Antenna Group annuncia Tony Blair come Senior Advisor

Antenna Group, ovvero il colosso greco vicinissimo a rilevare gli asset più redditizi di Gedi – tra cui Repubblica – ha annunciato che l’ex premier britannico Tony Blair assumerà il ruolo di Senior Advisor per la realizzazione dell’Europe-Gulf Forum, in programma a maggio 2026. L’evento, che sarà ospitato da Antenna in partnership con il principale think tank statunitense, l’Atlantic Council, riunirà esponenti di primo piano del mondo politico, imprenditoriale, finanziario e istituzionale, con l’obiettivo di costruire una cooperazione duratura tra Europa e Golfo Persico, due regioni chiave unite da interessi geopolitici e opportunità di investimento condivisi. Si conferma dunque la forte influenza di Blair nella regione, nonostante qualche ombra nel passato dell’ex inquilino di Downing Street. «Siamo lieti di accogliere Blair come Senior Advisor mentre la nostra azienda si prepara a ospitare questo importante evento», ha dichiarato Theodore Kyriakou, presidente di Antenna Group, evidenziando la «straordinaria leadership internazionale e la profonda esperienza diplomatica» dell’ex primo ministro britannico. «Sono lieto di collaborare alla realizzazione di questo forum, che riunirà Europa e Paesi del Golfo in una fase di crescente polarizzazione globale, un progetto di grande rilievo per il futuro. Europa e Golfo condividono interessi strategici profondi e vi sono ampi margini per rafforzare ulteriormente la cooperazione tra le due regioni», ha detto Blair.

Da Downing Street al Tony Blair Institute for Global Change

Primo ministro del Regno Unito dal 1997 al 2007, ha guidato il Paese per tre mandati consecutivi diventando l’unico leader laburista ad aver vinto tre elezioni generali nella storia del partito. Dopo l’addio a Downing Street, Blair ha continuato a essere attivamente impegnato nelle principali dinamiche globali, con particolare attenzione all’Africa e al Medio Oriente: nel 2016 ha fondato il Tony Blair Institute for Global Change, organizzazione non profit che fornisce consulenza su governance e strategie di sviluppo, con progetti soprattutto in Africa e Medio Oriente. Inoltre è nel comitato esecutivo del trumpiano Board of Peace.

Antenna Group annuncia Tony Blair come Senior Advisor
Tony Blair (Ansa).

La presunta attività di lobbying per spingere l’Ue nel Board of Peace

A proposito dell’organismo promosso dalla Casa Bianca, la piattaforma Follow the money ha appena pubblicato un documento riservato della Commissione europea da cui emergerebbe un’attività di lobbying dell’istituto di Blair, per spingere l’Ue a prendere parte del Board of Peace. In particolare è emerso che gli emissari dell’organizzazione avrebbero avuto un incontro con i funzionari della Direzione generale Mena (Medio Oriente, Nordafrica e Golfo) che fa capo a Dubravka Šuica, commissaria al Mediterraneo, chiedendo un faccia a faccia con Blair «a Davos o in altre occasioni». Ebbene, Palazzo Berlaymont ha confermato che la stessa Šuica sarà presente alla prima riunione del Board of Peace, mettendo al tempo stesso in chiaro che la Commissione sarà a Washington solo come osservatrice e che l’Ue non entrerà a far parte del consiglio di pace. Secondo quanto emerso da fonti diplomatiche, la questione non era mai stata affrontata né a livello ministeriale, né al Coreper. E il via libera è arrivato direttamente da Ursula von der Leyen, non senza qualche malumore a Bruxelles.

L’Iran apre alle ispezioni nei siti nucleari, ma blinda il programma missilistico

In vista dei nuovi colloqui con gli Stati Uniti in programma a Ginevra, l’Iran apre alle ispezioni nei siti nucleari della Repubblica Islamica, compresi quelli sotterranei, ma blinda il suo programma missilistico, sul quale non intendere fare concessioni. Ali Larijani, segretario del Consiglio superiore per la sicurezza dell’Iran, ha dichiarato: «Per dimostrare che l’Iran non è alla ricerca di armi nucleari, permetteremo agli ispettori dell’Aiea di ispezionare i nostri siti nucleari, anche quelli che si trovano nel sottosuolo e sulle montagne». Poi ha aggiunto: «Sulla questione la questione missilistica, che riguarda la sicurezza nazionale, non siamo disponibili a negoziare».

