Modena: se la propaganda nasconde il fallimento sull’immigrazione

È curioso notare che i primi a parlare di uno straripamento della stupidità delle masse siano stati due cattivi maestri per la sinistra, due incalliti conservatori della prima metà del Novecento: José Ortega y Gasset (1883-1955) e Charles Maurras (1868-1952). Secondo Maurras, la progressiva rinuncia dell’intelligenza alla propria autonomia ha per conseguenza inevitabile lasciare l’opinione pubblica in balia dei manipolatori. Ortega y Gasset parlava del «nino mimado», il bambino viziato, che non sente di avere alcun dovere né obbligo verso la società. Chissà cosa avrebbero detto buttando un occhio ai commenti della destra sui recenti fatti di Modena: Matteo Salvini, per esempio, definisce Salim El Koudri, il 31enne che ha travolto con la sua auto i passanti in una via del centro, «un criminale di seconda generazione» mentre, sui quotidiani d’area, lo si definisce in modo sarcastico «una risorsa».

Modena: se la propaganda nasconde il fallimento sull’immigrazione
Piazza Grande a Modena gremita di persone per manifestare solidarietà alle vittime e dire no alla paura e all’odio (Ansa).

Salvini e Giubilei all’attacco

Per il ministro dei Trasporti e altri esponenti della Lega intervenuti sui social, la cittadinanza italiana non cancella le origini: «Italianissimo e laureato… peggio mi sento, questo rende tutto ancora più grave», ha insistito Salvini. Gli ha fatto eco il diversamente giovane Francesco Giubilei che ha twittato: «L’italiano, il laureato, il giovane. Chiamiamo le cose con il loro nome: il marocchino di seconda generazione Salim El Koudri che ha cercato di uccidere decine di persone a Modena è un criminale islamico. Il buonismo è parte del problema».

Per poi rincarare la dose, come se ce ne fosse bisogno, lunedì: «”Dovete farmi lavorare bastardi cristiani di mer…”, “il vostro Gesù lo brucio” scriveva l’attentatore di Modena Salim El Koudri ma tutto ieri il problema eravamo noi accusati di “razzismo” e di “seminare odio” per aver detto le cose come stanno: è un criminale islamico».

Tajani, Piantedosi e il tentativo di frenare lo sciacallaggio politico

Si potrebbe rispondere, parafrasando Maurras, che Giubilei è un manipolatore cristiano e che l’idiozia è parte del problema. A contenere gli indignati Salvini e Giubilei sono intervenuti addirittura il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi e quello degli Esteri Antonio Tajani, tentando di frenare lo sciacallaggio politico alimentato sui social da questi due e ricordando che El Koudri è formalmente un cittadino italiano e che il focus principale di questa tragedia risiede nel suo grave e non curato disagio psichiatrico.

Modena: se la propaganda nasconde il fallimento sull’immigrazione
Antonio Tajani e Matteo Piantedosi (Imagoeconomica).

Il nulla di fatto del governo sull’immigrazione

Ora, bisognerebbe che la Lega e Giubilei, prima di parlare, avessero chiaro cosa ha fatto il governo di cui il primo fa parte e che il secondo sostiene, in questi ultimi anni. E cioè dopo aver vinto le elezioni del 2022 con mirabolanti promesse di risolvere il problema dell’immigrazione. Si fa presto a dirlo: i soliti decreti-legge (tra cui il famigerato Decreto Cutro del 2023 che ha introdotto misure volte a disincentivare gli ingressi irregolari, con i soliti inasprimenti delle pene per gli scafisti e le limitazioni ai permessi di soggiorno che naturalmente non risolvono un bel niente; l’introduzione di regole rigide per le navi delle organizzazioni non governative impegnate nel soccorso in mare dei migranti, una misura odiosa, giusto per far vedere che si fa qualcosa di destra; e il capolavoro di Giorgia Meloni: il protocollo Italia-Albania, la costruzione di due chiamiamoli centri di accoglienza a Shengjin e Gjader dove spedire i migranti che devono essere rimpatriati. Una spesa esorbitante e ingiustificata, visto che chi deve essere rimpatriato può tranquillamente partire direttamente dall’Italia e magari senza volo di Stato (ricorderete il caso Almasri).

Modena: se la propaganda nasconde il fallimento sull’immigrazione
Matteo Salvini e Giorgia Meloni (Imagoeconomica).

Vannacci e il trionfo dell’uomo-massa

Invece di fomentare l’odio contro gli immigrati, nei quasi quattro anni in cui ha governato, perché Salvini non si è adoperato per immaginare e realizzare progetti per la loro integrazione? Ortega y Gasset gli chiederebbe: «Ministro, non sente nessun obbligo nei confronti dell’Italia che lei stesso amministra?». Secondo questo governo, gli immigrati si meritano solo misure punitive: nessun progetto umanitario, nessuna proposta di accoglienza, nessuna ipotesi di gestione dei flussi, solo giri di vite, per accontentare gli elettori più ignoranti. Dice l’ex generale Roberto Vannacci: «Se importi il Terzo Mondo, diventi Terzo Mondo. Modena non può essere derubricato a semplice episodio di cronaca per la follia di uno squilibrato. Se una donna viene uccisa è colpa del patriarcato, se l’islamico uccide invece è perché ha problemi psicologici».

Modena: se la propaganda nasconde il fallimento sull’immigrazione
Roberto Vannacci (Imagoeconomica).

Gli si potrebbe rispondere che se importi il generale Vannacci in politica, la politica diventa una farneticazione continua e non può essere derubricata a semplice episodio di folklore. Se uno squilibrato in cura presso i DSM (Servizi di Igiene Mentale) dal 2022 per disturbo schizoide e deliri di persecuzione si lancia sulla folla con una macchina premendo sull’acceleratore non sempre è una strategia politica coordinata e le iperboli che Vannacci afferma con sempre più sicumera non sono libertà di pensiero, sono il trionfo dell’uomo-massa. Con le stellette. 

Fagnani, l’eroe negativo Savi e i limiti di un format crime sbagliato

La televisione non è un mezzo favorevole all’espressione del pensiero: non è un caso che i format di successo siano le interviste. Ma l’intervista televisiva soffre di un altro handicap congenito: costringe il pensiero di chi viene intervistato alla velocità. Si può rispondere a una domanda grave in velocità, con la rapidità che l’incalzare delle domande impone? È più un problema strutturale che morale, perché il format esige sintesi e, soprattutto, piccoli colpi di scena: così l’assassino intervistato da Franca Leosini o da Francesca Fagnani non sta evidentemente rendendo conto di sé: sta recitando una parte che il mezzo televisivo gli ha già scritto. Le domande non cercano la verità, cercano il cedimento, la lacrima, oppure gli occhi di ghiaccio, l’insensibilità e via andare di luoghi comuni. La televisione produce cronaca nera come genere narrativo, con i suoi eroi negativi, i suoi rituali catartici, gli appuntamenti in seconda serata. Che senso ha, per esempio, intervistare Roberto Savi, l’ex poliziotto e capo della banda della Uno bianca, che sta scontando l’ergastolo nel carcere milanese di Bollate?

LEGGI ANCHE In Belve Crime di Fagnani la vittima è lo spettatore

Fagnani, l’eroe negativo Savi e i limiti di un format crime sbagliato
Roberto Savi ospite di Francesca Fagnani a Belve Crime (foto Ansa).

