Leone XIV e Trump, lo scontro che spacca l’America cattolica

Papa Leone XIV, il primo pontefice statunitense, deve vedersela con un presidente megalomane e per alcuni pericoloso come Donald Trump. Forse anche per questo è stato eletto dai suoi confratelli cardinali l’8 maggio scorso, un po’ come avvenne con Giovanni Paolo II all’epoca della Cortina di ferro. Il paragone non è azzardato, considerati gli attriti crescenti fra la Chiesa cattolica e la Casa Bianca, e la posizione assunta dalla Santa Sede sulla politica estera Usa, sulla quella migratoria e sui tagli agli aiuti internazionali, al settore sanitario e ai servizi sociali. Fra l’altro il gelo fra Chiesa cattolica e Casa Bianca rischia di diventare un serio problema per il partito repubblicano in vista delle elezioni di midterm, soprattutto se si tiene presente che il voto cattolico favorì in modo determinante Trump nella corsa elettorale del 2024. 

Leone XIV e Trump, lo scontro che spacca l’America cattolica
Donald Trump (Ansa).

I richiami del Papa: da Cuba al trattato sulle armi nucleari

Il clima insomma è tutt’altro che sereno. Lo si è visto anche domenica scorsa quando all’Angelus il Papa ha parlato della crisi fra gli Stati Uniti e Cuba, invitando «tutti i responsabili a promuovere un dialogo sincero ed efficace per evitare la violenza e ogni azione che possa aumentare le sofferenze del caro popolo cubano». Il riferimento era alla decisione della Casa Bianca di impedire a qualsiasi petroliera di raggiungere Cuba. Una stretta che sta mettendo in ginocchio la già fragile economia dell’isola caraibica. Trump ha successivamente accennato a un possibile accordo con L’Avana, ma di certo dopo l’operazione Maduro, la preoccupazione Oltretevere che si possa arrivare a un’escalation militare con conseguenze pesanti per la popolazione civile è tangibile. Tanto che nelle prossime settimane i vescovi cubani saranno ricevuti in visita ad limina apostolorum da Leone. Pressoché inascoltato è stato poi l’appello del pontefice per il rinnovo del New Start, l’ultimo trattato sulle armi nucleari rimasto in vigore tra Russia e Stati Uniti. Giovedì 5 febbraio è scaduto, anche se ci sarebbero ancora margini per una proroga. «È quanto mai urgente sostituire la logica della paura e della diffidenza con un’etica condivisa capace di orientare le scelte verso il bene comune e di rendere la pace un patrimonio custodito da tutti», aveva detto Leone.

Leone XIV e Trump, lo scontro che spacca l’America cattolica
Papa Leone XIV (Imagoeconomica).

Parolin in difesa del diritto internazionale

Non solo. Il Segretario di Stato Pietro Parolin aveva chiesto a più riprese ai leader mondiali di rispettare il diritto internazionale e di non rinunciare al multilateralismo, considerati requisiti essenziali per risolvere le crisi globali. L’esatto opposto della politica trumpiana, volta ad affermare la supremazia americana in termini economici e militari. Anche la richiesta arrivata dagli Usa al Vaticano di entrare a far parte del board of pace ha lasciato piuttosto fredda la Santa Sede, non ultimo per via del progetto – in sé discutibile – di trasformare la Striscia in una riviera turistica di lusso. 

Leone XIV e Trump, lo scontro che spacca l’America cattolica
Il cardinale Pietro Parolin (Imagoeconomica).

Le critiche della Chiesa dopo le violenze dell’Ice

Al di là dei problemi internazionali, è all’interno degli Stati Uniti che il conflitto con la Chiesa sta diventando dirompente, in particolare dopo le operazioni condotte dall’Ice (Immigration and Customs Enforcement) a Minneapolis. Le violenze hanno suscitato proteste in tutto il Paese, e la voce di vescovi, cardinali ed esponenti del laicato cattolico si è levata con decisione contro la Casa Bianca, tanto che 300 leader cattolici hanno chiesto al Congresso che l’agenzia paramilitare non venga rifinanziata. Un appello che si aggiunge alla critica di tre cardinali statunitensi – Robert McElroyBlase Cupich e Joseph Tobin, arcivescovi di Washington, Chicago e Newark – contro l’aggressiva politica estera del tycoon. «È chiaro che dobbiamo tornare a comprendere cosa significhi la dignità umana», ha affermato Cupich all’emittente Ms Now affrontando poi il nodo della crisi interna degli Stati Uniti scaturita dalle violenze dell’Ice contro i migranti o chiunque è sospettato di esserlo in base al colore della pelle. «Insultare, riferirsi alle persone come parassiti, animali o spazzatura», ha aggiunto il porporato, «ci mette davvero in una posizione molto difficile in questo Paese». Il cardinale si è quindi spinto a un parallelo con il nazismo. Parlando in occasione del Giorno della Memoria, ha ricordato che l’Olocausto «non è iniziato con i campi di concentramento, ma con le parole. Penso che dobbiamo tenerlo a mente e imparare dalla storia che le parole contano».

Perché il rapporto tra Santa Sede e Israele è diventato quasi impossibile

Il 4 novembre scorso, è passato quasi del tutto inosservato un anniversario importante: quello dell’assassinio del leader israeliano Yitzhak Rabin, ucciso 30 anni fa da un estremista di destra israeliano. Con lui, morì anche la speranza di pace in Medio Oriente. Non tutti però se ne sono dimenticati: l’Osservatore Romano, il quotidiano della Santa Sede, ha dedicato alla ricorrenza un lungo servizio dal titolo: “La tomba di Rabin e della pace”. «L’assassinio di Rabin ha indiscutibilmente cambiato la storia di Israele, della Palestina e dell’intero Medio Oriente», ha scritto Roberto Cetera. «E il fiume di sangue e sofferenza a cui abbiamo dovuto assistere negli ultimi due anni ha trovato le sue sorgenti nell’incompiutezza di quel processo di pace che l’assassinio di Rabin ha determinato. Ecco perché la narrazione diffusa, che pone l’inizio della tragedia al 7 ottobre 2023, è insufficiente e miope, non vede troppo bene da lontano e dimentica». Parole pesanti come pietre che suggellano, una volta di più se ce ne fosse bisogno, la crisi profonda che intercorre oggi nelle relazioni diplomatiche fra Vaticano e Stato d’Israele.

Perché il rapporto tra Santa Sede e Israele è diventato quasi impossibile
L’Osservatore Romano.

Il piano teologico-storico tende a confondersi con quello politico

Nei giorni scorsi cadeva anche un’altra ricorrenza che riguardava da vicino la Chiesa cattolica e il mondo ebraico: i 60 anni dalla pubblicazione del documento del Concilio Vaticano II, Nostra aetate. Si tratta del testo che cancella la plurisecolare accusa di deicidio rivolta agli ebrei dalla Chiesa di Roma, afferma il rifiuto netto e indiscutibile dell’antisemitismo all’indomani della Shoah e apre al dialogo fra la Chiesa e le altre religioni del mondo a cominciare da quella ebraica. Sì, perché, quando si parla di rapporti fra ebrei e cattolici ciò che è politico ha spesso risvolti teologici e viceversa. Non a caso, lo scorso settembre, Civiltà cattolica (il mensile dei gesuiti che per ogni numero riceve il “visto” della Segreteria di Stato), metteva in guardia dal sovrapporre i due piani, il confronto storico-teologico e il rapporto con lo Stato di Israele che va giudicato secondo i parametri del diritto internazionale. E, proprio seguendo questa impostazione, la Chiesa di Roma è giunta a un livello che rasenta la rottura dei rapporti istituzionali con Tel Aviv. Cosa che naturalmente nessuno desidera, ma che nei fatti sembra già divenuta realtà. A poco è servita la visita in Vaticano, lo scorso settembre, del presidente di Israele Isaac Herzog, che si era recato a Roma nel tentativo di rasserenare gli animi.

Perché il rapporto tra Santa Sede e Israele è diventato quasi impossibile
Isaac Herzog con Papa Leone XIV (Imagoeconomica).

