L’uccisione di Soleimani è un colpo al riformismo iraniano

L'attacco degli Usa spinge ulteriormente il Paese tra le braccia dei Pasdaran. Anche in vista delle elezioni per il rinnovo del parlamento. Dallo stretto di Hormuz all'Iraq: le possibili risposte di Teheran.

«Esportare la rivoluzione islamica ovunque, passando per Baghdad»: Qassem Soleimaini è, era, l’incarnazione di questa formidabile consegna, di questo ordine imperativo dell’ayatollah Khomeini del 1982. Le strategie di Soleimaini , la sua tattica, la sua rete personale di relazioni internazionali -a iniziare da un rapporto strettissimo con Vladimir Putin– si sintetizzano in quella consegna. E i suoi successi nell’allargare a tutto il Medio Oriente l’influsso e l’egemonia rivoluzionaria del khomeinismo, dal Mediterraneo sino ai confini del Pakistan sono stati enormi. Da quella consegna bisogna dunque ora partire per tracciare i possibili scenari della obbligata risposta iraniana alla sua clamorosa, geometrica, esecuzione.

A partire da un dato di fatto: l’Iran degli ayatollah, del “clero combattente”, l’Iran di quei Pasdaran che controllano direttamente il 40% dell’economia iraniana, è tenuto ora, innanzitutto di fronte a se stesso, a dare una risposta all’altezza dell’affronto, del danno immenso che ha subito. Deve dimostrare che l’atto di potenza -di onnipotenza- inferto dal “diavolo americano” sarà punito con pari o maggiore danno. E proprio Soleimaini ha messo a punto un formidabile dispiegamento di forza militare perfettamente adeguato a questa risposta, che può colpire da più fronti. Può colpire Israele con il lancio dei 15 mila missili a corto-medio raggio installati dai Pasdaran in Siria. Può bloccare -tentare di bloccare – con gli insidiosi barchini d’attacco lo stretto di Hormuz, la giugulare da cui passa il 40% del petrolio (anche saudita) del pianeta. Può incendiare con la Jihad islamica, al diretto comando di Teheran, il fronte di Gaza. Può rendere caldo, rovente, il confine tra Libano e Israele. Può infine, ma non per ultimo, anzi, continuare a sviluppare l’ultima strategia messa in atto da Soleimaini, che ha diretto e ordinato non a caso il recentissimo assalto all’ambasciata americana a Baghdad.

UNA ESCALATION ANNUNCIATA

Colpire dove si è stati colpiti è quasi una scelta obbligata e la crisi politica innescata dalle enormi manifestazioni anti sciite e anti iraniane delle ultime settimane in tutto l’Iraq offre ora a Teheran e ai Pasdaran l’occasione per perseguire due obiettivi contemporanei in quell’Iraq che Soleimaini considerava una provincia iraniana: vendicarsi dell’affronto subito colpendo duramente i militari americani -e i civili- sul suolo iracheno e contemporaneamente ribadire il comando politico assoluto e rigido della rivoluzione sciita sui destini di Baghdad, dell’Iraq. Le prossime ore saranno dunque cruciali in Iraq, come hanno ben compreso i vertici militari Usa che hanno deciso l’escalation dell’esecuzione di Soleimaini ben consci dell’enorme offesa inferta e quindi della certezza di una risposta iraniana simmetrica e parimenti -se non di più- violenta.

A Trump toccherà ora rivestire la divisa del “Comandante in capo” belligerante e sarà interessante vedere come saprà indossarla

Rimane lo stupore per l’assenso pieno dato da Donald Trump a questa mossa che ha una sola risposta logica -ammesso che Trump abbia una logica- nella scelta a freddo di sviluppare una campagna presidenziale all’insegna non più del rigido disimpegno militare all’estero sinora perseguito, ma del suo opposto, della risposta dura agli altrettanti duri attacchi degli ayatollah. Di un nuovo, intenso, impegno militare bellico degli Usa in Medio Oriente. Sia come sia, a Trump toccherà ora rivestire la divisa del “Comandante in capo” belligerante e sarà interessante vedere come saprà indossarla. Ma l’esecuzione di Soleimaini ha anche un risvolto immediato nella scena interna dell’Iran.

Qassem Soleimani.

Soleimaini infatti dentro i confini iraniani era il simbolo di quel assetto di “un Paese, due sistemi” che l’ayatollah Khomeini ha costruito ben prima di Deng Tsiao Ping in Cina. L’Iran infatti si regge sull’equilibrio tra due missioni: la prima, la più importante e strategica è, appunto, “esportare la rivoluzione islamica”. La seconda missione, parallela e subordinata alla prima e che con quella non deve interferire, è l’amministrazione di una normale politica interna basata sul welfare Islamico: la distribuzione immediata dei proventi del petrolio, sotto forma di reddito personale, a decine di milioni di iraniani. Le elezioni politiche e presidenziali iraniane riguardavano e riguardano solo il secondo ambito, tanto che spesso è stato possibile avere presidenti soi distant “riformisti”. Ma la strategia di fondo del regime iraniano era ed è “esportare la rivoluzione”, a Teheran non si è mai parlato di “rivoluzione in un Paese solo”. Per gli ayatollah messianici figli di Khomeini sarebbe un controsenso, un tradimento.

