Trump ha annunciato un colloquio tra i leader di Israele e Libano

Dopo l’incontro a livello di ambasciatori tenutosi a Washington, Donald Trump ha annunciato su Truth che Israele e il Libano terranno colloqui oggi, giovedì 16 aprile, a distanza di 34 anni dall’ultima volta. Sebbene il tycoon non abbia esplicitamente nominato i partecipanti alla conversazione prevista, tutto lascia pensare che si riferisse al primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu e al presidente libanese Joseph Aoun. Nessuno dei due, però, ha ufficialmente confermato l’imminente colloquio.

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Gila Gamliel, membro del Gabinetto di Sicurezza e ministra della Scienza e della Tecnologia, ha dichiarato alla radio dell’IDF che Netanyahu e Aoun avranno un colloquio diretto nel corso della giornata. Tuttavia, sia Agence France-Presse che Reuters citano una fonte ufficiale libanese che, commentando l’annuncio di Trump, ha affermato di non essere a conoscenza di alcuna conversazione imminente tra i due leader.

Trump ha annunciato un colloquio tra i leader di Israele e Libano
Benjamin Netanyahu (Imagoeconomica).

Gli ultimi colloqui diretti risalgono all’inizio degli Anni 90

Un colloquio diretto tra Netanyahu e Aoun sarebbe in effetti una circostanza peculiare, anche se fosse solo una telefonata. Vero, il 14 aprile a Washington si sono incontrati l’ambasciatore israeliano negli Stati Uniti Yechiel Leiter e l’ambasciatrice libanese Nada Hamadeh Mouawad: le parti, dopo decenni di silenzio diplomatico, hanno concordato di avviare negoziati diretti, i primi dal 1993. Ma l’incontro è stato mediato dal segretario di Stato Usa Marco Rubio.

Trump ha annunciato un colloquio tra i leader di Israele e Libano
Joseph Aoun (Ansa).

Beirut chiede un cessate il fuoco prima di avviare negoziati

L’ultimo precedente di colloqui diretti risale alla Conferenza di Madrid del 1991, che aprì a negoziati bilaterali proseguiti per due anni, i quaali non sfociarono però in un accordo di pace. Da allora, i contatti sono avvenuti solo in forma indiretta, anche a causa della legislazione libanese che vieta rapporti con lo Stato ebraico. E poi c’è il fattore-Hezbollah, che ha un enorme peso politico (e non solo) nel Paese dei cedri. La notizia di possibili colloqui diretti arriva in un momento in cui l’IDF ha intensificato le operazioni contro il gruppo islamista nel Libano meridionale. Beirut esige un cessate il fuoco come precondizione per qualsiasi colloquio pubblico e diretto a un livello così elevato, mentre Tel Aviv, in questa fase, rimane riluttante a impegnarsi per una tregua, adducendo la necessità di proseguire gli attacchi contro Hezbollah.

Una giuria Usa ha giudicato Live Nation colpevole di monopolio

Una giuria di Manhattan ha stabilito che Live Nation, il colosso dei concerti che possiede anche Ticketmaster, ha agito in un regime di monopolio. Il giudice che presiede il caso, Arun Subramanian, stabilirà in un procedimento separato le sanzioni che potrebbero includere disinvestimenti significativi da parte di Live Nation o persino lo smembramento di Live Nation e Ticketmaster, un esito che il governo federale aveva invocato al momento della presentazione del caso, quasi due anni fa, sotto la presidenza di Joe Biden. Il gigante dovrà inoltre far fronte a risarcimenti economici nei 34 Stati americani che hanno intentato la causa. La giuria ha stabilito, infatti, che Ticketmaster ha applicato ai consumatori un sovrapprezzo di 1,72 dollari per ogni biglietto.

Stati Uniti-Iran, colloqui indiretti per estendere di due settimane il cessate il fuoco

Karoline Leavitt, portavoce della Casa Bianca, il 15 aprile ha negato che gli Stati Uniti siano «formalmente» al lavoro per un’estensione del cessate il fuoco con l’Iran, aggiungendo tuttavia che Washington rimane «molto impegnata in questi negoziati». Secondo quanto filtra dal Pakistan, però, i due Paesi sono già impegnati in colloqui indiretti volti a estendere di due settimane la tregua, in scadenza il 22 aprile. L’Iran, da parte sua, ha ribadito la propria disponibilità a proseguire i negoziati.