Netanyahu è diventato un interlocutore impossibile per il Vaticano

«Due popoli due Stati», si ostina a ripetere la Santa Sede, mentre Benjamin Netanyahu non cede di un millimetro: mai sorgerà uno Stato palestinese (Stato riconosciuto dal Vaticano giusto 10 anni fa). Risulta sempre più evidente che il vero problema nelle relazioni con il Vaticano, anche sotto Leone XIV, è il premier israeliano. Netanyahu, sulla cui testa pesa ancora il mandato di cattura della Corte penale internazionale dell’Aja per crimini di guerra, è allo stato delle cose un interlocutore impossibile per il Vaticano. Questo è il nodo da sciogliere e non è poco. Il problema, condiviso con buona parte delle cancellerie del mondo, è ancora più grave per la Santa Sede per la quale le questioni di credibilità sono tutto, o quasi. Forse anche per questo il patriarca latino di Gerusalemme, il cardinale Pierbattista Pizzaballa, in una serie di recenti interventi, come quello in occasione del convegno internazionale per la pace promosso dalla comunità Sant’Egidio a Roma, ha parlato dell’urgenza di un cambio di leadership se si vuole arrivare a un vero negoziato fra Israele e palestinesi.

Perché il rapporto tra Santa Sede e Israele è diventato quasi impossibile
Pierbattista Pizzaballa (Imagoeconomica).

Più approfonditamente, Civiltà Cattolica, in un articolo di novembre dedicato all’accordo promosso dal presidente Donald Trump, scriveva: «Alla fine, se tutto procederà secondo i piani, israeliani e palestinesi riprenderanno i colloqui sulla creazione di uno Stato palestinese. Questo punto è fortemente osteggiato da Netanyahu e dai suoi ministri. L’ostilità verso questo programma è dimostrata dal fatto che nella lista dei palestinesi da scarcerare non è comparso il nome di Marwan Barghouti, personaggio carismatico del partito Fatah, arrestato nel 2002 e condannato a cinque ergastoli». E, ancora, «Barghouti, detto il “Mandela palestinese”, incarnerebbe una leadership capace di negoziare un accordo politico con un largo consenso popolare. Netanyahu preferisce trattare con Hamas, screditato dalla violenza, e molto meno con Mahmoud Abbas, conosciuto anche come Abu Mazen. È il modo migliore per bloccare qualsiasi velleità di una soluzione a due Stati. Nel piano di pace, inoltre, non si fa riferimento alla Cisgiordania e alle colonie, compreso il piano E1, che taglia in due il territorio palestinese e che è stato approvato dal governo israeliano. Anche in questo caso, l’obiettivo dello Stato d’Israele è bloccare la nascita di uno Stato palestinese». Raramente, da parte vaticana, si erano espressi giudizi così severi e netti in termini politici e diplomatici verso un governo straniero, segno che Oltretevere la misura da tempo è colma. A ciò si aggiunga, infine, l’intervista rilasciata dal segretario di Stato, Pietro Parolin, ai media vaticani. «Ci sono tante voci di forte dissenso che si levano dal mondo ebraico contro la modalità con cui l’attuale governo israeliano ha operato e sta operando a Gaza e nel resto della Palestina», ha dichiarato in occasione dell’anniversario del 7 ottobre, «dove, non dimentichiamolo, l’espansionismo spesso violento dei coloni vuole rendere impossibile la nascita di uno Stato Palestinese». 

Perché il rapporto tra Santa Sede e Israele è diventato quasi impossibile
Pietro Parolin (Imagoeconomica).

Chi è Kevin Farrell, l’eminenza grigia delle finanze vaticane

C’è un uomo in Vaticano, un cardinale, che rappresenta da una parte la continuità sotterranea fra Francesco e Leone XIV, dall’altra concentra nelle sue mani il potere finanziario d’Oltretevere. Si tratta, neanche a dirlo, di un americano: Kevin Farrell, un porporato di lungo corso (ricevette la berretta rossa da Bergoglio nel 2016). Di origini irlandesi – nacque a Dublino nel 1947 – dopo aver studiato in Spagna e a Roma, si trasferì in America dove cominciò il suo servizio nella Chiesa.

Chi è Kevin Farrell, l’eminenza grigia delle finanze vaticane
Il cardinal Farrell (Imagoeconomica).

Una vocazione religiosa e finanziaria

Profondo conoscitore della Curia romana e della Chiesa statunitense, per capire come Farrell sia diventato una sorta di eminenza grigia nella gestione delle finanze vaticane, occorre fare un salto indietro e tornare al marzo del 2007, quando venne chiamato da Benedetto XVI a guidare la diocesi di Dallas (nel 2016, poi approdò definitivamente in Vaticano, quando Francesco lo nominò capo del Dicastero per i laici, la famiglia e la vita). Durante quegli anni, ricoprì vari incarichi: fu cancelliere dell’università di Dallas; membro del consiglio di amministrazione dell’Università cattolica d’America, della Papal Foundation (importante fondazione cattolica statunitense, che ha proprio l’obiettivo di aiutare finanziariamente il Vaticano), del santuario nazionale dell’Immacolata Concezione, dell’istituto San Luca di Washington e moderatore episcopale della consulta per la gestione finanziaria diocesana. Non solo: a conferma che la sua vocazione avesse un forte richiamo alla gestione delle finanze, non vanno dimenticati gli incarichi all’interno della conferenza episcopale degli Usa dove Farrell fu, tra le altre cose, tesoriere, presidente del Comitato per il bilancio e le finanze e di quello per le collette nazionali.

Chi è Kevin Farrell, l’eminenza grigia delle finanze vaticane
Il cardinal Kevin Joseph Farrell nel 2017 (Ansa).

I trascorsi nei Legionari di Cristo di Maciel

Occuparsi delle finanze della Chiesa americana non è uno scherzo, si tratta infatti di gestire ingenti flussi di denaro. E pensare che il futuro cardinale aveva cominciato la sua carriera ecclesiale in una congregazione religiosa assai discussa, ovvero i Legionari di Cristo, l’organizzazione fondata dal mefistofelico Marcial Maciel, abusatore seriale, personalità capace di costruire un impero economico con le necessarie protezioni vaticane. Maciel è scomparso nel 2008 e Farrell si allontanò per tempo dalla congregazione dei Legionari. Il passato del resto è passato, soprattutto considerato il fatto che il cardinale statunitense ha già 78 anni e dunque, almeno sulla carta, è in età da pensione.

Chi è Kevin Farrell, l’eminenza grigia delle finanze vaticane
Il fondatore dei Legionari di Cristo, Marcial Maciel, nel 2001 (Ansa).

La ‘chiamata’ di Francesco nel 2016

Tuttavia, il porporato è stato chiamato da Papa Francesco prima alla testa del dicastero per i laici, la famiglia e la vita nel 2016, poi negli anni seguenti del pontificato è stato nominato, in rapida successione, a capo della commissione materie riservate (che stabilisce cioè su quali finanziamenti è necessario mantenere la riservatezza, vigilando sui contratti stipulati dalla Segreteria di Stato della Santa Sede e dal Governatorato dello Stato della Città del Vaticano), quindi presiede il comitato per gli investimenti, che è l’organismo formato da esperti laici che stabilisce come investire i fondi del Vaticano alla base del successo finanziario dell’Apsa (Amministrazione apostolica della Santa Sede, il dicastero che gestisce gli investimenti mobiliari e immobiliari della Santa Sede). Così i buoni risultati raggiunti dall’Apsa – lo scorso anno ha registrato un utile di 62,2 milioni di euro – sono dovuti essenzialmente a una riorganizzazione degli investimenti finanziari. «Il 2024», si legge infatti nella sintesi del bilancio pubblicata dal Vaticano, «ha visto mettere in atto alcuni importanti adeguamenti del settore finanziario in ottemperanza alle linee guida emanate dal Comitato Investimenti, che hanno comportato un significativo cambiamento nella composizione della struttura del portafoglio degli investimenti». Non a caso Leone XIV ha cancellato la norma che prevedeva che lo Ior, la banca vaticana, avesse questa capacità d’investimento in esclusiva.

