La visita di Merkel ad Auschwitz e la Germania preda dell’anti-semitismo

La cancelliera per la prima volta nel campo di concentramento nazista emblema della Shoah. Lì dove solo due suoi predecessori su otto si erano presentati. Cosa c'è dietro la scelta simbolica di Angela, preoccupata da estremismo di destra, odio e revisionismo.

Nella Germania sferzata dal vento dell’anti-semitismo, tutti gli occhi erano puntati sulla sua figura impassibile. Tutte le orecchie tese ad ascoltare le sue parole. Tutte le testate attente a registrarne ogni movimento. Il 6 dicembre la cancelliera Angela Merkel ha visitato il campo di concentramento di Auschwitz per la prima volta dal novembre del 2005 in cui prese le redini del Paese.

PRIMA DI LEI SOLO SCHMIDT E KOHL

Se quel non essersi mai presentata in veste ufficiale al luogo simbolo dell’Olocausto può sembrare un fatto inusuale per un leader tedesco del Dopoguerra, è vero tuttavia che degli otto cancellieri della Germania federale che hanno preceduto Merkel soltanto due hanno fatto visita ad Auschwitz: Helmut Schmidt fu il primo, nel 1977, oltre 30 anni dopo la liberazione del lager, seguito da Helmut Kohl, nel 1989, anno della caduta del muro di Berlino, e poi ancora nel 1995.

Quello che è successo qui non si può capire con la comprensione umana. Non dobbiamo dimenticare mai. Provo una vergogna profonda


Angela Merkel ad Auschwitz

La cancelliera, vestita di nero, è stata ricevuta nel primo pomeriggio dal primo ministro polacco Mateusz Morawiecki e dal direttore della fondazione Auschwitz-Birkenau, Piotr Cywinski. Assieme alla delegazione polacca, Merkel ha attraversato lentamente l’ingresso del campo di concentramento nazista, varcando il cancello con la scritta Arbeit macht frei, “il lavoro rende liberi”. Un momento definito «storico» da una serie di giornali, come l’autorevole Der Spiegel, che hanno seguito la cancelliera passo dopo passo, in diretta. “Merkel attraversa la porta della morte”, ha titolato il tabloid Bild. Le prime parole della cancelliera sono state queste: «Quello che è successo qui non si può capire con la comprensione umana. Non dobbiamo dimenticare mai. Provo una vergogna profonda».

IL DILEMMA: FARE UN DISCORSO O TACERE?

Merkel ha osservato un minuto di silenzio nel campo di Auschwitz e depositato una corona di fiori in quello di Birkenau, prima di tenere un discorso durante la cerimonia commemorativa alla presenza del primo ministro polacco. Un dettaglio, quest’ultimo, che in passato ha diviso l’opinione pubblica e gli stessi cancellieri. Schmidt nel 1977 disse: «Questo posto richiederebbe silenzio, ma io sono sicuro che in un luogo simile un cancelliere tedesco non possa tacere». Al contrario, la visita di Kohl, 12 anni dopo, fu dominata dal silenzio. Alcuni giorni dopo, confidandosi con i suoi collaboratori, Kohl parlò di «un luogo dove non si può tenere un discorso», aggiungendo che «quello che era stato scritto ad Auschwitz e a Birkenau» era «il più buio e il più orrendo capitolo della storia tedesca».

merkel Auschwitz-Birkenau
Merkel durante il suo intervento. (Ansa)

L’UNICA CANCELLIERA AD ANDARE A DACHAU (IN CAMPAGNA ELETTORALE)

Prima di Auschwitz-Birkenau, Merkel aveva visitato altri memoriali della Shoah: il Yad Vashem World Holocaust Remembrance Center, a Gerusalemme, il campo di sterminio di Buchenwald, nel 2009 con l’allora presidente statunitense Barack Obama, e – prima tra i cancellieri tedeschi a farlo – quello di Dachau, nel 2013, in piena campagna elettorale, sollevando per questo un polverone e venendo accusata dai Verdi di voler trarre da quella visita «capitale politico». La scelta di presentarsi ad Auschwitz-Birkenau, tuttavia, arriva oggi in un momento storico diverso. Per Merkel, al suo ultimo mandato da cancelliera, e per la Germania nel suo complesso.

