Sanremo: prima serata in naftalina, tra tigri di plastica e centenarie top

Inutile girarci intorno: per sopravvivere alla prima serata del Festival di Sanremo 2026 serve un fegato d’acciaio e una scorta industriale di caffeina. Carlo Conti inaugura la sua quinta gestione con l’estetica raggelante di un congresso democristiano, scendendo le scale dell’Ariston con la foga di un liquidatore che ha fretta di chiudere la pratica. Malgrado l’ingorgo dei 30 big (erano tutti necessari?) corre già con cinque minuti di anticipo sulla scaletta, forse ansioso di tornare a dormire o di evitare il gelo polare che cala in studio ogni volta che corregge la “co-cò” Laura Pausini.

Sanremo: prima serata in naftalina, tra tigri di plastica e centenarie top
Carlo Conti (Ansa).

La nostalgia apre la serata, con la voce registrata di Pippo Baudo, il patriarca a cui è dedicata l’edizione, mentre la sigla storica del Maestro Pippo Caruso risuona per un’ovazione. «Perché Sanremo è Sanremo. Parappappapapparà». L’Abbronzatissimo saluta in platea i figli del Re di Militello, Alessandro e Tiziana, e la storica assistente Dina Minna, con buona pace di una Katia Ricciarelli lasciata a masticare amaro davanti alla tivù. Ma non si processa un’emozione che sia una: la memoria dei grandi scomparsi, da Peppe Vessicchio a Maurizio Costanzo, viene sparata a caso tra una canzonetta e l’altra, quasi fosse un fastidio burocratico.

Sanremo: prima serata in naftalina, tra tigri di plastica e centenarie top
L’omaggio a Pippo Baudo e Peppe Vessicchio all’Ariston (Ansa).

In questo deserto di idee la signora di Solarolo riesce nell’impresa titanica di far rivalutare Chiara Ferragni. Ci vuole lo scatto della centenaria antifascista per far saltare il banco di questa normalizzazione coatta, proprio mentre alle sue spalle la Rai proietta il refuso «Repupplica» con la “p”. Che sia stato un allievo di Petrecca?

Sanremo: prima serata in naftalina, tra tigri di plastica e centenarie top
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I top (o presunti tali) della prima serata

Pippo, «L’ho inventato io»

La voce del patriarca che apre la serata è l’unico brivido nostalgico che tiene in piedi la baracca. Un omaggio doveroso, anche se il trattamento riservatogli è di una pigrizia visiva imbarazzante, senza nemmeno una clip degna di questo nome. Baudo resta il fantasma che aleggia sul teatro: tutti lo evocano, nessuno riesce a imitarlo, men che meno Conti che corre verso il traguardo per chiudere bottega in anticipo, visibilmente alterato per non aver trovato un video unico che contenesse tutti i morti dell’anno. Giudizio: memoria istituzionale smaltita come una pratica dell’Inps.

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Gianna Pratesi, 105 anni di schiaffi alla censura

Ha fatto più opposizione lei in tre minuti che l’intera minoranza negli ultimi tre anni. La 105enne Gianna Pratesi rivendica il voto per la Repubblica nel ’46 mettendo in imbarazzo chi oggi scrive i testi di Tele-Meloni e sperava in una serata anestetizzata. Il suo «bye bye» ai fascisti è l’unica scintilla in una serata che puzza di naftalina. Se volete campare a lungo, il consiglio è chiaro: siate antifascisti. La Russa è avvisato. Giudizio: meglio la vecchia che parla della vecchia che balla.

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Laura Pausini con Gianna Pratesi e Carlo Conti (Ansa).

Kabir Bedi e lo scazzo della “Tigre”

Solo dopo la mezzanotte, quando ormai la bava alla bocca è diventata schiuma da barba, è arrivato il confronto tra i due Sandokan. Kabir Bedi ha smontato con classe la sceneggiatura del nuovo remake con Can Yaman, definendola «molto fantasiosa». Tradotto dal linguaggio diplomatico di Mompracem: «Avete scritto una porcata». Giudizio: la superiorità della vecchia Malesia sul silicone turco.

Sanremo: prima serata in naftalina, tra tigri di plastica e centenarie top
Il confronto tra Sandokan (Ansa).

I flop (o presunti tali) della prima serata

Sua Umiltà da Solarolo

La co-cò dimentica che un conto è gorgheggiare, un altro è reggere il moccolo al Festival, e inciampa sistematicamente nei tempi televisivi. Tra gag imbarazzanti, regala l’unico sfondone della serata: «Prima me l’avevate messo qui e ora me l’avete messo in mano», dice riferendosi al microfono, e si vola mentre Carlo Conti prova a spronarla bacchettandola sulla doppia zeta romagnola. Giudizio: una co-cò che fa rimpiangere il mutismo.

