Meloni da Fedez si gioca il tutto per tutto, tra propaganda social e incoerenza

Lui è stato già ribattezzato Emilio Fedez, lei, Melonia Trump: i social non perdonano ma, purtroppo o per fortuna, non se ne può fare a meno. Giorgia Meloni lo ha compreso ed essere andata ospite al Pulp Podcast del rapper e di Mr. Marra è la mossa astuta di chi ha capito dove tira il vento. Uno a zero contro Elly Schlein che, invitata anche lei, pare non abbia nemmeno risposto. Le reti tivù e i quotidiani blasonati si sono risentiti, è normale, ma occorre rendersi conto che la comunicazione immediata, che raggiunge milioni di persone, è ormai quella veicolata per via digitale e rilanciata su TikTok, Instagram, Facebook, YouTube e su tutte le altre piattaforme, garantendo una penetrazione tra le masse che i media tradizionali non hanno mai avuto e non avranno mai.

I social sono impietosi e ti ricordano tutte le giravolte

Il problema che Meloni non ha ancora messo a fuoco è che, se vai sui social, non puoi sostenere una cosa e poi un’altra, non puoi un giorno dire bianco e il giorno dopo nero, perché quei canali sono impietosi: ora, per esempio, riproducono, con alti picchi di visualizzazioni, lo spezzone del comizio della premier “di guerra” in cui dice che se al referendum sulla giustizia vince il si tornerà a combattere la microcriminalità, stupratori e pedofili saranno finalmente perseguiti, le famiglie nei boschi non si vedranno più sottrarre i figli, i processi dureranno molto meno, spariranno gli errori giudiziari e ci si potrà rifare sul giudice che ha sbagliato la sentenza.

Purtroppo per lei lo associano a quell’altro filmato, in cui una Meloni “di pace” dice, con tono sommesso, che bisogna «entrare nel merito» della riforma, studiarla, e votare non per mandare a casa il governo – perché lei non si dimetterà, se vincesse il No – ma per modernizzare la giustizia in Italia.

Meloni da Fedez si gioca il tutto per tutto, tra propaganda social e incoerenza
Giorgia Meloni ospite di Pulp Podcast, il podcast di Fedez e Mr. Marra: puntata in onda giovedì 19 marzo alle 13 (foto Ansa).

«Un ignorante può pensare una cosa del genere»

Un altro suo video la vede affermare convinta: «È una riforma che rende la giustizia più veloce ed efficiente», accostato a quello dell’avvocata e senatrice leghista Giulia Bongiorno che dice: «Chi ha mai detto che questa riforma inciderà sui tempi e sull’efficienza della giustizia? Un ignorante può pensare una cosa del genere».

Questo atteggiamento ondivago della destra, che non sa decidersi a cosa serve una riforma che lei stessa ha fortemente voluto, è una manna per la coerenza cementata di tutta la sinistra, che ha affermato due cose molto semplici, durante la campagna elettorale, senza mai deragliare: «Questa riforma cambia la Costituzione quindi bisogna votare no perché la Costituzione si cambia tutti insieme, non la cambiano il ministro Carlo Nordio e la Meloni» e «votiamo no, diamo un messaggio di non gradimento a questo governo inconcludente».

Perché Meloni stravolge la comunicazione a cui ci aveva abituato

Giorgia Meloni sta dando l’impressione di giocare il tutto per tutto: atteggiamento molto negativo per chi la osserva. Sembra infatti che, avendo dato un’occhiata ai sondaggi riservati, sia convinta che il “no” prevarrà e si stia buttando nella mischia mettendoci la faccia, cosa che inizialmente non aveva intenzione di fare. In questo modo stravolge la comunicazione a cui ci aveva abituato: centellinata con parsimonia, una sola conferenza stampa all’anno, interviste soltanto alle tivù amiche.

I follower non perdonano: Giorgia ha dato il via all’affaire Ferragni

Il modello Draghi cui sembrava volersi ispirare è andato definitivamente a farsi benedire con la comparsata da Fedez: Mario Draghi non ci sarebbe mai andato, nemmeno morto. Ma la modernità del gesto di Giorgia, encomiabile, è stata vanificata da ciò che i suoi follower non dimenticano: Giorgia ha dato il via all’affaire Ferragni, con quel video in cui puntava il dito contro la bionda influencer e contro Roberto Saviano, una accusata di lucrare sui bambini truffando gli italiani col Pandoro, l’altro di comprarsi l’attico a New York e pubblicando libri che screditano l’Italia.

Meloni da Fedez si gioca il tutto per tutto, tra propaganda social e incoerenza
Giorgia Meloni, presidente del Consiglio, e Chiara Ferragni, influencer (foto Ansa).

Ferragni era ai tempi ancora moglie di Fedez: è iniziata da lì la parabola discendente della coppia. Vedere ora Meloni pappa e ciccia nel podcast del rapper indispone i follower di tutti e due: sembra la solita pastetta tra Vip, le cortesie per gli ospiti dopo essersi lanciati veleni. Troppi palcoscenici per Giorgia, e tutti che si contraddicono: il palco del Teatro Franco Parenti proprio quando arriva il gentile invito del ministro Alessandro Giuli ad Andrée Ruth Shammah, che gestisce il teatro, di presiedere la Triennale, è sembrato uno scambio di favori fuori luogo; infine il podcast di Fedez, della serie “non ho più niente da perdere”.

Meloni da Fedez si gioca il tutto per tutto, tra propaganda social e incoerenza
Fedez al congresso dei giovani di Forza Italia (foto Imagoeconomica).

Il costo politico in caso di sconfitta non sarà solo simbolico

Meloni dice che anche se vince il No non si dimette: certo è che, dopo essersi spesa in prima linea per la vittoria del sì, se questa non dovesse arrivare, il costo politico per lei non sarà solo simbolico. Aver messo la faccia all’ultimo minuto su una riforma divisiva, dopo mesi di silenzio calcolato, trasformerebbe la sconfitta referendaria in una bruciante débâcle personale. Sui social – quelli che Giorgia sembra avere appena scoperto – non si fanno sconti.

Cosa ci faceva Peter Thiel in Italia? Affari e ombre dell’illuminista oscuro

Peter Thiel sbarca in Italia e immediatamente scatta la sindrome Don Lurio: quella che colpisce americani di un certo talento che arrivano nel nostro Paese per trovare qui l’America che non li ha capiti. Don Lurio fu un ballerino che ebbe un discreto successo negli show del sabato sera con le gemelle Kessler, restò per sempre qui, aprendo anche un negozio di moda a Porto Ercole. Thiel, multimilionario per aver fondato PayPal con Elon Musk e, recentemente, Palantir, l’azienda che sviluppa software di analisi dei dati preferita dai governi, dalle intelligence e dagli apparati di Difesa, non avrà bisogno di buttarsi sull’abbigliamento ma, se viene qui, qualche ragione economica ci sarà. Un po’ come quando Musk ronzava tanto intorno a Giorgia Meloni e poi si scoprì che voleva solo venderle i servizi di Starlink. Questi americani: arrivano millantando amore disinteressato e poi pensano sempre ai soldi.

Cosa ci faceva Peter Thiel in Italia? Affari e ombre dell’illuminista oscuro
Cosa ci faceva Peter Thiel in Italia? Affari e ombre dell’illuminista oscuro
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Chi ha partecipato agli incontri a Roma

Su Peter Thiel grava questa comica nomea di “illuminista oscuro” perché, come nel film di Christopher Nolan uscito nel 2008, il tycoon si presenta come un cavaliere attanagliato da un dilemma morale: fino a che punto può spingersi per combattere il male senza diventare lui stesso un mostro? Scrive Andrea Venanzoni, giurista ed esperto di tecnologie, che Peter è stato accolto a Roma «da un mix di intellettuali conservatori, imprenditori, analisti politici e figure legate al mondo cattolico internazionale tra cui, oltre a lui stesso, il giornalista Daniele Capezzone, il finanziere Guido Maria Brera, lo storico Giovanni Orsina, l’economista Alberto Mingardi, il diplomatico Antonio Zanardi Landi».

