Depistaggi sul caso Cucchi, il giudice è un ex carabiniere

Comincia con un colpo di scena il processo che vede imputati otto membri dell'Arma.

Comincia con un colpo di scena il processo che riguarda i depistaggi sul caso Cucchi, il giovane detenuto morto nel 2009 all’ospedale Pertini di Roma. In apertura dell’udienza il giudice, Federico Bonagalvagno, si è astenuto dal processo, che vede imputati otto carabinieri. Bonagalvagno ha giustificato la sua astensione spiegando di essere un ex carabiniere attualmente in congedo.

I legali dei familiari di Cucchi hanno chiesto al giudice di astenersi dopo aver appreso che aveva organizzato convegni a cui avevano partecipato alti ufficiali dell’Arma

La decisione di Bonagalvagno è legata all’iniziativa dei legali dei familiari di Stefano Cucchi che avevano chiesto al giudice monocratico di astenersi dopo aver appreso da fonti aperte che Bonagalvagno aveva organizzato convegni a cui avevano partecipato alti ufficiali dell’Arma. Il nuovo giudice monocratico nominato è Giulia Cavallone.

GLI OTTO CARABINIERI IMPUTATI

Gli otto imputati sono tutti carabinieri, tra cui alti ufficiali, accusati a vario titolo e a seconda delle posizioni di falso, favoreggiamento, omessa denuncia e calunnia. Si tratta del generale Alessandro Casarsa, all’epoca dei fatti comandante del Gruppo Roma, e altre sette carabinieri: Lorenzo Sabatino, allora comandante del reparto operativo dei carabinieri di Roma; Francesco Cavallo, ex tenente colonnello e capo ufficio del comando del Gruppo Roma; Luciano Soligo, che era maggiore dell’Arma e comandante della compagnia Roma Montesacro; Massimiliano Colombo Labriola, comandante della stazione di Tor Sapienza; Francesco Di Sano, allora in servizio alla stazione di Tor Sapienza; Tiziano Testarmata, comandante della quarta sezione del nucleo investigativo dei Carabinieri; Luca De Cianni, accusato di falso e di calunnia. Al processo non erano presenti Ilaria Cucchi e l’avvocato Fabio Anselmo.

IL MINISTERO DELLA GIUSTIZIA SI COSTITUISCE PARTE CIVILE

Il ministero della Giustizia ha presentato istanza di costituzione di parte civile. Tra le parti civili già costituite, la presidenza del Consiglio dei ministri e l’Arma. Nel frattempo, si sta svolgendo l’ultima udienza al processo che riguarda la morte di Cucchi, che vede imputati cinque carabinieri, tra cui tre per omicidio preterintenzionale, la cui sentenza è prevista giovedì 14 novembre.

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Depistaggi sul caso Cucchi, il giudice è un ex carabiniere

Comincia con un colpo di scena il processo che vede imputati otto membri dell'Arma.

Comincia con un colpo di scena il processo che riguarda i depistaggi sul caso Cucchi, il giovane detenuto morto nel 2009 all’ospedale Pertini di Roma. In apertura dell’udienza il giudice, Federico Bonagalvagno, si è astenuto dal processo, che vede imputati otto carabinieri. Bonagalvagno ha giustificato la sua astensione spiegando di essere un ex carabiniere attualmente in congedo.

I legali dei familiari di Cucchi hanno chiesto al giudice di astenersi dopo aver appreso che aveva organizzato convegni a cui avevano partecipato alti ufficiali dell’Arma

La decisione di Bonagalvagno è legata all’iniziativa dei legali dei familiari di Stefano Cucchi che avevano chiesto al giudice monocratico di astenersi dopo aver appreso da fonti aperte che Bonagalvagno aveva organizzato convegni a cui avevano partecipato alti ufficiali dell’Arma. Il nuovo giudice monocratico nominato è Giulia Cavallone.

