La vittoria di Mussolini al Grande Fratello Vip e la sindrome di Piazzale Loreto

Centosedicimila dollari di premio finale, secondo i calcoli sbrigativi fatti oltreoceano dal New York Post (in realtà tra cachet settimanali d’ingaggio e diritti d’immagine la cifra si avvicina ai 550 mila euro). Una pioggia di coriandoli, le telecamere accecate dal televoto al 55,95 per cento e il sipario che cala sull’ennesima stagione del Grande Fratello VIP. In Italia, l’archiviazione della pratica viene liquidata alla velocità di un clic: Alessandra Mussolini ha vinto il reality di Canale 5.

Per il pubblico nostrano si tratta di puro intrattenimento commerciale, neorealismo pop applicato al telecomando. Eppure, basta varcare i confini nazionali per accorgersi che la scatola magica della televisione italiana, agli occhi del mondo, si è trasformata in un’aula di tribunale geopolitico. Da New York a Londra, passando per Madrid, la stampa internazionale si è fessurata in un’ossessione clinica per il nostro passato, attivando un riflesso condizionato che proietta sul 2026 i fantasmi del 1945. Come se questo verdetto domestico potesse dimostrare che l’Italia, sotto sotto, non sia mai uscita dal Ventennio.

Lo stupore del New York Post

Il capofila di questo tribunale catodico è il New York Post, che nel pezzo intitolato “Mussolini’s granddaughter lands six-figure payout after winning Italy’s Celebrity Big Brother” attiva immediatamente il nesso ideologico. Per il tabloid statunitense, la trionfatrice dello show non è una navigata comprimaria dello spettacolo della Terza Repubblica, ma solo la nipote del dittatore italiano Benito Mussolini, che una volta dichiarò di essere orgogliosa di essere fascista.

Il Post spulcia la biografia dell’ex eurodeputata, ne ricorda il padre – il figlio minore del Duce, Romano – e ricostruisce le sue vecchie battaglie politiche, come quando nel 2003 abbandonò Alleanza Nazionale dopo le storiche scuse di Gianfranco Fini sul fascismo, definito il male assoluto del Novecento. Ma il vero cortocircuito scatta quando il magazine analizza la lingua dei media italiani, stupendosi del fatto che venga descritta come autoritaria, irresistibile e determinata. Agli occhi puritani di Manhattan, l’uso del termine “autoritaria” accostato a quel cognome suona quasi come un’inquietante nostalgia involontaria. Non capiscono, i colleghi di New York, che nel frullatore della tv commerciale italiana quelle parole hanno perso ogni legame con la Storia: sono diventate semplici dinamiche caratteriali da prima serata, buone per conquistare il pubblico. 

La vittoria di Mussolini al Grande Fratello Vip e la sindrome di Piazzale Loreto
La vittoria di Mussolini al Grande Fratello Vip e la sindrome di Piazzale Loreto
La vittoria di Mussolini al Grande Fratello Vip e la sindrome di Piazzale Loreto
La vittoria di Mussolini al Grande Fratello Vip e la sindrome di Piazzale Loreto
La vittoria di Mussolini al Grande Fratello Vip e la sindrome di Piazzale Loreto
La vittoria di Mussolini al Grande Fratello Vip e la sindrome di Piazzale Loreto
La vittoria di Mussolini al Grande Fratello Vip e la sindrome di Piazzale Loreto
La vittoria di Mussolini al Grande Fratello Vip e la sindrome di Piazzale Loreto
La vittoria di Mussolini al Grande Fratello Vip e la sindrome di Piazzale Loreto
La vittoria di Mussolini al Grande Fratello Vip e la sindrome di Piazzale Loreto
La vittoria di Mussolini al Grande Fratello Vip e la sindrome di Piazzale Loreto

Per il Times, l’Italia è troppo rilassata nei confronti del suo passato

Per documentare le verità interiori scoperte da Mussolini dentro la bolla senza cellulare del gioco, il New York Post e il Times di Londra sono costretti a saccheggiare anche le colonne dei quotidiani della Capitale (imbattendosi nell’intervista firmata da chi scrive per Leggo). Il tabloid copia i passaggi in cui lei spiega che la gente non la conosceva sotto quella luce, che i concorrenti vivevano sospesi in una bolla spesso senza sapere cosa venisse trasmesso, e che l’esperienza è stata gratificante per riscoprire verità interiori che non vengono mai alla luce, nemmeno in famiglia. I fatti di cronaca sono presi paro paro, ma il senso viene piegato per puntellare un teorema politico preconcetto. Che Oltremanica diventa una vera e propria diagnosi pedagogica. Su The Times, il corrispondente Tom Kington sentenzia senza sconti che il trionfo della matrona televisiva è un’ulteriore prova dell’atteggiamento rilassato dell’Italia nei confronti del suo passato fascista. Secondo il blasonato quotidiano britannico, la discendenza da quel dittatore che demolì la democrazia e si alleò con Adolf Hitler è stata per la nipote di Sophia (Loren) più un aiuto che un ostacolo lungo tutta la sua eclettica parabola mediatica. Sulla stessa linea si muove Alexander Butler su The Telegraph, che spinge l’ossessione storica fino al paradosso grafico. Il quotidiano sostiene che gli elogi della critica italiana alla forte personalità della vincitrice dentro la casa siano un possibile cenno allo stile di governo di suo nonno. Per reggere la tesi, il giornale sente il bisogno di inserire nel bel mezzo della cronaca del reality un trafiletto storico d’altri tempi: ricorda le repressioni, le leggi razziali, l’alleanza con la Germania nazista, fino alla fucilazione del Duce per mano partigiana e quel corpo appeso in una stazione di servizio a Milano nel 1945. Un contrasto grafico violentissimo, dove Piazzale Loreto viene riesumato per fare traffico web sul corpo televisivo di una concorrente di 63 anni.

La vittoria di Mussolini al Grande Fratello Vip e la sindrome di Piazzale Loreto
L’esposizione dei cadaveri di Benito Mussolini, Claretta Petacci e altri gerarchi fascisti a Piazzale Loreto il 29 aprile 1945 (Ansa).

La sindrome non risparmia nemmeno i media di costume. People Magazine si dichiara meravigliato di come la protagonista abbia conquistato i fan nonostante la storia fascista della sua famiglia, confermando che per l’America l’unico codice di lettura applicabile all’Italia rimane fermo a 90 anni fa. E in Spagna? El País decide di blindare la notizia scaricandola direttamente nella sezione di politica Internazionale. Segno che per l’Europa continentale, ogni movimento, respiro o balletto che coinvolge quel cognome, perfino dentro una gabbia dorata con la ventilazione artificiale, è un fatto di rilevanza nazionale.