Cosa ci faceva Peter Thiel in Italia? Affari e ombre dell’illuminista oscuro
Cosa ci faceva Peter Thiel in Italia? Affari e ombre dell’illuminista oscuro
Cosa ci faceva Peter Thiel in Italia? Affari e ombre dell’illuminista oscuro
Cosa ci faceva Peter Thiel in Italia? Affari e ombre dell’illuminista oscuro

Il benvenuto di Welcome to Favelas, megafono di Musk e della destra

La pagina social Welcome to Favelas, che dopo aver incontrato i rappresentanti di Musk è diventata, da oltre un anno, megafono della propaganda di destra (persino sul referendum sulla giustizia), ha accolto Thiel con uno striscione col Colosseo sullo sfondo, scrivendo in un post: «In occasione della visita di Peter Thiel a Roma insieme agli amici di @therightside.podcast abbiamo voluto omaggiarlo con uno striscione di benvenuto. Porgiamo i migliori auguri per i lavori che si terranno in questi giorni a tutti i partecipanti, auspicando che le parole di una delle menti più brillanti del nostro tempo trovino terreno fertile proprio qui, nella Città Eterna, sempre più minacciata dai falsi pacificatori e dai predicatori dell’entropia ormai radicati nella politica e nei vecchi media».

Cosa ci faceva Peter Thiel in Italia? Affari e ombre dell’illuminista oscuro
La foto pubblicata sul profilo Instagram di Welcome to Favelas con il benvenuto a Roma al magate fondatore di Palantir, Peter Thiel (foto Ansa).

Le teorie sull’Anticristo e la paura dell’Armageddon

Il cavaliere oscuro voleva andare all’Angelicum o alla Pontificia Università Gregoriana a raccontare la sua teoria sull’Anticristo che, secondo lui, «tornerà sfruttando la paura dell’Armageddon per consolidare il controllo politico e imporre un governo mondiale», ma i preti sveglissimi di quelle prestigiose istituzioni devono aver subito “sgamato” che l’Anticristo dal quale Thiel voleva metterli in guardia era praticamente lui, e si sono affrettati a ribadire più volte che loro non c’entravano nulla con quel «seminario a porte chiuse» annunciato a più riprese, per solleticare la curiosità delle mezze calze.

Cosa ci faceva Peter Thiel in Italia? Affari e ombre dell’illuminista oscuro
Flash mob del movimento No Kings contro Peter Thiel davanti al ministero Difesa (foto Ansa).

È più grottesco lui o chi gli dà credito?

Thiel e Musk vogliono fortissimamente diventare immortali: uno colonizzando Marte, l’altro raccontando alle persone in giro per il mondo che l’Anticristo ha le sembianze di Greta Thunberg. Non si sa cosa sia più grottesco: se lui o quelli che gli danno credito. Thiel vuole “bombardare” questa modernità decadente, la guerra è tornata a essere l’igiene dei popoli e «il bellissimo azzardo che risveglia dal sonno del declino».

Cosa ci faceva Peter Thiel in Italia? Affari e ombre dell’illuminista oscuro
Greta Thunberg (Ansa).

L’ecologia, la Sharia e lo Stato comunista totalitario sono le ideologie da abbattere, dice quest’uomo che si presentò alla convention repubblicana del 2016 per appoggiare Donald Trump dicendo di essere «orgogliosamente gay, americano e innovatore».

Cosa ci faceva Peter Thiel in Italia? Affari e ombre dell’illuminista oscuro
Peter Thiel alla convention repubblicana nel 2016 (foto Ansa).

Il patriarca che doveva dare una svolta neo-reazionaria alla Silicon Valley

La sua biografia dice che è nato a Francoforte, ma si è trasferito bambino negli Stati Uniti, passando però alcuni anni «molto formativi» in una colonia tedesca della Namibia, in Africa, nota per accogliere chi non si rassegnò mai a rinnegare gli ideali nazisti. Quando, a fine Anni 90, fondò PayPal con Musk, Roelof Botha e David Sacks (tutti sudafricani) divenne subito, tra i tre, il patriarca ideologico incaricato di imprimere una svolta neo-reazionaria alla Silicon Valley, dove si costruisce il futuro tecnologico dell’umanità.

Cosa ci faceva Peter Thiel in Italia? Affari e ombre dell’illuminista oscuro
La biografia di René Girard.

Avendo studiato a Stanford, pare che abbia avuto tra i suoi maestri René Girard, il filosofo e critico letterario francese del celebre Il capro espiatorio (1982). E provocano ilarità in un certo mondo accademico coloro che, oggi in Italia, lo assecondano disquisendo dottamente di teoria mimetica e analisi dei miti; meno male che Edoardo Camurri, in una delle sue interviste che vanno in onda la domenica su Rai Radio 3, ha interrogato direttamente Girard domandandogli: «È vero che Peter Thiel è stato suo allievo?». Ottenendo dal grand’uomo questa risposta: «Cosa vuole, non ricordo, i miei studenti erano così numerosi».

Dubai, gli inviati di guerra influencer e quel cinismo acchiappa like

Che Dubai fosse una parodia del paradiso lo avevamo sospettato: mentre è invasa da youtuber, tiktoker, instagrammer, streamer, podcaster e creator vari, ci siamo noi utenti fantasma, quelli che guardano ma non si sporcano a postare o a commentare – noi “lurker” insomma – che osserviamo scandalizzati. Tutti questi “cervelli in fuga” negli Emirati, in Oman, ad Abu Dhabi, in Qatar stanno reagendo ai bombardamenti dell’Iran sugli alleati degli Usa come se fossero “dirette” qualsiasi, quelle live in cui «vi porto con me nella mia super suite». Indhya Contu per esempio, che si autodefinisce «ceo di @itarocchidiesmeralda» e inizia tutti i suoi post con «No vabbè», l’ha presa bene: si trova in Qatar, «location top» che lei «adora» e ci fa sapere che il suo «entusiasmo è altissimo, questo posto ti genera una vibe super alta. Quando ti svegli in questo paradiso e dici non voglio andare più via e scopri che è così, perché la guerra ci blocca qui. Si dice che quando il mondo e i santi ti vogliono bene avvereranno i tuoi desideri: rimanere per sempre in Qatar. E dalla guerra è tutto: la vostra reporter preferita».

Meglio della trama di Black Mirror, si commenta su X, l’ex Twitter, dove vengono rilanciati i post della Contu e quello del Corriere del Veneto, che dice: «La maestra di OnlyFans Elena Maraga da Dubai: Ho fatto 50 piani a piedi per scappare dalle bombe, erano vicine. La notte? Nel bunker».

Dubai, gli inviati di guerra influencer e quel cinismo acchiappa like
Il racconto della maestra di OnlyFans al Corriere del Veneto.

Improvvisati inviati di guerra che si contraddicono fra loro

Qualcuno si improvvisa inviato di guerra: «Voglio mostrare agli italiani qual è la situazione reale qui a Dubai»; dicendo che si trova nel luogo «più iconico» e non sente più boati, vede in spiaggia ragazzi che giocano a pallone e mostra il famoso grattacielo La Vela che gli sembra «in perfette condizioni». Invece «la situa è calda» lo contraddice qualcun altro su Instagram: «Ragazzi è ufficiale, siamo in guerra, vedo i missili e i razzi di notte, rimanete connessi… sentite?… sentite? Un’ambulanza… ragazzi ci vediamo, vi tengo aggiornati», mentre mostra il giaciglio in garage su cui ha passato la notte.

Molti commenti: si va da «sembra una realtà distopica» a «ci sono più italiani a Dubai che in Molise». Quella di buttarla in vacca è la vecchia strategia social: del resto, come si fa a prendere sul serio la ragazza bionda che provocatoriamente scrive su una sua foto: «Comunque, meglio rischiare di essere bombardata dai missili a Dubai che dal 50 per cento di tasse in Italia».

