Quasi sempre dimentico però che i generi voluttuari infiacchiscono i corpi e gli animi, ma danno sapore alla vita. È per questo che la lotta contro l’alcol, il fumo e il sesso, ha quasi sempre assunto una piega morale e moralistica. Senza però che ci sia mai stata politica repressiva capace di controllare e contenere il loro consumo. Al contrario negli ultimi 300 anni, tutte le proibizioni di Stato e messe al bando di bevitori, fumatori, frequentatori di bordelli e di bische, hanno regolarmente fallito. Dopo più o meno lunghi periodi di relativo successo, il risultato di politiche proibizioniste è stato l’aumento dei consumi e dei consumatori. Nonché, come danno aggiuntivo, il proliferare di pratiche illegali, la crescita di organizzazioni criminali, lo sfruttamento della prostituzione e crescenti danni alla salute pubblica e individuale.

A un certo punto lo Stato trova più conveniente, dal punto di vista economico ma anche sanitario e della legalità, regolamentare e tassare il consumo che non reprimerlo e perseguitarlo

Wolfgang Schivelbusch

«A un certo punto lo Stato trova più conveniente, dal punto di vista economico ma anche sanitario e della legalità, regolamentare e tassare il consumo che non reprimerlo e perseguitarlo» ha scritto Wolfgang Schivelbusch in una saggio di qualche decennio fa, ma sempre attuale, che i nostri politici e decisori pubblici farebbero bene a leggere. Storia dei generi voluttuari. Spezie, caffè, cioccolato, tabacco, alcol e altre droghe ( Bruno Mondadori, 2000) spiega infatti bene come la comparsa e il successo di determinate sostanze sia in relazione con le sensibilità profonde di un’epoca. Per fare un esempio e un parallelo: se il caffè e la caffeina, perché eccitante e stimolante dell’attenzione dunque della laboriosità, hanno accompagnato l’ascesa ottocentesca della borghesia, la grande diffusione attuale della cocaina, in quanto droga prestazionale, ha a che fare con il diffuso senso di inadeguatezza avvertito un po’ da tutti.

PICCHI DI CONSUMO NEI PERIODI DI MAGGIOR DISAGIO

Nondimeno se consideriamo l’intero spettro dei vizi e piaceri (alcol, tabacco, sesso, giochi d’azzardo, droghe) è storicamente confermato che i picchi di consumo coincidono con i periodi di maggiore disagio economico e sociale e di povertà culturale e ideale. Di ripiegamento esistenziale. Crisi e passaggi epocali difficili, infatti, sono da sempre un buon viatico e pretesto per tuffarsi nel divertimento eccessivo e cercare stordimenti e compensazioni aleatorie. Ma anche per scatenare ondate di panico morale e richieste intransigenti di ritorno all’ordine e alla normalità. Prova è che la sessuofobia del periodo vittoriano, in Inghilterra, che arrivò a coprire anche le gambe dei pianoforti, coincideva con un periodo di grande progresso, ma anche di puritanesimo intransigente. Altrettanto significativo è il rapporto stretto fra forti idealità politiche e disinteresse per i “divertimenti stupidi”. Nel ’68 e nel decennio successivo, a sinistra come a destra, la parola d’ordine dei giovani era partecipare e impegnarsi. Il movimento femminista era un forte argine alla prostituzione e giocare alla rivoluzione era molto più interessante delle lotterie. Che poi questo fervore ideale abbia prodotto anche mostri (come il terrorismo) è un dato di fatto. Ma è pure un fatto acquisito che la Grande Depressione dell’ultimo decennio abbia fatto schizzare in alto tutti i consumi voluttuari. Con effetti particolarmente pesanti sulle giovani generazioni, perché le più esposte alla crisi, anche di futuro, e le più indifese.

L’ALLARME DEL MINISTERO DELLA SALUTE

Secondo l’ultima Relazione annuale al parlamento sul fenomeno delle tossicodipendenze in Italia, aumentano i consumi e le morti per droghe ( la cannabis è la più usata: da un quarto degli studenti superiori e quasi sempre in modo esclusivo). Il report su “Italiani e fumo”, diffuso in occasione del World No Tobacco Day (Wntd) organizzato ogni anno il 31 maggio dall’Oms, dice che dopo un’efficace opera di contrasto e riduzione nei due decenni a cavallo di fine e inizio secolo, il consumo di tabacco è tornato a crescere. Soprattutto fra i giovani, dove la metà dei 15-24enni fuma già più di 10 sigarette al giorno. Il ministero della Salute nella Relazione del 2018 sugli interventi realizzati in materia di alcol e una recente ricerca dell’Ircss e Università Cattolica di Roma, sugli studenti delle superiori a Roma, segnalano un dato e un fenomeno allarmanti: gli 8,6 milioni di italiani a rischio alcolismo (di cui 800 mila addirittura minorenni) e la rapidissima diffusione del binge drinking, cioà il bere eccessivo, in breve tempo e fuori dai pasti.

