La nomina di Paolo Zampolli a inviato speciale dice già tutto su chi l’ha firmata: il suo amico Donald Trump. È un’investitura di cortesia, soprattutto per quel che riguarda l’Italia, un Paese alleato degli Usa, membro fondatore della NATO e del G7, che non ha mai avuto bisogno di un “inviato speciale” e, infatti, nessun presidente prima di Trump lo aveva mai nominato. Esiste già un canale ordinario e collaudato per le relazioni con il nostro Paese, ed è l’ambasciata americana a Roma. Il biglietto da visita di Zampolli recita: «Rappresentante speciale degli Stati Uniti per le partnership globali», una formula talmente generica da coprire qualunque attività, dagli incontri con politici (come quello recente, il 31 marzo, in un ristorante della Capitale con Giuseppe Conte) alle mediazioni commerciali.

La pazza idea di ripescare l’Italia a danno dell’Iran
Ora Zampolli – che si vanta di aver presentato la giovane Melania al suo futuro marito – si è messo in testa di ricucire il rapporto incrinato tra Giorgia Meloni e Trump e, per compiere questa nobile impresa, l’ha presa alla larga. Ha ripescato una sua vecchia idea del 2022, quando scrisse una lettera a Gianni Infantino, presidente della FIFA chiedendogli di escludere l’Iran dai Mondiali in Qatar e far partecipare al suo posto l’Italia, che anche allora, come quest’anno, non si era qualificata. Infantino intrattiene rapporti stretti con Trump, i suoi legami personali con il presidente sono noti e pubblicamente esibiti. Nel dicembre 2025 gli era seduto accanto, alla cerimonia del sorteggio dei Mondiali 2026, il che rende l’attività di lobbying di Zampolli su di lui un canale plausibile e tutt’altro che difficile. Infantino subisce talmente il fascino di Trump da avergli conferito in quella occasione il premio FIFA Peace Prize 2025: non sarà il Nobel e la motivazione – «Trump ha reso il mondo un posto più sicuro» – potrebbe suscitare qualche ironia, fatto sta che il numero uno della FIFA ha inserito anche Ivanka Trump nel consiglio di amministrazione di un progetto educativo dell’organizzazione che presiede. Sempre un anno fa, si presentò in ritardo a un Congresso FIFA ad Asunción, in Paraguay, perché aveva accompagnato Trump in un tour diplomatico in Medio Oriente: alcuni delegati UEFA abbandonarono la sala per protesta.

Una proposta che ha imbarazzato persino Trump
Quattro anni fa Infantino non accettò la proposta, ma quest’anno Zampolli era sicuro di riuscirci: a fine marzo la Nazionale italiana è stata eliminata ai rigori dalla Bosnia-Erzegovina nello spareggio decisivo, mancando la qualificazione per la terza volta consecutiva. «Ho suggerito a Trump e Infantino di sostituire l’Iran con l’Italia ai Mondiali», ha detto il super inviato trumpiano. «Sono italiano e sarebbe un sogno vedere gli Azzurri in un torneo ospitato dagli Stati Uniti (i Mondiali 2026 si svolgeranno in 16 città tra Usa, Canada e Messico ndr). Con quattro titoli mondiali, hanno il prestigio per giustificare l’inclusione». Purtroppo per lui, ha inanellato un’altra volta una serie di reazioni tutte negative. Trump stesso, interpellato dai giornalisti alla Casa Bianca, come riportato dal Financial Times, ha liquidato Zampolli rispondendo in modo imbarazzato: «È una questione interessante… fatemici pensare un momento»; il ministro dello Sport Andrea Abodi è stato netto: «Non è opportuno un ripescaggio al Mondiale. Ci si qualifica sul campo». Sulla stessa linea il presidente del CONI, Luciano Buonfiglio: «Mi sentirei offeso. Bisogna meritarselo di andare ai Mondiali». La BBC, citando fonti interne alla FIFA, ha riportato una secca smentita: la Federazione non intende sostituire l’Iran con l’Italia. In caso di forfait dell’Iran, a subentrare sarebbe una nazionale dell’Asian Football Confederation, cui l’Iran appartiene in ambito sportivo, verosimilmente gli Emirati Arabi Uniti.

