Ascolti, share e spettatori della seconda serata di Sanremo 2026

Ascolti in calo anche per la seconda serata di Sanremo 2026. Stando ai dati Auditel, lo share è arrivato al 59,5 per cento e gli spettatori sono stati 9 milioni e 53 mila. Rispetto alla prima serata, che era stata seguita da 9,6 milioni di persone pari al 58 per cento di share. Conti migliora dunque la percentuale ma cede sull’audience. In dettaglio, la prima parte dalle 21.46 alle 23.34 ha totalizzato il 57,8 per cento (11 milioni e 224 mila spettatori), mentre la seconda parte dalle 23.39 all’1.10 il 62,3 per cento (5 milioni e 794 mila spettatori). La seconda serata dell’anno precedente aveva registrato il 64,6 per cento per una media di 11 milioni e 800 mila teste.

Il confronto con le seconde serate degli anni precedenti

Nel 2024, quando però non c’era ancora la total audience e gli ascolti venivano misurati solo sulle televisioni (ora coinvolgono anche altri dispositivi come smartphone e tablet e piattaforme streaming come RaiPlay), la seconda serata era stata seguita da 10 milioni e 316 mila persone (60,1 per cento di share), mentre nel 2023 gli spettatori erano stati 10 milioni e 545 spettatori (62,3 per cento).

Ascolti, i dati su share e spettatori della prima serata di Sanremo 2026

La prima serata del Festival di Sanremo 2026 ha totalizzato il 58 per cento di share, con 9 milioni e 600 mila spettatori in termini di total audience. Numeri in calo per Carlo Conti, che l’anno scorso all’esordio aveva raccolto in media 12 milioni e 630 mila teste pari al 65,3 per cento. La prima parte, dalle 21.42 alle 23.34, ha registrati 13 milioni e 158 mila spettatori per uno share del 57,7 per cento, mentre la seconda parte, dalle 23.38 all’01.32, ha segnato 6 milioni e 45 mila spettatori per uno share del 58,7 per cento.

Il confronto con le edizioni passate

In termini di share, la serata fa comunque segnare il nono miglior risultato di sempre dopo quelli delle prime tre edizioni in cui fu attivo l’Auditel (66,3 nel 1987, 69,5 nel 1988 e 65,7 nel 1989), quella del 1997 condotta da Mike Bongiorno (che totalizzò il 58,7) e quelli delle ultime tre edizioni, quando la media ha superato il 60 per cento – 65,3 nel 2025, 65,1 nel 2024 e 62,5 nel 2023. Va sottolineato che non è propriamente corretto fare il confronto diretto con le edizioni passate, dato che dal 2025 è stata introdotta la rivoluzione della total audience che misura, oltre agli spettatori televisivi, anche quelli che seguono i programmi su dispositivi mobili, smart tv e piattaforme di streaming come RaiPlay. L’unico confronto “opportuno” è dunque quello con l’edizione 2025, quando questo sistema era già attivo.

Il signore delle mosche, una serie politica che ci serve da specchio

Adattare un libro per la televisione non è mai facile. Sono linguaggi diversi, con necessità diverse, che in teoria si rivolgono a pubblici diversi. È vero: a volte possono coincidere e sovrapporsi, ma è inutile sperare in una conversione assoluta di lettori in spettatori e viceversa. Il signore delle mosche, su Sky e NOW il 22 febbraio e il primo marzo, non fa eccezione. Anzi, forse rappresenta esattamente l’eccezione. La miniserie parte dall’omonimo libro del premio Nobel William Golding, ma trova rapidamente un’altra strada: non contemporanea, ma decisamente più vicina a un gusto e a un’impostazione estetica attuali. Jack Thorne, lo sceneggiatore che si è occupato dell’adattamento, è lo stesso di Adolescence: la serie uscita poco più di un anno fa su Netflix di cui tutti, a un certo punto, hanno cominciato a parlare e a discutere. E con Il signore delle mosche ha fatto una cosa difficilissima per quanto, a prima vista, abbastanza semplice: è partito dal materiale originale. Non si è limitato a riprendere l’ambientazione di Golding, con questa isola deserta nel bel mezzo del Pacifico piena di alberi e di vegetazione, circondata dagli scogli e dalle onde, ma si è infilato tra le pieghe del racconto, cercando di attualizzarlo.

Ogni episodio si concentra su un personaggio

Non che ce ne fosse bisogno. I protagonisti del libro, tutti bambini, finiscono per raccogliersi in una società in miniatura, dandosi ruoli, compiti e dividendosi le responsabilità; poi si scontrano, come in una guerra, con una violenza diffusa e bestiale che non risparmia nessuno. Thorne, però, ha provato a costruire la miniserie condensando la storia di Golding in quattro episodi, ognuno ritagliato su uno specifico personaggio. Il primo si concentra su Piggy, ragazzino razionale, che ha sempre l’idea giusta, anche se fa una fatica enorme nel farsi ascoltare. Rappresenta l’ultimo legame che resta ai bambini con il mondo ‘civile’ che hanno abbandonato. Ralph, che è il protagonista del quarto episodio, è invece un personaggio ibrido. Nonostante venga scelto come capo sbaglia in continuazione, cedendo a ogni richiesta. Non vuole solo guidare: vuole piacere. Una cosa che, al contrario, non appartiene minimamente a Piggy. Questo bisogno di Ralph è completamente diverso da quello di Jack, scelto per guidare i cacciatori: se Ralph è tutto sommato risolto, con un passato difficile ma un’idea chiara di chi vuole essere, Jack, nella sua ferocia, è estremamente insicuro. Respinge persino chi gli vuole bene, come Simon, che non si inserisce nella piccola società dell’isola.

