Caso Piantedosi-Claudia Conte, le ripercussioni sul governo

La relazione extraconiugale del ministro Matteo Piantedosi con la giornalista Claudia Conte, da semplice gossip, è diventato rapidamente un caso politico capace di provocare sussulti nella maggioranza, mentre dall’altra le opposizioni chiedono lumi sugli incarichi ottenuti dalla donna al centro di questa vicenda, maneggiata con cautela a Palazzo Chigi.

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Meloni sapeva della storia: l’incontro con Piantedosi a Palazzo Chigi

Dopo che la liaison Piantedosi-Conte è diventata di dominio pubblico, Giorgia Meloni ha avuto un colloquio con lo stesso ministro dell’Interno. Al centro non tanto la relazione in sé, di cui – scrive Repubblica – la premier era a conoscenza da qualche mese. Piuttosto, per cercare di capire perché è stata tirata fuori adesso, in un momento delicato per il governo che si sta leccando le ferite dopo la batosta del referendum. Piantedosi, filtra da Palazzo Chigi, l’avrebbe tranquillizzata: «È una faccenda privata». Marco Gaetani, conduttore del podcast Money Talks, ha fatto sapere al Corriere della Sera che la confessione di Conte era stata preparata: «Prima di iniziare a registrare mi ha chiesto di farle la domanda, premettendo che il ministro era separato».

Caso Piantedosi-Claudia Conte, le ripercussioni sul governo
Claudia Conte e Matteo Piantedosi (Imagoeconomica).

L’ipotesi di un rimpasto continua a circolare: Salvini punta al Viminale

Piantedosi ha visto anche Matteo Salvini che, è noto, gradirebbe prendere il suo posto al Viminale. L’ipotesi di un rimpasto continua a circolare: dal 23 marzo è già saltata una ministra (Daniela Santanchè, Turismo) e, per una faccenda che ricorda questa, un altro (Gennaro Sangiuliano, Cultura) aveva lasciato l’incarico a settembre del 2024. Fonti della Lega assicurano che tra Piantedosi e Salvini c’è totale sintonia, ma se Fratelli d’Italia e Forza Italia dovessero aprire riflessioni sulla squadra di governo, il Carroccio spingerebbe per il ritorno del suo segretario al ministero dell’Interno. Se ciò avvenisse si tratterebbe di un duro colpo per i sostenitori della teoria secondo cui dietro alla rivelazione sarebbe arrivata dopo un’imbeccata di Roberto Vannacci, a cui Conte è molto vicina.

Caso Piantedosi-Claudia Conte, le ripercussioni sul governo
Matteo Salvini e Matteo Piantedosi (Imagoeconomica).

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I fari sono puntati ora sui tanti incarichi collezionati da Claudia Conte

Piantedosi, sposato con Paola Berardino, prefetto di Grosseto, sarebbe stato consigliato a più riprese di troncare la relazione con Conte, visto il profilo “scomodo” della giornalista, scrittrice, conduttrice e opinionista tv, ormai presenza fissa a eventi pubblici e istituzionali e – soprattutto – collezionista di incarichi. Come quello di presentatrice ufficiale del tour mondiale dell’Amerigo Vespucci, di consulente della Commissione parlamentare di inchiesta sulle condizioni di sicurezza e sullo stato di degrado delle città e delle loro periferie e – come rivela Domani – di “docente” presso la Scuola di perfezionamento per le forze di polizia, che fa capo proprio al ministero Viminale. Conte ha ottenuto quest’ultimo incarico a giugno 2024: fonti del ministero dell’Interno, riferisce sempre Domani, sostengono che Piantedosi non sapesse nulla di questo contratto. Ma è inevitabile che ora i fari siano stati accesi su questo aspetto della vicenda.

Caso Piantedosi-Claudia Conte, le ripercussioni sul governo
Claudia Conte (Imagoeconomica).

Schlein entra a gamba tesa: «Ennesimo scandalo, il pesce puzza dalla testa»

I capigruppo di FdI alla Camera dei deputati e al Senato della Repubblica, Galeazzo Bignami e Lucio Malan, hanno rinnovato la «piena fiducia» al ministro dell’Interno, ma l’opposizione chiede chiarimenti sugli incarichi istituzionali ottenuti da Conte. Ospite di Realpolitik, la segretaria del Pd Elly Schlein ha detto: «Ennesimo scandalo. L’impressione è che (Meloni, ndr) cercasse dei facili capri espiatori per una sconfitta che è anzitutto sua. Ora non mi stupirei che il prossimo di cui chiederà le dimissioni fosse proprio Piantedosi, ma è tutto per celare il fatto che il pesce puzza dalla testa». Luana Zanella, capogruppo di Avs alla Camera, ha parlato di «rivelazioni molto opache», chiedendo a Piantedosi di spiegare «in base a quali competenze siano stati conferiti incarichi, tra cui una consulenza alla Commissione parlamentare sulle periferie». E il diretto interessato, ovvero Piantedosi, cosa dice? Per ora dal Viminale tutto tace.