L’insinuazione sulla copertura da parte di qualcuno “in alto”

I crimini che ha commesso risalgono a un periodo tra il 1987 e il 1994. È interessante sapere cosa pensa, dopo 32 anni, un criminale riconosciuto e condannato per 103 crimini, 34 morti e oltre 100 feriti? O la pietà umana non dovrebbe concedergli il diritto all’oblio? Durante l’intervista di Fagnani, Roberto Savi dice una cosa grave: ripercorrendo l’omicidio nell’armeria di via Volturno, a Bologna, il 2 maggio 1991, quando furono uccisi Licia Ansaloni, titolare del negozio di armi, e il suo collaboratore, l’ex carabiniere Pietro Capolungo, Savi dichiara che a lui e ai suoi complici non interessava rapinare pistole, perché di armi ne avevano già abbastanza: in realtà l’obiettivo era Capolungo, in quanto «ex dei “Servizi particolari” dei carabinieri» (anche se il figlio ha smentito l’appartenenza del padre ai Servizi segreti). «Volevano una scusa, farlo fuori in qualche maniera», sostiene Savi. In questo modo insinua che quell’azione – e, si presuppone, anche molte altre – fosse stata loro richiesta “dagli apparati“, da qualcuno “in alto”; infatti continua dicendo che si sentivano «sicuri» di muoversi, perché erano subentrati «personaggi che ci hanno garantito protezione».

LEGGI ANCHE L’insaziabile fame di crime del popolo e il mostro dell’intrattenimento

Un retropensiero collettivo che alimenta il qualunquismo

Dopo 30 anni di carcere Savi accetta di andare a dire nel salotto televisivo di Fagnani che la banda della Uno bianca era manovrata da una regia occulta, da apparati deviati, e aveva protezioni istituzionali. La butta lì perché sa che il format di Belve crime non prevede alcun contraddittorio vero, né il tempo necessario a smontare o verificare un’affermazione di tale portata. La tivù in questo caso dimostra, insieme alla sua inutilità, la sua pericolosità: offre a un ergastolano condannato per 34 omicidi un pulpito per riscrivere la sua storia, con sorrisini e ammiccamenti, davanti ai telespettatori che rimangono a bocca asciutta, senza una prova, ma con un retropensiero collettivo che alimenta il qualunquismo.

La dietrologia come ossessione nel cercare una verità nascosta

Decenni di misteri italiani irrisolti, le stragi fasciste, la P2, Ustica diventano un habitus cognitivo indiscriminato, uno schema interpretativo che si può applicare a qualsiasi avvenimento, indipendentemente dagli atti processuali e dalle prove disponibili: la dietrologia – questo termine così preciso, inventato negli Anni 70, proprio nel contesto delle stragi e dei misteri della Prima Repubblica – come ossessione nel cercare una verità nascosta dietro quella apparente, una regia occulta superiore che rimane inaccessibile a noi poveri cristiani.

LEGGI ANCHE Lo sciacallaggio su Garlasco, il cold case in pasto a un’Italia mai sazia di omicidi efferati

Fagnani, l’eroe negativo Savi e i limiti di un format crime sbagliato
Fagnani, l’eroe negativo Savi e i limiti di un format crime sbagliato
Fagnani, l’eroe negativo Savi e i limiti di un format crime sbagliato
Fagnani, l’eroe negativo Savi e i limiti di un format crime sbagliato
Fagnani, l’eroe negativo Savi e i limiti di un format crime sbagliato

Doveva parlare ai magistrati: come dar torto ai parenti delle vittime?

La televisione di Francesca Fagnani è un altro esempio di tivù dell’impotenza e della rassegnazione, mascherata da ricerca della verità, e Savi si presta perfettamente al gioco perché sa che ogni verifica è impossibile e che nessuno gli toglierà il suo ergastolo. Così si diverte a seminare sospetti. Come dar torto ai parenti delle vittime quando dicono che se aveva qualcosa da confessare che non aveva mai detto, doveva farlo davanti ai magistrati?

La solita maschera che si sovrappone a tutte le altre

Francesca Fagnani ha replicato che «hanno ragione»: allora non si capisce perché abbia ritirato fuori dopo così tanto tempo questo assassino che, nel caso di Savi, sarebbe l’unica vera belva mai entrata in quello studio ma che, maneggiata dalla Fagnani, diventa la solita maschera che si sovrappone a tutte le altre, uguale a quella degli attori e delle attrici che “si sentono” belve, ma per finta. Da intervistare, per di più, con lo stesso quaderno in mano e facendo sempre le solite faccette.

Zampolli, Witkoff e gli altri: la truppa degli inviati speciali di Trump

La nomina di Paolo Zampolli a inviato speciale dice già tutto su chi l’ha firmata: il suo amico Donald Trump. È un’investitura di cortesia, soprattutto per quel che riguarda l’Italia, un Paese alleato degli Usa, membro fondatore della NATO e del G7, che non ha mai avuto bisogno di un “inviato speciale” e, infatti, nessun presidente prima di Trump lo aveva mai nominato. Esiste già un canale ordinario e collaudato per le relazioni con il nostro Paese, ed è l’ambasciata americana a Roma. Il biglietto da visita di Zampolli recita: «Rappresentante speciale degli Stati Uniti per le partnership globali», una formula talmente generica da coprire qualunque attività, dagli incontri con politici (come quello recente, il 31 marzo, in un ristorante della Capitale con Giuseppe Conte) alle mediazioni commerciali.

Zampolli, Witkoff e gli altri: la truppa degli inviati speciali di Trump
Paolo Zampolli ospite di Bruno Vespa (Imagoeconomica).

La pazza idea di ripescare l’Italia a danno dell’Iran

Ora Zampolli – che si vanta di aver presentato la giovane Melania al suo futuro marito – si è messo in testa di ricucire il rapporto incrinato tra Giorgia Meloni e Trump e, per compiere questa nobile impresa, l’ha presa alla larga. Ha ripescato una sua vecchia idea del 2022, quando scrisse una lettera a Gianni Infantino, presidente della FIFA chiedendogli di escludere l’Iran dai Mondiali in Qatar e far partecipare al suo posto l’Italia, che anche allora, come quest’anno, non si era qualificata. Infantino intrattiene rapporti stretti con Trump, i suoi legami personali con il presidente sono noti e pubblicamente esibiti. Nel dicembre 2025 gli era seduto accanto, alla cerimonia del sorteggio dei Mondiali 2026, il che rende l’attività di lobbying di Zampolli su di lui un canale plausibile e tutt’altro che difficile. Infantino subisce talmente il fascino di Trump da avergli conferito in quella occasione il premio FIFA Peace Prize 2025: non sarà il Nobel e la motivazione – «Trump ha reso il mondo un posto più sicuro» – potrebbe suscitare qualche ironia, fatto sta che il numero uno della FIFA ha inserito anche Ivanka Trump nel consiglio di amministrazione di un progetto educativo dell’organizzazione che presiede. Sempre un anno fa, si presentò in ritardo a un Congresso FIFA ad Asunción, in Paraguay, perché aveva accompagnato Trump in un tour diplomatico in Medio Oriente: alcuni delegati UEFA abbandonarono la sala per protesta.

Zampolli, Witkoff e gli altri: la truppa degli inviati speciali di Trump
Donald Trump con Gianni Infantino (Imagoeconomica).

Una proposta che ha imbarazzato persino Trump

Quattro anni fa Infantino non accettò la proposta, ma quest’anno Zampolli era sicuro di riuscirci: a fine marzo la Nazionale italiana è stata eliminata ai rigori dalla Bosnia-Erzegovina nello spareggio decisivo, mancando la qualificazione per la terza volta consecutiva. «Ho suggerito a Trump e Infantino di sostituire l’Iran con l’Italia ai Mondiali», ha detto il super inviato trumpiano. «Sono italiano e sarebbe un sogno vedere gli Azzurri in un torneo ospitato dagli Stati Uniti (i Mondiali 2026 si svolgeranno in 16 città tra Usa, Canada e Messico ndr). Con quattro titoli mondiali, hanno il prestigio per giustificare l’inclusione». Purtroppo per lui, ha inanellato un’altra volta una serie di reazioni tutte negative. Trump stesso, interpellato dai giornalisti alla Casa Bianca, come riportato dal Financial Times, ha liquidato Zampolli rispondendo in modo imbarazzato: «È una questione interessante… fatemici pensare un momento»; il ministro dello Sport Andrea Abodi è stato netto: «Non è opportuno un ripescaggio al Mondiale. Ci si qualifica sul campo». Sulla stessa linea il presidente del CONI, Luciano Buonfiglio: «Mi sentirei offeso. Bisogna meritarselo di andare ai Mondiali». La BBC, citando fonti interne alla FIFA, ha riportato una secca smentita: la Federazione non intende sostituire l’Iran con l’Italia. In caso di forfait dell’Iran, a subentrare sarebbe una nazionale dell’Asian Football Confederation, cui l’Iran appartiene in ambito sportivo, verosimilmente gli Emirati Arabi Uniti.