Islamabad è pronta a ospitare un nuovo round di colloqui

Un secondo round di colloqui si terrà «molto probabilmente» a Islamabad, ha affermato Leavitt, sottolineando che la Casa Bianca è «fiduciosa sulle prospettive di un accordo» dopo il fallimento dei negoziati per raggiungere la pace. Fonti di Teheran hanno riferito che l’Iran ha chiesto la fine degli attacchi israeliani contro il Libano come precondizione per un nuovo ciclo di negoziati con gli Stati Uniti. Tel Aviv, da parte sua, ha descritto i suoi colloqui col governo libanese a Washington come «un’opportunità storica» per porre fine al controllo sul Paese dei cedri da parte di Hezbollah, proxy dell’Iran.

Mps, cosa rivela la vittoria di Lovaglio tra vecchi piani e nuovi equilibri

C’è un’ironia sottile, quasi crudele, in quello che è accaduto mercoledì all’assemblea del Monte dei Paschi. Mentre la Procura di Milano continua a scavare, convinta dell’esistenza di un concerto tra Francesco Gaetano Caltagirone e Francesco Milleri nell’operazione che ha portato la banca senese a mettere le mani su Mediobanca, gli stessi protagonisti si sono presentati all’appuntamento per il rinnovo dei vertici suonando spartiti diversi

Il vecchio ad defenestrato torna in sella

Concerto che diventa sconcerto, dunque. Per i protagonisti, ma anche per quanti, quasi tutti, avevano scommesso sulla vittoria della lista del cda uscente. Tanto più che il nuovo amministratore delegato, che poi è il vecchio appena defenestrato, torna in sella pur essendo a sua volta toccato dall’accusa di aver partecipato (concorso esterno, bizzarra e assai discutibile formula) a quel medesimo concerto. Luigi Lovaglio, fatto scendere dal podio, ci è risalito nell’incredulità generale. Forse anche nella sua. Ma veniamo ai concertisti, presunti tali. Delfin, cioè la famiglia Del Vecchio, vota contro la lista del cda uscente, quella che aveva in Caltagirone il suo sponsor più convinto. E aggiunge a una storia già piuttosto barocca un elemento quasi teatrale, che i magistrati milanesi faranno fatica a incasellare nelle loro costruzioni. Il mondo al contrario, direbbe qualcuno. 

Mps, cosa rivela la vittoria di Lovaglio tra vecchi piani e nuovi equilibri
Luigi Lovaglio (Ansa).

Dalla rottura tra Caltagirone e Lovaglio al colpo di scena di Delfin

Breve riassunto delle puntate precedenti. Il governo stoppa UniCredit nel tentativo di scalata a Bpm, invocando un golden power che grida vendetta per la sua bislaccheria. Nel frattempo spinge Mps a osare l’inosabile: l’assalto a Piazzetta Cuccia, con un occhio a ciò che davvero conta, il controllo delle Generali. L’operazione riesce. Fine della storia? Nemmeno per sogno, perché subito qualcosa si incrina. Lovaglio e Caltagirone, che all’indomani della conquista di Milano si scambiavano affettuosi convenevoli, si dividono sulla gestione della preda. Il consiglio si spacca e si arriva alla resa dei conti. E qui il colpo di scena. Delfin vota contro la lista del cda, quindi contro il suo alleato Caltagirone. Una scelta che riflette la tensione crescente tra gli eredi Del Vecchio e lo stesso Milleri, con i primi che gli avrebbero imposto di votare contro la lista del cda. Cosa che, sorprendentemente, fa anche Bpm. 

Mps, cosa rivela la vittoria di Lovaglio tra vecchi piani e nuovi equilibri
Francesco Gaetano Caltagirone, Francesco Milleri e Luigi Lovaglio (Ansa).

L’assenza del Mef a Siena pesa più di una presenza

Eravamo tre amici al bar, poi non più. Calta e i signori degli occhiali si dividono e il governo, che su Mps era entrato in scena come azionista forte, decide che non è più il caso di occuparsene. Così a Siena il Mef non si fa vedere. Una scelta che pesa più di una presenza, perché segnala che la sua regia non è più operativa. O forse che ha semplicemente cambiato posizione, defilandosi in un momento in cui, specie dopo il tracollo referendario, l’attenzione giudiziaria consiglia di non venire allo scoperto. 

