A Hong Kong i candidati democratici conquistano il 90% dei voti

Affluenza al 71,2%. La governatrice Lam ha assicurato di ascoltare «con umiltà le opinioni dei cittadini». Ma da Pechino ricordano che l'ex colonia è parte della Cina «a prescindere dal risultato elettorale».

I candidati democratici in corsa alle elezioni distrettuali di Hong Kong hanno conquistato quasi il 90% dei seggi. L’affluenza è stata del 71,2%. Ascolteremo «certamente con umiltà le opinioni dei cittadini» ha assicurato la governatrice Lam. «Hong Kong è parte integrante della Cina, a prescindere dal risultato elettorale», si appresta a commentare Pechino tramite il ministro degli Esteri cinese Wang Yi.

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Cosa sappiamo sui metodi di tortura impiegati dalla Cina

Il caso del dipendente consolare Cheng è solo l'ultimo in ordine di tempo. Le testimonianze passate hanno permesso di mettere in fila circa 100 tecniche. Dai morsi di serpente alla famigerata "Panchina della tigre".

Dominic Raab, segretario di Stato per gli Affari esteri del Regno Unito, non ha usato mezze parole: «Il trattamento della Cina nei confronti del signor Cheng equivale a tortura». Così il caso di Simon Cheng, ex dipendente del consolato britannico di Hong Kong, arrestato lo scorso agosto e riapparso dopo essere rimasto nelle mani della Polizia cinese per 15 giorni, rischia di creare un incidente diplomatico tra Pechino e Londra. In un’intervista esclusiva al Wall Street Journal, Cheng ha dichiarato che la polizia segreta cinese lo ha picchiato, privato del sonno e incatenato a bocca aperta mentre cercava di estorcergli informazioni sugli attivisti che guidano le proteste democratiche a Hong Kong. Ma il suo non è certo il primo caso che testimonia dell’uso abituale della tortura da parte del regime cinese, un sistema largamente praticato per estorcere informazioni e false confessioni.

Arrestato a Pechino all’inizio di gennaio 2016 e tenuto in cattività per 23 giorni, anche l’attivista svedese Peter Dahlin ha subito un simile calvario in Cina, quasi tre anni prima che i canadesi Michael Kovrig e Michael Spavor venissero arrestati (sono attualmente ancora detenuti dalle autorità cinesi ormai da quasi un anno). Dahlin, co-fondatore di China Action, una Ong che supporta molti avvocati per i diritti umani in Cina, sostiene che Kovrig – il quale, come lui, è stato catturato a Pechino – sia attualmente detenuto nella stessa struttura in cui avevano rinchiuso lui: una prigione segreta, con quattro piani e due ali indipendenti, nella parte meridionale della capitale cinese. Spavor invece, che viveva e operava nella Cina nordorientale, sarebbe tenuto prigioniero in una struttura diversa.

LA TESTIMONIANZA DELL’ATTIVISTA SVEDESE DAHLIN

Secondo la testimonianza di Dahlin, ai prigionieri vengono applicate diverse forme di tortura. Due poliziotti, alternandosi nel ruolo consolidato di “poliziotto buono e poliziotto cattivo”, lo hanno interrogato in continuazione per giorni. Nella rare pause, due guardie nella sua cella osservavano ogni sua minima mossa, come girarsi nel letto. «Pesanti tende impediscono totalmente alla luce del giorno di penetrare nella cella, mentre le luci restano sempre accese, giorno e notte, privando il detenuto nella nozione del tempo e della possibilità di dormire», ha raccontato. Secondo quando dichiarato da Farida Deif, direttore dell’ufficio canadese di Human Rights Watch (Hrw) “tenere le luci accese con la conseguente privazione del sonno è una delle forme più pesanti di tortura fisica e mentale”.