Zampolli, Witkoff e gli altri: la truppa degli inviati speciali di Trump
Paolo Zampolli (Imagoeconomica).

Witkoff, un immobiliarista di NY per il Medio Oriente

Zampolli, che non riesce a portare a casa un progetto, ha così dovuto incassare in silenzio un’altra umiliazione. Ma non è il solo a darsi da fare combinando pasticci: la sua figura appare a dire il vero quasi comica, confrontata con quella di altri inviati speciali nominati da Trump, scelti per fedeltà personale anziché per competenza, che operano al di fuori dei canali diplomatici ordinari, generando confusione e imbarazzi. Steve Witkoff per esempio, l’immobiliarista newyorkese amico personale di Trump da decenni senza alcuna esperienza diplomatica, è diventato il principale negoziatore americano su Gaza, Ucraina e Iran. Considerato da molti il vero segretario di Stato, Witkoff ha incontrato Vladimir Putin almeno tre volte – a febbraio, marzo e aprile 2025 – senza un proprio interprete, affidandosi invece ai traduttori forniti dal Cremlino. Si tratta di una violazione del protocollo diplomatico standard.

Zampolli, Witkoff e gli altri: la truppa degli inviati speciali di Trump
Vladimir Putin con Steve Witkoff (Ansa).

L’ex ambasciatore americano in Russia, Michael McFaul, l’ha definita «un’idea molto sbagliata» che ha messo Witkoff «in una posizione di reale svantaggio». Nell’agosto 2025, dopo un incontro con Putin, Witkoff avrebbe scambiato la richiesta del presidente russo di un «ritiro pacifico» delle forze ucraine da Kherson e Zaporizhzhia per un’offerta russa di ritirare le proprie truppe, esattamente il contrario. All’incontro si era presentato senza un funzionario del Dipartimento di Stato incaricato di prendere appunti, quindi non ha potuto contare su alcuna registrazione ufficiale delle proposte di Mosca, un’ulteriore violazione del protocollo. Tra l’altro, gli viene anche imputato di non conoscere i nomi delle province ucraine di cui sta negoziando il destino. Senza contare che ex diplomatici hanno dichiarato alla rivista Time che sia Witkoff sia Jared Kushner, genero di Trump – chiamato come inviato parallelo sul dossier Iran – mancano dell’esperienza e della competenza diplomatica necessarie per concludere un accordo sul nucleare, e che questo rischia di prolungare la guerra e destabilizzare l’economia globale.

Zampolli, Witkoff e gli altri: la truppa degli inviati speciali di Trump
JD Vance, Marco Rubio, Jared Kushner e Steve Witkoff con Donald Trump (Imagoeconomica).

I fedelissimi con cui Donald ha rottamato la vera diplomazia

Oltre a Zampolli e Witkoff, Trump nel tempo ha distribuito galloni pseudo-diplomatici a destra e a manca. Per soli due mesi – dal gennaio al marzo 2025, il presidente si è avvalso della consulenza del generale in pensione Keith Kellogg per gestire la crisi ucraina. Della lista fanno parte Richard Grenell, ex ambasciatore in Germania dal 2018 al 2020 e inviato speciale per i negoziati di pace in Serbia e Kosovo dal 2019 al 2021, che recentemente si è occupato di Venezuela; Massad Boulos, uomo d’affari libanese-americano, suocero di Tiffany Trump, la figlia di Donald e Marla Maples (nomina dal sapore marcatamente familistico); Adam Boehler, dirigente nel settore sanitario, già a capo del Development Finance Corporation nel primo mandato trumpiano, che ha condotto negoziati riservati sulla liberazione degli ostaggi a Gaza. E ancora: Mark Burnett, ormai ex inviato speciale per il Regno Unito, produttore televisivo britannico-americano, creatore di The Apprentice, il reality presentato da Trump negli anni 2000 che ne rilanciò la carriera pubblica. Non poteva mancare un pugno di cheerleader hollywoodianiJon Voight, Mel Gibson e Sylvester Stallone – nominati ambasciatori speciali per rilanciare l’industria cinematografica, per tentare di fare propaganda in un settore, quello del cinema, apertamente ostile. Tra i tanti smantellamenti che Trump ha messo in atto, all’inizio del suo mandato anche con l’aiuto di Elon Musk, quello della diplomazia professionale in favore di una rete di fedelissimi, appare il più pericoloso.

Il Salone del Mobile, una fiera delle illusioni con oggetti impossibili da comprare

Di chi sono le case vuote? Se lo chiedeva Ettore Sottsass nel 1978. Se fosse vivo e fosse capitato a Milano nei giorni del Salone del Mobile se ne sarebbe fatta una ragione: le case, oggi, sembrano sempre più piene. Almeno a guardare gli showroom dei designer, le vetrine dei grandi marchi, gli stand dei mobilieri brianzoli che producono ormai solo per i ricchi del Medio Oriente. Si respira un tipo particolare di paranoia, nei giorni della Design Week a Milano: quella che attanaglia i ricchi terrorizzati di diventare poveri e quella che sembra offrire ai poveri una speranza.

Della ricchezza si vede sempre la fragilità

La ricchezza, si sa, o la si è ereditata o la si è conquistata: in ambedue i casi chi la possiede è portato a vederne la fragilità, perché così come si è materializzata, nello stesso modo può sparire; così il ricco visita il Salone per accumulare, compra tutto a costo di immagazzinare; mentre il ceto medio retrocesso e impoverito vede nel Salone una speranza, “ansiosa”, per riprendere una definizione di Sottsass: davanti a un divano da 20 mila euro o a un tavolo da lavoro da 10 mila non spera già di possederlo per usarlo, vede piuttosto in quei mobili il suo riscatto, una promessa di trasformazione identitaria, il solito sogno insomma.

Il Salone del Mobile, una fiera delle illusioni con oggetti impossibili da comprare
Il Salone del Mobile, una fiera delle illusioni con oggetti impossibili da comprare
Il Salone del Mobile, una fiera delle illusioni con oggetti impossibili da comprare
Il Salone del Mobile, una fiera delle illusioni con oggetti impossibili da comprare
Il Salone del Mobile, una fiera delle illusioni con oggetti impossibili da comprare
Il Salone del Mobile, una fiera delle illusioni con oggetti impossibili da comprare
Il Salone del Mobile, una fiera delle illusioni con oggetti impossibili da comprare
Il Salone del Mobile, una fiera delle illusioni con oggetti impossibili da comprare
Il Salone del Mobile, una fiera delle illusioni con oggetti impossibili da comprare

Bramare qualcosa che non sarà mai tuo

C’è qualcosa di leopardiano nel piacere di immaginare di possedere qualcosa sapendo che quel qualcosa non sarà mai tuo; e c’è qualcosa di religioso: il visitatore del Salone compie il suo cammino di Compostela, una marcia laica, un pellegrinaggio da Brera a Tortona, da Durini alle 5 Vie, dall’Isola a Porta Venezia, dalla Statale a Zona Sarpi, nei vari district in cui si suddivide il Fuorisalone, per ammirare oggetti che non avrà mai.

Chi vorrà esporre davvero quegli oggetti in casa propria?