Dubai, gli inviati di guerra influencer e quel cinismo acchiappa like
Influencer a Dubai.

Giovani che lavorano nel digitale attratti dai vantaggi fiscali

Il vantaggio fiscale sembra il motivo principale di questa diaspora giovanile negli Emirati Arabi Uniti e dintorni, mentre gli italiani in pensione preferiscono il Portogallo e San Marino. Il sistema delle imposte di Dubai favorisce spudoratamente i giovani, soprattutto quelli che lavorano nel digitale: la tassa sul reddito personale è pari allo 0 per cento, senza alcuna trattenuta Irpef che, in Italia, supererebbe il 40 per cento. L’aliquota Iva è bassissima, pari al 5 per cento.

Gli inviti rivolti direttamente agli influencer

L’Ente del Turismo di Dubai invita in prima persona gli influencer offrendo infrastrutture che rendono Dubai «il set fotografico più bello e redditizio» per loro, che culminano in un «programma di visto per creator»: una “Golden Visa” che garantisce la residenza per 10 anni, espressamente dedicata a chi lavora nel mondo dei contenuti digitali.

Dubai, gli inviati di guerra influencer e quel cinismo acchiappa like
Un’immagine satellitare mostra una veduta aerea di Dubai prima dell’attacco iraniano (foto Ansa).

Qualche creator prova a rassicurare tutti: «Io mi sento più sicuro qui a Dubai nella situazione attuale che in Italia. Ripeto: non è stata presa di mira Dubai, semplicemente ci sono solo dei detriti che, cadendo, cadono qui su Dubai perché si trova in mezzo a tutta questa storia ma non è Dubai il focus della situazione, non è Dubai che è stata presa di mira. Stiamo tranquilli». Se lo dice lui…

Nel frattempo però piovono missili iraniani

Peccato che dal 28 febbraio l’Iran abbia lanciato almeno 165 missili balistici, 2 missili cruise e 541 droni contro gli Emirati Arabi, in risposta all’attacco coordinato di Usa e Israele. Gli obiettivi hanno incluso la base aerea di Al Dhafra ad Abu Dhabi, l’area alberghiera di Jumeirah, il Burj Al Arab e l’aeroporto internazionale di Dubai. Anche Qatar, Bahrein, Kuwait, Giordania, Arabia Saudita e Iraq sono stati colpiti. Praticamente tutti gli Stati del Golfo sono stati presi di mira per la prima volta nella storia.

Un cinismo social speculare a quello di Dubai

La guerra degli influencer mostra che qualunque argomento, perfino un conflitto internazionale, può essere stiracchiato per raccattare like. Il cinismo di questi ragazzi è speculare a quello di Dubai: «Se qui comprano l’Occidente con tanta disinvoltura è perché l’Occidente è in svendita», scriveva Walter Siti nel suo reportage dagli Emirati Il canto del diavolo (2009).

Dubai, gli inviati di guerra influencer e quel cinismo acchiappa like
Il canto del diavolo.

«Qui si assiste a un doppio genocidio: quello della cultura locale, celebrato in fretta quasi senza rimpianti e accantonato senza tracce visibili di lutto, e quello della cultura occidentale, ridotta a stereotipo da esportazione. I soldi trasportano le civiltà da uno all’altro livello di energia, lo sterminio delle culture di partenza è necessario, come è necessario sbarbare un terreno prima di piantarci nuovi semi». È la barbarie che ciondola senza trovare appigli: da TikTok, da Instagram, da YouTube è tutto.

Tutti pazzi per Claude, l’IA “etica” di Anthropic che sfida il Pentagono

Tutti pazzi per Claude, l’intelligenza artificiale «umana ed etica» inventata da Dario Amodei, fondatore e Ceo di Anthropic. In principio era ChatGPT, un modello considerato oggi troppo “generalista”, subito insidiato dalla cinese DeepSeek, più efficiente, con uno schema open source più profondo, più rivolto a esperti e, dicono gli specialisti, con un’architettura più leggera e con meno dispendio energetico. Meglio di Gemini, secondo alcuni, creata da Google. Elon Musk, aggressivo come sempre, ha più volte dichiarato che «ChatGPT non funziona più» e che solo la sua IA, Grok, è «un vero e proprio compagno creativo e intelligente, multimodale e potente». Mark Zuckerberg pare non riesca a competere: ha subito messo in campo Metaintellince Lab, una divisione di ricerca che sviluppa realtà aumentate e intelligenze artificiali, ma la sua Meta AI per ora non vince. È solo considerata più performante per l’accessibilità e l’integrazione con le piattaforme social.

Tutti pazzi per Claude, l’IA “etica” di Anthropic che sfida il Pentagono
Il logo di Claude.

Da OpenAi alla nascita di Anthropic

Ma chi è Dario Amodei e perché tutti parlano di lui? Nato a San Francisco nel 1983, figlio di immigrati italiani di origini toscane, ha studiato fisica a Stanford e ha conseguito un PhD alla Princeton University. Con sua sorella Daniela è il fondatore di Anthropic. Entrambi avevano ricoperto ruoli apicali in OpenAI, prima di inventare Claude. Ospite all’ultima edizione del Davos Forum, Amodei ha spiegato che i modelli di intelligenza artificiale sono passati dal livello di uno studente delle superiori o dell’università a quello di un dottore di ricerca. Ma si è dichiarato, in un certo senso, frustrato perché lo sviluppo delle IA sarebbe rallentato dai problemi che la gestione di un cambiamento sempre comporta, tipo la sicurezza, la software legacy, la politica.

Amodei teme che l’IA inneschi una crisi sociale

Nel mondo tecnologico sta accadendo quello che è successo per l’emergenza climatica: così come Donald Trump (e con lui molti altri politici, anche a casa nostra) non distingue tra meteo e clima – per cui alla prima gelata rinfaccia agli scienziati di lanciare falsi allarmi – allo stesso modo si è convinti che poiché l’economia cresce, i rischi per l’occupazione non esistano. Amodei intravede invece una crisi sociale pericolosa e l’IA sostituirà le attività solitamente affidate agli entry level. L’IA, ha spiegato in una intervista a Axios lo scorso maggio, potrebbe eliminare la metà dei lavori d’ufficio di primo livello nei prossimi cinque anni, portando la disoccupazione americana al 10-20 per cento. Consapevole di questo pericolo, che ha esplorato nel saggio The adolescence of Technology, Amodei si dice irritato dal fatto che da un lato non ci si preoccupi di trovare soluzioni, dall’altro che questa “inazione” inibisca gli investimenti che sarebbero necessari. C’è però chi vede in questo atteggiamento una sorta di gioco al rialzo. L’imprenditore illuminato che si preoccupa per le sorti del mondo riesce a differenziarsi come narrazione dai competitor. La preoccupazione etica di Amodei, insomma, non quella di Zuckerberg o di Musk: ecco perché nel mondo dei professionisti di fede democratica e tra le persone che cercano una IA “più umana” Claude sta crescendo esponenzialmente, diventando la scelta preferita. Parola pure di Gemini, sua concorrente. Le risposte di Claude, dice, «sono meno robotiche, non ripete schemi predefiniti e ha uno stile più fluido». Inoltre è più collaborativa, consente di creare “al volo” app e prototipi che facilitano il lavoro in team e offre una memoria a breve termine enorme. Si possono caricare interi libri e ottenere risposte senza che dimentichi pezzi per strada, come succede alle altre IA.

Tutti pazzi per Claude, l’IA “etica” di Anthropic che sfida il Pentagono
La rivista statunitense Time ha designato l’Intelligenza Artificiale come ‘Persona dell’Anno 2025’. Sulla trave a sinistra Mark Zuckerberg, Lisa Su, Elon Musk, Jensen Huang, Sam Altman, Demis Hassabis, Dario Amodei e Fei-Fei Li. (Ansa).