IL BOOM DELL’INDUSTRIA DELLA “FORTUNA”

Ora, aggiunto che anche l’industria della “fortuna” (lotterie, scommesse e giochi d’azzardo) ha toccato nel 2018 il fatturato più alto della storia (18.9 miliardi, elaborazioni Agimeg su dati del Monopolio Italia) al pari di quello del sesso, che si è giovato enormemente della diffusione dei servizi web, concluderemo con una triplice sottolineatura. Lanciare allarmi e chiedere repressione dura e pene esemplari sono le ultime cose che servono. Perchè eliminare i fenomeni è praticamente impossibile: si può solo cercare di mitigarne gli effetti e ridurre i danni collaterali più pesanti. Ma non meno dannosi sono tutti gli approcci semplificatori, che di fronte a problemi complessi, quali sono tutti quelli connessi alle dipendenze, propongono soluzioni facili, immediate e radicali. Quasi sempre ridicole a dispetto della serietà con la quale vengono evocate. Dalla richiesta di riaprire le case chiuse all’urgenza di ripristinare l’Autorità, imponendo agli scolari, sin dalla prima elementare, di indossare grembiule o divisa e alzarsi in piedi quanto entra l’insegnante.

Se fa molti più danni il proibizionismo, anche il permissivismo non aiuta il formarsi delle consapevolezze necessarie per efficaci azioni di contrasto

Da ultimo va detto che se fa molti più danni il proibizionismo, anche il permissivismo non aiuta il formarsi delle consapevolezze necessarie per efficaci azioni di contrasto dei fenomeni di abuso qui considerati. Perché, per fare due esempi, non si può liquidare il binge drinking come un rito di passaggio, visti i danni salutari che causa. Né sostenere che un po’ di marjiuana in qualche occasione non fa male. Non tanto perché nell’ultimo decennio è aumentata da tre a cinque volte la potenza dei cannabinoidi (il Thc e Cbd), quanto perché se mai fosse vero che una canna fa bene non potrebbe mai esserlo per un 20enne. Ma solo per un baby boomer stagionato, che si brucerebbe qualche neurone e sinapsi ma con grande giovamento sulla salute, l’umore e il piacere di partecipare alla vita sino alla fine. L’aumento considerevole del consumo di marijuana negli stati Usa dove è stata legalizzata per usi ricreativi lo mostra bene. «Nonne con le canne. Per una vecchiaia stupefacente»: è una battuta molto felice per avviare un dibattito sereno sull’uso legale della marijuana. L’inizio di una storia un po’ più allegra sulla vecchiaia, da raccontare soprattutto agli ospiti delle case di riposo.

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

L’esasperazione gastronomica ha stravolto il nostro rapporto col cibo

L'ossessione per il gourmet, gli chef superstar e i prodotti online hanno trasformato profondamente la nostra quotidianità alimentare. Mentre gli obesi aumentano di pari passo con gli affamati.

Contra los gourmets. Contro i gourmet e i golosi sapienti. È di Manuel Vazquez Montalban l’invettiva rivolta agli amanti e praticanti una cultura esasperata del cibo. Datata 1990, più o meno quando la gastronomia ha cessato di essere roba da cuochi diventando questione da chef. Non più sfida materiale con la fame, bensì alata conquista di stelle (Michelin). Inizio di una corsa all’esasperazione gastronomica che oggi risulta spesso ridicola e tragica nel contempo. Perché tra le intemerate in “broccolino” di Joe Bastianich a Masterchef e le esibizioni di Bruno Barbieri in “come ti sgrasso la pirofila con Fairy”, ci stanno i 600 euro per il cenone di fine anno da Cracco e le file di affamati davanti alle mense della Caritas

LA VISIONE ALTERATA DELLA REALTÀ ALIMENTARE

Vazquez Montalban nel suo pamphlet  se la prendeva con chi soddisfaceva crudelmente la propria golosità. Gettando animali vivi nell’acqua bollente ( lumache, aragoste) o inchiodando le zampe delle oche per ricavare più velocemente patè fois gras e più in generale trattando gli animali come “materia prima”. In una visione gastro-culinaria che vede le mucche come «animali tecnologici», ovvero produttori di latte, da cui tutta una serie di cibi quali yogurt, formaggi e gelati, che sembrano uscire da catene di montaggio piuttosto che da prati e stalle. D’altronde se i bambini crescono credendo che le mucche siano viola come nella pubblicità di Milka è perché una mucca dal vivo e al pascolo libero non la vedono nemmeno percorrendo tutta la pianura padana. Un territorio in cui ci sono milioni di capi e si producono ogni anno centinaia di migliaia di forme di Grana Padano e Parmigiano Reggiano.

AUMENTANO GLI OBESI E GLI AFFAMATI

Forse pensando anche alle rievocazioni in questi giorni del genio culinario di Gualtiero Marchesi, a due anni dalla sua scomparsa, dovremmo anche ripensare criticamente il nostro attuale status alimentare, che riguarda sia il rapporto personale con il cibo, sia l’importanza sociale che esso ha assunto. Soprattutto in relazione al drammatico paradosso di un’umanità che vede crescere sia le persone affamate che quelle sovrappeso, i digiunatori e gli obesi, gli anoressici e i golosi. I dati dell’Onu sono di una crudeltà statistica unica nel comprendere sotto lo stesso segno due eventi opposti. Il numero di persone affamate nel mondo nel 2018 risultavano infatti 821,6 milioni (pari a 1 abitante della Terra su 9) mentre gli obesi erano 672 milioni (13%, pari a 1 adulto ogni 8).