ODIO E INTOLLERANZA: IL PROBLEMA DELLA GERMANIA

Il Paese è attraversato da una crescente ondata di odio e intolleranza. Secondo uno studio del World Jewish Congress pubblicato nell’ottobre del 2019 dalla Süddeutsche Zeitung, un tedesco su quattro ha pensieri anti-semiti e il 41% sostiene che «gli ebrei parlano troppo dell’Olocausto». La stessa percentuale ritiene che gli ebrei siano «più fedeli a Israele che alla Germania». Secondo un altro studio, condotto dalla European Fundamental Rights Agency, l’89% degli ebrei intervistati in Germania crede che l’anti-semitismo stia crescendo.

ATTI DI VIOLENZA A SFONDO POLITICO

Una percezione che va di pari passo con l’aumento, registrato negli ultimi mesi, delle violenze riconducibili a movimenti eversivi di estrema destra. Il caso più preoccupante, da tempo attenzionato dall’intelligence interna tedesca (Bfv), è quello dei Cittadini del Reich, frangia armata neonazista che attualmente conta 19 mila militanti, 2.500 in più del 2018, anno in cui si è resa protagonista di 157 atti di violenza a sfondo politico (nel 2017 erano stati 115). In cima alla lista dei nemici dei Cittadini del Reich ci sono profughi ed ebrei. Tra il 2017 e il 2018 sono aumentate anche le violenze anti-semite (da 37 a 67), concentrate nell’Est, roccaforte dell’estrema destra.

merkel-Auschwitz
La cancelliera Angela Merkel e il primo ministro polacco Matuesz Morawiecki mentre accendono una candela davanti al monumento delle vittime di Auschwitz-Birkenau. (Ansa)

CONTINUA L’AVANZATA DELL’ESTREMA DESTRA

Nei lander orientali l’ultradestra di Alternative für Deutschland (Afd) continua a guadagnare voti. L’ultimo riscontro in questo senso sono le elezioni regionali di fine ottobre in Turingia, dove AfD ha più che raddoppiato i consensi, passando dal 10,6% del 2014 al 23,4%. Un mese e mezzo prima, AfD aveva superato il 20% sia in Sassonia sia in Brandeburgo, che al pari della Turingia erano parte della Repubblica democratica tedesca (Ddr). Era dal 1945 che un partito di estrema destra non oltrepassava questa soglia. Risultati che «fanno paura», fu il commento di Charlotte Knobloch, presidente della comunità israelitica di Monaco. «È scioccante che un partito come Afd, apertamente di destra radicale, anti-democratica e molto spesso anti-semita, abbia consensi del genere».

ANGELA NON PUÒ LASCIARE IL PAESE IN QUESTE CONDIZIONI

L’anti-semitismo in Germania ha assunto i contorni dell’emergenza. E Merkel non ne fa mistero. «Stiamo assistendo a un attacco contro i nostri valori fondamentali», ha detto la cancelliera da Auschwitz. Parlando senza mezzi termini di «minacce alla comunità ebraica in Germania, in Europa, e oltre» e mettendo in guardia dai «pericoli» del «revisionismo storico». Di cui l’ultradestra di AfD è ambasciatore sempre più temuto. Specie da una cancelliera a fine corsa, che tutto vuole fuorché lasciare la Germania in balìa degli estremisti.

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La visita di Merkel ad Auschwitz e la Germania preda dell’anti-semitismo

La cancelliera per la prima volta nel campo di concentramento nazista emblema della Shoah. Lì dove solo due suoi predecessori su otto si erano presentati. Cosa c'è dietro la scelta simbolica di Angela, preoccupata da estremismo di destra, odio e revisionismo.

Nella Germania sferzata dal vento dell’anti-semitismo, tutti gli occhi erano puntati sulla sua figura impassibile. Tutte le orecchie tese ad ascoltare le sue parole. Tutte le testate attente a registrarne ogni movimento. Il 6 dicembre la cancelliera Angela Merkel ha visitato il campo di concentramento di Auschwitz per la prima volta dal novembre del 2005 in cui prese le redini del Paese.

