Trump, lo spaccone protezionista intimorito da un carrello della spesa

Ultime notizie dal Paese delle retromarce, gli Stati Uniti d’America: prima la revoca di tutti gli incarichi a Elon Musk, che ha fatto danni una sola estate, poi quella di Paolo Zampolli come “inviato speciale per l’Italia, che quella vecchia volpe di Trump ha trasformato in “inviato speciale” in 193 Paesi. Promoveatur ut amoveatur. È come dire in ogni luogo e in nessuno: da Reykjavik a Kinshasa, passando per Nuuk e le Bermuda, il nostro ambasciatore controlla tutto e niente, assurto al ruolo di turista con passaporto illimitato, da usare se gli va e, naturalmente, a sue spese.

Trump, lo spaccone protezionista intimorito da un carrello della spesa
Paolo Zampolli con una statuina e un ritratto di Donald Trump (foto Imagoeconomica).

America First ok, ma fino a un certo punto

Sarà per questo che i siti di gossip si sono scatenati nell’esercizio distopico di immaginare Zampolli disoccupato al supermercato, mentre accompagna la sua amica Melania, inorridita davanti all’aumento dei prezzi. Eccoli lì, i due eroi che hanno imposto a Donald un’altra clamorosa marcia indietro: con Trump, lo sappiamo, ogni promessa è elastica e ogni tariffa può tornare come un boomerang impazzito. L’inviato speciale da Walmart ha trasformato, con Melania, il carrello della spesa in un dossier politico: camminando tra scaffali di caffè, carne e banane e sgranando gli occhi per lo stupore (una banana da mezzo dollaro a quasi il doppio!), hanno convinto il presidente despota a firmare il suo ennesimo dietrofront sui dazi: America First ok, ma fino a un certo punto (semi-citazione del nostro ministro degli Esteri Antonio Tajani, che in quel caso parlava di diritto e acque internazionali).

Trump, lo spaccone protezionista intimorito da un carrello della spesa
La First Lady Melania Trump (foto Ansa).

Supermercati e consumatori tirano un sospiro di sollievo

La marcia indietro, firmata il 14 novembre, riguarda oltre 100 prodotti: carne, caffè, banane, spezie, pomodori, cacao e frutti tropicali. Una rivoluzione protezionista interrotta per cause di forza maggiore. I supermercati tirano un sospiro di sollievo, i consumatori anche, e i sondaggi – che a Trump suonano più convincenti di qualsiasi editoriale su Fox News – registrano un leggero sorriso negli elettori che stavano iniziando a infastidirsi.

L’inflazione alimentare, specchio diretto della percezione del potere presidenziale

Dietro l’ironia, però, c’è una realtà politica seria. L’inflazione alimentare è uno specchio diretto della percezione del potere presidenziale. La mossa rimangiata mostra che anche il sovranismo più muscolare deve piegarsi davanti ai carrelli della spesa: i prezzi dei beni di prima necessità influenzano l’approvazione presidenziale più di qualsiasi discorso retorico e demagogico. Trump, intanto, firma contrordini: prima sul suo social Truth, poi su carta, forse anche con un pennarello sugli scaffali per aggiornare direttamente i prezzi. La morale di questa politica americana è chiara: persino il presidente più spaccone deve inchinarsi davanti al prezzo di un caffè.

Trump, lo spaccone protezionista intimorito da un carrello della spesa
Un supermercato a Miami, in Florida (foto Ansa).

Meno male che doveva mettere il mondo «in ginocchio» con tariffe spietate

Donald Trump, l’autoproclamato “sceriffo dei dazi”, quello che prometteva di mettere il mondo «in ginocchio» con tariffe spietate, non ha scoperto improvvisamente il valore della diplomazia: semplicemente il popolo americano gli ha ricordato che la vita reale si misura nel carrello della spesa, non nei discorsi televisivi compiacenti.

Trump, lo spaccone protezionista intimorito da un carrello della spesa
Donald Trump (foto Ansa).

Il qualunquismo trumpiano si frantuma davanti a una banana che costa troppo

Il ripensamento comunica anche che Trump può essere flessibile quando serve, ma rischia di minare la credibilità del suo stile duro nelle trattative internazionali. Durante una cena di raccolta fondi del National Republican Congressional Committee (Nrcc), l’8 aprile, disse, tronfio: «These countries are calling us, kissing my ass». E cioè che erano tutti in fila per baciargli il didietro e strappare qualche accordo vantaggioso. La svolta dimostra il limite del protezionismo puro: la politica basata solo sui dazi rischia di scontrarsi con la realtà del mercato interno, compromettendo il messaggio di forza e indipendenza economica. Trump, il più furbo di tutti, scopre inquieto che il suo qualunquismo si frantuma davanti a una banana che costa troppo. Difficile che di questo passo riuscirà davvero a fare l’America great again.