LA TRASFORMAZIONE DELLA QUOTIDIANITÀ ALIMENTARE

In questo periodo ogni anno si fanno i conti con la spesa degli italiani per il Natale o il cenone. Si stilano classifiche: chi sta vincendo o ha vinto la corsa ai consumi fra panettone o pandoro, champagne o prosecco. Di ricetta in ricetta, però, e spadellati televisivamente per bene, dall’Alessandro Borghese di turno o da chef Cannavacciuolo con il dito nel gorgonzola, non ci rendiamo più conto della trasformazione profonda che sta subendo l’intera quotidianità alimentare

LA CRESCITA DELL’E-COMMERCE

Il primo dato che si impone è la veloce crescita del e-commerce in un settore nel quale si pensava che il consumatore avrebbe continuato a comprare nei negozi tradizionali (salumerie in primis) e negli store della grande distribuzione. Lo pensavano, soprattutto, imprenditori e uomini marketing italiani, con il risultato di avere ora una struttura commerciale tradizionale in grande sofferenza e il fondato rischio di trovarsi presto esposti alla concorrenza micidiale dei giganti del web. Con in testa Amazon, seguito da Google, entrambi nei panni improbabili dei salvatori del Made in Italy

TORNARE ALLA LEZIONE DI MARCHESI

L’unica speranza e auspicio è che si faccia al più presto quel che è stato fatto con Alma, la Scuola internazionale di cucina italiana di Colorno, della quale Gualtiero Marchesi è stato Rettore e che continua ad attirare giovani cuochi da tutto il mondo. Ovvero che istituzioni e imprenditori creino una grande piattaforma di e-commerce nazionale. Con piglio e spirito ben più proattivo e meno lagnoso dei periodici lamenti, nei quali primeggia la Coldiretti, contro l’italian sounding e gli imitatori delle italiche eccellenze alimentari. 

IL WEB GRANDE EVERSORE

L’invito a entrare rapidamente nel futuro, che però è già adesso, ha la sua pressante ragione d’essere proprio alla luce della velocità con cui alimentazione e gastronomie stanno disegnando nuovi usi, costumi e consumi. Come s’è già accennato prima è anzitutto il web il grande eversore. Secondo la più recente ricerca realizzata da Netcomm, sono già 9 milioni gli italiani che nel 2019 hanno acquistato prodotti alimentari online, con un aumento del 43% rispetto all’anno precedente e con una spesa complessiva di circa 1,6 miliardi di euro.

IL RESET DEL SISTEMA ALIMENTARE

Che sia in corso un’epocale reset di sistema alimentare, culinario e eno-gastronomico è segnalato da due eccellenti contributi. Uno su 10 anni di politiche di “accesso al cibo”  negli Usa, che si segnalano per la disparità ed efficacia di garantire a tutti cibo più buono e più salutare. In nome di una “convenienza” di prezzo che a forza di sfruttare sempre più terreni e coltivazioni, così come mano d’opera e condizioni di lavoro, sta distruggendo il pianeta. E qui va anche segnalato come l’esistenza di negozi alimentari e supermercati, problematica nelle zone meno popolose (anche nel nostro Paese), sia un serio ostacolo al soddisfacimento di un regime alimentare corretto e piacevole, ma anche un’importante causa di esclusione sociale. Perché negozi e supermercati sono occasioni di socialità, luoghi in cui ci si ritrova non solo per fare shopping o mangiare. 

LA FINE DELLA PAUSA PRANZO

Il secondo articolo di The Atlantic sulla velocizzazione delle pause pranzo, è un lungo elenco di situazioni che nel tempo lavorativo, contestualmente all’emergere di nuove tipologie di imprese e di lavoro impiegatizio, oltre che di preparazione e vendita di cibi pronti (app e start up), si stanno mangiando, anzi divorando, la convivialità. È così, dopo che è «stato ucciso» il «power lunch», già lamentato qualche mese fa dal New York Post, cioè le lente colazioni in cui si facevano affari e si cementavano alleanze di business, millenial e startupper sono diventati facili prede del food superfast. Ovvero di “insalatone”, anche dai nomi e ingredienti esotici, mangiate in ufficio o per strada, e di piatti pronti che nemmeno più vengono consegnati da biker e driver del take away, perché ora stanno in chioschi automatici installati all’interno degli stessi posti di lavoro. Dispenser e start up del food «stanno lavorando assieme sia per eliminare il concetto di attesa per mangiare, sia per ottimizzare il pranzo stesso».

L’INSALATA DA SCRIVANIA È INARRESTABILE

Le «insalate da scrivania» a New York come a Milano, Torino e Roma, perché ormai il villaggio gastronomico è globale, dicono che quel modo solitario e fatalmente triste di consumare il pasto di mezzogiorno è vicino. Forse annunciato proprio dall’ossessione che ha assunto la spettacolarizzazione gourmet del cibo e della tavola. Che di sera, davanti alla tv, finalmente tranquilli e liberi di mangiare, consente di dimenticare la pausa pranzo di mezzogiorno e potere affrontare e reggere quella del giorno dopo.

