Il cantante di Latina apre la polemica per una canzone del 2011: «Non si scherza sulla sessualità, serve una legge contro l'odio». La replica del marito della Ferragni: «Strano tempismo, ma se si è offeso mi spiace. Facciamo qualcosa insieme contro le discriminazioni».
Una polemica su bullismo, odio e (presunta) omofobia scoppiata con quasi 10 anni di ritardo. Lo scontro è avvenuto fra due big della canzone italiana, per successi ottenuti e seguito sui social: Tiziano Ferro e Fedez. Il primo ha acceso la miccia a Milano parlando durante la conferenza di presentazione del suo nuovo albumAccetto miracoli: «Mi si tira in ballo e io sono ironico, finché si scherza va bene, mi spiace solo quando queste cose sono legate al sentimento e alla sessualità, perché anche una battuta può mettere un adolescente a disagio, e che un idolo dei ragazzini mi prenda in giro su questo è un atto di bullismo molto forte, non solo verso di me».
«IL BULLISMO VIENE ANCHE DA CHI SCRIVE CANZONI»
L’idolo dei ragazzini in questo caso è “mister Ferragni“, visto che Tiziano ha fatto riferimento alle offese ricevute spiegando che «il bullismo non è finito a 13 anni» e che viene anche da chi scrive canzoni. A chi gli ha chiesto se si riferisse a Fedez, ha risposto che lui è «”uno dei”, dai…».
QUELLE BATTUTE SU OUTING E WÜRSTEL
Il testo della canzone “incriminata”, Tutto il contrario, uscita nel 2011, fa così: «Mi interessa che Tiziano Ferro abbia fatto outing; Ora so che ha mangiato più würstel che crauti; Si era presentato in modo strano con Cristicchi; “Ciao sono Tiziano, non è che me lo ficchi?”».
Serve una legge contro l’odio, perché le parole sono importanti. Bisogna imparare a dire le cose, esistono forme e tempi
Tiziano Ferro
Ferro ha poi sottolineato la necessità di «una legge contro l’odio, perché le parole sono importanti. Bisogna imparare a dire le cose, esistono forme e tempi». Insomma «anche questo è bullismo, non ci si deve scherzare».
FEDEZ: «A 19-20 ANNI MI ESPRIMEVO IN MANIERA DIVERSA»
La risposta di Fedez non si è fatta attendere ed è arrivata su Instagram, tramite le story: «Mi stupisce il tempismo di questa dichiarazione, all’epoca avevo 19-20 anni, ero una persona diversa che si esprimeva in modo diverso. Però nella canzone io già dal titolo volevo far capire che la sessualità dell’artista è accessoria al giudizio che do dell’artista. Poi l’ho condita con il linguaggio dissacrante che avevo».
Penso negli anni di aver dimostrato che io e l’omofobia viaggiamo in parallelo e non ci incontriamo mai
Fedez
E ancora: «Penso negli anni di aver dimostrato che io e l’omofobia viaggiamo in parallelo e non ci incontriamo mai, con Mika a X-Factor abbiamo fatto un sacco di cose contro bullismo e omofobia».
«RENDIAMO COSTRUTTIVA QUESTA BRUTTA PARENTESI»
Infine le scuse e un appello: «Non pensavo che la canzone potesse aver offeso Tiziano, ora che lo so mi sento dire che non era quella l’intenzione e mi dispiace. Cerchiamo di rendere costruttiva questa brutta parentesi, io e Tiziano possiamo fare tante cose assieme per la lotta a omofobia e bullismo».
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Il trio composto da Paolo Fresu, Uri Caine e Daniele Di Bonaventura ha riletto a Pesaro la Petite messe solennelle. Una "provocazione" riuscita che conferma la straordinaria originalità di quello che il maestro marchigiano definiva il suo «ultimo peccato di vecchiaia».
La città di Gioachino Rossini, sotto le insegne del Rof, lo storico festival a lui dedicato. E il grande capolavoro sacro, quella Messapiccola e solenne che oltre la civetteria dell’autore, che la definì il suo «ultimo peccato di vecchiaia», afferma ancora oggi un’originalità così prepotente da risultare quasi sconcertante. Aveva tutto, la Petite (jazz) messe solennelle realizzata in prima assoluta il 16 novembre a Pesaro per costituire l’evento dell’anno nell’ambito sfuggente e complesso, eppure sempre più frequentato, in cui il jazz incrocia la musica cosiddetta colta.
