Acciaio sversato in una fossa e tubature di gas a rischio. Il peggio evitato grazie ai pompieri. Ma i sindacati denunciano l'assenza di manutenzione sia ordinaria che straordinaria e chiedono vertice d'urgenza.
Alla Arcelor Mittal di Taranto, oltre l’emergenza industriale, finanziaria e occupazionale, c’è quella sicurezza. Nel reparto Acciaieria 2 dello stabilimento siderurgico di Taranto una ‘siviera‘ (una caldaia di colata che contiene metallo fuso) appena uscita dal ‘Convertitore 1’ si sarebbe bucata «sversando acciaio in fossa e procurando fiamme altissime che hanno raggiunto alcune tubazioni di gas». È quanto denunciano Fim, Fiom e Uilm, precisando che «solo l’intervento tempestivo dei vigili del fuoco che hanno gestito l’emergenza in maniera professionale» ha evitato il peggio.
ACQUA NON DISTRIBUITA SULLA LINEA DI EMERGENZA
«Oltre al grave episodio – rilevano i sindacati – nell’intervento emerge una mancanza inaudita, la completa assenza della distribuzione d’acqua della linea d’emergenza che doveva essere utile al reintegro delle cisterne e di supporto a tutta l’acciaieria in caso di incendio».
LA DENUNCIA DEI SINDACATI: «NON C’È MANUTENZIONE»
Le Rsu di Fim, Fiom e Uilm ritengono «intollerabile l’intero accaduto a dimostrazione che l’Acciaieria 2 e tutti gli altri impianti necessitano di interventi immediati, e di una seria manutenzione ordinaria e straordinaria sino ad oggi solo annunciata senza nessun effettivo intervento». I sindacati chiedono «un incontro urgente per trovare una soluzione definitiva, atta ad evitare ulteriori episodi, attraverso l’impiego concreto di attività manutentiva».
Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it
Acciaio sversato in una fossa e tubature di gas a rischio. Il peggio evitato grazie ai pompieri. Ma i sindacati denunciano l'assenza di manutenzione sia ordinaria che straordinaria e chiedono vertice d'urgenza.
Alla Arcelor Mittal di Taranto, oltre l’emergenza industriale, finanziaria e occupazionale, c’è quella sicurezza. Nel reparto Acciaieria 2 dello stabilimento siderurgico di Taranto una ‘siviera‘ (una caldaia di colata che contiene metallo fuso) appena uscita dal ‘Convertitore 1’ si sarebbe bucata «sversando acciaio in fossa e procurando fiamme altissime che hanno raggiunto alcune tubazioni di gas». È quanto denunciano Fim, Fiom e Uilm, precisando che «solo l’intervento tempestivo dei vigili del fuoco che hanno gestito l’emergenza in maniera professionale» ha evitato il peggio.
ACQUA NON DISTRIBUITA SULLA LINEA DI EMERGENZA
«Oltre al grave episodio – rilevano i sindacati – nell’intervento emerge una mancanza inaudita, la completa assenza della distribuzione d’acqua della linea d’emergenza che doveva essere utile al reintegro delle cisterne e di supporto a tutta l’acciaieria in caso di incendio».
LA DENUNCIA DEI SINDACATI: «NON C’È MANUTENZIONE»
Le Rsu di Fim, Fiom e Uilm ritengono «intollerabile l’intero accaduto a dimostrazione che l’Acciaieria 2 e tutti gli altri impianti necessitano di interventi immediati, e di una seria manutenzione ordinaria e straordinaria sino ad oggi solo annunciata senza nessun effettivo intervento». I sindacati chiedono «un incontro urgente per trovare una soluzione definitiva, atta ad evitare ulteriori episodi, attraverso l’impiego concreto di attività manutentiva».
Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it
L'incentivo ai pagamenti elettronici potrebbe funzionare. E anche la stima del Pil 2020 allo 0,6% è condivisibile. L'audizione del direttore generale Signorini al Senato.