Aragchi: «La sottomissione alle minacce non è sul tavolo»

Il ministro degli Esteri iraniano Abbas Aragchi, a Ginevra per nuovi colloqui dopo quelli che si sono svolti in Oman, ha affermato che «i negoziati devono essere equi, significativi e privi di tattiche dilatorie». La delegazione americana sarà guidata ancora dall’inviato speciale della Casa Bianca Steve Witkoff, e da Jared Kushner, consigliere di Donald Trump nonché suo genero. Prima di vedere gli americani, Araqchi ha in programma un incontro con Rafael Grossi, direttore generale dell’Aiea, e altri esperti nucleari. In un post su X il ministro degli Esteri iraniano ha sottolineato che «la sottomissione alle minacce non è sul tavolo dei negoziati».

L’Iran continua a escludere l’arricchimento zero dell’uranio

Gli Stati Uniti stanno tentando di ampliare la portata dei colloqui a questioni non nucleari, come l’arsenale missilistico dell’Iran, su cui però Teheran continua a fare muro. La Repubblica Islamica, che ha appunto aperto alle ispezioni dell’Aiea, si è detta disposta a disposta a discutere di limitazioni al suo programma nucleare solo in cambio di un allentamento delle sanzioni Usa, che stanno mettendo in ginocchio la sua economia, escludendo però l’arricchimento zero dell’uranio.

L’Iran apre alle ispezioni nei siti nucleari, ma blinda il programma missilistico
La USS Gerald R. Ford (Ansa).

Continua intanto a salire la tensione tra Usa e Iran

La tensione lungo l’asse Washington-Teheran continua intanto a salire. Con l’obiettivo di costringere la Repubblica Islamica a stringere un accordo sul suo programma nucleare, Donald Trump ha infatti inviato in Medio Oriente anche la portaerei più grande del mondo: la USS Gerald R. Ford, che va dunque ad affiancarsi alla USS Abraham Lincoln, da tempo presente nel Mar Arabico, rafforzando la potenza di fuoco statunitense nella regione. Come hanno riferito alla Reuters alcuni funzionari vicini alla Casa Bianca, gli Usa «si stanno preparando all’eventualità di una campagna militare prolungata se i colloqui non dovessero avere successo». Intanto, la protezione civile iraniana ha tenuto un’esercitazione di difesa nella Pars Special Economic Energy Zone per rafforzare la preparazione a potenziali incidenti chimici nel polo energetico situato nella parte meridionale del Paese.

Non c’è pace per il Louvre: allagate due sale con capolavori italiani

Non c’è pace per il Louvre. Dopo il clamoroso furto di gioielli avvenuto il 19 ottobre 2025 e la truffa milionaria legata ai biglietti del museo parigino – appena venuta alla luce – ecco un incidente che ha messo a repentaglio diverse opere. La rottura della tubatura della caldaia ai piani superiori ha infatti danneggiato il soffitto della sala 707, affrescata nel 1819 dal pittore Charles Meynier, provocando anche l’allagamento della 706. Si tratta di due stanze dove sono conservate alcuni capolavori italiani come ‘Il calvario con San Domenico in preghiera” del Beato Angelico e ‘Il Cristo benedicente’ di Bernardino Luini.

L’allagamento della Biblioteca delle Antichità Egizie

C’è da dire, che in realtà, il Louvre fa letteralmente acqua da tempo. A inizio dicembre un’altra fuga d’acqua da una tubatura, che era già stata segnalata come difettosa il 26 novembre, aveva causato gravi danni a centinaia di riviste di egittologia e documentazione scientifica utilizzata dai ricercatori, risalenti a fine Ottocento-inizio Novecento.

Non c’è pace per il Louvre: allagate due sale con capolavori italiani
Il Louvre affollato di visitatori (Ansa).

La maxi-frode su biglietti e visite guidate

La procura di Parigi il 10 febbraio ha fermato nove persone, con l’accusa di truffa ai danni del museo del Louvre e della reggia di Versailles, stimati in oltre 10 milioni di euro. Gli arrestati avrebbero messo in piedi una maxi-frode che lucrava su visite guidate e biglietti, riutilizzando più volte i ticket per persone diverse o rivendendoli a prezzi maggiorati, grazie a contatti interni per aggirare i controlli. Tra i sospetti fermati ci sono due dipendenti del Louvre, alcune guide turistiche e una persona che gli inquirenti ritengono essere l’organizzatore della truffa. Nell’ambito delle indagini sono stati sequestrati 957 mila euro in contanti e 486 mila euro in vari conti bancari.