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Can Yaman, Laura Pausini e Carlo Conti (Ansa).

Il Sandokan di plastica

Can Yaman sbarca a Sanremo col ruolo di co-conduttore e la profondità espressiva di un flacone di doposole. Il fusto di Istanbul si limita a esibire i bicipiti a favore di telecamera, trascinando la Pausini in un duetto turco da dimenticare, prima di rintanarsi nel silenzio rassicurante dei suoi pettorali. Giudizio: il trionfo del testosterone sul carisma di Mompracem.

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L’arrivo di Can Yaman all’Ariston (Ansa).

Lo zoo del main sponsor

Sulle note di Papaveri e papere, il main sponsor Tim decide di infestare i sonni degli italiani con una trasformazione del pubblico in uno zoo di volatili deformi. Un incubo estetico spacciato per avanguardia e risolto con la qualità grafica di un videogame degli Anni 90. Giudizio: i nuovi mostri.

I rimandati: chi poteva o doveva fare di più

Tiziano Ferro. Accolto come una liberazione dopo una sfilza di canzoni ignote, trasforma l’Ariston nella sua personale gabbia dorata. Sui divani madri e figli si abbracciano cantando i vecchi successi, ma l’operazione inizia a mostrare le corde. Il divo di Latina fattura grazie ai fasti del passato ma fatica a far parlare la sua nuova musica, riducendosi a jukebox. Dalla nave arriva il gemello diverso Max Pezzali, un rito collettivo che sa di muffa e ritardi tecnici. Giudizio: giganti del pop che preferiscono la rendita al confronto.

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L’esibizione di Tiziano Ferro (Ansa).

Il meglio della gara: gli insospettabili

Sal Da Vinci Per sempre sì. Lo spirito di Massimo Ranieri si impossessa di Sal per servire il banchetto nuziale definitivo: arrevota l’Ariston e prenota la vittoria. Fedez & MasiniMale necessario. La strana coppia porta una prova solida, tra cinismo e fragilità, malgrado i pregiudizi. SayfTu mi piaci tanto. Il rapper ligure sbarca col Porter del padre e porta un testo intelligente, che sa di Ghali e Silvestri. La sua genuinità contagiosa fiorisce su una camionetta.

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Sanremo senza Vessicchio: chi sono i nuovi signori della bacchetta

Si fa presto a dire «dirige l’orchestra». Per il pubblico sovrano del televoto e per chi consuma il Festival tra un post su X e una pizza a domicilio, quella frase è una liturgia più solenne di una stecca in mondovisione. Ma Sanremo 2026 apre i battenti dovendo gestire assenze che non si colmano con i fiori di corso Imperatrice. Non parliamo solo del patriarca Pippo, a cui hanno appaltato un’insegna e idealmente l’intera baracca, ma di quel barbone rassicurante, da gentiluomo d’altri tempi, che risponde al nome di Beppe Vessicchio. Che poi si chiamava Peppe, e pareva uscito da una réclame di sigari toscani: l’uomo che è riuscito nel miracolo laico di rendere pop un pezzo di legno, trasformando un direttore d’orchestra in una reliquia da figurine Panini, un santino da invocare quando la nota non tiene.

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Beppe Vessicchio a Sanremo 2020 (Ansa).

Valeriano Chiaravalle, il sarto invisibile della tv italiana

Proprio lunedì, mentre la terra dei cachi si riempieva di addetti ai lavori e imbucati di lusso, si è aperta Casa Vessicchio, asilo politico per giovani artisti per parlare di spartiti senza l’assillo della gara, perché per anni Vessicchio è stato Sanremo. Ma lo spettacolo, per quella cinica e ferrea legge, deve andare avanti, e per bontà del dio delle canzonette, la sua eredità non è andata persa: è finita dritta nelle mani di chi la musica la scrive, la smonta e la rimonta con la precisione di un orologiaio svizzero. Parliamo di Valeriano Chiaravalle. Se il suono dei promo di questo Festival vi è rimasto piantato nelle orecchie, è colpa sua. Figlio d’arte, DNA napoletano (il padre Franco era uno stimato autore e arrangiatore), Chiaravalle è il prototipo del professionista perfetto, un incrocio tra un pentagramma e una lucina della telecamera che lo ha reso il sarto invisibile della tv italiana. Lo trovi ovunque: da The Voice a LOL, dagli show della Mannoia a Michelle Impossible. Fu proprio Vessicchio a battezzarlo appena uscito dal Conservatorio G. Verdi di Milano, chiedendogli un arrangiamento per orchestra, e aprendogli di fatto le porte di una carriera che dal 1999 lo vede inquilino fisso dell’Ariston, guidando gente come Tiziano Ferro, Giorgia, Mika, Elisa, e la stessa Mannoia. Mentre la SIAE lo tiene nei comitati di rielaborazione e il Conservatorio di Parma lo mette in cattedra per insegnare composizione pop, a Sanremo 2026 dovrà gestire un traffico da ora di punta: la strana coppia Fedez & Masini, Francesco Renga, il ritorno di Sal Da Vinci (dato per super-favorito), Eddie Brock e la nuova proposta Angelica Bove.