PRIMA DI LEI SOLO SCHMIDT E KOHL

Se quel non essersi mai presentata in veste ufficiale al luogo simbolo dell’Olocausto può sembrare un fatto inusuale per un leader tedesco del Dopoguerra, è vero tuttavia che degli otto cancellieri della Germania federale che hanno preceduto Merkel soltanto due hanno fatto visita ad Auschwitz: Helmut Schmidt fu il primo, nel 1977, oltre 30 anni dopo la liberazione del lager, seguito da Helmut Kohl, nel 1989, anno della caduta del muro di Berlino, e poi ancora nel 1995.

Quello che è successo qui non si può capire con la comprensione umana. Non dobbiamo dimenticare mai. Provo una vergogna profonda


Angela Merkel ad Auschwitz

La cancelliera, vestita di nero, è stata ricevuta nel primo pomeriggio dal primo ministro polacco Mateusz Morawiecki e dal direttore della fondazione Auschwitz-Birkenau, Piotr Cywinski. Assieme alla delegazione polacca, Merkel ha attraversato lentamente l’ingresso del campo di concentramento nazista, varcando il cancello con la scritta Arbeit macht frei, “il lavoro rende liberi”. Un momento definito «storico» da una serie di giornali, come l’autorevole Der Spiegel, che hanno seguito la cancelliera passo dopo passo, in diretta. “Merkel attraversa la porta della morte”, ha titolato il tabloid Bild. Le prime parole della cancelliera sono state queste: «Quello che è successo qui non si può capire con la comprensione umana. Non dobbiamo dimenticare mai. Provo una vergogna profonda».

IL DILEMMA: FARE UN DISCORSO O TACERE?

Merkel ha osservato un minuto di silenzio nel campo di Auschwitz e depositato una corona di fiori in quello di Birkenau, prima di tenere un discorso durante la cerimonia commemorativa alla presenza del primo ministro polacco. Un dettaglio, quest’ultimo, che in passato ha diviso l’opinione pubblica e gli stessi cancellieri. Schmidt nel 1977 disse: «Questo posto richiederebbe silenzio, ma io sono sicuro che in un luogo simile un cancelliere tedesco non possa tacere». Al contrario, la visita di Kohl, 12 anni dopo, fu dominata dal silenzio. Alcuni giorni dopo, confidandosi con i suoi collaboratori, Kohl parlò di «un luogo dove non si può tenere un discorso», aggiungendo che «quello che era stato scritto ad Auschwitz e a Birkenau» era «il più buio e il più orrendo capitolo della storia tedesca».

merkel Auschwitz-Birkenau
Merkel durante il suo intervento. (Ansa)

L’UNICA CANCELLIERA AD ANDARE A DACHAU (IN CAMPAGNA ELETTORALE)

Prima di Auschwitz-Birkenau, Merkel aveva visitato altri memoriali della Shoah: il Yad Vashem World Holocaust Remembrance Center, a Gerusalemme, il campo di sterminio di Buchenwald, nel 2009 con l’allora presidente statunitense Barack Obama, e – prima tra i cancellieri tedeschi a farlo – quello di Dachau, nel 2013, in piena campagna elettorale, sollevando per questo un polverone e venendo accusata dai Verdi di voler trarre da quella visita «capitale politico». La scelta di presentarsi ad Auschwitz-Birkenau, tuttavia, arriva oggi in un momento storico diverso. Per Merkel, al suo ultimo mandato da cancelliera, e per la Germania nel suo complesso.

ODIO E INTOLLERANZA: IL PROBLEMA DELLA GERMANIA

Il Paese è attraversato da una crescente ondata di odio e intolleranza. Secondo uno studio del World Jewish Congress pubblicato nell’ottobre del 2019 dalla Süddeutsche Zeitung, un tedesco su quattro ha pensieri anti-semiti e il 41% sostiene che «gli ebrei parlano troppo dell’Olocausto». La stessa percentuale ritiene che gli ebrei siano «più fedeli a Israele che alla Germania». Secondo un altro studio, condotto dalla European Fundamental Rights Agency, l’89% degli ebrei intervistati in Germania crede che l’anti-semitismo stia crescendo.