Chi è Kevin Farrell, l’eminenza grigia delle finanze vaticane
Papa Francesco e il cardinal Farrell nel 2018 (Ansa).

Leone XIV e l’eredità di Bergoglio

Da ultimo Farrell è stato nominato da Francesco alla guida del fondo pensioni vaticano, che costituisce una sorta di buco nero per le finanze d’Oltretevere; lo certificava lo stesso Bergoglio in una lettera del novembre 2024 e indirizzata ai responsabili delle istituzioni curiali e delle istituzioni collegate con la Santa Sede: «Purtroppo, il dato che ora emerge, a conclusione delle ultime approfondite analisi svolte da esperti indipendenti», affermava il pontefice, «indica un grave squilibrio prospettico del Fondo, la cui dimensione tende ad ampliarsi nel tempo in assenza di interventi: in termini concreti, ciò significa che l’attuale sistema non è in grado di garantire nel medio termine l’assolvimento dell’obbligo pensionistico per le generazioni future». «Alla luce di ciò e tutto ben considerato, desidero quindi comunicarvi», aggiungeva il predecessore di Lone XVI pochi mesi prima della sua scomparsa, «la decisione, da me assunta in data odierna, di nominare sua eminenza, Kevin Card. Farrell, Amministratore Unico per il Fondo Pensioni, ritenendo che questa scelta rappresenti, in questo momento, un passo essenziale per rispondere alle sfide che il nostro sistema previdenziale deve affrontare in futuro». Tutto questo è finito nell’eredità di governo di Prevost, che ha lasciato le cose così come le aveva sistemate Francesco. In effetti Leone XIV può contare in questi mesi sulla collaborazione di un cardinale, suo connazionale, esperto dei corridoi curiali di Roma e che allo stesso tempo conosce bene anche il mondo della finanza, non solo vaticana.

Chi è Kevin Farrell, l’eminenza grigia delle finanze vaticane
Papa Leone XIV (Imagoeconomica).

Dagli abusi alle riforme, in Vaticano è un Natale di terremoti

Le rivelazioni sulle violenze dei Legionari di Cristo nei confronti dei minori hanno scosso la Curia. Mentre per papa Francesco «non siamo più nella cristianità». Scandali, denunce, potere che difende i privilegi: cosa sta succedendo nella Chiesa.

Il Natale 2019 in Vaticano è stato preceduto da una raffica di notizie sorprendenti e rivelatrici. Papa Francesco nel discorso di auguri alla Curia vaticana ha ribadito la necessità di riformare gli uffici e le funzioni dei dicasteri che “governano” la Chiesa universale chiarendo che organismi storicamente importanti – e dal ruolo ben definito – fra i quali la Congregazione per la dottrina della fede (l’ex Sant’uffizio) e la Congregazione per l’evangelizzazione dei popoli (Propaganda fide), non potranno più essere quelli del passato. Quello che stiamo attraversando infatti, per il papa, è un cambiamento d’epoca che pone la Chiesa di fronte a sfide drammatiche per la sua stessa sopravvivenza.

LA FEDE SPESSO DERISA E NEGATA

«Fratelli e sorelle», ha detto Francesco, «non siamo nella cristianità, non più!». II tema della riforma della Curia, ha spiegato, non è legato solo alla necessità di aggiornare istituzioni vetuste e limitare le burocrazie, il nodo vero è quello dell’evangelizzazione in un’epoca in cui i pastori, i vescovi, non sono più i primi a produrre cultura e valori, né i più ascoltati. La fede in tutto l’Occidente, ha precisato il papa, non costituisce più un presupposto ovvio del vivere comune, al contrario avviene che essa venga spesso derisa e negata.

SENZA REAZIONE DESTINATI A ESSERE TRAVOLTI

Se negli anni passati Francesco aveva elencato tutti i vizi della Curia romana compilando severi e drammatici j’accuse di un mondo arrogante e chiuso in se stesso, nelle proprie dinamiche interne, nei privilegi anacronistici fatti passare per tradizione, attaccato al potere a volte allo sfarzo, quest’anno il papa è passato a delineare la fine di un mondo che fra non molto se non si reagisce, era il sottinteso di un intervento inusuale, travolgerà anche la cittadella d’Oltretevere.

STRATEGIA OSTRUZIONISTICA CONTRO FRANCESCO

La Curia finora ha fatto orecchie da mercante di fronte ai tentativi di riforma interna promossi dal papa, la bozza finale della nuova costituzione vaticana arrivata all’ultimo miglio (doveva essere approvata prima di Natale), è stata sommersa da centinaia di emendamenti secondo la più classica strategia ostruzionistica. Questa volta Bergoglio, tuttavia, ha lanciato un allarme che è andato oltre la contesa ormai classica fra il papa venuto dalla fine del mondo e il vecchio ordine romano, ha fatto capire che il tempo sta per scadere perché nelle città di oggi, ha detto al nutrito drappello di cardinali e alti funzionari curiali riuniti ad ascoltarlo, la Chiesa per orientarsi ha bisogno di «nuove mappe»; insomma se si vuole salvare la barca di Pietro, Curia compresa, non c’è tempo da perdere. Chissà se il messaggio verrà recepito. Nel frattempo Francesco si è circondato di fedelissimi nei dicasteri chiave delle finanze vaticane (snodo nevralgico della riforma), considerando ormai fallito ogni tentativo di governo che coinvolgesse l’opposizione.

DECISIONE FORTE SUL POTENTE SODANO

In questa direzione va anche la decisione di mandare in pensione il già anziano cardinale Angelo Sodano (92 anni), che ha lasciato l’incarico non solo onorifico di decano del sacro collegio cardinalizio. Francesco ne ha accetto la rinunzia e al contempo ha riformato l’istituto stabilendo che la carica ha la durata in tutto di cinque anni eventualmente rinnovabili; Sodano è rimasto al suo posto per quasi 15 anni. Considerato da sempre uno degli uomini più potenti in Vaticano, è stato fra le altre cose attaccato da un altro peso massimo del sacro collegio, l’arcivescovo di Vienna Christoph Schoenborn, che ha ricordato come l’ex decano lo avesse violentemente messo sotto accusa davanti a Benedetto XVI nel 2010 per essersi impegnato con i vescovi austriaci nel denunciare gli abusi sessuali commessi dal cardinale Hans Hermann Groer, ex arcivescovo di Vienna (un’inchiesta del giornalista Hubertus Czernin arrivò a parlare di circa 2 mila ragazzi abusati da Groer).

LEGAMI OSCURI CON GLI SCANDALI SUGLI ABUSI

Sodano negò con virulenza la fondatezza delle notizie contro Groer. La carriera di Sodano, del resto, è costellata da episodi riferibili allo scandalo degli abusi sessuali: abbiamo già ricordato i suoi legami – raccontati da alcune vittimecon il sacerdote cileno abusatore Fernando Karadima, vicino al dittatore Augusto Pinochet (i rapporti di Sodano con i regimi sudamericani sono un altro argomento di critica nei suoi confronti). Dalla vicenda Karadima è scaturita una crisi che ha portato alle dimissioni dei vertici della Chiesa cilena in tempi recenti.

TUTTE LE MACCHIE DEI LEGIONARI DI CRISTO

Ancora, l’ex Segretario di Stato di Giovanni Paolo II e per un breve periodo di Benedetto XVI è stato chiamato in causa da testimonianze e inchieste giornalistiche per aver offerto protezione al fondatore dei Legionari di Cristo, l’oscuro padre Marcial Maciel (del resto protetto dallo stesso Karol Wojtyla), dal conclamato profilo criminale. E proprio sabato 21 dicembre, dalla Congregazione dei Legionari, in quello che assomiglia a un tentativo pubblico di contribuire alla verità, è stato diffuso un rapporto nel quale si accusa lo stesso fondatore dell’organizzazione di aver abusato di almeno 60 minori, parte di un più vasto gruppo di 175 ragazzi compresi fra gli 11 e i 26 anni vittime di abusi – nell’arco di 80 anni – commessi da 33 sacerdoti membri della Congregazione, 18 dei quali ne fanno ancora parte (ma i casi potrebbero essere molti di più). Anche diverse decine di seminaristi, emerge dal rapporto, hanno subito e compiuto violenze.