UNA “PROVOCAZIONE” PORTATA NEL SANTUARIO ROSSINIANO
C’era la singolarità un po’ provocatoria dell’iniziativa, portata nel “santuario” del compositore, quel teatrino ottocentesco eponimo che dai lontani Anni 80 è il cuore del rossinismo internazionale. Ma soprattutto c’era l’originalità del progetto: una sfida temibile, mai osata prima, che metteva in campo da un lato un monumento della vocalità sacra del XIX secolo, solistica e corale, sostenuto peraltro da una scrittura pianistica di originalissima quanto singolare cifra stilistica e dall’altro tre musicisti di punta della scena jazz internazionale. E se la connotazione pianistica dell’approccio era doverosamente quanto inevitabilmente salvata (e anzi, come vedremo, per molti aspetti esaltata) grazie alla presenza di Uri Caine, la rimanente combinazione strumentale sembrava fatta apposta per disegnare traiettorie solo apparentemente comode e naturali, costituita com’era dal flicorno (a volte sostituito dalla tromba) di Paolo Fresu e dal bandoneón di Daniele Di Bonaventura.
Il trio Fresu-Caine -Di Bonaventura al Teatro Rossini di Pesaro (foto Studio Amati Bacciardi).
UNA CARTOGRAFIA MUSICALE FEDELE E INSIEME INNOVATIVA
La sfida si deve a proprio a Di Bonaventura, marchigiano di Fermo, forse non a caso l’unico dei tre a essere conterraneo di Rossini. Sua l’idea di affrontare una buona volta il periplo della partitura rossiniana – suddividendosi poi il lavoro specialmente con Uri Caine – per trarne una cartografia musicale che riuscisse a essere nello stesso tempo fedele e innovativa. Riesecuzione e riscrittura come postilla Fresu. Sua la convinzione che la tanto sbandierata “modernità” della scrittura pianistica rossiniana nella Petite messe potesse diventare il terreno di confronto (e magari anche scontro) per una rivisitazione arricchita dalla dialettica fra gli strumenti a fiato e il bandoneón, vedi caso strumento nato proprio in ambito religioso, prima di conoscere e assumere la dimensione etnica e tanguera che è oggi la sua più conosciuta.
UN WORK IN PROGRESS DA NON ABBANDONARE
L’ascolto ha dato l’impressione che questa navigazione musicale abbia appena spiegato le vele, nello stesso tempo fornendo suggestioni tali da far sperare che il work in progress non sia abbandonato, che l’elaborazione continui e si prenda il tempo necessario per crescere nel confronto con la monumentale partitura rossiniana e nella rilettura dei suoi mille dettagli. Forse, il punto principale riguarda proprio la natura della “riscrittura”, assodato che l’approccio della “riesecuzione” è risultato sostanzialmente fedele al modello, eliminando solo (si fa per dire) tre numeri del Gloria: i primi due e la conclusiva doppia Fuga, Cum Sancto Spiritu.
Il trio jazz ha eseguito la Petite messe solennelle del maestro marchigiano (foto Studio Amati Bacciardi).
IMPROVVISAZIONI A CORRENTE ALTERNATA
Il versante improvvisatorio ed elaborativo in senso profondo è sembrato infatti procedere un po’ a corrente alternata. Fluiva libero e suggestivamente provocatorio nella tastiera di Uri Caine, un musicista integrale che conosce bene quanto sia complesso ma quanti succosi frutti possa dare il confronto con la scrittura degli autori “classici” (dai lui lungamente e ampiamente frequentati non solo nell’ambito pianistico). Lo si coglieva subito – e l’attacco era affascinante – nello spostamento degli accenti dentro l’introduzione pianistica del Kyrie, lo si notava nella fremente libertà di spaziare da un capo all’altro della tastiera, un po’ meno nelle pur accattivanti ma forse un po’ manierate accensioni swing, anche perché il problema della drammaticità possibile dentro lo swing resta aperto. Ma non si poteva non apprezzare la colta consapevolezza stilistica rossiniana del pianista americano, che per esempio lo ha portato, nella pagina per solo pianoforte (così è l’originale) del Preludio religioso, a inserire il suo apporto improvvisatorio laddove nel belcanto di Rossini sono previste le variazioni, cioè nelle ripetizioni o nei “da capo”.