ALCUNI DETENUTI MUOIONO PER LE TORTURE

Sempre secondo le testimonianze raccolte da Human Rights Watch, il regime cinese usa ogni mezzo a sua disposizione «per mettere a tacere chiunque non sia un cieco sostenitore del Partito comunista al potere». Ai detenuti in Cina vengono somministrate con la forza anche droghe psicotrope. Alcuni vengono stuprati, legati in posizioni dolorose per giorni, affamati, denudati ed esposti al freddo gelido per ore e anche colpiti da forti scariche con bastoni elettrici, per citare solo alcuni deli metodi utilizzati dagli aguzzini cinesi. Applicando una scarica elettrica che può raggiungere i 300 mila volt, i bastoni vengono impiegati per ottenere il massimo effetto su parti sensibili del corpo come la bocca, i genitali, il collo e la pianta dei piedi. In alcuni casi i prigionieri perdono coscienza e muoiono per le conseguenze.

Amnesty ha raccolto dirette testimonianze di quasi 100 diversi metodi di tortura

Secondo le organizzazioni per i diritti umani, l’uso della tortura e degli abusi in Cina contro i gruppi perseguitati rimane dilagante. Alcuni dei metodi di tortura possono essere fatti risalire al Medioevo, mentre altre forme di abuso, come il prelievo forzato di organi, non hanno precedenti nella storia. Il rapporto di Amnesty International intitolato No End in Sight: Torture and Forced Confessions in China ha raccolto dirette testimonianze di quasi 100 diversi metodi di tortura. Questi includono anche alimentazione forzata con urina o feci, ustioni da sigaretta, infezioni di scabbia, isolamento totale, perforatura delle unghie con bastoncini di bambù affilati e morsi di cani o serpenti.

I NOMI IN CODICE DELLE TORTURE

Molti dei metodi di tortura hanno persino dei nomi specifici, come “Piccola gabbia” (la persona viene ammanettata all’interno di una piccola gabbia in modo tale che non possa stare in piedi o sedersi); “Hell Confinement” (un dispositivo costituito da legacci e manette applicato in modo tale che le vittime non possano camminare, sedersi, usare il bagno o nutrirsi); “Covering a Shed” (soffocamento) e “Tortura del trascinamento” (le vittime vengono trascinate ripetutamente su terreni accidentati). C’è poi il metodo considerato il più terribile di tutti, la famigerata “Panchina della tigre“, dove la vittima si siede con le gambe distese e legate strette alla panchina con delle cinghie. Mattoni, o altri oggetti, vengono posti sotto i talloni della vittima, con più strati aggiunti fino a quando le cinghie si rompono, causando un dolore insopportabile.

ANCHE I CRISTIANI “NON ALLINEATI” NEL MIRINO

Il target preferito dai torturatori cinesi è rappresentato, tra gli altri, dai cristiani “non allineati” (quelli che si rifiutano di sottomettersi alla Chiesa di Stato gestita dal Partito Comunista), i buddisti tibetani, i musulmani uiguri, i seguaci del Falun Dafa e gli attivisti democratici o chiunque sospettato di «attività anti-governativa», come i due canadesi ancora detenuti in Cina. L’artista e scultore canadese di origine cinese Kunlun Zhang, che è riuscito a sopravvivere alle torture e a ritornare in Canada, ha raccontato che le guardie gli ripetevano: «Possiamo fare di te qualsiasi cosa senza essere ritenuti responsabili. Se muori, ti seppelliremo e diremo a tutti che ti sei suicidato perché avevi paura di un’accusa criminale».

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Lettera43 2019-11-21 15:01:25

Dura presa di posizione di Pechino contro la risoluzione del Congresso americano sull'ex colonia britannica. «Pronti al contrattacco».

La Cina è pronta a prendere misure «per contrattaccare con vigore» in risposta al Congresso Usa che ha dato il via libera all’Hong Kong Human Rights and Democracy Act, il provvedimento a sostegno delle proteste dell’ex colonia, ora all’esame della firma di Donald Trump per la sua efficacia. «Condanniamo con forza e ci opponiamo con decisione alla approvazione di queste leggi», ha affermato il portavoce del ministero degli Esteri Geng Shuang, nel corso della conferenza stampa quotidiana.