Lo stereotipo di Paese-operetta è duro a morire

Da una parte, dunque, c’è il nichilismo italiano, che ha così profondamente anestetizzato il Novecento (con buona pace dei La Russa), da poter digerire e normalizzare qualsiasi eredità sotto una pioggia di coriandoli in prima serata. Dall’altra c’è il moralismo della stampa estera, che pur di vendere copie e confermare lo stereotipo dell’eterno Paese-operetta incapace di rigore democratico (e se il biglietto da visita ha la faccia di Giorgia Meloni, il gioco è semplice) dove appiccare l’incendio ideologico anche davanti alla porta rossa del Grande Fratello

Pure l’Eurovision ai piedi di Sal Da Vinci, sottovalutato ma sempre più virale

Mentre i soloni del buongusto passano le serate a vivisezionare l’algoritmo perfetto per esportare una finta modernità nei mercati d’oltreconfine, l’Europa si è risvegliata improvvisamente ai piedi di un 57enne con la dentatura micenea e la chioma color ala di corvo impomatata a specchio. All’Ariston non l’hanno visto arrivare, chiusi nell’ostinata certezza che la musica contemporanea debba coincidere per forza con il pop di plastica dei laboratori discografici. E invece la corona di Sanremo l’ha presa lui, Salvatore Michael Sorrentino, per tutti Sal Da Vinci, un performer d’assalto che ha attraversato le montagne russe di una carriera quarantennale, prima di ingranare la marcia trionfale. E adesso, a ridosso della finalissima di sabato 16 maggio di questo Eurovision Song Contest in crisi reputazionale alla Wiener Stadthalle di Vienna, in diretta su Rai 1, la sua anacronistica ballata sta scompaginando le geometrie dei bookmaker mondiali, ostinati a premiare la proposta della Finlandia con la canzone Liekinheitin, ferma però a metà delle interazioni social italiane.

L’Europa lo incorona, l’Italia intellettuale si barrica nel fastidio

Chi pensava che il fenomeno si sarebbe esaurito sui palchi di provincia dopo lo tsunami digitale di Rossetto e caffè, capace di agganciare gli algoritmi e intercettare le nuove generazioni su TikTok, oggi si ritrova costretto a seguire la delegazione italiana in Austria, dove l’abbronzatura pitonata del cantante sfida sfacciatamente l’incedere delle stagioni, il tempo e financo Carlo Conti. Mentre l’Europa lo incorona a colpi di clic, l’Italia intellettuale si barrica nel fastidio, capitanata dai vari Cazzullo che si sono affrettati a liquidare la sua Per sempre sì come la playlist ideale di un matrimonio camorristico, confezionando una polemica sterile che puzza di pregiudizio e che serve unicamente a nascondere il panico di chi si scopre improvvisamente incapace di interpretare il mercato delle piazze.

Pure l’Eurovision ai piedi di Sal Da Vinci, sottovalutato ma sempre più virale
Pure l’Eurovision ai piedi di Sal Da Vinci, sottovalutato ma sempre più virale
Pure l’Eurovision ai piedi di Sal Da Vinci, sottovalutato ma sempre più virale
Pure l’Eurovision ai piedi di Sal Da Vinci, sottovalutato ma sempre più virale
Pure l’Eurovision ai piedi di Sal Da Vinci, sottovalutato ma sempre più virale
Pure l’Eurovision ai piedi di Sal Da Vinci, sottovalutato ma sempre più virale

Persino i detrattori canticchiano il motivetto sotto la doccia

Dal palco di Largo Torretta fino alle conferenze viennesi, la replica dello scugnizzo ha infatti rasato al suolo i commentatori: «Chi grida agli stereotipi spesso cerca solo polemica, o forse nasconde un complesso d’inferiorità. Si parla di leoni da tastiera, io li chiamo fanc*zzo». Questa purificazione a colpi di lingua verace ha sancito la definitiva consacrazione a personaggio pubblico totale, trasformando le sue esagerazioni melodiche nel bersaglio preferito della satira nazionale quando Fiorello ha deciso di farne il pezzo forte a La Pennicanza, esasperandone gli eccessi teatrali con affetto goliardico per dimostrare che la partita è vinta, e costringendo persino i detrattori a canticchiare il motivetto sotto la doccia mentre si insaponano.

La trasferta austriaca trasformata in un gigantesco show antropologico

Del resto a Vienna la febbre del sentimento ha invaso le strade ben prima della diretta televisiva, trasformando la trasferta in un gigantesco show antropologico, nel quale il cantante si concede alla folla con genuinità straripante, ballando e cantando sulle scale della metropolitana circondato dai fan in video ormai virali, offrendo sfogliatelle calde ai passanti o improvvisandosi oste nei ristoranti, mentre i meme ironizzano sulla conquista dell’Europa e gli stessi delegati avversari intonano il pezzo nei corridoi del backstage.

Il pubblico dell’arena ha risposto con un’ovazione oceanica

Questa totale assenza di barriere ha espugnato il palco della Wiener Stadthalle durante la prima semifinale, presentata da Gabriele Corsi ed Elettra Lamborghini, per un habitat che è di per sé regno indiscusso del kitsch, dei lustrini e dell’esibizionismo sfrenato. Il pubblico dell’arena ha risposto con un’ovazione oceanica, in piedi a ballare e a replicare i tic della coreografia, mettendo le mani sul petto, battendole sul pugno e girandole sull’anulare per imitare il movimento nuziale delle mani.

In scena la celebrazione di un matrimonio tradizionale

La messinscena, curata da Marcello Sacchetta che arruola i professionisti di Amici, vede Francesca Tocca nel ruolo della consorte all’interno di una performance che mette in scena la celebrazione di un matrimonio tradizionale, con i ballerini-testimoni che aiutano lo sposo finché l’action non incontra la sposa davanti all’interprete officiante. Sullo special, quando il ritmo rallenta per la pausa sentimentale, scatta il colpo scenico: dopo un bacio al neo-marito, la ballerina si libera di gonna e strascico che si trasformano con una mossa di ballo acrobatica, alè, in una gigantesca bandiera tricolore, restituendo all’Europa l’esatta Italia fascinosa e amata che ha sempre desiderato consumare.

Ci si ritrova così davanti a un delirio digitale per lo show azzurro (già in finale, dato che lo status è blindato nel club dei “fab four”), che ha monopolizzato il web continentale, superando i 3,5 milioni di visualizzazioni sui canali social della manifestazione, e registrando oltre 36 milioni di stream complessivi, che hanno reso Sal Da Vinci di gran lunga il concorrente più virale dell’edizione.

Se il televoto sovrano dovesse scardinare i freni delle giurie tecniche…

«Non succede, ma se succede» è il mantra che Gabriele Corsi si porta cucito addosso da quella notte miracolosa di Rotterdam, quando i Måneskin andarono a prendersi l’Europa lasciando l’establishment italiano a bocca aperta. Cinque anni dopo, la storia si ripete ma ribalta completamente i connotati estetici: se sabato sera il televoto sovrano dovesse scardinare i freni delle giurie tecniche, i criticoni da salotto dovranno rassegnarsi a salire sul tavolo a ballare la sceneggiata matrimoniale napoletana. E allora sì, accussì, sarà pe’ sempe’ sì.

La crisi dell’Eurovision tra ipocrisia su Israele e boicottaggi

Settant’anni e non sentirli? Magari fosse così. L’Eurovision Song Contest spegne 70 candeline a Vienna, ma l’aria che tira nella capitale austriaca non somiglia a quella di un compleanno felice. La kermesse che una volta spacciava il sogno di un’Europa unita a colpi di sintetizzatori e coreografie improbabili, oggi si ritrova a gestire un inventario di cocci rotti, defezioni di massa e un imbarazzo istituzionale che neanche quintali di fondotinta riescono a coprire.