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

La lotta non è più di classe, ma tra generazioni

I sintomi si sono visti nelle elezioni britanniche. Ma presto contageranno (acuendosi) gli altri Paesi occidentali. L'analisi.

«Dato che esistono oratori balbuzienti, umoristi tristi, parrucchieri calvi, potrebbero anche esistere politici onesti» (Dario Fo). «Ogni cuoca dovrebbe imparare a reggere lo Stato» (Vladimir Lenin). Due citazioni estreme, ma che ben riassumono spirito e stato dell’arte della politica attuale. Un po’ ovunque agitata da leader divisivi, arroganti, presuntuosi. Talmente eccessivi nei loro comportamenti pubblici da riuscire, per colmo di paradosso, ad apparire normali. Scorrono le immagini di Donald Trump che twitta insulti e rabbia da impeachment, di Boris Johnson che fa jumping in un luna park, di Silvio Berlusconi che alla presentazione dell’ultimo libro di Bruno Vespa sembra Maurizio Crozza. Ma in assoluto l’immagine più desolante, per me almeno, è del ministro degli Esteri Luigi Di Maio alle prese con l’aggravarsi della crisi libica e l’intervento di Russia e Turchia nel conflitto. Qui anche la classica casalinga di Voghera capisce che il cuoco non è assolutamente all’altezza. Riuscite a immaginare il capo politico dei grillini che fronteggia Tayyip Erdogan e Vladimir Putin? Non vi viene da rimpiangere l’astuzia levantina di Giulio Andreotti?

NELLA MENTE DELL’OPINIONE PUBBLICA

Sono però sociologiche e non politiche le questioni che voglio affrontare e che scaturiscono dall’evidente contraddizione, manifestata dalla nostra classe politica, fra principi e azioni, fra richiami teorici alla coerenza e alla fedeltà (di partito) puntualmente smentiti dalla realtà. Una contraddizione questa che fa malauguratamente parte del patrimonio politico nazionale, ma che deve fare i conti, si spera fortunatamente, come dirò in seguito,con avvenimenti nuovi, veloci e imprevedibili. Ma facciamo alcuni esempi di giornata. Matteo Salvini che twitta il benvenuto ai tre senatori transfughi dal M5s, dimentico, come gli viene subito ritwittato e ricordato, che due anni fa auspicava l’inserimento nella costituzione del vincolo di mandato.

Il senatore Gian Luigi Paragone che vota no alla finanziaria, ma invocando la fedeltà al programma elettorale dei 5 Stelle. I deputati di Forza Italia che chiedono invece il referendum, dopo avere nei giorni scorsi votato la riduzione del numero dei parlamentari. Però il meglio del peggio, ossia il pessimo, lo offrono i due ex alleati Salvini-Di Maio che ora si insultano. Anche se è il leghista la dissociazione fatta persona, visto che lo si dà in avvicinamento all’altro Matteo (Renzi) e favorevole a un governo di grande coalizione guidato dal sino a ieri odiato banchiere europeista Mario Draghi. L’interrogativo più pertinente non riguarda la pena e il danno che l’attuale classe politica italiana procura al Paese, perché ormai sono conclamati, bensì l’atteggiamento delle opinioni pubbliche, dei gruppi sociali e anche dei rispettivi sostenitori ed elettori. Visto che su di esso sembra non avere effetto alcuno questa deplorevole e generalizzata abitudine a dire una cosa, pensarne un’altra e farne una diversa.

LA STANCHEZZA DIETRO UN’INDIFFERENZA MANIFESTA

A promettere fedeltà al partito o agli alleati e poi tradirli alla prima occasione utile, così come rinfacciare alla parte avversa, quando si è all’opposizione, un comportamento istituzionale scorretto, salvo poi praticarlo, una volta passati al governo. Come è puntualmente accaduto con la soppressione del dibattito parlamentare in occasione della recente legge finanziaria. Credo che sull’indifferenza dei cittadini-elettori a cambiare giudizio di fronte a scelte politiche incoerenti o infedeli giochi la stanchezza e il fastidio. Ma anche l’imporsi di un’adessitudine o presentismo famelico che cancella sia il futuro sia il passato. Internet e il web sono stati e sono un potente azzeratore di memoria. Ma della memoria a breve, perché quella remota, anche per reazione a un presente che comunque non piace, si attiva con i colori e la forza della nostalgia.

L’apparente dejà vu è preso all’interno di una struttura sociale nuova e di un contesto tecnologico totalmente diverso

Quasi nessuno credo ricordi il ministro Franco Frattini o di cosa sia stata ministra Maria Elena Boschi. Tutti però ci troviamo a rimpiangere i leader di un tempo quasi remoto: Enrico Berlinguer, Giorgio Almirante, Aldo Moro. Perfino Winston Churchill viene scomodato per confronti fuori tempo e fuori luogo. Ma comunque denotativi di una generalizzata tendenza a correre velocissimi in ogni ambito, non solo in politica. Però con la testa girata all’indietro. «A tutta velocità guardando lo specchietto retrovisore», ha scritto il sociologo Th. Eriksen in Tempo tiranno. Velocità e lentezza nell’era informatica. È la nostalgia del buon tempo che fu e della “buona politica “, rivendicata dal movimento delle Sardine, che alimenta questa ambivalenza? Certamente sì. Ma c’è anche molto di nuovo in questo riproporsi, peraltro ciclico, di corsi e ricorsi. Il fatto fondamentale che l’apparente dejà vu è preso all’interno di una struttura sociale nuova e di un contesto tecnologico totalmente diverso.