Bankitalia ha approvato le mosse dei giallorossi. A partire dalla lotta al contante. Che potrebbe ridurre l’evasione fiscale, anche se il governo non ha messo nero su bianco alcuna emersione di base imponibile con l’incentivo ai pagamenti elettronici. L’endorsement è arrivato dal vice direttore generale della Banca d’Italia Luigi Federico Signorini, durante un’audizione sulla legge di bilancio a Palazzo Madama: «È plausibile che nel medio periodo l’incentivo possa contribuire a ridurre la propensione a evadere, funzionerà bene se si riuscirà ad attuarlo in modo semplice e chiaro».
PROSPETTIVE DI CRESCITA CONDIVISIBILI
Bankitalia ha anche avallato la stima di crescita dell’economia italiana dello 0,6% contenuta nella manovra, considerata «condivisibile e in linea con le nostre valutazioni più recenti».
PER L’IVA PROBLEMA DI COPERTURE ALTERNATIVE
Poi Signorini ha parlato delle clausole di salvaguardia residue che nel 2021 e 2022 restano a un livello «significativo» al netto degli effetti della manovra, pari a un punto percentuale di Pil e 1,3 punti rispettivamente per i due anni. Se venissero abolite senza compensazioni «il peggioramento strutturale dei conti sarebbe considerevole» e dunque «si riproporrà l’esigenza di reperire coperture alternative».
TASSI SUI MUTUI SCESI SOTTO IL 2%
Capitolo tassi sui mutui, nella pubblicazione di Bankitalia “Banche e moneta” si legge che sono scesi a settembre abbondantemente sotto il 2%. I tassi di interesse sui prestiti erogati nel mese alle famiglie per l’acquisto di abitazioni, comprensivi delle spese accessorie si sono collocati all’1,82% contro il 2,08% di agosto.
Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it
L'incentivo ai pagamenti elettronici potrebbe funzionare. E anche la stima del Pil 2020 allo 0,6% è condivisibile. L'audizione del direttore generale Signorini al Senato.
Bankitalia ha approvato le mosse dei giallorossi. A partire dalla lotta al contante. Che potrebbe ridurre l’evasione fiscale, anche se il governo non ha messo nero su bianco alcuna emersione di base imponibile con l’incentivo ai pagamenti elettronici. L’endorsement è arrivato dal vice direttore generale della Banca d’Italia Luigi Federico Signorini, durante un’audizione sulla legge di bilancio a Palazzo Madama: «È plausibile che nel medio periodo l’incentivo possa contribuire a ridurre la propensione a evadere, funzionerà bene se si riuscirà ad attuarlo in modo semplice e chiaro».
PROSPETTIVE DI CRESCITA CONDIVISIBILI
Bankitalia ha anche avallato la stima di crescita dell’economia italiana dello 0,6% contenuta nella manovra, considerata «condivisibile e in linea con le nostre valutazioni più recenti».
PER L’IVA PROBLEMA DI COPERTURE ALTERNATIVE
Poi Signorini ha parlato delle clausole di salvaguardia residue che nel 2021 e 2022 restano a un livello «significativo» al netto degli effetti della manovra, pari a un punto percentuale di Pil e 1,3 punti rispettivamente per i due anni. Se venissero abolite senza compensazioni «il peggioramento strutturale dei conti sarebbe considerevole» e dunque «si riproporrà l’esigenza di reperire coperture alternative».
TASSI SUI MUTUI SCESI SOTTO IL 2%
Capitolo tassi sui mutui, nella pubblicazione di Bankitalia “Banche e moneta” si legge che sono scesi a settembre abbondantemente sotto il 2%. I tassi di interesse sui prestiti erogati nel mese alle famiglie per l’acquisto di abitazioni, comprensivi delle spese accessorie si sono collocati all’1,82% contro il 2,08% di agosto.
Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it
Per le operazioni oltre confine sono stati previsti 7.434 uomini, per poco più di 1 miliardo di spesa. Dal Libano all'Iraq, dall'Afghanistan ai Balcani ecco dove il nostro Paese è presente e con quali forze.