Se una “Big Five” se ne va, significa che il meccanismo si è rotto

Il motto è ancora “United by Music”, ma la realtà è che siamo “Divided by War”. Il grande esodo non è una minaccia: è un dato di fatto che ha mutilato il cartellone. Spagna, Irlanda, Paesi Bassi, Slovenia e Islanda hanno sbattuto la porta. Il forfait di Madrid è quello che fa più rumore: il Paese oggi governato da Pedro Sánchez non saltava il giro dal 1961. Se una “Big Five” (i soci di maggioranza che staccano gli assegni pesanti assieme a Italia, Francia, Germania e Regno Unito) se ne va, significa che il meccanismo si è rotto definitivamente. La Slovenia rincara la dose: niente canzonette, spazio a “Voices of Palestine”, una serie di documentari che sono il contrappasso perfetto per le paillettes austriache e un ceffone alla presunta a-politicità del contest.

La crisi dell’Eurovision tra ipocrisia su Israele e boicottaggi
Attivisti con la bandiera della Palestina protestano in Serbia contro la partecipazione di Israele all’Eurovision (foto Ansa).

Ma quale neutralità: la Russia fu fatta fuori, Israele no

Il convitato di pietra, manco a dirlo, è Israele. Mentre a Gaza si muore, a Vienna si canta, ma con le mani legate da un regolamento che trasuda ipocrisia lontano un miglio. L’Ebu, l’Unione europea di radiodiffusione, si aggrappa al feticcio della “neutralità”, dimenticando però che nel 2022 la Russia è stata fatta fuori in 24 ore per l’invasione dell’Ucraina. Per Tel Aviv, invece, si applica la dottrina dello show must go on a ogni costo. Due pesi, due misure. E una credibilità che cola a picco come un trucco pesante sotto i riflettori.

La crisi dell’Eurovision tra ipocrisia su Israele e boicottaggi
Il palco dell’Eurovision nel 2021 (foto Unsplash).

Come se le bombe a Gaza fossero solo un problema di acustica

In questo clima da ultima spiaggia, l’Italia schiera Sal Da Vinci. L’ultimo reduce del melodico partenopeo, fresco di corona sanremese, si presenta con Per sempre sì. Una coreografia da matrimonio che fa sorridere se non fosse che il contesto è tragico. Lui, in conferenza stampa, ha provato a fare il pompiere filosofo: «La musica non ha colori». Un bagno di pace, un palcoscenico per l’eternità. Una narrazione che sposa perfettamente quella della Rai (che trasmette le semifinali del 12 e 14 maggio e la finale di sabato 16 maggio) e del direttore del Prime Time Williams Di Liberatore, che ha parlato di «moral suasion» per includere artisti palestinesi mentre si continua a ballare con chi è nell’occhio del ciclone. Peccato che l’unico conflitto ammesso, secondo loro, sia quello “interiore dell’artista”, come se le bombe a Gaza fossero solo un problema di acustica.

La crisi dell’Eurovision tra ipocrisia su Israele e boicottaggi
Sal Da Vinci (foto Ansa).

Dopo gli scandali e le manipolazioni sui voti, si prova a ripulire il marchio

I conduttori italiani dell’edizione 2026 cosa dicono? Elettra Lamborghini prova a credere alla solita favoletta della musica che unisce («Chapeau per chi decide di non partecipare, rinunciando a una grande opportunità»), mentre Gabriele Corsi ammette di invidiare «chi ha solo certezze» (ricordando di essere ambasciatore Unicef per smarcarsi dalla responsabilità). Intanto l’Ebu tenta di salvare il salvabile blindando il giocattolo. Dopo lo scandalo dei voti pilotati a Malmö nel 2024, è scattato lo stop al marketing di Stato finanziato dai governi. Un tentativo disperato di ripulire un marchio che ha perso credibilità dopo i sospetti di manipolazione del 2025, quando il secondo posto israeliano sollevò pesanti dubbi sulla trasparenza dei risultati.

La crisi dell’Eurovision tra ipocrisia su Israele e boicottaggi
Elettra Lamborghini e Gabriele Corsi durante la presentazione Rai di Eurovision Song Contest 2026 (foto Ansa).

Persino il vincitore svizzero del 2024 ha riconsegnato il trofeo

Ma il muro del dissenso non si abbatte con un algoritmo. Oltre mille artisti, guidati da nomi come Roger Waters, Peter Gabriel, Brian Eno e i Massive Attack, hanno firmato la lettera aperta “No Music for Genocide” che smonta ogni illusione di neutralità. Persino Nemo, vincitore svizzero del 2024, ha riconsegnato il trofeo, denunciando che senza valori le canzoni perdono ogni significato.

La crisi dell’Eurovision tra ipocrisia su Israele e boicottaggi
Nemo (foto Ansa).

Il silenzio mediatico come strategia di contenimento dei danni

Eppure, il dato più inquietante è che di questa edizione se ne parla pochissimo. Il silenzio mediatico è diventato la vera strategia di contenimento dei danni. Il mainstream ha abbassato il volume, e gli sponsor tremano cercando di vendere un evento “ridotto” e “apolitico” che invece è una polveriera pronta a esplodere. Intanto i bookmaker iniziano a declassare la nostra ballata melodica. L’entusiasmo generale è ai minimi storici.

L’unica cosa bella è il coraggio di chi ha deciso di non esserci

Cosa rimane allora della festa di Vienna? Una diplomazia del pop ridotta in briciole e un festival diventato il simbolo più plastico dell’incapacità europea di guardarsi allo specchio. Tornare a partecipare 15 anni fa sembrava un’idea bellissima; oggi, vedendo questo spettacolo di sorrisi forzati, l’unica cosa che appare davvero bella è il coraggio di chi ha deciso di non esserci.

Bella ciao e quel partigiano che disturba: da Laura Pausini a Delia

A Bella ciao hanno tolto il partigiano. In diretta su Rai3, dal palco del Concertone del Primo Maggio, è andata in scena l’amputazione definitiva: via il protagonista della Resistenza, dentro un generico e innocuo «essere umano». A firmare il restyling è Delia Buglisi, terza classificata a X Factor 2025, che per «allargare il messaggio» e renderlo attuale rispetto ai conflitti in Ucraina e Gaza, ha finito per sbianchettarlo.

La cronica insofferenza della destra verso l’inno della Resistenza

Una chirurgia linguistica che puzza di capitolazione davanti alla cosiddetta egemonia culturale della destra, ancora ammaccata dal siluramento di Beatrice Venezi dalla Fenice. Operazione utile, a pensar male, per non disturbare la narrazione di chi, come Ignazio La Russa, da sempre ostenta insofferenza verso l’inno della Resistenza. Solo un anno fa, d’altronde, la seconda carica dello Stato reagiva con gesti volgari ai cittadini che glielo intonavano contro, ribadendo di non voler mai cantare un brano considerato divisivo (forse dai nostalgici del Ventennio).

Il gran rifiuto di Laura Pausini

A onor del vero, ben prima della cantautrice siciliana e sul palco virtuale di YouTube era stato Povia – sì, Povia – a riscrivere Bella Ciao trasformandola in Italia ciao, con l’intento sovranista di mettere in guardia gli incauti connazionali dal «nuovo Hitler» che siede a Bruxelles.