Witkoff, un immobiliarista di NY per il Medio Oriente
Zampolli, che non riesce a portare a casa un progetto, ha così dovuto incassare in silenzio un’altra umiliazione. Ma non è il solo a darsi da fare combinando pasticci: la sua figura appare a dire il vero quasi comica, confrontata con quella di altri inviati speciali nominati da Trump, scelti per fedeltà personale anziché per competenza, che operano al di fuori dei canali diplomatici ordinari, generando confusione e imbarazzi. Steve Witkoff per esempio, l’immobiliarista newyorkese amico personale di Trump da decenni senza alcuna esperienza diplomatica, è diventato il principale negoziatore americano su Gaza, Ucraina e Iran. Considerato da molti il vero segretario di Stato, Witkoff ha incontrato Vladimir Putin almeno tre volte – a febbraio, marzo e aprile 2025 – senza un proprio interprete, affidandosi invece ai traduttori forniti dal Cremlino. Si tratta di una violazione del protocollo diplomatico standard.

L’ex ambasciatore americano in Russia, Michael McFaul, l’ha definita «un’idea molto sbagliata» che ha messo Witkoff «in una posizione di reale svantaggio». Nell’agosto 2025, dopo un incontro con Putin, Witkoff avrebbe scambiato la richiesta del presidente russo di un «ritiro pacifico» delle forze ucraine da Kherson e Zaporizhzhia per un’offerta russa di ritirare le proprie truppe, esattamente il contrario. All’incontro si era presentato senza un funzionario del Dipartimento di Stato incaricato di prendere appunti, quindi non ha potuto contare su alcuna registrazione ufficiale delle proposte di Mosca, un’ulteriore violazione del protocollo. Tra l’altro, gli viene anche imputato di non conoscere i nomi delle province ucraine di cui sta negoziando il destino. Senza contare che ex diplomatici hanno dichiarato alla rivista Time che sia Witkoff sia Jared Kushner, genero di Trump – chiamato come inviato parallelo sul dossier Iran – mancano dell’esperienza e della competenza diplomatica necessarie per concludere un accordo sul nucleare, e che questo rischia di prolungare la guerra e destabilizzare l’economia globale.

I fedelissimi con cui Donald ha rottamato la vera diplomazia
Oltre a Zampolli e Witkoff, Trump nel tempo ha distribuito galloni pseudo-diplomatici a destra e a manca. Per soli due mesi – dal gennaio al marzo 2025, il presidente si è avvalso della consulenza del generale in pensione Keith Kellogg per gestire la crisi ucraina. Della lista fanno parte Richard Grenell, ex ambasciatore in Germania dal 2018 al 2020 e inviato speciale per i negoziati di pace in Serbia e Kosovo dal 2019 al 2021, che recentemente si è occupato di Venezuela; Massad Boulos, uomo d’affari libanese-americano, suocero di Tiffany Trump, la figlia di Donald e Marla Maples (nomina dal sapore marcatamente familistico); Adam Boehler, dirigente nel settore sanitario, già a capo del Development Finance Corporation nel primo mandato trumpiano, che ha condotto negoziati riservati sulla liberazione degli ostaggi a Gaza. E ancora: Mark Burnett, ormai ex inviato speciale per il Regno Unito, produttore televisivo britannico-americano, creatore di The Apprentice, il reality presentato da Trump negli anni 2000 che ne rilanciò la carriera pubblica. Non poteva mancare un pugno di cheerleader hollywoodiani – Jon Voight, Mel Gibson e Sylvester Stallone – nominati ambasciatori speciali per rilanciare l’industria cinematografica, per tentare di fare propaganda in un settore, quello del cinema, apertamente ostile. Tra i tanti smantellamenti che Trump ha messo in atto, all’inizio del suo mandato anche con l’aiuto di Elon Musk, quello della diplomazia professionale in favore di una rete di fedelissimi, appare il più pericoloso.