L’attentato al contingente italiano in Iraq rivendicato dall’Isis in cui sono rimasti feriti cinque militari, accende nuovamente i fari sulle missioni all’estero che impegnano quotidianamente i nostri soldati.
E se sono ormai lontani i tempi in cui i 5 stelle si battevano per accelerare il disimpegno delle nostre forze armate (il ministro degli Esteri Luigi Di Maio, commentando l’accaduto, ha infatti ribadito che quella irachena «è una missione che incarna tutti i valori del nostro apparato militare»), è lecito chiedersi quanti siano attualmente gli uomini impegnati all’estero, in quali fronti operino e quale sia il loro costo.
Soldati italiani nella missione Unifil in Libano (foto d’archivio).
IMPEGNATE UN MASSIMO DI 7.343 UNITÀ PER 1 MILIARDO DI SPESA
Tutte informazioni contenute nella recente proroga approvata dal parlamento lo scorso luglio per il rifinanziamento per il 2019 della partecipazione dell’Italia alle missioni internazionali in corso e, contestualmente, per l’approvazione del budget di quelle nuove. «La consistenza massima annuale complessiva dei contingenti delle Forze armate impiegati nei teatri operativi è pari 7.343 unità», si legge nel documento. «La consistenza media è pari a 6.290 unità». I costi? «Il fabbisogno finanziario per la durata programmata è pari complessivamente a euro 1.130.481.331».
Nel 2019 si spenderà poco più di 1 miliardo, insomma. Costi tutto sommato in linea con gli anni passati. Perché sebbene con l’avvento della crisi ciascun ministero abbia dovuto fare i conti con la spending review, la Difesa non ha visto diminuire in modo significativo le somme allocate per le missioni all’estero. Negli ultimi 15 anni, ovvero dal 2004 a oggi, l’Italia ha speso più di 17 miliardi di euro. Il record lo si toccò sotto l’ultimo governo Berlusconi, proprio in piena crisi economica e tempesta dello spread, tra il 2010 e il 2011, quando a questo scopo vennero destinati oltre 1,5 miliardi.
CRESCE L’ATTENZIONE PER L’AFRICA
Il maggior numero di missioni che riguarda i militari italiani non sono in scenari mediorientali, bensì nel continente africano. Con riferimento invece alla consistenza numerica delle unità impiegate nei diversi teatri operativi, il fronte più caldo e impegnativo per il nostro Paese è certamente in Libano e, a seguire, gli scenari in Europa e quelli in Africa.
DAI BALCANI A LETTONIA E TURCHIA
Partendo dalle missioni più vicine, dunque nel Vecchio continente, quelle che impegnano maggiormente i contingenti italiani sono la Joint Enterprise (Nato) nei Balcani e la Eunavformed Sophia dell’Unione europea. Ai numerosi fronti balcanici, che spaziano dal Kosovo (Missione Kfor) all’Albania, partecipano 538 unità con 204 mezzi terrestri e lo scopo di assistere lo sviluppo delle istituzioni locali per assicurare la stabilità nella regione, mentre a Sophia sono state destinate 520 unità e tre mezzi aerei con il mandato di «adottare misure sistematiche per individuare, fermare e mettere fuori uso le imbarcazioni e i mezzi usati dai trafficanti di esseri umani nel Mediterraneo centrale». C’è poi il fronte in Lettonia della missione Baltic Guardian. In questo caso il nostro contributo prevede un impiego massimo di 166 militari e 50 mezzi terrestri per la sorveglianza dei confini dei Paesi Nato. Infine, a cavallo tra Europa e Asia si posizionano i 130 militari e 25 mezzi terrestri su suolo turco della missione Active Fence con il compito di neutralizzare minacce provenienti dalla Siria.
