Nuove proteste a Hong Kong, migliaia di manifestanti in piazza

Torna la tensione dopo gli scontri dell'11 novembre. La polizia usa i lacrimogeni. Gli Usa: «Condanniamo le violenze».

Le proteste a Hong Kong continuano anche all’indomani dei violenti scontri tra manifestanti e polizia, con una nuova chiamata allo sciopero generale: migliaia di persone si sono ritrovate nelle strade di Central sfruttando la pausa pranzo, bloccando l’area tra Des Voeux Road Central e Pedder Street, a replicare una mossa già vista l’11 novembre. I servizi di trasporto sono tornati sotto pressione, funzionando male e a singhiozzo, mentre piccoli gruppi di giovani attivisti con mascherina sono tornati ad affacciarsi per le strade.

IL FINANCIAL DISTRICT A FIANCO DEI MANIFESTANTI

Nel pomeriggio, la polizia ha usato i lacrimogeni in Central al fine di disperdere i manifestanti pro-democrazia ai quali si erano anche uniti per solidarietà molti dei dipendenti degli uffici del financial district. Il raduno si è concentrato a Pedder Street dove sono stati intonati slogan come «Liberate Hong Kong», «Sciogliete la polizia di Hong Kong, subito!» e il tradizionale «Cinque richieste, non una in meno!». I manifestanti hanno tenuto cortei spontanei come quello di Kwun Tong su Wai Yip Street.

GLI STATI UNITI: «GRANDE PREOCCUPAZIONE, BASTA VIOLENZE»

Nel frattempo, gli Stati Uniti hanno espresso «forte preoccupazione» sulla violenza crescente di Hong Kong e chiesto maggiore misura sia alle forze di sicurezza sia ai manifestanti. «Gli Usa seguono la situazione con forte preoccupazione», ha commentato in una nota la portavoce del Dipartimento di Stato, Morgan Ortagus, invitando le parti al dialogo. «Condanniamo la violenza di ogni parte, esprimiamo vicinanza alle vittime a prescindere dalle loro inclinazioni politiche e invitiamo tutte le parti – polizia e manifestanti – all’esercizio di maggiore moderazione».

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Nuove proteste a Hong Kong, migliaia di manifestanti in piazza

Torna la tensione dopo gli scontri dell'11 novembre. La polizia usa i lacrimogeni. Gli Usa: «Condanniamo le violenze».

Le proteste a Hong Kong continuano anche all’indomani dei violenti scontri tra manifestanti e polizia, con una nuova chiamata allo sciopero generale: migliaia di persone si sono ritrovate nelle strade di Central sfruttando la pausa pranzo, bloccando l’area tra Des Voeux Road Central e Pedder Street, a replicare una mossa già vista l’11 novembre. I servizi di trasporto sono tornati sotto pressione, funzionando male e a singhiozzo, mentre piccoli gruppi di giovani attivisti con mascherina sono tornati ad affacciarsi per le strade.

IL FINANCIAL DISTRICT A FIANCO DEI MANIFESTANTI

Nel pomeriggio, la polizia ha usato i lacrimogeni in Central al fine di disperdere i manifestanti pro-democrazia ai quali si erano anche uniti per solidarietà molti dei dipendenti degli uffici del financial district. Il raduno si è concentrato a Pedder Street dove sono stati intonati slogan come «Liberate Hong Kong», «Sciogliete la polizia di Hong Kong, subito!» e il tradizionale «Cinque richieste, non una in meno!». I manifestanti hanno tenuto cortei spontanei come quello di Kwun Tong su Wai Yip Street.

GLI STATI UNITI: «GRANDE PREOCCUPAZIONE, BASTA VIOLENZE»

Nel frattempo, gli Stati Uniti hanno espresso «forte preoccupazione» sulla violenza crescente di Hong Kong e chiesto maggiore misura sia alle forze di sicurezza sia ai manifestanti. «Gli Usa seguono la situazione con forte preoccupazione», ha commentato in una nota la portavoce del Dipartimento di Stato, Morgan Ortagus, invitando le parti al dialogo. «Condanniamo la violenza di ogni parte, esprimiamo vicinanza alle vittime a prescindere dalle loro inclinazioni politiche e invitiamo tutte le parti – polizia e manifestanti – all’esercizio di maggiore moderazione».