ATTI DI VIOLENZA A SFONDO POLITICO

Una percezione che va di pari passo con l’aumento, registrato negli ultimi mesi, delle violenze riconducibili a movimenti eversivi di estrema destra. Il caso più preoccupante, da tempo attenzionato dall’intelligence interna tedesca (Bfv), è quello dei Cittadini del Reich, frangia armata neonazista che attualmente conta 19 mila militanti, 2.500 in più del 2018, anno in cui si è resa protagonista di 157 atti di violenza a sfondo politico (nel 2017 erano stati 115). In cima alla lista dei nemici dei Cittadini del Reich ci sono profughi ed ebrei. Tra il 2017 e il 2018 sono aumentate anche le violenze anti-semite (da 37 a 67), concentrate nell’Est, roccaforte dell’estrema destra.

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La cancelliera Angela Merkel e il primo ministro polacco Matuesz Morawiecki mentre accendono una candela davanti al monumento delle vittime di Auschwitz-Birkenau. (Ansa)

CONTINUA L’AVANZATA DELL’ESTREMA DESTRA

Nei lander orientali l’ultradestra di Alternative für Deutschland (Afd) continua a guadagnare voti. L’ultimo riscontro in questo senso sono le elezioni regionali di fine ottobre in Turingia, dove AfD ha più che raddoppiato i consensi, passando dal 10,6% del 2014 al 23,4%. Un mese e mezzo prima, AfD aveva superato il 20% sia in Sassonia sia in Brandeburgo, che al pari della Turingia erano parte della Repubblica democratica tedesca (Ddr). Era dal 1945 che un partito di estrema destra non oltrepassava questa soglia. Risultati che «fanno paura», fu il commento di Charlotte Knobloch, presidente della comunità israelitica di Monaco. «È scioccante che un partito come Afd, apertamente di destra radicale, anti-democratica e molto spesso anti-semita, abbia consensi del genere».

ANGELA NON PUÒ LASCIARE IL PAESE IN QUESTE CONDIZIONI

L’anti-semitismo in Germania ha assunto i contorni dell’emergenza. E Merkel non ne fa mistero. «Stiamo assistendo a un attacco contro i nostri valori fondamentali», ha detto la cancelliera da Auschwitz. Parlando senza mezzi termini di «minacce alla comunità ebraica in Germania, in Europa, e oltre» e mettendo in guardia dai «pericoli» del «revisionismo storico». Di cui l’ultradestra di AfD è ambasciatore sempre più temuto. Specie da una cancelliera a fine corsa, che tutto vuole fuorché lasciare la Germania in balìa degli estremisti.

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I veti incrociati tra M5s e Pd bloccano le nomine Rai

Dietro il nuovo rinvio lo stallo sulle testate. No dei pentastellati a Orfeo al Tg3. I dem replicano mettendo in dubbio la permanenza di Carboni al Tg1.

Nuovo stop sulle nomine Rai. Dopo il rinvio dell’11 novembre, un altro nulla di fatto all’indomani di riunioni e trattative che non hanno portato a una fumata bianca. I curricula, che dovevano essere presentati la mattina del 27 novembre dall’amministratore delegato Fabrizio Salini, non sono arrivati ai consiglieri, nonostante l’intesa sembrasse vicina. La seconda rete dal 29 novembre è priva della guida di Carlo Freccero, pronto a lasciare il suo incarico per aver raggiunto il limite del mandato. L’ipotesi più probabile è un interim, che potrebbe essere assunto dallo stesso Salini o da Marcello Ciannamea, in pole poi per la direzione della rete.