L’Italia nega l’atterraggio di due bombardieri Usa a Sigonella: cosa sappiamo

L’Italia ha negato agli Stati Uniti l’uso della base di Sigonella per l’atterraggio di due bombardieri, che avevano programmato una sosta tecnica in Sicilia, prima di proseguire verso il Medio Oriente con destinazione Iran. L’episodio, che non può non riportare alla mente quanto successo nel 1985 – se non altro per il luogo interessato e i Paesi protagonisti – è accaduto qualche sera fa, ma la notizia è stata tenuta riservata fino alla ricostruzione pubblicata dal Corriere della Sera. E ha alimentato la polemica politica: le opposizioni chiedono maggiori chiarimenti sull’accaduto e una presa di distanza netta da parte di Giorgia Meloni dall’alleato americano, mentre nel centrodestra c’è chi teme che la decisione presa dal ministro della Difesa Guido Crosetto (non è chiaro se condivisa con Palazzo Chigi) possa inasprire i rapporti con Trump.

L’Italia nega l’atterraggio di due bombardieri Usa a Sigonella: cosa sappiamo
Un UKC-130J Super Hercules a Sigonella (Archivio Ansa).

Il no di Crosetto all’atterraggio dei bombardieri: cosa è successo

Secondo quanto ricostruito dal Corriere (e non smentito dalla Difesa), il capo di Stato maggiore Luciano Portolano ha informato Crosetto che alcuni bombardieri Usa avevano previsto di atterrare alla base di Sigonella. Nessuno aveva però chiesto alcuna autorizzazione, né consultato i vertici militari italiani: il piano era stato semplicemente comunicato mentre gli aerei erano già decollati. Accertato che non si trattava di voli normali o logistici compresi nel trattato con l’Italia, Crosetto ha negato l’uso della base. È stato poi Portolano a informare il Comando Usa della decisione presa, spiegando che i bombardieri non potevano atterrare a Sigonella in quanto non erano stati autorizzati e perché non c’era stata alcuna consultazione preventiva.

L’Italia nega l’atterraggio di due bombardieri Usa a Sigonella: cosa sappiamo
Guido Crosetto (Imagoeconomica).

Palazzo Chigi: «Solidi rapporti con gli Usa, rispettiamo i trattati»

Palazzo Chigi è rapidamente intervenuto con una nota, sottolineando che l’Italia «agisce nel pieno rispetto degli accordi internazionali vigenti e degli indirizzi espressi dal governo alle Camere» e che «ogni richiesta viene esaminata con attenzione, caso per caso, come sempre avvenuto anche in passato». Richiesta che, in questo caso, è stata quantomeno tardiva. «Non si registrano criticità né frizioni con i partner internazionali. I rapporti con gli Stati Uniti, in particolare, sono solidi e improntati a una piena e leale collaborazione», si legge poi nel comunicato. Sulla stessa lunghezza d’onda Crosetto, il quale ha assicurato su X che «non c’è alcun raffreddamento o tensione con gli Usa, perché conoscono le regole che disciplinano dal 1954 la loro presenza in Italia bene come le conosciamo noi». Il ministro della Difesa ha poi parlato di decisioni in continuità rispetto al passato, negando che l’Italia abbia deciso di sospendere l’utilizzo delle basi agli asset Usa (come invece ha fatto la Spagna di Pedro Sanchez): «Cosa semplicemente falsa, perché sono attive, in uso e nulla è cambiato». Semplicemente, ha spiegato, in base agli accordi internazionali ci sono operazioni Usa che necessitano l’autorizzazione del governo e altre invece comprese nei trattati. L’atterraggio dei bombardieri rientra nella prima fattispecie e nessuno aveva chiesto il permesso di atterrare. Da qui il no.

Stefania Craxi e la crisi del 1985 gestita dal padre Bettino

Rispondendo ai cronisti sul confronto con la crisi di Sigonella che vide lo scontro tra il governo guidato dal padre Bettino e l’Amministrazione Reagan per la crisi dell’Achille Lauro, Stefania Craxi (fresca di nomina a capogruppo di Forza Italia al Senato), ha affermato che «c’è una sola cosa in comune con le due vicende che avevano tutta un’altra genesi ed è la centralità della base di Sigonella e quindi del Mediterraneo, che è centrale non solo per l’Italia e l’Europa ma per tutto il sistema internazionale». Le due vicende, ha spiegato Craxi, «non sono paragonabili». Anche se, ha aggiunto, «si tratta in entrambi i casi non di uno strappo diplomatico, ma della richiesta di rispetto della sovranità internazionale».

L’Italia nega l’atterraggio di due bombardieri Usa a Sigonella: cosa sappiamo
Stefania Craxi (Imagoeconomica).

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L’opposizione attacca mentre Vannacci promuove Crosetto

La decisione di Crosetto ha scatenato le opposizioni. «Ora il governo faccia un passo in più: neghi anche il supporto logistico offerto dalle nostre basi», ha dichiarato Giuseppe Conte, presidente del M5s. Pur definendo il no del ministro «un fatto rilevante e corretto», il deputato dem Anthony Barbagallo ha parlato di «quadro estremamente opaco e preoccupante», esortando il governo a riferire in Parlamento. Categorico Angelo Bonelli di Avs: «Prendere una posizione chiara e netta, e segnare una distanza dalle politiche di questo bullo del pianeta, come Donald Trump, pensa di governare il mondo attraverso la supremazia militare».

L’Italia nega l’atterraggio di due bombardieri Usa a Sigonella: cosa sappiamo
Giuseppe Conte (Ansa).