GLI OTTO CARABINIERI IMPUTATI

Gli otto imputati sono tutti carabinieri, tra cui alti ufficiali, accusati a vario titolo e a seconda delle posizioni di falso, favoreggiamento, omessa denuncia e calunnia. Si tratta del generale Alessandro Casarsa, all’epoca dei fatti comandante del Gruppo Roma, e altre sette carabinieri: Lorenzo Sabatino, allora comandante del reparto operativo dei carabinieri di Roma; Francesco Cavallo, ex tenente colonnello e capo ufficio del comando del Gruppo Roma; Luciano Soligo, che era maggiore dell’Arma e comandante della compagnia Roma Montesacro; Massimiliano Colombo Labriola, comandante della stazione di Tor Sapienza; Francesco Di Sano, allora in servizio alla stazione di Tor Sapienza; Tiziano Testarmata, comandante della quarta sezione del nucleo investigativo dei Carabinieri; Luca De Cianni, accusato di falso e di calunnia. Al processo non erano presenti Ilaria Cucchi e l’avvocato Fabio Anselmo.

IL MINISTERO DELLA GIUSTIZIA SI COSTITUISCE PARTE CIVILE

Il ministero della Giustizia ha presentato istanza di costituzione di parte civile. Tra le parti civili già costituite, la presidenza del Consiglio dei ministri e l’Arma. Nel frattempo, si sta svolgendo l’ultima udienza al processo che riguarda la morte di Cucchi, che vede imputati cinque carabinieri, tra cui tre per omicidio preterintenzionale, la cui sentenza è prevista giovedì 14 novembre.

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Corriere della Sera: per la direzione Cairo pensa a Molinari

Più nell'editore matura l’idea di scendere in politica, sempre meno Fontana - il cui contratto scade a fine anno - gli pare adatto a guidare il giornale. Meglio il numero 1 della Stampa. Forte di relazioni internazionali che un giorno potrebbero tornare utili.

Dopo averci pensato per parecchio tempo, ora Urbano Cairo avrebbe preso la decisione con lo stesso spirito con cui chiede a Walter Mazzarri di cambiare i giocatori del suo Torino: fuori Luciano Fontana e dentro Maurizio Molinari. Sono mesi che l’azionista di controllo di Rcs non è più soddisfatto del direttore del Corriere della Sera, che una volta portava in palmo di mano.

IL CONTRATTO DI FONTANA SCADE NEL 2019

Via via che in Cairo cresceva l’idea di imitare il suo maestro e idolo Silvio Berlusconi e di scendere in politica, sempre meno Fontana gli pareva adatto a guidare “politicamente” il suo giornale. «Troppo morbida e indefinita la linea politica, poco pop il profilo editoriale del giornale», ha confidato Cairo agli amici più fidati, cui ha svelato che il contratto di Fontana è in scadenza a fine 2019. Così aveva accarezzato l’idea di affidare le redini del quotidiano di via Solferino ad Aldo Cazzullo, capace, tra libri sfornati a getto continuo e molte presenze televisive, di una forte popolarità mediatica

A PESARE LE RELAZIONI INTERNAZIONALI DI MOLINARI

Poi però ci ha ripensato. Meglio il direttore della Stampa, Molinari, più sofisticato politicamente ma soprattutto dotato di un tale portafoglio di relazioni internazionali – più di altri Stati Uniti e Israele dove è stato a lungo corrispondente – che farebbe assai comodo a Cairo se decidesse di rompere gli indugi e mettersi alla testa di quel “partito di centro che non c’è” di cui tanto si parla. Naturalmente a Molinari non pare vero di approdare al soglio Solferino. E non solo per il prestigio del Corsera. Non gli dispiace affatto di lasciare Gedi, dove è sì finito lo scontro dentro la famiglia De Benedetti ma il futuro del gruppo è ancora tutto da scrivere.


Quello di cui si occupa la rubrica 
Corridoi lo dice il nome. Una pillola al giorno: notizie, rumors, indiscrezioni, scontri, retroscena su fatti e personaggi del potere.