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La Corte Ue impone l’etichetta sui prodotti dei territori occupati da Israele

I giudici di Lussemburgo hanno stabilito in una sentenza che gli alimenti originari da insediamenti israeliani in Cisgiordania devono recare l'indicazione «di tale provenienza».

L‘etichetta che indichi se i prodotti vengono dai Territori palestinesi occupati da Israele e dalle colonie che Tel Aviv ha creato in Cisgiordania. La corte di Giustizia Ue del Lussemburgo ha stabilito infatti in una sentenza che gli alimenti originari dei territori occupati dallo Stato di Israele «devono recare l’indicazione del loro territorio di origine accompagnata, nel caso in cui provengano da un insediamento israeliano all’interno di detto territorio, dall’indicazione di tale provenienza».

RISCHIO È TRARRE IN INGANNO I CONSUMATORI

La Corte ha scritto che «il Paese di origine o il luogo di provenienza di un alimento deve essere indicato qualora l’omissione di una simile indicazione possa indurre in errore i consumatori, facendo pensare loro che tale alimento abbia un paese di origine o un luogo di provenienza diverso dal suo paese di origine o dal suo luogo di provenienza reale». L’indicazione, in sostanza, «non deve essere ingannevole».

«I TERRITORI HANNO DIVERSO STATUS»

I giudici, secondo una nota diffusa dalla stessa corte, hanno precisato che «il fatto di apporre su alcuni alimenti l’indicazione secondo cui lo Stato di Israele è il loro ‘paese d’origine’, mentre tali alimenti sono in realtà originari di territori che dispongono ciascuno di uno statuto internazionale proprio e distinto da quello di tale Stato, che sono occupati
da quest’ultimo e soggetti a una sua giurisdizione limitata, in quanto potenza occupante ai sensi del diritto internazionale umanitario, rientrerebbe nella fattispecie delle indicazioni ingannevoli. O, secondo le parole della Corte, trarrebbe «in inganno» i consumatori europei.

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La Corte Ue impone l’etichetta sui prodotti dei territori occupati da Israele

I giudici di Lussemburgo hanno stabilito in una sentenza che gli alimenti originari da insediamenti israeliani in Cisgiordania devono recare l'indicazione «di tale provenienza».

L‘etichetta che indichi se i prodotti vengono dai Territori palestinesi occupati da Israele e dalle colonie che Tel Aviv ha creato in Cisgiordania. La corte di Giustizia Ue del Lussemburgo ha stabilito infatti in una sentenza che gli alimenti originari dei territori occupati dallo Stato di Israele «devono recare l’indicazione del loro territorio di origine accompagnata, nel caso in cui provengano da un insediamento israeliano all’interno di detto territorio, dall’indicazione di tale provenienza».

RISCHIO È TRARRE IN INGANNO I CONSUMATORI

La Corte ha scritto che «il Paese di origine o il luogo di provenienza di un alimento deve essere indicato qualora l’omissione di una simile indicazione possa indurre in errore i consumatori, facendo pensare loro che tale alimento abbia un paese di origine o un luogo di provenienza diverso dal suo paese di origine o dal suo luogo di provenienza reale». L’indicazione, in sostanza, «non deve essere ingannevole».

«I TERRITORI HANNO DIVERSO STATUS»

I giudici, secondo una nota diffusa dalla stessa corte, hanno precisato che «il fatto di apporre su alcuni alimenti l’indicazione secondo cui lo Stato di Israele è il loro ‘paese d’origine’, mentre tali alimenti sono in realtà originari di territori che dispongono ciascuno di uno statuto internazionale proprio e distinto da quello di tale Stato, che sono occupati
da quest’ultimo e soggetti a una sua giurisdizione limitata, in quanto potenza occupante ai sensi del diritto internazionale umanitario, rientrerebbe nella fattispecie delle indicazioni ingannevoli. O, secondo le parole della Corte, trarrebbe «in inganno» i consumatori europei.

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Depistaggi sul caso Cucchi, il giudice è un ex carabiniere

Comincia con un colpo di scena il processo che vede imputati otto membri dell'Arma.

Comincia con un colpo di scena il processo che riguarda i depistaggi sul caso Cucchi, il giovane detenuto morto nel 2009 all’ospedale Pertini di Roma. In apertura dell’udienza il giudice, Federico Bonagalvagno, si è astenuto dal processo, che vede imputati otto carabinieri. Bonagalvagno ha giustificato la sua astensione spiegando di essere un ex carabiniere attualmente in congedo.