Il culmine di questa liturgia lo toccano i grandi marchi della moda, che da anni hanno scoperto nell’arredamento un nuovo palcoscenico. In questa settimana Gucci, Hermès, Louis Vuitton, Fendi, Versace, Dolce & Gabbana fanno a gara per esporre oggetti che sembrano fatti apposta per essere guardati, ma non toccati. Chi mai vorrà comprare gli arazzi che Demna Gvasalia, lo stilista georgiano di Gucci, ha fatto tessere a una manifattura di Bergamo, raffiguranti le pubblicità del marchio, con uomini in giacca e cravatta e Veneri botticelliane in abito da sera – ma soprattutto: chi mai li vorrà esporre in casa propria? Quali case vuote avrebbero muri abbastanza ampi sui quali montarli? E farebbe lo stesso effetto rispondere a chi chiede: «È un Demna», come in altri contesti altoborghesi si risponderebbe: «È un Hockney, è un Lucian Freud»?

Il Salone del Mobile, una fiera delle illusioni con oggetti impossibili da comprare
Arazzi di Gucci.

Da Armani Casa i divani non sono fatti per essere comodi, così pesanti, con una profondità che ti lascia le gambe stecchite e i piedi fuori se solo pensi di appoggiare la schiena alla spalliera ma, anche questi, per essere più che altro contemplati. E dove si metterebbero quei due enormi ghepardi in ceramica lucidata di Dolce & Gabbana sul pianerottolo a fare la guardia, davanti alla porta col citofono?

Il Salone del Mobile, una fiera delle illusioni con oggetti impossibili da comprare
La scritta del Salone del Mobile in piazza della Scala (foto Ansa).

Da Hermès il pezzo centrale della collezione è un tavolo, disegnato da Edward Barber e Jay Osgerby, che finisce in una forma arcuata, per ricordare il dorso del cavallo, in omaggio al core business di Hermès, che cominciò la sua fortuna vendendo selle e finissaggi. Tutto in intarsio di marmo di Carrara: una scultura, non un piano d’appoggio.

Il Salone del Mobile, una fiera delle illusioni con oggetti impossibili da comprare
Il tavolo Hermès.

Ci si accontenta dell’esperienza estetica di ammirare gli arredi

La distanza tra pubblico e oggetto è infatti parte del rituale: si finisce per non desiderare davvero quel divano o quel tavolo, ci si accontenta dell’esperienza estetica di ammirarli nella loro stranezza. Gli oggetti brandizzati hanno consumato il loro valore d’uso e sono diventati pure “icone“, esposte durante “eventi” – due parole usurate che non si possono più sentire – che paralizzano la città, la trasformano in un inferno di code, per spostarsi, per mangiare, per darsi un appuntamento.

Merci comprate solo da chi può permettersele e applaudite dagli altri

I pellegrini del design, con i piedi a pezzi dopo aver macinato chilometri, non trovano una panchina nemmeno pagandola oro, i dehors dei bar sono tutti occupati, sui divani e sulle sedie esposti negli showroom guai a sedersi. Ricchi o poveri che siano si scoprono spettatori di questa recita che si rinnova puntuale ogni anno, un teatro dove le merci sono protagoniste, immaginate per case troppo piene di oggetti fatti per non essere utilizzati, comprati solo da chi può permetterseli, applauditi da tutti gli altri, nella più riuscita fiera internazionale delle illusioni.

Vance e il libro sulla conversione (strumentale?): così la fede è marketing

Sono 304 pagine in tutto, in uscita il 16 giugno da HarperCollins negli Stati Uniti. E stanno già facendo discutere parecchio i media americani. Parliamo del libro di J.D. Vance sulla sua conversione, intitolato Communion: Finding My Way Back to Faith (cioè Comunione: ritrovare la strada verso la fede). L’editore lo presenta come un memoir incentrato sulla conversione al cattolicesimo di Vance, avvenuta nel 2019. Una specie di seguito ideale di Hillbilly Elegy, il romanzo che lo rese famoso nel 2016. In quel caso il vicepresidente americano raccontava la sua infanzia e l’adolescenza in una famiglia disfunzionale di origine scozzese-irlandese, segnata dall’alcolismo e dalla dipendenza da droghe di sua madre. Un libro che fu letto come una chiave per capire l’elettorato bianco povero che aveva votato per Donald Trump.

Vance e il libro sulla conversione (strumentale?): così la fede è marketing
Il nuovo libro di Vance (foto Ansa).

A destra venne accolto come una diagnosi lucida e impietosa di qualcuno che non si vergogna delle sue origini, a sinistra fu criticato per aver individualizzato problemi sistemici e aver scaricato sui poveri stessi le responsabilità delle politiche economiche che li avevano impoveriti. Da questo primo libro Ron Howard trasse l’omonimo film, con Amy Adams e Glenn Close.

Il battesimo del 2019 appoggiato dalla moglie (che però è indù)

Il secondo volume invece, nella scheda promozionale dell’editore, racconta come l’inseguimento del successo materiale abbia condotto Vance in quella che viene definita “una wilderness secolare” (uno smarrimento, un deserto che contrasta poi con la fede ritrovata) e illustra come il suo credo cattolico guidi oggi il suo lavoro nella vita pubblica e la sua visione del futuro. Vance dice di essere stato battezzato nel 2019, appoggiato dalla moglie Usha (che però è indù), ma negli anni sono sorti dubbi su quanto sia teologicamente profonda o invece politicamente strumentale questa conversione.

Vance e il libro sulla conversione (strumentale?): così la fede è marketing
La foto del battesimo di Vance nel 2019.

La fede come strumento per dialogare con i 53 milioni di cattolici

Come si spiega l’improvviso interesse dei repubblicani trumpiani per il cattolicesimo? Lasciando perdere le accuse lanciate da Trump a papa Leone, etichettate praticamente da tutti i media mondiali come il delirio di una personalità instabile (il New York Times pubblica spesso analisi di psichiatri sulla sua salute mentale, provocando addirittura un dibattito deontologico, perché la psichiatria americana ha una norma – la cosiddetta Goldwater Rule – che vieta ai professionisti di esprimere opinioni diagnostiche su persone pubbliche che non hanno visitato direttamente), il cattolicesimo sembra attrarre la destra americana più che altro come brand; la tradizione, la gerarchia, le usanze secolari che animano questa religione vengono viste come un modello politico, uno strumento di marketing adatto per dialogare con masse ragguardevoli, visto che i cattolici americani sono stimati in circa 53 milioni, il 20 per cento della popolazione adulta.

Vance e il libro sulla conversione (strumentale?): così la fede è marketing
J.D. Vance (foto Ansa).

Trump e il mandato politico che diventa divino

Tra l’altro il 36 per cento dei cattolici americani è ispanico, il che rende paradossale la posizione di Vance sugli immigrati, visto che praticamente quattro cattolici su 10 negli Usa sono proprio il tipo di migrante che la sua amministrazione vorrebbe espellere. Nessuno di area trumpiana sembra interessato a sapere se Trump o Vance sono davvero credenti o praticanti. Trump, a dire il vero, non si è mai convertito al cattolicesimo, si è sempre dichiarato presbiteriano, la religione intesa come folklore, con derive escatologiche, come nella scena dello Studio Ovale che abbiamo visto recentemente, dove il suo staff gli “imponeva le mani” a protezione spirituale del leader, perché considerano il mandato politico come un mandato divino.

Pete Hegseth recita il versetto di… Pulp Fiction

A proposito di religione orecchiata, durante un sermone organizzato al Pentagono, Pete Hegseth, ex militare ed ex conduttore televisivo, attualmente Segretario della Difesa (anzi, della Guerra, visto che il presidente ha cambiato la denominazione del dipartimento) dell’amministrazione Trump, ha invitato la platea a dire con lui il celebre versetto “Ezechiele 25:17“. Solo che, invece di citare il testo biblico originale, ha usato parola per parola il celebre monologo inventato da Quentin Tarantino per il film Pulp Fiction, recitato da Samuel L. Jackson. Molti tra i seduti hanno chiuso gli occhi, ispirati; qualcuno ha riconosciuto la citazione e ha ridacchiato.

