«Un giorno il fascismo sarà curato con la psicoanalisi». La previsione di Ennio Flaiano (Diario notturno, 1956), al di là della sua messa in opera (che oggi potrebbe giovarsi di ChatGPT), indica con magnifica sintesi che il riproporsi del fascismo continua a essere un problema psicologico e in certi casi psichiatrico. Oggi come 100 anni fa, dopo una pandemia devastante, una crisi economica galoppante, una caduta verticale di fiducia nella democrazia, ci si ritrova a fare i conti con un montante fascismo più o meno dichiarato. Ma ugualmente dimentico della regressione di umanità e civiltà che fascismo e nazismo hanno rappresentato. Come sempre, ma con il tratto nuovo e caratterizzante dei social media, del cazzeggio che non fa sconti e nessuno, del tragico e ridicolo che si mescolano.

La rivalutazione nostalgica di un Ventennio immaginario
Capita così di sentire canti di giovani che inneggiano al Duce a Parma, nella sede di Fratelli d’Italia, o Bruno Vespa attribuire al medesimo l’istituzione dell’Inps (in realtà fondata nel 1898). Nel contempo si moltiplicano gli episodi di aggressione a studenti antifascisti e i raid vandalici nelle scuole con muri imbrattati di motti mussoliniani. Ma tutto si tiene se è vero che il presidente del Senato si vanta del busto domestico di Mussolini, e che il quotidiano Libero alla fine del 2024 ha incoronato il Duce “uomo dell’anno”. È l’onda lunga, ma montante, della rivalutazione nostalgica di un tempo che in realtà non c’è mai stato. Quello in cui i “treni viaggiavano in orario”. Contestualmente alla dimenticanza di un ventennio che abolì le libertà politiche e civili, perseguitò gli oppositori, varò leggi razziali per compiacere l’alleato nazista, precipitò il Paese in una guerra rovinosa.
Testacoda ideologici e scippi nel pantheon di sinistra
È sempre pertinente il rilievo satirico di Roberto Benigni: «Ha fatto delle cose buone. Certamente! Anche Adolf Hitler o Stalin, un ponte, una strada l’avranno fatta!». Resta comunque sorprendente la metamorfosi del “fascismo del terzo millennio”, claim di CasaPound. Si pensi ad esempio al passaggio da un anti-ebraismo totale che era nel dna del Movimento sociale, la cui fiamma brilla ancor oggi nel simbolo di Fratelli d’Italia, a un sentimento assolutamente pro-Israele. Una conversione ideologica che procede anche per appropriazioni indebite. Da Gramsci a Che Guevara e ora anche Pier Paolo Pasolini, ovvero appartenenze e miti di sinistra dichiarata vengono saccheggiati dall’estrema destra, con una destrezza che fa il paio con lo stordimento dei ceti intellettuali progressisti.

Oggi il termine ‘neo-fascismo’ è oscurato da populismi e sovranismi
Ma a riprova di un quadro culturale e politico trasfigurato si segnalano due elementi particolarmente significativi. Il primo è che oggi sia più facile e diffuso dichiararsi anti-comunisti che anti-fascisti. Il secondo è che il termine neo-fascismo sia quasi scomparso: per un verso confluito nelle diverse forme di populismo e sovranismo (dai no-Europa gli anti-globalisti, dai negazionisti del climate change ai no-vax) e per l’altro da forme di conservatorismo nostalgico riformulato e reso compatibile con la contemporaneità. Ne è prova il risorgente fascismo un po’ ovunque nel mondo, che ha trovato nei social media e soprattutto nel loro uso aggressivo un alleato in grado di orientare e influenzare il pubblico culturalmente e tecnologicamente meno attrezzato, soprattutto quello di Facebook. Nostalgoritmo, saggio del filosofo statunitense Grafton Tanner, che ho già citato altre volte, spiega in modo convincente quanto logiche e processi algoritmici abbiamo potuto così efficacemente diffondere il messaggio che fascismo e nazismo meritino in alcune loro parti di essere rivalutati e riproposti. A partire appunto dalla predisposizione di un quadro concettuale che sfida soprattutto i veri democratici a opporsi, senza distinzioni fra progressisti e conservatori, a qualsiasi deriva autoritaria. Ma con la consapevolezza che le chiavi di lettura e interpretative vanno aggiornate.