FRESU, SUGGESTIVO MA STANDARD
Questo meccanismo è parso evidente anche nell’apporto di Fresu, che si è confermato strumentista di gran vaglia e di sensibilità musicale decisamente inclusiva e comunicativa, all’interno tuttavia di una prova più manierata e prevedibile. Non era facile: toccavano a lui le trasposizioni più dirette e immediate (quelle di cui ogni rossiniano tradizionale, in questi casi, resta in attesa) delle melodie vocali, e se è innegabile che siano state in genere risolte con eleganza, ci è parso però che il loro trattamento fosse un po’ quello riservato a certi “standard” usurati: magari suggestivo, ma solo a tratti in grado di lasciar leggere una riscrittura davvero alternativa che andasse a costruire una dimensione nuova oltre quella naturalmente costituita dal rifacimento in chiave più o meno “calligrafica”. A bilanciare gli elementi di questo difficile equilibrio è stato Di Bonaventura con il suo bandoneón: il suo apporto al trio e soprattutto i suoi dialoghi con il flicorno o la tromba di Fresu hanno costruito spesso una dimensione sonora inedita e poetica, capace di disegnare un pensiero originale dentro alla voluta fedeltà al punto di partenza, regalando sottigliezze timbriche e sottili trine armoniche e melodiche che molto hanno giovato anche alla dimensione solistica di Fresu, arricchendole di una dimensione dialettica intrigante.
Daniele Di Bonaventura sul palco (foto Studio Amati Bacciardi).
APPLAUSI E DUPLICE BIS
Teatro Rossini al gran completo, esecuzione contrappuntata da numerosi applausi e salutata alla fine da vivo entusiasmo, che ha spinto il trio a un duplice bis. Come doveva essere, la rilettura del Domine Deus e del Quoniam dal Gloria si è svolta con l’apporto di ulteriori improvvisazioni e non senza una musicale boutade da parte di Uri Caine, il quale a un certo punto ha fatto risuonare alla tastiera anche la celeberrima “galoppata” che chiude la Sinfonia del Guillaume Tell. Una firma e un omaggio allo stesso tempo.
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Nell'ultimo disco della Nannini si sente, in tutto e per tutto, la tensione della sfida, un rispetto autentico per la musica, la voglia di ribadirsi senza troppi calcoli, senza fronzoli ma con estrema cura per i dettagli. C'è un ritorno marcato a una asciuttezza che fa risaltare l'unicità dell'artista.
Gianna Nannini è di quelli che possono piacere e non piacere, con il suo modo da scavezzacolla di buona famiglia, di Gian Burrasca col culo parato, la ricca borghesia senese che ti permette di fare quello che vuoi, vizi capricci pretese, tanto se caschi, caschi in piedi.
Lei voleva fare la rockstar, e l’ha fatto. Anzi ha cominciato proprio da dura, per poi via via normalizzarsi, come succede a chi ha un successo esagerato. Ma la gavetta l’ha avuta, le sue porte da sfondare le ha avute: e le ha sfondate.
S’è anche persa, come è doveroso per una rockstar, dandosi al caos, allo sbando, all’ossessione da coca («Ne ero dipendente, non restavo mai senza», ha detto qualche tempo fa a Vanity Fair).
CON LA DIFFERENZA GIANNA RITORNA AL PASSATO
Allo stesso tempo, quelle pose zompettanti che nascondevano Rossini, «questo amore è una camera a gas», potevano irritare i puristi, potevano indurre a dire: chi vuoi prendere in giro, Giannina? Noi non ce la beviamo. Ma lei tirava dritto per la sua strada, faceva come sempre il comodo suo, giocava con la sua libertà viziata ma imprescindibile, si permetteva una figlia fuori tempo massimo, facendo incazzare i moralisti, faceva dischi magari non sempre a fuoco, e teneva botta: una sua raccolta, qualche anno fa, arrivò a vendere la per questi tempi astronomica cifra di cento e passa mila copie. Anche se il rock, vero o presunto, era sempre più lontano. Anche se altri generi, altre facce premevano. Lei avanti, dritta a modo suo.
A 63 anni arriva un album come questo, e capisci che chiamarlo La differenza non è altro che la verità, tutta la verità
È che i conti si fanno alla fine, ci vuole una vita per capire chi si è e soprattutto per dimostrarlo. Poi, a 63 anni, arriva un album come questo, e capisci che chiamarlo La differenza non è altro che la verità, tutta la verità. Non nel senso che Gianna sia snaturata o rinnegata, tutt’altro: c’è se mai una diversità che fa la differenza, c’è un ritorno marcato a una asciuttezza che fa risaltare l’unicità: io sono altro da voi, e posso esserlo perché me lo sono guadagnato e non ho bisogno di rincorrere le mode. Faccio corsa su di me e, per quanto possa coinvolgere qualche ragazzino, sia chiaro che sono io a condurre il gioco.
Ed è andata a Londra, dove vive per lo più attualmente, in cerca di aspirazioni e ispirazioni, e poi è finita a Nashville, perché serviva incontrare certi sogni, certe radici magari immaginifiche ma non meno forti. Ed è arrivato questo punto e a capo, dove si sente, in tutto e per tutto, la tensione della sfida, un rispetto autentico per la musica, la voglia di ribadirsi senza troppi calcoli, senza fronzoli ma con estrema cura per i dettagli.
