È stata fissata per il 9 febbraio 2026, davanti al gup di Roma, l’udienza preliminare per Maria Rosaria Boccia, indagata dopo l’esposto presentato da Gennaro Sangiuliano. La procura capitolina aveva chiesto il processo per Boccia a fine settembre, accusando l’imprenditrice di «condotte reiterate ossessive e di penetrante controllo della vita privata, professionale e istituzionale» nei confronti dell’ex ministro della Cultura. Nell’inchiesta coordinata dal procuratore aggiunto Giuseppe Cascini e dalle pm Giulia Guccione e Barbara Trotta, vengono contestati a Boccia i reati di stalking aggravato, interferenze illecite nella vita privata, lesioni e diffamazione, oltre a false dichiarazioni nel curriculum in relazione all’organizzazione di eventi.
Russia, Ucraina e Stati Uniti sono «abbastanza vicini a una soluzione diplomatica» per la fine della guerra tra Mosca e Kyiv. Lo ha detto nel corso di un’intervista alla Cnn Kirill Dmitriev, inviato speciale del Cremlino che si trova a Washington per «colloqui ufficiali». Vladimir Putin, ha assicurato, vorrebbe risolvere il conflitto diplomaticamente e l’obiettivo è trovare «compromessi che funzionerebbero per tutte le parti». Dmitriev ha affermato che il recente riconoscimento delle realtà sul campo di battaglia da parte del presidente ucraino Volodymyr Zelensky ha segnato «un grande passo» verso i negoziati, in quanto «la sua precedente posizione era che la Russia dovesse andarsene completamente».
Donald Trump sarà in Israele lunedì 13 ottobre. Lo ha reso noto la polizia israeliana tramite i social, spiegando che «migliaia di agenti saranno dispiegati lungo le principali arterie stradali per garantire la sicurezza pubblica, l’ordine e il regolare flusso del traffico durante la visita di Stato». Nell’ambito dell’operazione ‘Blue Shield 6’ saranno numerose le strade chiuse al traffico. A qualsiasi velivolo, droni compresi, sarà inoltre vietato sorvolare l’aeroporto Ben Gurion di Tel Aviv, così come la città di Gerusalemme.
As Israel prepares to welcome U.S. President Donald Trump on Monday, the Israel Police is finalizing Operation “Blue Shield 6.” Thousands of police and Border Police officers will be deployed along key routes to ensure public safety, order, and smooth traffic flow during the… pic.twitter.com/Xx6cDx6zBS
Sospensione dei combattimenti, ritiro parziale dell’Idf, rilascio dei 20 ostaggi ancora vivi in cambio della scarcerazione di 1.950 detenuti palestinesi. Aspetti fondamentali come il disarmo del gruppo islamista e la governance della Striscia verranno discussi prossimamente, ma tant’è: Israele e Hamas hanno raggiunto un accordo sulla prima fase del piano per la fine della guerra a Gaza, «evento storico e senza precedenti», come ha sottolineato il «presidente della pace» Donald Trump, che adesso punta al Nobel. L’intesa siglata in Egitto è senza dubbio una vittoria del tycoon: ma l’accordo reggerà?
Come detto, restano da chiarire le difficili questioni sul futuro di Hamas e le idee di Israele per la governance di Gaza. Oltre a quella relativa al ritiro dell’Idf dalla Striscia. Secondo l’agenzia Efe, il gruppo islamista si è detto disposto a «consegnare le sue armi a un comitato egiziano-palestinese». Ma di più al momento non si sa. Per quanto riguarda gli altri punti, il piano della Casa Bianca prevede una governance internazionale presieduta dallo stesso presidente Usa e da privati come Tony Blair, mentre Tel Aviv continua a opporsi a un ruolo dell’Autorità Nazionale Palestinese. Un aspetto su cui è stato raggiunto l’accordo è il ritiro solo parziale dell’Idf dalla Striscia, circostanza non particolarmente rassicurante per i gazawi, va detto, anche perché finora non si è parlato ufficialmente del coinvolgimento di forze di peacekeeping dell’Onu.
Festeggiamenti a Tel Aviv dopo l’annuncio dell’accordo (Ansa).
Sulla soluzione dei due Stati Israele continua a fare muro
Ci sono poi alcuni temi che – almeno per il momento – non sono stati affrontati. Dopo l’annuncio dell’accordo, il presidente dell’Anp Abu Mazen ringraziando Trump ha parlato di «passo verso la soluzione dei due Stati», ribadendo che «la sovranità su Gaza appartiene allo Stato di Palestina» e che sarà necessario ristabilire il legame con la Cisgiordania attraverso l’applicazione delle leggi e le istituzioni palestinesi. Tuttavia, Trump non ha menzionato la nascita di alcuno Stato e Benjamin Netanyahu ha sempre escluso tale eventualità. «Non abbandoneremo mai i diritti del nostro popolo finché non saranno raggiunte la libertà, l’indipendenza e l’autodeterminazione», ha affermato Hamas. Che peraltro ha detto sì dopo le minacce da parte di The Donald di scatenare «l’inferno» a Gaza in caso di ulteriori tentennamenti.
Gazawi in festa per l’accordo Hamas-Israele (Ansa).
Si teme che l’offensiva israeliana riprenda dopo la consegna degli ostaggi
Al netto dei festeggiamenti per l’intesa, la tensione resta alta. Hamas ha chiesto a Trump di «garantire che il governo di occupazione israeliano rispetti pienamente i termini dell’accordo»: il timore è che l’Idf possa riprendere l’offensiva una volta restituiti gli ostaggi. Insomma, la speranza è che la pace regga, anche se la sensazione è quella di una tregua armata. Raffazzonata, verrebbe da dire, messa insieme da Trump giusto in tempo per l’assegnazione del Nobel per la Pace.