UNA «MAFIA» CHE COPRIVA LE VIOLENZE

D’altro canto non può essere dimenticato quanto disse il cardinale brasiliano Joao Braz de Aviz, capo del dicastero vaticano per la vita religiosa e gli istituti di vita consacrata, che a fine 2018 spiegò come le accuse contro Maciel fossero note al Vaticano dal 1943, quindi aggiunse: «Chi lo ha coperto era una mafia, non rappresentava la Chiesa». In questo quadro va ricordato che fra le finalità note dei Legionari rientrava quella di combattere la diffusione della teologia della liberazione in America Latina. Infine è arrivata la notizia che solo nell’ultimo anno sono giunte in Vaticano circa 1.000 denunce relative a casi di abusi sessuali commessi da esponenti del clero. La crisi insomma è ben lungi dal concludersi, anche se con Francesco la Chiesa ha iniziato la sua lunga traversata del deserto.

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I fedelissimi di Francesco per le finanze vaticane

Da Guerrero Alves fino a Tagle: chi sono e che compiti avranno gli uomini messi dal papa in posti chiave della Curia. Dove continua a ridursi la presenza italiana.

Il Vaticano ha da qualche settimana un nuovo super ministro per l’economia, Juan Antonio Guerrero Alves, gesuita, spagnolo di 60 anni che ha ricoperto nel tempo diversi incarichi organizzativi e di governo nella Compagnia di Gesù. È quello che si può definire un uomo di fiducia del papa, un ministro più ‘politico’ che ‘tecnico’; evidentemente dopo tanti ‘stop and go’ nel cammino di riforma delle finanze d’Oltretevere, Francesco ha deciso che sono davvero pochi quelli di cui ci si può fidare: fra questi rientrano certamente i gesuiti il cui ruolo, non a caso, sta crescendo sia in Curia che nel collegio cardinalizio. 

LA SFIDA DI GUERRERO E MARX

Il compito primario di padre Guerrero è quello di portare a termine uno dei passaggi chiave nel percorso di trasformazione delle finanze vaticane, ovvero la pubblicazione dei bilanci del piccolo Stato del papa. Un tassello che manca da diversi anni, nonostante gli annunci e le promesse fatte a partire dal 2014. Per far questo, tuttavia, il nuovo prefetto della segreteria per l’Economia dovrà riuscire a pianificare e razionalizzare le spese, verificare gli sprechi e le necessità reali di ogni ufficio vaticano, coordinare entrate e uscite. Queste attività sono esercitate dalla segreteria in collaborazione con un altro importante organismo, figlio anch’esso della riforma istituzionale voluta dal Papa: vale a dire il Consiglio per l’economia guidato dal cardinale Reinhard Marx, arcivescovo di Monaco e capo della Conferenza episcopale tedesca.

UN TESORETTO DI 700 MILIONI DI EURO

Tuttavia sia Guerrero che Marx dovranno vedersela ancora una volta con la segreteria di Stato che fino ad ora si è opposta a un suo ridimensionamento nel governo delle finanze. La recente vicenda dell’investimento confuso e opaco realizzato a Londra è appunto sintomo di questa situazione. La segreteria di Stato controlla infatti un proprio tesoretto, che ammonterebbe a circa 700 milioni di euro, una parte dei quali sono stati investiti nell’operazione immobiliare rivelatasi uni boomerang. In ogni caso, una fetta rilevante di questa cifra deriva dall’obolo di San Pietro, ovvero dalle collette dai fedeli per la carità del papa.

Il  punto in discussione è se il Vaticano può permettersi che certi fondi siano esclusi dai bilanci e gestiti dagli uffici della segreteria di Stato

In realtà è noto ormai da diverso tempo (almeno da Paolo VI in avanti) che il fondo d’emergenza costituito attraverso l’obolo e le donazioni delle chiese locali presso la segreteria di Stato, ha avuto diverse funzioni: coprire i buchi di bilancio del Vaticano in momenti di difficoltà, sopperire alle necessità amministrative più urgenti, consentire di intervenire in situazioni critiche. Sono risorse che, come ha spiegato lo stesso pontefice sul volo che lo riportava indietro dal Giappone, vanno pure investite, ma in modo corretto e trasparente (e su questo aspetto è scoppiato l’ultimo scandalo, non sulla necessità di far fruttare le risorse a disposizione).

IL PESO DI PAROLIN NELLE PROSSIME SCELTE

Il  punto in discussione, ora, è se il Vaticano – data l’importanza che la questione assume per credibilità della Santa Sede – può permettersi che fondi di questo tipo siano esclusi dai bilanci e gestiti dagli uffici della segreteria di Stato e non invece, per esempio, attraverso lo Ior riformato per garantire un maggior controllo sul loro utilizzo. In tal senso peserà, e non poco, la parola del Segretario di Stato, il cardinale Pietro Parolin, un altro dei più stretti collaboratori di Francesco, il quale ha mostrato più volte di non voler sottostare, dal punto di vista finanziario, ad altri organismi vaticani (come invece sembrava intendere l’ex prefetto della segreteria per l’Economia il cardinale australiano George Pell che entrò in rotta di collisione con Parolin).

IL SENSAZIONALISMO SULL’USO DELL’OBOLO DI SAN PIETRO

Di certo c’è che un certo sensazionalismo scatenato intorno all’uso dell’obolo di San Pietro – da ultimo da parte del Wall Street Journal – circa il fatto che le offerte dei fedeli non siano utilizzate per opere di carità ma per far “funzionare”  il Vaticano, sembra sproporzionato. Si parla infatti di una cifra che sta intorno ai 70 milioni di dollari l’anno, a volte meno, senza dubbio significativa ma che diventa ben poca cosa in termini assoluti se si considera, per esempio, che l’evasione fiscale in Italia tocca i 109 miliardi di euro annui. D’altro canto, proprio da un certo grado di efficienza della Santa Sede dipendono interventi e azioni umanitarie importanti promossi dal Vaticano e dalla Chiesa. Tuttavia, la trasparenza è altra cosa: per la credibilità della Chiesa la vera accountability è quella nei confronti dell’opinione pubblica, e qui la strada da percorrere è ancora lunga.

Con Tagle Francesco ha collocato un fedelissimo in un posto chiave sia per le missioni che per le finanze, ridimensionando ancora la presenza italiana nella Curia

Per questo non può passare inosservata un’altra nomina di peso fatta da Francesco negli ultimi giorni, quella del nuovo prefetto di Propaganda Fide, il dicastero per l’evangelizzazione dei popoli che può contare su un patrimonio immobiliare a oggi sconosciuto nonostante le tante ipotesi e illazioni. Si tratta del cardinale filippino Luis Antonio Tagle, da pochi giorni ex arcivescovo di Manila, a capo pure di Caritas internationalis, l’arcipelago mondiale delle organizzazioni cattoliche impegnate sul fronte della solidarietà verso i più poveri. Francesco, dunque, ha collocato un altro dei suoi fedelissimi in un posto chiave sia per le missioni che per le finanze, ridimensionando ancora  – va sottolineato – la presenza italiana nella Curia vaticana. A lasciare il posto di ‘papa rosso’  a Tagle infatti (questa secondo la tradizione la definizione attribuita al capo di Propaganda Fide), è stato il cardinale Fernando Filoni, diplomatico esperto e di lungo corso approdato a Propaganda Fide nel 2011 con Benedetto XVI che non aveva compiuto ancora l’età per andare in pensione (75 anni, Filoni ne ha 73).

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Per la Chiesa l’uomo forte in politica è anti-cristiano

L'avvertimento dell'Osservatore romano a pochi giorni dal rapporto del Censis. Così la Santa Sede prova a ergersi a baluardo contro l'ascesa dei nazionalismi.