PECHINO: «PRONTI A FORTI CONTROMISURE»

Geng ha ribadito l’invito a optare per il blocco dell’iter legislativo chiedendo a Trump di opporre il veto e di non firmare il testo varato dal Congresso, creando un caso piuttosto singolare vista la unanimità espressa dal Senato che è anche a controllo repubblicano. Il portavoce ha minacciato imprecisate «forti contromisure» se il provvedimento diventerà effettivo. «Sollecitiamo la parte Usa a capire la situazione, a fermare gli errori prima che sia troppo tardi e a evitare che questo atto diventi legge, smettendo di interferire negli affari di Hong Kong che sono questioni interne della Cina», ha detto ancora Geng. «Se gli Usa continuano ad adottare le azioni sbagliate, la Cina sarà costretta a prendere di sicuro forti contromisure», ha concluso Geng.

WANG: «CONNIVENZA COI CRIMINALI»

Il Congresso Usa, col via libera del provvedimento, «manda il segnale sbagliato di connivenza coi criminali violenti», ha rincarato il ministro degli Esteri cinese Wang Yi, per il quale la «sua essenza è di confondere e addirittura di distruggere Hong Kong. Questa è un’interferenza manifesta negli affari interni della Cina e un grave disservizio a comuni e fondamentali interessi di un ampio numero di compatrioti di Hong Kong».

LEGGI ANCHE: Perché Trump e il Congresso Usa non sono allineati su Hong Kong

Wang ha espresso le sue critiche durante un incontro con l’ex segretario alla Difesa americano William Cohen, ribadendo che la normativa costituisce un atto di interferenza negli affari interni della Cina. «Come possiamo parlare di democrazia? Come possiamo parlare di diritti umani quando ignoriamo i danni causati da azioni violente e illegali? La Cina si oppone fermamente a tutto questo non permetteremo mai ad alcun tentativo di minare la prosperità e la stabilità di Hong Kong, e di minacciare il sistema ‘un Paese, due sistemi’», ha concluso Wang.

COSA C’È NEL PROVVEDIMENTO

Il provvedimento mandato alla firma del presidente americano Donald Trump prevede l’approvazione di sanzioni a carico dei unzionari, di Hong Kong o cinesi, ritenuti colpevoli di abusi sui diritti e richiede la revisione annuale del riconoscimento dello status di partner speciale della città nei rapporti con gli Usa. Altre norme, invece, pribiscono l’export a favore della polizia locale di munizioni non letali o di altri sistemi antisommossa, tra lacrimogeni, spray al peperoncino, proiettili di gomma e taser.

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Perché Trump e il Congresso Usa non sono allineati su Hong Kong

Da una parte, lo schiaffo del Senato alla Cina. Dall'altra, la cautela del presidente. Che teme la polarizzazione dello scontro. E vuole tener fede alla propria retorica sovranista. v

Schiaffo del Congresso americano alla Cina. Il Senato ha approvato un disegno di legge a favore dei dimostranti di Hong Kong, spingendo così la Casa Bianca a imporre delle sanzioni ai funzionari del governo cinese che violino i diritti umani. Il testo prevede, tra l’altro, che venga elaborata una strategia per tutelare i cittadini statunitensi nell’ex colonia britannica. «Il Senato degli Stati Uniti ha preso una posizione a sostegno del popolo di Hong Kong», ha affermato il senatore repubblicano Jim Risch in un comunicato. «Approvare questo disegno di legge è un importante passo avanti nel ritenere il Partito comunista cinese responsabile della sua erosione dell’autonomia di Hong Kong e della sua repressione delle libertà fondamentali». Parole condivise anche dal collega democratico, Ben Cardin.

Durissima la reazione di Pechino, con il portavoce del ministero degli Esteri cinese, Geng Shuang, che ha sostenuto che la norma «viola gravemente il diritto internazionale e le leggi basilari che regolano i rapporti internazionali. La Cina lo condanna e si oppone fermamente». Lo scorso ottobre, la Camera dei Rappresentanti aveva già approvato un provvedimento simile a larghissima maggioranza. I due rami del Congresso dovranno quindi ora ratificare un testo comune da inviare a Donald Trump, il quale dovrà a sua volta decidere se concedere la propria firma o porre il veto.