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Valeriano Chiaravalle (dal sito del Politecnico delle Belle Arti di Bergamo).

Enrico Melozzi, il performer esploso con i Måneskin

Sullo stesso podio si muove il terremoto abruzzese Enrico Melozzi. Uno che ha capito prima di altri che nell’era di TikTok il direttore d’orchestra deve essere un performer, un animale da palcoscenico. Capelli eccentrici, popolarità esplosa con i Måneskin (ma il cuore che batte anche per Mozart), Melozzi si porta dietro quella foto simbolo del 2023, quando diresse Grignani e Arisa a quattro mani con Vessicchio. Un’eredità affettiva che oggi spende mentre guida le Bambole di Pezza, Leo Gassman e una pattuglia di nuove leve: Blind, El Ma & Soniko.

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Enrico Melozzi all’Ariston (Instagram).

Carmelo Patti, maestro di colonne sonore

Diverso il piglio del milanese Carmelo Patti, che ha esordito a Sanremo nel 2019, e ha apposto la sua firma sulla vittoria di Mahmood e Blanco con Brividi, è quello che mette le mani sulle colonne sonore per produzioni Rai e Netflix, e che deve tenere a bada un mix che va da J-Ax a Maria Antonietta & Colombre fino a Tommaso Paradiso e la nuova proposta Nicolò Filippucci.

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Carmelo Patti (da Instagram).

Enzo Campagnoli al suo nono podio sanremese

A chiudere il cerchio dei più richiesti, c’è il verace Enzo Campagnoli. Bacchetta napoletana di Afragola, diplomato in oboe al San Pietro a Majella, una vita accanto a Mario Merola e un rapporto con l’Ariston che sfiora la domiciliazione: nona volta sul podio, senza contare le 11 da musicista. Tocca a lui domare Dargen D’Amico, Elettra Lamborghini e Samurai Jay.

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Enzo Campagnoli (da Instagram).

Pinuccio Pirazzoli alla guida dell’orchestra

Ma chi è il signore del podio? Per la casalinga di Voghera e per i critici che guardano il Festival col monocolo della superiorità, è soltanto colui che agita un bastoncino a favore di telecamera. Ma quella è solo la parte visual, la superficie scenica, pensata per chi mangia pane e televisione. Sotto c’è il lavoro sporco, con la band e l’orchestra, che inizia un mese prima. Per ogni artista c’è una prova a Roma, due a Sanremo, una generale e poi quei tre minuti di gloria. Quest’anno l’intera macchina è nelle mani di Pinuccio Pirazzoli, ma sul ring si alterneranno 20 bacchette. Il resto è televisione, possibilmente con qualche polemica cucita su misura per non far scazzare lo share.

Sanremo senza Vessicchio: chi sono i nuovi signori della bacchetta
Sanremo senza Vessicchio: chi sono i nuovi signori della bacchetta
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Portobello, il calvario di Tortora tra streaming e referendum sulla giustizia

Di colpo l’Italia ha deciso di mettere a bilancio i suoi peccati originali. Non potendo archiviarli, per manifesta incapacità di espiazione, ha scelto la via più redditizia: li ha impacchettati, ne ha lucidato con cura le manette e li ha spediti a Burbank, California. Il 20 febbraio debutta su HBO Max Portobello, la miniserie-evento di Marco Bellocchio, con un Fabrizio Gifuni che presta corpo e voce a Enzo Tortora. Dopo il passaggio di rito all’82esima Mostra del Cinema di Venezia, l’operazione sbarca sul mercato globale in sei puntate. È il paradosso definitivo: vendiamo i nostri scheletri nell’armadio ai colossi dello streaming americano affinché loro ce li riconsegnino in 4K, sotto forma di abbonamento mensile.