Passando alla maggioranza, così Raffaele Nevi, portavoce di Forza Italia: «Quando si compiono scelte di questa portata ci si assume una responsabilità, ma si dimostra anche la capacità di mantenere una linea coerente». Maurizio Lupi, presidente di Noi Moderati, ha dichiarato che «l’Italia non è in guerra con l’Iran e non vuole entrarci ed è giusto che ogni decisione in deroga ai trattati vigenti debba essere approvata dal Parlamento». Infine, la promozione a pieni voti per Crosetto da parte dell’ex generale Roberto Vannacci: «Secondo me ha fatto bene».

L’Italia nega l’atterraggio di due bombardieri Usa a Sigonella: cosa sappiamo
La base di Sigonella (Archivio Ansa).

Perché gli Usa non hanno chiesto di poter atterrare a Sigonella?

Ci si chiede però perché gli alleati americani non abbiano chiesto di poter atterrare a Sigonella prima della partenza. Forse perché Donald Trump considera l’Italia una provincia dell’impero? O perché era convinto che l’amica Giorgia non avrebbe avuto niente da ridire? Se Sanchez ha negato espressamente l’uso delle basi americane in Spagna per operazioni di guerra contro l’Iran, l’Italia si è mantenuta sul filo della diplomazia, cercando di tenere il piede in più staffe. A pensar male, forse The Donald voleva stanare una volta per tutte Meloni, che ha già pagato parecchio in termini di consenso (e si è visto anche al referendum) la sua vicinanza alla Casa Bianca.

L’Italia nega l’atterraggio di due bombardieri Usa a Sigonella: cosa sappiamo
Donald Trump e alle sue spalle Giorgia Meloni (Imagoeconomica).

Forza Italia, si allontana l’incontro tra Tajani e Marina Berlusconi

Complici l’agenda fitta di impegni della presidente di Mediaset e le festività pasquali, ma anche l’infuocato clima geopolitico, si allontana l’atteso faccia a faccia tra Marina Berlusconi e Antonio Tajani, che dovrebbe avere come obiettivo quello di abbassare i toni in casa azzurra dopo la batosta del referendum. L’incontro non è in programma nelle prossime due settimane, come minimo. Intanto il clima resta teso.

Forza Italia, si allontana l’incontro tra Tajani e Marina Berlusconi
Stefania Craxi e Maurizio Gasparri (Imagoeconomica).

Dopo Gasparri potrebbe saltare anche l’altro capogruppo Barelli

La sconfitta referendaria ha portato a degli scossoni nel partito. Disarcionato Maurizio Gasparri, sfiduciato dai senatori azzurri e sostituito da Stefania Craxi alla guida del gruppo parlamentare a Palazzo Madama: un avvicendamento, questo, benedetto da Marina Berlusconi. Congelata, invece, la raccolta firme a Montecitorio per sfiduciare il capogruppo Paolo Barelli, fedelissimo di Tajani, che potrebbe comunque saltare dopo Pasqua. In pole per sostituirlo c’è Giorgio Mulè, attuale vicepresidente della Camera. Ma circola anche il nome di Deborah Bergamini. In Forza Italia non si va però “solo” verso il cambio di entrambi i capigruppo parlamentari: ci sarebbe anche l’idea di sostituire Raffaele Nevi come portavoce del partito.

Forza Italia, si allontana l’incontro tra Tajani e Marina Berlusconi
Raffaele Nevi, Paolo Barelli e Antonio Tajani (Imagoeconomica).

Capitolo congressi: Tajani vuole andare avanti, ma c’è chi frena

E poi c’è la questione dei congressi, su cui Tajani vorrebbe andare avanti spedito. Ma non tutti ritengono siano una priorità. Roberto Occhiuto, governatore della Calabria e vicesegretario di Forza Italia, ha dichiarato: «Dobbiamo avere meno ansia per tesseramento e congressi e, forse, un po’ di ansia in più per le idee che dobbiamo fornire al centrodestra». E poi: «Abbiamo 250 mila tesserati, quanti ne ha Fratelli d’Italia, ma un po’ di voti in meno. Dovremmo tentare di avere qualche voto in più con una attenzione minore a tesseramento e congressi». Il dossier sui congressi, assicurano dentro FI, sarà certamente uno degli argomenti di discussione tra Tajani e Marina Berlusconi, quando finalmente ci sarà l’incontro. Nel frattempo i due continua a sentirsi, anche tramite Gianni Letta.

Trump fa insider trading? La guerra in Iran e l’ombra dei giochetti con la Borsa

Il rapporto di Donald Trump con la Borsa è da sempre borderline, visti i numerosi interessi finanziati dell’inquilino della Casa Bianca, uomo d’affari prima che presidente degli Stati Uniti, e le possibili ripercussioni a Wall Street (e non solo) di ogni sua singola decisione. Come ha evidenziato il Financial Times, poco prima dell’annuncio da parte di Trump del rinvio degli attacchi contro le infrastrutture energetiche iraniane – in virtù di «discussioni costruttive», poi smentite da Teheran – investitori non identificati hanno venduto contratti sul petrolio per un controvalore di 580 milioni di dollari, per poi ricomprarli a un prezzo inferiore dopo che la notizia aveva causato un crollo delle quotazioni del greggio. Insomma: o qualcuno ha fatto soldi grazie a un incredibile colpo di fortuna, oppure era in possesso di informazioni privilegiate.

