Il 4 novembre scorso, è passato quasi del tutto inosservato un anniversario importante: quello dell’assassinio del leader israeliano Yitzhak Rabin, ucciso 30 anni fa da un estremista di destra israeliano. Con lui, morì anche la speranza di pace in Medio Oriente. Non tutti però se ne sono dimenticati: l’Osservatore Romano, il quotidiano della Santa Sede, ha dedicato alla ricorrenza un lungo servizio dal titolo: “La tomba di Rabin e della pace”. «L’assassinio di Rabin ha indiscutibilmente cambiato la storia di Israele, della Palestina e dell’intero Medio Oriente», ha scritto Roberto Cetera. «E il fiume di sangue e sofferenza a cui abbiamo dovuto assistere negli ultimi due anni ha trovato le sue sorgenti nell’incompiutezza di quel processo di pace che l’assassinio di Rabin ha determinato. Ecco perché la narrazione diffusa, che pone l’inizio della tragedia al 7 ottobre 2023, è insufficiente e miope, non vede troppo bene da lontano e dimentica». Parole pesanti come pietre che suggellano, una volta di più se ce ne fosse bisogno, la crisi profonda che intercorre oggi nelle relazioni diplomatiche fra Vaticano e Stato d’Israele.

Il piano teologico-storico tende a confondersi con quello politico
Nei giorni scorsi cadeva anche un’altra ricorrenza che riguardava da vicino la Chiesa cattolica e il mondo ebraico: i 60 anni dalla pubblicazione del documento del Concilio Vaticano II, Nostra aetate. Si tratta del testo che cancella la plurisecolare accusa di deicidio rivolta agli ebrei dalla Chiesa di Roma, afferma il rifiuto netto e indiscutibile dell’antisemitismo all’indomani della Shoah e apre al dialogo fra la Chiesa e le altre religioni del mondo a cominciare da quella ebraica. Sì, perché, quando si parla di rapporti fra ebrei e cattolici ciò che è politico ha spesso risvolti teologici e viceversa. Non a caso, lo scorso settembre, Civiltà cattolica (il mensile dei gesuiti che per ogni numero riceve il “visto” della Segreteria di Stato), metteva in guardia dal sovrapporre i due piani, il confronto storico-teologico e il rapporto con lo Stato di Israele che va giudicato secondo i parametri del diritto internazionale. E, proprio seguendo questa impostazione, la Chiesa di Roma è giunta a un livello che rasenta la rottura dei rapporti istituzionali con Tel Aviv. Cosa che naturalmente nessuno desidera, ma che nei fatti sembra già divenuta realtà. A poco è servita la visita in Vaticano, lo scorso settembre, del presidente di Israele Isaac Herzog, che si era recato a Roma nel tentativo di rasserenare gli animi.

Netanyahu è diventato un interlocutore impossibile per il Vaticano
«Due popoli due Stati», si ostina a ripetere la Santa Sede, mentre Benjamin Netanyahu non cede di un millimetro: mai sorgerà uno Stato palestinese (Stato riconosciuto dal Vaticano giusto 10 anni fa). Risulta sempre più evidente che il vero problema nelle relazioni con il Vaticano, anche sotto Leone XIV, è il premier israeliano. Netanyahu, sulla cui testa pesa ancora il mandato di cattura della Corte penale internazionale dell’Aja per crimini di guerra, è allo stato delle cose un interlocutore impossibile per il Vaticano. Questo è il nodo da sciogliere e non è poco. Il problema, condiviso con buona parte delle cancellerie del mondo, è ancora più grave per la Santa Sede per la quale le questioni di credibilità sono tutto, o quasi. Forse anche per questo il patriarca latino di Gerusalemme, il cardinale Pierbattista Pizzaballa, in una serie di recenti interventi, come quello in occasione del convegno internazionale per la pace promosso dalla comunità Sant’Egidio a Roma, ha parlato dell’urgenza di un cambio di leadership se si vuole arrivare a un vero negoziato fra Israele e palestinesi.

Più approfonditamente, Civiltà Cattolica, in un articolo di novembre dedicato all’accordo promosso dal presidente Donald Trump, scriveva: «Alla fine, se tutto procederà secondo i piani, israeliani e palestinesi riprenderanno i colloqui sulla creazione di uno Stato palestinese. Questo punto è fortemente osteggiato da Netanyahu e dai suoi ministri. L’ostilità verso questo programma è dimostrata dal fatto che nella lista dei palestinesi da scarcerare non è comparso il nome di Marwan Barghouti, personaggio carismatico del partito Fatah, arrestato nel 2002 e condannato a cinque ergastoli». E, ancora, «Barghouti, detto il “Mandela palestinese”, incarnerebbe una leadership capace di negoziare un accordo politico con un largo consenso popolare. Netanyahu preferisce trattare con Hamas, screditato dalla violenza, e molto meno con Mahmoud Abbas, conosciuto anche come Abu Mazen. È il modo migliore per bloccare qualsiasi velleità di una soluzione a due Stati. Nel piano di pace, inoltre, non si fa riferimento alla Cisgiordania e alle colonie, compreso il piano E1, che taglia in due il territorio palestinese e che è stato approvato dal governo israeliano. Anche in questo caso, l’obiettivo dello Stato d’Israele è bloccare la nascita di uno Stato palestinese». Raramente, da parte vaticana, si erano espressi giudizi così severi e netti in termini politici e diplomatici verso un governo straniero, segno che Oltretevere la misura da tempo è colma. A ciò si aggiunga, infine, l’intervista rilasciata dal segretario di Stato, Pietro Parolin, ai media vaticani. «Ci sono tante voci di forte dissenso che si levano dal mondo ebraico contro la modalità con cui l’attuale governo israeliano ha operato e sta operando a Gaza e nel resto della Palestina», ha dichiarato in occasione dell’anniversario del 7 ottobre, «dove, non dimentichiamolo, l’espansionismo spesso violento dei coloni vuole rendere impossibile la nascita di uno Stato Palestinese».

