Adattare un libro per la televisione non è mai facile. Sono linguaggi diversi, con necessità diverse, che in teoria si rivolgono a pubblici diversi. È vero: a volte possono coincidere e sovrapporsi, ma è inutile sperare in una conversione assoluta di lettori in spettatori e viceversa. Il signore delle mosche, su Sky e NOW il 22 febbraio e il primo marzo, non fa eccezione. Anzi, forse rappresenta esattamente l’eccezione. La miniserie parte dall’omonimo libro del premio Nobel William Golding, ma trova rapidamente un’altra strada: non contemporanea, ma decisamente più vicina a un gusto e a un’impostazione estetica attuali. Jack Thorne, lo sceneggiatore che si è occupato dell’adattamento, è lo stesso di Adolescence: la serie uscita poco più di un anno fa su Netflix di cui tutti, a un certo punto, hanno cominciato a parlare e a discutere. E con Il signore delle mosche ha fatto una cosa difficilissima per quanto, a prima vista, abbastanza semplice: è partito dal materiale originale. Non si è limitato a riprendere l’ambientazione di Golding, con questa isola deserta nel bel mezzo del Pacifico piena di alberi e di vegetazione, circondata dagli scogli e dalle onde, ma si è infilato tra le pieghe del racconto, cercando di attualizzarlo.
Ogni episodio si concentra su un personaggio
Non che ce ne fosse bisogno. I protagonisti del libro, tutti bambini, finiscono per raccogliersi in una società in miniatura, dandosi ruoli, compiti e dividendosi le responsabilità; poi si scontrano, come in una guerra, con una violenza diffusa e bestiale che non risparmia nessuno. Thorne, però, ha provato a costruire la miniserie condensando la storia di Golding in quattro episodi, ognuno ritagliato su uno specifico personaggio. Il primo si concentra su Piggy, ragazzino razionale, che ha sempre l’idea giusta, anche se fa una fatica enorme nel farsi ascoltare. Rappresenta l’ultimo legame che resta ai bambini con il mondo ‘civile’ che hanno abbandonato. Ralph, che è il protagonista del quarto episodio, è invece un personaggio ibrido. Nonostante venga scelto come capo sbaglia in continuazione, cedendo a ogni richiesta. Non vuole solo guidare: vuole piacere. Una cosa che, al contrario, non appartiene minimamente a Piggy. Questo bisogno di Ralph è completamente diverso da quello di Jack, scelto per guidare i cacciatori: se Ralph è tutto sommato risolto, con un passato difficile ma un’idea chiara di chi vuole essere, Jack, nella sua ferocia, è estremamente insicuro. Respinge persino chi gli vuole bene, come Simon, che non si inserisce nella piccola società dell’isola.
Al centro ci sono le dinamiche interne alla società e le sue tifoserie
Thorne prende questi archetipi narrativi e li rende ancora più concreti, tridimensionali, più approfonditi, con una faccia – quella, chiaramente, degli attori – e una consistenza precisa. A cominciare dalle loro idee, dal modo in cui si esprimono e si relazionano con gli altri. Se il primo episodio fa da introduzione, quelli successivi si calano in un’atmosfera sempre più cupa, frammentata solamente dalla luce del sole e dai colori dell’isola. L’ultimo, quello dedicato a Ralph, segna la rottura definitiva del patto sociale: il capo ha fallito, non ha fatto abbastanza; tutti credevano in lui, ma non è riuscito ad avere una presa forte e decisa. Thorne vuole costantemente spostare l’attenzione del racconto sulle dinamiche interne della società, su queste tifoserie che cambiano, si alternano, urlano, strepitano, che si affidano al leader che promette l’impossibile e che poi, anche deludendoli, riesce a convincerli della bontà di quello che fa – anche se, e va detto, di buono non ha assolutamente nulla.

Il signore delle mosche è uno specchio anche della politica
Il signore delle mosche è una serie tv politica. Ma politica in modo intelligente, mai ridondante o insistente. Diventa uno specchio per la società di oggi e in particolare per i leader politici. Ralph e Jack sono diversi eppure simili. Entrambi vogliono piacere, anche se per ragioni differenti, ed entrambi hanno una presa piuttosto forte sugli altri. Il primo per un carisma innato, che lo porta a essere preferito. Il secondo, invece, per la sua capacità di creare un nemico contro cui schierarsi. Prima sono i maiali selvatici a cui dà la caccia, poi il “mostro” – virgolette obbligatorie – che i bambini più piccoli pensano di aver visto; quindi Simon, che lo ha tradito, e Ralph e Piggy. La visione di Thorne, sostenuta dalla regia di Marc Munden, si comprime e si allarga, e poi si comprime ancora una volta: si concentra sui bambini, su questi piccoli uomini che giocano alla politica e alla guerra, ritraendone con precisione gli eccessi e le caratteristiche principali; si sposta, poi, sui singoli individui, mettendoli gli uni contro gli altri e ribadendo un concetto quasi banale nella sua essenzialità: non esistono persone assolutamente buone o innocenti. Chi spesso ha il potere di intervenire non lo fa, come Ralph; chi ha un’idea giusta preferisce arroccarsi nelle sue convinzioni, come Piggy, e chi vuole il potere non lo vuole per un bene superiore ma unicamente per sé stesso, come Jack. I vari Simon sono condannati: dalla loro delicatezza, dalla loro immaginazione e dalla loro diversità.

Il signore delle mosche, così, non è soltanto un simbolo: la testa di un maiale che attira insetti e che marcisce al sole, come succede nel libro e come, in parte, succede anche nella serie. Il vero signore delle mosche vive dentro le persone. A volte vince e altre volte, invece, viene messo all’angolo, ma mai sconfitto del tutto. Ed è esattamente questo che Thorne vuole mostrare: la fragilità della società e dell’uomo. Con una serie tv ribadirlo non è più semplice, ma è sicuramente più efficace.





