In attesa di capire se arriveranno risultati tangibili dal nuovo round di colloqui con Teheran previsti giovedì 26 febbraio a Ginevra, Donald Trump continua a valutare la possibilità di un attacco mirato sull’Iran, per ammorbidire la posizione del regime degli ayatollah sul nucleare. La tensione lungo l’asse Washington-Teheran continua a salire. Il punto.
Fissati nuovi colloqui: l’Iran però tarda a consegnare la bozza di accordo
Il New York Times ha definito quelli di giovedì, annunciati dal mediatore dell’Oman, come «negoziati disperati per evitare un conflitto militare». I colloqui sono stati fissati, ma sono in ogni caso subordinati a una condizione: la consegna da parte dell’Iran, entro 48 ore, di una bozza di accordo agli inviati americani. Venerdì 20 febbraio il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi, intervistato da Msnbc, aveva annunciato che «entro due o tre giorni» avrebbe sottoposto alle sue controparti statunitense la proposta di Teheran per un accordo sul nucleare.

Trump sarebbe comunque propenso a un iniziale attacco mirato
Secondo quanto riporta il New York Times citando fonti vicine alla Casa Bianca, Trump ha detto ai suoi consiglieri che, se la diplomazia o un iniziale raid mirato degli Usa non indurranno l’Iran a cedere alle richieste statunitensi di rinunciare al programma nucleare, allora prenderà in considerazione un attacco molto più grande nei prossimi mesi, volto a estromettere i leader della Repubblica Islamica. Un attacco iniziale Usa, scrive il Nyt, potrebbe avere come obiettivo il quartier generale del Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica, così come alcuni siti nucleari del Paese. Se il raid immediato (verrso cui Trump è comunque propenso) non dovesse convincere Teheran, gli Usa inizierebbero a lavorare a un massiccio attacco militare entro la fine del 2026, con l’obiettivo di rovesciare l’ayatollah Ali Khamenei. Intanto Washington sta rafforzando la potenza di fuoco nella regione.

L’Iran: «Pronti a colpire la basi degli Stati Uniti nella regione»
«Credo che ci sia ancora una buona possibilità di avere una soluzione diplomatica che sia una vittoria per entrambi», ha detto Araghchi in un’intervista a Cbsnews, in vista dei nuovi colloqui. Poi ha aggiunto: «Se gli Stati Uniti ci attaccheranno, allora noi avremo tutto il diritto di difenderci. O nostri missili non possono colpire il suo americano e quindi dovremo colpire qualcos’altro le basi americane nella regione». Nel corso degli ultimi colloqui a Ginevra, Teheran ha aperto alle ispezioni dell’Aiea nei siti nucleari della Repubblica Islamica, compresi quelli sotterranei, ma ha blindato il suo programma missilistico, sul quale non intende fare concessioni. L’Iran inoltre si è detto disposto a discutere di limitazioni al suo programma nucleare solo in cambio di un allentamento delle sanzioni Usa, che stanno mettendo in ginocchio l’economia del paese, escludendo però l’arricchimento zero dell’uranio.

Khamenei intanto prepara piani di emergenza in caso di sua uccisione
Intanto, scrive il Nyt, l’ayatollah Khamenei ha impartito istruzioni per designare la linea di successione dell’attuale leadership in caso di sua uccisione durante eventuali attacchi da parte degli Stati Uniti o di Israele La Guida suprema dell’Iran avrebbe previsto «quattro livelli di avvicendamento» per tutte le cariche militari e politiche più importanti. Khamenei avrebbe affidato il compito di «garantire la sopravvivenza della Repubblica Islamica» a un suo uomo di massima fiducia: il responsabile della sicurezza nazionale Ali Larijani, ex comandante delle Guardie Rivoluzionarie, che di recente ha supervisionato la brutale repressione delle proteste popolari nel Paese. Non essendo un alto esponente del clero sciita, Larijani difficilmente sarà il successore di Khamenei a capo della teocrazia iraniana. Tuttavia sarebbe lui a gestire in prima persona la crisi.