Il signore delle mosche, una serie politica che ci serve da specchio
Il signore delle mosche, una serie politica che ci serve da specchio
Il signore delle mosche, una serie politica che ci serve da specchio
Il signore delle mosche, una serie politica che ci serve da specchio
Il signore delle mosche, una serie politica che ci serve da specchio
Il signore delle mosche, una serie politica che ci serve da specchio
Il signore delle mosche, una serie politica che ci serve da specchio

Al centro ci sono le dinamiche interne alla società e le sue tifoserie

Thorne prende questi archetipi narrativi e li rende ancora più concreti, tridimensionali, più approfonditi, con una faccia – quella, chiaramente, degli attori – e una consistenza precisa. A cominciare dalle loro idee, dal modo in cui si esprimono e si relazionano con gli altri. Se il primo episodio fa da introduzione, quelli successivi si calano in un’atmosfera sempre più cupa, frammentata solamente dalla luce del sole e dai colori dell’isola. L’ultimo, quello dedicato a Ralph, segna la rottura definitiva del patto sociale: il capo ha fallito, non ha fatto abbastanza; tutti credevano in lui, ma non è riuscito ad avere una presa forte e decisa. Thorne vuole costantemente spostare l’attenzione del racconto sulle dinamiche interne della società, su queste tifoserie che cambiano, si alternano, urlano, strepitano, che si affidano al leader che promette l’impossibile e che poi, anche deludendoli, riesce a convincerli della bontà di quello che fa – anche se, e va detto, di buono non ha assolutamente nulla.

Il signore delle mosche, una serie politica che ci serve da specchio
Una scena de iIl signore delle mosche (dal trailer).

Il signore delle mosche è uno specchio anche della politica

Il signore delle mosche è una serie tv politica. Ma politica in modo intelligente, mai ridondante o insistente. Diventa uno specchio per la società di oggi e in particolare per i leader politici. Ralph e Jack sono diversi eppure simili. Entrambi vogliono piacere, anche se per ragioni differenti, ed entrambi hanno una presa piuttosto forte sugli altri. Il primo per un carisma innato, che lo porta a essere preferito. Il secondo, invece, per la sua capacità di creare un nemico contro cui schierarsi. Prima sono i maiali selvatici a cui dà la caccia, poi il “mostro” – virgolette obbligatorie – che i bambini più piccoli pensano di aver visto; quindi Simon, che lo ha tradito, e Ralph e Piggy. La visione di Thorne, sostenuta dalla regia di Marc Munden, si comprime e si allarga, e poi si comprime ancora una volta: si concentra sui bambini, su questi piccoli uomini che giocano alla politica e alla guerra, ritraendone con precisione gli eccessi e le caratteristiche principali; si sposta, poi, sui singoli individui, mettendoli gli uni contro gli altri e ribadendo un concetto quasi banale nella sua essenzialità: non esistono persone assolutamente buone o innocenti. Chi spesso ha il potere di intervenire non lo fa, come Ralph; chi ha un’idea giusta preferisce arroccarsi nelle sue convinzioni, come Piggy, e chi vuole il potere non lo vuole per un bene superiore ma unicamente per sé stesso, come Jack. I vari Simon sono condannati: dalla loro delicatezza, dalla loro immaginazione e dalla loro diversità.

Il signore delle mosche, una serie politica che ci serve da specchio
Una scena de Il signore delle mosche (dal trailer).

Il signore delle mosche, così, non è soltanto un simbolo: la testa di un maiale che attira insetti e che marcisce al sole, come succede nel libro e come, in parte, succede anche nella serie. Il vero signore delle mosche vive dentro le persone. A volte vince e altre volte, invece, viene messo all’angolo, ma mai sconfitto del tutto. Ed è esattamente questo che Thorne vuole mostrare: la fragilità della società e dell’uomo. Con una serie tv ribadirlo non è più semplice, ma è sicuramente più efficace.

I grattacapi di Marano tra genero e Olimpiadi e le altre pillole del giorno

In molti si stanno chiedendo che fine abbia fatto l’audit interno che doveva chiarire l’assunzione del fidanzato della figlia di Antonio Marano, Alessandro Valadè, a Rai Pubblicità. Era stato lo stesso consigliere di amministrazione in quota Lega nonché presidente ad interim della Rai a chiedere un accertamento che verificasse il rispetto delle procedure aziendali e la correttezza della sua condotta. La storia del genero di Marano era stata raccontata per prima da la Repubblica: Valadè era stato scelto all’interno di una selezione che mirava a reclutare esperti in marketing, comunicazione, digitale e vendite. Tra i tanti candidati, alla fine ha avuto la meglio proprio lui. Le opposizioni avevano subito parlato di «vergognosa parentopoli» e «servizio pubblico preda delle scorribande della destra». E pare che anche l’amministratore delegato della Rai Giampaolo Rossi (nel frattempo indaffarato anche con l’imbarazzante caso Petrecca) non abbia preso bene l’episodio e si sia lamentato dell’inopportunità politica di quell’assunzione, che presta il fianco agli attacchi sulla presunta occupazione militare della destra della tivù di Stato, trasformata in TeleMeloni. Il “suocero” ha provato a difendere Valadè così: «Ha un curriculum prestigioso. Ha passato sei colloqui di selezione. E se io non ho rivelato prima all’ad di Rai Pubblicità quale fosse il nostro rapporto è proprio per non esercitare alcuna forma di pressione». Sarà, ma intanto adesso si attende il risultato dell’audit, visto che nel frattempo sono passati due mesi.

