Con le assemblee di bilancio dei prossimi mesi, saranno rinnovati 214 organi sociali, di cui 118 consigli d’amministrazione e 96 collegi sindacali, per un totale di 842 persone, in 155 società del ministero dell’Economia e delle finanze. L’ha rilevato l’analisi del Centro Studi CoMar, presieduto da Massimo Rossi, sul governo di tutte le partecipate dello Stato. Il 2026 è particolarmente significativo, perché si concludono i mandati triennali di molte società tra le maggiori in assoluto, dalle quotate Banca Mps, Enav, Enel, Eni, Leonardo, Poste Italiane, Terna fino a Amco, Consap, Equitalia Giustizia, Infratel, Ipzs, PagoPa, Ram, Rfi, Trenitalia e Sogesid.
Le società interessate esprimono ricavi per oltre 200 miliardi di euro
CoMar ha calcolato, sugli ultimi bilanci, che le società per cui è previsto il rinnovo esprimono ricavi per 206 miliardi di euro, utili per 16,5 miliardi e hanno 288.120 dipendenti. Al 2 aprile, la loro capitalizzazione in Borsa era superiore ai 282,6 miliardi di euro. Più in dettaglio, delle 842 persone totali in scadenza (tra consiglieri e sindaci), 158 siedono in 21 società controllate direttamente dal Mef, mentre 684 sono in 134 controllate indirette attraverso le sue diverse capogruppo.
Magari non torneranno le carrozzelle, magari non ci saranno le domeniche a targhe alterne, ma la crisi mediorientale, la guerra all’Iran scatenata da Donald Trump e Benjamin Netanyahu e il conseguente blocco dello Stretto di Hormuz potrebbero far riprecipitare Italia ed Europa in un film già visto e che molti ricordano solo in bianco e nero: l’austerity degli Anni 70.
Benjamin Netanyahu e Donald Trump (Imagoeconomica).
E allora mentre Bruxelles raccomanda meno voli e più smart working, perché le abitudini e le condizioni materiali di tutti sono cambiate, mentre alla mente di molti tornano i mesi di rigore del Covid e delle prime fasi della guerra in Ucraina, vale la pena sdrammatizzare e ricordarci come eravamo.
Dan Jørgensen, commissario Ue per l’Energia (Imagoeconomica).
La guerra dello Yom Kippur e la fine del boom
Perché nel lento procedere dei corsi e ricorsi della storia, i più anziani hanno ancora in mente quando Giovanni Leone, allora Presidente della Repubblica, lasciò nel garage del Quirinale la Lancia Flaminia 335 e rispolverò una delle carrozze a cavallo della collezione Savoia. La guerra dello Yom Kippur, che vide Egitto e Siria attaccare Israele, portò un rincaro del greggio da parte dell’Opec e infine un vero e proprio embargo agli Stati che appoggiavano Tel Aviv.
Ariel Sharon nel Sinai durante la guerra dello Yom Kippur (Ansa).
Il prezzo del petrolio schizzò da tre a 12 dollari al barile, l’Olanda per prima e a seguire gli altri Stati occidentali adottarono misure di risparmio energetico. L’Italia si unì a loro e il governo Rumor, in una riunione notturna del 23 novembre 1973, varò il decreto legge 304, il decreto austerity, decidendo di vietare l’uso di auto, moto, barche e aerei privati nei giorni festivi e la domenica. «Stiamo entrando in un inverno difficile», spiegò Mariano Rumor in un messaggio tv alla nazione, «dove basta una lampada cerchiamo di non usarne due».
L’invasione delle biciclette per non rinunciare alle gite fuori porta
Nessuno venne escluso. Restarono a piedi presidente del Consiglio e ministri, presidente della Repubblica e nuovi ricchi. Strade e autostrade nei weekend si svuotarono, in un clima surreale dopo la sbornia dei consumi degli Anni 60. Solo mezzi pubblici, di soccorso, medici e parroci potevano circolare, per gli altri la multa era di un milione di lire.
Il Presidente della Repubblica Giovanni Leone in visita ufficiale in Arabia Saudita incontra Faisal bin Abdulaziz Al Saud. Riyad, 1 febbraio 1975 (Ansa).
Gli italiani, dopo una fase di stupore e irritazione, si arrangiarono come d’abitudine e si organizzarono col sorriso sulle labbra. Perché l’imperativo era uno solo: non rinunciare alle gite fuori porta a cui un popolo uscito dalla guerra si era abituato negli anni del boom. E così si inventarono le gite di gruppo con amici improvvisati, si ripescarono dalle cantine tandem, monopattini, carrozzelle, oltre 11 milioni di biciclette invasero le strade cittadine, quelle di campagna e quelle che portavano al mare.