I movimenti del 23 marzo sono stati anomali per volume e tempistica

Aleggia così il sospetto di insider trading, cioè la compravendita di titoli da parte di soggetti che, grazie alla loro posizione lavorativa o societaria, sono venuti in possesso di informazioni riservate, non ancora pubbliche. Si tratta di una pratica illegale, perché altera la trasparenza del mercato, consentendo un profitto sleale a danno degli altri investitori. Quanto accaduto la mattina del 23 marzo appare sicuramente anomalo, se non altro per la tempistica. Tra le 6.49 e le 6.50, ora di New York, sono stati scambiati 6.200 contratti futures sul Brent e sul West Texas Intermediate per un valore di 580 milioni di dollari. Movimenti insoliti per l’orario e anche per il volume. Il fatto è che alle 7.04 è arrivato, puntualissimo, il post di Trump via Truth sulle presunte negoziazioni positive con l’Iran, che ha innescato un flusso di vendite sul greggio, con conseguente calo del prezzo.

Trump fa insider trading? La guerra in Iran e l’ombra dei giochetti con la Borsa
Barili di petrolio (Ansa).

Il petrolio Wti, prima dell’annuncio, era quotato a circa 99 dollari al barile e dopo ha pesantemente ritracciato, attestandosi attorno agli 86. Stesso movimento per il Brent che, partito da 112 dollari, è crollato in pochi minuti a 99. La speculazione non si è limitata al greggio: anche i future sull’indice S&P 500 hanno registrato movimenti inconsueti per l’orario, pre-mercato.

Trump fa insider trading? La guerra in Iran e l’ombra dei giochetti con la Borsa
Operatori di Borsa (Ansa).

C’erano già stati scambi sospetti in concomitanza con gli annunci di Trump

A questo è seguito il riacquisto a un prezzo più basso. La sensazione è che qualcuno fosse in possesso di questa notizia market sensitive, come si definiscono le indiscrezioni capaci di far schizzare o deprimere i corsi azionari. Il fatto è che non è la prima volta che si verificano scambi sospetti in concomitanza con importanti decisioni o dichiarazioni di The Donald. Che non sempre corrispondono a realtà: da qui le passate accuse di aggiotaggio, cioè la manipolazione dei prezzi di titoli tramite notizie false. Era già accaduto ad aprile 2025 quando il presidente, commentando lo stop ai dazi precedentemente imposti a tutto il mondo, aveva candidamente parlato di «momento giusto per comprare».

Trump fa insider trading? La guerra in Iran e l’ombra dei giochetti con la Borsa
Wall Street (Ansa).

Ma, come ha evidenziato il Financial Times, lo schema si era già verificato il 10 marzo, giorno che ha visto un rimbalzo dei mercati dopo la dichiarazione di Trump sul conflitto iraniano «praticamente finito» e la successiva smentita del segretario alla Guerra Pete Hegseth. Il 20 marzo, Wall Street aveva perso l’1,8 per cento durante la giornata, appesantito dalle indiscrezioni su un possibile intervento di terra in Iran. Poi, poco prima della chiusura degli scambi, sono arrivate la parole del presidente americano sulla riduzione graduale degli attacchi: perdite appianate in pochi minuti. E non si può non citare la scommessa da 32 mila dollari su Polymarket sulla cattura del presidente venezuelano Nicolás Maduro: effettuata in un momento in cui era considerata improbabile, ne ha fruttati circa 400 mila.

Trump fa insider trading? La guerra in Iran e l’ombra dei giochetti con la Borsa
Donald Trump (Ansa).

La Casa Bianca ha ovviamente smentito: «Accuse infondate»

Sembra esserci un pattern. Ma è difficile, anzi praticamente impossibile, provare il nesso tra il comportamento di Trump e quanto accaduto il 23 marzo nelle compravendite del petrolio. Da parte sua, la Casa Bianca ha – ovviamente – negato l’uso improprio di informazioni privilegiate, parlando di «accuse infondate». Eppure in questo caso specifico, insistono gli analisti, la massiccia vendita dei future sul greggio si è verificata nelle prime ore di una giornata che non prevedeva né la pubblicazione di dati economici importanti, né discorsi da parte di esponenti della Federal Reserve. Mercoledì 25 marzo, dopo l’annuncio da parte dell’Iran della riapertura dello Stretto di Hormuz alle navi ritenute «non ostili» e la trasmissione di un piano di pace Usa all’Iran, i prezzi del petrolio sono continuati a scendere. Nessun sospetto di insider trading. Quanto a due giorni fa, come diceva qualcuno (cioè Giulio Andreotti), a pensar male si fa peccato, ma spesso ci si azzecca.

Dopo lo Stretto di Hormuz ora è a rischio chiusura anche quello di Bab el-Mandeb

Dopo lo Stretto di Hormuz, l’Iran (coordinandosi con gli Houthi yemeniti) potrebbe bloccare anche quello di Bab el-Mandeb, che collega il Mar Rosso con il golfo di Aden e quindi con l’Oceano Indiano. Punto di collegamento tra l’Africa e la penisola arabica, Bab el-Mandeb rappresenta un altro nodo strategico del commercio mondiale di petrolio e una sua chiusura potrebbe causare uno dei peggiori shock di approvvigionamento degli ultimi decenni.

Dopo lo Stretto di Hormuz ora è a rischio chiusura anche quello di Bab el-Mandeb
La posizione dello stretto di Bab el-Mandeb.