I grattacapi di Marano tra genero e Olimpiadi e le altre pillole del giorno
Antonio Marano (foto Ansa).

Si vocifera, tra l’altro, anche di un Marano preoccupato dal fatto che dopo la fine dei Giochi olimpici invernali ci possano essere ulteriori sviluppi sulle vicende giudiziarie che hanno riguardato l’operato della Fondazione Milano Cortina, di cui lo stesso Marano è stato direttore commerciale dal 2021 praticamente fino a oggi. Anche qui sono piovute accuse di parentopoli, per restare in tema: nelle carte dell’inchiesta si è parlato di «carenza di trasparenza e imparzialità nelle assunzioni» e «malsani fenomeni di favoritismo, nepotismo o clientelari». Tra gli altri, per esempio, sono stati assunti il figlio di Ignazio La Russa e la nipote di Mario Draghi. Tra rimborsi spese vari e vetture con autista a carico della fondazione, i pm hanno trasmesso gli atti dell’indagine al procuratore della Corte dei conti della Lombardia per eventuali profili di danni erariali, come raccontato da Il Fatto Quotidiano. Anche se gli stessi pm hanno pure chiesto al gip di archiviare il fascicolo a carico di ignoti, perché da un lato l’abuso d’ufficio non è più previsto dalla legge come reato, grazie alla riforma Nordio del luglio 2024. E dall’altro perché l’ipotesi di turbativa d’asta nelle gare private per conto di amministrazioni pubbliche sussiste solo nell’acquisto di «beni e servizi» e non per «l’assunzione di personale». Il decreto Salva Olimpiadi del 2024 oltretutto aveva definito la Fondazione come ente privato, bloccando di fatto le indagini per reati contro la pubblica amministrazione. La questione però è passata all’esame della Corte costituzionale: il tribunale di Milano ha sollevato infatti la questione di legittimità costituzionale, e ora la decisione della Consulta potrebbe riaprire le indagini. L’udienza è fissata per il 5 maggio 2026.

Arianna Meloni a Gradoli, al pranzo del Purgatorio

Gradoli, si sa, è un Comune diventato noto per colpa del rapimento di Aldo Moro: dal tavolino della seduta spiritica di Romano Prodi e dei suoi commensali spuntò proprio “Gradoli”, indicato come il luogo nel quale trovare lo statista democristiano, ma invece di andare in via Gradoli a Roma, nel covo delle Brigate rosse, tutti andarono nel paese situato in provincia di Viterbo, con un enorme, e inutile, dispiegamento di mezzi. Fatto sta che lì, proprio nel Comune di Gradoli, ogni mercoledì delle Ceneri va in scena il cosiddetto “pranzo del Purgatorio”, preparato nel corso della notte da un esercito di cuoche nella “stanza del fuoco”, con 50 quintali di legna per riscaldare i calderoni: alle 13 in punto, nei capannoni della Cantina Oleificio Sociale, ecco i prelibati “fagioli del Purgatorio”, con tanto di luccio, nasello, baccalà e tinca. L’organizzazione che cura tutto si chiama “Fratellanza del Purgatorio di Gradoli”, e ha al suo vertice il capitano Massimo Del Signore. E se c’è una fratellanza, ecco Fratelli d’Italia, con la presenza di Arianna Meloni. Che a Gradoli hanno chiamato «la sorellanza», per restare in tema con il sodalizio. Gli abitanti sono poco più di un migliaio, i partecipanti al pranzo molti di più, qualcuno ne ha contati 1.500, e Arianna è legatissima a questi luoghi. Tanto da lasciare un messaggio sui social: «Grazie per averci accolto al Pranzo del purgatorio. Una giornata in cui la comunità intera si prende cura dei più deboli attraverso un banchetto di beneficenza e si ritrova intorno a un piatto di fagioli e un brodo di tinca, tipici della cucina territoriale». Con Arianna c’erano il deputato Mauro Rotelli, la vicepresidente del parlamento europeo Antonella Sberna, i consiglieri regionali Daniele Sabatini e Giulio Zelli, la capogruppo di FdI Viterbo Laura Allegrini, il coordinatore provinciale Massimo Giampieri. Lo scorso anno, all’evento, c’era il ministro della Cultura Alessandro Giuli.

I grattacapi di Marano tra genero e Olimpiadi e le altre pillole del giorno
I grattacapi di Marano tra genero e Olimpiadi e le altre pillole del giorno
I grattacapi di Marano tra genero e Olimpiadi e le altre pillole del giorno
I grattacapi di Marano tra genero e Olimpiadi e le altre pillole del giorno
I grattacapi di Marano tra genero e Olimpiadi e le altre pillole del giorno
I grattacapi di Marano tra genero e Olimpiadi e le altre pillole del giorno
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I grattacapi di Marano tra genero e Olimpiadi e le altre pillole del giorno
I grattacapi di Marano tra genero e Olimpiadi e le altre pillole del giorno

Giovanni Grasso va per mostre

Giovanni Grasso, oltre a lavorare al Quirinale come portavoce del presidente della Repubblica Sergio Mattarella, coltiva da sempre la passione per la letteratura. E per l’arte. Così l’altra sera era al Mattatoio di Roma, a Testaccio, all’inaugurazione della mostra “Chiara Capobianco. Architettura di una metamorfosi”. Come si legge nella presentazione, «l’idea che sostiene il progetto espositivo è ispirata dai miti raccontati nelle Metamorfosi di Ovidio, i cui motivi narrati, che hanno per soggetto identità fluide, corpo, desiderio, perdita e resistenza, diventano strumento per interrogare il presente…».