Va detto che riuscire a fare peggio della Solarolo girl non era un’impresa facile, ma il sorpasso a destra è avvenuto. Se nel settembre 2022 Laura Pausini, ospite del programma tv spagnolo El Hormiguero, scappava dal microfono dichiarando di non voler intonare canzoni politiche per evitare strumentalizzazioni, la debuttante siciliana ha preferito purgare il testo, togliendo il confine tra chi libera e chi occupa. Perché la locuzione «essere umano», nella sua accezione più vasta e vuota, comprende per definizione anche l’invasore. 

Le reazioni sono state un coro di sdegno. Alessandro Gassmann ha inchiodato la questione sui social: «Il partigiano non è un qualsiasi essere umano. È un essere umano che, rischiando e a volte perdendo la propria vita, ti ha ridato la libertà». Gli ha fatto eco Veronica Gentili, conduttrice de Le Iene, che ha “sgridato” la cantante siciliana ricordando che «partigiano ed essere umano sono due parole molto diverse: il partigiano sceglie, si schiera, prende parte, ed è pronto a soccorrere chi ne ha bisogno, a differenza dell’umanità generica».

Il tentativo di trasformare la Resistenza in una serie Netflix

Il tempismo di questa pulizia del verso, d’altronde, fa pensare. Mentre in piazza San Giovanni si celebrava la versione light della canzone simbolo della Liberazione, nelle strade di Milano, un paio di giorni prima, tornava la liturgia nera per Sergio Ramelli, con centinaia di braccia tese e il rito del “presente!”. In questo clima di riabilitazione strisciante, la scelta di Delia appare come un assist perfetto al revisionismo che vuole trasformare la Resistenza in un ricordo sbiadito, stile serie Netflix La casa di carta. E pensare che la settimana della cantante era iniziata con uno “schiaffo” ricevuto nel salotto di Fabio Fazio. Sul Nove, a Che Tempo Che Fa, il cerimoniale l’aveva lasciata in piedi, congedandola con un poco elegante «non c’è posto per tutte», mentre le colleghe Levante e Serena Brancale prendevano posto al Tavolo. Invece di ribellarsi a quella cafonaggine, l’ex talent ha preferito rifarsi sul simbolo della Libertà. Bella ciao, partigiano. Sei diventato un ingombro per chi ha deciso di sacrificare la verità sull’altare degli attuali “padroni” di casa.

Bella ciao e quel partigiano che disturba: da Laura Pausini a Delia
Levante, Serena Brancale e Delia durante il concerto del Primo Maggio (Ansa).

Cesaroni, ritorno flop: il pubblico non si fa pignorare i ricordi

Roma nun fa’ la stupida stasera, semmai sbadiglia. E non è la noia aristocratica di una Grande Bellezza, ma il torpore pesante di chi ha provato a riaccendere una vecchia fiammella scoprendo che la cucina è sotto sequestro. A vent’anni dalla prima bottiglia stappata e a 12 dall’ultima saracinesca abbassata, il ritorno dei Cesaroni su Canale 5 doveva essere un grande rito collettivo, una transumanza sentimentale verso il nido della Garbatella. E invece.

Un milione di spettatori fuggiti davanti a un autogol della programmazione

L’operazione somiglia a uno sfratto esecutivo alla memoria. Si inciampa sui pignoramenti dell’anima prima ancora che su quelli della bottiglieria, con uno share che al secondo giro di giostra è colato al 16,9 per cento. Un milione di spettatori fuggiti davanti a un autogol della programmazione che sposta l’inizio oltre le 22, rendendo la serie un oggetto notturno per insonni, roba da recuperare a morsi sulle piattaforme mentre il mercato generalista recita il de profundis.

Il problema è che l’idea sta imbarcando acqua perché è stata smarrita la bussola. Sui social il brusio non perdona: questa settima stagione opera una lobotomia alla storia. Il peccato originale è un “grande reset” che sa di revisionismo storico. La produzione ha operato un “soft reboot” eliminando interamente la sesta stagione, manco fosse un file corrotto. E così sono spariti senza un “perché” personaggi come Sofia Scaramozzino, l’amante che il patriarca si “ripassava” quando portava ancora la prima fede al dito, e con lei Nina, la quarta figlia, quel frutto proibito che doveva allargare i confini del clan.

Senza Cesare, ci restano solo i finali col groppo in gola

Sparito pure Annibale, il fratello avvocato e omosessuale interpretato da Edoardo Pesce, che oggi naviga in altre acque. Giulio si muove così tra i vicoli con l’amnesia di chi ha subito un Tso, dimenticando pezzi di carne e di sangue come se non fossero mai esistiti. E che dire dei pilastri, quelli che reggevano il bancone e la filosofia del bicchiere piccolo? Senza Antonello Fassari, la parola “bottiglieria” ha perso il suono di casa: il suo Cesare (Antonello Fassari) è morto nel 2025 e ci restano solo i finali col groppo in gola, con l’audio del capofamiglia che parla a un fantasma. Che amarezza, davvero.

Se poi ci aggiungi il gran rifiuto di Max Tortora, che ha detto no per non finire a fare la parodia di Ezio Masetti, il meccanico filosofo che con la sua ignoranza rendeva tutto commestibile, il quadro è desolante. Senza quei due, i “Garbatelleros” sono semplicemente svaniti nel nulla. Mancano anche Lucia (Elena Sofia Ricci) ed Eva (Alessandra Mastronardi), quindi sono scomparse le grandi storie d’amore, che tenevano incollati i ragazzini di ieri.

Resta Claudio Amendola, il “gladiatore solitario”

Spariti tutti, in un buco nero narrativo che disorienta il fan duro e puro, quello che la storia della bottiglieria la conosce meglio del catechismo. Che fine ha fatto Carlotta, il grande amore di Walter? E invece Alice? E Pamela, che era diventata moglie di Cesare? E Matilde, la figlia? Resta Claudio Amendola, il “gladiatore solitario”, fortunatamente scortato da un Ricky Memphis che è il vero “Cesarone” superstite. Ma intorno a loro tutto è cambiato.

Cesaroni, ritorno flop: il pubblico non si fa pignorare i ricordi
Claudio Amendola.

La bottiglieria “del padre del padre di nostro padre” non esiste più: per colpa dei debiti di Augusto (Maurizio Mattioli) è stata svenduta, diventando un bistrot co-gestito con Livia (Lucia Ocone), tra ansia fiscale e pignoramenti. E i sopravvissuti? Caricature di un passato che non torna. Walter Masetti, che sognava la gloria della MotoGP, è ridotto a fare il “ragazzo tuttofare” in bottiglieria, un precario dell’anima che spasima per Virginia (Marta Filippi), promessa sposa dell’amico Marco.

La Garbatella del 2026 è un’altra serie che ha solo lo stesso indirizzo

Rudi (Niccolò Centioni) doveva riscattarsi con la laurea, ma è finito a fare il bidello che spaccia più pizzette che parole; Mimmo (Federico Russo), docente di sostegno che inciampa in una milf, mamma di Olmo, è un innesto “cringe” che non si incolla manco col Bostik, così come la “piccola” Marta (figlia di Marco ed Eva) che torna da New York e, per magia degli sceneggiatori pigri, è ancora minorenne. La Garbatella del 2026 non è un sequel, è un’altra serie che ha solo lo stesso indirizzo. E il pubblico, giustamente, non ci sta a farsi pignorare pure i ricordi.