La posizione strategica di Bab el-Mandeb

Lo stretto di Bab el-Mandeb, largo quasi 40 chilometri e lungo 130, separa il Corno d’Africa dalla punta meridionale della Penisola arabica. Sul lato ovest di questa piccola strozzatura geografica nel Mar Rosso si affacciano Eritrea, Gibuti e Somalia, mentre lungo il suo lato orientale si trova lo Yemen. L’isola Perim blocca parzialmente la parte più stretta sul lato yemenita, mentre poco più a sud, al largo di Gibuti, ci sono le Isole dei Sette Fratelli. Insomma, in realtà il passaggio è ancora più angusto. Il nome dello Stretto, inserito fin dall’antichità nelle rotte commerciali, è traducibile come “Porta delle Lacrime“: un’allusione alle minacce da sempre connesse al passaggio attraverso le sue acque, tra correnti trasversali, forti venti, scogli e secche. Senza dimenticare i pirati.

Dopo lo Stretto di Hormuz ora è a rischio chiusura anche quello di Bab el-Mandeb
La stretto di Bab el-Mandeb con le isole dello Yemen e di Gibuti.

Le conseguenze in caso di blocco dello stretto

Qualsiasi nave in movimento tra l’Asia e Europa attraverso il Mar Rosso è destinata a passare per Bab el-Mandeb, che funge da ingresso meridionale al Canale di Suez: da qui, ogni anno, transita circa il 12 per cento del commercio mondiale di petrolio via mare. Qualora il passaggio venisse limitato o bloccato, le navi sarebbero costrette a circumnavigare l’estremità meridionale dell’Africa, con enormi ripercussioni sul prezzo del petrolio.

Chi potrebbe prendere il posto di Larijani come segretario del Consiglio di Sicurezza iraniano

L’attacco aereo israeliano che ha ucciso Ali Larijani ha eliminato uno dei più esperti e influenti strateghi politici dell’Iran, che in qualità di segretario del Consiglio supremo per la Sicurezza nazionale era al centro del processo decisionale in materia di guerra, diplomazia nucleare e alleanze internazionali. Pe quanto proveniente da una prestigiosa famiglia clericale, Larijani non era un leader religioso. Ma, fedelissimo di Ali Khamenei, proprio dall’ayatollah aveva ricevuto l’incarico di garantire la sopravvivenza della teocrazia. Secondo gli analisti, negli ultimi mesi aveva concentrato nelle sue mani un enorme potere all’interno del regime, che non era stato intaccato (anzi) dalla nomina di Mojtaba Khamenei come nuova Guida Suprema. Premesso che qualsiasi nuova figura di alto livello diventerà un bersaglio di Israele e Stati Uniti, chi potrebbe prendere il posto di Larijani a capo del Consiglio di sicurezza iraniano?

Chi potrebbe prendere il posto di Larijani come segretario del Consiglio di Sicurezza iraniano
Chi potrebbe prendere il posto di Larijani come segretario del Consiglio di Sicurezza iraniano
Chi potrebbe prendere il posto di Larijani come segretario del Consiglio di Sicurezza iraniano
Chi potrebbe prendere il posto di Larijani come segretario del Consiglio di Sicurezza iraniano
Chi potrebbe prendere il posto di Larijani come segretario del Consiglio di Sicurezza iraniano

I possibili eredi di Larijani

Uno dei nomi più caldi è quello di Mohsen Rezaei, veterano delle forze armate che ha ricoperto per oltre 15 anni la carica di comandante in capo dei Guardiani della rivoluzione. Da pochi giorni Rezaei ha assunto il ruolo di consigliere militare di Mojtaba Khamenei, rafforzando così la sua posizione all’interno della struttura di potere iraniana.

Nell’immediato, la morte di Larijani probabilmente conferirà maggiore potere al generale Mohammad Bagher Ghalibaf, attuale presidente del Parlamento ed ex comandante della polizia iraniana, in passato anche sindaco di Teheran. Ghalibaf ha sostenuto la nomina di Mojtaba Khamenei come Guida Suprema, posizione condivisa con i pasdaran e alcuni dei religiosi iraniani più intransigenti e ultraconservatori.

Tra i nomi che girano c’è poi quello di Ahmad Vahidi, capo del Corpo delle guardie della rivoluzione islamica dalla morte di Mohammad Pakpour, avvenuta nelle prime ore del conflitto: è lui, ex ministro degli Esteri, a sovrintendere nell’ombra (dalla nomina non ci sono stati né messaggi, né apparizioni) allo sforzo bellico contro gli Stati Uniti e Israele.

Da non scartare poi le “candidature” di Ali Akbar Velayati, politico di lungo corso (è stato a capo degli Esteri dal 1981 al 1997) che ha servito per decenni come consigliere della Guida Suprema; e quella di Hassan Rouhani, ex presidente ed ex segretario del Consiglio supremo per la Sicurezza nazionale.

Secondo l’esperto di Medio Oriente Vali Nasr, che in passato ha collaborato con la Casa Bianca, il successore di Larijani sarà nominato dai pasdaran. Uno scenario, questo, che non lascia presagire nulla di buono per le speranze di de-escalation. «Con ogni assassinio, Stati Uniti e Israele alimentano una maggiore radicalizzazione della leadership iraniana. Ciò prefigura un futuro fosco per l’Iran, gli iraniani, la regione e, in definitiva, renderà molto più difficile per gli Usa disimpegnarsi da un conflitto senza fine», ha scritto Nasr su X.