VERSO LE ELEZIONI LEGISLATIVE

Soleimaini era appunto il leader indiscusso e onnipossente della applicazione di questa strategia a cui tutto il “sistema Paese” iraniano è stato piegato; basti pensare che si calcola che le campagne dei Pasdaran in Iraq, Siria, Yemen, Libano e Gaza siano costate negli ultimi cinque anni non meno di 10 miliardi di dollari. Per questo è stata feroce nelle ultime settimane la repressione, sempre ad opera dei Pasdaran, delle enormi manifestazioni popolari che hanno scosso tutto l’Iran, che protestavano appunto contro gli enormi costi di quella “esportazione della rivoluzione”. Ora, con il Paese in guerra virtuale e materiale contro gli Usa, lo spazio politico per le proteste popolari iraniane si chiude. E questa chiusura si riverbererà sulle imminenti elezioni per il rinnovo del Majlis, il parlamento di Teheran. C’è da scommettere quindi che si imporranno i candidati legati ai Pasdaran (anche perché ad altri verrà semplicemente impedito di correre). Nel nome appunto del “martire” Qassem Soleimaini. Solo l’Europa continuerà a perdersi nell’illusione di un percorso riformista dell’Iran rivoluzionario. Questa illusione è ormai preclusa al popolo iraniano.

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Chi è Esmail Qaani, il generale che sostituirà Qassem Soleimani

L'Iran ha nominato il nuovo capo delle forze Quds. Meno carismatico del predecessore, l'ufficiale può però contare sull'esperienza militare e sul supporto dell'ayatollah Khamenei.

Il generale Esmail Qaani è stato nominato dalla Guida suprema Ali Khamenei nuovo comandante della Forza Quds dei Pasdaran dopo l’uccisione del generale Qassem Soleimani. Lo riferisce l’agenzia iraniana Irna. Qaani è stato finora il numero due di Soleimani. Già nel 2013, in un rapporto del think tank Aei, si faceva il nome di Qaani come possibile successore del generale, anche grazie al profondo legame con l’ayatollah Khamenei. L’ufficiale è sempre stato descritto come un uomo poco carismatico e meno illustre del predecessore. Ma allo stesso tempo gli è stata riconosciuta una certa capacità sul campo di battaglia.

LEGGI ANCHE: Chi era il capo delle forze Quds Qassem Soleimani

L’ASCESA NEI PASDARAN DOPO LA RIVOLUZIONE

Classe 1957, Qaani è entrato nei Pasdaran nel 1982, tre anni dopo la rivoluzione che cacciò lo Scià. Da quel momento è stato impegnato in tutti i fronti caldi del Paese nella regione. Negli Anni 80 è rimasto ferito durante la guerra tra Iran e Iraq mentre verso la fine del decennio è stato promosso a comandante della quinta divisione Nasr. Negli anni è stato attivo anche come agente nella repressioe – come nel caso delle sommosse contadine nel 1992 a Mashhad -, mentre a metà degli Anni 90 è diventato il capo dell’Ansar Corps, responsabile regionale per l’Afghanistan e il Pakistan. In quegli anni oltre a combattere i signori della droga che operavano lungo il confine, ha fornito supporto all’Alleanza del Nord in funzione anti talebana. Nel corso del decenni ha scalato altre posizioni fino a diventare il numero due di Soleimani. Non solo. Accanto all’attività di vice per le forze Quds è stato a capo della divisione di intelligence almeno fino al 2006, quando poi ha ricoperto solo il ruolo di capo in seconda.

IL TRAFFICO D’ARMI PER LE MILIZIE SOSTENUTE DA TEHERAN

Stando a diverse rilevazioni delle agenzie di intelligence, tra le operazioni più note condotte dal nuovo capo ci sarebbero quelle legate al supporto delle varie milizie sostenute dall’Iran in tutto il Medio Oriente. Qaani sarebbe infatti responsabile del traffico di armi e soldi verso gruppi armati in Afghanistan, Libano e Yemen. Tra il 2009 e 2012 l’ex vice di Soleimani ha preso parte a diversi viaggi diplomatici tra Venezuela, Bolivia, Brasile, Gambia e Senegal, come anche Iraq e Siria.

UN MILITARE ABILE, MA POCO CARISMATICO

Sempre secondo il rapporto dell’Aei, Qaani ha la stessa dote che ha reso celebre Soleimani: l’abilità di improvvisazione in scenari militari complessi. Tuttavia, non ha lo stesso carisma. Tanto era convincente e accalorato Soleimani nei suoi discorsi, tanto è freddo e impersonale Qaani. Gli stessi atteggiamenti allontanano i due capi: il vecchio generale era più diretto e chiaro, mentre il suo successore preferisce giri retorici e formule più burocratiche.

IL LEGAME SPECIALE CON KHAMENEI

Sia Soleimani che Qaani fanno parte dello stesso network, ma il secondo nel corso degli anni ha dimostrato di avere un forte legame con la massima guida spirituale del Paese, l’ayatollah Khamenei. I due condividerebbero amici comuni e un legame che affonda le radici nella guerra tra Teheran e Baghdad, anche grazie ad amici comuni nella fitta rete dei Pasdaran.

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Le reazioni internazionali dopo il raid Usa che ha uccso il generale Soleimani

Critiche da Iraq, Russia e Cina per la mossa di Washington. Mentre la Francia teme lo scoppio nuovo conflitto.

La preoccupazione più grande è per una nuova escalation che trascini Washington e Teheran verso la guerra. Potrebbero essere sintetizzate così le posizioni della comunità internazionale dopo l’uccisione del generale iraniano Qasem Soleimani a Baghdad per mano di un raid americano.

LA FRANCIA: «ORA IL MONDO È PIÙ PERICOLOSO»

Per Parigi l’uccisione di Soleimani ha reso il mondo «più pericoloso», come affermato dal ministro francese per l’Europa, Amelie de Montchalin, in un’intervista alla radio Rtl. «Quello che vogliamo soprattutto è stabilità e de-escalation», ha affermato il ministro, aggiungendo che gli sforzi della Francia «in ogni parte del mondo mirano a creare condizioni di pace o almeno di stabilità». «Il nostro ruolo», ha concluso, «non è schierarci con una parte, ma parlare a tutti».