L’invenzione di Domenica In per incollare gli italiani sul divano
Qualche anno più tardi, nel 1976, la Rai si inventò Domenica In, condotta da Corrado, per indurre le famiglie a restare in casa di pomeriggio e risparmiare le uscite. Nacque anche un nuovo modo di intendere il tempo libero e fu boom di palestre, stadi, parchi urbani. I ristoranti e i bar dovevano però chiudere a mezzanotte, mentre cinema, teatri e discoteche alle 23, Capodanno compreso, e i negozi alle 19. Si risparmiò sulle luminarie natalizie, sui lampioni accesi (solo uno su due), sulle insegne delle vetrine.
L’orario dell’unico tg anticipato per risparmiare
L’austerity cambiò anche i ritmi quotidiani delle famiglie. Per far anticipare i riti serali di cena e dopocena, la Rai cambiò l’orario del telegiornale, l’unico di quegli anni, spostandolo dalle 20.30 alle 20, ora a cui tutti siamo ormai abituati. I programmi terminavano alle 22.45. Enel e le altre imprese distributrici di elettricità ridussero la tensione del 6-7 per cento dalle 21 alle 7, limitando la possibilità di usare elettrodomestici nelle case. Dopo pochi mesi l’austerity vera e propria non fu più necessaria, a marzo l’embargo terminò, ma ormai i principali dati macroeconomici registravano un trend negativo e l’inflazione schizzò alle stelle, fino al 12,5 per cento.
La ripartenza a scapito del debito pubblico e l’inizio dei ‘favolosi’ Anni 80
Un anno dopo cominciarono le domeniche con targhe alterne. E piano piano tutto fu dimenticato, la tv si fece a colori, nacquero i computer, l’economia ripartì, anche se a scapito del debito pubblico, e cominciarono i vibranti e “favolosi” Anni 80. Oggi la vita di tutti i giorni è fatta anche di voli low cost, car sharing, smart woking, qualcosa potrebbe essere incentivato, qualcosa potrebbe cambiare, ma una cosa è certa: sarà ancora necessaria l’inventiva degli italiani per trovare nuove soluzioni per risparmiare energia.
Fabi, First Cisl e Fisac Cgil hanno proclamato mezza giornata di sciopero per giovedì 30 aprile 2026, a partire dalla pausa pranzo, per tutte le lavoratrici e i lavoratori del Gruppo Borsa italiana-Euronext. La decisione è stata assunta dopo l’esito negativo della procedura di conciliazione svoltasi presso l’Abi a Milano e conclusasi senza risposte concrete da parte aziendale sui temi al centro della vertenza. Le Rsa (Rappresentanze sindacali) del Gruppo Borsa italiana e le Segreterie territoriali di Fabi, First Cisl e Fisac Cgil hanno denunciato l’assenza di una chiara prospettiva industriale per le attività italiane del Gruppo, le incertezze su occupazione, professionalità e investimenti, il peggioramento delle condizioni di lavoro, tra carichi, ritmi, orari e smart working, oltre al perdurante stallo sul contratto integrativo aziendale e sul premio aziendale. Per Fabi, First Cisl e Fisac Cgil serve un cambio di rotta immediato, perché «non è più accettabile un confronto sindacale privo di reali margini negoziali, mentre ai lavoratori continuano a essere chiesti sacrifici senza adeguate garanzie e riconoscimenti». Lo sciopero del 30 aprile si inserisce in un più ampio calendario di mobilitazione già avviato nelle prossime settimane.
Dal 2 al 6 aprile 2026, i bonifici bancari ordinari (quelli che solitamente impiegano una o due giornate lavorative per essere incassati dal beneficiario) saranno “bloccati“. In questo lasso di tempo, infatti, il sistema che gestisce i pagamenti tra le banche europee, la piattaforma dell’eurosistema Target2, si fermerà per le festività di Pasqua che, come da calendario pubblicato dalla Bce, comprendono anche il venerdì santo. Questo implica che tutti i bonifici ordinari saranno messi in coda a partire dalle 18 di giovedì 2 aprile e partiranno quando riprenderà il funzionamento, cioè dalla mattina del 7 aprile. La lunga pausa potrebbe influenzare i tempi di accredito degli stipendi e in alcuni casi delle pensioni.