Il braccio di ferro con il Pentagono

Pochi giorni fa il segretario alla Difesa Pete Hegseth ha minacciato Amodei: porrà fine ai contratti stretti dal Pentagono con Anthropic se la società non aprirà la sua IA all’uso militare eliminando le restrizioni. Secondo Hegseth, Anthropic deve condividere la propria tecnologia innovativa in nome della sicurezza nazionale. Ma Amodei non pare disposto ad accettare l’ultimatum e sarebbe capace di rinunciare al contratto da 200 milioni di dollari se non verranno prese in considerazione le preoccupazioni relative all’uso della sua tecnologia per le armi autonome e la sorveglianza di massa a danno dei cittadini americani. Insomma, un imprenditore con (pare) un alto senso etico suona un campanello di allarme, illuminando la voracità dei tycoon della Silicon Valley, disposti a qualunque cosa per il profitto: manipolano gli utenti delle chatbot, facendoli credere di chattare con un essere umano o, nel migliore dei casi, con un programma privo di secondi fini, in un mondo che sarà sempre più popolato da persone che non saranno più in grado di distinguere ciò che è vero. Dice Amodei nel suo saggio: «L’umanità sta per ricevere un potere quasi inimmaginabile e non è ancora del tutto chiaro se i nostri sistemi sociali, politici e tecnologici abbiano la maturità necessario per esercitarlo». 

Referendum, la resa dei partiti alla propaganda e lo scaricabarile sui cittadini

Lo scandalo che ha suscitato il video rilanciato dal Partito democratico, dove si vede un’adunata di estrema destra che fa il saluto romano con lo slogan “CasaPound annuncia il sostegno alla riforma del governo Meloni. Loro votano “, fa il paio con quello provocato dal Comitato “Sì Riforma” con l’immagine dei black bloc che pestano il poliziotto nei recenti disordini di Torino e la scritta “Loro votano No“. Bastano queste due immagini contrapposte per insinuare forti dubbi sull’opportunità di portare a referendum un quesito di difficile comprensione per il cittadino.

Come fare presa sull’opinione pubblica disinformata

La destra lo ha capito per prima. E da subito ha legato a questa riforma complicata il caso Garlasco, per semplificare il messaggio: «I magistrati sbagliano. E se sbagliano devono essere puniti, come chiunque altro». Tema scivoloso, per non dire pericoloso, ma di sicura presa nell’opinione pubblica disinformata. I vari Matteo Salvini, Susanna Ceccardi, Silvia Sardone e Giovanni Donzelli non fanno altro che promuovere il “Sì”, nei loro video su TikTok, concludendo con «Si vota anche per questo il 22 e 23 marzo», dopo aver mostrato immagini di immigrati spacciatori, la “famiglia nel bosco” alla quale i magistrati cattivoni avrebbero tolto i bambini, le “toghe rosse” che impediscono al governo di deportare i clandestini nel costoso lager albanese costruito inutilmente.

Grottesco però anche improvvisarsi azzeccagarbugli sui social

All’inizio i partiti hanno provato a convincere gli elettori a entrare «nel merito della riforma». Invano. Ora sembrano essersi arresi. Non si sa, del resto, se sono più grotteschi questi appelli al voto, con esempi che non c’entrano nulla ma che tutti possono capire, oppure quei cittadini volenterosi che, sui social, si improvvisano azzeccagarbugli e si mettono a disquisire sul significato storico-costituzionale dell’unità della giurisdizione o del delicato bilanciamento tra indipendenza interna ed esterna dei magistrati.

I referendum dovrebbero essere solo su temi come divorzio, aborto, eutanasia

Il referendum funziona quando gli elettori si sentono investiti di decisioni che li riguardano direttamente: ebbe senso il referendum sul divorzio, quello sull’aborto, lo avrebbe uno sull’eutanasia. Ma è evidente che questo referendum sulla separazione delle carriere dei magistrati – dove non è previsto quorum, e quindi prevarrà per forza o il fronte dei favorevoli o quello dei contrari, anche in caso di affluenza bassa – non interessa quasi a nessuno: si prova perciò a far appassionare l’opinione pubblica manipolandola con video e messaggi demagogici e fuori contesto.

Referendum, la resa dei partiti alla propaganda e lo scaricabarile sui cittadini
Una coppia di sposi vota al referendum per il divorzio nel 1974 (foto Ansa).

Si tende a banalizzare forzatamente questioni tecnico-giuridiche sfaccettate

C’è un tema importante, sotteso a questo referendum, di cui non si parla: in una democrazia costituzionale non conta solo che cosa si riforma, ma anche come lo si fa. Le regole fondamentali dell’ordinamento non sono opzioni politiche ridotte a un “sì” o a un “no”. Il referendum, specie quando viene usato – come in questo caso – in chiave politica, tende invece a banalizzare forzatamente questioni tecnico-giuridiche sfaccettate, sottraendole alla sede che la Costituzione indica come centrale per questo tipo di decisioni: il parlamento. Cioè il luogo in cui competenza tecnica e responsabilità politica devono (dovrebbero) incontrarsi, alla luce del dibattito pubblico.

Referendum, la resa dei partiti alla propaganda e lo scaricabarile sui cittadini
Carlo Nordio, ministro della Giustizia (foto Ansa).

Il referendum ha un valore altissimo, ma diventa problematico quando è usato come scorciatoia o come strumento di pressione su temi che richiederebbero un lavoro normativo articolato e diplomatico. Non dovrebbe insomma sostituire il processo deliberativo ordinario, specie per questioni tecnico-giuridiche come quelle oggetto della riforma.

Il cittadino medio non ha competenze sulla storia del processo penale italiano

La questione se un giudice sia più imparziale quando è “separato” dal pubblico ministero o quando invece è formato nella stessa cultura di garanzie e indipendenza è un dilemma teorico, non uno slogan. Come si fa a chiedere a un cittadino che non ha competenze su modelli processuali, comparazione internazionale e storia del processo penale italiano di ridurlo a una croce su una scheda?

L’unica riforma rimasta sul tavolo di Meloni

La deriva propagandistica del Pd che chiede agli elettori di non votare come vota CasaPound e quella di Fratelli d’Italia che suggerisce di non votare come quelli che picchiano i poliziotti è quasi scontata. Congelate le due riforme del “trittico istituzionale” promesso dalla destra in campagna elettorale, e cioè “il premierato forte” (pericoloso farlo ora, con l’affetto di cui è circondato il presidente della Repubblica Sergio Mattarella) e “l’autonomia differenziata” per trasferire maggiori competenze alle Regioni (regalo troppo evidente alla Lega), a questo governo è sembrato che almeno la riforma della giustizia potesse andare in porto. Ed è l’unica che ha davvero messo sul tavolo.

Referendum, la resa dei partiti alla propaganda e lo scaricabarile sui cittadini
Giorgia Meloni (Imagoeconomica).

I sondaggi dicono che il “no” sta guadagnando posizioni

Anche perché alcuni rappresentanti della sinistra si sono dichiarati per il “sì”, dando un assist azzeccagarbugliesco, illudendo Meloni e soci che ce l’avrebbero fatta. Gli ultimi sondaggi però dicono che il “no” sta guadagnando posizioni. Questa riforma era stata approvata dalla destra alla Camera e in Senato, ma non stiamo parlando di una legge ordinaria: la separazione delle carriere comporta una modifica della Costituzione. Per cambiarla senza passare dai cittadini serviva una maggioranza qualificata dei due terzi del parlamento. Meloni ha numeri blindati per governare comodamente, ma non può raggiungere quella soglia per modificare la legge.

Era meglio lavorare per costruire un consenso ampio in parlamento

Di fronte a questo limite, la destra aveva due possibilità: lavorare per costruire un consenso ampio, coinvolgendo anche l’opposizione per arrivare a una soluzione condivisa e modificare la legge nelle sedi appropriate; oppure ricorrere al referendum. Una richiesta arrivata da oltre 150 parlamentari di maggioranza e opposizione e poi supportata anche dalla raccolta di oltre 500 mila firme da parte di comitati referendari. Passare la palla agli elettori, attirandoli con campagne di comunicazione ridicole o colpevolizzandoli perché «non entrano nel merito» sembra democrazia. In realtà è uno scarico di responsabilità.