LA RUSSIA: «COSÌ AUMENTERANNO LE TENSIONI»

Secondo Mosca l’operazione di Washington accrescerà le tensioni in tutto il Medio Oriente. «L’uccisione di Soleimani è stato un passo avventuristico che accrescerà le tensioni in tutta la regione», hanno scritto le agenzie Ria Novosti e Tass citando il ministero degli Esteri. «Soleimani ha servito con devozione la causa per la protezione degli interessi nazionali iraniani. Esprimiamo le nostre sincere condoglianze al popolo iraniano».

LA CINA INVITA TUTTI ALLA CALMA, «SPECIALMENTE GLI USA»

Anche Pechino sceglie il basso profilo facendo appello alla calma e alla misura, da tutte le parti in causa «specialmente gli stati Uniti». «Facciamo appello alle parti coinvolte, specialmente gli Stati Uniti, affincheè si mantenga la calma e si eserciti la misura per evitare un’ulteriore escalation delle tensioni», ha detto il portavoce del ministero cinese degli Esteri, Geng Shuang, durante un briefing con la stampa.

IRAQ PREOCCUPATO PER UN NUOVO CONFLITTO

Il primo ministro iracheno Adel Abdul-Mahdi ha definito la mossa americana come «un’aggressione contro l’Iraq». In un messaggio ufficiale ha inoltre avvertito che l’attacco determinerà «una pericolosa escalation» che «scatenerà una guerra devastante in Iraq e nella regione». Il premier ha poi sottolinato come Soleimani sia stato «uno dei principali simboli della vittoria contro i militanti dello Stato islamico».

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Chi era il generale iraniano Qassem Soleimani, ucciso dal raid Usa

L'ufficiale a capo delle forze Quds era la punta di diamante delle operazioni di Teheran in tutto il Medio Oriente, dalla guerra civile siriana alla campagna irachena contro l'Isis. Ritratto del Rommel iraniano.

Il generale Qassem Soleimani, ucciso nella notte del 3 gennaio da un raid delle forze Usa a Baghdad, per anni è stato la punta di diamante delle operazioni internazionali dell’Iran. 62 anni, una barba corta sale e pepe, il generale era a capo delle forze Quds, il braccio armato dei guardiani della rivoluzione fuori dalla repubblica islamica, fin dal 1998. Soleimani veniva considerato da tutti, sostenitori e nemici, come uno degli strateghi migliori di tutto il Medio Oriente, che a partire dal 2013 si è reso protagonista di tutti gli interventi di Teheran nell’area, dalla Siria all’Iraq, passando per lo Yemen.

LA STRATEGIA PER SALVARE ASSAD DALLA CADUTA

Una delle missioni di maggior successo per l’ufficiale iraniano è stata sicuramente la Siria. Nel 2012 Teheran lo inviò a Damasco per aiutare il malconcio esercito siriano dilaniato dalle diserzioni conseguenti allo scoppio della guerra civile un anno prima. Dopo il suo intervento le sorti del conflitto sono via via cambiate. Ridefinita la strategia sul campo, ha fatto in modo da far entrare nel conflitto il gruppo armato libanese di Hezbollah aiutando l’Iran a diventare uno degli attori fondamentali della guerra civile. Non a caso in molti sostengono che nell’estate del 2006 il generale fosse in prima linea in Libano nel conflitto tra le milizie sciite e Israele. Una strategia che ha permesso al presidente Bashar al-Assad di rimanere al potere anche grazie alle amicizie dirette dello stesso Soleimani con funzionari e militari russi, intervenuti a sostegno del regime nell’autunno del 2015.

LA CAMPAGNA IRACHENA CONTRO L’ISIS

Nel 2014 quando la città irachena di Mosul cade nelle mani dell’Isis non fu solo l’aviazione americana a intervenire. Il generale nei giorni immediatamente successivi si recò in Iraq e negli anni seguenti guidò le operazioni delle milizie sciite irachene e iraniane sul campo per contenere prima l’avanzata dello Stato islamico e poi dare il via all’offensiva che ha liberato la città nell’estate del 2017. Oltre all’aspetto militare, però Soleimani era abile a intessere relazioni politiche. In Iraq più di qualcuno ha sottolineato che era solito incontrare in segreto gli esponenti dei vari partiti alimentando e modificando le traiettorie del potere di Baghdad. Ryan Crocker, ex ambasciatori americano in Afghanistan e Iraq, ha raccontato la sua esperienza alla Bbc: «I miei interlocutori iraniani erano molto: anche se avessero informato il ministero degli Esteri, alla fine sarebbe stato il generale Soleimani a prendere le decisioni».

UN MIX TRA BOND E ROMMEL

Nel corso degli anni Soleimani è stato dato per morto diverse volte. Nel 2006 riuscì a sopravvivere a un incidente aereo, nel 2012 scampò a un’attentato contro alcuni ufficiali siriani, mentre 2015 uscì indenne dai feroci combattimenti della battaglia Aleppo. Nel 2017 la rivista Time lo ha inserito tra le 100 persone più influenti del mondo e per l’occasione Kenneth Pollack, ex analista della Cia, disse di lui che per tutti gli «sciiti del in Medio Oriente, è un mix di James Bond, Erwin Rommel e Lady Gaga», in riferimento non solo alle campagne militari ma anche alla sua presenza sui social molto seguita. Molto amato in patria, Soleimani è stato più volte invocato come possibile candidato alle presidenziali del 2021, anche se lui stesso ha sempre ribadito di non volersi candidare.

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Raid Usa a Baghdad, ucciso il generale iraniano Soleimani

Nella notte le forse americane hanno bombardato l'aeroporto della capitale irachena uccidendo almeno otto persone tra le quali il capo delle forze Quds. Il Pentagono conferma l'attacco, voluto da Trump, e l'Iran minaccia ritorsioni. La situazione.