Attenzione agli uomini forti, possono portare un Paese – anche l’Italia – alla rovina. È questo l’avvertimento lanciato dall’Osservatore romano dell’8 dicembre, in un editoriale di prima pagina dal significativo titolo: «La forza dell’uomo debole». L’intervento del direttore del quotidiano vaticano, Andrea Monda, prende spunto dall’ultimo rapporto del Censis dal quale emerge, fra le altre cose, che gli italiani stufi delle inefficienze dello Stato, dai ritardi della politica, dal venir meno di una parte delle tutele offerte dal welfare, vorrebbero alla guida del Paese uomini forti che non debbano preoccuparsi «di parlamento ed elezioni». Sembra essersi sbiadita nel tempo, osserva Monda, la forza del racconto dei nostri nonni su quando in Italia c’era un uomo solo e forte al comando.

IL RIFERIMENTO IMMEDIATO AL DUCE

Il riferimento al duce insomma è esplicito e immediato, le ondate di nazionalismo e populismo che scuotono l’Italia e l’Europa, secondo il giornale del Papa, ci rimandano a quei precedenti, per questo non possiamo dormire sonni tranquilli. Del resto, non è il primo pronunciamento di alto livello vaticano o ecclesiale sulla questione; lo stesso Papa Francesco, meno di un mese fa, aveva affermato senza giri di parole, che certi governanti e politici europei gli ricordano Adolf Hitler e il nazismo con le sue persecuzioni verso ebrei, omosessuali, zingari. Ancora, la Civiltà Cattolica ha dedicato un lungo intervento – di cui abbiamo riferito di recente su Lettera43 –  al rapporto fra fede e fascismo, alla strumentalità con la quale Benito Mussolini utilizzò la religione per cementare li proprio consenso. Al contempo la rivista dei gesuiti accennava, non casualmente, al tema opposto: ovvero a come la chiesa avesse, da parte sua, sottoscritto un concordato vantaggioso col regime nel 1929.

Quello dell’Osservatore romano è il terzo intervento nelle ultime settimane che tocca lo stesso nucleo di problemi

Quello dell’Osservatore romano è dunque il terzo intervento nelle ultime settimane che tocca lo stesso nucleo di problemi; tre indizi fanno una prova? In realtà i segnali provenienti dall’altra sponda del Tevere che vanno in questa direzione sono molti di più e indicano, sia pure con le dovute attenzioni del caso, un percorso definitivo di separazione fra Chiesa cattolica e fascismi. Un’operazione di revisionismo storico, prudente giustamente nel metodo, ma chiara ormai nel tracciare una lettura non più incerta e giustificativa del passato in collegamento costante col presente. Lo spazio della ricerca storica sulle cause e i contesti in cui si mosse la Santa Sede, si lascia intendere nei vari interventi è una cosa, il giudizio morale, il messaggio per il presente, un’altra.

PRIMA O POI ARRIVA LA ROVINA

In tal senso, l’editoriale dell’Osservatore è particolarmente importante perché non si limita a dare una lettura politica del problema legato all’idea di ‘uomo forte’, ma chiama in causa il cristianesimo nella sua essenza di fede fondata in un certo modo sulla debolezza dell’essere umano, ovvero sulla sua incompletezza dentro la quale si trovano inevitabilmente difetti, punti deboli, virtù, slanci di generosità, egoismi e via dicendo, appunto perché la ‘potenza’ è di Dio così come la misericordia che diventa una sorta di antidoto del potere, e non appartiene all’uomo, alla sua dimensione. Anzi, quando qualche leader politico si presenta sulla scena pubblica, accreditandosi alle masse come ‘l’uomo forte’ in grado di cambiare i destini di una nazione, c’è da allarmarsi perché è un principio che porta con sé, prima o poi, la rovina.

LA CITAZION DEL GRANDE TEOLOGO BONHOFFER

In tal senso va la bella citazione del grande teologo protestante tedesco Dietrich Bonhoffer, il quale venne chiamato a commentare nel 1933, l’elezione del Fuhrer a Cancelliere; Hitler annunciò fin dal suo primo discorso che non avrebbe deluso il popolo e avrebbe anzi mantenuto tutte le sue promesse. Bonhoffer si disse preoccupato perché «come essere umano» lui si aspettava «dal suo Führer la possibilità di essere deluso, questo, dal punto di vista umano lo avrebbe confortato molto di più». Hitler, per l‘appunto, ricorda li quotidiano della Santa Sede, mantenne tutte le sue promesse e sappiamo come andò a finire; lo stesso Bonhoffer venne impiccato nel campo di concentramento di Flossemburg nell’aprile del 1945, poco prima che terminasse il conflitto, per aver cospirato contro il nazismo.

La Santa Sede è l’istituzione che forse con maggior forza sta interpretando l’ascesa dei populismi in Europa (e in America), con un forte senso della storia e della memoria

La Santa Sede, insomma, è l’istituzione che forse con maggior forza sta interpretando l’ascesa dei populismi in Europa (e in America), con un forte senso della storia e della memoria, non nascondendosi i rischi che montano dietro certi slogan e certe politiche. La questione che ha fatto da discrimine e da detonatore è stata certamente quella dei profughi e dei migranti, tema definito «luogo teologico» in particolare per i gesuiti da Papa Francesco nel corso del recente viaggio in Thailandia e Giappone. L’insorgenza del veleno razzista, della xenofobia, dell’armamentario nazionalista, alimentati dalla crisi sociale, è l’allarme che si registra in Vaticano, è un male capace di sovvertire non solo la democrazia ma anche le radici stesse del cristianesimo. Altro che rosari branditi n piazza.

LA LEZIONE DEL PASSATO

Quella in corso Oltretevere, peraltro, è anche un’operazione verità che tiene conto della lezione del passato: questa volta gli storici del futuro troveranno facilmente la netta condanna di fenomeni politici “inquietanti” nella documentazione ufficiale prodotta in tante occasioni dal Papa o dal Vaticano, e non dovranno più affidarsi alle annotazioni private o interne ai sacri palazzi di mons. Domenico Tardini,  il diplomatico vaticano che operò come collaboratore dei papi prima e durante li secondo conflitto mondiale, per trovare traccia del disappunto e del disprezzo verso certi regimi o verso le imprese  coloniali del fascismo. Ma questo è il passato, appunto. La storia di oggi certo è altra cosa, e gli anticorpi verso l’ondata nazionalista sono ancora forti; tuttavia ci piacerebbe leggere sull’Osservatore, in questo tempo di rinnovato studio della storia e di comprensione aperta e critica della sua lezione, senza alcun cedimento agiografico, una rivisitazione della vicenda di quei sacerdoti che, mai cessando di essere tali, collaborarono attivamente con la resistenza italiana o furono perseguitati dal regime fascista.

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Per il Vaticano la diplomazia mondiale è in crisi a causa dell’ego nazionalista

La diplomazia della Santa Sede sostiene l’approccio multilaterale alle crisi internazionali. E appoggia l’azione di organismi intergovernativi come le Nazioni Unite. Ora in crisi a causa del sovranismo dilagante.

La diplomazia della Santa Sede sostiene l’approccio multilaterale alle crisi internazionali e appoggia di conseguenza l’azione degli organismi intergovernativi come le Nazioni Unite.

L’IMPASSE DEGLI ORGANISMI INTERGOVERNATIVI

Se questi ultimi vivono da tempo una stagione di impasse è dovuto a vari fattori fra i quali ha un peso significativo l’idea, oggi diffusa, che gli interessi particolari, nazionali, debbano e possano prevalere anche al di fuori del principio di collaborazione fra nazioni e governi. Si tratta, tuttavia, di una prospettiva illusoria, fondata su una sorta di “ego del nazionalismo” che non contribuisce né alla tutela degli interessi specifici né, tanto meno, alla soluzione dei problemi di carattere globale che riguardano il Pianeta a cominciare dalla ricerca di soluzioni pacifiche ai conflitti.