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Corriere della Sera: per la direzione Cairo pensa a Molinari

Più nell'editore matura l’idea di scendere in politica, sempre meno Fontana - il cui contratto scade a fine anno - gli pare adatto a guidare il giornale. Meglio il numero 1 della Stampa. Forte di relazioni internazionali che un giorno potrebbero tornare utili.

Dopo averci pensato per parecchio tempo, ora Urbano Cairo avrebbe preso la decisione con lo stesso spirito con cui chiede a Walter Mazzarri di cambiare i giocatori del suo Torino: fuori Luciano Fontana e dentro Maurizio Molinari. Sono mesi che l’azionista di controllo di Rcs non è più soddisfatto del direttore del Corriere della Sera, che una volta portava in palmo di mano.

IL CONTRATTO DI FONTANA SCADE NEL 2019

Via via che in Cairo cresceva l’idea di imitare il suo maestro e idolo Silvio Berlusconi e di scendere in politica, sempre meno Fontana gli pareva adatto a guidare “politicamente” il suo giornale. «Troppo morbida e indefinita la linea politica, poco pop il profilo editoriale del giornale», ha confidato Cairo agli amici più fidati, cui ha svelato che il contratto di Fontana è in scadenza a fine 2019. Così aveva accarezzato l’idea di affidare le redini del quotidiano di via Solferino ad Aldo Cazzullo, capace, tra libri sfornati a getto continuo e molte presenze televisive, di una forte popolarità mediatica

A PESARE LE RELAZIONI INTERNAZIONALI DI MOLINARI

Poi però ci ha ripensato. Meglio il direttore della Stampa, Molinari, più sofisticato politicamente ma soprattutto dotato di un tale portafoglio di relazioni internazionali – più di altri Stati Uniti e Israele dove è stato a lungo corrispondente – che farebbe assai comodo a Cairo se decidesse di rompere gli indugi e mettersi alla testa di quel “partito di centro che non c’è” di cui tanto si parla. Naturalmente a Molinari non pare vero di approdare al soglio Solferino. E non solo per il prestigio del Corsera. Non gli dispiace affatto di lasciare Gedi, dove è sì finito lo scontro dentro la famiglia De Benedetti ma il futuro del gruppo è ancora tutto da scrivere.


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Nave italiana attaccata dai pirati nel Golfo del Messico

Nell'assalto alla Remas sono stati feriti due nostri connazionali. Non sono in pericolo di vita. I colpi d'arma da fuoco, il furto, la fuga: cosa è successo.

Nave italiana nei guai nel Golfo del Messico. La “Remas” è stata attaccata da un commando di 7-8 pirati e l’assalto ha provocato il ferimento di due italiani, uno colpito da un oggetto contundente alla testa e l’altro da un colpo d’arma da fuoco al ginocchio: non sono in pericolo di vita.

CASO SEGUITO DAL MINISTERO DEGLI ESTERI

L’Unità di crisi del ministero degli Esteri ha fatto sapere di seguire «con la massima attenzione e in raccordo con l’ambasciata d’Italia a Città del Messico». L’imbarcazione è di proprietà della Micoperi, azienda con base a Ravenna che rappresenta uno dei maggiori contractor dell’industria offshore. Si tratta di una nave di rifornimento per le piattaforme petrolifere offshore, è lunga 75 metri e con un tonnellaggio di 2.600 tonnellate. È stata costruita nel 2011 in Turchia e naviga con bandiera italiana.

APERTO IL FUOCO CONTRO L’EQUIPAGGIO

I pirati sono arrivati a bordo della Remas su due barchini veloci e, dopo essere saliti sulla nave, hanno aperto il fuoco contro l’equipaggio, derubandolo di quanto possibile prima di scappare.

