Sanremo 2026, fine del conflitto: con Conti il Festival diventa un noioso ufficio postale

Sanremo, la ricreazione è finita. Dopo il quinquennio amadeusiano e i baci fluidi che facevano tremare i palazzi della politica, i fiori sono tornati a essere semplici vegetali da inquadrare, non più sacchi da boxe per giovani artisti in crisi di nervi. Al suo secondo mandato consecutivo, Carlo Conti ha ripreso in mano le chiavi di casa con la solerzia di un direttore di filiale che, dopo una gestione troppo creativa, torna a contare i centesimi e a rimettere in riga i correntisti.

Can Yaman in fuga dalle bufale turche sulla droga

L’ordine regna sovrano, a partire dalla serata inaugurale, quando calerà l’asso Can Yaman. L’attore turco, reduce dalle fatiche malesi di un Sandokan targato Rai 1, sbarca all’Ariston dopo aver dribblato persino le cronache giudiziarie internazionali. Una “bufala” turca lo voleva in manette a Istanbul per storie di droga; lui, per smentire, ha scelto il più rassicurante dei fondali, pubblicando un post davanti al Colosseo, come a dire che il suo impero non conosce tramonto.

Carlo, da par suo, ha celebrato l’innesto con un fotomontaggio social nei panni di “Carlokan”. Un annuncio che dimentica la sobrietà istituzionale, dove la Tigre della Malesia è stata finalmente addomesticata e messa a fare il valletto di rappresentanza prima di tornare sul set della seconda stagione.

Una mano di bianco sulla vecchia boiserie Rai

Il “Metodo Conti” brilla per coerenza: una mano di bianco sulla vecchia boiserie Rai e un cast che sembra uscito da un piano di rientro del debito pubblico emotivo. Basta scorrere i testi in gara. C’è il ritorno di Raf con Ora e per sempre e quello di Francesco Renga con Il meglio di me. Titoli che suonano come polizze di assicurazione contro ogni eccesso, promesse di una stabilità che profuma di Anni 90.

Sanremo 2026, fine del conflitto: con Conti il Festival diventa un noioso ufficio postale
In una combo i trenta big che parteciperanno al 76esimo Festival di Sanremo. Prima fila da sinistra: Malika Ayane, Sal Da Vinci, Arisa, Leo Gassmann, Masini-Fedez e Bambole di Pezza; Seconda fila da sinistra: Ditonellapiaga, Fulminacci, Serena Brancale, Tommaso Paradiso, Patty Pravo e Levante; Terza fila da sinistra: Dargen DAmico, Mara Sattei, Francesco Renga, Enrico Nigiotti, Michele Bravi e Elettra Lamborghini; Quarta fila da sinistra: Ermal Meta, Raf, Maria Antonietta-Colombre, Samurai Jay, Chiello e Luchè; Quinta fila da sinistra: Nayt, Sayf, Eddie Brock, Tredici Pietro, J-Ax, Lda-Aka Seven (foto Ansa).

Perfino la coppia FedezMasini, sulla carta potenziale deflagrante, non promette monologhi impegnati. La fine del conflitto passa per la normalizzazione: Achille Lauro, annunciato come co-conduttore della seconda serata, non deve più scandalizzare. Deve intrattenere. Un compito che condividerà con Lillo Petrolo (mercoledì 25). Ha fatto invece un passo indietro, dopo le polemiche sulla sua partecipazione, Andrea Pucci (previsto venerdì 27). «Nel 2026 il termine fascista», ha spiegato il cabarettista milanese, «non dovrebbe esistere più, esiste l’uomo di destra e l’uomo di sinistra che la pensano in modo differente ma che si confrontano in un ordinamento democratico che per fortuna governa il nostro amato Paese! Omofobia e razzismo sono termini che evidenziano odio del genere umano e io non ho mai odiato nessuno». Nel centrodestra è partita la corsa per esprimere solidarietà al comico. Si è disturbata persino Giorgia Meloni. «È inaccettabile che la pressione ideologica arrivi al punto da spingere qualcuno a rinunciare a salire su un palco», ha sentenziato la premier sui social. «Ma anche questo racconta il doppiopesismo della sinistra, che considera ‘sacra’ la satira (insulti compresi) quando è rivolta verso i propri avversari, ma invoca la censura contro coloro che dicono cose che la sinistra stessa non condivide». La leader di FdI conclude lanciando l’allarme: «La deriva illiberale della sinistra in Italia sta diventando spaventosa».

Pezzali e l’operazione nostalgia

Pucci o meno, la ricetta di Conti ha il sapore di un minestrone nazional-popolare a cui mancano però ancora le co-conduttrici. E anche l’operazione nostalgia è condotta con rigore da ragionieri: Max Pezzali fisso sulla nave, come un ammortizzatore sociale per chiunque abbia superato i 40, a cantare inni di un’Italia che non c’è più, ma che vota ancora (quando se ne ricorda).