LA SVOLTA DEL 2008 NEI RAPPORTI CON LA CINA

Che il Campidoglio fosse abbastanza agguerrito nei confronti di Pechino sulla questione di Hong Kong non è del resto esattamente una novità: a partire da alcuni settori del Partito Repubblicano, che vedono nella Repubblica Popolare un crescente pericolo. Si tratta d’altronde di una linea che non nasce oggi ma che affonda, se vogliamo, le proprie radici soprattutto nella crisi economica del 2008. Sino ad allora, i repubblicani avevano mantenuto un atteggiamento relativamente aperto nei confronti della Cina, soprattutto in ossequio a logiche economiche energicamente liberoscambiste. E, in tal senso, avevano in gran parte spalleggiato a livello parlamentare la politica di amichevolezza commerciale condotta negli Anni 90 dall’allora presidente democratico, Bill Clinton. Beninteso, questo non vuol dire che non si siano verificati anche attriti (basti pensare al delicato dossier di Taiwan). Ma, in generale, l’Elefantino tendeva a mostrare un atteggiamento di apertura.

LA LINEA DURA DEL PARTITO REPUBBLICANO

A seguito della recessione, la situazione è mutata, con molti repubblicani che hanno iniziato a vedere nella Cina un pericoloso concorrente sul piano geopolitico, militare ed economico. In particolare, negli ultimissimi anni, a risultare decisamente attivi nella linea dura contro Pechino si sono rivelati i senatori repubblicani Ted Cruz, Tom Cotton e Marco Rubio. Proprio quest’ultimo è stato del resto tra i principali promotori dell’Hong Kong Human Rights and Democracy Act, approvato al Senato.

Trump è intervenuto poco sulla questione di Hong Kong e lo stesso segretario di Stato, Mike Pompeo, ha esposto il 15 novembre una posizione non troppo netta

A fronte di questa postura non poco assertiva da parte del Congresso, la Casa Bianca ha finora scelto una linea molto più cauta. Trump è intervenuto poco sulla questione di Hong Kong e lo stesso segretario di Stato, Mike Pompeo, ha esposto il 15 novembre una posizione non troppo netta. Pur sostenendo di non escludere alcuna opzione (soprattutto qualora la Cina ricorresse all’intervento dell’esercito), il capo del Dipartimento di Stato ha tuttavia affermato di voler tutelare il principio “un Paese, due sistemi”. Trump teme d’altronde che un’eccessiva sottolineatura della questione dei diritti umani possa portare a una polarizzazione dello scontro tra Washington e Pechino. Senza poi contare che un intervento diretto sul dossier di Hong Kong rischierebbe per così dire di inficiare la sua dottrina di politica estera: una dottrina che ha sempre trovato il proprio centro gravitazionale nella difesa e nel rispetto del principio di sovranità nazionale.

I TIMORI DI TRUMP E L’IMPASSE DEL 1989

Pur condividendo con i senatori repubblicani preoccupazione e ostilità nei confronti di Pechino, l’inquilino della Casa Bianca è rimasto finora convinto che la leva principale da usare nel confronto con la Cina debba infatti essere quella della pressione commerciale. In altre parole, nella sua ottica realista, Trump teme che una battaglia in gran parte incentrata sui diritti umani rischi di far deragliare completamente le relazioni con la Repubblica Popolare. Il presidente americano potrebbe quindi dover affrontare un’impasse simile a quella in cui si ritrovò George H. W. Bush nel 1989, ai tempi delle proteste di Piazza Tienanmen, quando – come racconta Henry Kissinger nel suo libro On China – dovette barcamenarsi tra le esigenze del realismo geopolitico e le istanze di chi – soprattutto al Congresso – invocava la linea dura contro Pechino.

trump xi jinping
I presidenti di Cina e Usa, Xi Jinping e Donald Trump.