Mps, cosa rivela la vittoria di Lovaglio tra vecchi piani e nuovi equilibri
Giancarlo Giorgetti (Imagoeconomica).

Il voto di Bpm rafforza il progetto di un terzo polo bancario

A questo punto la domanda è inevitabile: come si passa, in poche settimane, da un’operazione percepita come coordinata a una dispersione così evidente delle forze in campo? E ancora: perché anche Bpm, che quel percorso aveva accompagnato, decide di votare Lovaglio? Qui la politica riemerge, ma senza dichiararsi. La banca più sensibile agli umori leghisti potrebbe aver fatto i suoi calcoli: con Lovaglio al timone, l’ipotesi di un terzo polo bancario che unisca Milano e Siena si fa più agibile. Un progetto cui potrebbero frapporsi  dinamiche personali, tipo la non irresistibile sintonia tra Lovaglio e Castagna, ma che resta, nel complesso, coerente con un disegno che circola da tempo. 

Mps, cosa rivela la vittoria di Lovaglio tra vecchi piani e nuovi equilibri
Giuseppe Castagna (Imagoeconomica).

Palermo resta una riserva credibile per le prossime partite

In questo gioco di spostamenti laterali, esce di scena Fabrizio Palermo. Non era l’amministratore delegato uscente, ma quello designato a segnare la discontinuità rispetto alla precedente gestione. Il mercato, ovvero i proxy advisor che ne raccolgono gli umori, avevano indicato in lui un profilo di garanzia per il futuro di Rocca Salimbeni. Resta in Acea, con un secondo mandato davanti. E con un’età, 55 anni, e una rete di relazioni che lo rendono una riserva credibile per le prossime partite pubbliche quando molti degli attuali protagonisti usciranno di scena. 

Mps, cosa rivela la vittoria di Lovaglio tra vecchi piani e nuovi equilibri
Fabrizio Palermo (Ansa).

La vittoria di Lovaglio fa emergere nuovi equilibri in via di definizione

Tutto finito dunque col ritorno di Napoleone Lovaglio? Difficile crederlo. La politica è già in campagna elettorale e nei prossimi mesi le fibrillazioni aumenteranno. Impensabile che il sistema finanziario ne resti immune. Siena chiude una pagina e ne riapre subito un’altra. Con nuovi equilibri, vecchie logiche e attori pronti a rientrare in gioco. Quella di Lovaglio non è solo una vittoria, è l’emersione di equilibri che stanno altrove: più opachi, più mobili, ancora in cerca di una forma definitiva. Alleanze che fino a ieri venivano raccontate come granitiche si sono rivelate per quello che sono sempre state: costruzioni temporanee, tenute insieme più dalla convenienza che dalla convinzione. Non si rompono davvero, semplicemente smettono di coincidere. E a quel punto ciascuno torna a muoversi lungo la propria traiettoria, su nuovi fronti, come se nulla ci fosse stato prima. 

Sondaggi politici Youtrend, Schlein in testa in caso di primarie

In caso di primarie nel campo largo per scegliere il candidato premier, Elly Schlein sarebbe in vantaggio. È quanto emerge dal sondaggio Youtrend per Sky Tg24 pubblicato il 15 aprile 2026. In particolare, è stato chiesto agli elettori dei partiti del campo largo chi voterebbero alle eventuali primarie di coalizione per scegliere il candidato premier del 2027 e sono stati individuati due scenari. Nel primo scenario, che considera quegli elettori del campo largo che hanno detto che sicuramente andranno a votare, Schlein vincerebbe con il 41 per cento davanti a Giuseppe Conte (26 per cento) e Silvia Salis (25 per cento). Nell’altro scenario, che considera gli elettori del campo largo che indicano una probabilità di almeno 8 su 10 di andare a votare alle primarie, il 36 per cento indica la segretaria del Pd, il 29 per cento la sindaca di Genova e il 26 per cento il presidente del Movimento 5 Stelle. Percentuali più marginali per un generico candidato espresso da Alleanza Verdi-Sinistra (3 o 5 per cento a seconda dello scenario), per il fondatore di Più Uno Ernesto Maria Ruffini (3 o 4 per cento) e per il sindaco di Napoli nonché presidente dell’Anci Gaetano Manfredi (1 per cento).

Scavi conclusi sotto la ‘Casa del Jazz’ ma rimangono i rebus (Video)

AGI - Conclusi gli scavi sotto la Casa del Jazz a Roma rimangono i rebus. Un cunicolo di venticinque metri ma nel tunnel sotto l’ex villa della Banda della Magliana, nel quartiere Ostiense della Capitale non sono state trovate tracce utili alle indagini.