Khaby Lame e il suo gemello digitale mandano in subbuglio la creator economy

Ha fatto molto discutere la maxi-operazione (uno scambio di azioni più che un esborso di denaro) legata alla società che gestisce i diritti commerciali di Khaby Lame, il tiktoker italiano di origini senegalesi più seguito nel mondo, con oltre 160 milioni di follower. La novità interessante è che non si tratterebbe di monetizzare i singoli contenuti postati dall’influencer, ma di trasferire il controllo di un ecosistema che ruota attorno alla sua riconoscibilità. Un fenomeno raro per ampiezza, una forma di intrattenimento che funziona globalmente. Usando tecnologie basate sull’intelligenza artificiale, ci si approprierebbe dei dati biometrici di Khaby per creare un digital twin, cioè un suo gemello virtuale capace di replicare voce, mimica ed espressioni facciali, creando contenuti senza limiti.

Non è una novità assoluta nell’industria: c’era già il digital passport

Il digital twin non è una novità nell’industria: segue il digital passport, una tecnologia applicata ai prodotti – soprattutto nella moda – per garantirne trasparenza e autenticità. Il passo successivo è stato quello di creare un “doppio” dell’azienda, cioè una proiezione virtuale dell’impresa stessa, che le consente di ridurre i rischi, sperimentando digitalmente soluzioni di produzione, di logistica, di distribuzione, senza davvero metterle in atto: studiando le varie possibilità prospettate dal suo gemello digitale, l’impresa può pianificare il suo futuro industriale con maggiore oculatezza.

Il digital twin non può essere ovviamente separato dall’azienda o dal prodotto fisico dell’azienda, di cui rappresenta una garanzia di autenticità e unicità, insieme al certificato di proprietà del prodotto stesso: temi cruciali nell’epoca sfrenatamente tecnologica che stiamo vivendo, dove il fake è uno dei pericoli più sfuggenti e meno prevedibili.

In tanti avevano predetto troppo presto l’estinzione degli influencer

Gli ingenui che si sono affrettati a decretare l’imminente estinzione del fenomeno degli influencer, mettendo nel mirino per prima Chiara Ferragni, non sono informati sul futuro ricco di opportunità che invece li attende. Molti si sono lanciati a sostenere, per esempio, che gli influencer in carne e ossa sarebbero stati sostituiti da quelli digitali, creati dall’AI, modelle e modelli più belli di quelli veri, col vantaggio di non costare quasi niente. Ma la recente operazione su Khaby Lame annuncia che, al contrario, chi può contare su un capitale di riconoscibilità internazionale, con il vantaggio di essere “una persona vera”, può essere moltiplicato all’infinito, con la rapidità che l’intelligenza artificiale consente, e declinato su una quantità pressoché illimitata di contenuti.

Khaby Lame e il suo gemello digitale mandano in subbuglio la creator economy
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Khaby Lame e il suo gemello digitale mandano in subbuglio la creator economy
Khaby Lame e il suo gemello digitale mandano in subbuglio la creator economy

Prima c’era la prestazione, ora siamo arrivati al sistema che la replica

È un salto paragonabile a quello che ha separato l’artigiano dalla fabbrica; prima c’era la prestazione, ora siamo arrivati al sistema che la replica, al momento in cui un influencer smette di essere un fenomeno di costume da guardare col sopracciglio alzato e diventa qualcos’altro: un soggetto industriale.

Khaby Lame e il suo gemello digitale mandano in subbuglio la creator economy
Khaby Lame con l’ex premier e leader del M5s Giuseppe Conte (foto Imagoeconomica).

Il tempo biologico di una persona separato dal suo brand

A completare il quadro c’è poi una questione che oltrepassa il marketing e tocca il diritto e la governance. Il digital twin di una persona apre un territorio nuovo in cui identità, lavoro e proprietà coincidono: chi detiene il controllo del gemello digitale controlla una capacità produttiva di contenuti potenzialmente eterna. Per la prima volta il tempo biologico di una persona viene separato dal tempo industriale del suo brand.

Khaby vende “un’infrastruttura identitaria”, cioè se stesso

Da qui regole nuove su consenso, revocabilità, successione e responsabilità legale mutano il concetto stesso di lavoro creativo: l’influencer non vende più prestazioni, in termini economici diremmo che vende “un’infrastruttura identitaria”, cioè se stesso. È la logica delle piattaforme applicata agli esseri umani, con la differenza che qui l’asset non è un software, ma una persona con una faccia, una gestualità, una storia riconoscibile.

Khaby Lame e il suo gemello digitale mandano in subbuglio la creator economy
Khaby Lame e il suo gemello digitale mandano in subbuglio la creator economy
Khaby Lame e il suo gemello digitale mandano in subbuglio la creator economy
Khaby Lame e il suo gemello digitale mandano in subbuglio la creator economy
Khaby Lame e il suo gemello digitale mandano in subbuglio la creator economy
Khaby Lame e il suo gemello digitale mandano in subbuglio la creator economy

L’immagine valutata 975 milioni di dollari

Chi riuscirà a governare questo passaggio, senza farsene espropriare, sarà il vero vincitore della prossima fase della creator economy. Questo ci dice l’operazione di Step Distinctive Limited, la holding che controlla le attività economiche connesse al marchio Khaby Lame (partnership, licenze, e-commerce, sfruttamento dell’immagine), cioè un accordo sull’immagine del tiktoker, valutata una cifra esorbitante, circa 975 milioni di dollari: l’intera creator economy è in subbuglio.

Melania Trump e il makeover da 40 milioni: un biopic per rifarsi (invano) l’immagine

Un biopic che sta facendo fibrillare i media americani. È uscita in questi giorni la notizia sul documentario dedicato a Melania Trump, prodotto da Amazon MGM Studios: intitolato semplicemente Melania, il film è atteso nelle sale americane il 30 gennaio 2026, per poi approdare su Prime Video. E già promette di offrire uno sguardo inedito sui 20 giorni che precedettero l’insediamento alla Casa Bianca di Donald Trump nel 2025.

Melania Trump e il makeover da 40 milioni: un biopic per rifarsi (invano) l’immagine
Un fermo immagino del film su Melania.

Il film vuole mostrare il dietro le quinte della vita della First lady

L’attesa è notevole, non solo per il personaggio coinvolto, ma anche per il contesto politico e produttivo che accompagna l’uscita del film. Secondo le anticipazioni di The Wrap e di altri media, il film intende mostrare il dietro le quinte della vita della First lady: l’organizzazione della nuova residenza, la selezione dello staff, il passaggio da New York a Washington, e la costruzione dell’immagine pubblica. Un racconto che proseguirà anche in una serie di tre episodi, pensata per approfondire aspetti del suo quotidiano tra Palm Beach, Manhattan e la capitale.

Melania Trump e il makeover da 40 milioni: un biopic per rifarsi (invano) l’immagine
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Melania Trump e il makeover da 40 milioni: un biopic per rifarsi (invano) l’immagine

Il regista accusato di molestie nella stagione del #MeToo

La regia è affidata a Brett Ratner, figura tornata improvvisamente sulla scena dopo anni di silenzio, in seguito alle accuse di molestie emerse durante la stagione calda del movimento #MeToo. La scelta di Amazon di affidare proprio a Ratner un progetto del genere ha provocato molte discussioni: per alcuni critici si tratta di un tentativo di riabilitazione di un regista controverso; per altri, di un’operazione d’immagine abilmente orchestrata.

Melania Trump e il makeover da 40 milioni: un biopic per rifarsi (invano) l’immagine
Il regista Brett Ratner con Eddie Murphy nel 2017 (foto Ansa).