I FERITI SBARCATI NEL PORTO DI CIUDAD DEL CARMEN

Sulla nave si trovavano 35 persone, con nove marittimi italiani in totale, compreso un ufficiale della Marina mercantile messicana, che ha poi coordinato i contatti con le autorità locali. I due feriti sono stati sbarcati nel porto di Ciudad del Carmen, dove la Remas è arrivata scortata da una unità militare messicana. Lì c’era il personale medico allertato per soccorrere i due marittimi.

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Nave italiana attaccata dai pirati nel Golfo del Messico

Nell'assalto alla Remas sono stati feriti due nostri connazionali. Non sono in pericolo di vita. I colpi d'arma da fuoco, il furto, la fuga: cosa è successo.

Nave italiana nei guai nel Golfo del Messico. La “Remas” è stata attaccata da un commando di 7-8 pirati e l’assalto ha provocato il ferimento di due italiani, uno colpito da un oggetto contundente alla testa e l’altro da un colpo d’arma da fuoco al ginocchio: non sono in pericolo di vita.

CASO SEGUITO DAL MINISTERO DEGLI ESTERI

L’Unità di crisi del ministero degli Esteri ha fatto sapere di seguire «con la massima attenzione e in raccordo con l’ambasciata d’Italia a Città del Messico». L’imbarcazione è di proprietà della Micoperi, azienda con base a Ravenna che rappresenta uno dei maggiori contractor dell’industria offshore. Si tratta di una nave di rifornimento per le piattaforme petrolifere offshore, è lunga 75 metri e con un tonnellaggio di 2.600 tonnellate. È stata costruita nel 2011 in Turchia e naviga con bandiera italiana.

APERTO IL FUOCO CONTRO L’EQUIPAGGIO

I pirati sono arrivati a bordo della Remas su due barchini veloci e, dopo essere saliti sulla nave, hanno aperto il fuoco contro l’equipaggio, derubandolo di quanto possibile prima di scappare.

I FERITI SBARCATI NEL PORTO DI CIUDAD DEL CARMEN

Sulla nave si trovavano 35 persone, con nove marittimi italiani in totale, compreso un ufficiale della Marina mercantile messicana, che ha poi coordinato i contatti con le autorità locali. I due feriti sono stati sbarcati nel porto di Ciudad del Carmen, dove la Remas è arrivata scortata da una unità militare messicana. Lì c’era il personale medico allertato per soccorrere i due marittimi.

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Mara Carfagna smetta di illudere i moderati

L'azzurra, al netto dell'errore di legarsi a Toti, è una stella politica. Ma rischia di sparire se resta alla finestra e non si propone come leader di un centrodestra alternativo al duo Salvini-Meloni.

Ogni tanto riemerge la candidatura di Mara Carfagna per qualcosa di importante. È stata una delle berlusconiane di ferro tuttavia priva di eccessiva piaggeria, quando arrivò in parlamento aveva gli occhi puntati su di sé (indubbiamente era, ed è, la più bella) ma vestì i panni dell’austera parlamentare e dette prova immediata di serietà e di capacità di lavoro. Molto spesso a destra hanno pensato a lei come al vero personaggio che avrebbe potuto prendere il posto di Silvio Berlusconi. A mano a mano le sue posizioni si sono anche fatte più limpide e spesso si sono discostate dal suo benefattore facendola diventare una icona del moderatismo politico. Infine è per tanti la candidata ideale per battere Vincenzo De Luca nella gara per la presidenza della Campania. Pur essendo una giovane politica ha, insomma, accumulato molte aspettative ma non sappiamo quanti meriti

L’ERRORE DI LEGARSI A GIOVANNI TOTI

Carfagna ha anche commesso alcuni errori evidenti, l’ultimo dei quali è stato legarsi a Giovanni Toti il presidente per caso della Liguria, avendo perso di vista Berlusconi, alla ricerca di una paterna mano sulle spalle da parte di Matteo Salvini. Questo errore Carfagna l’ha compensato schierandosi con grande nettezza come l’esponente di Forza Italia, o quel che resta, che osteggia ogni estremismo di destra (oggi in pratica tutta la destra, si potrebbe dire) e in particolare il sovranismo di Matteo Salvini.