IL VETO DEI CINQUE STESSE SU ORFEO

Stando a fonti parlamentari riportate dall’Ansa, lo strappo è stato provocato dalle possibili nomine alle testate. I cinque stelle, in particolare Luigi Di Maio, avrebbero posto il veto su Mario Orfeo alla direzione del Tg3, provocando una reazione dei dem che avrebbero a quel punto messo in discussione la permanenza di Giuseppe Carboni al Tg1. Mentre per quel ruolo si fa avanti, con supporto di Italia Viva, Andrea Montanari, il Pd pare pronto a far saltare anche la candidatura di Franco Di Mare a Rai3, poltrona che sarebbe lasciata libera da Stefano Coletta che passerebbe alla guida della rete ammiraglia. Anche l’uscita di Giuseppina Paterniti dal Tg3 in direzione RaiNews non metterebbe tutti d’accordo, anche perché non resterebbe più alcuna donna al timone delle tre principali reti e testate Rai. I cinque stelle vogliono che mantenga un incarico di peso e spingono nel contempo la candidatura di Francesco Giorgino per una direzione.

IL NODO DEI TAGLI IN MANOVRA

Nel Consiglio di amministrazione del 28 novembre si parlerà del percorso di attuazione del piano industriale, di ordini e contratti, della situazione immobiliare. Il discorso nomine è rinviato al Cda di dicembre o a una riunione straordinaria. I tempi non saranno brevi. Anche perché a influire sullo stop sarebbero stati i possibili nuovi tagli ai trasferimenti alla tivù pubblica previsti in una serie di emendamenti alla manovra. L’ad in Commissione di Vigilanza ha lanciato l’allarme sull’impatto che la riduzione delle risorse avrebbe sulla realizzazione del piano industriale. In caso di un taglio del budget, rispetto a quello preventivato al momento della stesura del progetto, sarebbe necessario rivederne il perimetro. In particolare in relazione agli oneri specifici derivanti dal contratto di servizio, come la realizzazione del canale inglese e del canale istituzionale. Le nomine sono fanno parte di un percorso delineato che, a questo punto, rischia di essere modificato.

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Tredici soldati francesi sono morti in un incidente in Mali

Hanno perso la vita in uno schianto tra due elicotteri. In totale, sono 38 i militari transalpini morti nel Paese africano dall'inizio delle operazioni (2013).

Tredici soldati francesi sono morti in Mali nello schianto accidentale tra due elicotteri avvenuto la sera del 25 novembre durante un’operazione di contrasto ai miliziani jihadisti. Lo ha annunciato l’Eliseo. Il presidente francese Emmanuel Macron ha scritto su Twitter: «Erano impegnati in un’operazione di combattimento contro dei terroristi. Questi tredici eroi avevano un solo obiettivo: proteggerci. Mi inchino dinanzi al dolore dei loro cari e dei loro compagni».

I MESSAGGI DI CORDOGLIO DELLA POLITICA

Dopo il presidente Macron, anche il premier Edouard Philippe ha reso omaggio agli «eroi caduti per il Paese». Cordoglio anche da parte del presidente dell’Assemblea Nazionale, Richard Ferrand: «Tredici nostri connazionali in lotta contro il terrorismo, per la nostra sicurezza, le nostre libertà, hanno trovato la morte in Mali durante i combattimenti. A nome della rappresentanza nazionale, voglio salutare il loro coraggio. I miei pensieri vanno, nel dolore, alle loro famiglie e ai loro cari». Messaggi di solidarietà e cordoglio anche da altre personalità francesi come gli ex presidenti Francois Hollande e Nicolas Sarkozy e la leader del Rassemblement National Marine Le Pen.

APERTA UNA INCHIESTA PER CHIARIRE LE CAUSE DELL’INCIDENTE

Con l’incidente del 25 novembre sera, l’esercito francese paga il peggiore tributo di sangue degli ultimi 36 anni. In totale, sono 38 i soldati francesi morti in Mali dall’inizio delle operazioni (Serval e poi Barkhane) nel 2013 su un totale di circa 4.500 militari impegnati nella regione. La ministra della Difesa, Florence Parly, è attesa sul posto mentre un’inchiesta è stata aperta per chiarire le circostanze del dramma. Intanto, l’Eliseo lavora all’organizzazione di una cerimonia nazionale in omaggio ai 13 militari morti.

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Rieti, una donna ha ucciso il marito dandogli fuoco

È successo la sera del 25 novembre dopo una violenta lite. Inutili i soccorsi.