Nasce anche Muse Films, la casa di produzione di Melania

Il valore dell’accordo – stimato intorno ai 40 milioni di dollari – sottolinea comunque l’importanza strategica del progetto. Un altro elemento centrale, evidenziato da New York Magazine e Vanity Fair, è la volontà di Melania Trump di prendere il controllo del proprio racconto mediatico. La due volte First lady ha infatti annunciato la nascita di Muse Films, una propria casa di produzione, che sarà presentata poco prima dell’uscita del documentario. Un modo per non essere solo soggetto del film, ma anche regista della propria immagine pubblica.

Melania Trump e il makeover da 40 milioni: un biopic per rifarsi (invano) l’immagine
Melania con Donald Trump il giorno dell’insediamento.

Non è la prima, tra le First lady, che ha scelto la strada della produzione audiovisiva. Michelle Obama ha fondato Higher Ground Productions col marito Barack, collaborando con Netflix su documentari e serie di forte impatto sociale. Hillary Clinton, assieme alla figlia Chelsea, ha creato HiddenLight Productions, dedicata a storie di empowerment e diritti civili. Esperienze che mostrano come si possa mettere a profitto il ruolo pubblico e farlo evolvere in progetti culturali di ampio respiro.

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Melania Trump (foto Ansa).

Pura propaganda? Difficile smussare la percezione di freddezza o distanza

Qualcuno insinua che siano strumenti di pura propaganda. Nella stampa americana emergono due interpretazioni principali. La prima vede il documentario come un raro momento di apertura di una figura tradizionalmente riservata, con l’intento forse di smussare la percezione di freddezza o distanza. La seconda, più critica, sostiene che l’operazione sia parte integrante della strategia comunicativa dei Trump, un tassello del più ampio ritorno alla ribalta della famiglia nel panorama politico-mediatico.

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La First lady Melania Trump (foto Ansa).

Nessun filtro cinematografico riuscirà a spiegare chi sia davvero…

Melania si presenta comunque come il prodotto di punta della nuova stagione politica americana: un racconto che intreccia potere, immagine pubblica e cinema, e che promette di far parlare di sé ben oltre la sua uscita ufficiale. L’operazione Melania 4.0 sembra più un makeover d’immagine che un biopic: Amazon investe milioni per trasformare la First lady più silenziosa della storia in un’eroina glamour. Ma i maligni già sussurrano che nessun filtro cinematografico riuscirà a spiegare chi sia davvero, se non lo ha fatto lei in tutti questi anni alla Casa Bianca.

Melania Trump e il makeover da 40 milioni: un biopic per rifarsi (invano) l’immagine
Melania con Donald Trump e il principe saudita Mohammed bin Salman (foto Ansa).

Trump, lo spaccone protezionista intimorito da un carrello della spesa

Ultime notizie dal Paese delle retromarce, gli Stati Uniti d’America: prima la revoca di tutti gli incarichi a Elon Musk, che ha fatto danni una sola estate, poi quella di Paolo Zampolli come “inviato speciale per l’Italia, che quella vecchia volpe di Trump ha trasformato in “inviato speciale” in 193 Paesi. Promoveatur ut amoveatur. È come dire in ogni luogo e in nessuno: da Reykjavik a Kinshasa, passando per Nuuk e le Bermuda, il nostro ambasciatore controlla tutto e niente, assurto al ruolo di turista con passaporto illimitato, da usare se gli va e, naturalmente, a sue spese.

Trump, lo spaccone protezionista intimorito da un carrello della spesa
Paolo Zampolli con una statuina e un ritratto di Donald Trump (foto Imagoeconomica).

America First ok, ma fino a un certo punto

Sarà per questo che i siti di gossip si sono scatenati nell’esercizio distopico di immaginare Zampolli disoccupato al supermercato, mentre accompagna la sua amica Melania, inorridita davanti all’aumento dei prezzi. Eccoli lì, i due eroi che hanno imposto a Donald un’altra clamorosa marcia indietro: con Trump, lo sappiamo, ogni promessa è elastica e ogni tariffa può tornare come un boomerang impazzito. L’inviato speciale da Walmart ha trasformato, con Melania, il carrello della spesa in un dossier politico: camminando tra scaffali di caffè, carne e banane e sgranando gli occhi per lo stupore (una banana da mezzo dollaro a quasi il doppio!), hanno convinto il presidente despota a firmare il suo ennesimo dietrofront sui dazi: America First ok, ma fino a un certo punto (semi-citazione del nostro ministro degli Esteri Antonio Tajani, che in quel caso parlava di diritto e acque internazionali).

Trump, lo spaccone protezionista intimorito da un carrello della spesa
La First Lady Melania Trump (foto Ansa).

Supermercati e consumatori tirano un sospiro di sollievo

La marcia indietro, firmata il 14 novembre, riguarda oltre 100 prodotti: carne, caffè, banane, spezie, pomodori, cacao e frutti tropicali. Una rivoluzione protezionista interrotta per cause di forza maggiore. I supermercati tirano un sospiro di sollievo, i consumatori anche, e i sondaggi – che a Trump suonano più convincenti di qualsiasi editoriale su Fox News – registrano un leggero sorriso negli elettori che stavano iniziando a infastidirsi.

L’inflazione alimentare, specchio diretto della percezione del potere presidenziale

Dietro l’ironia, però, c’è una realtà politica seria. L’inflazione alimentare è uno specchio diretto della percezione del potere presidenziale. La mossa rimangiata mostra che anche il sovranismo più muscolare deve piegarsi davanti ai carrelli della spesa: i prezzi dei beni di prima necessità influenzano l’approvazione presidenziale più di qualsiasi discorso retorico e demagogico. Trump, intanto, firma contrordini: prima sul suo social Truth, poi su carta, forse anche con un pennarello sugli scaffali per aggiornare direttamente i prezzi. La morale di questa politica americana è chiara: persino il presidente più spaccone deve inchinarsi davanti al prezzo di un caffè.

Trump, lo spaccone protezionista intimorito da un carrello della spesa
Un supermercato a Miami, in Florida (foto Ansa).

Meno male che doveva mettere il mondo «in ginocchio» con tariffe spietate

Donald Trump, l’autoproclamato “sceriffo dei dazi”, quello che prometteva di mettere il mondo «in ginocchio» con tariffe spietate, non ha scoperto improvvisamente il valore della diplomazia: semplicemente il popolo americano gli ha ricordato che la vita reale si misura nel carrello della spesa, non nei discorsi televisivi compiacenti.

Trump, lo spaccone protezionista intimorito da un carrello della spesa
Donald Trump (foto Ansa).

Il qualunquismo trumpiano si frantuma davanti a una banana che costa troppo

Il ripensamento comunica anche che Trump può essere flessibile quando serve, ma rischia di minare la credibilità del suo stile duro nelle trattative internazionali. Durante una cena di raccolta fondi del National Republican Congressional Committee (Nrcc), l’8 aprile, disse, tronfio: «These countries are calling us, kissing my ass». E cioè che erano tutti in fila per baciargli il didietro e strappare qualche accordo vantaggioso. La svolta dimostra il limite del protezionismo puro: la politica basata solo sui dazi rischia di scontrarsi con la realtà del mercato interno, compromettendo il messaggio di forza e indipendenza economica. Trump, il più furbo di tutti, scopre inquieto che il suo qualunquismo si frantuma davanti a una banana che costa troppo. Difficile che di questo passo riuscirà davvero a fare l’America great again.

Lo sciopero di venerdì, la retorica di Meloni e il dileggio del dissenso

«Indovinate che giorno hanno scelto i sindacati per indire lo sciopero?», ha retoricamente chiesto Giorgia Meloni, alludendo al fatto che la manifestazione, programmata il 12 dicembre per protestare contro la finanziaria e questo governo, cade proprio di venerdì. Così fanno il weekend lungo, era il sottotesto. Ce li vedete Mario Draghi, il cancelliere tedesco Friedrich Merz, il presidente francese Emmanuel Macron o qualsiasi politico normalmente rispettoso delle istituzioni commentare uno sciopero indetto dalle organizzazioni sindacali con quella frase infelice? Eppure questa enormità è stata pronunciata dalla presidente del Consiglio di una potenza del G7, l’Italia. Che l’abbia subito ripetuta a pappagallo Matteo Salvini è irrilevante, poiché è irrilevante, ormai da anni, qualunque cosa dica il nostro ineffabile ministro dei Trasporti che non riesce, neppure impegnandosi, a far arrivare un treno in orario.