I grattacapi di Marano tra genero e Olimpiadi e le altre pillole del giorno
Giovanni Grasso con Sergio Mattarella (Imagoeconomica).

Fiuggi, Abodi porta lo sport

Dite a Leonardo Maria Del Vecchio che dal 20 al 22 marzo Fiuggi si trasformerà in un grande laboratorio nazionale dedicato al futuro della “Repubblica del Movimento” e delle comunità attive. L’iniziativa promossa da Fondazione Sportcity in collaborazione con il comune di Fiuggi coinvolgerà oltre 200 addetti ai lavori tra rappresentanti delle istituzioni nazionali e locali, manager, imprenditori del settore e dirigenti sportivi. Ecco così il ministro per lo Sport e i Giovani Andrea Abodi, insieme al sottosegretario all’Ambiente Claudio Barbaro. La seconda giornata entrerà nel vivo con una serie di interventi dedicati a politiche sportive, infrastrutture e sviluppo dei territori. Tra i protagonisti della mattinata ci saranno Diego Nepi Molineris, Livio Gigliuto ed Evelina Christillin, oltre ai rappresentanti delle istituzioni e del mondo dell’impiantistica sportiva.

I grattacapi di Marano tra genero e Olimpiadi e le altre pillole del giorno
I grattacapi di Marano tra genero e Olimpiadi e le altre pillole del giorno
I grattacapi di Marano tra genero e Olimpiadi e le altre pillole del giorno

Petrecca si è dimesso da direttore di Rai Sport

Il direttore di Rai Sport, Paolo Petrecca, ha rimesso il proprio mandato nelle mani dell’amministratore delegato Giampaolo Rossi: lascerà l’incarico al termine delle Olimpiadi di Milano-Cortina, evento a cinque cerchi di cui ha commentato in modo disastroso la cerimonia di apertura. La responsabilità di Rai Sport sarà affidata in via transitoria a Marco Lollobrigida. Oggi era in programma il consiglio di amministrazione della Rai: all’ordine del giorno ufficiale la policy aziendale sull’intelligenza artificiale, i piani di trasmissione e produzione per il 2026, la relazione del 2025 e il piano per l’internal audit. Ma sul tavolo c’era anche il dossier Petrecca. Dalla Rai era filtrato che la questione sarebbe stata affrontata solo dopo il Festival di Sanremo. Ma alla fine il nodo è stato sciolto in anticipo.

L’imbarazzante telecronaca della cerimonia di apertura

Petrecca, al timone di Rai Sport dal 2025 senza essere mai stato giornalista sportivo, aveva sostituito alla telecronaca della cerimonia di apertura di Milano-Cortina il designato Auro Bulbarelli – suo vice atteso al microfono ma saltato per aver svelato che lo spettacolo avrebbe coinvolto pure Sergio Mattarella – rendendosi protagonista di un imbarazzante racconto infarcito di gaffe di ogni genere. Spernacchiato anche dalla stampa estera, a Petrecca era già stata tolta la telecronaca della cerimonia di chiusura delle Olimpiadi invernali, affidata al già citato Bulbarelli.

LEGGI ANCHE: Nomine Rai, il caso Petrecca e gli appetiti nel centrodestra per il Tg1

La protesta dei giornalisti di Rai Sport contro il direttore

Dopo la disastrosa telecronaca di Petrecca, in segno di protesta contro il direttore il cdr di Rai Sport aveva deciso di ritirare le firme dei giornalisti dai servizi fino alla fine delle Olimpiadi, annunciando poi tre giorni di sciopero al termine di Milano-Cortina: «Non una questione politica ma di rispetto e di dignità per il servizio pubblico». A stretto giro, l’Usigrai (l’Unione sindacale dei giornalisti Rai) aveva ha proclamato per il 13 febbraio uno sciopero delle firme in tutti i telegiornali, i giornali radio e nei programmi di informazione dell’emittente pubblica e sul web.

Portobello, il calvario di Tortora tra streaming e referendum sulla giustizia

Di colpo l’Italia ha deciso di mettere a bilancio i suoi peccati originali. Non potendo archiviarli, per manifesta incapacità di espiazione, ha scelto la via più redditizia: li ha impacchettati, ne ha lucidato con cura le manette e li ha spediti a Burbank, California. Il 20 febbraio debutta su HBO Max Portobello, la miniserie-evento di Marco Bellocchio, con un Fabrizio Gifuni che presta corpo e voce a Enzo Tortora. Dopo il passaggio di rito all’82esima Mostra del Cinema di Venezia, l’operazione sbarca sul mercato globale in sei puntate. È il paradosso definitivo: vendiamo i nostri scheletri nell’armadio ai colossi dello streaming americano affinché loro ce li riconsegnino in 4K, sotto forma di abbonamento mensile.

