Lo scandalo che ha suscitato il video rilanciato dal Partito democratico, dove si vede un’adunata di estrema destra che fa il saluto romano con lo slogan “CasaPound annuncia il sostegno alla riforma del governo Meloni. Loro votano Sì“, fa il paio con quello provocato dal Comitato “Sì Riforma” con l’immagine dei black bloc che pestano il poliziotto nei recenti disordini di Torino e la scritta “Loro votano No“. Bastano queste due immagini contrapposte per insinuare forti dubbi sull’opportunità di portare a referendum un quesito di difficile comprensione per il cittadino.
Come fare presa sull’opinione pubblica disinformata
La destra lo ha capito per prima. E da subito ha legato a questa riforma complicata il caso Garlasco, per semplificare il messaggio: «I magistrati sbagliano. E se sbagliano devono essere puniti, come chiunque altro». Tema scivoloso, per non dire pericoloso, ma di sicura presa nell’opinione pubblica disinformata. I vari Matteo Salvini, Susanna Ceccardi, Silvia Sardone e Giovanni Donzelli non fanno altro che promuovere il “Sì”, nei loro video su TikTok, concludendo con «Si vota anche per questo il 22 e 23 marzo», dopo aver mostrato immagini di immigrati spacciatori, la “famiglia nel bosco” alla quale i magistrati cattivoni avrebbero tolto i bambini, le “toghe rosse” che impediscono al governo di deportare i clandestini nel costoso lager albanese costruito inutilmente.
Grottesco però anche improvvisarsi azzeccagarbugli sui social
All’inizio i partiti hanno provato a convincere gli elettori a entrare «nel merito della riforma». Invano. Ora sembrano essersi arresi. Non si sa, del resto, se sono più grotteschi questi appelli al voto, con esempi che non c’entrano nulla ma che tutti possono capire, oppure quei cittadini volenterosi che, sui social, si improvvisano azzeccagarbugli e si mettono a disquisire sul significato storico-costituzionale dell’unità della giurisdizione o del delicato bilanciamento tra indipendenza interna ed esterna dei magistrati.
I referendum dovrebbero essere solo su temi come divorzio, aborto, eutanasia
Il referendum funziona quando gli elettori si sentono investiti di decisioni che li riguardano direttamente: ebbe senso il referendum sul divorzio, quello sull’aborto, lo avrebbe uno sull’eutanasia. Ma è evidente che questo referendum sulla separazione delle carriere dei magistrati – dove non è previsto quorum, e quindi prevarrà per forza o il fronte dei favorevoli o quello dei contrari, anche in caso di affluenza bassa – non interessa quasi a nessuno: si prova perciò a far appassionare l’opinione pubblica manipolandola con video e messaggi demagogici e fuori contesto.

Si tende a banalizzare forzatamente questioni tecnico-giuridiche sfaccettate
C’è un tema importante, sotteso a questo referendum, di cui non si parla: in una democrazia costituzionale non conta solo che cosa si riforma, ma anche come lo si fa. Le regole fondamentali dell’ordinamento non sono opzioni politiche ridotte a un “sì” o a un “no”. Il referendum, specie quando viene usato – come in questo caso – in chiave politica, tende invece a banalizzare forzatamente questioni tecnico-giuridiche sfaccettate, sottraendole alla sede che la Costituzione indica come centrale per questo tipo di decisioni: il parlamento. Cioè il luogo in cui competenza tecnica e responsabilità politica devono (dovrebbero) incontrarsi, alla luce del dibattito pubblico.

Il referendum ha un valore altissimo, ma diventa problematico quando è usato come scorciatoia o come strumento di pressione su temi che richiederebbero un lavoro normativo articolato e diplomatico. Non dovrebbe insomma sostituire il processo deliberativo ordinario, specie per questioni tecnico-giuridiche come quelle oggetto della riforma.
Il cittadino medio non ha competenze sulla storia del processo penale italiano
La questione se un giudice sia più imparziale quando è “separato” dal pubblico ministero o quando invece è formato nella stessa cultura di garanzie e indipendenza è un dilemma teorico, non uno slogan. Come si fa a chiedere a un cittadino che non ha competenze su modelli processuali, comparazione internazionale e storia del processo penale italiano di ridurlo a una croce su una scheda?
L’unica riforma rimasta sul tavolo di Meloni
La deriva propagandistica del Pd che chiede agli elettori di non votare come vota CasaPound e quella di Fratelli d’Italia che suggerisce di non votare come quelli che picchiano i poliziotti è quasi scontata. Congelate le due riforme del “trittico istituzionale” promesso dalla destra in campagna elettorale, e cioè “il premierato forte” (pericoloso farlo ora, con l’affetto di cui è circondato il presidente della Repubblica Sergio Mattarella) e “l’autonomia differenziata” per trasferire maggiori competenze alle Regioni (regalo troppo evidente alla Lega), a questo governo è sembrato che almeno la riforma della giustizia potesse andare in porto. Ed è l’unica che ha davvero messo sul tavolo.

I sondaggi dicono che il “no” sta guadagnando posizioni
Anche perché alcuni rappresentanti della sinistra si sono dichiarati per il “sì”, dando un assist azzeccagarbugliesco, illudendo Meloni e soci che ce l’avrebbero fatta. Gli ultimi sondaggi però dicono che il “no” sta guadagnando posizioni. Questa riforma era stata approvata dalla destra alla Camera e in Senato, ma non stiamo parlando di una legge ordinaria: la separazione delle carriere comporta una modifica della Costituzione. Per cambiarla senza passare dai cittadini serviva una maggioranza qualificata dei due terzi del parlamento. Meloni ha numeri blindati per governare comodamente, ma non può raggiungere quella soglia per modificare la legge.
Era meglio lavorare per costruire un consenso ampio in parlamento
Di fronte a questo limite, la destra aveva due possibilità: lavorare per costruire un consenso ampio, coinvolgendo anche l’opposizione per arrivare a una soluzione condivisa e modificare la legge nelle sedi appropriate; oppure ricorrere al referendum. Una richiesta arrivata da oltre 150 parlamentari di maggioranza e opposizione e poi supportata anche dalla raccolta di oltre 500 mila firme da parte di comitati referendari. Passare la palla agli elettori, attirandoli con campagne di comunicazione ridicole o colpevolizzandoli perché «non entrano nel merito» sembra democrazia. In realtà è uno scarico di responsabilità.

(@FratellidItalia) 












































