Tutto questo non deve comunque portare automaticamente a ritenere che il realismo politico equivalga ipso facto a un disinteresse nei confronti dei manifestanti dell’ex colonia britannica. L’estate scorsa, l’inquilino della Casa Bianca ha infatti vincolato i progressi nelle trattative commerciali anche alle reazioni del governo cinese verso i dimostranti. Sotto questo aspetto, non bisogna trascurare un elemento importante. La guerra dei dazi in corso tra Washington e Pechino ha determinato duri contraccolpi per entrambi i Paesi: se gli Stati Uniti stanno soffrendo soprattutto nel settore agricolo, la Cina ha riscontrato forti problemi nel manifatturiero. Il punto è che, a causa di queste tensioni commerciali, la Repubblica Popolare sta iniziando a dover affrontare anche questioni legate alla disoccupazione e a un welfare state in affanno: due fattori, questi ultimi, che rischiano di produrre serie conseguenze anche sul piano della politica interna cinese.

LE DIFFICOLTÀ DI XI E IL BIVIO DI DONALD

Tutto ciò evidenzia come, quello attuale, non possa esattamente definirsi un periodo felice per il presidente Xi Jinping: se i fatti di Hong Kong lo hanno posto sotto i riflettori di una sempre più critica opinione pubblica internazionale, le tensioni commerciali con Washington possono determinare un’erosione del suo potere interno. Trump, dal canto suo, è chiamato a scegliere quale strategia adottare. Rompere con il Congresso (come accaduto sullo Yemen). Oppure cercare un’articolata coordinazione, che permetta agli Stati Uniti di portare compattamente avanti il confronto con Pechino, pur su piani differenti.

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Proteste e torture: alta tensione tra Cina, Usa e Uk su Hong Kong

Il Senato statunitense ha approvato un pacchetto di norme in favore dell'ex colonia. Intanto un ex dipendente del consolato britannico dell'ex colonia denuncia di essere stato torturato.

Altissima tensione tra Cina e Usa su Hong Kong. Il senato americano ha infatti approvato all’unanimità un pacchetto di norme a sostegno dei manifestanti pro-democrazia dell’ex colonia britannica. Pechino «condanna con forza e si oppone con determinazione» alla mossa Usa, che definisce un’interferenza negli affari interni della Cina».

IL DIPENDENTE DEL CONSOLATO BRITANNICO DENUNCIA TORTURE

Intanto Simon Cheng, ex dipendente del consolato Gb a Hong Kong scomparso ad agosto per giorni durante un viaggio a Shenzhen, ha denunciato di essere stato torturato e accusato dalle autorità cinesi di alimentare le proteste pro-democrazia nell’ex colonia. Cheng, 29 anni, ha spiegato ai media stranieri di essere stato bendato e picchiato nella detenzione dalla polizia cinese, ritenendo che identica sorte sia capitata ad altri di Hong Kong. Per la vicenda, il ministro degli Esteri britannico Dominic Raab ha convocato l’ambasciatore cinese Liu Xiaoming.

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Proteste e torture: alta tensione tra Cina, Usa e Uk su Hong Kong

Il Senato statunitense ha approvato un pacchetto di norme in favore dell'ex colonia. Intanto un ex dipendente del consolato britannico dell'ex colonia denuncia di essere stato torturato.

Altissima tensione tra Cina e Usa su Hong Kong. Il senato americano ha infatti approvato all’unanimità un pacchetto di norme a sostegno dei manifestanti pro-democrazia dell’ex colonia britannica. Pechino «condanna con forza e si oppone con determinazione» alla mossa Usa, che definisce un’interferenza negli affari interni della Cina».

IL DIPENDENTE DEL CONSOLATO BRITANNICO DENUNCIA TORTURE

Intanto Simon Cheng, ex dipendente del consolato Gb a Hong Kong scomparso ad agosto per giorni durante un viaggio a Shenzhen, ha denunciato di essere stato torturato e accusato dalle autorità cinesi di alimentare le proteste pro-democrazia nell’ex colonia. Cheng, 29 anni, ha spiegato ai media stranieri di essere stato bendato e picchiato nella detenzione dalla polizia cinese, ritenendo che identica sorte sia capitata ad altri di Hong Kong. Per la vicenda, il ministro degli Esteri britannico Dominic Raab ha convocato l’ambasciatore cinese Liu Xiaoming.