Sciopero generale del 9 marzo: chi si ferma

Lunedì 9 marzo è previsto uno sciopero generale su scala nazionale che coinvolgerà sia il pubblico che il privato. La mobilitazione, proclamata in occasione della Giornata Internazionale dei diritti delle donne (che ricorre il giorno precedente), potrebbe causare disagi in diversi settori: dai trasporti alla scuola e all’istruzione, fino alla sanità e alla pubblica amministrazione. Ecco chi si fermerà.

Nel settore dei trasporti l’agitazione è supportata da Slai-Cobas

Sul fronte dei trasporti, l’agitazione è supportata da Slai-Cobas, mentre non aderiscono Usi e Usb. Lo sciopero durerà 24 ore. Come di norma, verranno comunque garantiti i servizi minimi nel rispetto delle normative vigenti e delle fasce di tutela previste.

Sciopero generale del 9 marzo: chi si ferma
Treno fermo in stazione (Ansa).

Lo sciopero interesserà anche scuola, università e ricerca

Per la scuola è la Flc Cgil ad aver proclamato un’intera giornata di astensione dal lavoro. L’agitazione interesserà anche università, enti di ricerca e formazione professionale. «Intendiamo riaffermare i diritti delle donne, a partire da quello all’autodeterminazione e alla parità di genere, davanti alla evidente recrudescenza di una cultura maschilista, misogina e patriarcale, che si traduce in frequenti episodi di violenza e discriminazione delle donne», ha dichiarato il sindacato.

Sciopero generale del 9 marzo: chi si ferma
Corteo della Cgil durante uno sciopero generale (Ansa).

Sanità: assicurati servizi e prestazioni essenziali

Per quanto riguarda la sanità pubblica, lo sciopero interesserà infermieri, operatori sociosanitari, ostetriche, personale della riabilitazione e altre figure del comparto sanitario, oltre alla dirigenza medica, sanitaria e veterinaria e al personale tecnico, professionale e amministrativo. Saranno assicurati i servizi e le prestazioni essenziali.

Non Una Di Meno: «Un nuovo weekend lungo di lotta»

Il movimento femminista e transfemminista Non Una Di Meno ha chiamato al weekend lungo di lotta (cortei l’8 marzo e sciopero il 9), spiegando che le due giornate di mobilitazione «mettono al centro l’opposizione alle politiche del governo Meloni in tema di contrasto alla violenza sessuale ed economica rivolte alle donne e alle categorie più colpite dall’inflazione dovuta alla guerra». In particolare, continua la nota, «le conseguenze dell’approvazione del ddl Bongiorno, di modifica della attuale legge sulla violenza sessuale, sarebbero molto gravi nei contesti familiari e coniugali, per le giovani e giovanissime che con le loro denunce fanno registrare un aumento vertiginoso dei casi (dati Istat 2025), nei contesti lavorativi e in condizioni di ricattabilità, nei tribunali dove chi denuncia è già esposta a vittimizzazione secondaria».

Usa: «Ucciso un iraniano a capo di un’unità che voleva assassinare Trump»

L’esercito degli Stati Uniti ha dichiarato di aver ucciso nei raid sulla Repubblica Islamica un cittadino iraniano a capo di un’unità che aveva organizzato un presunto complotto per eliminare Donald Trump. «Sebbene non fosse nemmeno lontanamente lui il fulcro dell’operazione, abbiamo fatto in modo da includerlo nella lista degli obiettivi. È stato braccato e ucciso», ha detto il segretario alla Guerra Pete Hegseth, in un briefing con la stampa: «L’Iran ha tentato di uccidere il presidente Trump e il presidente Trump ha riso per ultimo». Teheran ha sempre smentito di aver messo in piedi un piano per assassinare il tycoon.

Usa: «Ucciso un iraniano a capo di un’unità che voleva assassinare Trump»
Donald Trump (Ansa).

Nel 2024 il Dipartimento di Giustizia Usa aveva incriminato l’iraniano Farhad Shakeri

Hegseth non ha fatto il nome della persona uccisa. Si sa però che a novembre del 2024 Dipartimento di Giustizia Usa aveva incriminato il 52enne Farhad Shakeri, in relazione a un piano dei Guardiani della rivoluzione per assassinare Trump, appena rieletto alla Casa Bianca. Emigrato negli Stati Uniti da bambino, Shakeri era stato espulso attorno al 2008 dopo 14 anni trascorsi in carcere per rapina. Secondo il Dipartimento di Giustizia si era avvalso «di una rete di complici incontrati in prigione negli Stati Uniti per fornire ai Guardiani della rivoluzione agenti incaricati di sorvegliare e assassinare» i bersagli dei pasdaran negli Usa. Assieme a lui erano state incriminate altre due persone, Carlisle Rivera e Jonathan Loadholt: i tre avrebbero messo in piedi un piano (poi non portato a termine) per eliminare Masih Alinejad, giornalista e attivista iraniana residente negli Usa, che aveva criticato le leggi sull’obbligo del velo per le donne. Secondo il Dipartimento di Giustizia era stato anche incaricato dai Guardiani della rivoluzione di sorvegliare due ebrei americani residenti a New York e di aver ricevuto un’offerta di 500 mila dollari dai pasdaran per ucciderli. Inoltre a Shakeri sarebbe stato anche assegnato il compito di colpire turisti israeliani in Sri Lanka.