Prima di essere confiscata e trasformata dal Comune in un polo culturaleVilla Osio fu la residenza di Enrico Nicoletti, storico tesoriere della Banda della Magliana. Le ricerche terminano, al momento, con un nulla di fatto: sfumata la speranza di raccogliere indizi su misteri nazionali e casi di cronaca non risolti. Dalla scomparsa del magistrato Paolo Adinolfi alla sparizione di Emanuela Orlandi.

"Sotto la Casa del Jazz solo resti di animali" 

"Sotto la Casa del Jazz solo resti di animali". "Non sono emerse novità utili alle indagini. Riteniamo di non aver trascurato nulla. Sono discesi esperti di Polizia Scientifica e RIS per analizzare eventuali tracce, ma non hanno refertato nulla tranne alcuni resti di animali. Questa ulteriore ricerca è stata un'attività doverosa verso persone scomparse nel nulla come il giudice Adinolfi, servitore dello Stato, ed Emanuela Orlandi, un nome accostato tante volte alla Banda della Magliana. Non si poteva lasciare un punto interrogativo anche per dovere di civiltà giuridica". Lo ha detto il prefetto di RomaLamberto Giannini, nella conferenza di fine scavi alla Casa del Jazz organizzata a Palazzo Valentini.

Il prefetto Giannini: "25 metri di scavi sotterranei" 

"25 metri di scavi sotterranei". "Dal punto a cui erano arrivati gli speleologi, sono stati scavati ulteriori 15 metri e siamo arrivati a collegarci ad un altro sistema di galleria dove si entrava da un campo sportivo per ulteriori 10 metri. Quindi in totale 25 metri di scavi sotterranei", ha spiegato il prefetto di Roma nel corso del punto stampa.

Il video della conferenza stampa con le immagini degli scavi sotto la Casa del Jazz 

 

"Nessuna novità rilevante" 

"Non sono stati rinvenuti elementi che hanno portato novità rilevanti da un punto di vista investigativo", ha ribadito Giannini, tracciando il bilancio delle operazioni. Durante le ispezioni sono state individuate ossa riconducibili ad animali – come confermato da un’antropologa – e alcuni oggetti di uso comune, ma non evidenze riconducibili a resti umani. Gli approfondimenti si sono estesi anche a un pozzo interrato e a una struttura di servizio nelle immediate vicinanze, con il coinvolgimento di specialisti della Polizia Scientifica e dei RIS, ma senza esiti significativi.

Alla conferenza stampa in Prefettura erano presenti, tra gli altri, il giudice Muntoni, l’ex prefetto D’Angelo, il figlio del giudice Lorenzo Adinolfi e il fratello di EmanuelaPietro Orlandi.

L'ex magistrato Muntoni: "Chi sa qualcosa parli" 

"Delusione no, perché quanto meno non abbiamo l’angoscia che ci potesse essere quello che pensavamo, ma era soltanto un’ipotesi. Tolto un dubbio che durava da 30 anni". Così l’ex magistrato Guglielmo Muntoni, a margine della conferenza stampa sugli accertamenti nelle gallerie sotterranee della Casa del Jazz, organizzata alla prefettura di Roma

Muntoni non nasconde però un rammarico: "Certo, speravo che si trovasse qualcosa di rilevante, in vista di tutta la storia di quella galleria, di come è stata chiusa, come è stata utilizzata". Un’assenza che lascia aperti interrogativi: "Non l’abbiamo trovato, se c’è stato è stato portato via per tempo prima che qualcuno arrivasse".

Rimangono i punti interrogativi 

Nel ricostruire le ipotesi investigative, l’ex magistrato richiama la figura di Enrico Nicoletti: "L’ipotesi è che prima abbia ampliato questa catacomba per valorizzarla e poi improvvisamente l’abbia pavimentata". Una trasformazione che avrebbe incluso anche la realizzazione di un accesso nascosto: "Ha costruito un pozzo nel giardino per accedere alla galleria, non comodamente, con una scala di ferro. Non era facile da individuare: ci abbiamo impiegato un paio d’anni".

