Nel 2018 la Nazionale non si qualificò al Mondiale di calcio in Russia, e l’asta per i diritti tivù, che avvenne dopo quella prima disfatta, vide Mediaset aggiudicarsi tutti i 64 match della manifestazione mettendo sul piatto 78 milioni di euro (la Rai si fermò a 60 milioni). Fuso orario favorevole, partite avvincenti, e alla fine del Mondiale i manager di Publitalia si dissero soddisfatti per essere riusciti anche a guadagnare una discreta cifra, portando a margine un tipo di torneo che invece, per concentrazione delle partite in pochi giorni e scarsità di break pubblicitari, in genere è sempre un bagno di sangue per il broadcaster che lo trasmette.
Il doloroso all-in della Rai nel 2022
Nel 2022 la Fifa, memore dell’Italia in bilico, decise di aprire l’asta per i diritti del Mondiale in Qatar ben prima della certezza di avere questa o quella nazione alla fase finale. E la Rai, ancora scottata dallo smacco subito nel 2018 (per la prima volta il Mondiale non figurava nei palinsesti del servizio pubblico), decise di fare un all-in: 166 milioni di euro a scatola chiusa per i diritti di tutte le partite del torneo organizzato tra novembre e dicembre (per ovviare al caldo torrido che ci sarebbe stato tra giugno e luglio in Qatar).

Pure in quella occasione, tuttavia, l’Italia non si qualificò, eliminata agli spareggi dalla Macedonia del Nord. E per viale Mazzini fu un disastro, con perdite per decine di milioni di euro (la Rai, peraltro, a differenza di Mediaset ha tetti pubblicitari molto più stringenti) che influenzarono non poco i risultati del bilancio di esercizio.
Come ci si è tutelati per il 2026 con l’incognita Azzurri
Per il 2026 tutti i broadcaster operanti in Italia si sono mossi con più cautela. E, pur aggiudicandosi i diritti tivù già qualche settimana fa, si sono cautelati con azioni differenti in caso di partecipazione o meno degli Azzurri. Dopo l’eliminazione dell’Italia per mano della Bosnia, ecco scattare i nuovi prezzi: la Rai verserà alla Fifa solo 70 milioni di euro per 35 partite in chiaro del Mondiale Canada–Usa–Messico, mentre Dazn pagherà circa 50 milioni di euro per tutti i 104 match del torneo in pay tivù.
L’evento senza Italia sarà un massacro per le casse
A occhio e croce, comunque, per la Rai si tratterà ancora una volta di un bagno di sangue: più o meno la stessa cifra pagata da Mediaset nel 2018, ma per la metà delle partite. E, peraltro, non è detto che quelle fissate in calendario a orari comodi per l’Europa (occhio al fuso orario) siano anche le più interessanti. Tenuto conto della capacità di raccolta pubblicitaria del servizio pubblico, con i paletti fissati per legge, diciamo che il Mondiale porterà una perdita netta per la Rai nell’ordine dei 50 milioni di euro. Ovviamente, si può comprendere che il contratto di servizio pubblico comporti anche questi sforzi. Ma, limitandoci a un’analisi puramente economico-finanziaria, l’evento sarà un massacro per le casse della televisione di Stato.
Così come per Dazn, i cui 50 milioni di euro pagati li potremmo già classificare tutti come una perdita netta, tenuto conto che le partite a orari decenti saranno in chiaro sulla Rai, e che quelle a notte fonda avranno audience risibili sulla piattaforma in streaming a pagamento, senza stimolare molti nuovi abbonati.
Nello sconforto anche influencer, piattaforme social e podcast
Ma la sconfitta ai rigori con la Bosnia getta nello sconforto pure tutti gli influencer, le piattaforme social, i podcast che sul commento, il chiacchiericcio, la voglia di criticare o esultare avevano puntato grosso per i prossimi mesi di giugno e luglio, e che invece si ritroveranno solo a parlare con un ristretto pubblico di impallinati del calcio internazionale.

E il Mondiale 2026, proprio per i problemi di fuso orario dei match live, poteva essere un’occasione d’oro per progetti come Cronache di spogliatoio, con le sue dirette in orari di prime time dedicate ad analisi e opinioni (su YouTube dopo la débâcle di martedì sera c’erano addirittura 20 mila utenti collegati, cifra record per il canale, assatanati di commenti e giudizi post-partita).
Le conversazioni sulle partite erano potenti opportunità
Come sottolineato da Warc Media, piattaforma digitale che fornisce dati, insight e benchmark sull’efficacia del marketing e della pubblicità, «il Mondiale 2026 vale circa 10,5 miliardi di dollari di pubblicità incrementale a livello complessivo su tutto il globo, ma gli investimenti verranno divisi su più fronti, poiché i brand vorranno interagire con i tifosi e gli appassionati su più punti di contatto. Non solo attraverso i broadcaster tivù che, svenandosi, hanno comprato i diritti audiovisivi, ma pure con tutte le piattaforme che trarranno vantaggio dalle conversazioni relative al Mondiale senza sborsare un dollaro per i diritti: dai contenuti dei creator ai podcast, tutti touch point capaci di trasformare le conversazioni sulle partite in potenti opportunità di connessione e impatto».
Minori investimenti pubblicitari e mancati introiti per il sistema calcio
In Italia le conseguenze dell’eliminazione saranno pesanti: in base a stime Upa (Utenti di pubblicità associati, cioè le più importanti aziende che investono in pubblicità) per edizioni passate, la mancata presenza dell’Italia al Mondiale comporta minori investimenti pubblicitari nell’ordine di circa 100 milioni di euro. A cui sommare i circa 100 milioni di euro di mancati introiti per il sistema calcio. Per non parlare, poi, di tutto l’indotto che un Mondiale porta con sé in tema di bar, ristoranti, out of home. E della reputazione, quella del sistema Paese Italia, che dopo la bella immagine esportata nel mondo con le Olimpiadi di Milano-Cortina 2026 torna adesso a livelli bassissimi.












































Iranki
nie odśpiewały hymnu. Niektórzy pisali, że to nie manifestacja, tylko efekt żałoby/radadanu/zakazu śpiewania hymnu przez kobiety.