I legali dei familiari di Cucchi hanno chiesto al giudice di astenersi dopo aver appreso che aveva organizzato convegni a cui avevano partecipato alti ufficiali dell’Arma

La decisione di Bonagalvagno è legata all’iniziativa dei legali dei familiari di Stefano Cucchi che avevano chiesto al giudice monocratico di astenersi dopo aver appreso da fonti aperte che Bonagalvagno aveva organizzato convegni a cui avevano partecipato alti ufficiali dell’Arma. Il nuovo giudice monocratico nominato è Giulia Cavallone.

GLI OTTO CARABINIERI IMPUTATI

Gli otto imputati sono tutti carabinieri, tra cui alti ufficiali, accusati a vario titolo e a seconda delle posizioni di falso, favoreggiamento, omessa denuncia e calunnia. Si tratta del generale Alessandro Casarsa, all’epoca dei fatti comandante del Gruppo Roma, e altre sette carabinieri: Lorenzo Sabatino, allora comandante del reparto operativo dei carabinieri di Roma; Francesco Cavallo, ex tenente colonnello e capo ufficio del comando del Gruppo Roma; Luciano Soligo, che era maggiore dell’Arma e comandante della compagnia Roma Montesacro; Massimiliano Colombo Labriola, comandante della stazione di Tor Sapienza; Francesco Di Sano, allora in servizio alla stazione di Tor Sapienza; Tiziano Testarmata, comandante della quarta sezione del nucleo investigativo dei Carabinieri; Luca De Cianni, accusato di falso e di calunnia. Al processo non erano presenti Ilaria Cucchi e l’avvocato Fabio Anselmo.

IL MINISTERO DELLA GIUSTIZIA SI COSTITUISCE PARTE CIVILE

Il ministero della Giustizia ha presentato istanza di costituzione di parte civile. Tra le parti civili già costituite, la presidenza del Consiglio dei ministri e l’Arma. Nel frattempo, si sta svolgendo l’ultima udienza al processo che riguarda la morte di Cucchi, che vede imputati cinque carabinieri, tra cui tre per omicidio preterintenzionale, la cui sentenza è prevista giovedì 14 novembre.

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Comincia con un colpo di scena il processo che vede imputati otto membri dell'Arma.

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I legali dei familiari di Cucchi hanno chiesto al giudice di astenersi dopo aver appreso che aveva organizzato convegni a cui avevano partecipato alti ufficiali dell’Arma

La decisione di Bonagalvagno è legata all’iniziativa dei legali dei familiari di Stefano Cucchi che avevano chiesto al giudice monocratico di astenersi dopo aver appreso da fonti aperte che Bonagalvagno aveva organizzato convegni a cui avevano partecipato alti ufficiali dell’Arma. Il nuovo giudice monocratico nominato è Giulia Cavallone.

GLI OTTO CARABINIERI IMPUTATI

Gli otto imputati sono tutti carabinieri, tra cui alti ufficiali, accusati a vario titolo e a seconda delle posizioni di falso, favoreggiamento, omessa denuncia e calunnia. Si tratta del generale Alessandro Casarsa, all’epoca dei fatti comandante del Gruppo Roma, e altre sette carabinieri: Lorenzo Sabatino, allora comandante del reparto operativo dei carabinieri di Roma; Francesco Cavallo, ex tenente colonnello e capo ufficio del comando del Gruppo Roma; Luciano Soligo, che era maggiore dell’Arma e comandante della compagnia Roma Montesacro; Massimiliano Colombo Labriola, comandante della stazione di Tor Sapienza; Francesco Di Sano, allora in servizio alla stazione di Tor Sapienza; Tiziano Testarmata, comandante della quarta sezione del nucleo investigativo dei Carabinieri; Luca De Cianni, accusato di falso e di calunnia. Al processo non erano presenti Ilaria Cucchi e l’avvocato Fabio Anselmo.

IL MINISTERO DELLA GIUSTIZIA SI COSTITUISCE PARTE CIVILE

Il ministero della Giustizia ha presentato istanza di costituzione di parte civile. Tra le parti civili già costituite, la presidenza del Consiglio dei ministri e l’Arma. Nel frattempo, si sta svolgendo l’ultima udienza al processo che riguarda la morte di Cucchi, che vede imputati cinque carabinieri, tra cui tre per omicidio preterintenzionale, la cui sentenza è prevista giovedì 14 novembre.