Barron Trump e la vicinanza col pastore evangelico tiktoker

E, sempre recentemente, Barron Trump, il figlio minore, ha fatto sapere di volersi “riconvertire”, per tornare alla religione di sua madre Melania, cattolica, dialogando col pastore evangelico Stuart Knechtle (2,5 milioni di follower su TikTok). Con i sondaggi di popolarità in caduta libera, Donald Trump usa chiunque – il papa, la famiglia, il suo vicepresidente, i meme di lui travestito da Gesù Cristo – come strumenti di comunicazione o bersagli. Ma sembra sempre più confuso, sempre più distante dai cattolici americani, che hanno reagito duramente alle sue ultime uscite, inclusi conservatori come il vescovo Robert Barron.

Vance e il libro sulla conversione (strumentale?): così la fede è marketing
Barron Trump (foto Ansa).

Il libro di Vance è un annuncio per la corsa alle Presidenziali 2028?

Trump non parla più nemmeno ai moderati, non controlla più il suo ego: c’è chi dice che il libro di J.D. Vance sia in realtà l’annuncio subliminale di una sua candidatura alle Presidenziali del 2028, sempre che un eventuale impeachment di Trump non lo spinga anzitempo al vertice; pubblicare un libro prima di lanciare una campagna è una mossa consolidata nella politica americana. Già diversi potenziali rivali democratici, tra cui Gavin Newsom (governatore della California), Josh Shapiro (governatore della Pennsylvania), Andy Beshear (governatore del Kentucky) e Kamala Harris, hanno pubblicato o stanno preparando libri. I più maliziosi hanno anche sottolineato che Vance è il primo vicepresidente in carica degli ultimi tempi a pubblicare un libro mentre è ancora in carica.

La comunicazione di Meloni si è inceppata: così Schlein può sfruttare i suoi errori

Cosa può imparare Elly Schlein dagli errori di comunicazione di Giorgia Meloni? Osservandole entrambe in azione, sembra che Schlein stia adottando un tono più istituzionale, che invece la premier non è mai davvero riuscita a fare suo. La segretaria del Partito democratico lo ha dimostrato anche in occasione della solidarietà comunicata in parlamento alla presidente del Consiglio, dopo l’attacco frontale ricevuto da Donald Trump, che poi ha anche ribadito le accuse. Un comportamento, quello di Elly, che probabilmente ha irritato Giorgia, incapace di gesti simili.

La premier orfana di Trump: quella voglia di strafare…

Difendendola dal ciclone Trump, la segretaria del Pd ha anteposto l’interesse generale del Paese a quello di parte, nello stesso tempo isolando Meloni e mostrando come ormai sia rimasta orfana del suo mentore americano, diventato fonte di imbarazzo praticamente per tutto il mondo. La premier continua a fare errori: dopo la sua dichiarazione a favore del papa ha voluto strafare, aggiungendo: «Non so quanti altri abbiano avuto il coraggio di dirlo».

La comunicazione di Meloni si è inceppata: così Schlein può sfruttare i suoi errori
Elly Schlein durante una trasmissione con alle spalle la foto di Giorgia Meloni (Imagoeconomica).

Un vittimismo che rivela l’intrinseca debolezza

Il vittimismo, sempre saldamente collegato alla competitività, alla dimostrazione di essere “la più brava”, è forse il tratto più critico del modo di comunicare di Giorgia Meloni. Che rivela un’intrinseca debolezza. La presidente del consiglio sembra sempre all’opposizione: essendoci stata quasi 20 anni ha introiettato quel modo arrabbiato di rivolgersi ai cittadini, che non rappresentano la totalità dei suoi elettori, anche se lei tende a confondere i due insiemi.

Il referendum non può essere definito «un’occasione persa»

Una statista, una presidente del consiglio di “tutti” gli italiani, non dice per esempio – come lei ha dichiarato nel suo intervento alla Camera e al Senato – che gli italiani con il referendum «hanno perso un’occasione». Invece i toni sono sempre quelli da campagna elettorale permanente: non se ne accorge nemmeno più perché è convinta di dare il meglio di sé quando individua un nemico e inveisce contro di lui.

La comunicazione di Meloni si è inceppata: così Schlein può sfruttare i suoi errori
Giorgia Meloni (Imagoeconomica).

Renzi è considerato la vera spina nel fianco di Meloni

Schlein risulta più composta, soprattutto quando parla con gli avversari politici, che siano parlamentari o giornalisti; sembra aver sviluppato una certa attitudine a spiegare e a portare dati. Qualcuno la considera più efficace persino di Matteo Renzi, la vera spina nel fianco di Giorgia Meloni: quando il senatore toscano parla – sempre “a braccio”, mentre la premier preferisce leggere -, Meloni viene colta da piccoli tic nervosi che non riesce a controllare e che rivelano la sua agitazione interna.

La comunicazione di Meloni si è inceppata: così Schlein può sfruttare i suoi errori
Matteo Renzi (Ansa).

Occhio all’intercalare che gli toglie autorevolezza

Ma Renzi – qualcuno glielo dovrebbe proibire – ha quel continuo intercalare, cioè «ragazzi», che toglie autorevolezza alla sua figura. Nella comunicazione politica i dettagli contano moltissimo: Elly Schlein pare aver lavorato su se stessa correggendo alcuni toni concitati di qualche tempo fa, quando voleva spiegare tutto ma non c’era tempo, e finiva per affastellare concetti che risultavano poco comprensibili, soprattutto a un pubblico televisivo.

Per Giorgia solo decreti sicurezza e nessuna riforma vera

Acquistando sicurezza e gesticolando meno si può risultare convincenti e chiari, pur non smettendo di fare opposizione in modo fermo. Il centrosinistra ha dalla sua parte l’occasione di dimostrare agli italiani che il governo Meloni, dopo quattro anni e alla vigilia di nuove elezioni, ha fatto poco per migliorare la loro vita. Solo decreti sicurezza (su rave, Ong, il decreto Cutro, quello Caivano, poi immigrazione, carceri) per tenere buoni gli elettori, dimostrando che si fa qualcosa “di destra” senza però aver portato a compimento nessuna delle tre grandi riforme promesse in campagna elettorale: cioè Autonomia, Giustizia e premierato.

La comunicazione di Meloni si è inceppata: così Schlein può sfruttare i suoi errori
Giorgia Meloni (Ansa).

Una presidente confusa, in balìa degli eventi

I cittadini si ricordano piuttosto delle misure che il governo di destra ha eliminato, dal reddito di cittadinanza al bonus studenti, sostituiti con alternative burocratiche scoraggianti. Le continue giravolte di Meloni – tra le quali l’amicizia con Trump e il recente disamoramento è l’esempio più clamoroso – comunicano l’immagine di una presidente confusa, in balìa degli eventi, senza la capacità di saperli prevedere e adattandosi quindi all’aria che tira. Su questo Schlein sta mettendo a profitto la costruzione del suo profilo politico. Nel frattempo Giorgia Meloni continua a combattere battaglie di ieri, convinta che il nemico sia sempre fuori, quando ormai il problema più grande è dentro: nell’immagine che restituisce di sé ogni volta che comunica.

La mancanza di autocritica e gli altri errori di comunicazione di Giorgia Meloni

L’esito del referendum del 22-23 marzo, che ha bocciato inesorabilmente la riforma della giustizia proposta dal governo in carica, non è «un’occasione persa», come ha detto Giorgia Meloni nel suo atteso discorso in parlamento: questo è il primo dei vistosi errori di comunicazione che un(a) presidente del Consiglio non dovrebbe mai commettere, poiché dovrebbe rivolgersi a tutti gli italiani, non certo privilegiando quelli della sua parte politica, o gli alleati. Una sincera autocritica sarebbe stata necessaria, invece del solito «ci ho messo la faccia» che ha dato modo a Matteo Renzi di replicare: «Non la sua, quella della Santanchè, di Delmastro e della Bartolozzi». Se la maggioranza degli italiani dice che una riforma è sbagliata non significa che non si vuole «modernizzare l’Italia»: vuol dire che il modo scelto per modernizzarla presentava falle evidenti. E se, come ha detto Meloni, «prendiamo sempre atto del giudizio dei cittadini» (ci mancherebbe altro), non deve contraddirsi sostenendo che è stata persa un’occasione.