Le forze americane uccidono a Baghdad il generale iraniano Qassem Soleimani, una delle figure chiave dell’Iran, molto vicino alla Guida suprema, l’ayatollah Ali Khamenei, e considerato da alcuni il potenziale futuro leader del Paese. Un raid, quello statunitense, condotto – secondo indiscrezioni – con un drone e ordinato da Donald Trump. Una mossa che rischia di far salire la già alta tensione fra Stati Uniti e Iran, ma anche in tutto il Medio Oriente.

GLI USA CONFERMANO L’ATTACCO DIRETTO A SOLEIMANI

La reazione iraniana è stata immediata, con Teheran che ha fatto sapere che ci saranno ritorsioni. «Il generale Soleimani stava mettendo a punto attacchi contro diplomatici americani e personale in servizio in Iraq e nell’area», ha detto il Pentagono confermando il raid e assumendosene la responsabilità. «Il generale Soleimani e le sue forze Quds sono responsabili della morte di centinaia di americani e del ferimento di altri migliaia», ha aggiunto il Pentagono, precisando che il generale iraniano è stato anche il responsabile degli «attacchi contro l’ambasciata americana a Baghdad negli ultimi giorni». Il raid punta a essere un «deterrente per futuri piani di attacco dell’Iran. Gli Stati Uniti continueranno a prendere tutte le azioni necessarie per tutelare la nostra gente e i nostri interessi del mondo», ha messo in evidenza il Dipartimento della Difesa.

UCCISO IL NUMERO DUE DELLE FORSCE SCIITE IN IRAQ

L’attacco americano segue l’avvertimento lanciato dal ministro della Difesa, Mark Esper, dopo le tensioni degli ultimi giorni con ore e ore di guerriglia e diversi tentativi di penetrare il compound che ospita la sede diplomatica Usa nella capitale irachena, la cui torretta all’ingresso principale è stata data alle fiamme. La dichiarazione del Pentagono è arrivata dopo ore di confusione, fra voci che si rincorrevano e nessuna rivendicazione della responsabilità. Trump, avvolto nel silenzio, si è limitato a twittare una foto della bandiera americana prima che il ministero della Difesa uscisse alla scoperto. Quando la televisione irachena ha annunciato la morte del generale Soleimani si è iniziato a immaginare che gli Stati Uniti potessero essere dietro al raid, nel quale ha perso la vita anche Abu Mahdi al-Muhandis, il numero due delle Forze di mobilitazione Popolare (Hashd al-Shaabi), la coalizione di milizie paramilitari sciite pro-iraniane attive in Iraq.

CONGRESSO NON INFORMATO DEL RAID

La Guardia Rivoluzionaria iraniana, confermando la morte di Soleimani, ha affrmato che il generale è stato ucciso da un attacco sferrato da un elicottero americano. Secondo le ricostruzioni iniziali, Soleimani e Mohammed Ridha, il responsabile delle public relation delle forze pro-Iran in Iraq, erano da poco atterrati all’aeroporto internazionale di Baghdad ed entrati in una delle due auto che li attendeva quando l’attacco è stato sferrato. L’attacco è seguito al lancio di tre razzi all’aeroporto che non causato alcun ferito. L’uccisione di Soleimani rischia di avere ripercussioni profonde nei rapporti tesi fra Washington e Teheran, in Medio Oriente ma anche negli Stati Uniti. Non è infatti chiaro se Trump abbia o meno avvertito qualcuno in Congresso dell’attacco. Se non lo avesse fatto, il rischio per il presidente è quello di aprire un nuovo fronte di scontro oltre a quello dell’impeachment e innervosire anche alcuni senatori, che potrebbero fargli mancare il loro appoggio in Senato per il processo per la sua messa in stato di accusa.

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Stramaccioni lascia l’Iran e a Teheran scoppiano le proteste dei tifosi

Il tecnico ex Inter, grazie alla sentenza Fifa, ha rescisso il contratto con l'Esteghlal ed è rientrato in Italia. E per le trade della capitale si protesta contro la società.

L’incubo di Andrea Stramaccioni è finito. Di allenatori che chiudono in anticipo la loro avventura calcistica ne esistono in ogni angolo del mondo, anche con la squadra al primo posto come per l’Esteghlal del tecnico ex Inter.

Ma se tutto avviene a Teheran, a un italiano viene impedito di lasciare la Repubblica Islamica dell’Iran e quando poi il contratto è rotto la gente scende in piazza e grida contro il ministero dello Sport, il contesto cambia. E spinge il ministero degli Esteri a contattare l’ambasciata italiana, per calmare le acque nei giorni in cui l’Iran è scosso da altre rivolte.

«Sono molto amareggiato: nessuno voleva finisse così», ha detto Stramaccioni al rientro a Roma, dopo una fuga da Teheran verso Istanbul con un volo privato. «L’affetto della gente di Teheran mi rimane sul cuore: trattandosi di una società statale, probabilmente la situazione è diventata anche politica e questo dispiace, perché il calcio deve essere soltanto una fonte di gioia. Ripeto noi, anche grazie all’aiuto dell’ambasciata, abbiamo fatto tutto il possibile».

LE PROTESTE PER L’ADDIO DEL TECNICO

Parole che provano a gettare l’acqua sul fuoco, mentre a centinaia i tifosi si erano radunati sotto il ministero dello sport proprietario del club gridando «Stramaccioni è il nostro leader» e con foto del tecnico romano, e le autorità hanno invertito il campo della partita odierna col Paykan facendola giocare nello stadio Azadi di Teheran, quello dei rivali storici del Persepolis, per evitare problemi di ordine pubblico.

DALL’ENTUSIASMO ALL’INCUBO

Dopo la firma del contratto e l’entusiamo iniziale (Stramaccioni si era trasferito con tutta la famiglia) i primi segnali a fine agosto, quando Stramaccioni si è reso conto che il club aveva licenziato gli interpreti tanto da rendere quasi impossibile comunicare con i giocatori in farsi. Poi sono arrivati i primi mancati pagamenti e a settembre è arrivato una specie di “rapimento”: durante la pausa per le nazionali, Stramaccioni è stato infatti bloccato all’aeroporto, con il visto improvvisamente scaduto.