LA DIPLOMAZIA VATICANA CONTRO I NAZIONALISMI

Il Segretario di Stato vaticano, cardinale Pietro Parolin, ha chiarito in una lectio magistralis tenuta nei giorni scorsi in occasione dell’inaugurazione dell’anno accademico dell’Università Cattolica a Roma, in quale prospettiva operi la diplomazia vaticana. Parolin, ha quindi riaffermato come l’azione della Santa Sede, anche sul piano degli strumenti della politica internazionale, delle sue finalità, della sua ispirazione cristiana, sia profondamente in contrasto con le opzioni nazionalistiche oggi spesso prevalenti che divergono profondamente, per metodo e per scala di valori, da quanto propone la Chiesa sul piano diplomatico a livello globale.  

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I DISSIDI TRA SANTA SEDE E LEADER SOVRANISTI

D’altro canto, basta ricordare, a conferma delle affermazioni del Segretario di Stato, che non sono stati pochi i motivi di dissidio fra la Santa Sede e alcuni degli slogan e dei protagonisti della scena mondiale. A cominciare dall’America first di Donald Trump il quale entrava in contrasto sia con i partner europei che con la nuova superpotenza economica cinese, mentre cercava di ampliare il proprio consenso interno attaccando le minoranze etniche e i migranti; non vanno poi dimenticate le accuse di ingerenza rivolte dal presidente brasiliano Jair Bolsonaro a quanti  – compreso il papa – chiedono la salvaguardia della foresta amazzonica quale bene comune dell’umanità la cui distruzione ha ricadute ambientali che vanno ben oltre i confini del Brasile.

bolsonaro democrazia brasile
Il presidente del Brasile Jair Bolsonaro. (Getty)

Ma di fatto in questa problematica rientra – e forse si colloca al primo posto per importanza e gravità – il lungo e distruttivo conflitto siriano in cui la Santa Sede ha più volte denunciato il prevalere degli interessi di superpotenze regionali o globali su quelli di una popolazione civile straziata dal conflitto (si parla nel caso specifico di guerra combattuta da gruppi e milizie “per procura”).

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Anche i movimenti nazionalisti che percorrono l’Europa in questi anni sono osservati con allarme dalla Santa Sede per la carica di odio che tendono a scatenare contro le minoranze, come ha ricordato il papa lo scorso 15 novembre quando ha pure affermato: «Vi confesso che quando sento qualche discorso, qualche responsabile dell’ordine o del governo, mi vengono in mente i discorsi di Hiltler nel ’34 e nel ’36». Per questo il primo obiettivo della diplomazia vaticana è quello di lavorare per la pace, la concordia e il dialogo fra le nazioni.

LE SFIDE DELL’ERA POST-GLOBALIZZAZIONE

Tanto più che il mondo nel quale oggi si muovono i diplomatici della Santa Sede non è più quello di una «comunità di genti cristiane» in cui al papa spettava il compito di costruire la pace «fra i principi cristiani», ma una realtà plurale e assai diversificata al suo interno per culture, tradizioni, religioni. Il compito dei nunzi e dei diplomatici del papa, allora, è quello di lavorare per il bene comune di ogni Paese nel quale ci si trova ad agire, mentre sul piano generale deve prevalere il principio di far progredire l’intera famiglia umana. Concetto che oggi non gode di grande popolarità

Il segretario di Stato vaticano, il cardinale Pietro Parolin
Il segretario di Stato Vaticano, Pietro Parolin (Ansa).

Se infatti nella globalizzazione, ha spiegato il cardinale Parolin, l’importante per i singoli Stati era di non restare esclusi, «nella realtà post-globale in cui siamo immersi, il primo pensiero è proteggersi, chiudersi rispetto a quanto ci circonda poiché ritenuto fonte di pericolo o di contaminazione per idee, culture, visioni religiose, processi economici». D’altro canto, nell’attuale deriva in cui prevalgono gli isolazionismi o le visioni particolaristiche, i muri e i confini chiusi, secondo il Segretario di Stato vaticano, i protagonisti della politica internazionale appaiono spesso rassegnati rispetto al susseguirsi di crisi, violenze contro innocenti, violazioni di diritti fondamentali.

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La diplomazia, a sua volta, ha le armi spuntate, è diventata impotente di fronte ai numerosi conflitti in atto, alla circolazione indiscriminata delle armi, al ricorso alla violenza terroristica o a impossibili condizioni di sopravvivenza di popoli e Paesi. Da qui la necessità e l’urgenza di tornare al multilateralismo quale strada maestra per scongiurare e guerre e contrapposizioni fratricide, aprire strade negoziali ovunque sia possibile, favorire la cooperazione e la riconciliazione fra le nazioni.   

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A Hiroshima il papa ha scritto la sua Pacem in Terris

Nel discorso pronunciato al Memoriale per la pace di Hirsoshima Francesco è si è concentrato sul rischio rappresentato dagli arsenali nucleari, ricalcando i passi di Giovanni XXIII e Paolo VI.

Utilizzare l’energia atomica «per fini di guerra è, oggi più che mai, un crimine, non solo contro l’uomo e la sua dignità, ma contro ogni possibilità di futuro nella nostra casa comune». Lo ha affermato papa Francesco durante il suo viaggio pastorale in Thailandia e Giappone durante il quale sta scrivendo un capitolo importante del suo magistero, una sorta di Pacem in Terris per il nostro tempo.

D’altro canto, nel discorso pronunciato al Memoriale per la pace di Hirsoshima, città colpita nell’agosto del 1945 da una delle due bombe atomiche che caddero sul Giappone (l’altra devastò Nagasaki), Francesco ha fatto più volte riferimento all’enciclica di Giovanni XXIII pubblicata nel 1963 che conteneva la visione nuova della Chiesa di fronte ai grandi cambiamenti della seconda metà del secolo scorso: dall’urgenza del disarmo nell’epoca della corsa agli armamenti, alla scossa tellurica prodotta dal processo di decolonizzazione attraverso i continenti, dalle rivendicazioni del movimento dei lavoratori, al nuovo protagonismo civile delle donne, all’affermazione dei diritti umani e civili.

Infine, nel rifiuto totale della guerra da parte del papa, è riecheggiato il magistero di Paolo VI – al cui insegnamento speso guarda Bergoglio – e del celebre discorso pronunciato alle Nazioni Unite il 4 ottobre del 1965 in cui disse li suo «mai più la guerra!».

LA SFIDA DEL FUTURO PER LA CHIESA È LA CONQUISTA DELL’ASIA

Bergoglio, da buon gesuita, sta riprendendo in questi giorni, e più largamente in questi anni di pontificato, la strada dell’oriente che la Compagnia di Gesù ha percorso praticamente fin dalla sua nascita nel XVI secolo seguendo le orme di Francesco Saverio e Matteo Ricci. Dalla Cina al Giappone, infatti, i seguaci di Ignazio di Loyola hanno provato a portare il Vangelo oltre i confini del mondo cristiano aprendo all’evangelizzazione le porte dell’Asia, continente immenso, immensamente popolato e oggi non più misterioso come qualche secolo fa.

La Chiesa non è più organicamente legata all’Occidente, magari lungo l’asse atlantico, guarda ai popoli e alle nazioni di tutti i continenti

Non per caso Francesco ha già visitato Corea del Sud, Myanmar, Bangladesh, Filippine, Sri Lanka, e in questi giorni ha toccato Thailandia e Giappone. La sfida della Chiesa per i prossimi decenni del resto, è quella di riuscire a ‘entrare’ in Asia non più, come pure avvenne spesso nei secoli in passati, a bordo delle navi delle grandi compagnie commerciali europee o sotto scorta dei contingenti miliari delle potenze un tempo coloniali, ma con la forza del messaggio cristiano, un messaggio che, di conseguenza, non può imporsi con la forza di un’ideologia – non può insomma essere inteso come dottrina spirituale ufficiale dell’occidente – ma che deve incontrarsi e amalgamarsi con le tradizioni culturali e religiose incontrate lungo il cammino.