DAL REGGAE AL ROCK DURO, LA NANNINI NON SI TRADISCE MAI
L’album si presenta col primo singolo, l’eponimo La differenza che ha accenti vocali alla Brunori Sas (o non sarà il contrario?): è subito un colpo dritto al centro, una ballata che non vuole travolgere ma avvolgere, dove tutto è calibrato, dalla strofa al ritornello che si apre, ma senza esagerare, con l’intensità controllata che ci vuole. Romantico e bestiale è un reggae sporco, fatto con Dave Stewart, e dà modo a Gianna di liberare la parte più istintiva, se si vuole istrionica, ma qui ancora misurata, su bordoni d’organo. Motivo torna alla ballata e potrebbe sapere di risaputo, appesantita dalla pochezza interpretativa e compositiva di Coez; ma in questo album breve, 36 minuti e andare, di elaborata essenzialità, niente va sprecato e anche questo pezzo, in sé piuttosto ruffiano e tra i più deboli della raccolta, si salva nell’economia complessiva del lavoro.
Si ascoltano echi di Nashville, dove il disco è stato rifinito, opportunamente, dopo la gravidanza inglese
Molto meglio Gloucester Road, arpeggiata in pizzico di dita, inglese ma in fondo italiana, perfino napoletana, il sapore è quello del vecchio compagno di «notti magiche» Edoardo Bennato. L’aria sta finendo sfodera il rock venato di country, si ascoltano echi di Nashville, dove il disco è stato rifinito, opportunamente, dopo la gravidanza inglese; discretamente mainstream, senza dubbio, e qua e là affiorano certe tentazioni liriche a gola spiegata; ma trovala, una che dopo tanta strada ancora non si fa scrupolo nel tirare fuori questa carica, più matura, forse anche più sincera di prima nel ritornare ad una certa idea de “l’America”.
NEL DISCO NON MANCANO LA VENA CANTAUTORIALE E LE MELODIE ITALIANE
Più canonica, subito dopo, Canzoni buttate, per dire più cantautorale, la classica canzone destinata ad essere adorata, adottata dagli hardcore fan. Per oggi non si muore continua il gioco, solo asciugandolo un poco: rinchiudendosi in un microcosmo emotivo e fisico, qui Gianna canta per tutti ma soprattutto per se stessa, come sotto la doccia o dentro un bicchiere di whisky; ed è una melodia italiana quella che dipana sotto flussi morbidi di chitarre elettriche. Simpaticamente celentanesca Assenza, giusta giusta per cavarne fuori un secondo singolo, e vedrete se non sarà così.
La cantautrice e musicista italiana Gianna Nannini posa per i fotografi durante il photocall per la presentazione del suo ultimo album ‘La differenza’.
A chi non ha risposte, e siamo già in vista della fine, è piuttosto di routine ma serve a ricordare che qui c’è una interprete inconfondibile, tuttora in grado di alternare il registro roco, aggressivo con quello alto, quasi adolescenziale, sempre con quella intensità tra folk e il melodramma; e la coda col controcanto di una corista soul è un modo interessante di uscirne. L’esito di Liberiamo va sul sicuro, è Every breath you take dei Police, che poi è Stand by me di Ben E. King: in questi casi non conta il giro armonico standard, conta la capacità di rileggerlo con intensità adeguata: la Nannini non è una blueswoman, ma ha abbastanza esperienza e talento per cavarsela.
UN ALBUM IMPORTANTE DI UNA ARTISTA DI TALENTO
E così Gianna reimpacchetta il passato e lo riporta a casa. Fa un giro lungo, dall’Inghilterra all’America, mette nel sacco quello che conta, che serve, poi lo sparpaglia per confezionare un album importante, ambizioso, coraggioso nella sua scaltra onestà. C’è una purezza, una bellezza di suono che rende il disco godibilissimo specialmente in cuffia. C’è la sfida, sfrontata, evidente, di consegnarsi a una sensibilità poetica personale, dunque fuori tempo – niente ammiccamenti qui, niente costruzioni buone per Spotify, solo la riaffermazione di un talento consapevole della sua storia ma che allo stesso tempo non rinuncia a rinfrescarsi, solo alle sue condizioni. Ci sono i limiti, ma c’è anche tanta vitalità, tanta forza, l’orgoglio e l’entusiasmo che alla fine ti fa dire: però, mica male questa Nannini. E chi se l’aspettava, così cazzuta ancora.
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