I giovani di FdI e il pericolo del fascismo ben pettinato dove il nero si traveste di rosa

C’erano una volta i giovani di destra, quelli dei campi Hobbit, delle letture di Julius Evola, di Ezra Pound frainteso, delle croci celtiche e del populismo un tanto al chilo. Ma sarà vero che questa gioventù grigio-scura, quasi nera, non esiste più? A leggere i resoconti quotidiani del giornalista Paolo Berizzi, che documentano il risorgere del radicalismo fascista, purtroppo esiste ancora. Uno degli ultimi episodi ha riguardato l’aggressione a Roma, non lontano dalla sede di CasaPound, del giornalista Alessandro Sahebi, colpevole di aver indossato una felpa con sopra scritto “Azione antifascista“. Ma c’è anche, la sera del 28 ottobre (giorno dell’anniversario della Marcia su Roma) ciò che è successo all’interno della sede provinciale di Fratelli d’Italia, a Borgo del Parmigianino a Parma, dove un gruppo del movimento giovanile meloniano ha intonato canti di chiara ispirazione fascista, come “Me ne frego”, e urlato cori con l’invocazione “Duce! Duce! Duce!”. Tutto il contrario di quello che si è visto al Laghetto dell’Eur, a Roma, dove nell’annuale raduno di Gioventù nazionale quei giovani nostalgici sembravano svaniti nel nulla.

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Giorgia Meloni durante Fenix (foto Ansa).

La fenice, uccello mitologico simbolo di rinascita ma anche di continuità

Il raduno era intitolato “Fenix – Senza filtri, il coraggio di essere in un tempo nuovo”, ma già il nome “Fenix” evoca subito una serie di rimandi alla nostalgia fascistoide; la fenice è un uccello mitologico che rinasce dalle proprie ceneri, simbolo di rinascita ma anche di continuità. Non a caso, nei contesti politici del Dopoguerra e durante gli anni del neofascismo stragista, la fenice veniva evocata per suggerire il ritorno di ideali e movimenti legati al passato regime: per esempio era presente in alcune stampe del Movimento sociale italiano (Msi) come simbolo di continuità, e nei materiali della destra radicale francese degli Anni 50 come metafora di resurrezione ideologica. Il simbolo della fenice è quindi un richiamo subliminale: anche se oggi i giovani di Fratelli d’Italia lo usano ripulito in chiave modernista, il nome porta dietro di sé un’eco di persistenza ideologica.

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Una militante con maglietta anti-immigrazione (foto Imagoeconomica).

La stessa “casa ideologica” di sempre, dissimulata però in un contesto moderno

“Il coraggio di essere in un tempo nuovo”: l’infinito sostantivato suggerisce, a chi pensa male, che manca qualcosa: di essere cosa, “fascisti”? Lo slogan usa l’ellissi come stratagemma retorico, non completa il verbo per lasciare il significato evocativo e aperto, per attirare nuovi giovani a-ideologizzati pronti a sentirsi protagonisti senza abbracciare un credo preciso, ma ammiccando a quelli che riconoscono la continuità con la tradizione di destra, offrendo la stessa “casa ideologica” di sempre, dissimulata però in un contesto moderno e istituzionale.

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Lo striscione dedicato a Charlie Kirk (foto Imagoeconomica).

È la destra governista e manageriale, dove la parola “militanza” diventa “formazione”

Il nero del passato è diventato rosa pastello. Niente più simboli imbarazzanti, niente più fiamme che ardono: oggi tutti in camicia bianca e sorridenti. Gioventù nazionale, il movimento under 35 di Fratelli d’Italia, non sogna rivoluzioni, ma posizioni di responsabilità. Si presenta come un trait d’union tra giovani e governo, un vivaio di quadri per la macchina statale e politica. Niente più fiaccolate o inni nostalgici: solo panel e networking. Una destra che non grida, ma gestisce; che non contesta, ma amministra. È la destra governista e manageriale, dove la parola “militanza” è stata sostituita da “formazione“. I nuovi leader – Fabio Roscani, Stefano Cavedagna e Caterina Funel – sono laureati, con dottorati e pedigree di tutto rispetto. È la nuova destra del curriculum, non quella antica del mito.

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Arianna Meloni al laghetto dell’Eur durante Fenix, la festa organizzata da Gioventù nazionale (foto Ansa).