La mancanza di autocritica e gli altri errori di comunicazione di Giorgia Meloni
Giorgia Meloni sullo schermo, con Salvini e Tajani (foto Imagoeconomica).

​Quello di Meloni non è sembrato il discorso di una leader, ma il solito show delle mezze verità a cui ci ha ormai abituati, non esente da bugie ed esagerazioni spericolate: un modo forse per eccitare l’opposizione, invece di cercare quel dialogo che sarebbe stato necessario vista la drammatica situazione che il mondo e di riflesso l’Italia vivono in questi momenti.

La mancanza di autocritica e gli altri errori di comunicazione di Giorgia Meloni
Giorgia Meloni (foto Imagoeconomica).

Aggressività tipica dei comizi di Fratelli d’Italia

Giorgia Meloni non ha mai imparato il galateo istituzionale che il suo ruolo le impone, e non riesce ad essere la leader di tutto il Paese: continua a esercitare in parlamento quell’aggressività che le procura entusiastici consensi nei comizi di Fratelli d’Italia a cui lei fa fatica a disaffezionarsi. Enfatizzando risultati che, obiettivamente, non si vedono: tra un anno si vota e questo governo non ha fatto nessuna riforma. Non ha fatto praticamente nulla in quattro anni. Senza dire una parola sulle catastrofi mondiali scatenate dal suo “amico” Donald Trump e tutt’altro che risolte.

La mancanza di autocritica e gli altri errori di comunicazione di Giorgia Meloni
Giorgia Meloni tra Matteo Salvini e Antonio Tajani (foto Imagoeconomica).

«Noi non scappiamo»: dalle poltrone no di sicuro

Niente cenni anche alle difficoltà che i cittadini vivono sempre di più, facendo la spesa o il pieno, andando in un ospedale pubblico, non arrivando a fine mese, non arrivando vivi alla pensione, guardando i giovani lasciare l’Italia. «Noi non scappiamo», ha detto Meloni: già, infatti è anche oltremodo difficile schiodarli dalle poltrone che occupano, anche quando l’opportunità lo richiederebbe, come nel caso Delmastro, Santanchè, Bartolozzi: c’è voluto lo schiaffo del “no” per consigliare alla premier di usare quei tre come capri espiatori, sperando in qualche modo di salvare la sua reputazione e quella del ministro della Giustizia, Carlo Nordio.

La mancanza di autocritica e gli altri errori di comunicazione di Giorgia Meloni
Giorgia Meloni beve in Senato.

Purtroppo per lei, l’opinione pubblica ha visto in questa mossa, al contrario, il capitano di una nave gettare sul mozzo la responsabilità di un naufragio. Giorgia Meloni non ha parlato al Paese. Ha semplicemente recitato il copione di sempre: spaccare l’Italia, dicendo che chi non è con lei è contro di lei. Ha fatto il contrario di quello che una presidente del Consiglio dovrebbe fare.

Meloni non sopporta il controllo e inveisce contro l’opposizione

Per lei l’opposizione «inveisce», anziché svolgere la funzione che la Costituzione le affida: avanzare proposte alternative a chi governa, controllare che il potere di chi sta a Palazzo Chigi non esondi. Meloni non sopporta il controllo e mai si era visto tanto disprezzo nei confronti del parlamento come in questo discorso. Per lei va tutto bene, il “no” la «riaccende», ha detto forse pensando ai romanzetti rosa che scriveva sua madre. Ma il suo intervento, dal punto di vista della comunicazione, è stato un campo minato di errori da matita blu.

Meloni da Fedez si gioca il tutto per tutto, tra propaganda social e incoerenza

Lui è stato già ribattezzato Emilio Fedez, lei, Melonia Trump: i social non perdonano ma, purtroppo o per fortuna, non se ne può fare a meno. Giorgia Meloni lo ha compreso ed essere andata ospite al Pulp Podcast del rapper e di Mr. Marra è la mossa astuta di chi ha capito dove tira il vento. Uno a zero contro Elly Schlein che, invitata anche lei, pare non abbia nemmeno risposto. Le reti tivù e i quotidiani blasonati si sono risentiti, è normale, ma occorre rendersi conto che la comunicazione immediata, che raggiunge milioni di persone, è ormai quella veicolata per via digitale e rilanciata su TikTok, Instagram, Facebook, YouTube e su tutte le altre piattaforme, garantendo una penetrazione tra le masse che i media tradizionali non hanno mai avuto e non avranno mai.

I social sono impietosi e ti ricordano tutte le giravolte

Il problema che Meloni non ha ancora messo a fuoco è che, se vai sui social, non puoi sostenere una cosa e poi un’altra, non puoi un giorno dire bianco e il giorno dopo nero, perché quei canali sono impietosi: ora, per esempio, riproducono, con alti picchi di visualizzazioni, lo spezzone del comizio della premier “di guerra” in cui dice che se al referendum sulla giustizia vince il si tornerà a combattere la microcriminalità, stupratori e pedofili saranno finalmente perseguiti, le famiglie nei boschi non si vedranno più sottrarre i figli, i processi dureranno molto meno, spariranno gli errori giudiziari e ci si potrà rifare sul giudice che ha sbagliato la sentenza.

Purtroppo per lei lo associano a quell’altro filmato, in cui una Meloni “di pace” dice, con tono sommesso, che bisogna «entrare nel merito» della riforma, studiarla, e votare non per mandare a casa il governo – perché lei non si dimetterà, se vincesse il No – ma per modernizzare la giustizia in Italia.

Meloni da Fedez si gioca il tutto per tutto, tra propaganda social e incoerenza
Giorgia Meloni ospite di Pulp Podcast, il podcast di Fedez e Mr. Marra: puntata in onda giovedì 19 marzo alle 13 (foto Ansa).

«Un ignorante può pensare una cosa del genere»

Un altro suo video la vede affermare convinta: «È una riforma che rende la giustizia più veloce ed efficiente», accostato a quello dell’avvocata e senatrice leghista Giulia Bongiorno che dice: «Chi ha mai detto che questa riforma inciderà sui tempi e sull’efficienza della giustizia? Un ignorante può pensare una cosa del genere».

Questo atteggiamento ondivago della destra, che non sa decidersi a cosa serve una riforma che lei stessa ha fortemente voluto, è una manna per la coerenza cementata di tutta la sinistra, che ha affermato due cose molto semplici, durante la campagna elettorale, senza mai deragliare: «Questa riforma cambia la Costituzione quindi bisogna votare no perché la Costituzione si cambia tutti insieme, non la cambiano il ministro Carlo Nordio e la Meloni» e «votiamo no, diamo un messaggio di non gradimento a questo governo inconcludente».

Perché Meloni stravolge la comunicazione a cui ci aveva abituato

Giorgia Meloni sta dando l’impressione di giocare il tutto per tutto: atteggiamento molto negativo per chi la osserva. Sembra infatti che, avendo dato un’occhiata ai sondaggi riservati, sia convinta che il “no” prevarrà e si stia buttando nella mischia mettendoci la faccia, cosa che inizialmente non aveva intenzione di fare. In questo modo stravolge la comunicazione a cui ci aveva abituato: centellinata con parsimonia, una sola conferenza stampa all’anno, interviste soltanto alle tivù amiche.

I follower non perdonano: Giorgia ha dato il via all’affaire Ferragni

Il modello Draghi cui sembrava volersi ispirare è andato definitivamente a farsi benedire con la comparsata da Fedez: Mario Draghi non ci sarebbe mai andato, nemmeno morto. Ma la modernità del gesto di Giorgia, encomiabile, è stata vanificata da ciò che i suoi follower non dimenticano: Giorgia ha dato il via all’affaire Ferragni, con quel video in cui puntava il dito contro la bionda influencer e contro Roberto Saviano, una accusata di lucrare sui bambini truffando gli italiani col Pandoro, l’altro di comprarsi l’attico a New York e pubblicando libri che screditano l’Italia.