Papa Francesco con l’imperatore del Giappone Naruhito (foto LaPresse).

Se questo è l’obiettivo, il papa da tempo ha messo in atto una strategia globale che va in tale direzione: la Chiesa non è più organicamente legata all’Occidente, magari lungo l’asse atlantico, guarda ai popoli e alle nazioni di tutti i continenti – come dimostrano le tante nomine fatte dal pontefice di cardinali di località e Paesi del Sud del mondo e di tutti i continenti – propone muovi modelli di sviluppo per curare le ingiustizie sociali, affronta i grandi temi globali del disarmo nucleare, della tutela del Creato, delle migrazioni. D’altro canto non va dimenticato che la storia dei gesuiti in Giappone è stata anche segnata da incomprensioni, persecuzioni e martirio racconta Silence, un recente film del grande regista americano Martin Scorsese.

LA SVOLTA GREEN E L’ATTACCO ALLA PROLIFERAZIONE DEGLI ARMAMENTI

Sul piano diplomatico la Santa Sede ha sviluppato un intenso dialogo con Pechino riuscendo, dopo lunghi negoziati, a sottoscrivere un accordo, certo ancora fragile, per la nomina condivisa dei vescovi; accordo che ha spaventato e allarmato la Casa Bianca in pieno conflitto economico con la Cina e che pure in oriente non tutti hanno visto di buon occhio. D’altro canto la battaglia apertasi a Hong Kong fra i giovani e le autorità cinesi ha messo in qualche imbarazzo la Santa Sede, chiusa fino ad ora in uno stretto riserbo sulla crisi nell’ex colonia britannica

Il possesso di ordigni nucleari per Francesco è «immorale»

Ora, con la visita in Giappone, Francesco ha compiuto una tappa fondamentale del suo pellegrinaggio verso oriente e a Hiroshima e Nagasaki è tornato su un tema cruciale che passa dal secolo scorso a quello successivo: quello del rischio rappresentato dagli arsenali nucleari. Se Giovanni XXIII nella Pacem in Terris chiedeva la «messa al bando» degli armamenti nucleari e Giovanni Paolo II nel 1981 a Nagasaki impegnava la Chiesa a battersi per «l’abolizione delle armi nucleari», Francesco ci sta dicendo che finita ormai da un trentennio la Guerra fredda – si celebra in questi giorni il trentesimo anniversario della caduta del Muro di Berlino – la minaccia nucleare pesa ancora su di noi, tanto che «l’intimidazione bellica nucleare» viene utilizzata dagli Stati come risorsa legittima «per la risoluzione dei conflitti», mentre lo stesso possesso di ordigni nucleari per Francesco è «immorale».

Papa Francesco durante l’incontro con un monaco buddista durante l’incontro per commemorare le vittime di Fukushima (foto LaPresse).

Il papa, inoltre, ha allargato il discorso alla proliferazione delle armi convenzionali sempre più raffinate, al persistere di conflitti tragici, al loro legame con la povertà, con la scarsa attenzione alla cura della «casa comune», cioè della Terra, col diffondersi di odio e discriminazioni. Ancora, incontrando a Tokyo i sopravvissuti del disastro di Fukushima (dove nel 2011 vi fu un gravissimo incidente nella centrale nucleare in seguito a un terremoto), ha espresso «preoccupazione» per l’uso civile dell’energia nucleare, mentre con l’imperatore del Giappone Naruhito ha toccato il tema delle guerre del futuro che potrebbero essere combattute per il controllo delle risorse idriche. Una cosa sembra ormai certa: il papa declina il suo magistero sociale in chiave “green” disegnando un pontificato che collega sempre di più i temi dell’ambiente, della crisi ecologica del Pianeta, all’annuncio cristiano.

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Dagli Usa al Vaticano, nomine pesanti che rafforzano il papa

L'elezione di Gomez a presidente della Chiesa Usa e quella di Guerrero Alves alle Finanze del Vaticano: due posizioni chiave che danno più slancio al mandato di Francesco.

Quando il gioco si fa duro i gesuiti e l’Opus Dei cominciano a giocare. Parafrasando John Belushi, è questo lo schema che sembra emergere dalla scorsa settimana durante la quale si sono avute due nomine di primissimo piano negli assetti della Chiesa universale, una in America l’altra in Vaticano. Ma andiamo con ordine.

L’assemblea generale dei vescovi statunitensi, riunitasi a Baltimora il 12 e il 13 novembre scorsi, ha eletto come nuovo presidente e successore del cardinale Daniel Di Nardo (arcivescovo di Galveston-Houston), monsignor Josè Gomez, 67 anni, arcivescovo di Los Angeles, il primo leader ‘latino’ – è originario di Monterrey, in Messico – della Chiesa a stelle e strisce, un fatto definito storico da diversi osservatori e dai media.

Gomez è stato ordinato prete dell’Opus Dei nel lontano 1978, è un difensore battagliero dei diritti di migranti e rifugiati negli Stati Uniti, dei diritti dei dreamers, i migranti arrivati illegalmente negli Usa da bambini che possono col tempo e a determinate condizioni diventare regolari; l’amministrazione Trump ha ingaggiato una durissima battaglia legale per cancellare questa possibilità. Gomez, inoltre, ha attaccato il suprematismo bianco e le forme esasperate di nazionalismo che percorrono gli Usa; assai più tradizionalista appare invece su temi come l‘aborto o le unioni omosessuali.

La sua elezione rappresenta dunque a prima vista una scelta di mediazione fra le diverse anime della conferenza episcopale Usa (il Los Angeles Times l’ha scritto: «È allo stesso tempo un conservatore e un progressista»), divisa fra sostenitori acerrimi della battaglia pro-life allineati al Partito repubblicano, e quanti, nell’episcopato, mettono al primo posto i grandi temi sociali che mandano in corto circuito l’America: dai conflitti razziali alla questione migratoria.

I CATTOLICI USA RESTANO IN MAGGIORANZA LATINOAMERICANI

In realtà l’elezione di Gomez ha un significato più ampio: il nuovo presidente dell’episcopato d’Oltreoceano è infatti alla guida della diocesi più grande del Paese e con una composizione etnica particolarmente ricca e contrastante; più volte, per altro, l’arcivescovo ha detto che la sua stessa biografia è segnata dalla migrazione, un fatto che lo avvicina non poco all’attuale papa segnato da una vicenda per molti versi simile: di certo sta crescendo esponenzialmente a livello globale il peso della Chiesa in grado di parlare lo spagnolo delle Americhe, e cresce pure il peso dell’Opus Dei che, tutto sommato, in questo delicatissimo caso, si è trovata in sintonia con il pontefice gesuita.

Circa il 47% dei latinos che vivono in America si definisce cattolico, era il 57% un decennio fa

Non va inoltre dimenticato come la Chiesa Usa sia stata in buona parte ripopolata dalle migrazioni del Centro e Sud America, un fenomeno vasto e potente poco recepito fino a ora dai vertici ecclesiali. Secondo un sondaggio recentissimo del Pew Research Center, circa il 47% dei latinos che vivono in America si definisce cattolico, era il 57% un decennio fa. Ancora, il 77% dei cattolici di origini latinoamericane e il 55% dei cattolici bianchi sono favorevoli a concedere la cittadinanza agli immigrati irregolari stabilitisi negli States. Va infine ricordato che, nell’aprile scorso, il papa aveva nominato quale nuovo arcivescovo di Washington, monsignor Wilton Gregory; si trattava del primo leader afroamericano per la nevralgica diocesi della capitale del Paese.

L’ARRIVO DI GUERRERO ALVES E I NODI DELLE FINANZE DEL VATICANO

In Vaticano, invece, Francesco dopo lunga attesa, ha nominato il nuovo capo della segreteria per l’Economia; è un gesuita, si chiama Juan Antonio Guerrero Alves, è spagnolo, ha 60 anni. Vanta sì una laurea in Economia presa in gioventù, ma il suo sembra soprattutto il profilo di chi ha abilità organizzative e gestionali di istituzioni complesse, dunque quella compiuta dal pontefice argentino appare più decisamente come una scelta politica che tecnica. Fra l’altro, particolare non indifferente, la notizia relativa alla nomina è stata diffusa praticamente nelle stesse ore in cui si apprendeva che l’ex ‘ministro dell’Economia’ vaticano, il cardinale George Pell, poteva contare su un’ultima chance per evitare di scontare la pena di sei anni in prigione cui era stato condannato dopo un processo per violenza sessuale su due minori celebratosi a Melbourne, in Australia.