Enzo Tortora, al teatro della tv si sostituì il teatro del processo

Per chi avesse la memoria corta, o l’anagrafe troppo verde, per averne percepito l’odore, bisogna sintonizzarsi sull’Italia dei primi Anni 80. Un Paese frastornato dall’assassinio Moro, dai colpi di coda del terrorismo, dalle commistioni tra Stato e mafia (dall’omicidio Dalla Chiesa al rapimento Cirillo), e dagli appetiti spalancati dal post-sisma in Irpinia. In questo scenario di macerie morali, Enzo Tortora era un architrave. Un uomo colto, nominato Commendatore da Sandro Pertini, capace di incollare 28 milioni di italiani davanti al rito del pappagallo muto. Il suo Portobello era la culla di tutto ciò che avremmo visto nei decenni a venire, da Chi l’ha visto? a C’è posta per te. Ma Tortora restava soprattutto un “non furbo”. Non apparteneva alla P2, non aveva padrini nella DC o nel PCI, era un laico e perciò sospetto persino ai sacrestani. Il bersaglio perfetto per un rito di caduta che una certa classe intellettuale, invidiosa di quella popolarità, così trasversale e pulita, aspettava con il coltello tra i denti. L’ispirazione di Bellocchio (che qui recupera la sofferenza istituzionale già esplorata nel magnifico Esterno Notte) nasce da un’immagine che è una ferita aperta: il presentatore stravolto e stupito che esce in manette dalla caserma di via in Selci, il 17 giugno dell’83 (dopo il prelievo all’hotel Plaza). Il capitano dei carabinieri gli aveva promesso un’uscita sul retro per evitargli il linciaggio mediatico; invece lo consegnò scientemente a una schiera di fotografi e cineoperatori convocati come a un’esecuzione pubblica. Al teatro della televisione si sostituì, istantaneamente, il teatro del processo.

Portobello, il calvario di Tortora tra streaming e referendum sulla giustizia
Portobello, il calvario di Tortora tra streaming e referendum sulla giustizia
Portobello, il calvario di Tortora tra streaming e referendum sulla giustizia
Portobello, il calvario di Tortora tra streaming e referendum sulla giustizia
Portobello, il calvario di Tortora tra streaming e referendum sulla giustizia
Portobello, il calvario di Tortora tra streaming e referendum sulla giustizia
Portobello, il calvario di Tortora tra streaming e referendum sulla giustizia
Portobello, il calvario di Tortora tra streaming e referendum sulla giustizia
Portobello, il calvario di Tortora tra streaming e referendum sulla giustizia
Portobello, il calvario di Tortora tra streaming e referendum sulla giustizia
Portobello, il calvario di Tortora tra streaming e referendum sulla giustizia
Portobello, il calvario di Tortora tra streaming e referendum sulla giustizia
Portobello, il calvario di Tortora tra streaming e referendum sulla giustizia

L’anatomia del grottesco: centrini, mutande e pentiti psicopatici

L’opinione pubblica, i giudici e gran parte della stampa (con le rare eccezioni di Enzo Biagi e Indro Montanelli, che lo difesero senza tregua e senza paura) furono disposti a credere a un branco di delinquenti senza pretendere uno straccio di riscontro fattuale. L’accusa poggiava sulle labbra di Giovanni Pandico (interpretato da Lino Musella), detto ‘o pazzo, cutoliano pentito e psicopatico che dalla sua cella tesseva trame vendicative. Il motivo? Un “centrino” (gergo della malavita per indicare una partita di droga) che secondo lui si era smarrito nella redazione del programma. I pm napoletani decisero che la parola di un folle pesava più della vita di un uomo onesto. Credettero a lui e ad altri 11 pentiti, tra cui il killer Pasquale Barra, detto ’o animale, fedelissimo di Raffaele Cutolo (interpretato da Gianfranco Gallo), e il seduttivo millantatore Giovanni Melluso. L’accusa era infamante: associazione camorristica e traffico di droga per conto della Nuova Camorra Organizzata.

Portobello, il calvario di Tortora tra streaming e referendum sulla giustizia
Una scena di Portobello (da Youtube).