LE VOCI SU UN POSSIBILE ACCORDO CON ITALIA VIVA

Nascono da qui le ricorrenti voci sul possibile incontro politico con Matteo Renzi solitamente accompagnate dall’odioso pettegolezzo che solo Maria Elena Boschi, invidiosa, impedisca che l’accordo si faccia. Insomma Carfagna è una stella politica che non è ancora scomparsa dall’orizzonte ma che rischia di sparire se questi andirivieni dal palcoscenico parlamentare non la vedranno finalmente dentro un progetto vero.

PER UNA COME CARFAGNA IL PROGETTO VERO È IL CENTRO

Il progetto vero per una come lei è quella cosa che in tempi meno selvaggi chiamavamo “centro”, cioè il luogo ideale del moderatismo italiano, nella consapevolezza che è vero che fra gli italiani l’animo di destra è molto forte, ma è anche vero che dopo un po’ gli italiani si stancano dei contafrottole e di chi vuole dividerli in bande che si odiano e anelano a un partito moderatissimo. La Dc non si può rifare, resta però l’ipotesi di lanciare una chiamata alle armi di chi non si rassegna, anche nel campo del centrodestra, all’affermarsi del duo Salvini-Meloni che non ci porterebbe al fascismo ma certamente darebbe il Paese nelle mani di persone ancora più inadeguate di quelle che oggi lo governano. Salvini in particolare è, e sarà sempre, quello del Papeete. Per quanti sforzi possa fare l’intelligente Giancarlo Giorgetti non si cava sangue dalle rape, come si usava dire. Ecco, quindi, che la sfida, se lanciata in grande, per una leadership moderata potrebbe, passo dopo passo, spingere molti italiani, tranne quelli come me che voteranno sempre a sinistra, a scegliere l’offerta centrista sia che si voglia far da sponda per una sinistra dissanguata sia che vogliano temperare i facinorosi del populismo sovranista.

GLI AUTOCANDIDATI ALLA LEADERSHIP MODERATA

I candidati a questo ruolo sono stati tanti. Diciamo, gli autocandidati. Gli ultimi Carlo Calenda, troppo GianBurrasca, Renzi, troppo antipatico, Urbano Cairo che molti invocano o temono, infine Mara Carfagna. Lei potrebbe farcela ma dovrebbe prendere dalle donne che hanno guidato i vari Paesi del mondo quel tanto di decisionismo, di amore per il rischio, di linguaggio diretto che ancora le mancano. Le manca soprattutto decidere quel che farà da grande. Può scegliere di correre per la Campania. Può scegliere invece la battaglia, inizialmente minoritaria e solitaria, per diventare il punto di riferimento di chi non vuole che l’Italia faccia parte del gruppo di Visegrad. Può deciderlo solo lei. Ma se resta alla finestra ancora a lungo, la dimenticheranno. 

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Mara Carfagna smetta di illudere i moderati

L'azzurra, al netto dell'errore di legarsi a Toti, è una stella politica. Ma rischia di sparire se resta alla finestra e non si propone come leader di un centrodestra alternativo al duo Salvini-Meloni.

Ogni tanto riemerge la candidatura di Mara Carfagna per qualcosa di importante. È stata una delle berlusconiane di ferro tuttavia priva di eccessiva piaggeria, quando arrivò in parlamento aveva gli occhi puntati su di sé (indubbiamente era, ed è, la più bella) ma vestì i panni dell’austera parlamentare e dette prova immediata di serietà e di capacità di lavoro. Molto spesso a destra hanno pensato a lei come al vero personaggio che avrebbe potuto prendere il posto di Silvio Berlusconi. A mano a mano le sue posizioni si sono anche fatte più limpide e spesso si sono discostate dal suo benefattore facendola diventare una icona del moderatismo politico. Infine è per tanti la candidata ideale per battere Vincenzo De Luca nella gara per la presidenza della Campania. Pur essendo una giovane politica ha, insomma, accumulato molte aspettative ma non sappiamo quanti meriti