Antonio Guerrero Alves.

Pell si è sempre dichiarato innocente ma è stato comunque giudicato colpevole in primo e secondo grado, ora il suo appello è stato accolto dall’Alta Corte australiana la quale si è detta disponibile a discutere il caso. Difficile dire come andrà a finire ma per Pell c’è comunque una speranza. Nel frattempo, tuttavia, il papa ha chiuso definitivamente quel capitolo procedendo alla nomina di un fedelissimo, un gesuita, per gestire le mai del tutto domate finanze vaticane. Si allarga così ulteriormente la squadra della Compagnia di Gesù in posizioni di comando nella Curia romana (che comprende anche monsignor Luis Ladaria Ferrer, prefetto della Congregazione per la dottrina della fede). Fra i primi dossier cui padre Guerrero dovrà mettere mano, la redazione e pubblicazione dei bilanci vaticani, tanto più urgente dopo l’emergere degli ultimi episodi di investimenti immobiliari spericolati realizzati con ingenti fondi della Segreteria di Stato.

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La Chiesa cattolica può sopravvivere allo scandalo degli abusi sessuali?

Mentre Francesco continua la sua battaglia per i poveri, continuano i casi di violenze sui minori da parte di sacerdoti. Il Vaticano prova a rispondere sul lato della formazione, ma mancano i presupposti per riforme vere.

Mentre Francesco prosegue instancabile la sua predicazione in favore dei poveri, dei più vulnerabili, contro le ingiustizie che colpiscono tante realtà del Sud e del Nord del mondo, schierandosi in favore dell’educazione al dialogo, alla costruzione di ponti fra civiltà e popoli, la Chiesa da un punto all’altro del globo continua a essere scossa dallo scandalo degli abusi sessuali.

Apparentemente c’è una scarsa relazione fra questi due eventi, in realtà il tratto unificante – e alla lunga schizofrenico – è che entrambi sono fra gli elementi più fortemente rappresentativi della Chiesa cattolica in questo tempo.

A BUFFALO LO SCANDALO DEI 24 PRETI SOSPESI MA STIPENDIATI

Negli Stati Uniti i casi e le denunce si susseguono come una pioggia ininterrotta nonostante l’impegno della conferenza episcopale che ha cercato in ogni modo, nell’arco di due decenni, di porre rimedio allo scandalo. Fra pochi giorni, per altro, i vescovi degli States si riuniranno in assemblea per decidere come perseguire le eventuali coperture e gli insabbiamenti operati dai vescovi nei confronti di sacerdoti colpevoli o indagati come richiesto dal Vaticano.

Manca, in molti casi, la parola conclusiva del Vaticano che può procedere alla dimissione dallo stato clericale di un sacerdote

Ma a colpire l’opinione pubblica sono anche altri particolari, come nel caso della diocesi di Buffalo, Stato di New York, dove circa 24 sacerdoti, sospesi da ogni funzione a causa del loro coinvolgimento in casi di violenze su minori, continuano a ricevere il sostentamento economico dalla diocesi locale, sono cioè regolarmente stipendiati. Di fatto finché non vengono ‘spretati’ e allontanati dalla Chiesa è compito della diocesi provvedere al loro mantenimento, almeno questo dicono i legali esperti di diritto canonico.

Papa Francesco.

Manca, in molti casi, la parola conclusiva del Vaticano che può procedere alla dimissione dallo stato clericale di un sacerdote; ma le carte dei vari procedimenti, denunciano i media d’Oltreoceano, non sono mai state mandate a Roma nonostante gli annunci fatti. Secondo la diocesi a ritardare il procedimento sono state anche le ulteriori indagini del procuratore generale dello Stato di New York sullo scandalo; c’è invece chi pensa a ritardi dovuti a burocrazie interne. La storia di Buffalo, in ogni caso, dimostra come l’opinione pubblica americana non molli la presa e anzi consideri sempre di più le responsabilità della Chiesa.

IN ITALIA IL CASO DI DON MICHELE MOTTOLA A TRENTOLA DUCENTA

Anche in Italia, Paese in cui i media, con qualche eccezione, sono piuttosto restii a lanciare campagne stampa su un argomento che resta scabroso, proprio in questi giorni ha fatto invece scalpore un fatto di cronaca nel quale è coinvolto un prete: è il caso di don Michele Mottola, parroco a Trentola Ducenta (diocesi di Aversa) in attività fino al maggio scorso. Contro di lui è in corso un procedimento canonico, ma intanto è stato arrestato dalla polizia dopo essere stato denunciato grazie all’aiuto decisivo di una bambina di 12 anni, una sua vittima molestata già da diverso tempo. Interessante nel caso di don Mottola è il fatto che gli abusi sono proseguiti fino a tempi recentissimi, vale a dire dopo i tanti pronunciamenti degli ultimi pontefici, i provvedimenti presi dal Vaticano, i casi perseguiti, i primi passi compiuti dalla Cei per arginare il fenomeno. È il segno che il problema tende a perpetrarsi nonostante tutto.

LA CHIESA REAGISCE PUNTANDO SULLA FORMAZIONE DEI SACERDOTI

Altre iniziative, anche in positivo si susseguono. Per esempio il prossimo 14 novembre il cardinale Ricardo Blazquez, arcivescovo di Valladolid e presidente dei vescovi spagnoli, inaugurerà un corso sulla protezione dei minori nella Chiesa all’università di Navarra (Opus Dei). Del resto il Vaticano sta investendo molto sull’aspetto formativo attraverso un’educazione costante dei seminaristi e del clero in generale. In questa direzione guida le operazioni l’università Gregoriana a Roma, storico ateneo dei gesuiti che coordina le attività della Chiesa per la protezione dell’infanzia in tutto il mondo. Gestire la sfera affettiva e la sessualità in modo responsabile e maturo, affrontare i casi che emergono mettendo al primo posto le vittime e non la tutela dell’immagine dell’istituzione, capire i segnali di una crisi, imparare a comunicarla con trasparenza, sono alcuni degli obiettivi di questo sforzo. Basterà? Difficile dirlo.

IL CELIBATO RESTA UN TABÙ INTOCCABILE

Nonostante le buone intenzioni infatti in troppe chiese locali il clericalismo, l’abuso di potere, restano il vero nemico da battere mentre laici e donne restano ai margini del governo delle parrocchie e delle diocesi. Non solo. Sul piano istituzionale il celibato resta un tabù intoccabile: non vi è nessun nesso automatico fra la disciplina della castità e le violenze sessuali ripetono come un mantra, snocciolando dati, gli uomini di Bergoglio impegnati nella battaglia contro la pedofilia nella Chiesa, a cominciare da padre Hans Zollner, gesuita, presidente della Pontificia commissione per la protezione dei minori. L’esperienza direbbe altro, ma il dibattito è aperto.

Secondo il teologo Hubert Wolf, storico della Chiesa e teologo, a partire dagli Anni 60 il 20% dei preti ha rinunciato al sacerdozio a causa del celibato

Resta comunque il dubbio che il rapporto fra chiesa e sessualità, celibato compreso, sia un fattore costante di tensione irrisolto nella vita della Chiesa da tempo fuori controllo. Secondo il teologo Hubert Wolf, storico della Chiesa e teologo, autore di un volume appena pubblicato dal titolo Contro il celibato (Donzelli) a partire dagli Anni 60 circa il 20% dei preti ha rinunciato al sacerdozio a causa del celibato, i «seminari tendono regolarmente a scomparire», mentre ci sono diocesi che non hanno registrato una sola ordinazione per «diversi anni consecutivi».

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