Si arrivò a dire che il conduttore avesse assaggiato e approvato una partita di polvere bianca mentre la moglie di un pentito si aggiustava con noncuranza l’elastico delle mutande. La prova regina? Un’agendina trovata in casa del camorrista Giuseppe Puca, con un nome che ai giudici pareva “Tortora” ma che in realtà era “Tortona”. Nonostante l’inconsistenza solare delle accuse, Tortora subì sette mesi di carcere preventivo e una condanna in primo grado a 10 anni, ribaltata in formula piena solo in appello, nel 1986, grazie al lavoro certosino di giudici come Michele Morello. Ci volle persino il paradosso supremo dell’arrivo in aula di Renato Vallanzasca, che smontò l’attendibilità di Melluso davanti a una Corte che non voleva ammettere l’errore per non dover cancellare l’intera inchiesta. Il presentatore tornò in video il 20 febbraio di 39 anni fa (data che coincide con il lancio della serie), con la celebre frase: «Dove eravamo rimasti?». Ma morì 15 mesi dopo, a 59 anni.

Portobello, il calvario di Tortora tra streaming e referendum sulla giustizia
Una scena di Portobello (da Youtube).

Il martirio come commodity e il fattore urne

Mentre lui usciva di scena distrutto, sorretto solo dalla sorella Anna (interpretata da Barbora Bobulova) e dalla compagna Francesca Scopelliti (nella serie Romana Maggiora Vergano), i suoi accusatori facevano carriera. Lucio Di Pietro ha concluso la sua parabola come procuratore generale a Salerno, Felice Di Persia è stato eletto al Csm. Oggi, la Warner Bros. Discovery incassa i dividendi di questa impunità collettiva. Il prodotto è eccellente, intendiamoci, ma è una supplenza di servizio pubblico che la Rai non riesce più a esercitare. Il vero capolavoro di cinismo editoriale (o di preveggenza politica, fate voi) risiede però nel calendario. La serie debutta nel pieno della campagna per il referendum costituzionale sulla giustizia del 22 e 23 marzo 2026. Si voterà per la separazione delle carriere e la riforma del Csm, temi che sono il midollo osseo del “caso Tortora”. Malgrado le smentite di rito, il lavoro di Bellocchio finirà inevitabilmente nel tritacarne, e senza che Palazzo Chigi debba spendere un euro, diventerà il più formidabile e involontario spot per i sostenitori del , che calcheranno la mano sulla cecità di toghe mai punite, mentre quelli del No ricorderanno che furono altri giudici, dello stesso tribunale (senza carriere separate), a ribaltare l’accusa. «Dove eravamo rimasti?», chiedeva Tortora nell’87. Esattamente lì. Solo che adesso la nostra coscienza è un contenuto premium e il telecomando è saldamente in mano agli americani.

Portobello, il calvario di Tortora tra streaming e referendum sulla giustizia
Enzo Tortora nel 1983 (Ansa).

Sanremo 2026, fine del conflitto: con Conti il Festival diventa un noioso ufficio postale

Sanremo, la ricreazione è finita. Dopo il quinquennio amadeusiano e i baci fluidi che facevano tremare i palazzi della politica, i fiori sono tornati a essere semplici vegetali da inquadrare, non più sacchi da boxe per giovani artisti in crisi di nervi. Al suo secondo mandato consecutivo, Carlo Conti ha ripreso in mano le chiavi di casa con la solerzia di un direttore di filiale che, dopo una gestione troppo creativa, torna a contare i centesimi e a rimettere in riga i correntisti.

Can Yaman in fuga dalle bufale turche sulla droga

L’ordine regna sovrano, a partire dalla serata inaugurale, quando calerà l’asso Can Yaman. L’attore turco, reduce dalle fatiche malesi di un Sandokan targato Rai 1, sbarca all’Ariston dopo aver dribblato persino le cronache giudiziarie internazionali. Una “bufala” turca lo voleva in manette a Istanbul per storie di droga; lui, per smentire, ha scelto il più rassicurante dei fondali, pubblicando un post davanti al Colosseo, come a dire che il suo impero non conosce tramonto.

Carlo, da par suo, ha celebrato l’innesto con un fotomontaggio social nei panni di “Carlokan”. Un annuncio che dimentica la sobrietà istituzionale, dove la Tigre della Malesia è stata finalmente addomesticata e messa a fare il valletto di rappresentanza prima di tornare sul set della seconda stagione.

Una mano di bianco sulla vecchia boiserie Rai

Il “Metodo Conti” brilla per coerenza: una mano di bianco sulla vecchia boiserie Rai e un cast che sembra uscito da un piano di rientro del debito pubblico emotivo. Basta scorrere i testi in gara. C’è il ritorno di Raf con Ora e per sempre e quello di Francesco Renga con Il meglio di me. Titoli che suonano come polizze di assicurazione contro ogni eccesso, promesse di una stabilità che profuma di Anni 90.