L’ERRORE DI LEGARSI A GIOVANNI TOTI

Carfagna ha anche commesso alcuni errori evidenti, l’ultimo dei quali è stato legarsi a Giovanni Toti il presidente per caso della Liguria, avendo perso di vista Berlusconi, alla ricerca di una paterna mano sulle spalle da parte di Matteo Salvini. Questo errore Carfagna l’ha compensato schierandosi con grande nettezza come l’esponente di Forza Italia, o quel che resta, che osteggia ogni estremismo di destra (oggi in pratica tutta la destra, si potrebbe dire) e in particolare il sovranismo di Matteo Salvini.

LE VOCI SU UN POSSIBILE ACCORDO CON ITALIA VIVA

Nascono da qui le ricorrenti voci sul possibile incontro politico con Matteo Renzi solitamente accompagnate dall’odioso pettegolezzo che solo Maria Elena Boschi, invidiosa, impedisca che l’accordo si faccia. Insomma Carfagna è una stella politica che non è ancora scomparsa dall’orizzonte ma che rischia di sparire se questi andirivieni dal palcoscenico parlamentare non la vedranno finalmente dentro un progetto vero.

PER UNA COME CARFAGNA IL PROGETTO VERO È IL CENTRO

Il progetto vero per una come lei è quella cosa che in tempi meno selvaggi chiamavamo “centro”, cioè il luogo ideale del moderatismo italiano, nella consapevolezza che è vero che fra gli italiani l’animo di destra è molto forte, ma è anche vero che dopo un po’ gli italiani si stancano dei contafrottole e di chi vuole dividerli in bande che si odiano e anelano a un partito moderatissimo. La Dc non si può rifare, resta però l’ipotesi di lanciare una chiamata alle armi di chi non si rassegna, anche nel campo del centrodestra, all’affermarsi del duo Salvini-Meloni che non ci porterebbe al fascismo ma certamente darebbe il Paese nelle mani di persone ancora più inadeguate di quelle che oggi lo governano. Salvini in particolare è, e sarà sempre, quello del Papeete. Per quanti sforzi possa fare l’intelligente Giancarlo Giorgetti non si cava sangue dalle rape, come si usava dire. Ecco, quindi, che la sfida, se lanciata in grande, per una leadership moderata potrebbe, passo dopo passo, spingere molti italiani, tranne quelli come me che voteranno sempre a sinistra, a scegliere l’offerta centrista sia che si voglia far da sponda per una sinistra dissanguata sia che vogliano temperare i facinorosi del populismo sovranista.

GLI AUTOCANDIDATI ALLA LEADERSHIP MODERATA

I candidati a questo ruolo sono stati tanti. Diciamo, gli autocandidati. Gli ultimi Carlo Calenda, troppo GianBurrasca, Renzi, troppo antipatico, Urbano Cairo che molti invocano o temono, infine Mara Carfagna. Lei potrebbe farcela ma dovrebbe prendere dalle donne che hanno guidato i vari Paesi del mondo quel tanto di decisionismo, di amore per il rischio, di linguaggio diretto che ancora le mancano. Le manca soprattutto decidere quel che farà da grande. Può scegliere di correre per la Campania. Può scegliere invece la battaglia, inizialmente minoritaria e solitaria, per diventare il punto di riferimento di chi non vuole che l’Italia faccia parte del gruppo di Visegrad. Può deciderlo solo lei. Ma se resta alla finestra ancora a lungo, la dimenticheranno. 

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La missione di Zingaretti negli Usa tra dazi e lotta alle destre

Prima visita Oltreoceano da segretario del Pd. Incontri con Clinton, de Blasio e Pelosi. Prima dell'appuntamento alla Casa Bianca.