De Martino da Fazio, anatomia dell’unico successo di TeleMeloni

Domenica sera, sul Nove, va in scena l’ultima cena, o forse la prima di un nuovo testamento. Stefano De Martino si siede (nuovamente) davanti a Fabio Fazio e il cerchio si chiude col botto. Il volto di punta della Rai meloniana va a farsi benedire dal “grande esiliato” della sinistra, e il messaggio è uno solo: sopra i proclami identitari di Palazzo Chigi e sopra i monologhi orfani di Rai3, comanda il management.

Caschetto, il ponte tra il Sanremo che verrà e Fazio

Il ponte che unisce l’Ariston che verrà e il transatlantico di Discovery è Beppe Caschetto, l’uomo che gestisce i contratti più pesanti della tv italiana e che dimostra come il vero Stato profondo non parli il linguaggio dei partiti, ma quello dei cachet. È questo il cortocircuito: lo scugnizzo napoletano è il campione di una destra che per vincere ha dovuto consegnarsi a un manager che se ne frega se al governo c’è la Fiamma o il centrosinistra. E così sia. Mentre la Rai del nuovo corso inanellava un flop dopo l’altro nel tentativo di imporre l’estetica sovranista con l’accetta, l’ex ballerino di Amici è stato l’unico capace di trasformare la vicinanza politica, quella vera o presunta con Arianna Meloni, in un successo di mercato indiscutibile. L’ultima puntata di Stasera Tutto è Possibile, per gli amici STEP, ha chiuso su Rai2 con il 16 per cento di share e oltre 2 milioni di spettatori. Un’eresia statistica per il secondo canale, una boccata d’ossigeno che lo ha portato a superare i dirimpettai di Mediaset e la stessa ammiraglia.

De Martino da Fazio, anatomia dell’unico successo di TeleMeloni
De Martino da Fazio, anatomia dell’unico successo di TeleMeloni
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La cazzimma zittisce il sospetto di ogni raccomandazione

Inutile girarci intorno con analisi dotte: il ragazzo di Torre Annunziata piace perché ha il “pacco” completo. È bello, di quella bellezza sfacciata e rassicurante che si farebbe perdonare qualunque cosa, ma con la disciplina ferrea di chi sa cosa significa stare alla sbarra. Piace alla “Sorella d’Italia” e piace al pubblico, alle mamme, alle zie, alle nipoti, perché incarna l’estetica della cazzimma napoletana che zittisce il sospetto di ogni raccomandazione, che non passa per i comizi o per le citazioni dotte di Prezzolini, ma per i pacchi di Affari Tuoi. Il paradosso è squisito: i 5 milioni di spettatori medi sono la sua unica, vera tessera di partito, e lo rendono l’unico asset intoccabile verso Sanremo 2027.

De Martino da Fazio, anatomia dell’unico successo di TeleMeloni
Carlo Conti e Stefano De Martino (Ansa).

In De Martino la destra ha trovato il suo Amadeus

La Rai ha pianificato la sua ascesa con un anticipo mai visto, nominandolo erede di Carlo Conti per la direzione artistica del Festival. Segno che nella tv pubblica sanno di non avere altri talenti spendibili per la kermesse più importante del Paese. La destra, insomma, ha trovato il suo Amadeus senza doverlo inventare in laboratorio, ma semplicemente blindando chi i numeri già li aveva per conto proprio. Per capire il miracolo di San Gennaro, basta guardare il cimitero dei militanti di ambizioni e share da prefisso telefonico. Prendete il “caso scuola” Pino Insegno, l’amico della premier che doveva riprendersi la Rai a colpi di nostalgia Anni 2000. Il risultato? Un catastrofico 2 per cento di share con Il Mercante in Fiera e una ritirata imbarazzante da L’Eredità per evitare la rivolta dei pubblicitari. Oggi il Nostro vaga per gli studi di Reazione a Catena come un reduce di una guerra che nessuno voleva combattere, costantemente in affanno nel gradimento rispetto a chi lo ha preceduto.

De Martino da Fazio, anatomia dell’unico successo di TeleMeloni
Pino Insegno con Giorgia Meloni (Imagoeconomica).

Così come Nunzia De Girolamo, l’ex ministra di Forza Italia mandata a presidiare il martedì sera di Rai3 con Avanti Popolo. Un esperimento costoso per occupare gli spazi di Bianca Berlinguer, chiuso in anticipo dopo aver toccato il fondo del 2,9 per cento di share. E che dire di Pierluigi Diaco? Il fedelissimo di Giorgia, che occupa spazio con BellaMa’ senza mai generare una vera massa critica, sebbene sia già pronto per lui un trasloco domenicale su Rai1 nel prossimo autunno.

De Martino da Fazio, anatomia dell’unico successo di TeleMeloni
Pierluigi Diaco nello studio di BellaMa’ (Ansa).

C’è spazio persino per la lady delle nicchie, Monica Setta: l’esempio vivente della moltiplicazione delle poltrone, impegnata a presidiare palinsesti h24 tra Generazione Z, prima e Storie al bivio, poi. TeleMeloni ha fallito quando ha pensato che per governare la tv servissero i soldati semplici. Ma la tv è un’amante infedele e De Martino è l’eccezione che conferma la regola: il sangue che si scioglie è solo quello di chi sa intrattenere.

Perché la “Belva” Fagnani non graffia più

Francesca Fagnani, la donna che ha trasformato lo sgabello in un patibolo e il dottorato in filologia dantesca in un’arma di distrazione di massa, sta scoprendo che a furia di affilare le unghie si è limata pure i denti. Su Rai2 il debutto della nuova stagione di Belve ha racimolato un poco rassicurante 8,8 per cento di share. Un po’ poco per chi sognava di dominare il martedì sera, specialmente se paragonato al 12,9 per cento della prima puntata della stagione 2025. A schiacciarla per di più è stato l’usato sicuro: le repliche di Montalbano su Rai1 che hanno doppiato l’ex ferocia della conduttrice, e Giovanni Floris su La7 che le ha soffiato il posto nel salotto buono dei talk.

Perché la “Belva” Fagnani non graffia più
Francesca Fagnani nello studio di Belve (Ansa).

Il graffio via via è diventato solletico concordato

La realtà è che Fagnani si è fatta gattino, o forse, più semplicemente, ha finito le prede e ha iniziato a mangiarsi la coda. Eppure, la sua parabola parlava un’altra lingua, quella di chi nasce dalle macerie di New York, di quell’11 settembre vissuto dal vivo, e passa per le trincee di Minoli e Santoro. Un pedigree d’acciaio, forgiato tra criminalità organizzata e carceri minorili, che oggi sembra però essersi liquefatto nel grande calderone del gossip istituzionalizzato. Il format nato nel 2018 sul Nove come un esperimento di 30 minuti di crudeltà necessaria si è dilatato fino a diventare una passerella infinita, dove il “graffio” è diventato un solletico concordato, per ospiti con il film in uscita o lo scandalo da lavare in candeggina. L’errore fatale è stato l’illusione che la “cattiveria” potesse diventare un genere di consumo seriale, che costa alla Rai circa 320 mila euro a puntata, una cifra che per produrre imbarazzo sembra decisamente fuori mercato.

Perché la “Belva” Fagnani non graffia più
Amanda Lear con Francesca Fagnani (Ansa).