La guerra all’Iran tra escalation e shock petrolifero globale: gli scenari

L’operazione Epic Fury lanciata da Stati Uniti e Israele contro l’Iran, che ha risposto mettendo nel mirino – oltre allo Stato ebraico e alle basi Usa – anche i Paesi del Golfo, ha rapidamente assunto i contorni di un conflitto regionale. Definizione che col passare dei giorni appare persino riduttiva, visto che un drone iraniano ha già attaccato una base britannica a Cipro. Di sicuro la guerra, che ha portato a una delle maggiori interruzioni delle comunicazioni aeree della storia e stravolto gli equilibri geopolitici mondiali, è destinata ad avere pesanti ripercussioni a livello globale. Gli scenari.

La guerra all’Iran tra escalation e shock petrolifero globale: gli scenari
Un ritratto di Ali Khamenei (Ansa).

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Lo scenario della caduta del regime

L’obiettivo dichiarato di Donald Trump e dell’alleato Benjamin Netanyahu è un cambio di regime. Lo scenario più roseo, per il presidente Usa e il premier israeliano, è che le annunciate settimane di attacchi aerei contro i centri di potere della Repubblica Islamica possano scatenare una rivolta popolare, ancor più massiccia di quella recentemente repressa nel sangue e in grado di rovesciare il regime. C’è un aspetto da considerare: l’eliminazione di Ali Khamenei è un successo prettamente simbolico per Washington e Tel Aviv, visto che la Guida Suprema non era “un uomo solo al comando”. Innanzitutto, la sua età avanzata aveva già aperto un dibattito interno sulla successione. E poi l’ayatollah rappresentava l’apice teocratico, in un Paese in cui il potere è però distribuito tra più centri: il Consiglio dei Guardiani della Costituzione (l’organo di garanzia costituzionale che peraltro elegge l’Assemblea degli Esperti), l’apparato del Corpo delle guardie della rivoluzione islamica e il Consiglio di Sicurezza nazionale, che ha come capo Ali Larijani, il quale ha escluso trattative con Usa e Israele.

La guerra all’Iran tra escalation e shock petrolifero globale: gli scenari
La guerra all’Iran tra escalation e shock petrolifero globale: gli scenari
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Usa e Israele potrebbero accontentarsi di una mezza vittoria

Lo scenario forse più probabile è che i leader iraniani sopravvissuti sostituiscano il vecchio regime con un altro. In fondo, non tutto il Paese è contro la teocrazia che si è instaurata nel 1979. Inoltre, al netto dei ripetuti appelli all’insurrezione, l’opposizione iraniana è divisa in partiti e fazioni spesso in lotta tra loro, che difficilmente riusciranno a tenere in mano il potere. Ma l’operazione Epic Fury potrebbe comunque avere successo se riuscisse a infliggere un duro colpo alla capacità nucleare, missilistica e militare della Repubblica Islamica, che a quel punto faticherebbe a sostenere i suoi proxy nella regione. Sicuramente, questo potrebbe essere un risultato accettabile per Israele.

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Il rischio di una Libia-bis: vuoto di potere e Paese nel caos

Lo scenario peggiore è quello di una Libia-bis, ovvero di un vuoto di potere in uno Stato distrutto da anni di autoritarismo, che potrebbe portare a violenti scontri tra fazioni o addirittura a una guerra civile, causando una crisi dei rifugiati e lasciando le riserve di uranio arricchito alla mercé di gruppi estremisti. E se da una parte gli statunitensi sono visti (certamente dalla diaspora) come liberatori, dall’altra c’è da considerare un fatto: questo conflitto, destinato a fare migliaia di vittime, alimenterà un forte sentimento anti-americano che potrebbe portare ad attacchi contro le installazioni Usa nella regione.

La guerra all’Iran tra escalation e shock petrolifero globale: gli scenari
Benjamin Netanyahu e Donald Trump (Imagoeconomica).

L’Europa è sempre più marginale, ma c’è chi si prepara a scendere in campo

Trump ha colpito l’Iran senza chiedere l’avallo del Congresso. E i leader europei sono stati avvertiti solo a cose fatte, confermando la marginalità del Vecchio Continente nella testa di The Donald. La beffa? A differenza – ultimo esempio – del Venezuela, questa guerra scatenata dagli Stati Uniti riguarda l’Europa molto da vicino. Cipro, come detto, è già stata colpita e non si può parlare di attacco all’Ue perché la base della Royal Air Force di Akrotiri è tecnicamente territorio britannico e, dunque, non fa parte dell’Unione europea. La sensazione è che Trump si stia distanziando sempre di più dall’Europa, che potrebbe scendere in campo: i governi di Regno Unito, Francia e Germania hanno annunciato in una dichiarazione congiunta di essere pronti ad adottare misure per difendere i propri interessi e quelli degli alleati nella regione. Londra, tra l’altro, ha concesso (in ritardo secondo Trump) l’uso delle sue basi a Washington per attacchi “difensivi” contro gli attacchi missilistici iraniani. E Keir Starmer ha già inviato cacciatorpediniere ed elicotteri a Cipro. Al netto del fatto che in questo momento è impossibile fare previsioni certe su come la situazione potrà evolvere, nonostante la vicinanza con Teheran al momento appare improbabile il coinvolgimento di Russia, concentrata sull’Ucraina, e della Cina, che tradizionalmente non ha un ruolo militarmente attivo in Medio Oriente.