Enzo Tortora, al teatro della tv si sostituì il teatro del processo

Per chi avesse la memoria corta, o l’anagrafe troppo verde, per averne percepito l’odore, bisogna sintonizzarsi sull’Italia dei primi Anni 80. Un Paese frastornato dall’assassinio Moro, dai colpi di coda del terrorismo, dalle commistioni tra Stato e mafia (dall’omicidio Dalla Chiesa al rapimento Cirillo), e dagli appetiti spalancati dal post-sisma in Irpinia. In questo scenario di macerie morali, Enzo Tortora era un architrave. Un uomo colto, nominato Commendatore da Sandro Pertini, capace di incollare 28 milioni di italiani davanti al rito del pappagallo muto. Il suo Portobello era la culla di tutto ciò che avremmo visto nei decenni a venire, da Chi l’ha visto? a C’è posta per te. Ma Tortora restava soprattutto un “non furbo”. Non apparteneva alla P2, non aveva padrini nella DC o nel PCI, era un laico e perciò sospetto persino ai sacrestani. Il bersaglio perfetto per un rito di caduta che una certa classe intellettuale, invidiosa di quella popolarità, così trasversale e pulita, aspettava con il coltello tra i denti. L’ispirazione di Bellocchio (che qui recupera la sofferenza istituzionale già esplorata nel magnifico Esterno Notte) nasce da un’immagine che è una ferita aperta: il presentatore stravolto e stupito che esce in manette dalla caserma di via in Selci, il 17 giugno dell’83 (dopo il prelievo all’hotel Plaza). Il capitano dei carabinieri gli aveva promesso un’uscita sul retro per evitargli il linciaggio mediatico; invece lo consegnò scientemente a una schiera di fotografi e cineoperatori convocati come a un’esecuzione pubblica. Al teatro della televisione si sostituì, istantaneamente, il teatro del processo.

Portobello, il calvario di Tortora tra streaming e referendum sulla giustizia
Portobello, il calvario di Tortora tra streaming e referendum sulla giustizia
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L’anatomia del grottesco: centrini, mutande e pentiti psicopatici

L’opinione pubblica, i giudici e gran parte della stampa (con le rare eccezioni di Enzo Biagi e Indro Montanelli, che lo difesero senza tregua e senza paura) furono disposti a credere a un branco di delinquenti senza pretendere uno straccio di riscontro fattuale. L’accusa poggiava sulle labbra di Giovanni Pandico (interpretato da Lino Musella), detto ‘o pazzo, cutoliano pentito e psicopatico che dalla sua cella tesseva trame vendicative. Il motivo? Un “centrino” (gergo della malavita per indicare una partita di droga) che secondo lui si era smarrito nella redazione del programma. I pm napoletani decisero che la parola di un folle pesava più della vita di un uomo onesto. Credettero a lui e ad altri 11 pentiti, tra cui il killer Pasquale Barra, detto ’o animale, fedelissimo di Raffaele Cutolo (interpretato da Gianfranco Gallo), e il seduttivo millantatore Giovanni Melluso. L’accusa era infamante: associazione camorristica e traffico di droga per conto della Nuova Camorra Organizzata.

Portobello, il calvario di Tortora tra streaming e referendum sulla giustizia
Una scena di Portobello (da Youtube).

Si arrivò a dire che il conduttore avesse assaggiato e approvato una partita di polvere bianca mentre la moglie di un pentito si aggiustava con noncuranza l’elastico delle mutande. La prova regina? Un’agendina trovata in casa del camorrista Giuseppe Puca, con un nome che ai giudici pareva “Tortora” ma che in realtà era “Tortona”. Nonostante l’inconsistenza solare delle accuse, Tortora subì sette mesi di carcere preventivo e una condanna in primo grado a 10 anni, ribaltata in formula piena solo in appello, nel 1986, grazie al lavoro certosino di giudici come Michele Morello. Ci volle persino il paradosso supremo dell’arrivo in aula di Renato Vallanzasca, che smontò l’attendibilità di Melluso davanti a una Corte che non voleva ammettere l’errore per non dover cancellare l’intera inchiesta. Il presentatore tornò in video il 20 febbraio di 39 anni fa (data che coincide con il lancio della serie), con la celebre frase: «Dove eravamo rimasti?». Ma morì 15 mesi dopo, a 59 anni.

Portobello, il calvario di Tortora tra streaming e referendum sulla giustizia
Una scena di Portobello (da Youtube).

Il martirio come commodity e il fattore urne

Mentre lui usciva di scena distrutto, sorretto solo dalla sorella Anna (interpretata da Barbora Bobulova) e dalla compagna Francesca Scopelliti (nella serie Romana Maggiora Vergano), i suoi accusatori facevano carriera. Lucio Di Pietro ha concluso la sua parabola come procuratore generale a Salerno, Felice Di Persia è stato eletto al Csm. Oggi, la Warner Bros. Discovery incassa i dividendi di questa impunità collettiva. Il prodotto è eccellente, intendiamoci, ma è una supplenza di servizio pubblico che la Rai non riesce più a esercitare. Il vero capolavoro di cinismo editoriale (o di preveggenza politica, fate voi) risiede però nel calendario. La serie debutta nel pieno della campagna per il referendum costituzionale sulla giustizia del 22 e 23 marzo 2026. Si voterà per la separazione delle carriere e la riforma del Csm, temi che sono il midollo osseo del “caso Tortora”. Malgrado le smentite di rito, il lavoro di Bellocchio finirà inevitabilmente nel tritacarne, e senza che Palazzo Chigi debba spendere un euro, diventerà il più formidabile e involontario spot per i sostenitori del , che calcheranno la mano sulla cecità di toghe mai punite, mentre quelli del No ricorderanno che furono altri giudici, dello stesso tribunale (senza carriere separate), a ribaltare l’accusa. «Dove eravamo rimasti?», chiedeva Tortora nell’87. Esattamente lì. Solo che adesso la nostra coscienza è un contenuto premium e il telecomando è saldamente in mano agli americani.

Portobello, il calvario di Tortora tra streaming e referendum sulla giustizia
Enzo Tortora nel 1983 (Ansa).