“Gente comune” ed ex gieffine: se l’obiettivo è solo l’effetto social

Quando poi mancano i nomi di peso, quelli capaci di reggere lo scontro, si raschia il fondo del barile. Lo spin-off Belve crime, l’apertura dei casting alla “gente comune” e l’invito a figurine come Zeudi Di Palma sembrano una mossa disperata. Vedere una ex Miss Italia sconosciuta, reduce da un Grande Fratello che ha fatto inorridire perfino i vertici Mediaset, seduta su quello che dovrebbe essere lo sgabello della verità, restituisce un senso di imbarazzo integrale. È l’immagine di chi si ritrova senza vestiti in mezzo al mercato, tra le urla dei banchi della frutta. Il risultato è un frontale che non è più un affondo tematico, ma uno sketch teatrale dove pause e silenzi sono studiati per l’effetto social, per alimentare quel TikTok dove il brand ancora sopravvive.

La Belva si è addomesticata e il pubblico ha cambiato canale

Ma se Belve deve diventare un ufficio stampa per influencer in cerca di riscatto o una fiera dei nuovi mostri disposti a vendersi la dignità per un po’ di visibilità, allora il patto con lo spettatore vacilla. La serata delle cover di Sanremo 2026, dove la Nostra è salita sul palco con Fulminacci per cantare Parole parole di Mina, sembrava già un presagio: troppe parole, poco sangue. La bionda intervistatrice, che incassa 50 mila euro a puntata, si è addomesticata (per quieto vivere aziendale?) e il pubblico, semplicemente, ha cambiato canale.

Perché la “Belva” Fagnani non graffia più
Fulminacci con Francesca Fagnani a Sanremo (Ansa).

La Rai e il merito rovesciato: l’enigma Diaco e Antonella Clerici

Evidentemente in Rai il mercato è dato per morto e l’Auditel viene considerato un fastidio statistico da ignorare. Non contano i break pubblicitari, non conta la capacità di parlare a un Paese reale che ancora accende la tv: conta solo la fedeltà. Benvenuti nell’era del merito rovesciato, dove se tieni in piedi i bilanci sei un asset da sopportare e se invece inanelli flop da prefisso telefonico ti stendono il tappeto rosso verso l’Ammiraglia.

L’amica Giorgia con cui si «cazzeggia»

Il caso di scuola, il simbolo plastico di questa deriva, ha un nome e un cognome: Pierluigi Diaco. Uno che nel settembre 2022 si è portato a casa un contratto «da sballo», come lo definirono i corridoi sussurranti della tv pubblica: quasi 300 mila euro, oltre 1.500 euro a puntata per il suo BellaMa’. Una cifra che ha fatto tremare i polsi per la sproporzione tra l’investimento e la resa, ma che trova la sua logica in una rivendicazione d’appartenenza che lo stesso aveva consegnato con orgoglio alle cronache di Repubblica: «Giorgia Meloni è una delle mie migliori amiche, onesta e leale. Ma non ho mai parlato con lei di Rai, parliamo di altre cose e si cazzeggia». Non c’è motivo per non crederci, certo. Il punto però è un altro: l’amico della premier potrà anche non parlare di Rai con la premier mentre «cazzeggia», ma è solare che in Rai non facciano altro che parlare del conduttore blindato, trasformandolo nel totem intoccabile di TeleMeloni.

La Rai e il merito rovesciato: l’enigma Diaco e Antonella Clerici
Pierluigi Diaco nello studio di BellaMa’ (Ansa).

La lista di flop e il disastro di Per sempre Gino

In questo sistema di protezione speciale, il fallimento seriale non è una colpa, ma quasi una medaglia al valore. I fatti dell’ultimo anno sono una sentenza senza appello: nel settembre 2025, lo spin-off BellaMa’ di sera, lanciato in prima serata su Rai2 con ospiti dal cachet pesante, è stato chiuso dopo appena due puntate. Un flop, con lo share crollato al 2,6 per cento dopo un esordio ancora più deprimente. Eppure, nessuna conseguenza, nessun imbarazzo ai piani alti. Anzi, si rilancia: la scorsa domenica, lo speciale Per sempre Gino, un omaggio al cantautore scomparso, messo su in fretta e furia, affonda a un misero 3,2 per cento di share. Perché affidare un evento di tale statura a lui invece che, per dire, ad Antonella Clerici? La logica del merito avrebbe imposto tra i nomi possibili anche quello della fuoriclasse di Legnano, che mastica musica da decenni con successo: madrina de Il Volo, titolare di Sanremo, l’unica capace di resuscitare un format musicale dato per morto come The Voice. Eppure, la governance ha preferito la “narrazione identitaria” del fedelissimo, sacrificando lo share sull’altare dell’appartenenza. Il risultato è stato uno scempio celebrativo, che il sistema aveva già siglato con un atto rarissimo: una nota ufficiale di solidarietà del cda, ossia uno scudo politico per difendere Diaco dalle critiche social nate dopo l’endorsement per il Sì al referendum. Il premio finale per questa scia di flop? È già scritto nel Piano Mellone: Diaco è in pole position per sbarcare su Rai1 nel pomeriggio domenicale, dal prossimo autunno, con un nuovo varietà.

La Rai e il merito rovesciato: l’enigma Diaco e Antonella Clerici
Pierluigi Diaco nello speciale Per Sempre Gino.

Antonella Clerici è ancora considerata una lussuosa ruota di scorta

Dall’altra parte della barricata, trattata quasi come un’inquilina morosa nonostante paghi l’affitto e le bollette per tutti, c’è Antonellina. Lei è la vera cassaforte aziendale, l’unica capace di resuscitare i cadaveri televisivi. I numeri della regina del mezzogiorno sono lì a dimostrarlo: a febbraio, con la finale di The Voice Kids, ha centrato il 23,4 per cento di share, superando ufficialmente la corazzata di Maria De Filippi e il suo C’è posta per te. A marzo, con The Voice Generations, l’ammazza-reality ha dominato al 24 per cento di share, doppiando letteralmente il Grande Fratello VIP fermo al palo. È lei che garantisce la tenuta dei bilanci con il 16 per cento quotidiano di È sempre mezzogiorno. È lei la scopritrice di talenti che nel 2009, a Ti lascio una canzone, ha inventato dal nulla i tre tenorini del Volo, creando un sigillo che oggi la Rai usa come garanzia istituzionale ogni volta che deve darsi un tono. Eppure, viene usata come ruota di scorta di lusso.

La Rai e il merito rovesciato: l’enigma Diaco e Antonella Clerici
Antonella Clerici (Imagoeconomica).

Il «massacro» di Gaza contro le pastarelle della domenica

Nonostante i Sanremo da record, quello del 2005 con Bonolis e il trionfo solitario del 2010 e i ritorni recenti nel 2020 con Amadeus e nel 2025 accanto a Carlo Conti e Gerry Scotti, l’azienda la guarda con sospetto. Perché Clerici ha il vizio di tenere la schiena dritta. Come sei mesi fa, quando in diretta a È sempre mezzogiorno ha rotto il protocollo del silenzio su Gaza parlando apertamente di «massacro». Un gesto che su TeleMeloni suona rivoluzionario, specialmente se confrontato con la narrazione delle «pastarelle» tra la premier e Mara Venier, consumata tra sorrisi di circostanza mentre il mondo andava a fuoco.