Sta davvero nascendo una nuova ideologia di estrema destra?
Come fa Alberto Spektorowski nel saggio Intellectual Post-Fascism? The Conservative Revolution, Traditionalism and the Challenge to Liberal Democracy (Cambridge University Press, 2025). Il politologo di origine uruguaiana che insegna all’università di Tel Aviv inizia la sua analisi chiedendosi se la rinascita di un pensiero politico e culturale che si richiama al fascismo, ma in forme inedite, sia compatibile con la modernità post-liberale. Ovvero se la crescita marcata dei movimenti populisti e nazionalisti in Europa e negli Stati Uniti dopo il 2020 rappresenti una fase di crisi temporanea del liberalismo o al contrario sia un processo di costruzione di una nuova forma di fascismo. Il termine “post fascismo intellettuale”, secondo Spektorowski, è il punto d’approdo attuale di un movimento metapolitico iniziato negli Anni 70 con la Nouvelle Droite francese di Alain de Benoist e oggi diffuso in Europa, Russia e America. Aleksandr Dugin, Steve Bannon e Olavo de Carvalho sono le altre tre figure che, secondo l’autore, concorrono a definire la nuova identità e l’apparato ideologico dell’estrema destra. Il nazionalismo aggressivo e suprematista sopravvive, ma ora sono dominanti tradizionalismo, spiritualismo, critica dell’illuminismo e identitarismo anti-liberale. Il risultato è una nuova ideologia che unisce elementi della Rivoluzione conservatrice di Weimar, del tradizionalismo di Guénon ed Evola e delle strategie populiste contemporanee, configurando un quadro ideologico che Spektorowski definisce «fascismo di resistenza».

Come essere underdog è diventata una forza
Ora è evidente che i giovani di Fratelli d’Italia che cantano “Allarmi siam fascisti”, di Alain de Benoist e di Evola sanno poco o nulla. Però se si guarda ai vertici del partito, e al di là delle battute del ministro Crosetto che invita a prenderli a calci nel sedere, si vede marciare un movimento culturale e ideologico che della (auto)ghettizzazione ha fatto la sua forza. Il famoso «non mi hanno vista arrivare» di Giorgia Meloni all’indomani della vittoria elettorale potremmo assumerlo come titolo del manifesto del “fascismo di resistenza” descritto da Spektorowski. Che però secondo Valerio Renzi (Le radici profonde.La destra italiana e la questione culturale, Fandango, 2025) oggi, più che resistere, è all’attacco dell’egemonia culturale della sinistra, rispetto alla quale la destra italiana ha un forte senso di inferiorità.

L’obiettivo è di cambiare verso alla Cultura della Nazione
L’Italia S’è destra – titolo della newsletter curata dallo stesso Valerio Renzi del quale si segnala anche il saggio Fascismo mainstream (2021) – con l’obiettivo di cambiare verso alla Cultura della Nazione: non più quelle del gramsciano “intellettuale collettivo”, bensì dell’intellettuale post fascista che però non si sente ancora pronto per dichiararsi esplicitamente tale. Al momento infatti il fascista del terzo millennio si mimetizza, contamina i linguaggi altrui, si appropria anche di valori che sino a ieri erano degli avversari. Al grido di «il vero fascismo oggi è quello degli antifascisti» – una sciocchezza iperbolica oltre che un transfert, per tornare alla citazione iniziale – i militanti alternativi di ieri non pubblicano più fanzine semi clandestine e non si ritrovano più nei Campi Hobbit ma sono seduti nei consigli di amministrazione del parastato culturale e artistico. È sui red carpet dei festival cinematografici che amano oggi sfilare.