Il dopo-Conti a Sanremo? Le voci su De Martino e il possibile guastafeste

Sanremo non è ancora cominciato, ma Carlo Conti pensa già al dopo. Prima dei bilanci, dei confronti, degli share mattutini, delle inevitabili polemiche, il direttore artistico della kermesse ha annunciato che con il 2026 si chiude un ciclo. Questo sarà il suo ultimo Festival, buona la quinta (edizione) dunque. La domanda allora è: chi sarà il suo successore? A radio Subasio, Conti non aveva dato alcuna indicazione ovviamente: «C’è solo l’imbarazzo della scelta, ma al di là del conduttore o della conduttrice, la figura centrale resta quella del direttore artistico». Un professionista con l’esperienza necessaria per riuscire a guidare e a gestire «una macchina del genere».

Il dopo-Conti a Sanremo? Le voci su De Martino e il possibile guastafeste
Carlo Conti sul palco di Sanremo 2025 (Ansa).

De Martino sogna l’Ariston

Se è ancora nebbia fitta sul prossimo direttore artistico, sul possibile frontman invece le voci girano e da tempo. Il più quotato, e non da oggi, è il re dei pacchi, Stefano De Martino. I faretti sullo showman campano si erano riaccesi a gennaio quando lo stesso Conti, ospite del podcast Pezzi – Dentro la musica, sul futuro del Festival aveva detto: «Intanto facciamo questo, ma spero che il prossimo anno ci sia qualcun altro, anche più giovane, aitante e belloccio». Un identikit che corrisponde perfettamente a quello dell’ex ballerino di Amici, oggi 36enne.

Il dopo-Conti a Sanremo? Le voci su De Martino e il possibile guastafeste
Stefano De Martino (Ansa).

Savino scalda i motori ma c’è l’incognita Fiorello

Il team #DeMartino e il diretto interessato, però, non hanno considerato i superpoteri di Conti che avrebbe già in testa il suo successore, per lo meno sul palco dell’Ariston. Un personaggio che è già suo ‘vice’ visto che condurrà per la quarta edizione consecutiva il Dopofestival: Nicola Savino (reduce dalla conduzione di quattro puntate di Tali e Quali, a proposito di eredità). In Rai qualcuno ne è più che certo: «Conti e Savino solo alleati contro De Martino. Ne dovrà mangiare di polvere, il povero Stefano, prima di mettere le mani sul Festival». Savino – quello che «da vecchio sarà come Massimo D’Alema, e tra poco come Tommaso Labate», scherza la fonte – sarebbe già pronto a incassare. C’è solo un big che potrebbe rovinargli la festa ed è Fiorello.

Il dopo-Conti a Sanremo? Le voci su De Martino e il possibile guastafeste
Nicola Savino (Ansa).

Le baruffe alla Pennicanza

Tra l’altro lo showman siciliano recentemente ha scazzottato amabilmente proprio con Conti, buttando una bombetta a La Pennicanza sulla possibile partecipazione al Festival Adriano Celentano. Conti non ha né confermato né smentito il presunto spoiler. È stato il prezzo per aver ‘mentito’ a Fiorello sulla partecipazione di Eros Ramazzotti. «Quando io l’ho chiamato qua gli ho chiesto “Senti ma c’è Ramazzotti?”, lui mi ha risposto “non mi risulta”…bugiardo sei!!!». L’uomo è avvisato.

Il dopo-Conti a Sanremo? Le voci su De Martino e il possibile guastafeste
Fiorello in videochiamata con Carlo Conti (Ansa).

L’ultima di Telemeloni: Brumotti verso un programma in prima serata su Rai 2

Dopo Tommaso Cerno, ecco un altro esterno a cui dovrebbe andare un’importante casella (potenzialmente) destinata a giornalisti Rai. È infatti pronto ad approdare sulla tivù pubblica Vittorio Brumotti, l’ex inviato di Striscia la notizia e campione di bike trial, noto al pubblico per i servizi su chi parcheggia nei posti destinati ai disabili e contro i piccoli spacciatori (da cui ha ricevuto anche qualche botta). Secondo quanto riportato da Repubblica, a Brumotti – in passato pure presentatore di Paperissima Sprint – sarebbe stato offerto «un contratto con parecchi zeri, in esclusiva e per due anni» per andare in onda in prima serata su Rai 2, con un programma itinerante in grado di unire (almeno nelle idee) intrattenimento e racconto di territori. Sempre il quotidiano romano scrive che a voler puntare su Brumotti è in particolare Paolo Corsini, direttore degli approfondimenti Rai, «sempre sensibile ai suggerimenti che gli vengono dal partito di riferimento, ovvero Fratelli d’Italia». La notizia al momento non è stata confermata né dalla Rai, né dallo stesso Brumotti.

L’ultima di Telemeloni: Brumotti verso un programma in prima serata su Rai 2
Vittorio Brumotti (Imagoeconomica).

Nomine Rai, il caso Petrecca e gli appetiti nel centrodestra per il Tg1

Cambio stagione, cambio poltrone. Con la primavera alle porte si apre la giostra delle nomine, e la Rai non fa eccezione. Occhi puntati sulla poltronissima a cui tutti, nel centrodestra, puntano: la direzione del Tg1. Sempre ammesso che Gian Marco Chiocci decida di fare le valigie, destinazione Palazzo Chigi.

Tredicesima fumata nera per Agnes in Vigilanza

Gli animi dunque si scaldano. Lo si è visto anche in Commissione di Vigilanza dove mercoledì 11 febbraio si è registrata la 13esima fumata nera nel voto per Simona Agnes alla presidenza, tanto che, dopo l’ennesima diserzione della maggioranza, la presidente Barbara Floridia ha deciso di convocare l’amministratore delegato Giampaolo Rossi per sbloccare uno stallo che va avanti da oltre un anno. Nei corridoi di Via Asiago però le voci corrono. Tutto si consumerà, ça va sans dire, dopo le Olimpiadi invernali e soprattutto dopo Sanremo, evento clou per la raccolta pubblicitaria (per l’edizione 2026 si punta a tagliare il traguardo dei 70 milioni, contro i 65,2 dello scorso anno).