I PRIMI SUCCESSI SUL CAMPO

Da quel momento è iniziato l’intervento dell’ambasciata italiana. Nel frattempo l’ex tecnico dell’Inter ha preferito tenere un profilo basso non esasperando i toni anche perchè la situazione ha risvolti politici evidenti: il calcio è strumento di consenso nella Repubblica islamica, ma il successo che il suo lavoro ha poi ottenuto presso i tifosi della squadra ha impresso una nuova traiettoria agli eventi.

LA FIFA SCIOGLIE IL CONTRATTO

L’Esteghlal ha iniziato a vincere, diventando primo in classifica. Nel frattempo la famiglia del tecnico romano è riuscita a rientrare in Italia, mentre dalla Fifa è arrivato il contributo decisivo a sbloccare lo stallo. Il mancato pagamento degli stipendi ha spinto la Federazione a dichiarare non valido il contratto per inadempienza. A quel punto, con decorrenza 6 dicembre, Stramaccioni è risucito a liberarsi e a lasciare il Paese.

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Gli ultraconservatori cavalcano le proteste in Iran

I riformisti mollano Rohani dopo la repressione. E l'ala più oltranzista guadagna forza in vista delle Legislative a febbraio. Così l'autoritarismo vince sulle democrazie.

Non è secondario che nell’Iran sciita si voti a febbraio del 2020 per rinnovare il parlamento. Nella Repubblica islamica sono state appena stroncate le proteste di massa più grandi e violente del 1979: dalle testimonianze sfuggite al blocco della censura, centinaia di morti in pochi giorni, più delle circa 70 vittime (in 10 mesi) ricostruite nell’Onda verde del 2009. Migliaia gli arresti ammessi dalle autorità, chi ha mobilitato i cortei e dei loro famigliari sarebbero prelevati dalle forze di sicurezza dalle case porta a porta. Mentre in Iraq rivolte sanguinose scuotono santuari islamici come Najaf, a larga maggioranza sciita e storica influenza iraniana. Il Medio Oriente sciita, 40 anni fa mobilitato e tradito negli ideali democratici da Khomeini, tenta di rovesciare i regimi e i governi corrotti. Ma anche stavolta la repressione rafforza gli ultraconservatori in Iran e i militari iraniani approfittano delle turbolenze nell’area mediorientale. 

LA GRANDE MACCHIA DI ROHANI

Hassan Rohani è presidente dal 2013, grazie al consenso popolare degli alleati riformisti con i leader agli arresti domiciliari dalle proteste del Movimento verde contro il governo Ahmadinejad.  L’avvitamento economico – per le durissime sanzioni americane di Donald Trump – aggrava la crisi finanziaria di mese in mese, alimentando le contestazioni: già di per sé un guaio per lo schieramento di Rohani. I morti, i feriti, gli arresti e l’oscuramento per giorni di Internet e delle reti telefoniche (quest’ultimo disposto proprio da Rohani, si è scritto, in capo al Consiglio nazionale di sicurezza) macchiano il suo governo più del governo Ahmadinejad. Fuori dall’Iran nessuno sa quello che è davvero successo durante i disordini di metà novembre, alcuni racconti raccolti dalle Ong sono sconvolgenti. Ma a Teheran, a proposito di Legislative, ne ha un’idea anche qualche parlamentare. In una mozione urgente si chiede una commissione d’inchiesta sulle uccisioni e sugli arresti. 

Iran rivolte Iraq guerra pasdaran
Le rivolte nella città santa sciita di Najaf, in Iraq. GETTY.

MOUSAVI CONTRO KHAMENEI

Rohani sta perdendo tutti i voti dei riformisti. Il leader dell’Onda verde Mir Hossein Mousavi, costretto a casa con la moglie dal 2011, raramente parla in pubblico anche se da quest’anno gli è stato dato un cellulare e può guardare alcuni canali tivù. Ma quest’autunno ha fatto uscire su Internet frasi lapidarie contro la guida suprema iraniana Ali Khamenei: «Nel 1978 gli assassini erano i rappresentanti e gli agenti di un regime non religioso, mentre i cecchini del novembre 2019 sono i rappresentanti di un governo religioso. Allora il comandante in capo era lo scià, oggi è la guida suprema che ha autorità assoluta». Dal Majlis, il parlamento iraniano, la deputata riformista Parvaneh Salahshouri ha denunciato vittime adolescenti tra i morti nelle ultime proteste. E chiede sia fatta luce «sulle notizie unilaterali e umilianti diffuse dalla tivù sui manifestanti, arrabbiati e frustrati da numerosi problemi economici». Sulle reti di Stato le autorità hanno ammesso «spari ai teppisti facinorosi».

Il caos irradiato dalla rabbia delle popolazioni moltiplica i presidi dei pasdaran anche in Iraq

VOTO BOICOTTATO A FEBBRAIO

Le masse sono pronte a disertare il voto il 21 febbraio. Un boicottaggio che farà vincere gli ultraconservatori, i referenti politici dell’apparato di sicurezza in testa alla repressione. In prospettiva anche alle Presidenziali del 2021. Tanto più che a Rohani l’opposizione rinfaccia da sempre l’accordo sul nucleare con gli Usa, affossato da Trump ma mai decollato neanche con Barack Obama a livello economico. Mentre il caos irradiato dalla rabbia delle popolazioni moltiplica i presidi dei pasdaran iraniani anche in Iraq: dalle informazioni dell’intelligence americana le forze all’estero dei guardiani della rivoluzione di Khamenei hanno trasportato un arsenale di missili balistici in Iraq, approfittando della confusione e dei rinforzi chiesti dal governo amico di Baghdad. L’effetto paradossale della guerra americana a Saddam Hussein è stata, come per le sanzioni di Trump agli ayatollah, la penetrazione politica e militare dell’Iran nell’Iraq. Come già in Libano e in Siria.