IL WEB RIDISEGNA RAPPORTI E RELAZIONI

Il fascismo non tornerà, perlomeno nelle forme che abbiano conosciuto, non tanto perché lo scrive Vespa, ma perché i media di riferimento non sono più la radio e il cinematografo bensì il web. Che ridisegna rapporti e relazioni. Per molti aspetti inediti, anche quando sembrano riproporre vecchi schemi. Un mix di edito e inedito, di confermativo e sorprendente, di passato che ritorna e futuro che ricomincia, che emerge nitidamente dalle recenti elezioni nel Regno Unito. Gli inglesi che con il loro voto hanno espresso nostalgia per l’Inghilterra imperiale, che però non c’è più, hanno nello stesso tempo indicato, sia pure inconsapevolmente, che il trionfo delle piazze virtuali, ovvero la trasformazione esclusiva della politica in tweet e streaming su Facebook, è di là da venire. Nel contempo che il trionfo di Johnson segnala un inedito assoluto: non è più la lotta di classe il motore del confronto e scontro politico, bensì il conflitto fra generazioni.

IL CASO DELLE ELEZIONI NEL REGNO UNITO

Jeremy Corbyn ha infatti strabattuto il rivale sul web, ma ha rimediato la peggiore sconfitta elettorale dal 1935. Il Labour ha vinto su Internet, facendo uso di meme, post virali su Facebook e video che hanno attirato l’attenzione degli elettori. I fan di Corbyn sono stati molto più coinvolti sui social media rispetto a quelli di Johnson, e i video dei laburisti contro i conservatori hanno ottenuto milioni di visualizzazioni. Ma ciò non si è tradotto in voti, e i Tory hanno conquistato 364 seggi contro i 203 di Labour. Questo risultato costringe tutti a rifare i conti digitali con la politica. E a riconsiderare il ruolo e il potere delle piazze reali, che date per morte, si riscoprono improvvisamente, come l’ascesa del movimento delle Sardine, vitali, attuali. Capaci di indicare nuove traiettorie e dinamiche alla dialettica sociale e alla lotta politica. Che, come mostra l’analisi del recente voto britannico di Yougov, sembra spostarsi dal piano degli interessi di classe a quelli di età.

Il labour di Corbyn ha infatti stravinto nella fascia 18-24 anni e prevalso in quella 25-49, ma straperso in quelle 50-64 e oltre i 65. È molto probabile che questo scontro fra generazioni sia destinato, a breve, a generalizzarsi e acuirsi in tutti i Paesi dell’Occidente sviluppato. Quelli del welfare generoso con i pensionati. Ma non più sostenibile e ancor meno accettabile per un numero crescente di giovani. Che sono scesi in piazza e intendono continuare a farlo. Perchè, come hanno scritto a Repubblica i quattro promotori delle Sardine, «siamo stati per troppo tempo sdraiati».

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

La morale degli straricchi: fare beneficenza, ma non pagare le tasse

I Paperoni sono disposti a spendere miliardi in filantropia, ma guai a parlare di aumentare le imposte. Distribuiscono laute mance, ma senza pagare il conto. Intanto le politiche di redistribuzione vengono sconfitte dalle proposte di tagli per tutti.

«La guerra di classe esiste, eccome. Però la stiamo vincendo noi ricchi»: così parlò Warren Buffet nel summit di Davos del 2015. Ma quattro anni dopo quell’affermazione va corretta, dicendo che la stanno stravincendo. Gli straricchi infatti continuano, in tutto il mondo, ad aumentare sensibilmente le loro ricchezze. E non c’è amore, pietas, solidarietà, senso di giustizia che oggi possa anche solo scalfire la fascinazione che produce lo spettacolo del denaro. Al punto che il no tax, rivendicato dai più abbienti viene convintamente fatto proprio da chi non lo è. Nel contempo chi s’azzarda a parlare di patrimoniali o di sensibile aumento delle tasse ai ricchi, per finanziare servizio sanitario nazionale e sostenere redditi più bassi, come Jeremy Corbyn in Inghilterra o Bernie Sanders e Elizabeth Warren negli Usa, viene bollato come socialista arcaico. Nel caso del primo, poi, abbandonato anche dai suoi elettori tradizionali della working class.

IL REDDITO DI CITTADINANZA INDIGNA PIÙ DELLA DISEGUAGLIANZA

In Italia invece ha una certa presa la narrazione di destra, alla Billionaire, ossia alla Briatore & Santanchè, sulla “invidia sociale” istigata dai partiti di sinistra, nei confronti di chi è ricco e ce l’ha fatta. Un sentimento questo che si scatena ogni qualvolta la Guardia di Finanza si mette a caccia di possessori di auto e barche di lusso. Ovviamente domiciliate nei paradisi fiscali. In tale contesto indigna di più l’introduzione del reddito di cittadinanza che non il 5% più ricco degli italiani che detiene da solo la stessa quota di patrimonio detenuta dal 90% più povero.