Il clamoroso furto del 19 ottobre 2025

Risale invece al 19 ottobre 2025 il clamoroso furto di alcuni preziosissimi gioielli della Corona d’epoca napoleonica. Tra essi un diadema e una collana dal set di zaffiri delle regine Maria Amalia e Ortensia, una collana di smeraldi e orecchini dal set di Maria Luisa, e un grande fiocco-spilla da corpetto dell’imperatrice Eugenia. Il colpo, avvenuto in pieno giorno nella Galleria d’Apollon e durato appena quattro minuti, ha fruttato un bottino stimato di 88 milioni di euro. Ed evidenziato, ovviamente, enormi falle nella sicurezza del Louvre.

Non c’è pace per il Louvre: allagate due sale con capolavori italiani
Protesta del lavoratori del Louvre (Ansa).

Gli altri problemi del Louvre

Il Louvre, finito nel mirino delle critiche anche per i pochi bagni a disposizione dei moltissimi visitatori e la vetustà delle strutture, è finito nel mirino anche dei suoi stessi dipendenti, che di recente hanno più volte indetto sciopero per chiedere migliori condizioni di lavoro.

Nuova minaccia all’Iran: Trump invia in Medio Oriente anche la portaerei più grande del mondo

Sale ancora la tensione tra Stati Uniti e Iran. Con l’obiettivo di costringere la Repubblica Islamica a stringere un accordo sul suo programma nucleare, Donald Trump ha infatti inviato in Medio Oriente anche la portaerei più grande del mondo: la USS Gerald R. Ford, che va dunque ad affiancarsi alla USS Abraham Lincoln, da tempo presente nel Mar Arabico, rafforzando la potenza di fuoco statunitense nella regione.

Nuova minaccia all’Iran: Trump invia in Medio Oriente anche la portaerei più grande del mondo
Donald Trump (Ansa).

Trump rafforza la potenza di fuoco dopo i colloqui in Oman

Il primo round di colloqui tra gli Stati Uniti e l’Iran si è tenuto il 6 febbraio a Muscat, in Oman. Ma il vertice, a cui hanno preso parte il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi e gli inviati Usa Steve Witkoff e Jared Kushner, non ha portato risultati di rilievo. Teheran, tramite Mohammad Eslami, capo dell’Organizzazione per l’Energia Atomica dell’Iran, ha messo sul tavolo la diluizione dell’uranio arricchito al 60 per cento, in cambio della revoca delle sanzioni Usa che stanno mettendo in ginocchio l’economia del Paese.

La USS Ford era ai Caraibi per l’operazione in Venezuela

La USS Ford e le sue navi di scorta erano state dispiegate nel Mar dei Caraibi mentre era in corso la campagna contro il Venezuela: proprio dal suo gruppo d’attacco si erano alzati in volo i caccia impegnati nell’operazione per la cattura di Nicolas Maduro. Secondo quanto riportato dal New York Times la USS Ford, che ha ricevuto l’ordine di salpare verso il Medio Oriente, non rientrerà negli Stati Uniti prima di aprile.

Nuova minaccia all’Iran: Trump invia in Medio Oriente anche la portaerei più grande del mondo
Caccia sulla USS Gerald R. Ford (Ansa).

Rappresenta il vertice della tecnologia navale Usa

Lunga 337 metri, con oltre 100 mila tonnellate di dislocamento e una velocità massima di 30 nodi, la USS Ford può ospitare fino a 90 velivoli e rappresenta il vertice della tecnologia navale americana grazie ai suoi reattori nucleari più potenti e al sistema di lancio elettromagnetico, che consente di lanciare aerei più rapidamente, pesantemente armati e con più carburante, rispetto alle tradizionali catapulte. Trasporta inoltre un equipaggio di oltre 4 mila uomini, incluso il suo stormo di volo. Costruita a partire dal 2005 e varata nel 2013, la USS Gerald R. Ford nella Marina Usa ha sostituito la USS Enterprise, messa fuori servizio dopo 51 anni di attività.

L’altra mossa degli Stati Uniti: i kit Starlink introdotti in Iran

Sempre a proposito delle tensioni tra Usa e Iran, un funzionario statunitense ha detto al Wall Street Journal che Washington ha introdotto clandestinamente nella Repubblica Islamica circa 6 mila kit Internet satellitari Starlink, per consentire agli attivisti di rimanere online dopo la brutale repressione delle proteste da parte del regime.