Ogni forma di partecipazione sociale bollata come capriccio o furbizia

Andando indietro nel tempo e rifacendosi a due grandi miti della destra, cioè Margaret Thatcher e Angela Merkel, donne anche loro, alle quali Meloni dice di ispirarsi: ce le vedete commentare, in questo modo sguaiato, un diritto sancito dalla Costituzione ed esercitato dai lavoratori, alcuni dei quali si presume siano anche elettori della Giorgia nazionale? La gravità di questo interrogativo delegittimante nei confronti del sindacato non è stata adeguatamente sottolineata anzi, è stata ripresa dai telegiornali nazionali in prima serata, e su TikTok da Italo Bocchino, Tommaso Cerno e compagnia cantante, per fornire al qualunquismo degli italiani un altro pretesto per ridicolizzare l’impegno collettivo e bollare ogni forma di partecipazione sociale come un capriccio o una furbizia.

Lo sciopero di venerdì, la retorica di Meloni e il dileggio del dissenso
Giorgia Meloni con Maurizio Landini (foto Imagoeconomica).

I diritti ridicolizzati e ridotti a un meme da condividere sui social

Può la premier incoraggiare in questo modo la progressiva diseducazione al senso della democrazia, con l’idea che i diritti, conquistati a fatica, possano essere liquidati con una battuta, ridotti a un meme da condividere sui social? È una domanda retorica perché il cinismo – ma forse anche l’ignoranza istituzionale di Giorgia Meloni – glielo ha evidentemente permesso. Uno sciopero non è un vezzo del sindacato né un fastidio da gestire: è uno strumento costituzionale, un segnale di disagio che una società matura ascolta e interpreta, non dileggia.

Chi governa è incapace di sopportare la minima forma di dissenso

Ma il problema è che chi governa oggi sembra incapace di sopportare la minima forma di dissenso, come se ogni voce critica fosse un’offesa personale, un attentato all’autorità. Invece di aprire un confronto sui motivi della protesta – la legge di bilancio, le condizioni del lavoro, la crescente povertà e disuguaglianza – Meloni preferisce scivolare sul terreno comodo della propaganda, dove tutto si riduce a slogan e il rispetto istituzionale va a farsi benedire.

Lo sciopero di venerdì, la retorica di Meloni e il dileggio del dissenso
Una stretta di mano fra Meloni e Landini (foto Imagoeconomica).

Perché il venerdì viene scelto così spesso?

Due parole sul venerdì, giornata scelta – spesso – per indire uno sciopero. Meloni dovrebbe conoscere questi scenari, se non li conosce o fa finta di non conoscerli è grave. Le organizzazioni sindacali in Italia mostrano una scelta coerente del venerdì per indurre lo sciopero: un’analisi recente, non ufficiale, del portale giornalistico Orizzonte Scuola, rileva che su circa 3.500 scioperi tra gennaio 2022 e settembre 2025, quasi il 29 per cento è caduto di venerdì, con il lunedì al secondo posto (23 per cento). Per gli scioperi nazionali la percentuale sale: di venerdì circa il 36 per cento, di lunedì il 18. Altre fonti segnalano che nel 2023 il 41 per cento degli scioperi nazionali cadeva di venerdì, confermando che è la giornata scelta più frequentemente, anche se non esclusiva.

L’obiettivo di ridurre l’impatto operativo sulle aziende

Nel settore trasporti, l’articolo della Commissione di garanzia per l’attuazione della legge n. 146/1990 indica che il venerdì è giorno ricorrente per le agitazioni in quel comparto. La prevalenza del venerdì nelle convocazioni di sciopero suggerisce una scelta deliberata da parte delle sigle sindacali riguardo al momento dell’azione che – spiegano – «non è da intendere come una pausa anticipata», bensì una scelta tecnica coerente, tra le altre cose, con l’obiettivo di ridurre l’impatto operativo sulle aziende coinvolte.

Lo sciopero di venerdì, la retorica di Meloni e il dileggio del dissenso
Giorgia Meloni e, sullo sfondo, un’immagine di Maurizio Landini (foto Imagoeconomica).

In contesti manifatturieri, uno sciopero a metà settimana potrebbe significare un fermo macchina a metà del ciclo produttivo, quindi poi il riavvio intermedio e dunque inefficienze maggiori. L’adozione preferenziale del venerdì lascia presumere che la settimana lavorativa venga completata fino quasi alla fine, riducendo quindi il “costo tecnico” del fermo rispetto a un eventuale stop a metà “giro” lavorativo.

Una forma di responsabilità delle organizzazioni sindacali

Data la frequenza non casuale del venerdì, la scelta può essere attribuita alle organizzazioni sindacali (in quanto promotrici dello sciopero) con consapevolezza dell’impatto e della tempistica. Si tratta di una forma di responsabilità, quindi, al contrario di quello che Meloni ha volgarmente insinuato. Non ultimo, il dettaglio che chi aderisce allo sciopero si vede decurtata una parte considerevole del salario. Il richiamo al weekend lungo è quindi particolarmente odioso. La presidente del Consiglio si rivolge ai cittadini come se fosse ancora all’opposizione, crede che i voti che ha ricevuto la autorizzino a irridere chi non glieli ha dati, non ha imparato – in questi tre anni di governo – che la democrazia si basa sul potere di chi decide e il diritto di chi dissente. Prima si deride un diritto, poi chi lo esercita, infine l’idea stessa che esistano limiti al potere.

I giovani di FdI e il pericolo del fascismo ben pettinato dove il nero si traveste di rosa

C’erano una volta i giovani di destra, quelli dei campi Hobbit, delle letture di Julius Evola, di Ezra Pound frainteso, delle croci celtiche e del populismo un tanto al chilo. Ma sarà vero che questa gioventù grigio-scura, quasi nera, non esiste più? A leggere i resoconti quotidiani del giornalista Paolo Berizzi, che documentano il risorgere del radicalismo fascista, purtroppo esiste ancora. Uno degli ultimi episodi ha riguardato l’aggressione a Roma, non lontano dalla sede di CasaPound, del giornalista Alessandro Sahebi, colpevole di aver indossato una felpa con sopra scritto “Azione antifascista“. Ma c’è anche, la sera del 28 ottobre (giorno dell’anniversario della Marcia su Roma) ciò che è successo all’interno della sede provinciale di Fratelli d’Italia, a Borgo del Parmigianino a Parma, dove un gruppo del movimento giovanile meloniano ha intonato canti di chiara ispirazione fascista, come “Me ne frego”, e urlato cori con l’invocazione “Duce! Duce! Duce!”. Tutto il contrario di quello che si è visto al Laghetto dell’Eur, a Roma, dove nell’annuale raduno di Gioventù nazionale quei giovani nostalgici sembravano svaniti nel nulla.

I giovani di FdI e il pericolo del fascismo ben pettinato dove il nero si traveste di rosa
Giorgia Meloni durante Fenix (foto Ansa).

La fenice, uccello mitologico simbolo di rinascita ma anche di continuità

Il raduno era intitolato “Fenix – Senza filtri, il coraggio di essere in un tempo nuovo”, ma già il nome “Fenix” evoca subito una serie di rimandi alla nostalgia fascistoide; la fenice è un uccello mitologico che rinasce dalle proprie ceneri, simbolo di rinascita ma anche di continuità. Non a caso, nei contesti politici del Dopoguerra e durante gli anni del neofascismo stragista, la fenice veniva evocata per suggerire il ritorno di ideali e movimenti legati al passato regime: per esempio era presente in alcune stampe del Movimento sociale italiano (Msi) come simbolo di continuità, e nei materiali della destra radicale francese degli Anni 50 come metafora di resurrezione ideologica. Il simbolo della fenice è quindi un richiamo subliminale: anche se oggi i giovani di Fratelli d’Italia lo usano ripulito in chiave modernista, il nome porta dietro di sé un’eco di persistenza ideologica.