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No di Hong Kong al ricorso di Wong: non sarà in Italia

L'attivista è sotto indagine per le manifestazioni e il governo dell'isola ha vietato l'espatrio: «Siamo in una crisi umanitaria, Roma ci sostenga».

L’Alta Corte di Hong Kong ha respinto il ricorso di Joshua Wong, attivista di punta pro-democrazia, contro la richiesta di espatrio per un viaggio in Europa a causa del pericolo di fuga. Lo riferisce un post sull’account di Telegram di Demosisto, il partito da lui co-fondato. Wong, libero su cauzione da fine agosto, è sotto indagine per la partecipazione a manifestazioni non autorizzate. Wong avrebbe dovuto recarsi anche in Italia, ospite il 27 novembre a Milano della Fondazione Feltrinelli.

«MODELLO DI HONG KONG VICINO AL COLLASSO»

«Privandomi della libertà di movimento, la Corte ha imposto una punizione aggiuntiva prima che sia provata la colpevolezza», ha detto Wong in un commento sui social. «È chiaro che il modello ‘un Paese, due sistemi’ sia vicino al collasso e sforzi concordati sono necessari per aiutare Hong Kong», ha poi aggiunto Wong, assicurando che continuerà a chiedere il sostegno internazionale.

«SIAMO IN UNA CRISI UMANITARIA»

«Chiediamo al governo italiano che sostenga il processo di democratizzazione, perché non stanno prendendo di mira solo i manifestanti, ma anche giornalisti, soccorritori, infermieri, dottori. Stiamo soffrendo una crisi umanitaria», ha detto l’attivista a Sky TG24 aggiungendo che «da sei mesi a oggi hanno arrestato 5 mila persone, da sabato ne sono arrestate 1.500. Questo dimostra la violazione dei diritti umani, le persone di Hong Kong sono state rapite e portate in Cina».

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Il Politecnico di Hong Kong sotto assedio della polizia

Trenta studenti si sono arresi. All'interno ne restano oltre 100. La governatrice Lam: «Sono molto preoccupata, situazione pericolosa». Ma nega di voler chiedere aiuto all'esercito cinese.

Il Politecnico di Hong Kong, teatro di duri scontri tra polizia e manifestanti pro-democrazia nelle ultime ore, resta sotto l’assedio delle forze dell’ordine. Secondo il network pubblico Rthk, 30 studenti si sono arresi alla polizia intorno alle 10 del 19 novembre (le 3 in Italia). Quasi contestualmente, la governatrice Carrie Lam ha detto in conferenza stampa che oltre 100 persone erano ancora arroccate nel campus, mentre 600 erano andate via, tra cui 200 minori. Lam, pur dicendosi «molto preoccupata per la pericolosa situazione» all’interno del Politecnico, ha anche assicurato che non chiederà aiuto all’Esercito di liberazione popolare, le forze armate cinesi, fino a quando il suo governo e la polizia riusciranno a gestire le turbolenze nella città.

Nel frattempo, la polizia di Hong Kong in tenuta anti-sommossa ha disperso la “protesta della pausa pranzo“, che si ripeteva da lunedì 11 novembre a Central, il distretto finanziario e degli uffici della città. La polizia ha eseguito solo il 18 novembre circa 1.100 arresti. Il blitz delle forze dell’ordine è avvenuto a Pedder Street, dove la folla aveva iniziato a radunarsi verso le 13 (le 6 in Italia), cominciando a scandire slogan anti-governativi. Nei giorni scorsi, tuttavia, l’approccio era stato ben più morbido per evitare un confronto diretto anche a Des Voeux Road, nonostante le barricate spuntate a Connaught Road, vicino a Exchange Square. Il 12 novembre, gli agenti erano intervenuti a Pedder Street a 15 minuti dall’avvio del sit-in. Questa volta, invece, la polizia ha issato immediatamente la bandiera blu a segnalare la violazione della legge per una manifestazione non autorizzata, invitando la folla a disperdersi. Diversi partecipanti, muniti di maschere – ormai non più illegali -, hanno continuato per pochi minuti ancora la loro azione di protesta prima di andare via.