Le difficoltà nelle ricerche sono state notevoli anche sul piano tecnico. "Siamo impazziti a cercarlo perché ci ricordavamo che era al centro del giardino, ma i georadar non davano risposte affidabili, trattandosi di un terreno di riporto con stratificazioni complesse". Decisivo l’intervento dei Vigili del Fuoco: "In due giorni hanno fatto l’ingresso dall’antica scala e, una volta dentro, hanno individuato il pozzo da sotto, un lavoro straordinario".

"Si riconosce che il giudice Adinolfi è stato assassinato, speriamo qualcuno abbia la volontà di far sapere dove si trova il corpo del collega", ha concluso l'ex magistrato. 

 

Mps, Lovaglio torna ad: cosa c’è dietro il voto decisivo di Delfin

Lovaglio ha vinto. Il 15 aprile, l’assemblea dei soci di Mps ha sancito il ritorno dell’ex amministratore delegato Luigi Lovaglio alla guida della banca senese, con il voto determinante di Delfin – la holding della famiglia Del Vecchio, prima azionista con il 17,5 per cento -, di Banco BPM con il 3,76 per cento e anche grazie al Mef che non si è presentato. Così la lista presentata da Plt Holding ha avuto la meglio contro quella del board uscente, appoggiata dal 13,5 per cento di Francesco Gaetano Caltagirone. Per la prima volta dalla morte di Leonardo Del Vecchio, avvenuta nel giugno 2022, i due pilastri del patto che aveva conquistato Mediobanca e puntava al controllo di Generali si sono fronteggiati in assemblea. Una rottura clamorosa, che segna la fine di un’alleanza durata anni e che ridisegna gli equilibri del nascente terzo polo bancario italiano.

Mps, Lovaglio torna ad: cosa c’è dietro il voto decisivo di Delfin
Luigi Lovaglio (Imagoeconomica).

Dietro la decisione di Delfin la pressione della famiglia Del Vecchio

Ma il voto di mercoledì racconta una storia diversa da quella che appare in superficie. La decisione di Delfin di schierarsi con Lovaglio non è stata una scelta strategica di Francesco Milleri, presidente della holding e Ceo di EssilorLuxottica. Ma è stata imposta dalle dinamiche interne alla famiglia. Da tre anni e mezzo gli otto eredi di Del Vecchio – la moglie Nicoletta Zampillo e i sette figli compreso Rocco Basilico (nato dal primo matrimonio di Zampillo col banchiere Paolo Basilico), ciascuno con il 12,5 per cento di Delfin – non riescono a chiudere la disputa sulla successione. I dividendi sono bloccati al 10 per cento dell’utile netto secondo lo statuto che richiede l’unanimità per le decisioni strategiche. Milleri governa per inerzia, non per mandato. E la pressione degli eredi, che vogliono risposte su come viene gestito un patrimonio che ai valori attuali supera i 40 miliardi di euro, si è scaricata anche sul voto in assemblea. Alla fine i figli spalleggiati dalla madre hanno dettato la linea a Milleri che avrebbe invece votato per la lista del board.

Mps, Lovaglio torna ad: cosa c’è dietro il voto decisivo di Delfin
Francesco Milleri (Ansa).

La rottura dell’asse con Caltagirone

Lovaglio è l’uomo che ha risanato Mps e ha condotto la scalata vincente su Mediobanca. In realtà ha sempre avuto buoni rapporti con Milleri. La sua estromissione dalla lista del cda, decisa a inizio marzo, non era piaciuta né al numero uno di Delfin né – secondo fonti finanziarie – alla Bce. Ma la scelta di votare contro Caltagirone ha un costo enorme: spacca l’asse che teneva insieme il sistema, dall’acquisizione di Mediobanca al posizionamento su Generali.

Mps, Lovaglio torna ad: cosa c’è dietro il voto decisivo di Delfin
Francesco Gaetano Caltagirone (Ansa).