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L’inevitabile shock petrolifero: a pagare sarà soprattutto il Vecchio Continente

C’è poi la questione energetica. L’Iran sotto attacco ha chiuso lo Stretto di Hormuz, passaggio da cui transita oltre un quinto del petrolio mondiale via mare e più del 30 per cento del gas naturale liquefatto. Inoltre sono state colpite alcune raffinerie in Arabia Saudita, che ha dichiarato la chiusura degli stabilimenti. Inevitabili le ripercussioni sui costi dell’energia, ma anche su quelli delle materie prime. Lo shock, più o meno breve, ci sarà. E con sempre meno volumi disponibili, a farne le spese sarà soprattutto l’Europa, che a differenza degli Stati Uniti non dispone di una significativa produzione domestica di energia.

Usa-Iran, corsa contro il tempo per un accordo sul nucleare: gli scenari

In attesa di capire se arriveranno risultati tangibili dal nuovo round di colloqui con Teheran previsti giovedì 26 febbraio a Ginevra, Donald Trump continua a valutare la possibilità di un attacco mirato sull’Iran, per ammorbidire la posizione del regime degli ayatollah sul nucleare. La tensione lungo l’asse Washington-Teheran continua a salire. Il punto.

Fissati nuovi colloqui: l’Iran però tarda a consegnare la bozza di accordo

Il New York Times ha definito quelli di giovedì, annunciati dal mediatore dell’Oman, come «negoziati disperati per evitare un conflitto militare». I colloqui sono stati fissati, ma sono in ogni caso subordinati a una condizione: la consegna da parte dell’Iran, entro 48 ore, di una bozza di accordo agli inviati americani. Venerdì 20 febbraio il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi, intervistato da Msnbc, aveva annunciato che «entro due o tre giorni» avrebbe sottoposto alle sue controparti statunitense la proposta di Teheran per un accordo sul nucleare.

Usa-Iran, corsa contro il tempo per un accordo sul nucleare: gli scenari
Abbas Araghchi (Ansa).

Trump sarebbe comunque propenso a un iniziale attacco mirato

Secondo quanto riporta il New York Times citando fonti vicine alla Casa Bianca, Trump ha detto ai suoi consiglieri che, se la diplomazia o un iniziale raid mirato degli Usa non indurranno l’Iran a cedere alle richieste statunitensi di rinunciare al programma nucleare, allora prenderà in considerazione un attacco molto più grande nei prossimi mesi, volto a estromettere i leader della Repubblica Islamica. Un attacco iniziale Usa, scrive il Nyt, potrebbe avere come obiettivo il quartier generale del Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica, così come alcuni siti nucleari del Paese. Se il raid immediato (verrso cui Trump è comunque propenso) non dovesse convincere Teheran, gli Usa inizierebbero a lavorare a un massiccio attacco militare entro la fine del 2026, con l’obiettivo di rovesciare l’ayatollah Ali Khamenei. Intanto Washington sta rafforzando la potenza di fuoco nella regione.

Usa-Iran, corsa contro il tempo per un accordo sul nucleare: gli scenari
Donald Trump (Ansa).

L’Iran: «Pronti a colpire la basi degli Stati Uniti nella regione»

«Credo che ci sia ancora una buona possibilità di avere una soluzione diplomatica che sia una vittoria per entrambi», ha detto Araghchi in un’intervista a Cbsnews, in vista dei nuovi colloqui. Poi ha aggiunto: «Se gli Stati Uniti ci attaccheranno, allora noi avremo tutto il diritto di difenderci. O nostri missili non possono colpire il suo americano e quindi dovremo colpire qualcos’altro le basi americane nella regione». Nel corso degli ultimi colloqui a Ginevra, Teheran ha aperto alle ispezioni dell’Aiea nei siti nucleari della Repubblica Islamica, compresi quelli sotterranei, ma ha blindato il suo programma missilistico, sul quale non intende fare concessioni. L’Iran inoltre si è detto disposto a discutere di limitazioni al suo programma nucleare solo in cambio di un allentamento delle sanzioni Usa, che stanno mettendo in ginocchio l’economia del paese, escludendo però l’arricchimento zero dell’uranio.

Usa-Iran, corsa contro il tempo per un accordo sul nucleare: gli scenari
Manifesto dell’ayatollah Khamanei a Teheran (Ansa).

Khamenei intanto prepara piani di emergenza in caso di sua uccisione

Intanto, scrive il Nyt, l’ayatollah Khamenei ha impartito istruzioni per designare la linea di successione dell’attuale leadership in caso di sua uccisione durante eventuali attacchi da parte degli Stati Uniti o di Israele La Guida suprema dell’Iran avrebbe previsto «quattro livelli di avvicendamento» per tutte le cariche militari e politiche più importanti. Khamenei avrebbe affidato il compito di «garantire la sopravvivenza della Repubblica Islamica» a un suo uomo di massima fiducia: il responsabile della sicurezza nazionale Ali Larijani, ex comandante delle Guardie Rivoluzionarie, che di recente ha supervisionato la brutale repressione delle proteste popolari nel Paese. Non essendo un alto esponente del clero sciita, Larijani difficilmente sarà il successore di Khamenei a capo della teocrazia iraniana. Tuttavia sarebbe lui a gestire in prima persona la crisi.