IL COMPLICATO SCACCHIERE LIBICO
Nel difficile teatro libico sono presenti 400 militari, 130 mezzi terrestri e mezzi navali e aerei tratti dal dispositivo Mare sicuro – che in totale impiega 754 unità, 6 mezzi navali e 5 aerei. «La nuova missione, che ha avuto inizio a gennaio 2018», si legge sul sito del ministero della Difesa, «ha l’obiettivo di rendere l’azione di assistenza e supporto in Libia maggiormente incisiva ed efficace, sostenendo le autorità libiche nell’azione di pacificazione e stabilizzazione del Paese e nel rafforzamento delle attività di controllo e contrasto dell’immigrazione illegale».
Soldati italiani in Kosovo (foto d’archivio).
L’IMPEGNO IN NORD AFRICA
Nel Nord Africa segue per numero di uomini la missione in Egitto che prevede un impegno massimo di 75 militari e 3 mezzi navali. Nella missione comunitaria antipirateria denominata Atalanta sono impegnate 407 unità di personale militare, due mezzi aerei e due navali. Proprio per la sorveglianza delle coste e del Golfo di Aden, dal 20 luglio 2019 l’Italia contribuisce con la Fregata Europea Multi Missione Marceglia che ha assunto anche l’incarico di flagship della task force aeronavale. Nella missione bilaterale di supporto nel Niger abbiamo dato la disponibilità per un massimo di 290 unità, comprensive di 2 unità in Mauritania, 160 mezzi terrestri e 5 mezzi aerei. C’è poi la Somalia: per il 2019 l’impegno nazionale massimo è di 53 militari e 4 mezzi dei Carabinieri anche nella Repubblica di Gibuti per facilitare le attività propedeutiche ai corsi e i rapporti con le forze di polizia somale e gibutiane.
IN LIBANO E L’IMPEGNO CONTRO IL TERRORISMO
La partecipazione italiana più significativa è impiegata nella missione Unifil in Libano, per la quale possono essere dispiegati fino a 1.076 militari, 278 mezzi terrestri e 6 mezzi aerei. Dal 7 agosto 2018 il nostro Paese ha assunto nuovamente l’incarico di Head of Missione Force Commander. Segue la missione della coalizione internazionale di contrasto alla minaccia terroristica del Daesh. In merito, i documenti parlamentari prevedono una partecipazione «per il 2019 di 1.100 unità, 305 mezzi terrestri e 12 mezzi aerei». I cinque militari feriti nell’attentato di domenica 10 novembre, secondo quanto si apprende, facevano parte della task force 44, impiegata in Iraq per attività di mentoring and training a supporto delle milizie locali da addestrare per contrastare l’Isis.
Soldati italiani in Afghanistan (foto d’archivio).
IL PARZIALE DISIMPEGNO DALL’AFGHANISTAN
Un altro contingente importante è impiegato nella missione Resolute Support in Afghanistan con 800 unità di personale militare. «Analogamente all’anno 2018», si legge nei documenti, «si prevede l’invio di 145 mezzi terrestri e 8 mezzi aerei». Dopo 17 anni le nostre truppe sono passate da 900 unità del 2018 a 800 negli ultimi 12 mesi, destinate a scendere a 700 proprio nella seconda metà del 2019. E dire che solo lo scorso 28 gennaio l’allora ministra della Difesa Elisabetta Trenta aveva annunciato un celere ritiro entro 12 mesi, facendo esultare i 5 stelle («Finalmente riportiamo a casa i nostri ragazzi», scrivevano i portavoce del Movimento 5 stelle della commissione Difesa) ma lasciando interdetti sia il ministro degli Esteri, Enzo Moavero Milanesi, sia il Segretario generale della Nato, Jens Stoltenberg, che non erano stati avvertiti. In generale e in tutti gli scenari di guerra, per l’anno in corso, i documenti certificano una riduzione della consistenza massima dei contingenti di 624 unità, con il passaggio da 7.967 unità a 7.343 unità. Mentre la consistenza media nelle intenzioni dovrebbe scendere di appena 19 unità, da 6.309 a 6.290. Per questo non ci sono significativi risparmi sul fronte dell’impegno economico, che resta superiore al miliardo di euro annuo.
Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it
Per le operazioni oltre confine sono stati previsti 7.434 uomini, per poco più di 1 miliardo di spesa. Dal Libano all'Iraq, dall'Afghanistan ai Balcani ecco dove il nostro Paese è presente e con quali forze.
L’attentato al contingente italiano in Iraq rivendicato dall’Isis in cui sono rimasti feriti cinque militari, accende nuovamente i fari sulle missioni all’estero che impegnano quotidianamente i nostri soldati.
E se sono ormai lontani i tempi in cui i 5 stelle si battevano per accelerare il disimpegno delle nostre forze armate (il ministro degli Esteri Luigi Di Maio, commentando l’accaduto, ha infatti ribadito che quella irachena «è una missione che incarna tutti i valori del nostro apparato militare»), è lecito chiedersi quanti siano attualmente gli uomini impegnati all’estero, in quali fronti operino e quale sia il loro costo.
Soldati italiani nella missione Unifil in Libano (foto d’archivio).
IMPEGNATE UN MASSIMO DI 7.343 UNITÀ PER 1 MILIARDO DI SPESA
Tutte informazioni contenute nella recente proroga approvata dal parlamento lo scorso luglio per il rifinanziamento per il 2019 della partecipazione dell’Italia alle missioni internazionali in corso e, contestualmente, per l’approvazione del budget di quelle nuove. «La consistenza massima annuale complessiva dei contingenti delle Forze armate impiegati nei teatri operativi è pari 7.343 unità», si legge nel documento. «La consistenza media è pari a 6.290 unità». I costi? «Il fabbisogno finanziario per la durata programmata è pari complessivamente a euro 1.130.481.331».
Nel 2019 si spenderà poco più di 1 miliardo, insomma. Costi tutto sommato in linea con gli anni passati. Perché sebbene con l’avvento della crisi ciascun ministero abbia dovuto fare i conti con la spending review, la Difesa non ha visto diminuire in modo significativo le somme allocate per le missioni all’estero. Negli ultimi 15 anni, ovvero dal 2004 a oggi, l’Italia ha speso più di 17 miliardi di euro. Il record lo si toccò sotto l’ultimo governo Berlusconi, proprio in piena crisi economica e tempesta dello spread, tra il 2010 e il 2011, quando a questo scopo vennero destinati oltre 1,5 miliardi.
CRESCE L’ATTENZIONE PER L’AFRICA
Il maggior numero di missioni che riguarda i militari italiani non sono in scenari mediorientali, bensì nel continente africano. Con riferimento invece alla consistenza numerica delle unità impiegate nei diversi teatri operativi, il fronte più caldo e impegnativo per il nostro Paese è certamente in Libano e, a seguire, gli scenari in Europa e quelli in Africa.
DAI BALCANI A LETTONIA E TURCHIA
Partendo dalle missioni più vicine, dunque nel Vecchio continente, quelle che impegnano maggiormente i contingenti italiani sono la Joint Enterprise (Nato) nei Balcani e la Eunavformed Sophia dell’Unione europea. Ai numerosi fronti balcanici, che spaziano dal Kosovo (Missione Kfor) all’Albania, partecipano 538 unità con 204 mezzi terrestri e lo scopo di assistere lo sviluppo delle istituzioni locali per assicurare la stabilità nella regione, mentre a Sophia sono state destinate 520 unità e tre mezzi aerei con il mandato di «adottare misure sistematiche per individuare, fermare e mettere fuori uso le imbarcazioni e i mezzi usati dai trafficanti di esseri umani nel Mediterraneo centrale». C’è poi il fronte in Lettonia della missione Baltic Guardian. In questo caso il nostro contributo prevede un impiego massimo di 166 militari e 50 mezzi terrestri per la sorveglianza dei confini dei Paesi Nato. Infine, a cavallo tra Europa e Asia si posizionano i 130 militari e 25 mezzi terrestri su suolo turco della missione Active Fence con il compito di neutralizzare minacce provenienti dalla Siria.