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Paramilitari sciiti in Iraq, alle porte di Mosul. GETTY.

L’ARSENALE DI MISSILI IN IRAQ

Dal 2003 le milizie sciite irachene (cosiddette Forze di mobilitazione popolare) dei cecchini che sparano sui manifestanti sono state costruite e armate dai pasdaran. Mentre i marines addestravano l’esercito iracheno depurato dai quadri di Saddam Hussein, i governi filosciiti che si sono succeduti a Baghdad – pilotati dagli americani quanto dall’Iran – permettevano la proliferazione di paramilitari che sta prendendo il sopravvento. In Iraq i miliziani sciiti controllano strade, ponti, infrastrutture. Dove nell’ultimo anno, a un ritmo crescente, avrebbero fatto passare in segreto missili iraniani a medio raggio (circa 1000 km) che possono raggiungere Israele. O colpire i contingenti americani nel Paese, come i cinque razzi piovuti sulla base Usa di Ayn al Asad con oltre la metà dei marines in Iraq. Armi balistiche sofisticate, capaci di cambiare traiettoria e di sviare gli scudi aerei. Come è avvenuto lo scorso settembre con l’attacco alle raffinerie saudite.

Il ministero dell’Interno iraniano ha citato disordini in 29 province su 31 del Paese, inclusa la città santa di Mashad

LE RIVOLTE NELLE CITTÀ SCIITE

Un missile, per l’intelligence Usa, partito dall’Iran e virato poi a Nord sul Golfo persico. Per i fortini in Libano, Siria e Iraq, e per sempre nuovi e potenti armamenti, la Repubblica islamica investe miliardi dai budget statali prosciugati dal blocco dell’export e dall’inflazione rampante. In Iraq mancano i servizi e il territorio, da Nord a Sud, è devastato da attentati e guerre. Le proxy war in Medio Oriente dell’Iran logorano milioni di civili. Il ministero dell’Interno iraniano ha citato disordini in 29 province su 31, inclusa la città santa di Mashad. In Iraq si sono rivoltati i santuari dei pellegrinaggi sciiti di Kerbala e Najaf: un duro colpo, il doppio assalto al consolato iraniano di Najaf è un attacco anche simbolico dal cuore degli sciiti. Non a caso, a parole in Iraq i religiosi sciiti si schierano «contro la corruzione» con  i manifestanti. Ma a maggior ragione l’Iran aumenta i presidi militari e anche di religiosi in Iraq. E come in Siria, è ancora l’autoritarismo a vincere.

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Gli ultraconservatori cavalcano le proteste in Iran

I riformisti mollano Rohani dopo la repressione. E l'ala più oltranzista guadagna forza in vista delle Legislative a febbraio. Così l'autoritarismo vince sulle democrazie.

Non è secondario che nell’Iran sciita si voti a febbraio del 2020 per rinnovare il parlamento. Nella Repubblica islamica sono state appena stroncate le proteste di massa più grandi e violente del 1979: dalle testimonianze sfuggite al blocco della censura, centinaia di morti in pochi giorni, più delle circa 70 vittime (in 10 mesi) ricostruite nell’Onda verde del 2009. Migliaia gli arresti ammessi dalle autorità, chi ha mobilitato i cortei e dei loro famigliari sarebbero prelevati dalle forze di sicurezza dalle case porta a porta. Mentre in Iraq rivolte sanguinose scuotono santuari islamici come Najaf, a larga maggioranza sciita e storica influenza iraniana. Il Medio Oriente sciita, 40 anni fa mobilitato e tradito negli ideali democratici da Khomeini, tenta di rovesciare i regimi e i governi corrotti. Ma anche stavolta la repressione rafforza gli ultraconservatori in Iran e i militari iraniani approfittano delle turbolenze nell’area mediorientale. 

LA GRANDE MACCHIA DI ROHANI

Hassan Rohani è presidente dal 2013, grazie al consenso popolare degli alleati riformisti con i leader agli arresti domiciliari dalle proteste del Movimento verde contro il governo Ahmadinejad.  L’avvitamento economico – per le durissime sanzioni americane di Donald Trump – aggrava la crisi finanziaria di mese in mese, alimentando le contestazioni: già di per sé un guaio per lo schieramento di Rohani. I morti, i feriti, gli arresti e l’oscuramento per giorni di Internet e delle reti telefoniche (quest’ultimo disposto proprio da Rohani, si è scritto, in capo al Consiglio nazionale di sicurezza) macchiano il suo governo più del governo Ahmadinejad. Fuori dall’Iran nessuno sa quello che è davvero successo durante i disordini di metà novembre, alcuni racconti raccolti dalle Ong sono sconvolgenti. Ma a Teheran, a proposito di Legislative, ne ha un’idea anche qualche parlamentare. In una mozione urgente si chiede una commissione d’inchiesta sulle uccisioni e sugli arresti. 

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Le rivolte nella città santa sciita di Najaf, in Iraq. GETTY.

MOUSAVI CONTRO KHAMENEI

Rohani sta perdendo tutti i voti dei riformisti. Il leader dell’Onda verde Mir Hossein Mousavi, costretto a casa con la moglie dal 2011, raramente parla in pubblico anche se da quest’anno gli è stato dato un cellulare e può guardare alcuni canali tivù. Ma quest’autunno ha fatto uscire su Internet frasi lapidarie contro la guida suprema iraniana Ali Khamenei: «Nel 1978 gli assassini erano i rappresentanti e gli agenti di un regime non religioso, mentre i cecchini del novembre 2019 sono i rappresentanti di un governo religioso. Allora il comandante in capo era lo scià, oggi è la guida suprema che ha autorità assoluta». Dal Majlis, il parlamento iraniano, la deputata riformista Parvaneh Salahshouri ha denunciato vittime adolescenti tra i morti nelle ultime proteste. E chiede sia fatta luce «sulle notizie unilaterali e umilianti diffuse dalla tivù sui manifestanti, arrabbiati e frustrati da numerosi problemi economici». Sulle reti di Stato le autorità hanno ammesso «spari ai teppisti facinorosi».