Il Pd comincia a perdere pezzi: Gualmini lascia i dem e passa ad Azione

Il Partito democratico perde un pezzo da novanta. L’europarlamentare Elisabetta Gualmini, esponente dell’ala riformista (sempre più insofferente nei confronti di Elly Schlein), ha infatti deciso di lasciare il Pd e dunque anche la sua delegazione a Strasburgo, che fa parte dei Socialisti europei. Da tempo in rotta con la linea politica del Nazareno, ufficializzerà la decisione lunedì 16 febbraio, in conferenza stampa a Bologna: a seguito dell’uscita dal Pd, Gualmini parteciperà alla prossima plenaria al Parlamento Ue, in programma a metà marzo, già nelle file di Renew Europe. Ma non come indipendente: lo farà come esponente di Azione.

Il Pd comincia a perdere pezzi: Gualmini lascia i dem e passa ad Azione
Il Pd comincia a perdere pezzi: Gualmini lascia i dem e passa ad Azione
Il Pd comincia a perdere pezzi: Gualmini lascia i dem e passa ad Azione
Il Pd comincia a perdere pezzi: Gualmini lascia i dem e passa ad Azione
Il Pd comincia a perdere pezzi: Gualmini lascia i dem e passa ad Azione
Il Pd comincia a perdere pezzi: Gualmini lascia i dem e passa ad Azione
Il Pd comincia a perdere pezzi: Gualmini lascia i dem e passa ad Azione

Gualmini sarà la prima italiana di Renew Europe

Gualmini, che è stata coinvolta nell’inchiesta Qatargate a Bruxelles, in un messaggio inviato ai colleghi di partito ha scritto di «decisione molto sofferta», aggiungendo però di essere fermamente convinta della scelta. La politologa, ex vicepresidente della Regione Emilia-Romagna con Stefano Bonaccini governatore, sarà la prima italiana di Renew Europe, dato che Azione non è rappresentata a Strasburgo. Con il suo cambio dii casacca, peraltro, il gruppo del Partito democratico perderà il primato numerico tra i Socialisti europei, scendendo a quota 20 deputati, tanti quanto il Partito Socialista Operaio Spagnolo.

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I contrasti con Schlein su politica estera e giustizia

Negli ultimi mesi, Gualmini è entrata in contrasto con Schlein su giustizia e politica estera. Per quanto riguarda il referendum del 22-23 marzo, al pari di Pina Picierno, che ha messo in chiaro di non aver digerito il diktat sul “no”, anche Gelmini si è schierata a favore della separazione delle carriere dei magistrati. E non c’è stato nemmeno bisogno della gaffe a tema curling per convincerla. Sulla giustizia c’è da dire però che non tutti i riformisti sono per il “sì”, come dimostra la lettera di dissenso inviata a fine dicembre dai senatori Dario Parrini e Walter Verini a LibertàEguale.

Il Pd comincia a perdere pezzi: Gualmini lascia i dem e passa ad Azione
Carlo Calenda (Imagoeconomica).

Non solo Guelmini: gli altri dem corteggiati da Calenda

Intervistato dal Corriere della Sera, l’8 febbraio Carlo Calenda aveva dichiarato di voler allargare il centro liberale, rivolgendosi «a tutti coloro che come Azione vogliono un’Europa federale ora». Tra i nomi citati quelli di alcuni riformisti del Pd, come Gualmini appunto, Picierno, Giorgio Gori e Simona Malpezzi, ma anche «+Europa di Hallisey e Magi e i popolari come Ruffini». Calenda però potrebbe perdere un deputato: sembra che Matteo Richetti, convinto che il leader di Azione stia guardando troppo a destra, possa passare al Pd.

Sarebbe pronto a lasciare il Pd anche Delrio

In Italia sarebbe pronto a lasciare il Pd anche il senatore ed ex ministro Graziano Delrio, che ha parlato di «aria irrespirabile» dopo le critiche ricevute dai pro Pal per le sue posizioni, ritenute antisemite. Niente approdo in Azione per Delrio, che sarebbe vicino al passaggio a Italia Viva di Matteo Renzi, con il quale è rimasto in ottimi rapporti.

Il team di Starmer continua a perdere pezzi: via anche il direttore delle comunicazioni

Tim Allan, direttore delle comunicazioni del governo britannico, si è dimesso dopo soli cinque mesi dall’assunzione dell’incarico. Un altro duro colpo per il premier Keir Starmer: il passo indietro arriva a stretto giro dalle dimissioni del capo di gabinetto Morgan McSweeney, che ha lasciato assumendosi la «piena responsabilità» della nomina di Peter Mandelson – coinvolto nel caso Epstein – come ambasciatore negli Stati Uniti. Con le dimissioni di Allan, salgono a quattro i direttori delle comunicazioni che hanno lasciato Downing Street sotto Starmer: avevano già abbandonato l’incarico Matthew Doyle, James Lyons e Steph Driver.