LA CINA CONTRO L’ALTA CORTE DI HONG KONG

Proprio sulla decisione dell’Alta Corte dell’ex colonia che ha giudicato l’incostituzionalità del divieto di indossare le maschere in pubblico, varato lo scorso mese per frenare le manifestazioni di massa, la Cina è intervenuta a gamba tesa: «Nessun’altra istituzione ha il diritto di giudicare o di prendere decisioni se non il Comitato permanente del Congresso nazionale del popolo», ha commentato in una nota Zang Tiewei, portavoce della Commissione Affari legislativi.

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Il Politecnico di Hong Kong sotto assedio della polizia

Trenta studenti si sono arresi. All'interno ne restano oltre 100. La governatrice Lam: «Sono molto preoccupata, situazione pericolosa». Ma nega di voler chiedere aiuto all'esercito cinese.

Il Politecnico di Hong Kong, teatro di duri scontri tra polizia e manifestanti pro-democrazia nelle ultime ore, resta sotto l’assedio delle forze dell’ordine. Secondo il network pubblico Rthk, 30 studenti si sono arresi alla polizia intorno alle 10 del 19 novembre (le 3 in Italia). Quasi contestualmente, la governatrice Carrie Lam ha detto in conferenza stampa che oltre 100 persone erano ancora arroccate nel campus, mentre 600 erano andate via, tra cui 200 minori. Lam, pur dicendosi «molto preoccupata per la pericolosa situazione» all’interno del Politecnico, ha anche assicurato che non chiederà aiuto all’Esercito di liberazione popolare, le forze armate cinesi, fino a quando il suo governo e la polizia riusciranno a gestire le turbolenze nella città.

Nel frattempo, la polizia di Hong Kong in tenuta anti-sommossa ha disperso la “protesta della pausa pranzo“, che si ripeteva da lunedì 11 novembre a Central, il distretto finanziario e degli uffici della città. La polizia ha eseguito solo il 18 novembre circa 1.100 arresti. Il blitz delle forze dell’ordine è avvenuto a Pedder Street, dove la folla aveva iniziato a radunarsi verso le 13 (le 6 in Italia), cominciando a scandire slogan anti-governativi. Nei giorni scorsi, tuttavia, l’approccio era stato ben più morbido per evitare un confronto diretto anche a Des Voeux Road, nonostante le barricate spuntate a Connaught Road, vicino a Exchange Square. Il 12 novembre, gli agenti erano intervenuti a Pedder Street a 15 minuti dall’avvio del sit-in. Questa volta, invece, la polizia ha issato immediatamente la bandiera blu a segnalare la violazione della legge per una manifestazione non autorizzata, invitando la folla a disperdersi. Diversi partecipanti, muniti di maschere – ormai non più illegali -, hanno continuato per pochi minuti ancora la loro azione di protesta prima di andare via.

LA CINA CONTRO L’ALTA CORTE DI HONG KONG

Proprio sulla decisione dell’Alta Corte dell’ex colonia che ha giudicato l’incostituzionalità del divieto di indossare le maschere in pubblico, varato lo scorso mese per frenare le manifestazioni di massa, la Cina è intervenuta a gamba tesa: «Nessun’altra istituzione ha il diritto di giudicare o di prendere decisioni se non il Comitato permanente del Congresso nazionale del popolo», ha commentato in una nota Zang Tiewei, portavoce della Commissione Affari legislativi.

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Le proteste a Hong Kong del 18 novembre 2019

Duri scontri intorno al Politecnico. Fallita la mediazione tra rettore e forze dell'ordine sono ripresi gli scontri intorno alla struttura. E intanto l'Alta corte giudica incostituzionale il bando delle maschere.