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Corriere della Sera: per la direzione Cairo pensa a Molinari

Più nell'editore matura l’idea di scendere in politica, sempre meno Fontana - il cui contratto scade a fine anno - gli pare adatto a guidare il giornale. Meglio il numero 1 della Stampa. Forte di relazioni internazionali che un giorno potrebbero tornare utili.

Dopo averci pensato per parecchio tempo, ora Urbano Cairo avrebbe preso la decisione con lo stesso spirito con cui chiede a Walter Mazzarri di cambiare i giocatori del suo Torino: fuori Luciano Fontana e dentro Maurizio Molinari. Sono mesi che l’azionista di controllo di Rcs non è più soddisfatto del direttore del Corriere della Sera, che una volta portava in palmo di mano.

IL CONTRATTO DI FONTANA SCADE NEL 2019

Via via che in Cairo cresceva l’idea di imitare il suo maestro e idolo Silvio Berlusconi e di scendere in politica, sempre meno Fontana gli pareva adatto a guidare “politicamente” il suo giornale. «Troppo morbida e indefinita la linea politica, poco pop il profilo editoriale del giornale», ha confidato Cairo agli amici più fidati, cui ha svelato che il contratto di Fontana è in scadenza a fine 2019. Così aveva accarezzato l’idea di affidare le redini del quotidiano di via Solferino ad Aldo Cazzullo, capace, tra libri sfornati a getto continuo e molte presenze televisive, di una forte popolarità mediatica

A PESARE LE RELAZIONI INTERNAZIONALI DI MOLINARI

Poi però ci ha ripensato. Meglio il direttore della Stampa, Molinari, più sofisticato politicamente ma soprattutto dotato di un tale portafoglio di relazioni internazionali – più di altri Stati Uniti e Israele dove è stato a lungo corrispondente – che farebbe assai comodo a Cairo se decidesse di rompere gli indugi e mettersi alla testa di quel “partito di centro che non c’è” di cui tanto si parla. Naturalmente a Molinari non pare vero di approdare al soglio Solferino. E non solo per il prestigio del Corsera. Non gli dispiace affatto di lasciare Gedi, dove è sì finito lo scontro dentro la famiglia De Benedetti ma il futuro del gruppo è ancora tutto da scrivere.


Quello di cui si occupa la rubrica 
Corridoi lo dice il nome. Una pillola al giorno: notizie, rumors, indiscrezioni, scontri, retroscena su fatti e personaggi del potere.


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Più nell'editore matura l’idea di scendere in politica, sempre meno Fontana - il cui contratto scade a fine anno - gli pare adatto a guidare il giornale. Meglio il numero 1 della Stampa. Forte di relazioni internazionali che un giorno potrebbero tornare utili.

Dopo averci pensato per parecchio tempo, ora Urbano Cairo avrebbe preso la decisione con lo stesso spirito con cui chiede a Walter Mazzarri di cambiare i giocatori del suo Torino: fuori Luciano Fontana e dentro Maurizio Molinari. Sono mesi che l’azionista di controllo di Rcs non è più soddisfatto del direttore del Corriere della Sera, che una volta portava in palmo di mano.

IL CONTRATTO DI FONTANA SCADE NEL 2019

Via via che in Cairo cresceva l’idea di imitare il suo maestro e idolo Silvio Berlusconi e di scendere in politica, sempre meno Fontana gli pareva adatto a guidare “politicamente” il suo giornale. «Troppo morbida e indefinita la linea politica, poco pop il profilo editoriale del giornale», ha confidato Cairo agli amici più fidati, cui ha svelato che il contratto di Fontana è in scadenza a fine 2019. Così aveva accarezzato l’idea di affidare le redini del quotidiano di via Solferino ad Aldo Cazzullo, capace, tra libri sfornati a getto continuo e molte presenze televisive, di una forte popolarità mediatica

A PESARE LE RELAZIONI INTERNAZIONALI DI MOLINARI

Poi però ci ha ripensato. Meglio il direttore della Stampa, Molinari, più sofisticato politicamente ma soprattutto dotato di un tale portafoglio di relazioni internazionali – più di altri Stati Uniti e Israele dove è stato a lungo corrispondente – che farebbe assai comodo a Cairo se decidesse di rompere gli indugi e mettersi alla testa di quel “partito di centro che non c’è” di cui tanto si parla. Naturalmente a Molinari non pare vero di approdare al soglio Solferino. E non solo per il prestigio del Corsera. Non gli dispiace affatto di lasciare Gedi, dove è sì finito lo scontro dentro la famiglia De Benedetti ma il futuro del gruppo è ancora tutto da scrivere.