Nomine Rai, il caso Petrecca e gli appetiti nel centrodestra per il Tg1
Simona Agnes (Imagoeconomica).

Rossi alle prese con il caso Petrecca

Nella girandola di nomine potrebbe rientrare anche Paolo Petrecca. Sempre che Rossi decida di trasferire il contestatissimo direttore di RaiSport in una casella “meno sensibile”. Dove cioè, sibilano i maligni, non possa fare danni (o farne di limitati). Non è passato inosservato come Petrecca (a differenza di Andrea Pucci che è stato spalleggiato in modo compatto), dopo la disastrosa telecronaca della cerimonia inaugurale di Milano-Cortina e la protesta della sua redazione, sia stato difeso soltanto dai “suoi”, e cioè da Fratelli d’Italia. Nessuna levata di scudi da parte di Forza Italia e Lega: un’ulteriore prova dei malumori che agitano il centrodestra.

Nomine Rai, il caso Petrecca e gli appetiti nel centrodestra per il Tg1
Paolo Petrecca (foto Imagoeconomica).

L’ipotesi di accorpamento delle Relazioni Istituzionali e internazionali

Ma quali posti sono in scadenza? Si parte dalla direzione delle Relazioni internazionali, dove Simona Martorelli andrà in pensione a marzo, e da quella delle Relazioni istituzionali, retta a interim dal capo azienda dopo la nomina, lo scorso ottobre, di Angela Mariella alla guida della Direzione Editoriale per l’Offerta Informativa al posto di Monica Maggioni. Si vocifera che le due direzioni potrebbero essere accorpate in un’unica struttura alla cui guida, almeno fino a qualche settimana fa, era data per favorita la vicedirettrice del Tg2Maria Antonietta Spadorcia, particolarmente gradita a FdI.

Nomine Rai, il caso Petrecca e gli appetiti nel centrodestra per il Tg1
Maria Antonietta Spadorcia (Imagoeconomica).

Le mire su Rai Cinema

C’è poi Rai Cinema. L’eterno Paolo Del Brocco è in scadenza e la domanda è una: riuscirà Angelo Mellone, attuale capo del Day Time, a scalzarlo? Se il passaggio avvenisse (ma, va detto, le possibilità sono al lumicino), al posto di Mellone potrebbe arrivare dal Prime Time Williams Di Liberatore a cui, per la gestione di Sanremo, Rossi aveva “affiancato” l’esperto Stefano Coletta, direttore del Coordinamento Generi (si è parlato di “commissariamento”). Una misura che, però, non è stata sufficiente a evitare la bufera Pucci.

Nomine Rai, il caso Petrecca e gli appetiti nel centrodestra per il Tg1
Paolo Del Brocco, ad di Rai Cinema (Imagoeconomica).

Cambio di direzione al Tg1?

Tra coloro che sperano di essere trasferiti in altri lidi, ci sarebbe anche Paolo Corsini, attuale direttore dell’Approfondimento, che si dice miri a prendere il posto del direttore del Giornale Radio e Radio 1 Nicola Rao. Il quale a questo punto potrebbe traslocare al Tg1 al posto di Gian Marco Chiocci. Le voci dell’arrivo di Chiocci a Palazzo Chigi come portavoce di Giorgia Meloni, dopo le smentite, sono infatti tornate a circolare, alimentando gli appetiti di Lega e Forza Italia per la poltrona delle poltrone. Per il momento però tutti i papabili, compreso Rao, rientrano nell’orbita di FdI, a partire da Mario Sechi, direttore di Libero e nel 2023 per qualche mese capo ufficio stampa di Meloni. Tra gli outsider spuntano anche Alessia Lautone, numero 1 di LaPresse, e Incoronata Boccia, capa dell’ufficio stampa, che ai tempi in cui era vicedirettrice del Tg1 definì l’aborto «un omicidio» e che lo scorso ottobre, a un convegno del Cnel, arrivò a dichiarare che a Gaza non esisteva «una sola prova» che l’esercito israeliano avesse «mitragliato civili inermi».

Nomine Rai, il caso Petrecca e gli appetiti nel centrodestra per il Tg1
Nomine Rai, il caso Petrecca e gli appetiti nel centrodestra per il Tg1
Nomine Rai, il caso Petrecca e gli appetiti nel centrodestra per il Tg1
Nomine Rai, il caso Petrecca e gli appetiti nel centrodestra per il Tg1
Nomine Rai, il caso Petrecca e gli appetiti nel centrodestra per il Tg1
Nomine Rai, il caso Petrecca e gli appetiti nel centrodestra per il Tg1
Nomine Rai, il caso Petrecca e gli appetiti nel centrodestra per il Tg1
Nomine Rai, il caso Petrecca e gli appetiti nel centrodestra per il Tg1
Nomine Rai, il caso Petrecca e gli appetiti nel centrodestra per il Tg1
Nomine Rai, il caso Petrecca e gli appetiti nel centrodestra per il Tg1
Nomine Rai, il caso Petrecca e gli appetiti nel centrodestra per il Tg1
Nomine Rai, il caso Petrecca e gli appetiti nel centrodestra per il Tg1
Nomine Rai, il caso Petrecca e gli appetiti nel centrodestra per il Tg1

Cosa fare con Petrecca? La Rai meloniana a un bivio

La domanda è: riuscirà Paolo Petrecca a resistere alla direzione di RaiSport dopo la disastrosa telecronaca della cerimonia di apertura di Milano-Cortina 2026?