Meloni da Fedez si gioca il tutto per tutto, tra propaganda social e incoerenza
Giorgia Meloni, presidente del Consiglio, e Chiara Ferragni, influencer (foto Ansa).

Ferragni era ai tempi ancora moglie di Fedez: è iniziata da lì la parabola discendente della coppia. Vedere ora Meloni pappa e ciccia nel podcast del rapper indispone i follower di tutti e due: sembra la solita pastetta tra Vip, le cortesie per gli ospiti dopo essersi lanciati veleni. Troppi palcoscenici per Giorgia, e tutti che si contraddicono: il palco del Teatro Franco Parenti proprio quando arriva il gentile invito del ministro Alessandro Giuli ad Andrée Ruth Shammah, che gestisce il teatro, di presiedere la Triennale, è sembrato uno scambio di favori fuori luogo; infine il podcast di Fedez, della serie “non ho più niente da perdere”.

Meloni da Fedez si gioca il tutto per tutto, tra propaganda social e incoerenza
Fedez al congresso dei giovani di Forza Italia (foto Imagoeconomica).

Il costo politico in caso di sconfitta non sarà solo simbolico

Meloni dice che anche se vince il No non si dimette: certo è che, dopo essersi spesa in prima linea per la vittoria del sì, se questa non dovesse arrivare, il costo politico per lei non sarà solo simbolico. Aver messo la faccia all’ultimo minuto su una riforma divisiva, dopo mesi di silenzio calcolato, trasformerebbe la sconfitta referendaria in una bruciante débâcle personale. Sui social – quelli che Giorgia sembra avere appena scoperto – non si fanno sconti.

Cosa ci faceva Peter Thiel in Italia? Affari e ombre dell’illuminista oscuro

Peter Thiel sbarca in Italia e immediatamente scatta la sindrome Don Lurio: quella che colpisce americani di un certo talento che arrivano nel nostro Paese per trovare qui l’America che non li ha capiti. Don Lurio fu un ballerino che ebbe un discreto successo negli show del sabato sera con le gemelle Kessler, restò per sempre qui, aprendo anche un negozio di moda a Porto Ercole. Thiel, multimilionario per aver fondato PayPal con Elon Musk e, recentemente, Palantir, l’azienda che sviluppa software di analisi dei dati preferita dai governi, dalle intelligence e dagli apparati di Difesa, non avrà bisogno di buttarsi sull’abbigliamento ma, se viene qui, qualche ragione economica ci sarà. Un po’ come quando Musk ronzava tanto intorno a Giorgia Meloni e poi si scoprì che voleva solo venderle i servizi di Starlink. Questi americani: arrivano millantando amore disinteressato e poi pensano sempre ai soldi.

Cosa ci faceva Peter Thiel in Italia? Affari e ombre dell’illuminista oscuro
Cosa ci faceva Peter Thiel in Italia? Affari e ombre dell’illuminista oscuro
Cosa ci faceva Peter Thiel in Italia? Affari e ombre dell’illuminista oscuro
Cosa ci faceva Peter Thiel in Italia? Affari e ombre dell’illuminista oscuro
Cosa ci faceva Peter Thiel in Italia? Affari e ombre dell’illuminista oscuro
Cosa ci faceva Peter Thiel in Italia? Affari e ombre dell’illuminista oscuro
Cosa ci faceva Peter Thiel in Italia? Affari e ombre dell’illuminista oscuro
Cosa ci faceva Peter Thiel in Italia? Affari e ombre dell’illuminista oscuro
Cosa ci faceva Peter Thiel in Italia? Affari e ombre dell’illuminista oscuro

Chi ha partecipato agli incontri a Roma

Su Peter Thiel grava questa comica nomea di “illuminista oscuro” perché, come nel film di Christopher Nolan uscito nel 2008, il tycoon si presenta come un cavaliere attanagliato da un dilemma morale: fino a che punto può spingersi per combattere il male senza diventare lui stesso un mostro? Scrive Andrea Venanzoni, giurista ed esperto di tecnologie, che Peter è stato accolto a Roma «da un mix di intellettuali conservatori, imprenditori, analisti politici e figure legate al mondo cattolico internazionale tra cui, oltre a lui stesso, il giornalista Daniele Capezzone, il finanziere Guido Maria Brera, lo storico Giovanni Orsina, l’economista Alberto Mingardi, il diplomatico Antonio Zanardi Landi».

Cosa ci faceva Peter Thiel in Italia? Affari e ombre dell’illuminista oscuro
Cosa ci faceva Peter Thiel in Italia? Affari e ombre dell’illuminista oscuro
Cosa ci faceva Peter Thiel in Italia? Affari e ombre dell’illuminista oscuro
Cosa ci faceva Peter Thiel in Italia? Affari e ombre dell’illuminista oscuro

Il benvenuto di Welcome to Favelas, megafono di Musk e della destra

La pagina social Welcome to Favelas, che dopo aver incontrato i rappresentanti di Musk è diventata, da oltre un anno, megafono della propaganda di destra (persino sul referendum sulla giustizia), ha accolto Thiel con uno striscione col Colosseo sullo sfondo, scrivendo in un post: «In occasione della visita di Peter Thiel a Roma insieme agli amici di @therightside.podcast abbiamo voluto omaggiarlo con uno striscione di benvenuto. Porgiamo i migliori auguri per i lavori che si terranno in questi giorni a tutti i partecipanti, auspicando che le parole di una delle menti più brillanti del nostro tempo trovino terreno fertile proprio qui, nella Città Eterna, sempre più minacciata dai falsi pacificatori e dai predicatori dell’entropia ormai radicati nella politica e nei vecchi media».

Cosa ci faceva Peter Thiel in Italia? Affari e ombre dell’illuminista oscuro
La foto pubblicata sul profilo Instagram di Welcome to Favelas con il benvenuto a Roma al magate fondatore di Palantir, Peter Thiel (foto Ansa).

Le teorie sull’Anticristo e la paura dell’Armageddon

Il cavaliere oscuro voleva andare all’Angelicum o alla Pontificia Università Gregoriana a raccontare la sua teoria sull’Anticristo che, secondo lui, «tornerà sfruttando la paura dell’Armageddon per consolidare il controllo politico e imporre un governo mondiale», ma i preti sveglissimi di quelle prestigiose istituzioni devono aver subito “sgamato” che l’Anticristo dal quale Thiel voleva metterli in guardia era praticamente lui, e si sono affrettati a ribadire più volte che loro non c’entravano nulla con quel «seminario a porte chiuse» annunciato a più riprese, per solleticare la curiosità delle mezze calze.

Cosa ci faceva Peter Thiel in Italia? Affari e ombre dell’illuminista oscuro
Flash mob del movimento No Kings contro Peter Thiel davanti al ministero Difesa (foto Ansa).

È più grottesco lui o chi gli dà credito?

Thiel e Musk vogliono fortissimamente diventare immortali: uno colonizzando Marte, l’altro raccontando alle persone in giro per il mondo che l’Anticristo ha le sembianze di Greta Thunberg. Non si sa cosa sia più grottesco: se lui o quelli che gli danno credito. Thiel vuole “bombardare” questa modernità decadente, la guerra è tornata a essere l’igiene dei popoli e «il bellissimo azzardo che risveglia dal sonno del declino».

Cosa ci faceva Peter Thiel in Italia? Affari e ombre dell’illuminista oscuro
Greta Thunberg (Ansa).

L’ecologia, la Sharia e lo Stato comunista totalitario sono le ideologie da abbattere, dice quest’uomo che si presentò alla convention repubblicana del 2016 per appoggiare Donald Trump dicendo di essere «orgogliosamente gay, americano e innovatore».

