«Indovinate che giorno hanno scelto i sindacati per indire lo sciopero?», ha retoricamente chiesto Giorgia Meloni, alludendo al fatto che la manifestazione, programmata il 12 dicembre per protestare contro la finanziaria e questo governo, cade proprio di venerdì. Così fanno il weekend lungo, era il sottotesto. Ce li vedete Mario Draghi, il cancelliere tedesco Friedrich Merz, il presidente francese Emmanuel Macron o qualsiasi politico normalmente rispettoso delle istituzioni commentare uno sciopero indetto dalle organizzazioni sindacali con quella frase infelice? Eppure questa enormità è stata pronunciata dalla presidente del Consiglio di una potenza del G7, l’Italia. Che l’abbia subito ripetuta a pappagallo Matteo Salvini è irrilevante, poiché è irrilevante, ormai da anni, qualunque cosa dica il nostro ineffabile ministro dei Trasporti che non riesce, neppure impegnandosi, a far arrivare un treno in orario.
Ogni forma di partecipazione sociale bollata come capriccio o furbizia
Andando indietro nel tempo e rifacendosi a due grandi miti della destra, cioè Margaret Thatcher e Angela Merkel, donne anche loro, alle quali Meloni dice di ispirarsi: ce le vedete commentare, in questo modo sguaiato, un diritto sancito dalla Costituzione ed esercitato dai lavoratori, alcuni dei quali si presume siano anche elettori della Giorgia nazionale? La gravità di questo interrogativo delegittimante nei confronti del sindacato non è stata adeguatamente sottolineata anzi, è stata ripresa dai telegiornali nazionali in prima serata, e su TikTok da Italo Bocchino, Tommaso Cerno e compagnia cantante, per fornire al qualunquismo degli italiani un altro pretesto per ridicolizzare l’impegno collettivo e bollare ogni forma di partecipazione sociale come un capriccio o una furbizia.

I diritti ridicolizzati e ridotti a un meme da condividere sui social
Può la premier incoraggiare in questo modo la progressiva diseducazione al senso della democrazia, con l’idea che i diritti, conquistati a fatica, possano essere liquidati con una battuta, ridotti a un meme da condividere sui social? È una domanda retorica perché il cinismo – ma forse anche l’ignoranza istituzionale di Giorgia Meloni – glielo ha evidentemente permesso. Uno sciopero non è un vezzo del sindacato né un fastidio da gestire: è uno strumento costituzionale, un segnale di disagio che una società matura ascolta e interpreta, non dileggia.
Chi governa è incapace di sopportare la minima forma di dissenso
Ma il problema è che chi governa oggi sembra incapace di sopportare la minima forma di dissenso, come se ogni voce critica fosse un’offesa personale, un attentato all’autorità. Invece di aprire un confronto sui motivi della protesta – la legge di bilancio, le condizioni del lavoro, la crescente povertà e disuguaglianza – Meloni preferisce scivolare sul terreno comodo della propaganda, dove tutto si riduce a slogan e il rispetto istituzionale va a farsi benedire.

Perché il venerdì viene scelto così spesso?
Due parole sul venerdì, giornata scelta – spesso – per indire uno sciopero. Meloni dovrebbe conoscere questi scenari, se non li conosce o fa finta di non conoscerli è grave. Le organizzazioni sindacali in Italia mostrano una scelta coerente del venerdì per indurre lo sciopero: un’analisi recente, non ufficiale, del portale giornalistico Orizzonte Scuola, rileva che su circa 3.500 scioperi tra gennaio 2022 e settembre 2025, quasi il 29 per cento è caduto di venerdì, con il lunedì al secondo posto (23 per cento). Per gli scioperi nazionali la percentuale sale: di venerdì circa il 36 per cento, di lunedì il 18. Altre fonti segnalano che nel 2023 il 41 per cento degli scioperi nazionali cadeva di venerdì, confermando che è la giornata scelta più frequentemente, anche se non esclusiva.
L’obiettivo di ridurre l’impatto operativo sulle aziende
Nel settore trasporti, l’articolo della Commissione di garanzia per l’attuazione della legge n. 146/1990 indica che il venerdì è giorno ricorrente per le agitazioni in quel comparto. La prevalenza del venerdì nelle convocazioni di sciopero suggerisce una scelta deliberata da parte delle sigle sindacali riguardo al momento dell’azione che – spiegano – «non è da intendere come una pausa anticipata», bensì una scelta tecnica coerente, tra le altre cose, con l’obiettivo di ridurre l’impatto operativo sulle aziende coinvolte.

In contesti manifatturieri, uno sciopero a metà settimana potrebbe significare un fermo macchina a metà del ciclo produttivo, quindi poi il riavvio intermedio e dunque inefficienze maggiori. L’adozione preferenziale del venerdì lascia presumere che la settimana lavorativa venga completata fino quasi alla fine, riducendo quindi il “costo tecnico” del fermo rispetto a un eventuale stop a metà “giro” lavorativo.
Una forma di responsabilità delle organizzazioni sindacali
Data la frequenza non casuale del venerdì, la scelta può essere attribuita alle organizzazioni sindacali (in quanto promotrici dello sciopero) con consapevolezza dell’impatto e della tempistica. Si tratta di una forma di responsabilità, quindi, al contrario di quello che Meloni ha volgarmente insinuato. Non ultimo, il dettaglio che chi aderisce allo sciopero si vede decurtata una parte considerevole del salario. Il richiamo al weekend lungo è quindi particolarmente odioso. La presidente del Consiglio si rivolge ai cittadini come se fosse ancora all’opposizione, crede che i voti che ha ricevuto la autorizzino a irridere chi non glieli ha dati, non ha imparato – in questi tre anni di governo – che la democrazia si basa sul potere di chi decide e il diritto di chi dissente. Prima si deride un diritto, poi chi lo esercita, infine l’idea stessa che esistano limiti al potere.
