Il paradosso economico della salute cronica

Salute cronica. Stare bene, girare alla larga da dottori e ospedali. Sani come pesci, ancorché costretti a fare i conti con l’anagrafe. Una mela al giorno non ha mai preservato da medici e medicine: oggi però uno stato di salute quotidiano e diffuso, che il progresso medico-scientifico lascerebbe immaginare, in realtà si allontana sempre più. Come l’idea di un welfare amico e protettivo.

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Nella piramide sanitaria chi gode di salute piena sta in cima. Mentre, via via che si scende, aumenta la percentuale di popolazione che sta così così e poi cronicamente bisognosa di cure. Questo è il quadro delineato da Andrea Nicolini della Fondazione Bruno Kessler nell’ultima giornata del Mini Digital Festival 25 organizzato dall’Università di Parma, nel panel dedicato al rapporto fra Pubblica Amministrazione e Intelligenza artificiale (www.minidigitalfestival.it). «La situazione sanitaria del Paese è attualmente molto compromessa e ragionevolmente destinata a peggiorare. Nonostante le attese dei cittadini e le rassicurazioni dei politici».

La governance sanitaria ha la volontà e la capacità di innovare?

Le previsioni più accreditate sono quasi tutte malaugurate. Le vedremo dopo però avere segnalato che l’Intelligenza artificiale applicata a tecniche, metodiche e strumenti di diagnosi e cura potrebbe dare un grande aiuto a rimettere in sesto il sistema sanitario nazionale e la salute degli italiani. Il problema però è la comprensione e la visione da parte della governance sanitaria nel suo complesso che si riassume nell’interrogativo: ha la volontà di cambiare e innovare prima ancora che la capacità di farlo? Mi limito a segnalare che non mancano, pure in Italia, esempi di applicazioni di IA nel campo del pronto soccorso e degli screening sulla popolazione diabetica che hanno ridotto i tempi d’attesa e i costi.

Il paradosso economico della salute cronica
(foto di Kram Huseyn via Unsplash).

La crisi del SSN e i danni della privatizzazione

Ma torniamo ai punti dolenti della sanità italiana, che tutti conoscono, ma che si finge di non capire, visto ad esempio che non c’è un accordo bipartisan sul finanziamento o il definanziamento, con reciproco rimpallo di responsabilità. Dico questo per ricordare che l’inizio della privatizzazione della sanità pubblica (aziendalizzazione delle Usl, prestazioni extra-moenia all’interno degli ospedali pubblici) è cominciata con la democratica Rosy Bindi e che i tagli alla sanità pubblica (se si assume il parametro della spesa rispetto al Pil e all’inflazione) sono proseguiti con tutti i governi (Berlusconi, Monti, Renzi e compagnia varia). Quello attuale di suo ci mette la pervicacia nel promettere una riduzione delle attese che in realtà si allungano sempre più. Questo con vantaggio crescente della sanità privata, che nel giro degli ultimi 20 anni è diventata un grande business, anche assicurativo. Fra tagli e minori entrate il Servizio sanitario nazionale nel periodo 2010-2019 ha perso 37 miliardi di euro. Se si eccettua la parentesi 2020-2022 dove per effetto del Covid la spesa è salita, nel 2024 gli italiani hanno versato di tasca propria 41,3 miliardi per prestazioni sanitarie necessarie, come visite specialistiche ed esami diagnostici; oltre 5,8 milioni di connazionali (un italiano su 10) vi hanno rinunciato del tutto. Solo 13 Regioni rispettano i Livelli essenziali di assistenza (LEA), cioè le prestazioni e i servizi sanitari che ogni assistito ha diritto a ricevere dallo Stato, gratuitamente o pagando il ticket se dovuto. 

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(foto di Marcelo Leal via Unsplash).

Il Covid ha messo a nudo le fragilità europee

Il crescente invecchiamento della popolazione, che comporta una fisiologica crescita delle patologie invalidanti e riconducibili alla demenza senile e alla diminuzione della mobilità e dell’autosufficienza, è la variabile più impattante. Ma se può consolare, l’arretramento della sanità pubblica è comune agli altri Paesi europei. L’inchiesta di European Correspondent “L’Europa riuscirà a superare un check-up sanitario?” ricorda che «il Covid 19 ha messo a nudo la fragilità dei nostri sistemi sanitari. Nel 2020 medici e infermieri esausti ricevevano applausi dai balconi», ora invece vengono aggrediti nei pronto soccorso, mentre le campagne no-vax infuriano, a forza di fake e di compiacenza politica che, soprattutto a destra, pesca a piene mani nel mondo dei complottisti e dei libertari da operetta.

Le spese per la difesa tolgono fondi ai programmi di salute pubblica

Uno dei risultati è il picco di malattie prevenibili con vaccini, come il morbillo, a cui si aggiungono le crescenti diseguaglianze sociali e gli impatti sulla salute dei cambiamenti climatici. In un contesto in cui le tensioni geopolitiche e la guerra fra Russia e Ucraina spostano l’attenzione sulle spese per la difesa con il conseguente taglio dei previsti finanziamenti ai programmi di salute pubblica comunitari. È nota la correlazione fra spesa sanitaria e spesa per armamenti. Quando cresce una diminuisce l’altra. Però i governi europei e soprattutto i loro leader si affannano a dichiarare che il riarmo non andrà a scapito della spesa sociale. Sia ignoranza o malafede è un falso dilemma, perché l’esito sarà il rinvio del miglioramento delle condizioni economiche e di lavoro del personale sanitario e del rafforzamento dell’assistenza primaria (medici di base, case della salute e strumenti ai cittadini per fare scelte salutari).

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(foto di Miguel Ausejo via Unsplash).

Una popolazione pienamente in salute sarebbe insostenibile economicamente

Su quest’ultimo punto si può concludere evidenziando come ciò che servirebbe (sistemi sanitari locali e legami sociali che promuovano la salute fisica e mentale dal basso e in modo comunitario) non sia assolutamente all’ordine del giorno. Quasi cancellato. Perché drammaticamente una popolazione in salute sarebbe insostenibile per il sistema economico. Gira in questo periodo sui social (Linkedin e Facebook) un ampio dibattito scatenato dall’affermazione di un fantomatico banchiere. «La bicicletta è la morte lenta del pianeta. Perché un ciclista non compra auto, non si indebita, non sottoscrive assicurazioni, non fa rifornimento, non paga tagliandi e parcheggi, non invoca la costruzione di autostrade. E cosa ancor più grave non ingrassa».

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(foto di Chris Weiher via Unsplash).

Un cittadino sano è la catastrofe nella società dell’eccesso

Ma detto che la bicicletta, come racconta l’ultimo numero dell’Economist, sta effettivamente conoscendo un boom in tutto l’Occidente capitalistico, si deve convenire che un cittadino sano è una vera catastrofe nella società dell’eccesso e dello spreco. Non consuma farmaci, non affolla ospedali e ambulatori, non alimenta il Pil con le sue patologie. Insomma solo l’idea di “salute cronica” fa venire l’orticaria a chi, e sono tanti, lavora, guadagna e anche specula e scommette sulla malattia. Si sia consapevoli o no, la verità è amara: il sistema economico non ci vuole sani. Ma sani così così o, meglio ancora, malaticci, cioè non malati gravi perché le cure sono costose, bensì malati quanto serve per alimentare l’industria del benessere, ovvero del malessere leggero ma continuo. Bisognoso di farmaci, esami, visite mediche, diete, integratori, guru del benessere. La salute è una sola, le malattie sono migliaia.