Sanremo 2026, fine del conflitto: con Conti il Festival diventa un noioso ufficio postale
Sanremo 2026, fine del conflitto: con Conti il Festival diventa un noioso ufficio postale
Sanremo 2026, fine del conflitto: con Conti il Festival diventa un noioso ufficio postale
Sanremo 2026, fine del conflitto: con Conti il Festival diventa un noioso ufficio postale

Almeno nei duetti la Restaurazione si concede l’ora d’aria

È però nella serata dei duetti che la Restaurazione si concede l’ora d’aria, applicando il principio verdoniano del “famolo strano”. Tolto il cappio della classifica (le cover non pesano sul risultato finale), le case discografiche si sono lasciate andare a un’ebbrezza da dopolavoro, mettendo insieme coppie che sulla carta sembrano generate da un algoritmo impazzito.

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Belen Rodriguez con Francesca Fagnani (foto Ansa).

Avremo il ritorno di Belén Rodríguez, prestata alla causa di Samurai Jay, e la “belva” Francesca Fagnani che proverà a non sbranare Fulminacci. Persino il cinema si mette a cantare, con Claudio Santamaria al fianco di Malika Ayane, in un tripudio di eclettismo svogliato che serve a riempire il minutaggio senza spettinare la serata.

Occhio a Morgan che torna sul luogo del delitto

In questo giardino dell’Eden rassicurante, l’unico vero brivido è rappresentato dal “fattore M”. Morgan torna sul luogo del delitto, accompagnando Chiello. I bookmaker hanno già le dita sui tasti: la squalifica è quotata a 9, una cifra che profuma di scommessa sicura. Dopo il mitologico «che succede?» datato 2020, il web aspetta solo un nuovo cortocircuito tra le quinte, un fremito di vita vera tra un acuto della Mannoia (con Michele Bravi) e una schitarrata di Brunori Sas (con Maria Antonietta e Colombre).

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Il momento epico di Morgan nel 2020.

La cronaca prova a infilare qualche granello di sabbia negli ingranaggi. Mario Adinolfi urla al cast «pro-Pal» perché Ermal Meta osa nominare Gaza in Stella stellina, e Levante dichiara che non parteciperebbe all’Eurovision per via di Israele. Ma sono “errori di sistema”, incidenti di percorso che durano il tempo di un tweet, che l’Abbronzatissimo spegne con un sorriso e una citazione di Pippo Baudo, a cui l’edizione è dedicata.

Sanremo 2026, fine del conflitto: con Conti il Festival diventa un noioso ufficio postale
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Laura Pausini è il bollino blu che trasforma il Festival in una messa cantata

La mossa definitiva per chiudere il coperchio è la presenza di Laura Pausini, co-conduttrice per tutte e cinque le serate. La Regina di Solarolo, garante del sorriso – colei che si rifiutò di intonare Bella ciao «perché è una canzone politica» e che oggi gela i boicottaggi di Levante su Israele ricordando che «un capo di governo non rappresenta ciascuno dei suoi cittadini» – è il bollino blu che trasforma il Festival in una messa cantata dove il minimo conflitto viene sedato a colpi di acuti certificati ISO 9001. Se c’è lei, il Paese dorme tranquillo (eccetto i fan di Mengoni, che non hanno ancora digerito la sua reinterpretazione di Due vite).

Sanremo 2026, fine del conflitto: con Conti il Festival diventa un noioso ufficio postale
Laura Pausini col papa (foto Ansa).

L’estasi della Restaurazione si compie con la gita scolastica al Quirinale: per la prima volta in 76 edizioni, i protagonisti del Festival saranno ricevuti da Sergio Mattarella.

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Sergio Mattarella (foto Imagoeconomica).

Alla fine, il “Metodo Conti” trionferà nei bilanci. La raccolta pubblicitaria batterà ogni record, lo share sarà granitico e la Rai potrà dormire sonni tranquilli. La “Tengo como todas” terrà il freno a mano, Can Yaman mostrerà i bicipiti, e il rock’n’roll, se proprio dovrà esserci, verrà recapitato per raccomandata.

Whoopi Goldberg in Italia ha trovato davvero Un posto al sole

La prima apparizione è andata in scena venerdì scorso, su Rai3, all’ora di cena. Whoopi Goldberg, la Sister Act del mondo intero, quella che ha messo l’Oscar sul comodino insieme a un Grammy, un Emmy e un Tony, è sbarcata a Un posto al sole, tra i marmi di Palazzo Palladini. Il risultato? Un contrasto dichiarato, quasi comico. Da un lato il portiere Raffaele Giordano, in versione maggiordomo-col fiatone, che l’ha accolta con la devozione di chi riceve la Madonna di Pompei. Dall’altro Renato Poggi, l’unico a conservare un briciolo di buon cinismo, che l’ha osservata con lo sguardo di chi teme il furto del limoncello. Non è stata un’allucinazione da peperonata, ma il colpo di teatro per il trentennale della soap.