Il team di Starmer continua a perdere pezzi: via anche il direttore delle comunicazioni
Tim Allan (X).

Il passo indietro di Allan: tra i suoi vecchi clienti pure il Cremlino

«Ho deciso di dimettermi per consentire la creazione di una nuova squadra a Downing Street. Auguro al Primo Ministro e al suo team ogni successo», ha dichiarato Allan, considerato uno degli spin doctor più spregiudicati del Regno Unito. Vicedirettore delle comunicazioni di Tony Blair dal 1997 al 1999 durante il suo primo mandato da premier, successivamente è passato a Sky e poi, nel 2001, ha fondato la propria agenzia di pubbliche relazioni, la Portland. Tra i clienti più prestigiosi l’aeroporto di Heathrow, la società di scommesse William Hill e persino il Cremlino. Dopo aver rotto i rapporti con la Russia nel 2014, dopo la prima invasione dell’Ucraina, Allen ha iniziato a lavorare per un altro discusso cliente: l’emirato del Qatar, che anche grazie a lui avrebbe poi ottenuto l’assegnazione dei Mondiali di calcio del 2022. A settembre 2025 il ritorno a Downing Street.

Il team di Starmer continua a perdere pezzi: via anche il direttore delle comunicazioni
Morgan McSweeney (LinkedIn).

L’addio di McSweeney, che si è assunto la reponsabilità della nomina di Mandelson

Domenica 8 febbraio, dopo giorni di pressioni da parte di molti parlamentari laburisti, si è invece dimesso McSweeney, che aveva fortemente insistito con Starmer affinché Mandelson (suo amico ed ex ministro) ottenesse l’incarico di ambasciatore a Washington, nonostante i conclamati rapporti intrattenuti da quest’ultimo con Jeffrey Epstein anche dopo la prima condanna inflitta al finanziere americano per traffico sessuale.

Il team di Starmer continua a perdere pezzi: via anche il direttore delle comunicazioni
Peter Mandelson (Ansa).

Mandelson ha lasciato Labour e Parlamento dopo gli ultimi file su caso Epstein

Mandelson, ex ambasciatore britannico negli Stati Uniti licenziato già a settembre 2025 da Starmer dopo la pubblicazione di alcuni documenti che mostravano la sua vicinanza a Epstein, si è dimesso anche dal Partito Laburista (di cui è stato a lungo uno degli esponenti più importanti) e poi dalla Camera dei Lord, a seguito della diffusione di milioni di nuovi file sul caso del finanziere morto suicida in carcere nel 2019. Secondo quanto ricostruito dal Times, a Downing Street prima della nomina di Mandelson ad ambasciatore sarebbe arrivato un rapporto di due pagine del Cabinet Office, contenente elementi considerati rilevanti sui legami con Epstein. Tra essi l’indicazione che l’ex ministro avrebbe soggiornato nell’appartamento di Manhattan del finanziere anche durante il periodo in cui quest’ultimo era detenuto per reati sessuali su minori.

Il team di Starmer continua a perdere pezzi: via anche il direttore delle comunicazioni
Keir Starmer (Ansa).

Starmer sulla graticola: per la sua successione circola il nome di Rayner

Starmer, che si è giustificato spiegando di aver creduto «sulla parola» alle rassicurazioni di Mandelson sui suoi rapporti con Epstein, appare ora sempre più sulla graticola. Secondo molti, le elezioni amministrative di maggio potrebbero sancire la fine della sua stagione a capo del Labour. Girano già i nomi dei possibili sostituti a Downing Street: in pole ci sarebbe l’ex vicepremier Angela Rayner, esponente della cosiddetta ‘soft left’, segretaria di Stato per l’edilizia abitativa, le comunità e il governo locale da luglio 2024 allo scorso settembre, quando era stata costretta alle dimissioni dopo lo scandalo riguardante il mancato pagamento dell’importo corretto di tasse nell’acquisto di una seconda casa. Dopo l’uscita di scena della vice, Starmer aveva dunque proceduto a un rimpasto del suo governo, nominando come numero due a Downing Street David Lammy (fino a quel momento capo degli Esteri) e Steve Reed alla guida del ministero lasciato da Rayner.

Al via in Oman i colloqui Usa-Iran sul nucleare: cosa c’è sul tavolo

Stati Uniti e Iran tornano a confrontarsi in Oman, per i primi negoziati da giugno 2025, quando Israele lanciò attacchi contro la Repubblica Islamica che scatenarono una guerra di 12 giorni segnata da raid aerei reciproci, a cui si unirono anche gli americani, questa volta nel tentativo di scongiurare un altro conflitto. Sul tavolo c’è il programma nucleare iraniano. In vista dell’incontro di Muscat, il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi – che guida la delegazione di Teheran – ha avvertito: «Siamo pronti a difenderci da qualsiasi richiesta eccessiva o avventurismo Usa». Non è ancora chiaro se le due parti siano d’accordo su cosa sono disposte a negoziare: cosa sappiamo.