Sanremo 2026, fine del conflitto: con Conti il Festival diventa un noioso ufficio postale
In una combo i trenta big che parteciperanno al 76esimo Festival di Sanremo. Prima fila da sinistra: Malika Ayane, Sal Da Vinci, Arisa, Leo Gassmann, Masini-Fedez e Bambole di Pezza; Seconda fila da sinistra: Ditonellapiaga, Fulminacci, Serena Brancale, Tommaso Paradiso, Patty Pravo e Levante; Terza fila da sinistra: Dargen DAmico, Mara Sattei, Francesco Renga, Enrico Nigiotti, Michele Bravi e Elettra Lamborghini; Quarta fila da sinistra: Ermal Meta, Raf, Maria Antonietta-Colombre, Samurai Jay, Chiello e Luchè; Quinta fila da sinistra: Nayt, Sayf, Eddie Brock, Tredici Pietro, J-Ax, Lda-Aka Seven (foto Ansa).

Perfino la coppia FedezMasini, sulla carta potenziale deflagrante, non promette monologhi impegnati. La fine del conflitto passa per la normalizzazione: Achille Lauro, annunciato come co-conduttore della seconda serata, non deve più scandalizzare. Deve intrattenere. Un compito che condividerà con Lillo Petrolo (mercoledì 25). Ha fatto invece un passo indietro, dopo le polemiche sulla sua partecipazione, Andrea Pucci (previsto venerdì 27). «Nel 2026 il termine fascista», ha spiegato il cabarettista milanese, «non dovrebbe esistere più, esiste l’uomo di destra e l’uomo di sinistra che la pensano in modo differente ma che si confrontano in un ordinamento democratico che per fortuna governa il nostro amato Paese! Omofobia e razzismo sono termini che evidenziano odio del genere umano e io non ho mai odiato nessuno». Nel centrodestra è partita la corsa per esprimere solidarietà al comico. Si è disturbata persino Giorgia Meloni. «È inaccettabile che la pressione ideologica arrivi al punto da spingere qualcuno a rinunciare a salire su un palco», ha sentenziato la premier sui social. «Ma anche questo racconta il doppiopesismo della sinistra, che considera ‘sacra’ la satira (insulti compresi) quando è rivolta verso i propri avversari, ma invoca la censura contro coloro che dicono cose che la sinistra stessa non condivide». La leader di FdI conclude lanciando l’allarme: «La deriva illiberale della sinistra in Italia sta diventando spaventosa».

Pezzali e l’operazione nostalgia

Pucci o meno, la ricetta di Conti ha il sapore di un minestrone nazional-popolare a cui mancano però ancora le co-conduttrici. E anche l’operazione nostalgia è condotta con rigore da ragionieri: Max Pezzali fisso sulla nave, come un ammortizzatore sociale per chiunque abbia superato i 40, a cantare inni di un’Italia che non c’è più, ma che vota ancora (quando se ne ricorda).

Sanremo 2026, fine del conflitto: con Conti il Festival diventa un noioso ufficio postale
Sanremo 2026, fine del conflitto: con Conti il Festival diventa un noioso ufficio postale
Sanremo 2026, fine del conflitto: con Conti il Festival diventa un noioso ufficio postale
Sanremo 2026, fine del conflitto: con Conti il Festival diventa un noioso ufficio postale

Almeno nei duetti la Restaurazione si concede l’ora d’aria

È però nella serata dei duetti che la Restaurazione si concede l’ora d’aria, applicando il principio verdoniano del “famolo strano”. Tolto il cappio della classifica (le cover non pesano sul risultato finale), le case discografiche si sono lasciate andare a un’ebbrezza da dopolavoro, mettendo insieme coppie che sulla carta sembrano generate da un algoritmo impazzito.

Sanremo 2026, fine del conflitto: con Conti il Festival diventa un noioso ufficio postale
Belen Rodriguez con Francesca Fagnani (foto Ansa).

Avremo il ritorno di Belén Rodríguez, prestata alla causa di Samurai Jay, e la “belva” Francesca Fagnani che proverà a non sbranare Fulminacci. Persino il cinema si mette a cantare, con Claudio Santamaria al fianco di Malika Ayane, in un tripudio di eclettismo svogliato che serve a riempire il minutaggio senza spettinare la serata.