IL COMPLICATO SCACCHIERE LIBICO
Nel difficile teatro libico sono presenti 400 militari, 130 mezzi terrestri e mezzi navali e aerei tratti dal dispositivo Mare sicuro – che in totale impiega 754 unità, 6 mezzi navali e 5 aerei. «La nuova missione, che ha avuto inizio a gennaio 2018», si legge sul sito del ministero della Difesa, «ha l’obiettivo di rendere l’azione di assistenza e supporto in Libia maggiormente incisiva ed efficace, sostenendo le autorità libiche nell’azione di pacificazione e stabilizzazione del Paese e nel rafforzamento delle attività di controllo e contrasto dell’immigrazione illegale».
Soldati italiani in Kosovo (foto d’archivio).
L’IMPEGNO IN NORD AFRICA
Nel Nord Africa segue per numero di uomini la missione in Egitto che prevede un impegno massimo di 75 militari e 3 mezzi navali. Nella missione comunitaria antipirateria denominata Atalanta sono impegnate 407 unità di personale militare, due mezzi aerei e due navali. Proprio per la sorveglianza delle coste e del Golfo di Aden, dal 20 luglio 2019 l’Italia contribuisce con la Fregata Europea Multi Missione Marceglia che ha assunto anche l’incarico di flagship della task force aeronavale. Nella missione bilaterale di supporto nel Niger abbiamo dato la disponibilità per un massimo di 290 unità, comprensive di 2 unità in Mauritania, 160 mezzi terrestri e 5 mezzi aerei. C’è poi la Somalia: per il 2019 l’impegno nazionale massimo è di 53 militari e 4 mezzi dei Carabinieri anche nella Repubblica di Gibuti per facilitare le attività propedeutiche ai corsi e i rapporti con le forze di polizia somale e gibutiane.
IN LIBANO E L’IMPEGNO CONTRO IL TERRORISMO
La partecipazione italiana più significativa è impiegata nella missione Unifil in Libano, per la quale possono essere dispiegati fino a 1.076 militari, 278 mezzi terrestri e 6 mezzi aerei. Dal 7 agosto 2018 il nostro Paese ha assunto nuovamente l’incarico di Head of Missione Force Commander. Segue la missione della coalizione internazionale di contrasto alla minaccia terroristica del Daesh. In merito, i documenti parlamentari prevedono una partecipazione «per il 2019 di 1.100 unità, 305 mezzi terrestri e 12 mezzi aerei». I cinque militari feriti nell’attentato di domenica 10 novembre, secondo quanto si apprende, facevano parte della task force 44, impiegata in Iraq per attività di mentoring and training a supporto delle milizie locali da addestrare per contrastare l’Isis.
Soldati italiani in Afghanistan (foto d’archivio).
IL PARZIALE DISIMPEGNO DALL’AFGHANISTAN
Un altro contingente importante è impiegato nella missione Resolute Support in Afghanistan con 800 unità di personale militare. «Analogamente all’anno 2018», si legge nei documenti, «si prevede l’invio di 145 mezzi terrestri e 8 mezzi aerei». Dopo 17 anni le nostre truppe sono passate da 900 unità del 2018 a 800 negli ultimi 12 mesi, destinate a scendere a 700 proprio nella seconda metà del 2019. E dire che solo lo scorso 28 gennaio l’allora ministra della Difesa Elisabetta Trenta aveva annunciato un celere ritiro entro 12 mesi, facendo esultare i 5 stelle («Finalmente riportiamo a casa i nostri ragazzi», scrivevano i portavoce del Movimento 5 stelle della commissione Difesa) ma lasciando interdetti sia il ministro degli Esteri, Enzo Moavero Milanesi, sia il Segretario generale della Nato, Jens Stoltenberg, che non erano stati avvertiti. In generale e in tutti gli scenari di guerra, per l’anno in corso, i documenti certificano una riduzione della consistenza massima dei contingenti di 624 unità, con il passaggio da 7.967 unità a 7.343 unità. Mentre la consistenza media nelle intenzioni dovrebbe scendere di appena 19 unità, da 6.309 a 6.290. Per questo non ci sono significativi risparmi sul fronte dell’impegno economico, che resta superiore al miliardo di euro annuo.
Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it
Torna la tensione dopo gli scontri dell'11 novembre. La polizia usa i lacrimogeni. Gli Usa: «Condanniamo le violenze».
Le proteste a Hong Kong continuano anche all’indomani dei violenti scontri tra manifestanti e polizia, con una nuova chiamata allo sciopero generale: migliaia di persone si sono ritrovate nelle strade di Central sfruttando la pausa pranzo, bloccando l’area tra Des Voeux Road Central e Pedder Street, a replicare una mossa già vista l’11 novembre. I servizi di trasporto sono tornati sotto pressione, funzionando male e a singhiozzo, mentre piccoli gruppi di giovani attivisti con mascherina sono tornati ad affacciarsi per le strade.
IL FINANCIAL DISTRICT A FIANCO DEI MANIFESTANTI
Nel pomeriggio, la polizia ha usato i lacrimogeni in Central al fine di disperdere i manifestanti pro-democrazia ai quali si erano anche uniti per solidarietà molti dei dipendenti degli uffici del financial district. Il raduno si è concentrato a Pedder Street dove sono stati intonati slogan come «Liberate Hong Kong», «Sciogliete la polizia di Hong Kong, subito!» e il tradizionale «Cinque richieste, non una in meno!». I manifestanti hanno tenuto cortei spontanei come quello di Kwun Tong su Wai Yip Street.
GLI STATI UNITI: «GRANDE PREOCCUPAZIONE, BASTA VIOLENZE»
Nel frattempo, gli Stati Uniti hanno espresso «forte preoccupazione» sulla violenza crescente di Hong Kong e chiesto maggiore misura sia alle forze di sicurezza sia ai manifestanti. «Gli Usa seguono la situazione con forte preoccupazione», ha commentato in una nota la portavoce del Dipartimento di Stato, Morgan Ortagus, invitando le parti al dialogo. «Condanniamo la violenza di ogni parte, esprimiamo vicinanza alle vittime a prescindere dalle loro inclinazioni politiche e invitiamo tutte le parti – polizia e manifestanti – all’esercizio di maggiore moderazione».
Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it
Torna la tensione dopo gli scontri dell'11 novembre. La polizia usa i lacrimogeni. Gli Usa: «Condanniamo le violenze».
Le proteste a Hong Kong continuano anche all’indomani dei violenti scontri tra manifestanti e polizia, con una nuova chiamata allo sciopero generale: migliaia di persone si sono ritrovate nelle strade di Central sfruttando la pausa pranzo, bloccando l’area tra Des Voeux Road Central e Pedder Street, a replicare una mossa già vista l’11 novembre. I servizi di trasporto sono tornati sotto pressione, funzionando male e a singhiozzo, mentre piccoli gruppi di giovani attivisti con mascherina sono tornati ad affacciarsi per le strade.
IL FINANCIAL DISTRICT A FIANCO DEI MANIFESTANTI
Nel pomeriggio, la polizia ha usato i lacrimogeni in Central al fine di disperdere i manifestanti pro-democrazia ai quali si erano anche uniti per solidarietà molti dei dipendenti degli uffici del financial district. Il raduno si è concentrato a Pedder Street dove sono stati intonati slogan come «Liberate Hong Kong», «Sciogliete la polizia di Hong Kong, subito!» e il tradizionale «Cinque richieste, non una in meno!». I manifestanti hanno tenuto cortei spontanei come quello di Kwun Tong su Wai Yip Street.
GLI STATI UNITI: «GRANDE PREOCCUPAZIONE, BASTA VIOLENZE»
Nel frattempo, gli Stati Uniti hanno espresso «forte preoccupazione» sulla violenza crescente di Hong Kong e chiesto maggiore misura sia alle forze di sicurezza sia ai manifestanti. «Gli Usa seguono la situazione con forte preoccupazione», ha commentato in una nota la portavoce del Dipartimento di Stato, Morgan Ortagus, invitando le parti al dialogo. «Condanniamo la violenza di ogni parte, esprimiamo vicinanza alle vittime a prescindere dalle loro inclinazioni politiche e invitiamo tutte le parti – polizia e manifestanti – all’esercizio di maggiore moderazione».
Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it
I giudici di Lussemburgo hanno stabilito in una sentenza che gli alimenti originari da insediamenti israeliani in Cisgiordania devono recare l'indicazione «di tale provenienza».
L‘etichetta che indichi se i prodotti vengono dai Territori palestinesi occupati da Israele e dalle colonie che Tel Aviv ha creato in Cisgiordania. La corte di Giustizia Ue del Lussemburgo ha stabilito infatti in una sentenza che gli alimenti originari dei territori occupati dallo Stato di Israele «devono recare l’indicazione del loro territorio di origine accompagnata, nel caso in cui provengano da un insediamento israeliano all’interno di detto territorio, dall’indicazione di tale provenienza».
RISCHIO È TRARRE IN INGANNO I CONSUMATORI
La Corte ha scritto che «il Paese di origine o il luogo di provenienza di un alimento deve essere indicato qualora l’omissione di una simile indicazione possa indurre in errore i consumatori, facendo pensare loro che tale alimento abbia un paese di origine o un luogo di provenienza diverso dal suo paese di origine o dal suo luogo di provenienza reale». L’indicazione, in sostanza, «non deve essere ingannevole».
«I TERRITORI HANNO DIVERSO STATUS»
I giudici, secondo una nota diffusa dalla stessa corte, hanno precisato che «il fatto di apporre su alcuni alimenti l’indicazione secondo cui lo Stato di Israele è il loro ‘paese d’origine’, mentre tali alimenti sono in realtà originari di territori che dispongono ciascuno di uno statuto internazionale proprio e distinto da quello di tale Stato, che sono occupati da quest’ultimo e soggetti a una sua giurisdizione limitata, in quanto potenza occupante ai sensi del diritto internazionale umanitario, rientrerebbe nella fattispecie delle indicazioni ingannevoli. O, secondo le parole della Corte, trarrebbe «in inganno» i consumatori europei.
Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it
I giudici di Lussemburgo hanno stabilito in una sentenza che gli alimenti originari da insediamenti israeliani in Cisgiordania devono recare l'indicazione «di tale provenienza».
L‘etichetta che indichi se i prodotti vengono dai Territori palestinesi occupati da Israele e dalle colonie che Tel Aviv ha creato in Cisgiordania. La corte di Giustizia Ue del Lussemburgo ha stabilito infatti in una sentenza che gli alimenti originari dei territori occupati dallo Stato di Israele «devono recare l’indicazione del loro territorio di origine accompagnata, nel caso in cui provengano da un insediamento israeliano all’interno di detto territorio, dall’indicazione di tale provenienza».
RISCHIO È TRARRE IN INGANNO I CONSUMATORI
La Corte ha scritto che «il Paese di origine o il luogo di provenienza di un alimento deve essere indicato qualora l’omissione di una simile indicazione possa indurre in errore i consumatori, facendo pensare loro che tale alimento abbia un paese di origine o un luogo di provenienza diverso dal suo paese di origine o dal suo luogo di provenienza reale». L’indicazione, in sostanza, «non deve essere ingannevole».
«I TERRITORI HANNO DIVERSO STATUS»
I giudici, secondo una nota diffusa dalla stessa corte, hanno precisato che «il fatto di apporre su alcuni alimenti l’indicazione secondo cui lo Stato di Israele è il loro ‘paese d’origine’, mentre tali alimenti sono in realtà originari di territori che dispongono ciascuno di uno statuto internazionale proprio e distinto da quello di tale Stato, che sono occupati da quest’ultimo e soggetti a una sua giurisdizione limitata, in quanto potenza occupante ai sensi del diritto internazionale umanitario, rientrerebbe nella fattispecie delle indicazioni ingannevoli. O, secondo le parole della Corte, trarrebbe «in inganno» i consumatori europei.
Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it