Al via in Oman i colloqui Usa-Iran sul nucleare: cosa c’è sul tavolo
Il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi a colloquio con l’omologo omanita Sayyid Badr Albusaidi (Ansa).

L’Iran vuole parlare solo del suo programma nucleare

Teheran ha messo in chiaro che questi colloqui avrebbero riguardato solo il suo programma nucleare, mentre Washington vorrebbe negoziare anche l’uso e la detenzione di missili balistici a lunghissimo raggio. L’Iran è però irremovibile e non intende fare concessioni, ritenendoli fondamentali per la difesa in caso di futuri attacchi di Israele. Haaretz scrive che gli Usa hanno accettato di rinunciare alla condizione di discutere anche di missili balistici e più in generale della sicurezza in Medio Oriente. Secondo quanto emerge da un’analisi di immagini satellitari condotta dal New York Times, l’Iran sembra aver ricostruito diverse strutture missilistiche balistiche danneggiate dagli attacchi del 2025, apportando invece solo riparazioni limitate ai principali siti nucleari colpiti.

La possibile proposta sull’arricchimento dell’uranio

Secondo quanto riportato dal New York Times, che cita fonti diplomatiche, alcuni Paesi vicini all’Iran hanno proposto di limitare le capacità di Teheran di arricchimento dell’uranio a livelli minimi: al 3 per cento o anche meno. Questo basterebbe al regime per salvare la faccia di fronte alla richiesta di Trump di un arricchimento pari a zero. Ma sarebbe comunque una sconfitta, visto che per la maggior parte delle armi nucleari è necessario un arricchimento al 90 per cento.

Gli Stati Uniti posson far leva sulle revoca delle sanzioni

Il Nyt cita poi tre funzionari iraniani, secondo cui Teheran potrebbe anche essere disposta a offrire una sospensione a lungo termine del suo programma nucleare. In cambio chiederebbe a Washington la revoca delle sanzioni americane che hanno contribuito alla crisi economica della Repubblica Islamica e a sua volta alle proteste che hanno scosso il Paese, represse nel sangue dal regime.

Al via in Oman i colloqui Usa-Iran sul nucleare: cosa c’è sul tavolo
Abbas Araghchi e Steve Witkoff (Ansa).

Il nodo del sostegno iraniano agli alleati nella regione

C’è poi un altro tema sul tavolo, ovvero il sostegno dell’Iran ai suoi proxy nella regione, da Hamas e Hezbollah, fino agli Houthi. Gli Stati Uniti, ovviamente, vorrebbero che i pasdaran recidessero i legami con questi gruppi. I funzionari che hanno parlato col New York Times hanno evidenziato che, in ogni caso, sarebbe estremamente difficile concordare un meccanismo per monitorare efficacemente il rispetto del non invio di denaro o armi alle milizie alleate.

Fine dell’accordo Usa-Russia sul nucleare: lo spauracchio della corsa agli armamenti

Il 5 febbraio 2026, è scaduto l’accordo New START tra Stati Uniti e Russia, che siglato a Praga l’8 aprile 2010 (e poi entrato in vigore il 5 febbraio 2011) limitava a 1.550 il numero di testate nucleari strategiche – ovvero con funzione deterrente – dispiegabili dai due Paesi e a 700 i vettori operativi – tra missili balistici intercontinentali, sottomarini nucleari lanciamissili e bombardieri pesanti – con un tetto complessivo di 800 sistemi tra schierati e non schierati. L’accordo prevedeva anche il bando al dispiegamento di armi strategiche fuori dal territorio nazionale dei due Paesi firmatari. Con la scadenza del trattato, vengono meno i vincoli giuridicamente vincolanti e i meccanismi di verifica (quest’ultimi erano in realtà già saltati): senza alcun freno, c’è ora lo spauracchio della corsa agli armamenti. E sullo sfondo c’è anche l’ingombrante presenza della Cina.