Lo ha cosparso di benzina dopo una violenta lite, forse l’ennesima, e così lo ha ucciso. È questa la dinamica ricostruita dagli inquirenti che indagano sull’esplosione avvenuta la sera del 25 novembre, poco prima delle 22.30, in una palazzina del quartiere di Campomoro, a Rieti. La vittima è un 44enne del luogo e a causare la sua morte è stata sua moglie, ora ricoverata in stato di fermo al Sant’Eugenio di Roma con gravi ustioni su tutto il corpo.

DUE FIGLI RIMASTI ILLESI

Secondo la ricostruzione degli investigatori della Polizia, intorno alle 22 l’uomo aveva chiamato il 113 segnalando che sua moglie, di origini brasiliane, si era allontanata portando via i loro due figli (rimasti illesi). La donna, in realtà, si stava procurando delle taniche di benzina che, una volta tornata in casa, ha utilizzato contro il marito. Le urla hanno poi richiamato l’attenzione dei vicini ma al momento dell’arrivo dei Vigili del fuoco e del 118 per il 44enne era ormai troppo tardi.

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Hong Kong, Carrie Lam tira dritto dopo le elezioni distrettuali

La governatrice fa mea culpa, ma senza concessioni ai manifestanti. Mentre si alza la tensione tra Cina e Usa sul testo approvato dal Congresso statunitense.

Un mea culpa a metà. Il 27 novembre la governatrice di Hong Kong Carrie Lam ha preso atto dell’insoddisfazione emersa domenica 24 novembre dal voto locale distrettuale che ha visto il campo pro-democrazia vincere quasi il 90% dei seggi e il tracollo dei candidati pro-Pechino, ma non ha fatto concessioni. L’esito, ha affermato in conferenza stampa, riversa i timori sulle «carenze del governo, inclusa l’insoddisfazione per il tempo preso per occuparsi dell’attuale situazione instabile e, naturalmente, per far finire le violenze». Il governo «rifletterà seriamente» sull’esito del voto «migliorando la governance». Nessun passo, però, verso i manifestanti.

LA CINA CONVOCA L’AMBASCIATORE STATUNITENSE

Nel frattempo, prosegue lo scontro diplomatico tra Stati Uniti e Cina sul testo a favore del movimento pro-democrazia dell’ex colonia che, approvato dal Congresso, attende la firma del presidente Donald Trump per l’efficacia. Il viceministro degli Esteri cinese Zheng Zeguang ha convocato l’ambasciatore Usa a Pechino, Terry Branstad, chiedendo il ritiro dell’Hong Kong Human Rights and Democracy Act of 2019. Zheng ha sollecitato la correzione «immediata degli errori» e la fine delle interferenze negli affari interni della Cina. Altrimenti, Washington dovrà «farsi carico di ogni conseguenza».

Qualsiasi tentativo di spingere Hong Kong nel caos e di distruggere la sua stabilità e prosperità è destinato a fallire

Zheng Zeguang, viceministro degli Esteri cinese

Zheng ha accusato il Congresso Usa di tralasciare i fatti e la verità, e di essere connivente e di supportare i violenti crimini e l’azione degli agitatori. «È una grave violazione delle leggi internazionali e delle norme di base che governano le relazioni internazionali. La Cina esprime forte condanna e vi si oppone», ha detto il viceministro. «Qualsiasi tentativo di spingere Hong Kong nel caos e di distruggere la sua stabilità e prosperità è destinato a fallire».

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Violenta scossa di terremoto nel Nord dell’Albania

Il sisma di magnitudo 6.5 ha avuto epicentro vicino a Durazzo ed è stato avvertito anche in Puglia e Basilicata. Case e palazzi crollati. Persone sotto le macerie. I feriti sono almeno 150.

Un violento terremoto ha colpito la costa settentrionale dell’Albania nella notte del 26 novembre. La scossa, di magnitudo 6.5, ha avuto come epicentro la zona vicino a Durazzo. Secondo i dati dell’Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia (Ingv) italiano e del servizio geologico statunitense Usgs, il sisma ha avuto ipocentro a circa 10 km di profondità. Nella capitale, Tirana, la gente è scesa in strada in preda al panico, a Durazzo e Thunama sono crollati case e palazzi. I feriti sono almeno 150 feriti e ci sono persone sotto le macerie.