La tirata d’orecchie dell’ad Rossi

A vedere l’esito dell’incontro con Giampaolo Rossi in Via Asiago per ora sembrerebbe di sì. Ma non è detto. Lunedì l’amministratore delegato della Rai gli ha tirato parecchio le orecchie: non dovevi essere tu a condurre l’evento, sei il direttore e devi cercare di valorizzare la tua direzione, se proprio volevi farlo almeno dovevi prepararti meglio. Petrecca avrebbe risposto ventilando ipotetici complotti ai suoi danni fin da quando dirigeva RaiNews, ma Rossi l’ha zittito: quella telecronaca era pessima, basta, non ci sono scuse. Ora non farti più vedere in video e la conduzione dell’evento finale la farà qualcun altro. E, ha aggiunto, cerca in qualche modo di ricucire con la redazione. Che, per la cronaca, da lunedì è in sciopero delle firme fino alla fine delle Olimpiadi e subito dopo si procederà con i tre giorni di sciopero già approvati dall’assemblea.

Il nodo Petrecca verrà sciolto solo dopo Sanremo

Insomma, Rossi ha preso tempo. Prima, a suo dire, bisogna portare a termine nel miglior modo possibile le Olimpiadi, concentrandosi per due settimane senza altre sbavature. Poi c’è Sanremo, travolto dal polverone su Andrea Pucci. Archiviato il festival, però, rivela a Lettera43 una fonte ben inserita ai piani alti, i nodi verranno al pettine e la questione Petrecca sarà affrontata una volta per tutte. Perché, se fin qui il giornalista è sempre stato difeso a testuggine dalla compagine meloniana, d’ora in poi non sarà più così. Tre indizi, del resto, fanno una prova: Petrecca è stato spostato a RaiSport proprio per i danni combinati a RaiNews, ma l’errore è stato trasferirlo sottovalutando l’importanza degli eventi sportivi, molto più più seguiti della politica e della cronaca; il silenzio assordante dell’azienda nella giornata di sabato è parso a tutti un evidente segnale di imbarazzo, come a dire: eccolo, ne ha combinata un’altra; la stessa convocazione a Roma da Rossi evidenzia che anche per i “fratelli” un problema Petrecca esiste. Quindi, dopo Sanremo, la questione sarà affrontata.

Cosa fare con Petrecca? La Rai meloniana a un bivio
Giampaolo Rossi (Ansa).

Il direttore di RaiSport potrebbe finire nel prossimo giro di poltrone

Sì, ma come? C’è chi dice che si coglierà l’occasione del giro di poltrone previste per la primavera, con alcune caselle da riempire: la direzione relazioni internazionali (Simona Martorelli va in pensione in questi giorni) e quella delle relazioni istituzionali (interim a Rossi). Poi c’è in scadenza Paolo Del Brocco a Rai Cinema e sembra pure che Paolo Corsini non ne possa più dell’approfondimento e abbia chiesto di essere trasferito alla radio, dove l’attuale direttore del Giornale Radio e Rai Radio 1 Nicola Rao potrebbe spostarsi al Tg1 al posto di Gian Marco Chiocci. Insomma, qualche movimento ci sarà e potrebbe rientrarci anche Petrecca, magari su una poltrona dove davvero non possa fare danni. Questa è l’ipotesi più gettonata.

Cosa fare con Petrecca? La Rai meloniana a un bivio
Paolo Petrecca (Imagoeconomica).

L’ipotesi blindatura: difendere Petrecca per difendere TeleMeloni

Ma ce n’è una minoritaria che invece descrive un altro scenario: si difenderà Petrecca fino alla fine, perché «se cediamo su uno dei nostri così importante, allora dobbiamo cedere su tutto e sanciremmo il fallimento della nostra gestione», sussurra una fonte destrorsa. Insomma, «siamo sotto attacco e dobbiamo reagire, difendendo il direttore di RaiSport, difendiamo tutti noi». Staremo a vedere, ma per il momento Petrecca è più morto che vivo (professionalmente parlando). Anche perché con lui e Pucci la Rai ha rischiato di giocarsi gli unici eventi porta-soldi della stagione: le Olimpiadi e Sanremo. Sui Mondiali di calcio, infatti, aleggia ancora una grande interrogativo e comunque i diritti saranno smezzati con Dazn, mentre è delle ultime ore la voce secondo cui Via Asiago abbia perso i diritti sulle prossime Atp Finals di Torino in favore di Mediaset.

Cosa fare con Petrecca? La Rai meloniana a un bivio
Da sinistra, Francesca Oliva vicedirettore di RaiNews24, Paolo Petrecca, il ministro dello Sport Andrea Abodi, l’ad Rai Giampaolo Rossi e Nicola Rao, direttore del Giornale Radio (Imagoeconomica).

Ma chi fu il vero responsabile dell’ascesa di Petrecca?

Qualcuno, intanto, dentro l’azienda ricorda il “colpevole” dell’ascesa di Petrecca. Era l’autunno del 2021 e c’era da nominare il nuovo direttore di RaiNews dopo Andrea Vianello. Si doveva scegliere un meloniano perché, secondo le quote Rai, quella poltrona spettava a un “fratello” e si brancolava nel buio quando ad Antonio Di Bella, da sempre vicino al Pd, si accese la lampadina: c’è un vicedirettore meloniano a RaiNews, è Paolo Petrecca, facciamolo direttore. Il resto è storia.