Il caos irradiato dalla rabbia delle popolazioni moltiplica i presidi dei pasdaran anche in Iraq

VOTO BOICOTTATO A FEBBRAIO

Le masse sono pronte a disertare il voto il 21 febbraio. Un boicottaggio che farà vincere gli ultraconservatori, i referenti politici dell’apparato di sicurezza in testa alla repressione. In prospettiva anche alle Presidenziali del 2021. Tanto più che a Rohani l’opposizione rinfaccia da sempre l’accordo sul nucleare con gli Usa, affossato da Trump ma mai decollato neanche con Barack Obama a livello economico. Mentre il caos irradiato dalla rabbia delle popolazioni moltiplica i presidi dei pasdaran iraniani anche in Iraq: dalle informazioni dell’intelligence americana le forze all’estero dei guardiani della rivoluzione di Khamenei hanno trasportato un arsenale di missili balistici in Iraq, approfittando della confusione e dei rinforzi chiesti dal governo amico di Baghdad. L’effetto paradossale della guerra americana a Saddam Hussein è stata, come per le sanzioni di Trump agli ayatollah, la penetrazione politica e militare dell’Iran nell’Iraq. Come già in Libano e in Siria.

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Paramilitari sciiti in Iraq, alle porte di Mosul. GETTY.

L’ARSENALE DI MISSILI IN IRAQ

Dal 2003 le milizie sciite irachene (cosiddette Forze di mobilitazione popolare) dei cecchini che sparano sui manifestanti sono state costruite e armate dai pasdaran. Mentre i marines addestravano l’esercito iracheno depurato dai quadri di Saddam Hussein, i governi filosciiti che si sono succeduti a Baghdad – pilotati dagli americani quanto dall’Iran – permettevano la proliferazione di paramilitari che sta prendendo il sopravvento. In Iraq i miliziani sciiti controllano strade, ponti, infrastrutture. Dove nell’ultimo anno, a un ritmo crescente, avrebbero fatto passare in segreto missili iraniani a medio raggio (circa 1000 km) che possono raggiungere Israele. O colpire i contingenti americani nel Paese, come i cinque razzi piovuti sulla base Usa di Ayn al Asad con oltre la metà dei marines in Iraq. Armi balistiche sofisticate, capaci di cambiare traiettoria e di sviare gli scudi aerei. Come è avvenuto lo scorso settembre con l’attacco alle raffinerie saudite.

Il ministero dell’Interno iraniano ha citato disordini in 29 province su 31 del Paese, inclusa la città santa di Mashad

LE RIVOLTE NELLE CITTÀ SCIITE

Un missile, per l’intelligence Usa, partito dall’Iran e virato poi a Nord sul Golfo persico. Per i fortini in Libano, Siria e Iraq, e per sempre nuovi e potenti armamenti, la Repubblica islamica investe miliardi dai budget statali prosciugati dal blocco dell’export e dall’inflazione rampante. In Iraq mancano i servizi e il territorio, da Nord a Sud, è devastato da attentati e guerre. Le proxy war in Medio Oriente dell’Iran logorano milioni di civili. Il ministero dell’Interno iraniano ha citato disordini in 29 province su 31, inclusa la città santa di Mashad. In Iraq si sono rivoltati i santuari dei pellegrinaggi sciiti di Kerbala e Najaf: un duro colpo, il doppio assalto al consolato iraniano di Najaf è un attacco anche simbolico dal cuore degli sciiti. Non a caso, a parole in Iraq i religiosi sciiti si schierano «contro la corruzione» con  i manifestanti. Ma a maggior ragione l’Iran aumenta i presidi militari e anche di religiosi in Iraq. E come in Siria, è ancora l’autoritarismo a vincere.

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L’Iran “riformista” ha mostrato il suo vero volto: le forche

Centinaia di morti e migliaia di arresti per sedare le piazze in rivolta. Proteste che contagiano anche Libano e Iraq. Ma il regime change per ora è una chimera.

Centinaia di morti, cecchini che sparano dai tetti sulla folla, 3 mila arresti, forca per i manifestanti arrestati, internet bloccato da giorni nonostante gli estremi danni all’economia interna: il “riformismo” iraniano di Hassan Rohani che tanto piace all’Europa sta dando il meglio di sé nelle piazze sconvolte da una protesta popolare spontanea che è identica a quella che sconvolge da settimane le piazze libanesi e irachene.

Il Vecchio continente non vuole prenderne atto, ma è evidente che la rivolta popolare libanese, quella irachena e quella iraniana hanno la stessa origine e lo stesso, identico avversario: il modello di potere degli ayatollah.

Tra tutti gli slogan urlati nelle piazze iraniane, risalta «Chissenefrega della Palestina!», perfetta sintesi della rivolta contro gli enormi costi sociali che ha l’impegno militare “rivoluzionario” all’estero dei Pasdaran.

L’IRAN VUOLE ESPORTARE LA RIVOLUZIONE KHOMEINISTA

Identico e uno solo, il centro di comando che ordina di sparare sulla folla a Teheran, a Beirut o a Baghdad: i Pasdaran e i paramilitari agli ordini di quel generale Ghassem Suleimaini che era volato due settimane fa nella capitale irachena promettendo sangue nelle strade «come ben sappiamo fare in Iran». Simili, se non identici, peraltro gli slogan delle piazze iraniane, irachene e libanesi: la corruzione, i soprusi, la fame, i miliardi per le spese militari a scapito del welfare. Tutti prodotti dal modello di regime che l’Iran ha esportato in Iraq e Libano: la rivoluzione khomeinista.