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Violenza sulle donne, quei segnali d’allarme tra gli adolescenti

Il 25 novembre è la Giornata internazionale contro la violenza sulle donne. Il premier Giuseppe Conte ha dichiarato: «La violenza..

Il 25 novembre è la Giornata internazionale contro la violenza sulle donne. Il premier Giuseppe Conte ha dichiarato: «La violenza contro le donne rimane un’emergenza. Lavoriamo per una svolta culturale, che parta dai giovani». Ma, al netto degli interventi (doverosi) della politica, come si può capire nel concreto se una relazione rischia di sfociare in un rapporto violento o comunque malsano? È utile, sia per i ragazzi sia per le ragazze, riconoscere alcuni segnali. Un vademecum per i più giovani, (Non) È amore se – Piccola guida per adolescenti su come dare vita a una relazione d’amore senza abusi né prevaricazioni – è scaricabile gratuitamente a questo link.

I SEGNALI PER I RAGAZZI…

Parlando dei ragazzi, gli autori spiegano: «Non è amore se, involontariamente, ti trovi spesso ad essere insensibile, irrispettoso o diffidente; se aggredisci verbalmente la tua ragazza e ti arrabbi sconsideratamente quando non sei d’accordo con lei; se ti capita di insultarla, di deriderla o di sminuire i suoi sentimenti o le cose che per lei sono importanti, se la umili su Facebook o davanti ai tuoi amici, se sei eccessivamente geloso delle sue amicizie, del tempo passato in famiglia e dei suoi spazi “senza di te”, se le imponi di non vedere i suoi amici o se glielo permetti, poi ti vendichi trattandola male o mostrando indifferenza e allontanandoti, se non ti fidi di lei e la costringi spesso a mostrarti il cellulare o il suo profilo Facebook».

…E QUELLI PER LE RAGAZZE

Nella guida si parla anche di ragazze. Spesso si tende a sminuire episodi violenti, a non ‘capirli’, a inquadrarli. Ci sono segnali per capire se la relazione sta andando nella direzione sbagliata. Ad esempio, continuano gli autori, se «il tuo partner controlla il tuo cellulare o i tuoi account aocial senza autorizzazione, tende ad umiliarti costantemente, mostra una gelosia estrema: fa scenate, urla, spacca cose o ti sequestra il cellulare e vuole sapere esattamente dove vai o con chi, ti isola dalla famiglia o dagli amici, ti accusa di cose che non hai mai fatto, ha frequenti sbalzi d’umore e ti accusa di essere la causa di ogni suo male, insiste nel voler fare sesso anche se tu non vuoi e ti aggredisce verbalmente e si arrabbia sconsideratamente se dici di no o se cambi idea dopo aver detto di sì».

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Mittal, ipotesi rinvio dell’udienza sul ricorso dei commissari

Spunta l’ipotesi di un rinvio di qualche settimana dell’udienza fissata per il 27 novembre sul ricorso cautelare presentato dai commissari..

Spunta l’ipotesi di un rinvio di qualche settimana dell’udienza fissata per il 27 novembre sul ricorso cautelare presentato dai commissari dell’ex Ilva per fermare l’addio di ArcelorMittal. Secondo quanto riferito dall’Ansa, se si troveranno le condizioni, e in particolare se il gruppo franco-indiano si impegnerà a riprendere l’attività che aveva iniziato a sospendere, i legali delle parti in via congiunta potrebbero chiedere una nuova data per dar tempo, nella trattativa a tre in cui si inserisce anche il governo, di arrivare a un accordo anche a seguito dell’incontro di venerdì 22 novembre.