Conta più lo share o la fedeltà?

La tesi è blindata: a Viale Mazzini se produci ricchezza, ascolti, crei talenti mondiali e hai il vizio dell’indipendenza sei un corpo estraneo da isolare. Se invece inanelli flop al 3 per cento ma rivendichi con orgoglio di essere uno dei «migliori amici» di chi comanda, sei l’uomo del futuro. Il mercato è stato sostituito dalla fedeltà di rito, e il risultato è un’azienda che premia l’organico al sistema e sopporta chi ha la colpa imperdonabile di avere successo.

Fedez, il Re Mida al contrario: chi lo tocca affonda politicamente

Esiste una fisica del potere che non risponde alle urne, ma una legge gravitazionale non scritta: nell’istante esatto in cui Federico Lucia, in arte Fedez, decide di poggiare la sua mano tatuata su una poltrona o una causa, scatta inesorabile il conto alla rovescia del disastro. Non chiamatela sfortuna, sarebbe un’offesa alla statistica, chiamatelo pure Re Mida al contrario, un portatore sano di eclissi capace di trasformare l’oro del consenso nel piombo di una disfatta elettorale definitiva.

Il nuovo pensatoio dove il rapper gioca a fare il Joe Rogan de’ noantri

L’ultimo atto di questa Spoon River si è consumato recentemente tra i microfoni di Pulp Podcast, il nuovo pensatoio dove il rapper gioca a fare il Joe Rogan de’ noantri insieme a un Mr. Marra in posa da intellettuale di complemento. Proprio lì si è officiata l’ultima via crucis di Giorgia Meloni.

Fedez, il Re Mida al contrario: chi lo tocca affonda politicamente
Giorgia Meloni ospite di Pulp Podcast, il podcast di Fedez e Mr. Marra: puntata in onda giovedì 19 marzo alle 13 (foto Ansa).

La premier, terrorizzata dall’amaro calice di un referendum sulla giustizia che puzzava di débâcle lontano un miglio, ha cercato rifugio nella tana dell’agitatore mediatico, convinta che quel caveau di follower fosse un’assicurazione sulla vita. Si è ritrovata, invece, ridotta a pontificare di riforme davanti a dilettanti dell’informazione allo sbaraglio. Risultato? Sconfitta referendaria, governo in bilico e l’immagine di una politica che, nel tentativo di darsi un tono pop, finisce per consegnarsi al ridicolo. Bene hanno fatto Elly Schlein e Giuseppe Conte a rispedire l’invito al mittente: la loro assenza è stata la loro salvezza.

Firmò un inno per il M5s nel 2014, l’anno della batosta

Ma il curriculum del “dissolvitore” milanese è una cronaca di macerie che non guarda in faccia a nessuno. Già nel 2014, quando firmò l’inno per il Movimento 5 stelle, Non sono partito, adottato da Beppe Grillo e Gianroberto Casaleggio, l’ex signor Ferragni mise il sigillo su una sventura appena compiuta. Alle Europee dello stesso anno i grillini vennero letteralmente doppiati dal Partito democratico di Matteo Renzi, finendo staccati di quasi 20 punti percentuali, in una batosta che brucia ancora. Coincidenze? Sicuramente. Ma la cronologia non mente.

Paladino del Ddl Zan, ma la legge andò dritta al macero

Nel 2021, dal palco del Primo Maggio, Fedez si erse a paladino del Ddl Zan, denunciando censure e veti leghisti. Il finale è noto: un cortocircuito mediatico che portò la legge dritta al macero, tra le ghignate del Senato. In quel marasma, anche Virginia Raggi si spese per lui, condividendo i suoi messaggi sui diritti: cinque mesi dopo, l’allora sindaca di Roma perdeva la fascia tricolore.

Fedez, il Re Mida al contrario: chi lo tocca affonda politicamente
Fedez con Alessandro Zan.

Non è andata meglio a Giuseppe Conte, allora premier, che nell’ottobre 2020 telefonò agli ex Ferragnez per chiedere aiuto sull’uso delle mascherine: dopo neanche un anno l’avvocato del popolo veniva sfrattato da Palazzo Chigi per far posto a Mario Draghi.

Fedez, il Re Mida al contrario: chi lo tocca affonda politicamente
Il messaggio di Fedez sulle mascherine dopo la chiamata di Giuseppe Conte.

La maledizione non risparmia le battaglie civili. Chiedere per informazioni a Marco Cappato e all’Associazione Luca Coscioni: la firma dell’ex coppia reale di City Life per il referendum sull’eutanasia legale ha prodotto solo il muro dell’inammissibilità della Consulta, lasciando il tesoriere con un pugno di mosche.

Fedez, il Re Mida al contrario: chi lo tocca affonda politicamente
I Ferragnez per l’eutanasia legale.

Persino lo “sceriffo” Vincenzo De Luca, ospite a Muschio Selvaggio nel 2023, ha visto la Corte costituzionale sbarrargli definitivamente la strada per il terzo mandato consecutivo: ora all’ex viceré della Campania resta solo il mesto ritorno al feudo di Salerno.

Fedez, il Re Mida al contrario: chi lo tocca affonda politicamente
Vincenzo De Luca ospite di Fedez.

Fedez è stato davvero letale col centrodestra

Ma è col centrodestra che il tocco di Fedez si è fatto letale, quasi un’operazione di smantellamento controllato. A maggio 2025, al congresso dei giovani di Forza Italia, l’ospite d’onore ha incassato standing ovation inneggiando a Silvio Berlusconi e attaccando magistrati e Beppe Sala, sotto lo sguardo compiaciuto di un Maurizio Gasparri con cui aveva siglato una sorta di pace storica dopo anni di querele da 500 mila euro.

Fedez, il Re Mida al contrario: chi lo tocca affonda politicamente
Fedez al congresso dei giovani di Forza Italia (foto Imagoeconomica).

Oggi quella tregua suona come un’orazione funebre: l’effetto domino del fallimento referendario ha travolto anche l’ex ministro, costretto alle dimissioni da capogruppo al Senato per far posto a Stefania Craxi, in un rimpasto benedetto da Marina Berlusconi per rinnovare i vertici e chiudere definitivamente l’era dei vecchi colonnelli di un partito ormai smantellato, o rinfrescato, come fa comodo pensare alle teste di famiglia (ma sempre di avvicendamento tra boomer si tratta).

Fedez, il Re Mida al contrario: chi lo tocca affonda politicamente
Fedez, il Re Mida al contrario: chi lo tocca affonda politicamente
Fedez, il Re Mida al contrario: chi lo tocca affonda politicamente

Stessa sorte per chi ha cercato la goliardia vacanziera: quello scatto sullo yacht in Costa Smeralda della scorsa estate con il rapper, Ignazio La Russa e Daniela Santanchè è diventato il bacio della morte di Rozzano. La Pitonessa è saltata (dopo anni di resistenze!), sfiduciata dalla sua stessa premier, e c’è da scommettere che il presidente del Senato stia già controllando la tenuta della sua scialuppa politica e dei suoi busti del Duce.

Fedez, il Re Mida al contrario: chi lo tocca affonda politicamente
Fedez sullo yacht con Daniela Santanchè.

Viene quasi il sospetto che il Nostro sia il più raffinato cavallo di Troia della storia Repubblicana. Dal M5s a Forza Italia, passando per il Pd e FdI, la lezione è una sola: chi lo tocca crepa. Politicamente parlando, s’intende.