L’Iran ha uno e un solo obiettivo strategico: la distruzione di Israele

L’Europa non ne vuole prendere atto, ma l’Iran ha uno e un solo obiettivo strategico: esportare la rivoluzione iraniana, processo nel quale passaggio fondamentale è la distruzione di Israele. Per questo obiettivo il regime degli ayatollah ha investito decine di miliardi di dollari per foraggiare da cinque anni le Brigate Internazionali sciite che hanno mantenuto sul trono il macellaio Bashar al Assad e trasformato l’Iraq in un protettorato iraniano, per riempire gli arsenali siriani di missili destinati a Israele, per finanziare la Jihad islamica che spara razzi -iraniani- da Gaza su Israele e per sostenere i ribelli sciiti Houti in Yemen.

Le proteste in Iraq.

L’originalità del “modello iraniano” è stata di affiancare alle forze di fatto egemoni nel Paese (il blocco militare incentrato sui Pasdaran, che controlla anche l’economia iraniana) che gestiscono l’esportazione della rivoluzione khomeinista in Medio Oriente, con un apparato amministrativo di governo dalle forme, ma non dalla sostanza, riformista col volto pacioccone di Rohani. Questa duplicità non è stata colta dall’Europa, che ha assistito complice, dopo la normalizzazione della collocazione internazionale dell’Iran voluta da Barack Obama con l’accordo sul nucleare, alla espansione dell’egemonia politica e militare dell’Iran su Iraq, Siria, Yemen e Libano.

NON ESISTE UNA OPPOSIZIONE POLITICA VERA AI REGIMI

Non è la prima volta che il “riformismo iraniano” spara a zero sulla folla, l’ha fatto nel 1999, l’ha fatto conto l’Onda Verde del 2008, l’ha fatto nel 2017 e 2018 e lo rifá oggi. La novità, enorme, è che ormai la reazione contro il regime, contro il centro di comando iraniano unisce le piazze iraniane a quelle irachene e libanesi. Un fenomeno clamoroso e inedito, acuito dall’effetto delle sanzioni promosse da Donald Trump dopo la sua denuncia dell’accordo sul nucleare.

Forze politiche antagoniste all’Iran esistono solo in Iraq, ma sono a oggi minoritarie

Detto questo, non è possibile a oggi farsi illusioni sull’effetto di questa rivolta agli ayatollah contemporanea nei tre Paesi. Né in Iran, né in Libano esiste una opposizione politica, dei partiti, che sappiano e possano dare uno sbocco alla formidabile protesta popolare. Queste forze politiche antagoniste all’Iran esistono solo in Iraq, ma sono a oggi minoritarie. Dunque, nessun regime change in vista in Iran o in Libano nel breve periodo, ma comunque una situazione di estrema instabilità alla quale purtroppo il regime degli ayatollah può essere tentato di reagire affiancando alla più feroce repressione interna una situazione bellica calda contro Israele o nel Golfo.

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I leader delle proteste in Iran saranno impiccati

Lo scrive il quotidiano conservatore Kayhan, molto vicino alla Guida suprema Ali Khamenei.

I leader delle proteste contro il rincaro della benzina in corso dal fine settimana in Iran verranno impiccati. Lo sostiene il quotidiano conservatore Kayhan, molto vicino alla Guida suprema Ali Khamenei, citando fonti giudiziarie, secondo cui i dimostranti sarebbero stati pagati per «creare il caos».

CONTESTATO IL CRIMINE DI RIVOLTA ARMATA CONTRO LA REPUBBLICA ISLAMICA

Il crimine che verrà contestato ai manifestanti, sottolinea il giornale, è noto come Baghi, cioè rivolta armata contro le autorità e i principi del sistema della Repubblica islamica. «Un gruppo di leader dei disordini, che sono stati recentemente arrestati, ha confessato di essere stato incaricato di creare il caos e danneggiare e incendiare le proprietà pubbliche e avevano armi, coltelli e maschere. I colpevoli hanno anche detto di aver ricevuto in cambio denaro e la garanzia di poter lasciare il Paese se fossero stati identificati», aggiunge Kayhan.

La calma è tornata nel Paese e la magistratura sarà dura nell’affrontare e punire presto i rivoltosi

Gholamhossein Esmaili, portavoce della magistratura di Teheran

Secondo il portavoce della magistratura di Teheran, Gholamhossein Esmaili, un «gran numero» di persone, ritenute responsabili di «sabotaggi e disordini» durante le proteste, è stato identificato e verrà arrestato. Esmaili ha aggiunto che tra i ricercati ci sono anche persone accusate di aver inviato video delle manifestazioni a media stranieri. «La calma è tornata nel Paese e la magistratura sarà dura nell’affrontare e punire presto i rivoltosi», ha assicurato il portavoce, invitando la popolazione a fornire informazioni utili a trovare i sospetti.

L’AGENZIA FARS: «UCCISI TRE MEMBRI DELLE FORZE DI SICUREZZA»

Nella notte del 19 novembre, almeno tre membri delle forze di sicurezza iraniane sono stati accoltellati a morte da un gruppo di “rivoltosi” a Ovest della capitale Teheran, secondo l’agenzia Fars, vicina ai Pasdaran. Si tratta di un membro delle Guardie della rivoluzione islamica e di due esponenti delle milizie volontarie Basij. Sale così ad almeno quattro il numero degli agenti di sicurezza uccisi dall’inizio delle manifestazioni in decine di città, il 15 novembre. I manifestanti uccisi sarebbero invece almeno 12, ma secondo informazioni non verificabili di gruppi di attivisti il bilancio effettivo di vittime sarebbe di oltre 40.

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