President Trump joins @SeanHannity to discuss Israel & Hamas signing off on the first phase of the Peace Plan.
"It has really been an amazing period of time — & so great for Israel, so great for Muslims, for the Arab countries, & so great for this country… that we could be… pic.twitter.com/gi2SvJxGsq
Sempre a proposito di tempistiche, d’altra parte, l’Amministrazione Trump avrebbe voluto trovare la quadra su Gaza prima dell’insediamento: la tregua negoziata a gennaio si era però arenato a causa delle ripetute violazione da parte di Israele e per divergenze sulla sequenza del rilascio degli ostaggi nelle mani di Hamas.
Benjamin Netanyahu e Donald Trump (Ansa).
Netanyahu ha bisogno della guerra per la sopravvivenza politica
E poi c’è Netanyahu, che ha bisogno della guerra per la sua sopravvivenza politica. Il premier israeliano, alle prese con il ministro delle Finanze, Bezalel Smotrich, e quello della Sicurezza Nazionale, Itamar Ben-Gvir, che hanno minacciato di rovesciare il governo in caso di cessate il fuoco, ha convocato l’esecutivo «per approvare l’accordo e riportare a casa tutti gli ostaggi». L’accelerata per il piano di pace è arrivata dopo il bombardamento – un mese fa – di un edificio di Doha in cui erano riuniti alcuni membri della leadership di Hamas. Un’operazione militare senza esito, ma soprattutto un erroraccio politico da parte di Netanyahu, che ha colpito il Qatar, facendo infuriare i Paesi arabi e lo stesso Trump, vicino alla casa reale dell’emirato. Costretto dal presidente Usa a scusarsi, il premier israeliano si è cosparso il capo di cenere e poi – per timore di perdere l’appoggio americano – ha accettato l’accordo su Gaza. C’è poi un aspetto da considerare: non si tratta del primo cessate il fuoco siglato dal 7 ottobre 2023. Ci sono state già brevi interruzioni delle ostilità, con scambi di ostaggi e detenuti. Ma poi l’Idf ha ripreso gli attacchi. Una volta rilasciati tutti i prigionieri di Hamas, chi assicura che non ripartiranno le operazioni militari di Israele nella Striscia?
«Censuro tutto. È inaccettabile. La farsa è durata abbastanza». Lo ha dichiarato Marine Le Pen, leader del Rassemblement National, in merito alle attuali consultazioni del primo ministro uscente Sebastien Lecornu, che si è dimesso il 6 ottobre dopo appena 27 giorni a Matignon e meno di 24 ore dopo aver presentato il suo governo (il più breve della Quinta Repubblica). Sia l’estrema destra del RN che la sinistra della France Insoumise hanno chiesto di tornare alle urne, ma Emmanuel Macron – sempre più sotto pressione – punta a tenere duro fino al 2027: in un discorso Lecornu ha sottolineato il «desiderio» delle forze politiche di centro, destra e Place Publique di avere un bilancio entro il 31 dicembre, «una convergenza che ovviamente elimina la prospettiva di scioglimento» dell’Assemblea Nazionale.
Je censure tout. La plaisanterie a assez duré.
Trop, c’est trop : le pouvoir contourne les institutions, méprise la Ve République et prend les Français pour des idiots.
Le Pen attacca: «Fischiamo la fine della ricreazione»
«Fischiamo la fine della ricreazione», ha aggiunto Le Pen attaccando Macron e Lecornu, il quale si è dimesso alla vigilia del voto di fiducia dell’Assemblea Nazionale, che si preannunciava fallimentare. Nel suo discorso, il premier uscente ha inoltre affermato che «l’obiettivo di deficit pubblico deve essere mantenuto al di sotto del 5 per cento del deficit» nel prossimo bilancio, o «tra il 4,7 e il 5 per cento in via definitiva». Tuttavia, durante questo discorso, il premier dimissionario non ha affrontato la questione cruciale di una possibile sospensione della riforma delle pensioni.
Sebastien Lecornu (Imagoeconomica).
Cosa dicono i sondaggi su eventuali elezioni legislative anticipate
I sondaggi relativi a eventuali elezioni anticipate danno il Rassemblement National al 33 per cento, l’area di centrosinistra al secondo posto con il 18 per cento, i macronisti al 14 per cento e i Repubblicani di Bruno Retailleau al 12 per cento.
Le Pen o Bardella sarebbero in testa al primo turno in presidenziali anticipate
In Francia intanto si continua a parlare non solo di elezioni legislative anticipate, ma anche di Presidenziali indette prima del tempo: Macron assicura di non essere intenzionato a lasciare l’Eliseo, ma a fronte delle svariate crisi politiche potrebbe decidere di fare un passo indietro. Un sondaggio condotto dall’istituto Toluna Harris dà il candidato del RN in testa al primo turno di eventuali elezioni presidenziali anticipate con oltre il 30 per cento delle preferenze, più del doppio di quanto otterrebbe il candidato macronista. Nel dettaglio, il presidente del RN Jordan Bardella avrebbe un 35 per cento in netta ascesa, a fronte del 16 per cento degli ex premier Eduard Philippe o Gabriel Attal, che si giocherebbero il ballottaggio con Jean-Luc Melenchon (14 per cento) e Raphaël Glucskmann (13 per cento). Il sondaggio ha considerato inoltre lo scenario che prevede il superamento del processo che vede imputata Le Pen, la quale al momento è ineleggibile: la leader del RN arriverebbe al 34 per cento, ottenendo leggermente meno consensi di Bardella ma più del doppio degli altri candidati all’Eliseo.