Occhio a Morgan che torna sul luogo del delitto

In questo giardino dell’Eden rassicurante, l’unico vero brivido è rappresentato dal “fattore M”. Morgan torna sul luogo del delitto, accompagnando Chiello. I bookmaker hanno già le dita sui tasti: la squalifica è quotata a 9, una cifra che profuma di scommessa sicura. Dopo il mitologico «che succede?» datato 2020, il web aspetta solo un nuovo cortocircuito tra le quinte, un fremito di vita vera tra un acuto della Mannoia (con Michele Bravi) e una schitarrata di Brunori Sas (con Maria Antonietta e Colombre).

Sanremo 2026, fine del conflitto: con Conti il Festival diventa un noioso ufficio postale
Il momento epico di Morgan nel 2020.

La cronaca prova a infilare qualche granello di sabbia negli ingranaggi. Mario Adinolfi urla al cast «pro-Pal» perché Ermal Meta osa nominare Gaza in Stella stellina, e Levante dichiara che non parteciperebbe all’Eurovision per via di Israele. Ma sono “errori di sistema”, incidenti di percorso che durano il tempo di un tweet, che l’Abbronzatissimo spegne con un sorriso e una citazione di Pippo Baudo, a cui l’edizione è dedicata.

Sanremo 2026, fine del conflitto: con Conti il Festival diventa un noioso ufficio postale
Sanremo 2026, fine del conflitto: con Conti il Festival diventa un noioso ufficio postale
Sanremo 2026, fine del conflitto: con Conti il Festival diventa un noioso ufficio postale

Laura Pausini è il bollino blu che trasforma il Festival in una messa cantata

La mossa definitiva per chiudere il coperchio è la presenza di Laura Pausini, co-conduttrice per tutte e cinque le serate. La Regina di Solarolo, garante del sorriso – colei che si rifiutò di intonare Bella ciao «perché è una canzone politica» e che oggi gela i boicottaggi di Levante su Israele ricordando che «un capo di governo non rappresenta ciascuno dei suoi cittadini» – è il bollino blu che trasforma il Festival in una messa cantata dove il minimo conflitto viene sedato a colpi di acuti certificati ISO 9001. Se c’è lei, il Paese dorme tranquillo (eccetto i fan di Mengoni, che non hanno ancora digerito la sua reinterpretazione di Due vite).

Sanremo 2026, fine del conflitto: con Conti il Festival diventa un noioso ufficio postale
Laura Pausini col papa (foto Ansa).

L’estasi della Restaurazione si compie con la gita scolastica al Quirinale: per la prima volta in 76 edizioni, i protagonisti del Festival saranno ricevuti da Sergio Mattarella.

Sanremo 2026, fine del conflitto: con Conti il Festival diventa un noioso ufficio postale
Sergio Mattarella (foto Imagoeconomica).

Alla fine, il “Metodo Conti” trionferà nei bilanci. La raccolta pubblicitaria batterà ogni record, lo share sarà granitico e la Rai potrà dormire sonni tranquilli. La “Tengo como todas” terrà il freno a mano, Can Yaman mostrerà i bicipiti, e il rock’n’roll, se proprio dovrà esserci, verrà recapitato per raccomandata.

Whoopi Goldberg in Italia ha trovato davvero Un posto al sole

La prima apparizione è andata in scena venerdì scorso, su Rai3, all’ora di cena. Whoopi Goldberg, la Sister Act del mondo intero, quella che ha messo l’Oscar sul comodino insieme a un Grammy, un Emmy e un Tony, è sbarcata a Un posto al sole, tra i marmi di Palazzo Palladini. Il risultato? Un contrasto dichiarato, quasi comico. Da un lato il portiere Raffaele Giordano, in versione maggiordomo-col fiatone, che l’ha accolta con la devozione di chi riceve la Madonna di Pompei. Dall’altro Renato Poggi, l’unico a conservare un briciolo di buon cinismo, che l’ha osservata con lo sguardo di chi teme il furto del limoncello. Non è stata un’allucinazione da peperonata, ma il colpo di teatro per il trentennale della soap.