Dietro la comparsata della star non c’è solo l’amore per Napoli

La narrazione ufficiale ha fatto suonare le campane a festa. La star globale che atterra a Napoli, bacia il suolo (o quasi), dichiara amore eterno al Golfo e ci fa sapere, con l’entusiasmo di chi scopre la frittatina di pasta, che il set (questo set!) le ha «fatto ritrovare il piacere della recitazione». Tutto giusto. Tutto magico. Tutto, forse, un po’ zuccheroso. Perché basta abbassare il volume dei violini e alzare quello della stampa americana per sentire un’altra musica. Dietro il sorriso di Eleanor Price, l’imprenditrice venuta da Oltreoceano per comprare uno yacht dai cantieri Palladini e magari un pezzo di cuore di Raffaele, c’è una storia che sa di bonifici salvifici. I fatti parlano chiaro e li ha messi in piazza lei stessa. Bisogna tornare a novembre 2024, sul set di The View, il talk show della Abc che conduce dal 2007, con uno stipendio annuo compreso tra i cinque e i sei milioni di dollari. Si parlava di elezioni presidenziali e voto operaio pro-Trump. E Goldberg ha deciso di non usare filtri: «I understand that people are going through a difficult time. Me too. If I had all the money in the world, I would not be here, OK? I’m a working person, I work for a living». Tradotto per chi a Upas mastica l’inglese come Rosa: «Capisco che le persone stiano attraversando un periodo difficile. Anch’io. Lavoro per vivere. Se avessi tutti i soldi del mondo non sarei qui, chiaro?».

Anche i premi Oscar devono pagare le bollette…

Con un patrimonio che balla tra i 30 e i 60 milioni di dollari, l’accostamento alla classe operaia le è costato il linciaggio social. Ma lei ha rincarato la dose a Entertainment Tonight, lo scorso settembre. A chi le chiedeva se pensasse di godersi la pensione, ha risposto: «Chi può permetterselo? Se non fai un matrimonio fortunato devi continuare a lavorare. Le bollette non si pagano da sole». Una delle pochissime artiste al mondo ad aver conquistato i quattro premi principali dello spettacolo, ha rivelato, senza imbarazzo, di lavorare per necessità economica. Un ritornello che ha ripetuto anche nell’autobiografia Bits and Pieces: My Mother, My Brother, and Me: l’Oscar non ti fa ricco per sempre.

Whoopi Goldberg in Italia ha trovato davvero Un posto al sole
Whoopi Goldberg al Met Gala 2025 (Ansa).

Così l’Italia è diventata un buon rifugio

E mentre in America si confessava così, a Viale Mazzini si progettava il trentennale della soap. Serviva un nome. Quello giusto, a cui Hollywood ha smesso da un pezzo di mandare i fiori. Lo ha ammesso lei, senza giri di parole: «Non c’è più spazio per me a Hollywood, dal momento che ci sono attrici più giovani e più glamour che ottengono tutte le parti… nessuno mi manda più copioni…». È tutta lì, la verità. L’industria americana ha la memoria corta e la fedina del politicamente corretto sempre pronta: qualche polemica di troppo, qualche uscita infelice, tra dichiarazioni sull’Olocausto costate sospensioni e richiami, e il telefono ha smesso di squillare. L’Italia è diventata così il buon rifugio (con tanto di casa in Sicilia), dove una figura come la sua può ancora ottenere attenzione, rispetto, standing ovation. Non è un caso che il suo ultimo film, Leopardi & Co, sia stato girato nelle Marche, per la regia di Federica Biondi. Un lavoro onesto, dignitoso, per carità. Ma anche un segnale: il mercato si è ristretto verso produzioni più piccole, più accessibili.

Whoopi Goldberg in Italia ha trovato davvero Un posto al sole
Il cast di Upas con Whoopi Goldberg (dal profilo Instagram della soap).

Upas è una macchina perfetta, non serviva la benedizione straniera

Eccola allora a Upas. Venti episodi previsti per lei. Un personaggio creato ad hoc. Una storyline ritagliata per il pubblico casalingo che si sente rassicurato quando arriva qualcuno da fuori a certificare il valore di ciò che già conosce. È questo il punto. Non la sua presenza. Non la sua bravura. Il nodo è l’atteggiamento che abbiamo nei confronti di noi stessi. Quel vecchio complesso d’inferiorità per cui, se arriva un’americana a dirci «bravi!», allora valiamo qualcosa. È il riflesso di una credulità sentimentale che ci porta a innamorarci di chiunque venga da lontano e abbia vinto qualcosa. E noi ci sentiamo importanti per associazione. Ma Un posto al sole non ha mai avuto bisogno di stampelle. È una macchina perfetta che dal 1996, dall’intuizione di Giovanni Minoli (allora direttore di Rai3), macina ascolti e mette al centro i problemi reali degli italiani, il tessuto urbano di Napoli, e il respiro di una comunità intera. Benvenuta Whoopi, ci mancherebbe. Ma non ci serviva la benedizione straniera.

Whoopi Goldberg in Italia ha trovato davvero Un posto al sole
Whoopi Goldberg in Italia ha trovato davvero Un posto al sole
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