È altissima la tensione a Hong Kong, dove prosegue l’assedio al Politecnico occupato mentre altri manifestanti pro democrazia sono tornati a bloccare questa nella mattinata del 18 novembre la centralissima Nathan Road.

La polizia ha eseguito decine di arresti fuori dall’Hotel Icon, su Science Museum Road, nelle vicinanze del PolyU. Poco prima le 7:00 locali (mezzanotte in Italia), il rettore dell’ateneo Teng Jin-Guang ha reso noto di aver raggiunto una tregua con la polizia a patto che gli studenti fermassero gli attacchi. L’evacuazione pacifica è però saltata quando la polizia ha ripreso a lanciare i lacrimogeni, spingendo molti studenti a tornare indietro

Sui social media sono circolate le immagini degli studenti ammanettati e schierati in riga in attesa di essere portati via. Non è chiara la dinamica che ha portato alla rottura della tregua e al ritorno degli scontri, ma alcuni media locali hanno parlato di carenza di comunicazione tra gli agenti impegnati nell’assedio del campus, alcuni dei quali avrebbero reagito istintivamente alla vista dei manifestanti dopo i violentissimi scontri partiti il 17 e continuati nella notte, tra ripetuti (e falliti) tentativi di sfondamento.

STUDENTI RESPINTI DAI GAS LACRIMOGENI

Le drammatiche immagini delle tv hanno mostrato corposi gruppi di studenti lasciare il campus sulla Science Museum Road prima di essere rispediti indietro dai lacrimogeni della polizia. Scenari simili si sono ripetuti vicino ad Austin Road, con gli studenti in fase di evacuazione e costretti a rientrare per sfuggire agli effetti dei gas.

ALMENO 39 FERITI NEGLI SCONTRI

La battaglia tra manifestanti arroccati nel PolyU e la polizia ha registrato un totale di 38 feriti, di cui 5 in condizioni gravi, secondo il bilancio stilato dalla Hospital Authority. Sono invece 18 le persone segnalate in condizioni stabili, mentre sei sono state dimesse. Un totale di 24 persone, invece, sono state ricoverate tra la mezzanotte e le 7:30 del mattino locali, e tra questi c’è anche un uomo di 84 anni.

L’ALTA CORTE DICE “NO” AL BANDO DELLE MASCHERE

Mentre gli scontri imperversavano l’Alta Corte di Hong Kong ha dichiarato l’incostituzionalità del divieto dell’uso delle maschere introdotto lo scorso mese dalla governatrice Carrie Lam facendo leva sulla legislazione di emergenza, una norma che aveva suscitato violentissime polemiche. La sentenza dell’Alta Corte, ha riferito il network pubblico Rthk, stabilisce la «incompatibilità con la Basic Law», la Costituzione locale, ed è maturata a seguito del ricorso promosso da 24 parlamentari pan-democratici.

I GIUDICI: GOVERNO OLTRE LE SUE PREROGATIVE

L’Alta Corte ha sancito che il divieto dell’uso delle maschere nelle manifestazioni pubbliche, con la previsione del carcere fino a sei mesi in caso di trasgressione, sia incostituzionale perché è una restrizione dei diritti fondamentali delle persone spinta oltre il necessario. In altri termini, «eccede quello che è ragionevolmente necessario da ottenere puntando all’applicazione della legge, alle indagini e alla punizione dei dimostranti violenti». La normativa, varata in base ai poteri d’emergenza di una ordinanza del 1922, in pieno periodo coloniale, puntava nei piani del governo a scoraggiare l’adesione di massa alle manifestazioni pro-democrazia che stanno scuotendo l’ex colonia da giugno. La polizia aveva anche il potere di ordinare o di togliere direttamente le maschere in qualsiasi momento e luogo. Sui social media, una volta diffusasi la notizia, sono apparsi foto e video di persone che consegnano le maschere a chi che si preparano ai sit-in di protesta in Central.

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