Le alternative
Va specificato che Target2 gestisce lo scambio di denaro per quanto riguarda i bonfici ordinari. Dunque, i giroconti e i bonifici istantanei (che vengono gestiti da un’altra piattaforma, ovvero Tips) non subiranno alcuna interruzione e potranno essere utilizzati normalmente per trasferire i soldi. Trattandosi di un blocco legato alla chiusura per festività, non c’è alcun rischio che il denaro bonificato in prossimità dello stop venga perso o respinto al mittente. Arriverà sul conto corrente del destinatario a partire da martedì 7.
Esborso da 22 milioni di euro da parte di un gruppo indebitato
E in effetti molti osservatori del mercato hanno valutato che l’operazione La Stampa, con un esborso da 22 milioni di euro per un giornale che produce perdite per una decina di milioni all’anno e ha in pancia una redazione di 178 dipendenti, fosse un passo davvero più lungo della gamba per il gruppo Sae, che ha i conti in rosso.
Alberto Leonardis (foto Imagoeconomica).
Al momento la Sapere Aude Editori (Sae) già controlla Il Tirreno (Livorno), Gazzetta di Modena, Gazzetta di Reggio e La Nuova Ferrara, comprati da Gedi nel 2020, e poi La Nuova Sardegna (rilevata nel 2022) e La Provincia pavese (nel 2025), oltre ad aver rilevato Paese Sera (2025).
Come operano questi “spazzini” di testate in difficoltà
Come insegnano operazioni simili compiute nel passato, questi “spazzini” di testate in difficoltà (e Sae è stato il partner sodale di Gedi in tutte queste dismissioni) ricevono in genere dal venditore una dote milionaria per riuscire a gestire i giornali nei primi tempi. Quando la dote si esaurisce, o li chiudono, o li rivendono a qualcun altro, o fanno pesanti ristrutturazioni per avere un equilibrio economico-finanziario.
John Elkann in visita alla sede de La Stampa (Ansa).
Lo schema usato finora da Leonardis è il seguente: lui fa da aggregatore, poi i soldi li mettono soprattutto imprenditori e politici locali. Finora però si trattava di piccole testate molto legate al territorio di competenza. Da valutare, adesso, come verrà strutturato il veicolo che acquisterà La Stampa, e se effettivamente, tra i soci di minoranza, ci sarà anche la Sportcast srl, società posseduta dalla Federazione italiana di tennis e padel, e che si occupa di editoria producendo il canale tivù Supertennis. In questo caso ci sarebbe però un cavillo da superare: lo statuto di Sportcast, nell’oggetto sociale, ammette l’edizione e la produzione di giornali, esclusi però i quotidiani. E quindi sarebbe poco adatta per l’ingresso in Sae. Si vedrà.
Leonardis possiede solo il 3 per cento di Sae
Nel frattempo, come detto, Leonardis da un lato è impegnato a finalizzare il contratto preliminare per l’acquisto de La Stampa (chiusura entro giugno), dall’altro ha già iniziato a sondare il terreno per un’ipotetica cessione di tutta la Sae, di cui lui personalmente possiede solo il 3 per cento.
Urbano Cairo (Imagoeconomica).
Tra i tavoli ai quali ha fatto pervenire il dossier Sae c’è di sicuro quello di Rcs MediaGroup, che al momento si è però detto non interessato ad affiancare al Corriere della sera e a La Gazzetta dello sport una catena di quotidiani locali (La Stampa, a tendere, diventerà un giornale locale con una redazione più che dimezzata).
Theodore Kyriakou e, dietro di lui, la prima pagina di Repubblica.
E presto sui tavoli della business community italiana potrebbe arrivare anche un altro dossier: quello di Repubblica. È noto, infatti, che il gruppo greco Antenna ha chiuso l’operazione con Gedi solo perché interessato alle radio (Deejay, M2o, Capital), mentre non sa che farsene del quotidiano, che perde circa 15 milioni di euro all’anno e ha una redazione di 270 giornalisti.
Bankitalia ha nominato due commissari nel board di Bff Bank, Raffaele Lener e Francesco Fioretto, per «coadiuvarlo nel rapido processo di risanamento del quadro operativo-contabile» e «nella gestione delle azioni rimediali nel comparto creditizio afferente al business del factoring e del sistema di controlli interni, già avviate dalla banca». Il cda e il collegio sindacale dell’istituto continuano a mantenere i pieni poteri e le proprie facoltà decisionali invariate.
Il titolo di Bff crolla in Borsa
Dopo la notizia, il titolo Bff Bank è crollato in Borsa facendo segnare una perdita di oltre il 50 per cento sui valori precedenti.