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Le comunicazioni periodiche previste dal New START si erano interrotte dalla pandemia

Il New Strategic Arms Reduction Treaty, che aveva sostituito i precedenti accordi START, gli START I, START II e SORT, è – o meglio era – un’intesa di fondamentale importanza: si stima infatti che negli arsenali di Washington e Mosca ci sia il 90 per cento degli ordigni nucleari mondiali: 5.177 testate per Washington e 5.459 per Mosca comprendendo quelle tattiche, ovvero progettate per essere utilizzate sul campo di battaglia in situazioni belliche. Il New START, siglato da Barack Obama e Dmitry Medvedev e prorogato nel 2021 – per cinque anni – poco dopo l’insediamento di Joe Biden, prevedeva anche comunicazioni periodiche di informazioni sul dispiegamento e l’evoluzione dell’arsenale, sospese però durante la pandemia di Covid e poi mai riprese a causa delle crescenti tensioni dopo l’invasione dell’Ucraina.

Fine dell’accordo Usa-Russia sul nucleare: lo spauracchio della corsa agli armamenti
Barack Obama e Dmitry Medvedev (Ansa).

Putin, Trump e la mancata estensione del formato alla Cina di Xi

La scadenza del patto New START segna la conclusione della stagione del controllo delle armi nucleari iniziata nel 1972 con la firma da parte di Richard Nixon e Leonid Bréžnev del Trattato contro i sistemi antimissili balistici. Vladimir Putin aveva proposto il proseguimento informale dell’accordo (senza però controlli e scambio di informazioni): Donald Trump aveva risposto in modo positivo, chiedendo però l’estensione del formato alla Cina, il nuovo grande avversario a livello globale degli Stati Uniti. Si stima che la Repubblica Popolare, contraria a partecipare a negoziati fino al raggiungimento della parità con Washington, abbia raddoppiato in pochi anni il suo arsenale: secondo le stime Pechino ha circa 600 testate nucleari. «Il presidente è stato chiaro. Non è possibile il controllo degli armamenti nel XXI secolo se non include in qualche modo la Cina, che ha un arsenale vasto e in crescita», ha ribadito alla vigilia della scadenza del New START il segretario di Stato Usa Marco Rubio.

Fine dell’accordo Usa-Russia sul nucleare: lo spauracchio della corsa agli armamenti
Donald Trump (Ansa).

Il mancato rinnovo del patto getta ombre molto scure sul futuro

Prima di oggi l’ultimo accordo Usa-Russia di non proliferazione a essere abbandonato era stato il Trattato INF (Intermediate-Range Nuclear Forces Treaty), siglato nel 1987 e stracciato unilateralmente da Washington nel 2019. Il mancato rinnovo del New START non può non gettare ombre molto scure sul futuro. Putin ha assicurato a Xi Jinping che la Russia «agirà in modo ponderato e responsabile», come ha spiegato il consigliere diplomatico presidenziale Yuri Ushakov. Allo stesso tempo, il portavoce dello zar Dmitry Peskov ha però avvertito che «il mondo si troverà in una situazione più pericolosa di prima», perché la Russia e gli Stati Uniti «si troveranno senza un documento fondamentale che limiti e controlli gli arsenali».

Fine dell’accordo Usa-Russia sul nucleare: lo spauracchio della corsa agli armamenti
Xi Jinping e Vladimir Putin (Ansa).

Gli appelli delle Nazioni Unite e del papa contro la proliferazione

In tale contesto Antonio Guterres, segretario generale delle Nazioni Unite, ha esortato Stati Uniti e Russia a «concordare rapidamente» un nuovo trattato sul disarmo: «Questo smantellamento di decenni di progressi non potrebbe arrivare in un momento peggiore: il rischio di un uso nucleare è al livello più alto da decenni». Sulla questione New START si è espresso anche papa Leone XIV: «Nel rinnovare l’incoraggiamento ad ogni sforzo costruttivo in favore del disarmo e della fiducia reciproca rivolgo un pressante invito a non lasciare cadere questo strumento senza cercare di garantirgli un seguito concreto e efficace». La situazione attuale, ha sottolineato il pontefice, «dice di fare tutto il possibile per scongiurare una nuova corsa agli armamenti che minaccia ulteriormente la pace tra le Nazioni». Difficile dargli torto.

Milano-Cortina, sventati attacchi degli hacker filorussi Noname057(16): i precedenti

«Abbiamo sventato una serie di cyberattacchi a sedi del ministero degli Esteri, a cominciare da Washington e anche alcuni siti delle olimpiadi invernali, con gli alberghi di Cortina». Lo ha detto Antonio Tajani parlando con i giornalisti a Washington, sottolineando che si tratta di «azioni di matrice russa». L’attacco è stato infatti rivendicato dal gruppo di hacker filorussi Noname057(16): come già accaduto in passato, l’azione del gruppo pro-Cremlino è stata di tipo Ddos (Distributed denial of service), crimine informatico che mira a rendere inaccessibile un server, servizio o rete inondandolo con un traffico di dati falso e massiccio, proveniente da più fonti distribuite (botnet). Il sito dell’hotel a quattro stelle di Cortina oggetto dell’attacco, inaccessibile per un breve periodo, è ora regolarmente raggiungibile.