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Nave italiana attaccata dai pirati nel Golfo del Messico

Nell'assalto alla Remas sono stati feriti due nostri connazionali. Non sono in pericolo di vita. I colpi d'arma da fuoco, il furto, la fuga: cosa è successo.

Nave italiana nei guai nel Golfo del Messico. La “Remas” è stata attaccata da un commando di 7-8 pirati e l’assalto ha provocato il ferimento di due italiani, uno colpito da un oggetto contundente alla testa e l’altro da un colpo d’arma da fuoco al ginocchio: non sono in pericolo di vita.

CASO SEGUITO DAL MINISTERO DEGLI ESTERI

L’Unità di crisi del ministero degli Esteri ha fatto sapere di seguire «con la massima attenzione e in raccordo con l’ambasciata d’Italia a Città del Messico». L’imbarcazione è di proprietà della Micoperi, azienda con base a Ravenna che rappresenta uno dei maggiori contractor dell’industria offshore. Si tratta di una nave di rifornimento per le piattaforme petrolifere offshore, è lunga 75 metri e con un tonnellaggio di 2.600 tonnellate. È stata costruita nel 2011 in Turchia e naviga con bandiera italiana.

APERTO IL FUOCO CONTRO L’EQUIPAGGIO

I pirati sono arrivati a bordo della Remas su due barchini veloci e, dopo essere saliti sulla nave, hanno aperto il fuoco contro l’equipaggio, derubandolo di quanto possibile prima di scappare.

I FERITI SBARCATI NEL PORTO DI CIUDAD DEL CARMEN

Sulla nave si trovavano 35 persone, con nove marittimi italiani in totale, compreso un ufficiale della Marina mercantile messicana, che ha poi coordinato i contatti con le autorità locali. I due feriti sono stati sbarcati nel porto di Ciudad del Carmen, dove la Remas è arrivata scortata da una unità militare messicana. Lì c’era il personale medico allertato per soccorrere i due marittimi.

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Nave italiana attaccata dai pirati nel Golfo del Messico

Nell'assalto alla Remas sono stati feriti due nostri connazionali. Non sono in pericolo di vita. I colpi d'arma da fuoco, il furto, la fuga: cosa è successo.

Nave italiana nei guai nel Golfo del Messico. La “Remas” è stata attaccata da un commando di 7-8 pirati e l’assalto ha provocato il ferimento di due italiani, uno colpito da un oggetto contundente alla testa e l’altro da un colpo d’arma da fuoco al ginocchio: non sono in pericolo di vita.

CASO SEGUITO DAL MINISTERO DEGLI ESTERI

L’Unità di crisi del ministero degli Esteri ha fatto sapere di seguire «con la massima attenzione e in raccordo con l’ambasciata d’Italia a Città del Messico». L’imbarcazione è di proprietà della Micoperi, azienda con base a Ravenna che rappresenta uno dei maggiori contractor dell’industria offshore. Si tratta di una nave di rifornimento per le piattaforme petrolifere offshore, è lunga 75 metri e con un tonnellaggio di 2.600 tonnellate. È stata costruita nel 2011 in Turchia e naviga con bandiera italiana.

APERTO IL FUOCO CONTRO L’EQUIPAGGIO

I pirati sono arrivati a bordo della Remas su due barchini veloci e, dopo essere saliti sulla nave, hanno aperto il fuoco contro l’equipaggio, derubandolo di quanto possibile prima di scappare.

I FERITI SBARCATI NEL PORTO DI CIUDAD DEL CARMEN

Sulla nave si trovavano 35 persone, con nove marittimi italiani in totale, compreso un ufficiale della Marina mercantile messicana, che ha poi coordinato i contatti con le autorità locali. I due feriti sono stati sbarcati nel porto di Ciudad del Carmen, dove la Remas è arrivata scortata da una unità militare messicana. Lì c’era il personale medico allertato per soccorrere i due marittimi.

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