Le mire di LMDV tra inchieste e piani di acquisizione

Il dissidio interno a Delfin è profondo e ha radici che vanno ben oltre Mps. Leonardo Maria Del Vecchio, il quarto figlio del fondatore e chief strategy officer di EssilorLuxottica, è indagato dalla procura di Milano con il coordinamento della Dda nell’ambito dell’inchiesta Equalize per presunto spionaggio ai danni di quattro fratelli. È inoltre in causa con la madre e Basilico. A marzo ha rilasciato un’intervista a Les Echos, il principale quotidiano finanziario francese, annunciando di voler comprare le quote di due fratelli per arrivare al 37,5 per cento di Delfin, un’operazione a leva su una holding che potrebbe trovarsi di fronte a imprevisti di natura fiscale. A dicembre 2025, Rocco Basilico ha lasciato il ruolo di Chief Wearables Officer di EssilorLuxottica. Era stato lui ad avviare i contatti con Mark Zuckerberg che hanno portato alla partnership con Meta sugli smart glasses. Lo stesso Milleri è a sua volta indagato dalla procura di Milano per il presunto concerto nell’acquisizione di Mediobanca, insieme a Caltagirone e allo stesso Lovaglio che oggi, per una di quelle ironie che solo il capitalismo italiano sa produrre, torna alla guida della banca grazie proprio al voto di Milleri.

Mps, Lovaglio torna ad: cosa c’è dietro il voto decisivo di Delfin
Leonardo Maria Del Vecchio (Imagoeconomica).

La possibile grana francese sull’ultima residenza del fondatore

Ma all’orizzonte della famiglia Del Vecchio si potrebbe profilare una partita al confronto della quale le faide di oggi rischiano di essere derubricate a un dettaglio. Nel 2023 il fisco francese ha avviato verifiche sulla residenza effettiva di Leonardo Del Vecchio al momento della morte, con particolare riferimento a Villa La Leonina, la proprietà di Beaulieu-sur-Mer che, nel suo testamento, il fondatore definisce «la residenza più amata» e che l’inventario dell’eredità valuta 47 milioni di euro. Se la residenza francese fosse accertata, l’applicazione dell’articolo 750 ter del Code général des impôts sull’intero patrimonio mondiale degli eredi avrebbe conseguenze potenzialmente devastanti per l’assetto azionario di EssilorLuxottica, società del CAC 40 di cui Delfin controlla il 32 per cento. Contattati in merito, da Delfin si sono limitati a un «no comment».

La giravolta del cheerleader MAGA Salvini: se pure lui scarica Trump…

Fermi tutti: la redenzione ora è totale. Prima Giorgia Meloni, ora il Capitano. Addio infatuazione per il despota della Casa Bianca. Dopo aver puntato il dito contro Donald Trump per le dure parole rivolte a Leone XIV («la situazione è già complicata di suo senza che uno si alzi la mattina attaccando il Santo Padre»), persino Matteo Salvini sembra aver voltato definitivamente le spalle al presidente Usa, udite udite. Durante la conferenza stampa di presentazione dell’evento milanese dei Patrioti, il segretario della Lega ha preso le distanze dal presidente americano per quanto detto su Giorgia Meloni («è stata una caduta di stile») e, per quanto riguarda la «maledetta e disgraziata guerra» in Iran, ha ironizzato: «Stando a Trump è già finita parecchie volte, e non è ancora finita…». Aggiungendo: «Mettersi sui social nei panni di Gesù Cristo non penso aiuti la pace nel mondo o aumenti la credibilità di nessuno». E pensare che, fino a poco tempo fa, Salvini era uno dei più accesi sostenitori di The Donald…

LEGGI ANCHE: Trump attacca ancora un papa: perché questa volta può costargli caro

Il passato MAGA di Salvini, dall’incontro nel 2016 in poi

Nel 2016 Salvini volò a Filadelfia e, a margine dell’ultimo comizio elettorale di Trump in vista delle Primarie repubblicane in Pennsylvania, incontrò l’ex palazzinaro nel backstage, dopo aver assistito al suo discorso tenendo in mano come tutti gli altri un cartello blu con lo slogan “Trump. Make America Great Again”. E The Donald arrivò a dirgli: «Matteo, ti auguro di diventare presto primo ministro in Italia». L’innamoramento salviniano raggiunse il culmine nel 2020, quando il leader leghista sostenne la sua rielezione alla Casa Bianca (fu poi sconfitto da Joe Biden) sfoggiando il cappellino rosso MAGA e, a più riprese, una mascherina – era tempo di Covid – da sostenitore repubblicano. Il giornale inglese Independent arrivò a definirlo «cheerleader di Trump», sottolineando la diffusione di «false teorie complottiste riguardo le elezioni americane».