Milano-Cortina, sventati attacchi degli hacker filorussi Noname057(16): i precedenti
Antonio Tajani (Imagoeconomica).

Il gruppo NoName057(16) è “ufficialmente” attivo da marzo del 2022

Il gruppo NoName057(16) si è “presentato” a marzo del 2022 con l’intento di attaccare (come recita il suo manifesto) «le risorse di propaganda ucraina che mentono sfacciatamente alle persone sull’operazione speciale della Russia in Ucraina, così come sui siti web degli hacker ucraini che cercano di sostenere il regime neonazista di Zelensky e la sua banda di tossicodipendenti e nazisti». Da allora ha rivendicato la responsabilità di svariati cyberattacchi contro agenzie governative, media e aziende dell’Ucraina e dei suoi alleati. Sempre con azioni di tipo Ddos.

Milano-Cortina, sventati attacchi degli hacker filorussi Noname057(16): i precedenti
Sergio Mattarela (Imagoeconomica).

L’Italia è il terzo Paese più colpito dagli hacker di NoName057(16) dopo Germania e Francia

Come ricorda il sito Cybersecurity360, il collettivo filorusso NoName057(16) «rivendica 487 attacchi DDoS contro il nostro Paese tra ottobre 2024 e gennaio 2026, all’interno di oltre 5.500 offensive confermate in poco più di un anno, con circa 894 attacchi concentrati negli ultimi 90 giorni». L’Italia risulta il terzo Paese più colpito dagli hacker di NoName057(16) dopo Germania e Francia. A maggio del 2023, ad esempio, il gruppo ha attaccato siti istituzionali e di aziende italiane in occasione della visita di Volodymyr Zelensky a Roma. Lo stesso è poi accaduto a gennaio del 2025. Nello stesso, anno, ma il mese successivo, ci sono stati nuovi attacchi dopo le parole del presidente della Repubblica Sergio Mattarella, che in un discorso all’Università di Marsiglia aveva paragonato la Russia di Vladimir Putin al Terzo Reich.

Picierno attacca il Pd sul referendum: cosa è successo

«La linea comunicativa del Partito Democratico che assimila al fascismo chi voterà Sì al referendum del 22-23 marzo è gravemente insultante e svilente. Da fondatrice e militante del Pd sono colpita e molto addolorata da una deriva comunicativa e politica sempre più polarizzante e populista». Lo ha scritto Pina Picierno in un duro post su X contro l’ultimo passo falso del suo partito, avvenuto sui social.

L’infelice accostamento tra chi voterà “Sì” e i neofascisti

L’amarezza di Picierno nasce dalla clip pubblicata sulla pagina Instagram del Partito democratico, con i saluti romani dei neofascisti ad Acca Larentia e il messaggio in sovrimpressione: «Loro votano sì. Ricordagli che la Costituzione è antifascista». E si legge anche: «CasaPound annuncia il sostegno alla riforma del governo Meloni. Loro votano sì, noi difendiamo la Costituzione: il 22 e il 23 marzo VOTA NO!».

Il messaggio di FdI: stessi toni (al contrario) di quello dem

La campagna del Pd ha ricalcato, al contrario, quella di Fratelli d’Italia, che ha pubblicato sui social un video degli scontri di Torino per Askatasuna, con il messaggio: «Noi non siamo come loro e voteremo sì».

Picierno: «Voterò sì, come molti elettori e militanti del Pd»

Chiedendo di non trasformare il referendum sulla riforma della giustizia «in una contesa politica sul governo in carica», perché «per quello ci saranno le elezioni politiche», Picierno ha poi scritto: «Io voterò sì, e lo farò in compagnia di molti elettori e militanti del Pd, per i quali chiedo rispetto: basta, vi prego, con accuse infamanti. Basta con una campagna che sembra ricalcare, al contrario, i toni e lo stile di Fratelli d’Italia, anche loro impegnati in una penosa linea comunicativa per cui chi vota no è assimilabile ai violenti degli scontri di Torino». Poi: «So bene che esiste una linea maggioritaria nel mio partito, e sono sicura che esistono molti modi per argomentare sulle ragioni del “No”. In tutta onestà mi pare che quelle osservate e ascoltate fin qui non siano quelle più giuste e quelle più convincenti».