Dietro la comparsata della star non c’è solo l’amore per Napoli

La narrazione ufficiale ha fatto suonare le campane a festa. La star globale che atterra a Napoli, bacia il suolo (o quasi), dichiara amore eterno al Golfo e ci fa sapere, con l’entusiasmo di chi scopre la frittatina di pasta, che il set (questo set!) le ha «fatto ritrovare il piacere della recitazione». Tutto giusto. Tutto magico. Tutto, forse, un po’ zuccheroso. Perché basta abbassare il volume dei violini e alzare quello della stampa americana per sentire un’altra musica. Dietro il sorriso di Eleanor Price, l’imprenditrice venuta da Oltreoceano per comprare uno yacht dai cantieri Palladini e magari un pezzo di cuore di Raffaele, c’è una storia che sa di bonifici salvifici. I fatti parlano chiaro e li ha messi in piazza lei stessa. Bisogna tornare a novembre 2024, sul set di The View, il talk show della Abc che conduce dal 2007, con uno stipendio annuo compreso tra i cinque e i sei milioni di dollari. Si parlava di elezioni presidenziali e voto operaio pro-Trump. E Goldberg ha deciso di non usare filtri: «I understand that people are going through a difficult time. Me too. If I had all the money in the world, I would not be here, OK? I’m a working person, I work for a living». Tradotto per chi a Upas mastica l’inglese come Rosa: «Capisco che le persone stiano attraversando un periodo difficile. Anch’io. Lavoro per vivere. Se avessi tutti i soldi del mondo non sarei qui, chiaro?».

Anche i premi Oscar devono pagare le bollette…

Con un patrimonio che balla tra i 30 e i 60 milioni di dollari, l’accostamento alla classe operaia le è costato il linciaggio social. Ma lei ha rincarato la dose a Entertainment Tonight, lo scorso settembre. A chi le chiedeva se pensasse di godersi la pensione, ha risposto: «Chi può permetterselo? Se non fai un matrimonio fortunato devi continuare a lavorare. Le bollette non si pagano da sole». Una delle pochissime artiste al mondo ad aver conquistato i quattro premi principali dello spettacolo, ha rivelato, senza imbarazzo, di lavorare per necessità economica. Un ritornello che ha ripetuto anche nell’autobiografia Bits and Pieces: My Mother, My Brother, and Me: l’Oscar non ti fa ricco per sempre.

Whoopi Goldberg in Italia ha trovato davvero Un posto al sole
Whoopi Goldberg al Met Gala 2025 (Ansa).

Così l’Italia è diventata un buon rifugio

E mentre in America si confessava così, a Viale Mazzini si progettava il trentennale della soap. Serviva un nome. Quello giusto, a cui Hollywood ha smesso da un pezzo di mandare i fiori. Lo ha ammesso lei, senza giri di parole: «Non c’è più spazio per me a Hollywood, dal momento che ci sono attrici più giovani e più glamour che ottengono tutte le parti… nessuno mi manda più copioni…». È tutta lì, la verità. L’industria americana ha la memoria corta e la fedina del politicamente corretto sempre pronta: qualche polemica di troppo, qualche uscita infelice, tra dichiarazioni sull’Olocausto costate sospensioni e richiami, e il telefono ha smesso di squillare. L’Italia è diventata così il buon rifugio (con tanto di casa in Sicilia), dove una figura come la sua può ancora ottenere attenzione, rispetto, standing ovation. Non è un caso che il suo ultimo film, Leopardi & Co, sia stato girato nelle Marche, per la regia di Federica Biondi. Un lavoro onesto, dignitoso, per carità. Ma anche un segnale: il mercato si è ristretto verso produzioni più piccole, più accessibili.

Whoopi Goldberg in Italia ha trovato davvero Un posto al sole
Il cast di Upas con Whoopi Goldberg (dal profilo Instagram della soap).

Upas è una macchina perfetta, non serviva la benedizione straniera

Eccola allora a Upas. Venti episodi previsti per lei. Un personaggio creato ad hoc. Una storyline ritagliata per il pubblico casalingo che si sente rassicurato quando arriva qualcuno da fuori a certificare il valore di ciò che già conosce. È questo il punto. Non la sua presenza. Non la sua bravura. Il nodo è l’atteggiamento che abbiamo nei confronti di noi stessi. Quel vecchio complesso d’inferiorità per cui, se arriva un’americana a dirci «bravi!», allora valiamo qualcosa. È il riflesso di una credulità sentimentale che ci porta a innamorarci di chiunque venga da lontano e abbia vinto qualcosa. E noi ci sentiamo importanti per associazione. Ma Un posto al sole non ha mai avuto bisogno di stampelle. È una macchina perfetta che dal 1996, dall’intuizione di Giovanni Minoli (allora direttore di Rai3), macina ascolti e mette al centro i problemi reali degli italiani, il tessuto urbano di Napoli, e il respiro di una comunità intera. Benvenuta Whoopi, ci mancherebbe. Ma non ci serviva la benedizione straniera.

Whoopi Goldberg in Italia ha trovato davvero Un posto al sole
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