Cosa ci faceva Peter Thiel in Italia? Affari e ombre dell’illuminista oscuro
Peter Thiel alla convention repubblicana nel 2016 (foto Ansa).

Il patriarca che doveva dare una svolta neo-reazionaria alla Silicon Valley

La sua biografia dice che è nato a Francoforte, ma si è trasferito bambino negli Stati Uniti, passando però alcuni anni «molto formativi» in una colonia tedesca della Namibia, in Africa, nota per accogliere chi non si rassegnò mai a rinnegare gli ideali nazisti. Quando, a fine Anni 90, fondò PayPal con Musk, Roelof Botha e David Sacks (tutti sudafricani) divenne subito, tra i tre, il patriarca ideologico incaricato di imprimere una svolta neo-reazionaria alla Silicon Valley, dove si costruisce il futuro tecnologico dell’umanità.

Cosa ci faceva Peter Thiel in Italia? Affari e ombre dell’illuminista oscuro
La biografia di René Girard.

Avendo studiato a Stanford, pare che abbia avuto tra i suoi maestri René Girard, il filosofo e critico letterario francese del celebre Il capro espiatorio (1982). E provocano ilarità in un certo mondo accademico coloro che, oggi in Italia, lo assecondano disquisendo dottamente di teoria mimetica e analisi dei miti; meno male che Edoardo Camurri, in una delle sue interviste che vanno in onda la domenica su Rai Radio 3, ha interrogato direttamente Girard domandandogli: «È vero che Peter Thiel è stato suo allievo?». Ottenendo dal grand’uomo questa risposta: «Cosa vuole, non ricordo, i miei studenti erano così numerosi».

Dubai, gli inviati di guerra influencer e quel cinismo acchiappa like

Che Dubai fosse una parodia del paradiso lo avevamo sospettato: mentre è invasa da youtuber, tiktoker, instagrammer, streamer, podcaster e creator vari, ci siamo noi utenti fantasma, quelli che guardano ma non si sporcano a postare o a commentare – noi “lurker” insomma – che osserviamo scandalizzati. Tutti questi “cervelli in fuga” negli Emirati, in Oman, ad Abu Dhabi, in Qatar stanno reagendo ai bombardamenti dell’Iran sugli alleati degli Usa come se fossero “dirette” qualsiasi, quelle live in cui «vi porto con me nella mia super suite». Indhya Contu per esempio, che si autodefinisce «ceo di @itarocchidiesmeralda» e inizia tutti i suoi post con «No vabbè», l’ha presa bene: si trova in Qatar, «location top» che lei «adora» e ci fa sapere che il suo «entusiasmo è altissimo, questo posto ti genera una vibe super alta. Quando ti svegli in questo paradiso e dici non voglio andare più via e scopri che è così, perché la guerra ci blocca qui. Si dice che quando il mondo e i santi ti vogliono bene avvereranno i tuoi desideri: rimanere per sempre in Qatar. E dalla guerra è tutto: la vostra reporter preferita».

Meglio della trama di Black Mirror, si commenta su X, l’ex Twitter, dove vengono rilanciati i post della Contu e quello del Corriere del Veneto, che dice: «La maestra di OnlyFans Elena Maraga da Dubai: Ho fatto 50 piani a piedi per scappare dalle bombe, erano vicine. La notte? Nel bunker».

Dubai, gli inviati di guerra influencer e quel cinismo acchiappa like
Il racconto della maestra di OnlyFans al Corriere del Veneto.

Improvvisati inviati di guerra che si contraddicono fra loro

Qualcuno si improvvisa inviato di guerra: «Voglio mostrare agli italiani qual è la situazione reale qui a Dubai»; dicendo che si trova nel luogo «più iconico» e non sente più boati, vede in spiaggia ragazzi che giocano a pallone e mostra il famoso grattacielo La Vela che gli sembra «in perfette condizioni». Invece «la situa è calda» lo contraddice qualcun altro su Instagram: «Ragazzi è ufficiale, siamo in guerra, vedo i missili e i razzi di notte, rimanete connessi… sentite?… sentite? Un’ambulanza… ragazzi ci vediamo, vi tengo aggiornati», mentre mostra il giaciglio in garage su cui ha passato la notte.

Molti commenti: si va da «sembra una realtà distopica» a «ci sono più italiani a Dubai che in Molise». Quella di buttarla in vacca è la vecchia strategia social: del resto, come si fa a prendere sul serio la ragazza bionda che provocatoriamente scrive su una sua foto: «Comunque, meglio rischiare di essere bombardata dai missili a Dubai che dal 50 per cento di tasse in Italia».

Dubai, gli inviati di guerra influencer e quel cinismo acchiappa like
Influencer a Dubai.

Giovani che lavorano nel digitale attratti dai vantaggi fiscali

Il vantaggio fiscale sembra il motivo principale di questa diaspora giovanile negli Emirati Arabi Uniti e dintorni, mentre gli italiani in pensione preferiscono il Portogallo e San Marino. Il sistema delle imposte di Dubai favorisce spudoratamente i giovani, soprattutto quelli che lavorano nel digitale: la tassa sul reddito personale è pari allo 0 per cento, senza alcuna trattenuta Irpef che, in Italia, supererebbe il 40 per cento. L’aliquota Iva è bassissima, pari al 5 per cento.

Gli inviti rivolti direttamente agli influencer

L’Ente del Turismo di Dubai invita in prima persona gli influencer offrendo infrastrutture che rendono Dubai «il set fotografico più bello e redditizio» per loro, che culminano in un «programma di visto per creator»: una “Golden Visa” che garantisce la residenza per 10 anni, espressamente dedicata a chi lavora nel mondo dei contenuti digitali.

Dubai, gli inviati di guerra influencer e quel cinismo acchiappa like
Un’immagine satellitare mostra una veduta aerea di Dubai prima dell’attacco iraniano (foto Ansa).

Qualche creator prova a rassicurare tutti: «Io mi sento più sicuro qui a Dubai nella situazione attuale che in Italia. Ripeto: non è stata presa di mira Dubai, semplicemente ci sono solo dei detriti che, cadendo, cadono qui su Dubai perché si trova in mezzo a tutta questa storia ma non è Dubai il focus della situazione, non è Dubai che è stata presa di mira. Stiamo tranquilli». Se lo dice lui…

Nel frattempo però piovono missili iraniani

Peccato che dal 28 febbraio l’Iran abbia lanciato almeno 165 missili balistici, 2 missili cruise e 541 droni contro gli Emirati Arabi, in risposta all’attacco coordinato di Usa e Israele. Gli obiettivi hanno incluso la base aerea di Al Dhafra ad Abu Dhabi, l’area alberghiera di Jumeirah, il Burj Al Arab e l’aeroporto internazionale di Dubai. Anche Qatar, Bahrein, Kuwait, Giordania, Arabia Saudita e Iraq sono stati colpiti. Praticamente tutti gli Stati del Golfo sono stati presi di mira per la prima volta nella storia.

Un cinismo social speculare a quello di Dubai

La guerra degli influencer mostra che qualunque argomento, perfino un conflitto internazionale, può essere stiracchiato per raccattare like. Il cinismo di questi ragazzi è speculare a quello di Dubai: «Se qui comprano l’Occidente con tanta disinvoltura è perché l’Occidente è in svendita», scriveva Walter Siti nel suo reportage dagli Emirati Il canto del diavolo (2009).

Dubai, gli inviati di guerra influencer e quel cinismo acchiappa like
Il canto del diavolo.

«Qui si assiste a un doppio genocidio: quello della cultura locale, celebrato in fretta quasi senza rimpianti e accantonato senza tracce visibili di lutto, e quello della cultura occidentale, ridotta a stereotipo da esportazione. I soldi trasportano le civiltà da uno all’altro livello di energia, lo sterminio delle culture di partenza è necessario, come è necessario sbarbare un terreno prima di piantarci nuovi semi». È la barbarie che ciondola senza trovare appigli: da TikTok, da Instagram, da YouTube è tutto.