Mentre in tutta Italia migliaia di imprese, associazioni ed enti sono impegnati nella redazione e nell’approvazione dei bilanci d’esercizio 2025, affiancati dai commercialisti chiamati a garantire correttezza formale, trasparenza e rispetto delle norme, nel cuore della categoria emerge un nodo che sta facendo discutere.
Bilancio non sottoposto all’approvazione di un’assemblea con valore legale
Al centro del confronto c’è il bilancio del Consiglio nazionale dei dottori commercialisti e degli esperti contabili (Cndcec), guidato da Elbano De Nuccio, che secondo l’attuale normativa (il decreto legislativo 139/2005) non è sottoposto all’approvazione di un’assemblea con valore legale. Una situazione che molti, all’interno della professione, giudicano quantomeno paradossale: proprio l’organo che rappresenta i professionisti chiamati ogni giorno a vigilare sui bilanci altrui, infatti, non sarebbe tenuto a passare da quel vaglio assembleare che costituisce uno dei cardini della vita degli Ordini territoriali e delle società.
Il presidente del Consiglio nazionale dei dottori commercialisti e degli esperti contabili, Elbano De Nuccio, con la premier Giorgia Meloni (foto Imagoeconomica).
Malumori e perplessità in diversi settori della categoria
La questione assume un rilievo ancora maggiore alla luce della riforma dell’ordinamento professionale. Nel testo trasmesso dal Consiglio nazionale al parlamento e recepito nel disegno di legge 2628, secondo i critici non sarebbe stata inserita alcuna norma che possa colmare questa lacuna. Un’assenza che ha alimentato malumori e perplessità in diversi settori della categoria.
Problemi di coerenza istituzionale e trasparenza interna
A intervenire, però, sono stati i parlamentari, che hanno presentato 49 emendamenti al ddl. Tra questi, due in particolare puntano a introdurre l’obbligo di approvazione del bilancio del Consiglio nazionale da parte dell’assemblea dei 132 presidenti degli Ordini territoriali, sul modello di quanto avviene da sempre per i bilanci degli Ordini locali. Una misura che, per molti osservatori, rappresenterebbe un elemento minimo di coerenza istituzionale e di trasparenza interna.
Elbano De Nuccio con Antonio Tajani (foto Imagoeconomica).
I conti non tornano nonostante l’aumento della quota annuale
Le critiche non si fermano qui. A suscitare discussione sono anche i numeri del bilancio 2025 del Consiglio nazionale, descritto da più parti come caratterizzato da uscite superiori alle entrate per alcuni milioni di euro, nonostante l’aumento della quota annuale di 20 euro. Uno squilibrio che, secondo i contestatori, sarebbe stato coperto utilizzando liquidità accumulata negli anni precedenti, vale a dire risorse provenienti dalle quote versate dagli iscritti.
Alcuni emendamenti sono considerati strategici
Nel dibattito rientrano anche altri emendamenti considerati strategici da Ordini e sindacati di categoria, già sollevati nel corso delle audizioni parlamentari: dalla valorizzazione degli Ordini territoriali alla tutela della sopravvivenza di quelli più piccoli, dal tema delle competenze professionali alla richiesta che eventuali specializzazioni siano accompagnate da ambiti di esclusiva, fino al sostegno ai neo-iscritti e alla garanzia di una quota di minoranza all’interno del Consiglio nazionale.
Elbano De Nuccio col ministro della Giustizia Carlo Nordio (foto Imagoeconomica).
In questo clima, alcuni Ordini si sono già mossi per sensibilizzare i parlamentari dei rispettivi territori, chiedendo sostegno a quegli emendamenti ritenuti necessari per correggere quelle che vengono definite «dimenticanze» del testo promosso dalla governance nazionale.
Irritazione per l’aumento degli emolumenti
Sul fondo resta una crescente insoddisfazione della base, che giudica la riforma insufficiente e guarda con preoccupazione anche l’andamento delle spese del Consiglio nazionale, compresi gli aumenti degli emolumenti destinati al presidente e ai consiglieri nazionali. Il prossimo passaggio decisivo è fissato per il 15 aprile, quando i presidenti degli Ordini sono chiamati a esprimersi. A quel punto si capirà se prevarrà l’indicazione proveniente dagli iscritti dei territori oppure se, in un ulteriore paradosso tutto interno alla categoria, il voto finirà comunque per rafforzare la leadership di Elbano De Nuccio.