PRIMO QUESITO: PERCHÉ IL REDDITO NON VIENE DATO DAGLI STRARICCHI?

Non sarebbe logico – ed è il primo dei tre quesiti che vorrei porre alla vostra attenzione – che fosse appunto questo 5%, e non la fiscalità generale, a farsi carico del sostegno al reddito delle famiglie e italiani più poveri? Nei giorni scorsi è apparsa la notizia che i 300 miliardari svizzeri hanno accresciuto quest’anno il loro già notevolissimo patrimonio (640 miliardi di euro) in misura mai registrata prima. Allo stesso modo dei 20 tech-miliardari più ricchi del mondo, che nei primi dieci mesi del 2019 hanno realizzato sostanziosi incrementi. Tranne Jeff Bezos, ma solo perché per divorziare ha dovuto versare 38 miliardi all’ex moglie (la separazione più cara della storia). Tutti questi super ricchi però si segnalano per una sensibile propensione alla beneficenza. Nello stesso tempo in cui, però si oppongono a qualsiasi proposta di innalzamento delle tasse. Insomma sono disponibili a spendere, e spendono effettivamente miliardi, in buone cause però si dichiarano assolutamente contrari a pagare di più al fisco.

SECONDO QUESITO: PERCHÉ SONO DISPOSTI ALLA BENEFICENZA MA NON ALLE TASSE?

E qui siamo al secondo quesito: perché Bill Gates, Mark Zuckerberg sono pronti a regalare metà e anche più delle loro ricchezze, ma sono indisponibili a pagare maggiori imposte? La classe miliardaria americana sembra concordare con Bernie Sanders e Elizabeth Warren di essere in possesso di troppa ricchezza. Ma sono convinti di potere loro, in prima persona, provvedere a un’efficace ridistribuzione della ricchezza. E per questo hanno dato di vita a Giving Pledge: un movimento, un’associazione, un club (non si sa come chiamarlo) fondato nell’agosto 2010 da 40 delle persone più ricche d’America. Creato da Bill e Melinda Gates e Warren Buffett, il Giving Pledge si è presto allargato ai più ricchi di tutto il mondo. Oggi ha miliardari filantropi di 23 Paesi. Manca l’Italia. Verosimilmente perché i miliardari nostrani, con in testa Leonardo Del Vecchio e Silvio Berlusconi, sono avidi e taccagni, come di norma è la categoria, ma non si curano nemmeno di nasconderlo sotto spoglie da buoni samaritani.

L’inadeguatezza della beneficenza come strumento di distribuzione della ricchezza

Ma per tornare al tema, come scrive l’analista Alexander Sammon su The American Prospect, l’inadeguatezza del Giving Pledge come strumento significativo di distribuzione della ricchezza è stata persino ammessa da molti dei firmatari stessi. Che tuttavia non pensano proprio di passare la mano ai poteri pubblici. Anche perché nonostante le donazioni miliardarie i loro patrimoni (in titoli e investimenti finanziari) continuano a crescere: «Il patrimonio netto di Mark Zuckerberg è aumentato di circa il 40% solo quest’anno…Steve Ballmer ex n.2 di Microsoft è due volte più ricco di quanto fosse all’inizio del 2017… Bill Gates regala circa 5 miliardi di sovvenzioni all’anno, ma mantiene un patrimonio netto che è aumentato di 18 miliardi solo nel 2019». I Paperoni americani non vogliono cedere il potere di decidere loro chi e cosa finanziare.

Il problema non è il denaro ma il potere

«Il problema non è il denaro ma il potere… è la cessione del potere decisionale su cosa fare con i loro soldi che i miliardari trovano così odioso». Effettivamente l’aumento delle tasse sui grandi patrimoni ha un significato che va ben oltre l’incremento delle entrate statali, rappresentando la capacità di un governo di regolare gli eccessi sociali più deleteri, di minimizzare le disuguaglianze e sancire che la classe miliardaria è anch’essa subordinata al processo democratico. Però di questa consapevolezza che è ben presente ai protagonisti si perde traccia a livello di classe politica e di governo, ma anche di opinione pubblica. Incredibile ma è così: la stragrande maggioranza delle persone, non essendo povere ma nemmeno ricche, avrebbero tutto l’interesse a sostenere proposte di maggiore tassazione della ricchezza e di redistribuzione della medesima.

TERZO QUESITO: PERCHÉ VINCE CHI TASSA MENO I RICCHI?

E invece no: plaudono e votano chi (Trump) le tasse ai ricchi al contrario le taglia o chi (Salvini) promette flat tax per tutti. Perché? È il terzo quesito, al quale, nonostante la dirompente materialità economica e politica, si può rispondere solo evocando categorie e spiegazioni psicologiche. È la fascinazione prodotta da più di trent’anni di narrazione incessante ed esaltata del binomio soldi&successo che abbaglia e rende incapaci di vedere e valutare le poste in gioco. Ma è anche l’esito di un processo che è antico come il mondo, ma sempre efficacissimo nell’imporre un dominio simbolico sulla realtà che però non è percepito nella sua distruttività da chi lo subisce.