La giravolta del cheerleader MAGA Salvini: se pure lui scarica Trump…
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Durante gli anni dell’Amministrazione Biden, il filo tra i due non si era interrotto: nell’estate del 2024 il presidente ringraziò Salvini per le parole di solidarietà che il vicepremier aveva espresso su X nei suoi confronti dopo le recenti vicende giudiziarie. A febbraio 2025, dopo la sua rielezione, Salvini arrivò a dire: «Chi critica Trump o rosica o non capisce». Poi lanciò la candidatura di The Donald al Premio Nobel per la Pace: «Sta facendo più lui in poche settimane che Biden in quattro anni». Concetto ribadito il mese successivo.

A ottobre 2025, dopo la tregua nella Striscia di Gaza, Salvini aveva esaltato l’operato di Trump, citandolo sui social: «La guerra è finita».

Da Gaza all’Ucraina, a dicembre, in vista dell’incontro previsto a Mar-a-Lago tra il padrone di casa e Volodymyr Zelensky, Salvini aveva detto: «Ringrazio come tutti dovrebbero ringraziare il presidente Trump per lo sforzo che sta facendo. Spero non ci siano guastatori occidentali a cui conviene la continuazione della guerra con la produzione e la vendita delle armi magari per riconvertire settori industriali messi in ginocchio da Bruxelles».

Le prime crepe dopo il blitz Usa in Venezuela

Le prime crepe a gennaio 2026, dopo il blitz statunitense a Caracas: Salvini aveva voluto precisare che, pur mantenendo l’apprezzamento da sempre manifestato nei confronti di Trump, non riteneva una soluzione efficace l’esportazione della democrazia, dando già allora ragione al papa, «che chiede di garantire la sovranità nazionale del Venezuela e assicurare lo Stato di diritto». Adesso la definitiva (?) presa di distanza. E guarda caso c’è sempre il pontefice di mezzo.

Meloni dopo l’incontro con Zelensky: «L’Occidente diviso sarebbe un regalo alla Russia»

Nel corso del bilaterale andato in scena a Palazzo Chigi, Giorgia Meloni e Volodymyr Zelensky hanno fatto «un punto della situazione sullo stato di avanzamento del processo negoziale, i prossimi passi da compiere per arrivare alla fine della guerra in Ucraina e su come continuare il sostegno» alla nazione invasa dalla Russia nel 2022. Lo ha detto la presidente del Consiglio nelle dichiarazioni congiunte dopo l’incontro, sottolineando che «in questi quattro anni la posizione dell’Europa e dell’Italia è stata sempre la stessa al fianco di Kyiv, del suo popolo e delle sue istituzioni».

Meloni: «In gioco c’è anche la sicurezza dell’Europa»

Sostenere l’Ucraina, ha detto Meloni, «non è solo un dovere morale, ma una necessità strategica» perché «è in gioco anche la sicurezza dell’Europa». Un Occidente diviso o un’Unione europea spaccata, ha aggiunto la premier, «sarebbe un regalo a Mosca». La presidente del Consiglio ha poi spiegato che l’Italia è interessata alla produzione dei droni con l’Ucraina.

Le parole di Zelensky dopo l’incontro con Meloni

«La guerra è cambiata e ora senza una difesa veramente solida e sicura da tutti i tipi di droni e nessuno può sentirsi al sicuro. L’Ucraina ha sviluppato un formato speciale di accordo sulla sicurezza, lo chiamiamo formato “Drone deal” ed è importante che ci sia interesse da parte dell’Italia in merito», ha detto Zelensky confermando le parole di Meloni. E poi: «Possiamo lavorare insieme per la produzione di sistemi di contraerea, perché dobbiamo assolutamente evitare la normalizzazione di queste azioni della Russia».

Ribaltone a Mps, vince la lista Lovaglio che resta ceo

Si è riunita mercoledì 15 aprile 2026 a Siena l’assemblea degli azionisti di Banca Mps per decidere il rinnovo della governance per il prossimo triennio. La sfida per conquistare la maggioranza del Consiglio, e i posti di vertice, era tra la lista promossa dal Consiglio uscente, che proponeva come amministratore delegato Fabrizio Palermo e la riconferma del presidente uscente Nicola Maione, e quella promossa dal piccolo azionista Plt Holding guidata da Luigi Lovaglio, amministratore delegato uscente di Mps, e Cesare Bisoni, ex Unicredit. C’era poi la lista di Assogestioni. A spuntarla è stata, a sorpresa, la lista Lovaglio con il 49,95 per cento dei voti. Quella del cda ha raccolto il 38,79 per cento dei consensi mentre quella di Assogestioni il 6,94.