Il nuovo pantheon, un collage strampalato che riflette una gran confusione

Sul piano culturale questo tentativo di mutazione risente di una certa confusione: i nuovi eroi dei giovani conservatori sarebbero J. K. Rowling, l’autrice di Harry Potter, femminista terf («esistono solo le donne con la vagina»), il giovane beato Carlo Acutis, il poeta Arthur Rimbaud e l’attore Timothée Chalamet, che prese le distanze da Woody Allen, accusato di pedofilia. Il nuovo pantheon è un collage strampalato che riflette la confusione di chi sta troppo sui social ma a cui mancano le basi. Forse erano meglio i giovani di una volta che almeno studiavano Joseph de Maistre, Oswald Spengler, Carl Schmitt o Vilfredo Pareto.

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Il banchetto coi libri (foto Imagoeconomica).

L’antica militanza ha lasciato il posto all’aperitivo politico

Tutto è depurato, reso presentabile, compatibile con l’idea di una destra “adatta a governare”. Persino il luogo di ritrovo dei giovani meloniani, il Sanctuary a Colle Oppio, è emblematico di questa trasformazione: un locale alla moda che unisce bar, ristorante e club, con estetica curata, musica dal vivo, dj set e persino sessioni di yoga e benessere. È l’immagine perfetta di una destra levigata e spirituale, più attenta alla forma che alla sostanza, dove l’antica militanza ha lasciato il posto all’aperitivo politico.

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Il presidente del Senato Ignazio La Russa durante la festa di Gioventù nazionale (foto Ansa).

La “defascistizzazione”? È cambiato il linguaggio, non il pensiero

Ma dietro questa immagine si affaccia una domanda: che ne è della politica meloniana come passione, come scontro di idee, come visione? La “defascistizzazione” sarà anche avvenuta, ma – pare – più per via cosmetica che culturale. È cambiato il linguaggio, non necessariamente il pensiero. La rabbia è stata sostituita dall’ambizione, la fede dalla carriera. Non ci sono più rivoluzionari, ma giovani funzionari del potere, pronti a entrare nel sistema senza metterlo in discussione.

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Tommaso Cerno a Fenix (foto Ansa).

Questa generazione “rosa Fenix” non rappresenta una rinascita, ma una resa

Il passaggio dal colore nero al rosa che dominava la comunicazione del convegno della Gioventù nazionale dovrebbe indicare una specie di raggiunta maturità e in parte lo è: il radicalismo violento è stato sostituito dalla rispettabilità. Eppure resta il sospetto che questa generazione “rosa Fenix”, così composta e meritocratica, non rappresenti una rinascita, ma una resa. Il simbolo del cambiamento non è più la fenice che rinasce dalle ceneri, ma un uccello stanco che plana deluso sopra un Paese dove la politica non infiamma più, ma decora. Rosa è bello, forse. Ma in questo rosa pastello, levigato e inodore, si nasconde tutta la malinconia di una generazione che ha sostituito la passione con la posizione, e la lotta con la carriera.

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Il fondatore della pagina social Welcome to favelas, Massimiliano Zossolo, al laghetto dell’Eur durante Fenix (foto Ansa).

Fa paura il trasformismo della classe politica che ha generato questi giovani

I fratellini d’Italia non fanno paura nel loro sforzo di apparire moderni, europeisti, “centrati”. Ma continua a far paura il trasformismo della classe politica che li ha generati. Il trasformismo, in fondo, è l’eredità più autentica che Giorgia Meloni gli ha trasmesso. Lei stessa ne è il modello perfetto: capace di passare dal linguaggio barricadero delle sezioni, dal pantheon di Colle Oppio e dai selfie col premier ungherese Viktor Orbán al tono istituzionale dei vertici internazionali.

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Marion Marechal, nipote di Jean-Marie Le Pen, sul palco di Fenix (foto Ansa).

Ma sotto la vernice europeista e la retorica del “governare con responsabilità” riaffiora spesso l’antico riflesso: quello che la spinge, fuori dai confini italiani, a stringere alleanze con l’estrema destra di Vox in Spagna, a evocare la “civiltà cristiana” contro il nemico migrante, a blandire la pancia più identitaria del suo elettorato.

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Marco Rizzo e il sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro Delle Vedove (foto Ansa).

Se il nero si traveste di rosa il rischio è che il Paese non veda più la differenza

È questo il vero trasformismo: la capacità di cambiare tono senza cambiare sostanza, di mutare pelle restando sempre fedele alla stessa ossatura ideologica. Una strategia raffinata, certo, ma anche cinicamente ambigua e, alla lunga, corrosiva per la democrazia. Perché se il nero si traveste di rosa il rischio è che il Paese si abitui a non vedere più la differenza. E allora il pericolo non viene più dall’estremismo dichiarato, ma dal suo contrario: dal fascismo ben pettinato, che si presenta come normalità.

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Giorgia Meloni durante il raduno Fenix (foto Ansa).