L’accordo di pace a Gaza è la grande vittoria di Trump: ma reggerà?

Sospensione dei combattimenti, ritiro parziale dell’Idf, rilascio dei 20 ostaggi ancora vivi in cambio della scarcerazione di 1.950 detenuti palestinesi. Aspetti fondamentali come il disarmo del gruppo islamista e la governance della Striscia verranno discussi prossimamente, ma tant’è: Israele e Hamas hanno raggiunto un accordo sulla prima fase del piano per la fine della guerra a Gaza, «evento storico e senza precedenti», come ha sottolineato il «presidente della pace» Donald Trump, che adesso punta al Nobel. L’intesa siglata in Egitto è senza dubbio una vittoria del tycoon: ma l’accordo reggerà?

I punti critici dell’accordo ancora da affrontare

Come detto, restano da chiarire le difficili questioni sul futuro di Hamas e le idee di Israele per la governance di Gaza. Oltre a quella relativa al ritiro dell’Idf dalla Striscia. Secondo l’agenzia Efe, il gruppo islamista si è detto disposto a «consegnare le sue armi a un comitato egiziano-palestinese». Ma di più al momento non si sa. Per quanto riguarda gli altri punti, il piano della Casa Bianca prevede una governance internazionale presieduta dallo stesso presidente Usa e da privati come Tony Blair, mentre Tel Aviv continua a opporsi a un ruolo dell’Autorità Nazionale Palestinese. Un aspetto su cui è stato raggiunto l’accordo è il ritiro solo parziale dell’Idf dalla Striscia, circostanza non particolarmente rassicurante per i gazawi, va detto, anche perché finora non si è parlato ufficialmente del coinvolgimento di forze di peacekeeping dell’Onu.

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Festeggiamenti a Tel Aviv dopo l’annuncio dell’accordo (Ansa).

Sulla soluzione dei due Stati Israele continua a fare muro

Ci sono poi alcuni temi che – almeno per il momento – non sono stati affrontati. Dopo l’annuncio dell’accordo, il presidente dell’Anp Abu Mazen ringraziando Trump ha parlato di «passo verso la soluzione dei due Stati», ribadendo che «la sovranità su Gaza appartiene allo Stato di Palestina» e che sarà necessario ristabilire il legame con la Cisgiordania attraverso l’applicazione delle leggi e le istituzioni palestinesi. Tuttavia, Trump non ha menzionato la nascita di alcuno Stato e Benjamin Netanyahu ha sempre escluso tale eventualità. «Non abbandoneremo mai i diritti del nostro popolo finché non saranno raggiunte la libertà, l’indipendenza e l’autodeterminazione», ha affermato Hamas. Che peraltro ha detto sì dopo le minacce da parte di The Donald di scatenare «l’inferno» a Gaza in caso di ulteriori tentennamenti.

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Gazawi in festa per l’accordo Hamas-Israele (Ansa).

Si teme che l’offensiva israeliana riprenda dopo la consegna degli ostaggi

Al netto dei festeggiamenti per l’intesa, la tensione resta alta. Hamas ha chiesto a Trump di «garantire che il governo di occupazione israeliano rispetti pienamente i termini dell’accordo»: il timore è che l’Idf possa riprendere l’offensiva una volta restituiti gli ostaggi. Insomma, la speranza è che la pace regga, anche se la sensazione è quella di una tregua armata. Raffazzonata, verrebbe da dire, messa insieme da Trump giusto in tempo per l’assegnazione del Nobel per la Pace.

Sempre a proposito di tempistiche, d’altra parte, l’Amministrazione Trump avrebbe voluto trovare la quadra su Gaza prima dell’insediamento: la tregua negoziata a gennaio si era però arenato a causa delle ripetute violazione da parte di Israele e per divergenze sulla sequenza del rilascio degli ostaggi nelle mani di Hamas.

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Benjamin Netanyahu e Donald Trump (Ansa).

Netanyahu ha bisogno della guerra per la sopravvivenza politica

E poi c’è Netanyahu, che ha bisogno della guerra per la sua sopravvivenza politica. Il premier israeliano, alle prese con il ministro delle Finanze, Bezalel Smotrich, e quello della Sicurezza Nazionale, Itamar Ben-Gvir, che hanno minacciato di rovesciare il governo in caso di cessate il fuoco, ha convocato l’esecutivo «per approvare l’accordo e riportare a casa tutti gli ostaggi». L’accelerata per il piano di pace è arrivata dopo il bombardamento – un mese fa – di un edificio di Doha in cui erano riuniti alcuni membri della leadership di Hamas. Un’operazione militare senza esito, ma soprattutto un erroraccio politico da parte di Netanyahu, che ha colpito il Qatar, facendo infuriare i Paesi arabi e lo stesso Trump, vicino alla casa reale dell’emirato. Costretto dal presidente Usa a scusarsi, il premier israeliano si è cosparso il capo di cenere e poi – per timore di perdere l’appoggio americano – ha accettato l’accordo su Gaza. C’è poi un aspetto da considerare: non si tratta del primo cessate il fuoco siglato dal 7 ottobre 2023. Ci sono state già brevi interruzioni delle ostilità, con scambi di ostaggi e detenuti. Ma poi l’Idf ha ripreso gli attacchi. Una volta rilasciati tutti i prigionieri di Hamas, chi assicura che non ripartiranno le operazioni militari di Israele nella Striscia?