Non solo i rapporti fra Italia e Stati Uniti, ma anche le «battaglie comuni contro le destre e i nazionalismi». Sono alcuni dei temi nell’agenda di Nicola Zingaretti, che è volato negli Stati Uniti al suo debutto Oltreoceano da segretario del Pd. Il 12 novembre ha in programma un incontro con la speaker della Camera Nancy Pelosi, dopo che l’11 ha incontrato l’ex presidente Bill Clinton.

È stato un lungo e utile scambio di opinioni sull’Europa, sull’Italia e sugli Usa, su come ricostruire contro la cultura della paura

Nicola Zingaretti

«È stato un lungo e utile scambio di opinioni sull’Europa, sull’Italia e sugli Usa, su come ricostruire contro la cultura della paura», ha affermato al termine del faccia a faccia alla Clinton Foundation di Midtown Manhattan. Zingaretti e Clinton si sono scambiati alcuni convenevoli e poi si sono messi al lavoro. L’incontro è durato in tutto un’ora ed è stato propedeutico all’avvio di una nuova fase, «di un rapporto» fra i democratici «come baluardo contro le destre».

IL DELICATO DOSSIER DEI DAZI USA

In serata Zingaretti ha visitato la sede del Pd di New York in occasione dell’elezione del segretario e avuto un faccia a faccia con il sindaco della Grande Mela Bill De Blasio. La seconda tappa della visita americana di Zingaretti è a Washington, dove è pronto a incontrare Pelosi, terza carica dello Stato e volto dell’indagine per un possibile impeachment del presidente Donald Trump. Il segretario del Pd ha in programma anche incontri alla Casa Bianca con esponenti del Consiglio di Sicurezza Nazionale, che ha in carico fascicoli importanti di politica estera e sicurezza, ma gioca anche un ruolo non secondario in questioni come quelle commerciali, a partire dal delicato dossier dei dazi Usa che ultimamente hanno colpito anche alcuni prodotti del made in Italy.

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Prima visita Oltreoceano da segretario del Pd. Incontri con Clinton, de Blasio e Pelosi. Prima dell'appuntamento alla Casa Bianca.

Non solo i rapporti fra Italia e Stati Uniti, ma anche le «battaglie comuni contro le destre e i nazionalismi». Sono alcuni dei temi nell’agenda di Nicola Zingaretti, che è volato negli Stati Uniti al suo debutto Oltreoceano da segretario del Pd. Il 12 novembre ha in programma un incontro con la speaker della Camera Nancy Pelosi, dopo che l’11 ha incontrato l’ex presidente Bill Clinton.

È stato un lungo e utile scambio di opinioni sull’Europa, sull’Italia e sugli Usa, su come ricostruire contro la cultura della paura

Nicola Zingaretti

«È stato un lungo e utile scambio di opinioni sull’Europa, sull’Italia e sugli Usa, su come ricostruire contro la cultura della paura», ha affermato al termine del faccia a faccia alla Clinton Foundation di Midtown Manhattan. Zingaretti e Clinton si sono scambiati alcuni convenevoli e poi si sono messi al lavoro. L’incontro è durato in tutto un’ora ed è stato propedeutico all’avvio di una nuova fase, «di un rapporto» fra i democratici «come baluardo contro le destre».

IL DELICATO DOSSIER DEI DAZI USA

In serata Zingaretti ha visitato la sede del Pd di New York in occasione dell’elezione del segretario e avuto un faccia a faccia con il sindaco della Grande Mela Bill De Blasio. La seconda tappa della visita americana di Zingaretti è a Washington, dove è pronto a incontrare Pelosi, terza carica dello Stato e volto dell’indagine per un possibile impeachment del presidente Donald Trump. Il segretario del Pd ha in programma anche incontri alla Casa Bianca con esponenti del Consiglio di Sicurezza Nazionale, che ha in carico fascicoli importanti di politica estera e sicurezza, ma gioca anche un ruolo non secondario in questioni come quelle commerciali, a partire dal delicato dossier dei dazi Usa che ultimamente hanno colpito anche alcuni prodotti del made in Italy.

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