Gino Paoli, poeta anarchico deluso dalla politica

Alla fine, la pallottola si sarà arrugginita davvero, come diceva lui con quella sua ironia ruvida da scoglio genovese, o forse quel muscolo stanco ha deciso che 91 anni di rintocchi fossero abbastanza per chi aveva visto tutto. Gino Paoli se n’è andato martedì, portandosi via l’ultimo soffitto viola di una stanza che adesso, per davvero, non ha più pareti. Ma per misurare la statura di questo gigante che ha dato respiro alla canzone d’autore, non si può procedere per compartimenti stagni: il poeta che scriveva di sesso tra le lenzuola di un bordello è lo stesso uomo che, 30 anni dopo si sarebbe trovato tra i banchi del politichese con lo sguardo perso di chi cerca un accordo tra i commessi in livrea.

Gino Paoli, poeta anarchico deluso dalla politica
Gino Paoli, poeta anarchico deluso dalla politica
Gino Paoli, poeta anarchico deluso dalla politica
Gino Paoli, poeta anarchico deluso dalla politica
Gino Paoli, poeta anarchico deluso dalla politica
Gino Paoli, poeta anarchico deluso dalla politica
Gino Paoli, poeta anarchico deluso dalla politica
Gino Paoli, poeta anarchico deluso dalla politica
Gino Paoli, poeta anarchico deluso dalla politica
Gino Paoli, poeta anarchico deluso dalla politica

Le sirene del Pci e la frustrazione della politica

Lui, che era un anarchico per eredità genetica («il gene l’ho preso da mio nonno, che era analfabeta, ma conosceva a memoria gli scritti dell’anarchico Carlo Cafiero e le canzoni di Pietro Gori», raccontava) eccolo nel 1987 eletto nella circoscrizione Napoli-Caserta, sedotto dal canto delle sirene dei colonnelli del Pci, Occhetto e D’Alema. E dato che a 50 anni aveva già vissuto tre vite e ne aveva schivata una quarta per un millimetro di piombo, ci era cascato come un ingenuo. Una volta in Parlamento, aderì al Gruppo della Sinistra Indipendente, perché la tessera in tasca non l’aveva mai voluta: si immaginava di portare la bellezza nelle carceri e la musica nelle scuole, di scardinare il silenzio delle istituzioni con la forza delle idee. Lo spedirono, invece, dritto in commissione Trasporti. Il cantore di Una lunga storia d’amore a discutere di scartamenti ferroviari e vagoni letto. «Una frustrazione mostruosa», la definì, il contrappasso perfetto per un uomo che non aveva mai accettato orari né binari prestabiliti.

Gino Paoli, poeta anarchico deluso dalla politica
Gino Paoli in Parlamento (Ansa).

Quel consiglio a Beppe Grillo rimasto inascoltato

Uscì da quel “disgusto” istituzionale nel ’92, per non tornarci più, se non per l’esperienza asfittica di assessore ad Arenzano, per mano del cognato, dove capì che i meccanismi del potere sono identici, sia che si tratti di una nazione che di un condominio. Da qui l’ammonimento accorato all’amico di sempre, Beppe Grillo, a cui provò a sbarrare la strada del Movimento 5 stelle prima ancora che nascesse. In una riunione quasi carbonara con Renzo Piano, Arnaldo Bagnasco e sua moglie, cercò di spiegargli che la politica, se affrontata con la mentalità del poeta o del comico, finisce per essere «una fregatura enorme».

Gino Paoli, poeta anarchico deluso dalla politica
Beppe Grillo, Gino Paoli e Don Gallo (Ansa).

La sua vera militanza fu quella della scuola genovese

La politica, in fondo, per Gino, era stata una delle tante amanti amate tanto e lasciate in fretta. La sua vera militanza era altrove, in quel quartiere della Foce di Genova dove con Tenco, De André, Bindi e Lauzi, aveva inventato una “comune artistica”, quella della scuola genovese, una fratellanza di naufraghi del perbenismo che masticava Brassens e jazz mentre l’Italia democristiana sognava ancora le rime cuore-amore. Un sodalizio fatto di genio e di strappi violenti, come quello con Tenco, rotto per colpa di una donna e mai più ricucito: «Il mio rimorso è che senza questo litigio sarei stato accanto a lui la sera in cui si è sparato, e forse sarei riuscito ad impedirglielo», confessava con quella malinconia che solo chi è sopravvissuto a se stesso può permettersi.

Gino Paoli, poeta anarchico deluso dalla politica
Gino Paoli (Ansa).

Gli amori folli, gli eccessi e le rinascite

Perché Paoli è stato l’uomo degli eccessi e delle rinascite: dalla prima mano tesa di Mogol alla voce di Mina che svelava la magia di un amplesso, fino a quel successo di Sapore di sale che lo rese «stronzo» e divo, prima del buio della depressione. Storia e leggenda: per una delle sue donne si sparò quella famosa rivoltellata al cuore. La sua prima politica, quella dei sensi, l’aveva scaraventato nel groviglio di un’Italia che ancora arrossiva per un bacio. Ma per un anarco-comunista della sua stazza, l’erotismo restava l’unica forma di coerenza, e la sua vita sentimentale è stata un incendio appiccato su più fronti. Dopo la prima moglie, Anna Fabbri, da cui ebbe Giovanni, perso prematuramente lo scorso anno, nel ’61 l’incontro con Ornella Vanoni accese un corpo a corpo di spartiti e desideri. Per lei scrisse Senza fine, Che cosa c’è, Anche se, trasformando una passione tormentata nella colonna sonora di una nazione che scopriva la carnalità. Eppure, nemmeno il magnetismo della Signora della musica italiana bastava a placare quella fame di vita. L’anno seguente si scontrò con il terremoto Stefania Sandrelli, allora ancora minorenne: un amore folle che oggi scatenerebbe i tribunali della morale, da cui nacque Amanda e che l’attrice, decenni dopo, avrebbe liquidato come ammirazione sconfinata.

Gino Paoli, poeta anarchico deluso dalla politica
Gino Paoli e Ornella Vanoni ospiti a Che tempo che fa di Fabio Fazio (Imagoeconomica).

Il legame senza fine con Ornella Vanoni

Paoli, in fondo, viveva le sue donne come viveva le note, con la stessa urgenza, fino all’incontro con Paola Penzo, la compagna e autrice che per 50 anni gli è rimasta al fianco e gli ha dato altri tre figli, Nicolò, Tommaso e Francesco. Ma il filo con la Vanoni è rimasto teso fino all’ultimo respiro. Nati a 24 ore di distanza, sono rimasti incastrati in un gioco del fato che li ha visti andarsene a soli quattro mesi di distanza. Lei si è spenta il 21 novembre scorso, stroncata da quel cuore che aveva cantato per una vita intera. Paoli l’aveva salutata con un’immagine in bianco e nero e un cuore nero sui social: nient’altro, perché tra loro le parole erano finite da un pezzo, sostituite da una complicità che li aveva riportati insieme sul palco per quel tour della memoria che sapeva di bilanci e sigarette. Prima che la morte interrompesse i giochi, stavano lavorando a un nuovo brano inedito, l’ultimo sigillo di una storia che li ha voluti immensi e senza fine.