OTTAVO GIORNO DI PROTESTA DELLE AZIENDE DELL’INDOTTO

Nel frattempo è all’ottavo giorno il presidio delle aziende dell’indotto alle portinerie dello stabilimento ArcelorMittal di Taranto, per sollecitare alla multinazionale il pagamento di fatture per 60 milioni di euro. Per cercare di scongiurare il blocco della fabbrica, minacciato in mancanza di garanzie sul ristoro dei crediti, il 25 novembre è previsto un incontro tra l’azienda e gli appaltatori dell’indotto, accompagnati dal presidente della Regione Puglia Michele Emiliano, dal sindaco Rinaldo Melucci e dal presidente di Confindustria Taranto, Antonio Marinaro. Il 26 novembre è previsto un ulteriore incontro, alla presenza dell’ad di ArcelorMittal Italia, Lucia Morselli, per definire il piano di pagamenti e cercare così di chiudere la vicenda.

COINVOLTI 6 MILA DIPENDENTI E 150 IMPRESE

L’associazione degli industriali ha chiesto alla multinazionale, per conto delle imprese, la sottoscrizione di un documento che preveda impegni precisi sui pagamenti, con un’unica data di valuta, per almeno il 70% del fatturato. Nei giorni scorsi sono stati notificati, secondo quanto reso noto dalla stessa Confindustria, avvisi di pagamento solo alle ditte di autotrasporto e, con importi parziali, a sei aziende di servizi dell’indotto. Ma in totale sono 150 le imprese interessate dai mancati pagamenti ArcelorMittal e hanno alle dipendenze 6 mila addetti. Il 24 novembre, durante una riunione nella sede tarantina di Confindustria, dopo uno scambio di messaggi tra Emiliano, il premier Giuseppe Conte e il ministro Stefano Patuanelli, Morselli ha telefonato al governatore, fissando i due incontri che si spera siano chiarificatori. Anche se lo stesso Emiliano e il sindaco Melucci hanno manifestato «scetticismo» e hanno detto di «non avere più alcuna fiducia nella multinazionale».

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Il caso del Navy Seal che divide gli Stati Uniti

Edward Gallagher è accusato di crimini di guerra. Il segretario della Marina era pronto a espellerlo. Ma è stato messo all'angolo dal Pentagono, schieratosi (con Trump) a fianco del militare.

Il capo del Pentagono Mark Esper ha chiesto le dimissioni del segretario della Marina Richard Spencer per come ha gestito con la Casa Bianca il caso del Navy Seal accusato di crimini di guerra. Al centro della questione c’è il procedimento disciplinare che potrebbe far perdere lo status di Navy Seal a Edward Gallagher, condannato da una corte marziale per aver posato con il cadavere di un militante dell’Isis, anche se è stato assolto dall’accusa di averlo ucciso e di aver sparato deliberatamente su civili disarmati. Dopo la condanna è stato degradato e gli è stato decurtato lo stipendio. Rischiava anche di essere espulso dalla prestigiosa unità delle forze speciali ma ora il capo del Pentagono ha cancellato la commissione disciplinare che doveva esaminare la vicenda il 2 dicembre e ha autorizzato Gallagher ad andare in pensione come Navy Seal conservando il suo grado.

TRUMP DALLA PARTE DEL NAVY SEAL

Trump si è sempre schierato dalla parte di Gallagher. Nei giorni scorsi aveva ammonito su Twitter i vertici militari a non cacciarlo. Una mossa che aveva irritato il segretario della Marina, secondo cui «il processo conta per il buon ordine e la disciplina». Far finta di nulla, insomma, rischia di dare un messaggio sbagliato a tutti gli altri militari, legittimando azioni come quella di Gallagher. Per questo Spencer sembrava aver minacciato le dimissioni nel caso Trump avesse bloccato il procedimento, salvo poi negarle, forse dopo aver subito pressioni.

Buon ordine e disciplina sono anche obbedire agli ordini del presidente degli Stati Uniti

Richard Spencer, segretario della Marina

«Un tweet del presidente non è un ordine ma se arriva un ordine formale obbedisco», si era corretto. «Buon ordine e disciplina sono anche obbedire agli ordini del presidente degli Stati Uniti», aveva aggiunto, completando il dietrofront. Sembrava tutto risolto, tanto che la Casa Bianca aveva comunicato alla Marina che non sarebbe intervenuta per bloccare il procedimento disciplinare. Ma evidentemente al commander in chief non è andato giù l’iniziale ammutinamento di Spencer e ora ha chiesto la sua testa.

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