I giovani di FdI e il pericolo del fascismo ben pettinato dove il nero si traveste di rosa
Una militante con maglietta anti-immigrazione (foto Imagoeconomica).

La stessa “casa ideologica” di sempre, dissimulata però in un contesto moderno

“Il coraggio di essere in un tempo nuovo”: l’infinito sostantivato suggerisce, a chi pensa male, che manca qualcosa: di essere cosa, “fascisti”? Lo slogan usa l’ellissi come stratagemma retorico, non completa il verbo per lasciare il significato evocativo e aperto, per attirare nuovi giovani a-ideologizzati pronti a sentirsi protagonisti senza abbracciare un credo preciso, ma ammiccando a quelli che riconoscono la continuità con la tradizione di destra, offrendo la stessa “casa ideologica” di sempre, dissimulata però in un contesto moderno e istituzionale.

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Lo striscione dedicato a Charlie Kirk (foto Imagoeconomica).

È la destra governista e manageriale, dove la parola “militanza” diventa “formazione”

Il nero del passato è diventato rosa pastello. Niente più simboli imbarazzanti, niente più fiamme che ardono: oggi tutti in camicia bianca e sorridenti. Gioventù nazionale, il movimento under 35 di Fratelli d’Italia, non sogna rivoluzioni, ma posizioni di responsabilità. Si presenta come un trait d’union tra giovani e governo, un vivaio di quadri per la macchina statale e politica. Niente più fiaccolate o inni nostalgici: solo panel e networking. Una destra che non grida, ma gestisce; che non contesta, ma amministra. È la destra governista e manageriale, dove la parola “militanza” è stata sostituita da “formazione“. I nuovi leader – Fabio Roscani, Stefano Cavedagna e Caterina Funel – sono laureati, con dottorati e pedigree di tutto rispetto. È la nuova destra del curriculum, non quella antica del mito.

I giovani di FdI e il pericolo del fascismo ben pettinato dove il nero si traveste di rosa
Arianna Meloni al laghetto dell’Eur durante Fenix, la festa organizzata da Gioventù nazionale (foto Ansa).

Il nuovo pantheon, un collage strampalato che riflette una gran confusione

Sul piano culturale questo tentativo di mutazione risente di una certa confusione: i nuovi eroi dei giovani conservatori sarebbero J. K. Rowling, l’autrice di Harry Potter, femminista terf («esistono solo le donne con la vagina»), il giovane beato Carlo Acutis, il poeta Arthur Rimbaud e l’attore Timothée Chalamet, che prese le distanze da Woody Allen, accusato di pedofilia. Il nuovo pantheon è un collage strampalato che riflette la confusione di chi sta troppo sui social ma a cui mancano le basi. Forse erano meglio i giovani di una volta che almeno studiavano Joseph de Maistre, Oswald Spengler, Carl Schmitt o Vilfredo Pareto.

I giovani di FdI e il pericolo del fascismo ben pettinato dove il nero si traveste di rosa
Il banchetto coi libri (foto Imagoeconomica).

L’antica militanza ha lasciato il posto all’aperitivo politico

Tutto è depurato, reso presentabile, compatibile con l’idea di una destra “adatta a governare”. Persino il luogo di ritrovo dei giovani meloniani, il Sanctuary a Colle Oppio, è emblematico di questa trasformazione: un locale alla moda che unisce bar, ristorante e club, con estetica curata, musica dal vivo, dj set e persino sessioni di yoga e benessere. È l’immagine perfetta di una destra levigata e spirituale, più attenta alla forma che alla sostanza, dove l’antica militanza ha lasciato il posto all’aperitivo politico.

I giovani di FdI e il pericolo del fascismo ben pettinato dove il nero si traveste di rosa
Il presidente del Senato Ignazio La Russa durante la festa di Gioventù nazionale (foto Ansa).

La “defascistizzazione”? È cambiato il linguaggio, non il pensiero

Ma dietro questa immagine si affaccia una domanda: che ne è della politica meloniana come passione, come scontro di idee, come visione? La “defascistizzazione” sarà anche avvenuta, ma – pare – più per via cosmetica che culturale. È cambiato il linguaggio, non necessariamente il pensiero. La rabbia è stata sostituita dall’ambizione, la fede dalla carriera. Non ci sono più rivoluzionari, ma giovani funzionari del potere, pronti a entrare nel sistema senza metterlo in discussione.

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Tommaso Cerno a Fenix (foto Ansa).

Questa generazione “rosa Fenix” non rappresenta una rinascita, ma una resa

Il passaggio dal colore nero al rosa che dominava la comunicazione del convegno della Gioventù nazionale dovrebbe indicare una specie di raggiunta maturità e in parte lo è: il radicalismo violento è stato sostituito dalla rispettabilità. Eppure resta il sospetto che questa generazione “rosa Fenix”, così composta e meritocratica, non rappresenti una rinascita, ma una resa. Il simbolo del cambiamento non è più la fenice che rinasce dalle ceneri, ma un uccello stanco che plana deluso sopra un Paese dove la politica non infiamma più, ma decora. Rosa è bello, forse. Ma in questo rosa pastello, levigato e inodore, si nasconde tutta la malinconia di una generazione che ha sostituito la passione con la posizione, e la lotta con la carriera.

I giovani di FdI e il pericolo del fascismo ben pettinato dove il nero si traveste di rosa
Il fondatore della pagina social Welcome to favelas, Massimiliano Zossolo, al laghetto dell’Eur durante Fenix (foto Ansa).

Fa paura il trasformismo della classe politica che ha generato questi giovani

I fratellini d’Italia non fanno paura nel loro sforzo di apparire moderni, europeisti, “centrati”. Ma continua a far paura il trasformismo della classe politica che li ha generati. Il trasformismo, in fondo, è l’eredità più autentica che Giorgia Meloni gli ha trasmesso. Lei stessa ne è il modello perfetto: capace di passare dal linguaggio barricadero delle sezioni, dal pantheon di Colle Oppio e dai selfie col premier ungherese Viktor Orbán al tono istituzionale dei vertici internazionali.

I giovani di FdI e il pericolo del fascismo ben pettinato dove il nero si traveste di rosa
Marion Marechal, nipote di Jean-Marie Le Pen, sul palco di Fenix (foto Ansa).

Ma sotto la vernice europeista e la retorica del “governare con responsabilità” riaffiora spesso l’antico riflesso: quello che la spinge, fuori dai confini italiani, a stringere alleanze con l’estrema destra di Vox in Spagna, a evocare la “civiltà cristiana” contro il nemico migrante, a blandire la pancia più identitaria del suo elettorato.

I giovani di FdI e il pericolo del fascismo ben pettinato dove il nero si traveste di rosa
Marco Rizzo e il sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro Delle Vedove (foto Ansa).

Se il nero si traveste di rosa il rischio è che il Paese non veda più la differenza

È questo il vero trasformismo: la capacità di cambiare tono senza cambiare sostanza, di mutare pelle restando sempre fedele alla stessa ossatura ideologica. Una strategia raffinata, certo, ma anche cinicamente ambigua e, alla lunga, corrosiva per la democrazia. Perché se il nero si traveste di rosa il rischio è che il Paese si abitui a non vedere più la differenza. E allora il pericolo non viene più dall’estremismo dichiarato, ma dal suo contrario: dal fascismo ben pettinato, che si presenta come normalità.

I giovani di FdI e il pericolo del fascismo ben pettinato dove il nero si traveste di rosa
Giorgia Meloni durante il raduno Fenix (foto Ansa).