DIFFIDARE DEGLI ATTI DI GENEROSITÀ

I doni, i regali, come ha scritto Georges Bataille, facendo eco a una vasta letteratura, distruggono chi li riceve non chi li fa. Che anzi accresce ancor più il suo potere. I filantropi facendo del bene lo fanno soprattutto a se stessi. Visto che, come già ricordato, più danno miliardi in beneficenza più aumentano le loro ricchezze. Nel contempo ci guadagnano pure l’aureola da santi laici. Timeo danaos ac dona ferentes: temo i greci anche se portano doni, lamentava inascoltato dai suoi concittadini Laooconte, riferendosi a quel grande cavallo di legno che avevano lasciato in dono alla città di Troia.

Distribuiscono laute mance, ma non vogliono pagare il conto

Ecco, se vogliamo una società più giusta e ricca per tutti, bisognerebbe cominciare non solo a diffidare ma addirittura a rifiutare tutto ciò che per quanto mosso da sincero spirito altruistico si configuri come dono, atto di generosità, gesto beneficente. Della serie niente regali ma tasse, che perseguano un impatto significativo sulla vita e il benessere dell’intera collettività. «Sono dei bei rompicoglioni, i filantropi», ha scritto Ferdinand Celine. Distribuiscono laute mance, ma non vogliono pagare il conto.

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it

L’Ok Boomer in realtà cancella i 40enni

Con questa espressione già diventata meme i giovanissimi chiedono un cambiamento radicale. Una ribellione che però può sfociare in un'inedita alleanza tra energia e competenze. Ma che non contempla né millennial né generazione X.

«Non ti fidare di chi ha più di 30 anni». Così metteva in guardia il movimento del ’68, per bocca di Jack Weinberg, attivista radicale del Free Speech Movement di Berkeley. Ma potremmo pure evocare «L’immaginazione al potere» e «Una risata vi seppellirà», ma solo per ricordare che le utopie giovanili devono sempre fare i conti con la forza del sistema. Che da sempre è in mano agli adulti. L’immagine di Greta Thunberg che parla all’Onu e incrocia Donald Trump è diventato un meme. Giusto per riferirsi a quello che tiene banco da una paio di settimane e che ha in «Ok Boomer» l’espressione con cui un adolescente, in un video diventato virale sul social cinese TikTok, risponde a chi definisce folle l’idealismo giovanile.

LA RICHIESTA DI UN CAMBIAMENTO SOSTANZIALE

Ma aggiunto che Ok Boomer si è subito trasformato in merchandising, giusto per ribadire che il business non fa sconti nemmeno agli ideali, ricorderemo che il conflitto generazionale non è una novità. È da 50 anni che va in onda, in un alternarsi di scoppi e di pacificazioni, anche se ora sembra riproporsi in una versione più arrabbiata. Per quanto ancora gentile, servita con la punta di ironia con cui la giovanissima deputata neozelandese Chlöe Swarbrick ha detto «Ok Boomer» al collega più anziano che ha interrotto il suo discorso sui cambiamenti climatici. Il Peace and Love di sessantottesca memoria, al pari dello spirito new age e Grunge di fine secolo o della composta rassegnazione con cui giovani e giovanissimi hanno risposto negli ultimi anni a chi li ha definiti “generazione sdraiata” o Choosy, sta lasciando il posto a una combattiva richiesta di cambiamenti sostanziali

GENERAZIONE Z CONTRO BOOMER

I baby boomer sono i principali accusati. Visti dalla generazione Z, come quelli che hanno «munto la mucca sino a ridurla quasi a secco», per usare la metafora di Time. Nonni e padri che lasciano a figli e nipoti un Pianeta surriscaldato, un’economia a rotoli, un sistema finanziario rapace, uno stato sociale sempre più in difficoltà a garantire il presente e ancor più il futuro.

LEGGI ANCHE: Francesca Cavallo spiega perché disobbedire è necessario

Tuttavia questo conflitto, per ritornare sulle considerazioni della volta scorsa sull’auspicabile alleanza fra Sardine e Draghi, cioè fra energia e entusiasmo mixato a competenza e autorevolezza, ha una particolarità. Non solo di suggerire una versione positiva e propositiva di «Ok Boomer», cioè un’alleanza fra generazioni estreme per un cambiamento reale, ma anche di evidenziare come le generazioni di mezzo (30-50 e in particolare i 40enni) siano assenti. Apparentemente, almeno, non interessate a trasformazioni forti, dunque sostanziali e sistemiche. 

I 40ENNI SONO NATIVI CONSUMISTI

Devo però fare due premesse. Quando parlo di boomer disponibili a sostenere progetti di radicali cambiamenti, mi riferisco a 60enni e oltre dallo spirito evergreen e con competenze riconosciute. Cioè credibili e autorevoli come mentori e registi di un processo lasciato interamente nelle mani delle giovani generazioni. E questi boomer sapiens sono una minoranza nella loro classe d’età. Soprattutto in Italia. Quando viceversa mi riferisco ai 30/50enni ho in mente una classe d’età che, certo con eccezioni, non ha le sensibilità e abilità della gen Z e nemmeno l’esperienza e le carriere professionali dei boomer. Soprattutto i 40enni non sono nativi digitali bensì nativi consumisti.