Come previsto dagli analisti, la Bce ha mantenuto invariati i tassi, lasciando quello sui depositi al 2 per cento, quello sulle operazioni principali di rifinanziamento al 2,15 per cento e quello sui prestiti marginali al 2,40 per cento. Il comunicato introduttivo disegna però prospettive profondamente diverse per l’economia, rispetto alla riunione di gennaio, a causa del conflitto tra Israele-Usa e Iran: «La guerra in Medio Oriente ha reso le prospettive significativamente più incerte, generando rischi al rialzo per l’inflazione e rischi al ribasso per la crescita economica. Il conflitto avrà un impatto rilevante sull’inflazione a breve termine tramite i rincari dei beni energetici. Le implicazioni a medio termine dipenderanno dall’intensità e dalla durata della guerra nonché dal modo in cui le quotazioni dell’energia influenzeranno i prezzi al consumo e l’economia».
«Consiglio direttivo in una posizione favorevole per affrontare l’incertezza»
La situazione non richiede però interventi immediati: «Il Consiglio direttivo si trova in una posizione favorevole per affrontare tale incertezza. L’inflazione si è collocata intorno all’obiettivo del 2 per cento, le aspettative di inflazione a più lungo termine risultano saldamente ancorate e l’economia ha evidenziato una buona capacità di tenuta negli ultimi trimestri. Le informazioni che il Consiglio direttivo acquisirà nel prossimo periodo consentiranno di valutare l’impatto del conflitto sulle prospettive di inflazione e sui rischi a esse associati. Il Consiglio direttivo segue attentamente la situazione e definirà in modo appropriato la politica monetaria grazie al suo approccio fondato sui dati».
Il consiglio di amministrazione di Bff Bank, piattaforma pan-europea presente in nove Paesi specializzata nella gestione e nell’acquisto pro soluto di crediti commerciali verso la pubblica amministrazione e i Sistemi sanitari nazionali, ha deliberato di cooptare Giuseppe Sica in qualità di consigliere, attribuendogli l’incarico di amministratore delegato. Ciò fa seguito alle dimissioni di Massimiliano Belingheri dal suo incarico di consigliere di amministrazione non esecutivo. Sica continuerà anche a mantenere l’incarico di direttore generale conferitogli a febbraio 2026. «Ringrazio il cda per la fiducia accordatami con questa nomina. Sono orgoglioso di potere lavorare con il nostro management team e guidare la banca nella sua prossima fase a beneficio di tutti gli stakeholders», ha commentato Sica.
Chi è Giuseppe Sica
Laureato in Fisica presso la Scuola normale superiore e specializzatosi presso la Luiss Business school, è entrato a far parte del Gruppo nel 2025 in qualità di cfo. In precedenza, ha ricoperto lo stesso ruolo presso Banca Mps, è stato presidente di Axa Mps e ha supportato Eurovita – in qualità di amministratore delegato – nella preparazione del proprio piano di risanamento, maturando così negli anni un’ampia esperienza nel settore finanziario. Dal 2002 al 2020 ha lavorato in Morgan Stanley fino a divenire – in qualità di managing director – responsabile del team investment banking per le istituzioni finanziare italiane. Durante questo periodo, ha lavorato con BFF sulla cessione da Apax a Centerbridge nel 2015, sull’acquisizione strategica in Polonia nel 2016, sulla quotazione della società presso la Borsa italiana nel 2017 e sulle prime emissioni pubbliche della banca.
Il Parlamento Ue ha confermato la nomina di Boris Vujcic, dal 2012 governatore della Banca nazionale croata e uno dei principali protagonisti del percorso che ha portato il suo Paese nell’eurozona, come nuovo vicepresidente della Banca centrale europea. Prende il posto dello spagnolo Luis De Guindos, che aveva lasciato l’incarico il 31 maggio 2025. Vujcic ricoprirà un mandato non rinnovabile di otto anni, che inizierà il primo giugno.
Boris Vujcic (Ansa).
La nomina definitiva spetta al Consiglio Europeo
Il voto, che ha confermato il parere favorevole già espresso dalla Commissione per i problemi economici e monetari dell’Europarlamento, si è svolto in sessione plenaria a Strasburgo: 460 gli eurodeputati a favore, 68 i contrari e 91 gli astenuti. Il passaggio parlamentare rappresenta una fase consultiva del processo di designazione: la nomina definitiva spetta infatti al Consiglio Europeo, che decide a maggioranza qualificata dopo aver consultato sia l’Eurocamera sia il Consiglio direttivo della Bce, che aveva già dato il via libera a fine febbraio, definendo il governatore della Hrvatska narodna banka «una figura di riconosciuta levatura ed esperienza professionale in materia di politica monetaria o bancaria».