I 30 e 50enni, con eccezioni, non hanno le abilità della gen Z e nemmeno l’esperienza dei boomer. E i 40enni non sono nativi digitali bensì nativi consumisti

Sono cioè cresciuti in una società dei consumi matura, anzi opulenta. Hanno avuto molto in termini di gratificazioni economiche, ma hanno coltivato attese eccessive. Nel contempo che sono cresciuti in un contesto sociale spoliticizzato: sempre meno caratterizzato dalla presenza dei partiti e sempre più illuminato dalla tivù e dalla pubblicità. Generazione X, compresa fra il 1961 e il 1980, e millenial (1981- 1995) sono, sia pure in modo diverso, vittime della fase post-moderna, segnata dalla fine delle Grandi Narrazioni, ovvero delle ideologie e delle appartenenze forti. Generazioni di passaggio, in transito: dalla tivù a internet, dal sogno americano (ricchi, felici e realizzati) all’incubo della “generazione mille euro”. Mi spezzo ma non mi impiego è il titolo del romanzo di Antonio Bajani che ha raccontato le vite giovanili in stile Ikea.

UNA GENERAZIONE SOSPESA

In Italia questa “generazione sospesa” ha prodotto e non poteva che produrre poco o niente sul piano dell’innovazione. Scivolando spesso nell’antipolitica: attratta dalle piazze del Vaffa Day, dalla promessa  di rottamazioni mai avvenute, da annunciate successioni ancora da venire, leadership di giornata e nuovi partiti sfidanti la vanagloria. Scorrono le immagini bipartisan dei 30-40 enni dell’ultimo decennio.

Sorprende che la gen Z sia molto più vicina e simile alle generazioni che hanno costruito l’attuale benessere e non a quelle che lo hanno solo sfruttato

Angelino Alfano, Matteo Renzi, Maria Elena Boschi, Roberto Speranza, Luigi Di Maio, Alessandro Di Battista, Matteo Salvini, Giorgia Meloni, Giovanni Toti, Carlo Calenda. È con questi che la politica è diventata meme, selfie, streaming, twitteria da barbieri. Sovente una pagliacciata, ma che in Italia spesso annuncia guai seri. Si ride amaro infatti di fronte a chi annuncia che «la povertà è stata abolita» per decreto, che la magistratura sta dando la caccia «non al mostro ma al senatore di Scandicci», che l’Emilia-Romagna deve essere «liberata dal comunismo».

IL RISCATTO DEI GIOVANISSIMI

Ma se è vero che a tutto c’è un limite, al punto più basso e disperante della politica italiana accade quel che nessuno s’aspettava e men che mai aveva osato sperare. Che giovani e giovanissimi perlopiù, la generazione Z, scendesse e scenda ogni volta più numerosa, in piazza, riprendendo il filo di una comunicazione intergenerazionale interrotta da tempo. Da quando diventar grandi, ovvero la socializzazione politica, era garantita dalla trasmissione di valori e pratiche fra classi d’età contigue: erano i fratelli maggiori e i loro amici a introdurre i più giovani alla vita politica e partitica. Ed erano i più vecchi i garanti di un progressivo passare di consegne, che riguardava anche l’accesso ai ruoli dirigenti.

C’è chi paragona la gen Z alla Silent generation, nata fra il il 1928 e il 1945. Entrambe tendono a valorizzare i legami familiari, a essere avverse al rischio e ottimiste. Forse perché cresciute in periodi di declino economico

Era una dialettica, anche di potere e non solo fra generazioni, che alimentava una società nella quale il sistema delle attese e delle ricompense era in equilibrio. Il progressivo allargamento del ceto medio, sino a comprendere i due terzi della società, con le relative opportunità di lavoro e reddito garantite più o meno a tutti in modo abbastanza uniforme, ne è stata la felice espressione.

UNA QUESTIONE DI FIDUCIA

Ora non si tratta di vagheggiare quel tempo e quella società. Però sorprende ed è beneaugurante che la gen Z sia molto più vicina e simile alle generazioni che hanno costruito l’attuale benessere che non a quelle che lo hanno solo sfruttato. Ci sono numerose ricerche che evidenziano i molti punti valoriali che i 20enni d’oggi hanno in comune con i loro nonni, con la carica ideale che è stata dei figli del boom. Addirittura c’è chi si spinge ancor più indietro paragonando la gen Z alla Silent generation, nata fra il il 1928 e il 1945. Entrambi i gruppi tendono infatti a valorizzare i legami familiari, a essere avversi al rischio, parsimoniosi e ottimisti, forse perché cresciuti in periodi di pesante declino economico. Ecco allora che si può concludere rovesciando il presupposto iniziale sotteso all’Ok Boomer: chi ha 20 anni può fidarsi di chi ne ha più di 60. A patto ovviamente che siano stati ben spesi. E confermino quel che ha scritto Ernest Hemingway: «I vecchi non sono più saggi, sono solo più attenti».

Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it